sabato 8 aprile 2017

Settimana Santa 2017 - 2. La Domenica delle Palme

Testo tratto in anteprima esclusiva dal saggio "La Grande e Santa Settimana" di N. Ghigi

Foto riprese a S. Simeon Piccolo (Venezia, S. Croce, 628)

L'Ingresso in Gerusalemme di Pietro Lorenzetti (1280-1348)
La Domenica delle Palme (Κυριακή τῶν βαΐων, Dominica II Passionis seu in Palmis), esattamente una settimana prima della Pasqua di Resurrezione, dà inizio ai solenni riti della Settimana Santa, con l’immagine di Gesù Cristo che viene trionfalmente accolto a Gerusalemme dalla folla, che stendeva a terra i mantelli al suo passaggio e lo osannava con rami d’ulivo e di palma (Giovanni XII, 12-15). Cristo sa che queste acclamazioni sono false e ingannevoli: è solo l’orgoglio nazionalistico di un popolo che aspetta un Messia guerriero per scacciare i Romani, e che sarà pronto a mettere in Croce lo stesso Signore appena cinque giorni dopo. In questo giorno, gioia e lutto meravigliosamente si uniscono in un’unica liturgia, si acclama l’ingresso glorioso di Dio nella Città Santa e al contempo si fa memoria della sua dolorosa Passione. Il Rito Romano esprime molto chiaramente questa dicotomia, attraverso l’unione antichissima di due distinti riti: la Missa sicca della benedizione delle palme (le comunità orientali usano effettivamente le palme; in occidente per motivi puramente pratici è invalso l’uso esclusivo dei rami d’ulivo) con la relativa processione, e la Divina Liturgia Eucaristica in paramenti viola, e dunque a lutto, con le Croci velate ed il canto della Passione secondo San Matteo.

Origini della liturgia delle Palme

Per conoscere l’origine storica dei riti della Domenica delle Palme dobbiamo ancora rifarci al prezioso Itinerarium (secondo altri codici Peregrinatio) della pellegrina Egeria, ossia la minuziosa descrizione di un pellegrinaggio nei Luoghi Santi compiuto attorno al IV secolo a.C. con la cronaca precisa delle liturgie assistite. Dalle sue parole si sa che proprio e solo a Gerusalemme si faceva solenne memoria in quel giorno dell’ingresso di Gesù. Riporta Egeria le seguenti parole:

Et iam cum coeperit esse hora undecima, legitur ille locus de Evangelio, ubi infantes cum ramis vel palmis occurrerunt Domino dicentes: Benedictus, qui venit in nomine Domini. Et statim leuat se episcopus et omnis populus, porro inde de summo monte Oliveti totum pedibus itur. Nam totus populus ante ipsum cum ymnis vel antiphonis respondentes semper: Benedictus, qui venit in nomine Domini. Et quotquot sunt infantes in hisdem locis, usque etiam qui pedibus ambulare non possunt, quia teneri sunt, in collo illos parentes sui tenent, omnes ramos tenentes alii palmarum, alii olivarum; et sic deducetur episcopus in eo typo, quo tunc Dominus deductus est. Et de summo monte usque ad civitatem et inde ad Anastase per totam civitatem totum pedibus omnes, […], porro iam sera pervenitur ad Anastase. Ubi cum ventum fuerit, quamlibet sero sit, tamen fit lucernare, fit denuo oratio ad Crucem et dimittitur populus.              (Egeria, Itinerarium XXI, 2-4)

Icona bizantina dell'Ingresso in Gerusalemme
E quando si fa l’ora undicesima, si legge quel passo evangelico in cui gli infanti andarono incontro al Signore con rami d’ulivo e di palma dicendo: Benedetto colui che viene nel nome de Signore! E subito si alzano il vescovo e tutto il popolo, poi dalla cima del monte degli Ulivi si avvia una processione. Così tutto il popolo procede davanti a lui tra inni e antifone acclamando sempre: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! E tutti gli infanti che vi sono lì, anche quelli che non possono camminare perché troppo piccoli e sono portati in spalla dai propri genitori, tengono in mano dei rami, alcuni d’ulivo e altri di palma; e così  si accompagna il vescovo al modo stesso in cui fu accompagnato il Signore (denotabile l’identificazione del sacro ministro con la persona Christi, tanto che spesso il vescovo procedeva a dorso d’asino, ndr). E dalla cima del monte sino in città, e poi tutti camminano attraverso tutta la città fino al luogo della Risurrezione, […], e fattasi ormai sera giungono là. Una volta giunti là, benché sia sera, tuttavia si celebra la liturgia del lucernario (la più antica forma del Vespro di cui sono rimaste tracce evidenti nel vespro ambrosiano, ndr), si fa di nuovo una orazione alla Croce, e si congeda il popolo.

