sabato 8 aprile 2017

Settimana Santa 2017 - 1. Il Sabato di Lazzaro

Ndr: Iniziamo oggi la pubblicazione di alcune dispense storico-liturgiche sulle liturgie della Settimana Santa tra rito romano e bizantino: ogni giorno sarà pubblicata, la sera, la spiegazione delle sacre funzioni del giorno successivo, che saranno poi aggiornate il giorno dopo con la pubblicazione delle foto relativo.

Il presente testo è tratto in anteprima esclusiva dal saggio “La Grande e Santa Settimana” di N. Ghigi, di prossima pubblicazione.

[…] Il rito bizantino, nonché probabilmente il rito romano dei primi secoli, prima del riordinamento dei testi quaresimali avvenuto attorno al X secolo, dedica la VI settimana di Quaresima, detta anche Ἑβδομάς τῶν βαΐων, al tema della risurrezione di Lazzaro.
Andremo dunque a vedere come e perché la pietà tradizionale nella sua stratificazione ha operato questa scelta particolare nell’ordinatissima e complessa liturgia quaresimale, partendo dal significato profondo della pericope, ben espressa dal tropario bizantino: In Lazzaro, il Cristo già ti distrugge, o Morte! E dov’è, o Inferno, la tua vittoria?.

L’episodio evangelico della risurrezione di Lazzaro

Giotto, Risurrezione di Lazzaro (Padova, Cappella degli Scrovegni, 1303-05)

La pericope della risurrezione di Lazzaro è certamente uno dei brani che più colpiscono del Vangelo di Giovanni, come è evidente dalle numerosissime rappresentazioni pittoriche: si tratta di uno dei maggiori miracoli di Gesù, l’ultimo compiuto prima della sua Passione e dunque direttamente collegato nel suo significato mistico con la Risurrezione di Cristo.
L’evangelista S. Giovanni ci riporta la vicenda nel capitolo XI: riferito a Gesù della malattia di Lazzaro, fratello di Marta e Maria, discepole fedeli di Cristo, stando a quanto ci racconta S. Giovanni, egli non partì subito per Betania, ma due giorni dopo, annunziando che Lazzaro era morto e l’avrebbe risvegliato. Vi giunse quattro giorni dopo la morte dell’uomo: ciò, secondo l’uso giudaico, significava che la morte era certa e la decomposizione era iniziata già il terzo giorno. Dopo un breve momento di dialogo con Marta e Maria e del pianto di commozione dello stesso Gesù, il Signore si reca al sepolcro e fa togliere la pietra che lo chiudeva. Indi, ringraziato Dio, gridò: Λάζαρε, δεῦρο ἔξω! Alle parole del Signore, Lazzaro dunque uscì dal sepolcro, ancora avvolto nelle bende funebri, e Gesù ordinò di liberarlo dai legacci e lasciarlo andare.
La figura di Lazzaro è molto importante nel quadro della missione cristologica narrataci da Giovanni, benché sia spesso sottovalutato e ritenuto un personaggio secondario. Anzitutto, basti pensare che Gesù lo definisce “amico”: solo Abramo era stato insignito di tale appellativo d’onore, e per altro solo in II Cronache ed Isaia. Gesù parla subito della Risurrezione definitiva dei morti, quel dogma di fede che ogni fedele esprime nel simbolo niceno, dicendo che il Signore venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos: dice infatti che Lazzaro “dorme” (κεκοίμηται, perfetto risultativo del verbo “riposare”, dunque “è stato messo a riposo”), espressione già precedentemente usata nella Bibbia e persino da autori pagani; dunque va a “risvegliarlo” (ἐξυπνίσω, futuro del verbo morfologicamente formato da ἐξ e ὕπνος, letteralmente “tirar fuori dal sonno”). Questo lessico, che si riferisce alla condizione provvisoria che è la morte in attesa della Risurrezione finale, è perfettamente chiaro nel suo significato escatologico, ma non viene compreso dai discepoli, i quali intendono il sonno in senso letterale, e costringono il Signore a precisarne la morte. Egli poi spiega perché non si fosse recato subito a Betania: era necessario dare quest’ultima potente testimonianza miracolosa, una delle poche del Vangelo giovanneo, ma al contempo fondamentale per la comprensione di ciò che accadrà al Signore stesso nel quadro della sua economia salvifica.
Il discorso con Marta e Maria è molto commovente, e presenta numerosi riferimenti alla cristologia, ma sicuramente l’evento più sconcertante è quando Gesù ἐνεβριμήσατο τῷ πνεύματι καὶ ἐτάραξεν ἑαυτόν, e piange. Il versetto più breve dell’intera Bibbia è questo: ἐδάκρυσεν ὁ ᾿Ιησοῦς, una mirabile manifestazione di Gesù umano, prima che il miracolo  manifesti il Gesù Divino, nell’unità delle due nature. Lo stesso si vedrà pochi capitoli dopo sulla Croce.
Ed ecco che Lazzaro esce, miracolato da Gesù, affinché le genti credano che il Padre lo ha mandato. La lettura superficiale di molti lettori del Vangelo è che questo brano semplicemente riveli, o meglio confermi, la risurrezione universale: esso in realtà è molto di più: Cristo si serve dell’amico per rivelare a tutti il piano salvifico della dolorosa Passione che dovrà patire (nuovamente prefigurata nell’ingresso trionfale a Gerusalemme), della Morte a cui dovrà sottomettersi per tre giorni, e della Risurrezione gloriosa; i giudei e persino i discepoli tuttavia non comprendono questo significato profondo, ma è invitato a comprenderlo il fedele, come utilissimo e fondamentale elemento della sua preparazione alla Pasqua di Cristo, sia nel Vangelo che nella liturgia.

