venerdì 14 aprile 2017

Settimana Santa 2017 - 7. Il Grande e Santo Venerdì "in Parasceve"

Crocifissione di Giotto

Quale giorno più luttuoso per il Cristiano del Grande e Santo Venerdì? Quale maggior lutto può stringere i fedeli? È messo a morte il Signore Nostro Gesù Cristo, colui che venne, Dio fattosi umilmente uomo, a portare i nostri peccati e sanare le nostre infermità: odiato poiché Buono, condannato perché Giusto, messo a morte perché Misericordioso! Il Dio filantropo è morto per noi peccatori, come era stato detto: pur avendo noi fede che risorgerà, in questo giorno non possiamo fare altro che contemplare con dolore e compassione il Cristo crocifisso e il nobile albero della Croce che portò il Signore, condolerci, poiché è stato messo a morte il Figlio dell’Altissimo, e umiliarci perché coautori con il peccato delle sue sofferenze.
Tutti gli uffici di oggi sono celebrati con grande sommissione e sobrietà, come richiesto dalla peculiare situazione in cui va a morire l’Autore della vita. Per tradizione, la Chiesa tutta non celebra l’Eucaristia, non addicendosi una liturgia gioiosa come la S. Messa a questo giorno tristo, ma si concentra nella meditazione della morte dello Sposo e nell’adorazione della Croce, simbolo della sapienza di Dio che è stoltezza per gli uomini.

Tenebrae

Rito romano. Anche oggi (generalmente già giovedì sera) la Chiesa celebra il Mattutino e le Lodi con l’Ufficio delle Tenebrae, secondo il rito che abbiamo già scritto qui, e che riprendiamo in parte.
Sono accese su una piattaforma triangolare quindici candele, le quali verranno spente una alla volta alla fine di ciascun salmo, fino a lasciare completamente al buio la Chiesa: è la luce di Cristo che va spegnendosi, nel momento in cui egli va a morire sulla Croce. Questo lo schema salmodico odierno:
I Notturno: Dette in segrete le preghiere prima dell’ufficio divino, omessa la benedizione iniziale, l’invitatorio (salmo XCIV) e l’inno, si inizia subito con la salmodia, cantata senza Gloria Patri alla fine del salmo. Il I Notturno è costituito dai salmi II, XXI e XXVI, i quali sono strettamente relati alla Passione del Signore, in particolare il primo, che narra che astitérunt reges terræ, et príncipes convenérunt in unum advérsus Dóminum, et advérsus Christum eius, ma ci ricorda anche che il Signore nel suo giorno non mancherà di fare irosa vendetta dei suoi persecutori. Il salmo XXI è ripetuto molte volte in questi giorni, in quanto è una descrizione profetica aderentissima degli eventi della Passione. Dopo il Pater e il versicolo, continuano le letture sulle desolazione della Città Santa, la quale oggi sarà sede del triste evento della Crocifissione (tratte dalle Lamentazioni II e III). Il primo responsorio è tratto dai salmi, gli altri due da episodi della Passione di Luca (il buon ladrone e la liberazione di Barabba).