Non si menziona la liturgia eucaristica semplicemente perché, trattandosi di una domenica, era stata ovviamente celebrata al mattino e, come è nella tradizione antica e orientale, senza risentire troppo nella struttura della vicinanza alla Passione del Signore. La processione suddetta ebbe però larga e immediata diffusione in quasi tutto l’Oriente Cristiano, e in seguito giunse anche a Roma. Il tema dell’Ingresso in Gerusalemme andò a pervadere l’intero ufficio del giorno, e si vennero così a creare i tropari e le antifone per la Divina Liturgia e per l’Ufficio Divino che tuttora caratterizzano questo giorno tanto nel rito romano che in quello greco-bizantino. In alcuni luoghi d’Oriente la processione mutò il suo carattere in modo drammatico e toccante, come in Egitto, dove la liturgia copta prevede ancora una processione della Croce in Trionfo.
Alcuni sacramentari occidentali ci informano di liturgie analoghe anche in Occidente (almeno a partire dal VII secolo), ma non ci offrono dettagli. A Roma sappiamo di per certo dai sermoni di S. Leone Magno che almeno fino al V secolo non c’era alcuna liturgia legata all’Ingresso Trionfale, ma la domenica di Passione era incentrata sul canto della Passione, che veniva poi riletta nelle versioni dei quattro evangelisti per tutta la settimana successiva (cosa che rimase sino ad oggi). Il Sacramentario Gregoriano (fine del VII-VIII secolo) parla di dies dominica in palmis, ma non menziona nessuna processione. I pontificali gallici e germanici del IX-X secolo ci informano invece che nel resto dell’Occidente tale consuetudine era già invalsa, tanto che il vescovo di Orleans, Teodulfo, compose appositamente per questa liturgia l’inno Gloria Laus. Tra l’XI e il XII secolo, in forma dapprima molto sommessa, i Pontificali Romani riportano una processione delle palme, che veniva celebrata partendo da una cappella dove si erano distribuiti i rami benedetti e procedendo sino a S. Giovanni in Laterano, dove si sarebbe officiata la S. Messa Stazionale, accompagnandosi ad antifone appropriate. Il Gloria Laus veniva cantato dinnanzi alla porta chiusa del Laterano, in modo da poter officiare poi l’ἆρατε πύλας (bussare alle porte con la Croce, forse accompagnato dal salmo XXIII; si ritrova ancora tanto nel rito romano che in quello bizantino). La processione entrava poi in chiesa al canto del responsorio Ingrediente Domino per la Divina Liturgia: questo schema si è in gran parte conservato nella Processione anche dopo il Concilio di Trento, mentre il Messale di Pio V, desumendo da stratificazioni successive avvenute soprattutto nei rituali gallicani, ampliò notevolmente quella della benedizione dei rami da utilizzare.

Le palme nel Rito Romano e le forti discrepanze tra 1952 e 1962

Questo medesimo complesso rituale di benedizione di cui abbiamo appena parlato e che a breve andremo a descrivere, proprio per la sua composizione relativamente tarda, fu estremamente semplificato dalla commissione del 1955, e riportato alla forma in cui probabilmente il Pontefice Romano celebrava nel Medioevo, depauperando però notevolmente la ricchezza della liturgia di questo giorno. L’Ordo Hebdomadae Sanctae del 1955 e l’Editio typica del Messale del 1962 riportano anche ulteriori indicazioni fortemente contrarie alla tradizione, come la recita di orazioni coram populo o la soppressione dell’uso delle vesti particolari del diacono (come la stola largior e la pianeta plicata).

