giovedì 13 aprile 2017

Settimana Santa 2017 - 6. Il Grande e Santo Giovedì "in Coena Domini"


Il "Cenacolo" di Leonardo da Vinci

Con il Giovedì Santo si entra compiutamente nel cosiddetto Triduo Pasquale, il centro di tutto l’anno liturgico. Avvicinandosi il compimento dell’economia divina, in questo giorno si contemplano diversi episodi che precedono la Passione e hanno un forte significato per la Chiesa:
-        L’Ultima Cena, in cui Nostro Signore istituì il mirabile sacramento dell’Eucaristia, vero pegno per la vita eterna, poiché come è stato detto: «Chi non mangia del Corpo del Signore e non beve del suo Sangue non entrerà nel Regno dei Cieli». In tale circostanza, oltre a preparare per noi questa Comunione così salutare, istituisce anche il Sacerdozio, poiché dà ai suoi apostoli il mandato di celebrare sempre i misteri del suo Corpo e del suo Sangue.
-        La lavanda dei piedi, in cui Nostro Signore, dopo aver dato una dimostrazione perfetta della remissività con cui egli, che era Dio, si è fatto uomo ed è venuto a patire per noi, trasmette ai suoi discepoli il “comandamento nuovo”, che è perfezione di umiltà e di amore caritatevole.
-        La preghiera di Nostro Signore nell’Orto degli Ulivi, e il conseguente tradimento di Giuda, la sua cattura e l’inizio dei suoi patimenti, che avranno l’apice nel Venerdì Santo.

Storia della liturgia del Giovedì Santo

Fino al VII secolo, a Roma non si celebrava alcuna sinassi il Grande Giovedì, ma vi era solamente la Riconciliazione dei pubblici penitenti; le più antiche informazioni su di una liturgia in questo giorno ci vengono dalla Chiesa d’Africa del V secolo, e più precisamente da S. Agostino, che nella epistola LIV c’informa che, in commemorazione della Cena del Signore, si teneva una solenne liturgia eucaristica alla sera, ma ve ne era anche una al mattino per chi non poteva sopportare un digiuno eucaristico troppo lungo. Fonti contemporanee (come l’Itinerarium di Egeria) ci informano che questa era la prassi anche nella Chiesa Gerosolimitana e in quella Greca.
Alcuni sacramentari del VII secolo, ci dicono che a Roma era invalso l’uso di celebrare una triplice Sinassi in questo giorno: al mattino, al mezzogiorno e alla sera. Il carico di questo giorno era tale che durante la liturgia del mezzodì, durante la quale si consacravano anche gli Olii Sacri per i battesimi che sarebbero stati conferiti a Pasqua, iniziava direttamente coll’Offertorio, omesso ogni rito precedente. Il Sacramentario Gelasiano non parla di una benedizione degli Olii in questo giorno, ma la riporta nelle ferie di Quaresima, come doveva essere l’uso originario della Chiesa Gallicana.
La commemorazione della Lavanda dei Piedi, di origine orientale, trovò spazio a Roma solo a partire dal Medioevo, quando sappiamo che il Papa si recava alla Basilica di S. Lorenzo per lavare i piedi a dodici suddiaconi, durante il solenne canto del Vespro.

L’Ufficio Divino del giorno

Rito romano. A partire da questo giorno, tutto l’Ufficio assume un carattere particolare: le Ore minori vengono recitate in coro senza canto e con le candele spente, non vi è benedizione iniziale, non vi è inno, né lettura, né responsorio, né versicolo, è l’orazione (non seguita dal congedo) è molto lunga, contiene il Pater Noster e si forma di un’alternanza di parti in silenzio e parti a voce alta. Tutti questi tratti conferiscono una singolare sensazione di lutto alla liturgia, segno visibile che stiamo entrando nei giorni tristi e dolorosi della Passione di Nostro Signore. Sono soppresse inoltre tutte le dossologie, anche quelle minori, poiché è inadeguato in questi giorni qualsiasi canto di lode.
Un ufficio caratteristico di questo periodo sono le cosiddette Tenebrae, costituite dal Mattutino e dalle Lodi di ciascun giorno del Sacro Triduo (anche se effettivamente celebrate la sera del giorno precedente, benché per secoli siano state celebrate alla mezzanotte): venutosi a costituire attorno al IX secolo, è estremamente suggestivo a motivo del rituale previsto nell’uso delle candele. Sono infatti accese su una piattaforma triangolare quindici candele, le quali verranno spente una alla volta alla fine di ciascun salmo, fino a lasciare completamente al buio la Chiesa: è la luce di Cristo che va spegnendosi, nel momento in cui egli va a morire sulla Croce. Di seguito lo schema dell’ufficio:



I Notturno: Dette in segreto le preghiere prima dell’ufficio divino, omessa la benedizione iniziale, l’invitatorio (salmo XCIV) e l’inno, si inizia subito con la salmodia, cantata senza Gloria Patri alla fine del salmo. Il I Notturno è costituito dai salmi LXVIII, LXIX e LXX, facenti parte della sezione del Libro dei Salmi contenente le più accorate invocazioni al Signore per essere liberati dai nemici: da questi salmi è tratto il noto versetto Deus in adjutorium meum intende, Domine ad adjuvandum me festina. Dopo un versicolo e il Pater Noster, omessa la benedizione, si legge la I Lamentazione di Geremia, in cui il compianto del profeta sulla città di Gerusalemme, desolata e conquistata dai nemici a motivo delle iniquità degli Israeliti, è concettualmente paragonato a quello su Cristo, consegnato ai suoi persecutori e crocifisso per i peccati del suo popolo. I responsori sono tratti dalla preghiera di Gesù nel Getsemani e dal Protoevangelo di Isaia (LIII) letto mercoledì a Messa.
II Notturno: i salmi sono, continuativamente, LXXI, LXXII e LXXIII, sullo stesso argomento. Dopo il Pater, si legge un trattato di S. Agostino sul salmo LIV, precisa spiegazione di come nell’uomo giusto immerso nella tribolazione di cui ci parlano i salmi biblici vi sia la prefigurazione di Cristo sofferente sulla croce, e di come quell’apparente sconfitta sia in realtà, come già detto dai salmi, il mezzo del trionfo sul Principe di questo mondo, ossia il diavolo, colui che veramente perseguita i buoni e Gesù in primis, che avverrà nella Risurrezione. I Responsori riguardano il tradimento di Giuda.

III Notturno: i salmi sono LXXIV, LXXV e LXXVI, andando a chiudere compiutamente il catisma. Diverso è l’argomento della lettura, che è tratta dalla I lettera ai Corinzi, cap. XI, in cui si rimproverano i fedeli di Corinto per aver frainteso la pratica della Cena del Signore, creando distinzioni tra ricchi e poveri e tradendone il significato originale. San Paolo riprende anche le parole dell’istituzione dell’Eucaristia, spiega l’essenza di veri Corpo e Sangue di Cristo delle specie e chiude con il grave monito di non comunicarsi indegnamente al Corpo e al Sangue del Signore. I Responsori sono la prosecuzione concettuale di quelli del I Notturno.
Lodi: salmi ordinari dei giovedì di Quaresima, ossia L, LXXXIX, XXXV, CXLVI alla fine, e il cantico è quello di Mosè dopo aver traversato il Mar Rosso, tratto da Esodo XV,1-22. Omessi inno e capitolo, si canta solennemente il Benedictus, durante il quale vengono spente le sei candele d’altare e tutte le luci della chiesa; l’ultima candela del candeliere non viene spenta, ma nascosta dietro l’altare, segno della natura divina di Cristo che, pur essendo lui corporalmente morto, non muore mai, ma viene temporaneamente nascosta agli uomini. Nel buio più completo dunque viene ripetuta l’antifona e recitata l’orazione. Quindi si ha lo strepitus: l’ebdomadario lascia cadere a terra il breviario, producendo un rumore che viene simbolisticamente associato al terremoto seguito alla morte di Cristo, ma più probabilmente ebbe origine come segnale della fine dell’ufficio. Non essendoci congedo, il popolo lascia la chiesa nel silenzio più completo.