II Notturno: i salmi sono XXXVI, XXXIX e LIII, i quali costituiscono una specie di racconto a sé, essendo uno il lamento dell’uomo abbandonato da Dio e perseguitato dagli uomini, uno l’accorata invocazione di aiuto a Dio e la terza un’esaltazione di Dio perché verrà a disperdere gl’iniqui. Si legge ancora il Trattato di S. Agostino sui Salmi, ma stavolta riguardo il salmo LXIII, in cui si esalta la figura del martire, imitatore del Martirio di Gesù Cristo, il quale pur essendosi dato tutto per l’umanità, da essa ingrata ricevette solo tormenti, avendolo essi ucciso “gladio linguae” dicendo: «Crucifige, Crucifige!» a Pilato, sicuramente colpevole per S. Agostino, ma molto meno dei Giudei. I primi due responsori trattano la cattura e la morte di Gesù; il terzo è tratto dai salmi.
III Notturno: i salmi sono LVIII, LXXXVII e XCIII, due lunghe richieste di aiuto al Signore tra i tormenti e la promessa della terribile vendetta di Dio sugli empi e i malvagi. La lettura è un capolavoro di teologia paolina, dalla lettera agli Ebrei, in cui si spiega come Cristo, essendo stato fatto «sacerdote al modo di Melchisedech», è eterno sacerdote della Nuova Alleanza tra Dio e il suo popolo, e un grande Pontefice ed intercessore per noi, umanità traviata, essendo egli salito al cielo dopo essersi offerto come vittima perfetta, unico olocausto accettabile e gradito al Padre, in espiazione delle nostre colpe. Due responsori sono tratti dai salmi, uno narra di Gesù che compare anzi al Sinedrio.
Lodi: salmi ordinari dei venerdì di Quaresima, ossia L, CXLII, LXXXIV, CXLVII alla fine, e il cantico è tratto dalla famosa Apocalisse di Abacuc (III,2-33), terribile venuta del Signore vendicatore e profezia del Giudizio Universale. Omessi inno e capitolo, si canta solennemente il Benedictus, durante il quale vengono spente le sei candele d’altare e tutte le luci della chiesa; l’ultima candela del candeliere non viene spenta, ma nascosta dietro l’altare, segno della natura divina di Cristo che, pur essendo lui corporalmente morto, non muore mai, ma viene temporaneamente nascosta agli uomini. Nel buio più completo dunque viene ripetuta l’antifona e recitata l’orazione. Quindi si ha lo strepitus: l’ebdomadario lascia cadere a terra il breviario, producendo un rumore che viene simbolisticamente associato al terremoto seguito alla morte di Cristo, ma più probabilmente ebbe origine come segnale della fine dell’ufficio. Non essendoci congedo, tutti se ne vanno nel silenzio più completo.

Dodici Vangeli

Il Mattutino delle Sante Sofferenze del Signore Nostro Gesù Cristo, celebrato al giovedì sera nella chiesa bizantina, è l’ufficio forse più lungo e complesso di tutta la liturgia, conosciuto con il nome di Dodici Vangeli, poiché dopo l’esapsalmo e la grande ektenia, vengono lette dodici pericope tratte dai quattro Vangeli in modo da narrare in ogni suo dettaglio la Passione di Gesù, accompagnati da antifone e kathismata che contengono meditazioni sulle sofferenze di Cristo, nonché numerose maledizioni e condanne nei confronti dell’Iscariota. L’officio è dunque una pia contemplazione delle ultime tappe del sacrificio di Cristo, che oramai sta per compiersi, dalla disperata preghiera nel Getsemani, fino alla degna sepoltura che gli procureranno Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. La lettura è preceduta da una grande incensazione della Chiesa, mentre ognuno dei dodici brani si accompagna a una piccola incensazione. La lettura s’interrompe dopo il sesto brano per cantare le Beatitudini, intervallate da tropi ecclesiastici sulla storia della Redenzione, dopo l’ottavo per un Triodio che riassume le ultime ore del Salvatore con i discepoli, e dopo il nono per le lodi. Attraverso la lettura continuata dell’episodio centrale della Fede da tutti e quattro gli Evangelisti, si raggiunge una compartecipazione quasi completa ai dolori di Cristo, anche grazie al fatto che la narrazione dell’economia divina è fatta da un punto di vista umano, emotivo, e non oggettivo, che ci trasmette le sensazioni dei discepoli cui ancora non era stato rivelato il senso del Grande Sacrificio.

I Vangeli della Passione sono i seguenti:
  1. Giovanni XIII, 13,31-18,1 (preghiera di Gesù per i discepoli e congedo; è la più lunga pericope evangelica mai letta, comprendendo circa tre capitoli e mezzo)
  2. Giovanni XVIII, 1-28 (cattura di Gesù nel Getsemani)
  3. Matteo XXVI, 57-75 (triplice rinnegamento di Pietro)
  4. Giovanni XVII, 28-40 et XIX 19, 1-16 (giudizio di Pilato)
  5. Matteo XXVI, 3-32 (disperazione di Giuda e condanna di Gesù)
  6. Marco XV, 16-32 (salita al Golgota)
  7. Matteo XXVII, 34-54 (prodigi che accompagnano le ultime ore del Cristo sulla Croce)
  8. Luca XXIII, 32-49 (conversione del buon ladrone e preghiera di Gesù per i propri nemici)
  9. Giovanni XIX, 25-37 (affidamento di Maria a Giovanni)
  10. Marco XV, 43-47 (deposizione dalla Croce)
  11. Giovanni XIX, 38-42 (Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo seppelliscono il Cristo)
  12. Matteo XXVII, 62-66 (il sepolcro è sigillato)


In alcune tradizioni locali è in uso lo spegnimento progressivo, al termine dei brani, di dodici candele, secondo una consuetudine quasi sicuramente mutuata dalle Tenebrae latine (vedi sopra).