Stando a quanto già abbiamo accennato, come benedizione dei rami il Messale del 1962 riporta solo l’antifona ed una preghiera di benedizione. Il rituale più antico invece riporta l’intera liturgia della Missa sicca, una celebrazione di origine medioevale formata da tutte quelle parti della Messa che non hanno a che vedere con il Sacrificio (introito, lettura, Vangelo, prefazio): la si utilizzava quando occorreva celebrare matrimoni o funerali nel pomeriggio, al di fuori dell’orario lecito per il Santo Sacrificio. Il fatto che ne sia rimasta una sola dopo il Concilio di Trento, ossia questa, segnala l’importanza che deve avere per la Chiesa la benedizione di questi rami, con cui si acclamerà al Re dei Re, al Signore dei popoli, al Re della Gloria.

E così, dal lato dell’Epistola, rivestito di piviale violaceo (nel Medioevo per la processione era in uso il rosso, simbolo di regalità e del sangue di Cristo, cosa che rimase nel rito ambrosiano e fu riportata nel secolo scorso in quello romano; alcune chiese locali, come quella parigina, usavano il nero, poiché il canto della Passione determinava per loro quasi un’anticipazione del Venerdì Santo), dopo il canto dell’Antifona Osanna, il sacerdote canta un'orazione per benedire le Palme. Nelle orazioni antiche, oltre a spiegarsi nuovamente il compimento della storia della salvezza attraverso la presenza dei medesimi oggetti nell’Antico Testamento, si spiega il significato dei rami d’ulivo (la spirituale unzione) e di palma (il trionfo sul principe della morte), nonché il loro singolare valore come sacramentali, ossia oggetti che hanno, ex opere operantis Ecclesiae, potere di una salda protezione contro le insidie del demonio e una singolare difesa contro ogni avversità. Il celebrante asperge dunque i rami benedetti e li incensa, per poi distribuirli al popolo, al canto del Pueri haebraeorum, antifonale che va ad alternarsi ai salmi XXIII e XLVI, che ben esprimono la regalità suprema di Cristo: Dóminus fortis et potens, Dóminus potens in prœlio, ipse est rex glòriæ.
Quindi, con incenso e lumi, il diacono canta il Vangelo: si tratta dell'Ingresso a Gerusalemme secondo San Matteo

 Benedizione dei rami
 Distribuzione
Incensazione del Vangelo

Dettaglio
dell'ἆρατε πύλας
Durante la processione che immediatamente segue, iniziata dal canto del Procedamus in pace da parte del diacono, i fedeli procedono dietro il celebrante con in mano i rami benedetti, preceduto a sua volta dagli accoliti coi ceri accesi, dalla croce (l'unica svelata, stando alle rubriche) e dal turibolo fumigante d’incenso. Si cantano intanto varie antifone, tratte dai Vangeli o di composizione ecclesiastica, che rammentano ancora una volta l’episodio ed invitano a prostrarsi al Signore trionfante; altri canti, tradizionalmente usati ad libitum se il tragitto è particolarmente lungo, sono il salmo XLVII, inno di lode alla maestà del Signore, ed il Christus vicit. Davanti alla porta della chiesa, la quale è chiusa, si ha il canto del già citato inno Gloria laus, a versetti alternati tra un cantore rimasto all’interno della chiesa e quelli all’esterno. Il sacerdote poi bussa alla porta usando la Croce, e solo allora essa si apre. Si tratta del suggestivo ed antichissimo rito dell’ἆρατε πύλας, in uso anche nei riti orientali: questo gesto rappresenta la resistenza del popolo giudeo a riconoscere Cristo Signore, ma è anche simbolo di Cristo che con la sua Croce trionfale spalanca le porte del Cielo, diventando causa della nostra salvezza. Infine la processione entra in chiesa, al canto dell’appropriato responsorio Ingrediente Domino. Nella versione del 1962 a questo punto il sacerdote canta un’orazione rivolto verso il popolo (non si sa bene peraltro dove debba essere il Messale, poiché le rubriche furono scritte molto in fretta, e anche lo stile dell’orazione non si incardina bene con il contesto liturgico); altrimenti, subito (dopo un eventuale lavabo), si cambiano i paramenti indossando quelli di colore viola e si inizia la S. Messa.

