sabato 15 aprile 2017

Settimana Santa 2017 - 8. Il Grande e Santo Sabato

Nota: l'articolo sulla Veglia Pasquale non sarà pubblicato prima di domattina. Ci scusiamo per l'inconveniente, sicuri che possa risultare utile e interessante anche dopo la sua celebrazione effettiva.


Il Sabato Santo è un giorno sospeso tra la tristezza e la gioia, dominato dall’attesa: è deposto il lutto per la Morte di Cristo, si attende ancora l’ormai imminente sua Risurrezione. Sebbene manchino ancora alcune ore, s’inizia a intravedere la luce di Cristo Trionfatore, e con parole di speranza, nel silenzio e nella solitudine del Sepolcro, ci si conforta gli uni gli altri nell’attesa di vedere Gesù risorto dai morti, che apre le porte del Paradiso e ci spalanca il Regno dei Cieli. In questo giorno si commemorano principalmente:
  • La sepoltura di Cristo, al primo mattino, episodio con cui si era chiusa la Passione del Venerdì
  • La discesa di Cristo agli Inferi, già dalla tarda mattinata, con la quale inizia a manifestarsi, seppur non in modo percepibile dagli uomini, la gloria della Risurrezione, tant’è che nel rito greco viene definita Πρώτη Ἀνάστασις.
Storia del Sabato Santo

Questo era storicamente il primo giorno di digiuno istituito dalla Chiesa, per prepararsi solennemente alla Pasqua: a Roma si faceva un digiuno completo, cui erano tenuti persino i bambini, e si ometteva di celebrare l’Eucaristia proprio per non romperlo. Con il tempo, quando s’iniziò a digiunare più duramente di Venerdì Santo, la pratica fu lentamente mitigata: i più rigidi teologi greci consentono un pasto a base di frutta e vino nella tarda mattinata; nella Chiesa latina il digiuno cessa a mezzogiorno.
Due erano le cerimonie che accompagnavano la devota attesa del compiersi dei Misteri Pasquali:
  • La fusione delle effigi dell’Agnus Dei fatte della cera del lucernario che sarebbe stato usato poi
    L'Agnus Dei in cera di Papa Benedetto XIII
    alla Veglia Pasquale, opportunamente unta col crisma e benedetta, le quali sarebbero state distribuite ai fedeli la domenica dopo Pasqua, come ricordo delle solennità pasquali.
  • La colletta per i catecumeni a S. Giovanni in Laterano, in cui i catecumeni ricevevano l’esorcismo (praticato mediante antiche preghiere di rinunzia a Satana e dei gesti derivati dalle pratiche dello stesso Gesù, come bagnare con la saliva), rispondevano alle domande del Vescovo rispondendo Abrenuntio Satana, e infine vi era la cerimonia della Redditio Symboli, ossia della consegna fisica del Credo (anticipata al sabato precedente in molte tradizioni come quella ambrosiana). I catecumeni avrebbero poi trascorsa in attesa ancor più pia e fervente tutta la giornata, digiunando e pregando, per poi recarsi al Battistero Vaticano a ricevere il Santo Sacramento del Battesimo.
Nella tradizione romana si arrivò, per circa tre secoli (dal XVII secolo al 1955), all’abuso di celebrare la Veglia Pasquale al mattino, per alleggerire il carico del digiuno eucaristico e osservare esasperatamente la prescrizione che l’Eucaristia non può essere celebrata dopo il mezzogiorno: tra le poche riforme buone avvenute sotto Pio XII, vi fu quella di riportare la Veglia alla notte, secondo il costume più logico, peraltro non infrangendo la legge, visto che è prescrizione (così come lo era pel Concilio Tridentino e lo è nelle Chiese Orientali) che il Canone Eucaristico sia recitato dopo  la mezzanotte, pienamente nel giorno di Pasqua. L’unico inconveniente che provocò questa normativa fu l’alterazione (mai sanata) del digiuno del sabato, che rimane tuttora una terra di nessuno, in cui le prescrizioni della Chiesa indicano soltanto, basato sulla celebrazione vigiliare al mattino, un digiuno totale sino a mezzogiorno.