L’Ufficio Divino

Rito romano. Le Ore minori hanno solo i salmi della domenica, essendo completamente omessa qualsiasi altra preghiera o parte dell’ufficio, segno del lutto più compunto e stringente di questo giorno. La conclusione è sostituita dall’antifona Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem Crucis, dal Pater noster in segreto, dal salmo L (Miserere) e dall’orazione conclusa sub silentio. Tale schema si osserva anche al Vespro, che nella tradizione ha sempre avuto una salmodia propria (CXV, CXIX, CXXXIX, CXL e CXLI), ma che dal 1955 è omesso da coloro che assistono alla Liturgia dei Presantificati, essendo stata essa spostata nelle ore vespertine, quando nei secoli precedenti era celebrata al mattino.

Rito bizantino. Tutte le Ore minori sono riunite nell’Ufficio delle Ore Regali, che si celebra solo in alcuni giorni speciali come la vigilia di Natale, ed oltre ai tre salmi e alle stichire che ci ricordano le tappe del Sacrificio di Gesù, ciascuna di esse possiede anche la lettura di una profezia del Cristo di Dio e delle sue sofferenze (da Isaia, Ezechiele e Geremia), di una lettera apostolica (Galati, Romani ed Ebrei) sul profondo significato e sull’augusta mediazione operata attraverso la morte di Gesù, e un brano della sua Passione, tratto dai quattro diversi Evangelisti nelle quattro diverse ore.

Il Vespro, detto “della Reposizione”, si celebra alla sera, ed è immediatamente seguito dal Mattutino
Il Vespro della Deposizione nella chiesa greco-cattolica
di S. Atanasio dei Greci, a Roma
del Sabato Santo (ma in alcune tradizioni è celebrato al mattino, dopo le Ore Regali). Dopo l’Inno Φῶς Ἱλαρόν, si leggono Giobbe (XLII, brano in cui egli muore, ma «è scritto che risorgerà di nuovo assieme a quelli che il Signore farà risorgere»), Isaia (IV cantico del servo del Signore), la prima lettera ai Corinti (esaltazione della sapienza di Dio che è stoltezza degli uomini, e che si manifesta nella follia della Croce), e ancora una lettura evangelica che va dalla conversione di Giuda alla deposizione dalla Croce, tratto da una concatenazione di tre diversi evangelisti (Matteo principalmente, Luca e Giovanni sono inseriti). Alle ultime parole del Vangelo, viene deposto e velato il Cristo Crocifisso e sostituito da un crocifisso vuoto; si termina di commemorare la Deposizione trasportando il Santo Epitaphios (il Sepolcro di Cristo, in cui egli è stato deposto) dall’Altare sino al centro della Chiesa, ove viene venerato con fiori, incenso e prostrazioni, al canto di apostichia stichirà appropriati all’episodio.

La Via Crucis

La Via Crucis è un percorso, fisico e simbolico, atto a commemorare i fatti legati alla prossima
crocifissione di Cristo, tradizione della Chiesa latina praticata ogni venerdì di Quaresima, ma soprattutto in questo Grande Venerdì. Il detto ufficio consiste nella lettura di passi scritturali riguardanti la passione di fronte a 14 stazioni, rappresentate da quadri o icone raffiguranti particolari episodi del Vangelo. Fu pensata, data l'impossibilità della maggioranza di compiere pellegrinaggi, come un modo più agevole per vivere lo stesso percorso emotivo senza spostarsi fisicamente nei luoghi della passione. Tale rito è strettamente legato all'indulgenza plenaria. Il pio esercizio della Via Crucis rinnova il ricordo dei dolori che il divino Redentore patì nel tragitto dal pretorio di Pilato, dove fu condannato a morte, fino al monte Calvario, dove per la nostra salvezza morì in croce. È veramente difficile non farsi prendere completamente dalla compassione per l'Uomo-Dio morente, dopo essersi inginocchiati e aver meditato i suoi tormenti per ben 14 volte, entrando in una dimensione quasi atemporale dominata solo dalle Sofferenze di Cristo.
Tale pratica fu introdotta dai frati francescani, che tra il 1300 e il 1400 erano stati incaricati della custodia dei luoghi sacri di Gerusalemme e Palestina, mentre la tradizione di integrarla con immagini si diffonderà soltanto in Spagna solamente nel XVII secolo.
Le stazioni:
  1. Gesù è condannato a morte
  2. Gesù è caricato della croce
  3. Gesù cade per la prima volta
  4. Gesù incontra Maria
  5. Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene
  6. Veronica asciuga il volto di Gesù
  7. Gesù cade per la seconda volta
  8. Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme
  9. Gesù cade per la terza volta
  10. Spoliazione di Gesù delle sue vesti
  11. Gesù è crocifisso
  12. Gesù muore in croce
  13. Gesù è deposto dalla croce
  14. Gesù è riposto nel sepolcro