 Procedamus in pace
 Processione lungo la Fondamenta S. Simeon Piccolo
Salita al pronao della Chiesa
Canto del Gloria laus e rito dell'ἆρατε πύλας
Ingrediente Domino

L’introito, senza dossologia come in qualsiasi Messa del tempo di Passione, è interamente tratto dal salmo XXI, che fu da subito riconosciuto dai primi cristiani come una precisa e commovente descrizione profetica delle sofferenze patite da Cristo sulla Croce, come già è evidente dal primo versetto: Quare me dereliquisti?, cui si richiamano le parole che Gesù stesso pronuncia sulla Croce. La preghiera di speranza e l’invocazione di liberazione, il diviserunt sibi vestimenta mea diventato assai famoso, il tragico quadro foderunt manus meas et pedes meos, dinumeraverunt omnia ossa mea,: tutto questo salmo ricorda la dolorosa fase conclusiva di quod fecit Dominus, ossia inviare suo Figlio a morire per i nostri peccati. Nulla di strano perciò che i Padri della Chiesa lo fissassero da subito negli uffici legati alla Passione di Cristo; si ritrova infatti anche nel salterio di ogni venerdì, all’Ora Prima.
Si avvicina ora il momento della lettura della Passione, che secondo l’uso più antico della città di Roma era il vero tema di questo giorno: si depone la letizia dell’Ingresso Trionfale in Gerusalemme e si dispongono gli animi a meditare le sofferenze e la morte del Signore: a ciò tende l’orazione, che ricorda come questi misteri vadano assistiti devotamente sempre con lo sguardo sull’insieme della economia salvifica, e dunque sulla Risurrezione; a ciò tende l’epistola ai Filippesi, una poetica esaltazione dell’umiltà di Cristo che si spogliò della sua divinità per farsi simile all’uomo e, obbediente alla volontà del Padre, si fece consegnare alla più dolorosa e ingiuriosa delle moti: la Croce, come ricorda San Paolo, non è la sconfitta, ma l’esaltazione stessa di Gesù Cristo. E ancora, nuovamente il salmo XXI, che ritorna insistentemente in virtù del suo forte legame con la Passione,  e che nei suoi versetti più significativi di fatto anticipa ciò che sarà letto del Vangelo.

È il momento del solenne canto della Passio Domini Nostri Jesu Christi secundum Matthæum, eseguita tradizionalmente da tre diaconi (o in loro assenza, dal sacerdote e due cantori). Benché noto a tutti, tale racconto nella versione fortemente umana ed empatica dell’Evangelista Matteo è sempre capace di suscitare sentimenti di commozione, compassione, dolore e affetto nei cuori dei fedeli, con il suo massimo apice all’emísit spíritum, quando tutti genuflettono per rispetto, dinnanzi a Iddio che muore per l’umanità. Poco dopo, i due cantori si ritirano, si porta l'incenso e si legge il vero e proprio Vangelo, Altera autem die (Matth XXVII, 62-66), concludendo concettualmente la pericope. Nel lutto più totale prosegue e termina l’Eucaristia, con formulari brevi, secchi e incisivi, che non distolgano, ma aiutino il fedele dal meditare i misteri cui ha preso parte, e a gustare la Santa Comunione, il Corpo di cui ha appena celebrato l'esaltazione, ricordato la morte, e di cui attende fiducioso la Risurrezione.

La domenica delle palme nel rito bizantino

Il rito bizantino ha mantenuto anch’essa la tradizione gerosolimitana della benedizione dei rami di palme, e anche se non vi è l’officiatura tipicamente romana della Passione in questa domenica, la mente dei fedeli è già rivolta ai prossimi misteri pasquali, e come tale vede in quei rami con cui onora il Re della gloria, il simbolo della Croce che sarà il mezzo principale del suo trionfo sulla morte: proprio questo tema, la vittoria sulla morte, ricorre insistentemente nei tropari, con richiami continui alla vicenda di Lazzaro celebrata il sabato precedente, vedendo proprio nell’Ingresso solenne una prefigurazione completa delle vicende prossime della Passione.