Il sabato di Lazzaro



Con precisione cronologica nella successione degli eventi, oltre che nel contesto significativo, i due riti maggiori del Cristianesimo propongono la medesima lettura evangelica. […] Il rito bizantino pone particolari accenni alla vicenda di Lazzaro durante tutta la settimana: la sua vicenda viene ricordata ogni giorno, a partire dal lunedì, nella sua successione cronologica. Quindi i tropari ne rammentano il primo ed il secondo giorno la malattia e l’annunzio a Gesù, il mercoledì la morte, il giovedì la sepoltura ed al venerdì annunziano la ventura di lui risurrezione ad opera del Signore. Questo tema domina quindi l’intera settimana bizantina, accostando la mente del fedele, che si appresta a ri-entrare nel maggiore evento della Cristianità, al mistico incontro di Cristo con la morte, prima attraverso Lazzaro e poi mediante se stesso. Ciò è scomparso dal rito romano, dove l’episodio di Lazzaro ha perso già nell’VIII secolo la sua centralità in questo sabato (la pericope evangelica è stata spostata nel corso del Medioevo al venerdì della IV settimana di Quaresima), ma lo stesso mistero è espresso in altri modi, come si vedrà.
Il rito bizantino è però indubbiamente più efficace nel trasmettere questa idea: giorno per giorno avvicina lentamente il fedele all’incontro con la morte, lo fa entrare tutto, lo fa gemere nello spirito, egli si turba, sino a piangere, proprio come fece lo stesso Signore. Il fedele rivive i momenti di tristezza di Betania, come sei giorni dopo rivivrà l’ancora maggiore tristezza del Golgota: come la domenica delle palme ha lo scopo di prefigurare nella liturgia la gloria della Croce, così il sabato di Lazzaro prefigura sia la morte che la Risurrezione che si compiranno a breve. La Quaresima ha di fatto condotto il fedele attraverso la penitenza, il digiuno e la mortificazione, ma tutto ciò non assolutamente, ma in preparazione alla Pasqua, da cui dipende fortemente anche a livello storico. Nel rito romano già la V domenica abbandona il tema della penitenza, seppur mantenendone alcuni caratteri come il paramento viola, ed entra in quello più toccante e profondo della Passione; nel rito bizantino l’episodio precursore della Passione è celebrato per un’intera settimana. In questo breve tempo di commistione tra elementi tipicamente quaresimali ed elementi propri della Passione di Cristo, diventa chiaro che la penitenza non è fine a se stessa, ma ha un altissimo e ben preciso scopo, ossia preparare fisicamente e spiritualmente il corpo e l’anima del fedele a celebrare e rivivere il più grande mistero della storia cristiana.
Dai tropari è evidente sia il riferimento immediato alla Passione e Risurrezione del Signore, vincitore della morte, che alla comune Risurrezione degli ultimi tempi, attraverso la figura di Lazzaro, come abbiamo già più volte accennato. È altresì presente il tema della domenica delle palme, attraverso la frase portando i simboli della vittoria, a Te […] gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli dell’Apolytikio, che riprende le parole del Vangelo di Matteo relativo all’ingresso solenne in Gerusalemme. Tale tema della lode, specialmente portata a Dio dai fanciulli come più volte si legge nelle profezie, si ritrova anche nel versetto del salmo 8 che accompagna la Santa Comunione.
Ascoltiamo dunque questa anticipazione della Risurrezione attraverso le parole del I Tropario:

Τὴν κοινήν Ανάστασιν πρὸ τοῦ σου Πάθους πιστοῦμενος, ἐκ νεκρῶν ἤγειρας τὸν Λάζαρον, Χριστὲ Θεός. Ὅθεν καὶ ἡμεῖς ὡς οἱ παῖδες, τὰ τῆς νίκης σύμβολα φέροντες, Σοῖ τῷ νικητῇ τοῦ Θανάτου βοῶμεν· Ὡσαννά ἐν τοῖς ὑψίστοις, εὐλογημένος ἐρχόμενος ἐν ὁνόματι Κυρίου.

Confermando la comune resurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato dai morti Lazzaro, o Cristo Dio; perciò anche noi, come i fanciulli, portando i simboli della vittoria, a Te, vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.

Testi liturgici del Rito Romano

Beato Angelico, Ingresso in Gerusalemme (Armadio degli Argenti, 1451-53)


I testi liturgici romani di questo giorno si formano a partire dall’VIII secolo; è probabile che tra il IV e l’VIII non si celebrasse Messa questo sabato. Le parti salmodiche infatti sono le medesime della I domenica di Passione, e come già accennato sono direttamente collegate al mistero delle sofferenze di Nostro Signore: la supplica nell’afflizione dell’introito, le deprecazioni dei nemici del graduale, nonché le invocazioni a Dio acciocché liberi dalle persecuzioni all’offertorio e alla comunione. Non mancano i logici riferimenti alla salvezza eterna che spetterà agli uomini giusti e fedeli in Cristo e alla dannazione eterna che invece attende i malvagi.
La lettura è tratta da Geremia, il cui libro si legge continuativamente nell’ultima settimana: attraverso il profeta Cristo stesso parla delle sofferenze e delle umiliazioni che dovrà subire da parte degli uomini, e chiede al Padre (il quale tutto ciò che lui domanda glielo concede) di non rimettere l’iniquità di quegli impenitenti deicidi: Fiant corruéntes in conspéctu tuo, in témpore furóris tui abútere eis (Jer XVIII,23).
Il Vangelo invece fu cambiato, e non è più la pericope della risurrezione di Lazzaro di cui abbiamo parlato per quanto riguarda il rito bizantino: è invece la versione giovannea del trionfale ingresso di Cristo in Gerusalemme, rendendo così la liturgia quasi quella di una “vigilia delle Palme”; ma nel brano Nostro Signore si riferisce anche al miracolo di Lazzaro (narrato nel capitolo precedente), ed in questo modo si ricollega, seppur molto vagamente, all’antica tradizione e a tutti i profondi significati che essa comportava. Notevole è alla fine del lungo brano il discorso che Gesù fa a Filippo e Andrea, cui alcuni Greci avevano chiesto di poter vedere il Signore: il Figlio di Dio annunzia palesemente il mistero della sua Passione, il cui senso è espresso dalla parabola del chicco di grano, e rammenta ancora ciò che accadrà negli ultimi giorni, quando sarà fatto il Giudizio su tutta la terra. La prospettiva escatologica della lettura testimonia come nei dolori mortali di Cristo che la Settimana Santa celebra e nella sua immediatamente seguente Risurrezione è contenuta tutta l’economia salvifica di Dio, dalla Creazione al Giudizio Finale.

Come tutte le liturgie quaresimali, la S. Messa termina con un’orazione sui capi inchinati (pratica antichissima riscontrabile anche nei Vespri bizantini), in cui si chiede la protezione e la benedizione di Dio per il popolo che assiste alla liturgia.

Caravaggio, Risurrezione di Lazzaro

Nessun commento:

Posta un commento