La liturgia dei Presantificati

Poiché non si celebra l’Eucaristia, la Chiesa Romana ha sviluppato in questo giorno la tradizione di distribuire la S. Comunione, consacrata e riposta il giorno precedente, sottoforma di Presantificati, nel corso dell’omonima liturgia. Essa, il cui schema di base risale a S. Gregorio Magno, è celebrata in Quaresima quotidianamente nelle Chiese bizantine, mentre è riservata solo a questo giorno santissimo da quelle latine. A Roma veniva celebrata nella Chiesa di S. Croce in Gerusalemme, raggiunta dal Papa in processione a piedi scalzi al canto del Beati immaculati in via.

La liturgia inizia nel lutto: il celebrante e i ministri, rivestiti solamente di camice e stola nera, vanno all’altare, spogliato il giorno prima e sprovvisto di croce, e si prostrano. Dopo qualche minuto di preghiera silenziosa, si alza solamente il celebrante, mentre tutti restano in ginocchio, e canta un’Orazione. Quindi legge il libro del Profeta Osea (capitolo VI, in cui si intravedono i segni del Giudizio Finale, nell’indissolubile legame di ogni aspetto dell’economia divina; misericordiam volo et non sacrificium, dice il Signore: l’osservanza della vecchia legge è sostituita dal comandamento d’amore instaurato da Cristo), seguito dal cantico di Abacuc (già cantato a Lodi) cantato dal coro. Poi, dopo una breve preghiera del popolo inginocchiato, canta un’altra orazione e legge il capitolo XII del Libro dell'Esodo (preparazione alla Pasqua Ebraica: come tra due giorni si celebrerà la Pasqua di Risurrezione, così oggi si celebra la Pasqua della Croce, non meno importante nel disegno di Dio di Redenzione dell’umanità, e nei riti del popolo d’Israele vi sono già le prefigurazioni del mistero di Cristo), cui segue in forma responsoriale il salmo CXXXIX.
Segue il canto del Vangelo, ossia della Passione secondo Giovanni, in questo giorno luttuoso senza
incenso né lumi. Tale Passione possiede una forza teologica eccezionale, per cui chiunque ascoltandola non solo partecipa il mistero, ma inizia a comprendere il suo senso profondo, pur mai potendolo conoscere integralmente, è illuminato dalla divinità di Gesù, che rifulge nelle brevi e piene risposte a Pilato, circa la filantropia di Dio, che ha mandato il suo Unigenito come accettabile olocausto per propiziare i nostri ostinati peccati, espiazione cui troppe volte ci mostriamo ingrati e irriconoscenti.

Terminata la Passio, il celebrante indossa il piviale nero, il diacono la dalmatica e il suddiacono la tunicella. Gli accoliti stendono una tovaglia sull'altare e mettono al centro il Messale, da dove il sacerdote canterà le Grandi Orazioni. A ciascuna di queste nove orazioni, il celebrante invita i fedeli a pregare, il diacono comanda di mettersi in ginocchio, e, dopo qualche istante di silenzio, comandato di rialzarsi, il sacerdote innalza l'Orazione. Si tratta dell’antica litania o ἐκτενία, serie di suppliche di origine giudaica, da sempre presente nella tradizione dei primi Cristiani, mantenuta nelle liturgie orientali ma scomparsa da quella romana già dai tempi di S. Gregorio Magno, tranne che in questa liturgia, le cui preghiere (da un’analisi stilistica e contenutistica) paiono esser state redatte attorno al V secolo. Queste orazioni sono nell'ordine pro Sancta Ecclesia, pro Summo Pontefice, pro omnibus ordinibus gradibusque fidelium, (pro imperatore, abolita nel 1955 ma di fatto già omessa dal 1806, non sussistendo più il monarca), pro respublicas moderantibus, pro catechumenis, pro fidelium necessitatibus, pro haereticis et schismaticis (dal 1955 si chiama pro unitate Ecclesiae), pro conversione Iudaeorum (recentemente riscritta da Benedetto XVI, dopo che già nel 1955 era stata rivista a causa di un contrasto dovuto a un’errata interpretazione dell’aggettivo perfidis), pro conversione infidelium.