Rito bizantino. Il mattutino, per certi versi riprende il modello quaresimale, 
anche se cambia il tropario, durante il quale si esegue un’incensazione completa della chiesa (ciò non è codificato nel Tipikon ma è una consuetudine invalsa); a seguito di ciò è letto l’episodio dell'Ultima Cena nella trasposizione di Luca. Il canone contiene tutte e 8 le odi. Al termine si canta in ginocchio il tropario del talamo (letto anche nei giorni precedenti, e di cui si è già parlato). Il Vespro è celebrato al mattino, insieme alla Divina Liturgia di S. Basilio, per facilitare il digiuno eucaristico (vedi sotto). Nelle stichire del giorno si può trovare un’interessante analisi psicologica di Giuda, ovvero i motivi che lo avrebbero portato al tradimento.

Benedizione degli Olii Sacri

La benedizioni dei santi crismi, fissata anticamente in questa data poiché dovevano servire per il battesimo conferito la notte di Pasqua, è uno dei riti più belli e antichi della Chiesa: anticamente privilegio del Vescovo, rimase tale nel rito romano, mentre in quello bizantino fu concesso ad ogni sacerdote in ogni parrocchia.

Rito romano. Per molti secoli la liturgia vescovile di benedizione degli Olii fu soppressa, e fu restituita in tutta la
Missa Chrismatis celebrata dall'Arcivescovo
di Vaduz, Mons. Haas
sua solennità solo nel 1955, venendo a costituire uno degli unici punti positivi della riforma pacelliana della Settimana Santa. Al mattino, nella propria Chiesa Cattedrale, il Vescovo, assistito da sette diaconi e sette suddiaconi (privilegio spettante, in altri giorni, solo al Papa), e pure accompagnato da dodici sacerdoti (simboleggianti gli apostoli, ma anche residuo dell’antica forma della concelebrazione, sapientemente soppressa dai liturgisti tridentini per sottolineare maggiormente l’unicità del sacerdozio di Gesù Cristo), celebra una solenne liturgia, dominata dal tema dei Crismi benedetti (tutta la salmodia, e pure l’Epistola di S. Giacomo ne parla; il Vangelo di Marco, invece, è più incentrato sul ruolo degli apostoli e dunque dei sacerdoti). L’olio degli infermi è il primo a essere benedetto, dopo il Sanctus e prima della Consacrazione. Poi, terminata l’Eucaristia, in cui è vietato comunicarsi ai non religiosi, e le abluzioni rituali, vengono benedetti anche l’olio per la Santa Unzione e quello battesimale per i Catecumeni: essi, all’invito dell’arcidiacono, sono portati in solenne processione, accompagnandosi al meraviglioso inno di Venanzio Fortunato O Redemptor sume carmen. Queste preghiere di benedizione sono dette ancora secondo l’antico formulario, cosa evidente dalla solennità tanto delle formule (lunghi prefazi, orazioni, inviti del diacono) quanto del rituale (numerosi baci e ostensioni degli oli).

Rito bizantino. Detto εὐχελαῖον, l’Ufficio dell’Olio Santo, pur venendo notevolmente allungato con parti eterogenee, nel rito bizantino è stato privato dell’originaria solennità, permettendo a qualunque sacerdote di officiarlo in qualsiasi chiesa; è spesso officiato già il mercoledì sera. L’inizio è costituito da un Poema di nove odi e dalle Lodi, con testi incentrati tanto sul mistero dell’olio quanto sull’imminente Passione di Cristo. Vengono poi letti sui capi inchinati del popolo sette diversi Vangeli (Lc X,25-37; Lc XIX,1-10; Mt X,1-8; Mt 8,14-23; Mt 25,1-13; Mt XV,21-28; Mt IX,9-13), ciascuno preceduto da una propria lettura dell’Apostolo (da Gc, Rm, Cor I e II, Gal, Tes) e seguito da una lunga preghiera di benedizione degli olii ricca di riferimenti scritturali. Alla fine, si unge tutto il popolo in tutte le parti del corpo (capo, mani, piedi ecc.)