Mattutino della Sepoltura (rito bizantino)

Nei riti orientali una delle celebrazione maggiormente sentite dalla popolazione è il Mattutino della Sepoltura, celebrato il sabato sera e popolarmente detto Επιτάφιος dal nome del centro logico e fisico della celebrazione, un particolare tipo di icona, di solito ricamata, raffigurante Cristo morto.
La celebrazione di suddivide così: dopo l'esapsalmo e l'ektenia si canta il Canone del Grande Sabato, poema composto da vari innografi (principalmente Marco di Idra e Cosma il monaco) riguardante la permanenza di Cristo nel sepolcro per poter poi risorgere, "colui che chiude gli abissi e ora vediamo morto, colui che regge tutte le cose e ora è stato innalzato in Croce".
Poi, durante l'incensazione dell'Επιτάφιος e della chiesa, si cantano gli εγκώμια, meravigliosi lamenti funebri sul Cristo morto, che ne commemorano i dolori della Passione, la deposizione dalla Croce, l'unzione funebre del suo corpo, la sua sepoltura, la discesa salvifica agli Inferi e ne sperano la prossima Risurrezione, magnificando questo nuovo, orribile e straordinario fatto: giace morto l'Autore della Vita, ma egli scende all'Ade, nuovo Adamo, per riscattare nella sua Risurrezione i  figli di Adamo caduti; egli quale fonte viva scende tra i morti per risollevarli, primizia di coloro che sono morto e risorti dalla morte. I lamenti proseguono lungamente con tre stanze, ciascuna accompagnata da un'incensazione, e dalla memoria della prodigiosa morte del Cristo attraverso i compianti della Madre sua, del tremore dell'Ade, sconfitto non appena ricevette il corpo vivificante di Gesù, delle infinite grazie della Risurrezione donate attraverso la dolorosa morte dell'Uomo-Dio; proseguono magnificando ancora il Cristo sepolto, onorato da Nicodemo e dalle mirofore, e maledicendo i Giudei, popolo ingrato cui tanto aveva fatto di bene il Signore, che da loro è stato ricompensato con chiodi, aceto, percosse e sputi, e l'infame Giuda traditore, ma soprattutto ammonendo che con la sua morte Cristo distrugge la morte, ed invocandolo dunque perchè si affretti a risorgere. Questi tropari, intervallati dai versetti del lungo salmo CXVIII, esaltazione della legge divina, sono un vero capolavoro di poesia sacra capace di penetrare veramente i cuori, e meritano di essere letti e ancor più ascoltati da tutti.
Poi, dopo l'ektenia e l'exapostilarion con le Lodi, preceduto dagli Evloghitaria della Risurrezione (già percettibile nella Sepoltura, e a cui bisogna sempre guardare essendo essa il fine di tutta la missione del Cristo e della sua dolorosa Crocifissione), si canta la Grande Dossologia e si porta l'Επιτάφιος in una assai partecipata processione, sulla testa dei sacerdoti, accompagnata dal canto del Trisagio e di un tropario sulla vicenda di Giuseppe d'Arimatea. Ritornata in chiesa la processione, l'Επιτάφιος è portato all'altare, che viene incensato, e vengono lette una profezia di Ezechiele (la promessa del Signore di far risuscitare il suo popolo dai sepolcri, possibilità che è stata aperta ai giusti da Gesù con la di lui Risurrezione) e un Apostolo tratto da Corinzi e Galati, che spiega come attraverso la maledizione del Legno della Croce ci sia stata data la benedizione più grande. L'ufficio si conclude ancora nel lutto con la sommessa lettura del Vangelo della Sepoltura da Matteo e del congedo, ma con un'alito di attesa e speranza della Risurrezione che mai manca nel cuore di chi ha contemplato con fede il Signore morto.

Tenebrae (rito romano)

Per la descrizione del rito della luce, si vedano i precedenti articoli qui.

Completamente diverso è il clima delle Tenebrae del venerdì sera: non vi è più la tristezza né il dolore dei giorni precedenti, ma tutto è dominato da un’atmosfera quasi sospesa: i salmi parlano anche della vittoria di Dio, e non solo della persecuzione del giusto, e anche le letture sembrano dare un diverso significato a tutto l’ufficio. Non si badano più alle quattordici candele spente, ma a quella rimasta accesa, annunzio visibile dell’imminente Risurrezione.