Segue il ritorno della croce all'altare in solenne processione, per poi essere adorata. Tale rito ha origine in Gerusalemme, nel IV secolo, e ne parla anche Egeria: fu presto importato a Costantinopoli, e poi a Roma da Papa Sergio I, orientale di nascita. L’importazione orientale di questo rito è tradita dal canto del Trisagio e dall’uso (pre-tridentino) che il Papa incensasse la reliquia della Vera Croce portata da un diacono. Nella Roma medievale, il legno della Croce era cosparso di aromi, segno dell’unzione spirituale e della dolcezza di Gesù.
Tre volte durante il suo tragitto la Croce è adorata al canto dell’Ecce lignum Crucis quo salus mundi
pependit, e svelata poco a poco. Il Santo Legno, stoltezza degli uomini e sapienza di Dio, mezzo per cui il Cristo morendo distrusse la morte e ci aprì le porte del Paradiso, è poi baciato dal clero (a piedi scalzi, secondo l’antica consuetudine) e dal popolo. Durante l’adorazione si cantano gli Improperia, cioè i Lamenti del Signore, il benefattore delle genti trattato da loro come un malfattore, mutuati dall’apocrifo di Esdra ed intervallati dal canto in greco e in latino del Trisagio (Ἅγιος ὁ Θεὸς, Sanctus Deus), antichissimo inno trinitario che fu aggiunto probabilmente nel periodo delle grandi eresie, a significare l’unità di Dio in ogni momento della Storia della Salvezza. Altri canti tradizionalmente usati in questo frangente sono il salmo LXVI, di lode al Signore, o il Crux fidelis (parte del Pange Lingua di Venanzio Fortunato).

Deposti i paramenti neri e indossati i viola per rispetto al Sacramento, vi sono i riti di Comunione: il sacerdote va solennemente a prendere il SS. Sacramento dall’altare della Reposizione, lo porta all’altar maggiore e, recitata la Preghiera del Signore e le preci preparatorie alla S. Comunione, s’appresta a consumarlo e distribuirlo ai fedeli. Prima del 1955, veniva anche oblato del vino (non consacrato), secondo l’uso orientale, e si faceva un’incensazione, maldestramente omessa nel nuovo ordinamento. Nel medioevo era pure uso dire l’Orate, il salmo Judica me e altre preghiere che rendevano i Presantificati pressoché identici a una qualsiasi Messa, salvo il Canone omesso.




Nel lutto più totale pure si chiude la liturgia, dette tre preghiere sul popolo e lasciato in silenzio il presbiterio. L’altare e la chiesa, rimaste prive della Presenza Reale del SS. Sacramento, sono completamente spogliate.

Segni di lutto e tradizioni

È d’uso in questo giorno che le campane non suonino, essendo state nel rito romano turate dopo il Gloria in excelsis del Giovedì Santo, così come l’organo. Sono popolari molte manifestazioni di lutto, come l’esposizione di drappi neri e preghiere pubbliche (tra cui figura l’Adorazione della Croce, insignita da Adriano VI e Gregorio XIII di ricche indulgenze per le anime purganti) e private (come la meditazione delle Tre Ore dell’Agonia, fatta da mezzogiorno alle tre, nelle ore in cui Cristo rimase sospeso sulla Croce). Un tempo molte pie pratiche erano compiute a livello cittadino, come lo sono ancora alcune spettacolari processioni con il Cristo Morto, soprattutto al centro-sud Italia e in Spagna. Una grande e partecipata processione è compiuta questa sera anche dai fedeli di rito bizantino, ma non ne abbiamo ancora parlato, trattandosi propriamente del Mattutino del Sabato Santo.

Tanto la tradizione romana più antica che quella bizantina prevedono il digiuno totale in questo giorno tristissimo, anche se questa prescrizione è mitigata tanto nella prassi orientale quanto nella legge ecclesiastica occidentale, essendo stato ridotta ad un semplice digiuno di un pasto e all’astinenza da carne, uova, latticini e derivati (stando alle prescrizioni di Benedetto XIV; Pio X omise sempre di indicare l’astinenza da uova e latticini, indicando solo quella della carne).

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