Liturgia Eucaristica in commemorazione della Cena del Signore




Rito romano. Nel ricordo della Santa Cena, la Chiesa depone temporaneamente qualsiasi segno di lutto, dinnanzi alla festa in cui Nostro Signore istituì per noi il mirabile Sacramento per cui possiamo cibarci del suo Corpo Sacratissimo, mistero che egli ordinò di perpetuare ad eterna memoria sua, facendoci egli dono della sua eterna presenza nelle Sacre Specie. Ecco spiegato il motivo dei paramenti bianchi festosi (anche se in tutti gli altri uffici del giorno si usa il viola), e del canto solenne del Gloria in Excelsis, che si era omesso per tutta la Quaresima, durante il quale vengono suonate a festa tutte le campane e i campanelli della chiesa e l’organo tuonerà festante: al termine dell’inno, ogni suonò tacerà per il grande lutto sino al medesimo inno durante la Veglia Pasquale.
La liturgia, celebrata per secoli al mattino, fu riportata alla sera da Pio XII; tradizionalmente si celebra una sola Messa in ogni chiesa in questo giorno, segno dell’unicità del sacerdozio divino e del mandato divino di Gesù della celebrazione del suo Sacrificio. Poiché, come si è detto, l’antica sinassi iniziava direttamente coll’Offertorio, questa Messa non ha parti proprie, ma sono tutte estrapolate da altri uffici: l’introito è quello delle Feste della S. Croce, letto al martedì, l’orazione (riguardante il tradimento di Giuda) è una di quelle del Venerdì Santo, l’epistola è quella ai Corinzi che si è letta al Mattutino, il Graduale è dai Filippesi come ieri, e il Vangelo è quello della Lavanda dei Piedi che anticamente si leggeva il martedì, ma oggi è rimasto solo in questo giorno. Esso apre concettualmente al rito medesimo della Lavanda. Il Canone Eucaristico oggi è tutto particolare, grazie a Communicantes, Hanc igitur Qui pridie propri, con forti commemorazioni dell’istituzione del Sacramento e del Sacerdozio, essendovi identità temporale con il giorno in cui è celebrato il Mistero.

Terminata la solenne liturgia, omesso l’Ultimo Vangelo, al canto del Pange Lingua di Tommaso d’Aquino viene portato in solenne processione il SS. Sacramento ad un altare laterale, detto “della Reposizione”, ma popolarmente chiamato “Sepolcro” e addobbato come tale secondo delle tradizioni locali sviluppatesi nei secoli che hanno portato a vere e proprie gare per avere il Sepolcro più bello, dove sarà conservato il Cristo per i Presantificati del Venerdì. Tale processione si svolge con la massima solennità, essendovi portato il Sacramento in cui vi è realmente presente Nostro Signore, accompagnato da due turiboli e dall'ombrello processionale. Giunti al Sepolcro, dopo una breve adorazione, l’incensazione e il canto del Tantum ergo (canto proprio della Benedizione Eucaristica), i ministri si ritirano in silenzio per proseguire con i riti di spoliazione degli altari, mentre il popolo resta ad adorare Gesù Eucaristia almeno sino alla mezzanotte.



Il "Sepolcro"


Rito bizantino. La liturgia inizia con il Vespro, nelle cui stichire si commemorano tutti gli avvenimenti di questo giorno, comprendente anche tre letture veterotestamentarie (Esodo XIX, la preparazione immediata alla Pasqua, raffrontata alla preparazione immediata alla Cena del Signore; Giobbe XXXVIII, per concludere il parallelo tra le sofferenze di Giobbe e quelle dell’Uomo-Dio iniziato ai Presantificati dei giorni scorsi; Isaia L, ossia il terzo canto del servo del Signore, di cui si è parlato lunedì come lettura della Messa romana), il solenne canto del Trisagio, una lettura dall’apostolo (quella relativa alla Cena del Signore, da I Cor XI, di cui si è parlato nell’ufficio divino romano), che introduce ed amplia il tema della Mistica Cena, e una lunghissima pericope dal Vangelo di Matteo (dall’unzione di Betania al rinnegamento di Pietro), intramezzata dall’episodio della Lavanda dei Piedi da Giovanni e dalla preghiera nell’orto degli ulivi da Luca, dando così inizio alla meditazione della Passione del Signore, che inizia effettivamente, con la cattura, già nella notte del giovedì, permettendo così una più ampia e calma riflessione sul centro di tutto il Vangelo. Segue la celebrazione della Divina Liturgia di San Basilio, commemorazione effettiva della Cena attraverso la Consacrazione dell’Eucaristia: in nome del lutto di questi giorni, però, sono omessi l’Inno Cherubico e l’orazione Abbiamo visto la vera luce, sostituiti da un meraviglioso tropario (che costituisce anche il Kinonikon), ripreso anche nella liturgia ambrosiana:

Τοῦ Δείπνου σου τοῦ μυστικοῦ σήμερον, Υἱὲ Θεοῦ, κοινωνόν με παράλαβε· οὐ μὴ γὰρ τοῖς ἐχθροῖς σου τὸ μυστήριον εἴπω· οὐ φίλημά σοι δώσω, καθάπερ ὁ Ἰούδας· ἀλλ᾿ ὡς ὁ Λῃστὴς ὁμολογῶ σοι· Μνήσθητί μου, Κύριε, ἐν τῇ βασιλείᾳ σου.
Della tua mistica Cena, oggi, o Figlio di Dio, accoglimi partecipe: non dirò ai nemici il tuo mistero; non ti bacerò, come Giuda; ma come il Ladrone ti confesserò: Ricordati di me, o Signore, nel tuo Regno.


Lavanda dei piedi

Rito romano. A commemorare il gesto di umiltà e carità compiuto da Gesù, sin dai tempi più antichi questo rito
fu celebrato, ma a Pasqua, dopo il Battesimo (S. Ambrogio e la Chiesa milanese continuò con questo rito il Sabato Santo per molto tempo). Molte chiese lo abbandonarono perciò, essendo slegato dal suo contesto. Tra i primi a celebrarlo di Giovedì fu S. Agostino; S. Cesario di Arles raccomanda di farla solo ai neofiti, mentre laSynodus Illiberiana del 303 l’aveva proibita. Rimase celebrata solamente nei monasteri, ed era fatta nei confronti degli ospiti che assistevano alle funzioni del Giovedì. Ben presto fu ripresa nelle cattedrali, e già il Liber Ordinum mozarabico del V-VI secolo riporta l’uso che il Vescovo lavasse i piedi ai canonici e ai poveri della città: col tempo questo rito, troppo lungo, fu ridotto a soli tredici poveri, poi passati a dodici per maggior coerenza storica. Solo dopo il  Concilio Tridentino fu celebrato in tutte le parrocchie, anticamente alla sera, durante il Vespro, e dal 1955 durante la Liturgia Eucaristica, prima dell’Offertorio, prendendo il nome di Mandatum da una delle più belle tra le antifone sulla carità che vengono cantate: Mandatum novum do vobis, ut diligetis ad invicem sicut et ego vos dilexi. Al termine del rito, si canta il famoso inno Ubi caritas et amor, di composizione incerta tra IV e X secolo, esaltazione poeticamente splendida dell’amore fraterno dei Cristiani in Cristo Gesù.




Rito bizantino. Tale usanza origina nel VI-VII secolo (una testimonianza  ne si riscontra nella traduzione armena del lezionario di Gerusalemme,codice risalente al periodo  bizantino  preiconoclasta, consistente di fatto in un libro  composto da vari frammenti di testo delle sacre scritture ordinate secondo l'attinenza all'andamento dell'anno liturgico). In seguito il rito viene officiato a Costantinopoli,con la sola differenza che veniva celebrato prima e non dopo la liturgia.
Nella chiesa bizantina moderna tale rito non è celebrato dal XX secolo, eccetto alcuni vescovadi particolari, ma 16 aprile del 2009 fu officiato per la prima volta nella contemporaneità dallo stesso patriarca ortodosso di Mosca Kirill.
Una delle particolarità del rito sta nel ruolo di Pietro che dev'essere interpretato da uno di coloro a cui debbono essere lavati i piedi.

Riti di preparazione dell’altare
 
Nel rito romano, dopo la liturgia, indossati i paramenti viola, il sacerdote e i ministri procedono a spogliare tutti gli altari, a partire da quello Maggiore, tranne quello della Reposizione, strappando violentemente le tovaglie, come furono strappate le vesti di Gesù, e per questo tale rito si accompagna al canto del salmo XXI, contenente il noto versetto Diviserunt sibi vestimenta mea.
Nel rito bizantino, invece, dopo la liturgia si lava l'altare, per commemorare il lavaggio di Pietro e Giovanni. Un rito simile veniva compiuto con l'altare maggiore della Basilica di S. Pietro, che veniva lavato dal Papa con acqua e vino dopo le Tenebrae del Venerdì Santo.

Foto (se non diversamente specificato): S. Simeon Piccolo (Venezia, FSSP); Parrocchia SS. Donne Mirofore (Venezia, Patriarcato di Mosca)

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