I Notturno: Dette in segrete le preghiere prima dell’ufficio divino, omessa la benedizione iniziale, ut vivificaret populum suum.
l’invitatorio (salmo XCIV) e l’inno, si inizia subito con la salmodia, cantata senza Gloria Patri alla fine del salmo. Il I Notturno è costituito dai salmi IV, XIV e XV: questi salmi parlano del riposo dopo la persecuzione, dell’aiuto che Dio ha portato al giusto e del suo ingresso nel Regno Celeste. Quanto diversa è l’atmosfera che si percepisce! Dopo il Pater e il versicolo (che parla di requie, non di persecuzione) si leggono le ultime tre Lamentazioni di Geremia, e soprattutto quei passi scelti che espongono la fiducia in Dio del profeta e la necessità di tornare al Signore per vendicare lo scempio fatto di Gerusalemme. Emblematico è il primo responsorio, che parla della Morte del Signore ponendo l’accento particolarmente sull’
II Notturno: i salmi sono XXIII, XXVI e XXIX, praticamente sugli stessi temi, che riguardano il Cristo che, lasciato il sepolcro, trae dall’Inferno i giusti d’Israele e li porta nel Paradiso aperto mediante la sua Croce. Si legge per la terza volta il Trattato di S. Agostino sul Salmo LXIII, in cui dopo aver evidenziato l’umanità di Cristo nel soffrire i patimenti della Croce per noi, riepiloga la sua sepoltura e financo la sua risurrezione, ad aumentare la nostra speranza, che ormai è vicina a compimento. I responsori sono tratti dalla Passione di Cristo, ma ampliati da frasi rassicuranti che garantiscono la sua vittoria sugli Inferi.
III Notturno: i salmi sono LIII, LXXV e LXXXVII, la venuta di Dio e la vendetta sui malvagi che avevano perseguitato il suo Cristo, per concludere la conferma nelle attese e nelle speranze (non ultima quella del Giudizio). Si prosegue la lettura della lettera agli Ebrei di S. Paolo: Gesù col proprio sangue e il proprio sacrificio, sostituito a quelli dell’antica legge, è entrato nel Santo dei Santi e ci ha fatto trovare l’eterna redenzione, e così attraverso la morte di Cristo, mediatore della Nuova ed Eterna Alleanza, le trasgressioni dell’antico testamento sono riscattate. Due responsori sono tratti dai salmi, uno dal Vangelo, e riguardano la sua sepoltura e la sua discesa agli Inferi.
Lodi: salmi ordinari dei sabati di Quaresima, ossia L, CXI, LXIII, CL alla fine, ma il cantico è tratto (in modo anomalo) da Isaia, ed è la famosa preghiera di Ezechia, re di Giuda: In dimidio dierum meorum vadam ad portam Inferi, particolarmente appropriato. Si compie ancora il rito con le candele durante il Benedictus, omesse tutte le parti precedenti, che si carica di un significato ancora più profondo e confortante; si ha lo strepitus, ma oggi, più che il terremoto seguito alla morte del Signore, rassomiglia più a quello che precede la di lui Risurrezione. Non essendoci congedo, tutti se ne vanno nel silenzio più completo, animati tuttavia dalle parole dell’antifona al Miserere:

O mors, ero mors tua, morsus tuus ero inferne.
O morte, sarò la tua morte, il tuo morso sarò, o Inferno.

Divina Liturgia della Prima Risurrezione (rito bizantino)

Lo spargimento degli allori
Nella tradizione bizantina, la discesa di Cristo agli Inferi è ricordata con particolare gioia: si celebra il Vespro, accompagnato da stichire e tropari della Risurrezione, e poi una lunga sessione di letture (costruita sul medesimo modello su cui si sono costruite quelle dei sabati delle IV Tempora latine), con la Creazione secondo la Genesi, l’intero episodio di Giona (che con il suo trascorso nel ventre della balena è prefigurazione di Cristo che per quaranta ore attende agli Inferi), la storia dei tre fanciulli Anania, Azaria e Misaele (da Daniele), seguita dal suo meraviglioso Cantico di lode. Al posto del Trisagio, il coro canta un’antifona già prettamente pasquale; segue l’Apostolo (lettera ai Romani, il nostro battesimo nella morte di Cristo), e, omesso l’Alleluia, il sacerdote, deposte le vesti nere ed indossate quelle bianche, sparge alloro per tutta la chiesa, al canto del salmo LXXXI (Dio viene a fare giustizia sulla terra), intervallate da un versetto che invoca la Risurrezione del Signore. In alcune tradizioni locali, durante questo rito i fedeli provocano uno strepitus, dal significato identico a quello che si è citato per le Tenebrae latine. Si ha poi il primo Vangelo della Risurrezione, quello secondo Matteo. Cristo non è ancora risorto, ma la gloria della sua Risurrezione già s’intravede nella sua discesa agli Inferi, e per questo motivo tale liturgia, dominata da un’atmosfera già prettamente Pasquale, è detta Πρώτη Ἀνάστασις. La liturgia prosegue ordinariamente con il Credo, l'anafora di S. Giovanni Crisostomo e la S. Comunione; solo l'Inno Cherubico è mancante, sostituito da un tropario incentrato sulla Risurrezione.

Nei riti occidentali più antichi vi era traccia di una celebrazione medesima, ripresa dal modello orientale, anche se in alcuni luoghi (come a Roma) non era una Divina Liturgia Eucaristica, per evitare di rompere con la S. Comunione il digiuno prepasquale. Essa fu lentamente abolita: seppur non presente propriamente nel Messale Tridentino del 1570, ve ne erano tracce abbondanti nelle tradizioni locali e negli altri riti occidentali, ma furono tutte abolite come “inutili doppioni” dalle riforme successive.

Nessun commento:

Posta un commento