E così al Mattutino, alcuni tropari riprendono esattamente quelli del sabato, tutti coronati dall’acclamazione Ὡσαννά ἐν τοῖς ὑψίστοις, εὐλογημένος ἐρχόμενος ἐν ὁνόματι Κυρίου (Osanna nel più alto dei cieli, benedetto colui che viene nel nome del Signore), l’inno al Re degli angeli che sale sull’asinello e viene per abbattere con la Croce i nemici nella sua potenza, a cui cantiamo con le anime purificate come i fanciulli, con rami di palme spirituali (cfr. Kathismi delle sticologie). Si legge poi il Vangelo delle palme secondo San Matteo, e, omesso per le ovvie ragioni del tempo il tropario della Risurrezione che solitamente accompagna l’ostensione del Libro, si prosegue con il canto del Canone della domenica delle palme.
Ingresso in Gerusalemme nei mosaici della
Cappella Palatina di Palermo
Questo splendido poema è attribuito a San Cosma il Melode, monaco dell’VIII secolo fratello Perché o ribelli ci ponete inciampi sulla via? Son veloci i vostri piedi per versare il sangue del Sovrano! E tuttavia Egli risorgerà, per salvare quanti acclamano: Benedetto colui che viene nel nome del Signore nostro Salvatore. Tra la III e la IV Ode, dopo la piccola ektenia, nell’ipacoe si paragonano le palme con cui Cristo fu festosamente salutato ai bastoni con cui sarà percosso; nell’ikos dopo la VI Ode si rammenta l’episodio della Strage degli Innocenti: non saranno più sgozzati bimbi per il bimbo di Maria, perché per tutti, bimbi e vecchi, Tu solo sarai crocifisso. Anche gli stichirà delle lodi ricordano, attraverso una limpida, bella e commovente descrizione, il solenne ingresso, concludendo poi con il ricordo dell’episodio di Lazzaro e nuovamente la predizione della Passione e della Risurrezione. Sorprende a volte la quantità di volte per cui uno stesso tema viene ripetuto con parole molto simili, ma è una caratteristica tipica del rito bizantino, ove attraverso l’incessante reiterazione litanica delle preghiere (basta pensare alle ektenie della Divina Liturgia), che forma, sviluppa e solidifica nelle menti dei fedeli l’immagine divina, eccitando il loro animo alla compassione e immergendo la loro mente nei fatti medesimi.
adottivo di San Giovanni Damasceno. Le katavasie delle nove odi esaltano il Signore, roccia della Chiesa, venuto a compiere l’economia di salvezza, ne glorificano la potenza, con gli innumerevoli riferimenti tradizionali alla Scrittura (alle profezie di Isaia, alle apocalissi di Abacuc, all’episodio edificante dei tre giovani nella fornace), ed esortano a magnificarlo con palme e rami. In ciascuna ode vi sono poi due o tre tropari direttamente riferiti alla vittoria sulla Morte, alla sconfitta dell’Ade, alla caduta di Adamo vendicata mediante la Croce. Il Signore viene magnificato attraverso l’episodio delle palme, ma sempre in riferimento alla Passione, come si evince dall’ultimo tropario, che recita:

La Divina Liturgia del giorno segue lo schema ordinario, anche se gli stichi delle antifone sono riferite alla Passione, mentre Apolytikia e Kontakia ancora parlano dell'Ingresso del Re della Pace a Gerusalemme. Il Vangelo è l'episodio medesimo letto al Mattutino, però tratto da Giovanni, Accenni all'episodio delle Palme sono presenti financo nel Megalinario della Theotokos e nell'Apolysis.

La benedizione dei rami si può svolgere sia a Mattutino che dopo la Divina Liturgia, anche qui con un'orazione, l'incensazione e l'aspersione con l'acqua benedetta. Nei typika delle Chiese Orientali, al di fuori di quella Gerosolimitana, non vi è però l'usanza di una processione.
Il colore impiegato per la liturgia odierna è stranamente il verde: questa scelta può ricollegarsi alla speranza della Risurrezione, tema molto presente come abbiamo visto, oppure, secondo una visione più semplicistica e funzionalistica, al colore dei rami di palma.

 
Benedizione delle palme in rito bizantino (parrocchia russa veneziana Sante Donne Mirofore)

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