domenica 16 aprile 2017

Settimana Santa 2017 - 9. La Sacra Veglia Pasquale nella Notte Santissima

Risurrezione di Piero della Francesca

Solo ieri il Cristo veniva appeso al patibolo della Croce e ivi moriva tra i tormenti per scontare la colpa di Adamo; solo stamattina egli si trovava all'Inferno, a trarre i Patriarchi dal Limbo e condurli seco nel Regno celeste; ora egli risorge tra noi, dando compimento al suo progetto per l'umanità. Apprestiamoci a gioire, noi che abbiamo pianto sulla tomba del Signore, mandato dal padre come accettabile olocausto in espiazione dei peccati degli uomini e sottoposto ad ogni sorta di patimento, perché egli il terzo giorno risorgerà, e noi vedremo lo splendore della sua gloria, distruzione di ogni iniquità, trionfo di grazia, carità e giustizia. Quale evento più importante da celebrare, che il compimento della nostra Redenzione? E' dunque sicuramente giustizia vegliare, in questa notte Santissima, per poter celebrare immediatamente il giorno in cui Nostro Signore è risorto dai morti.

La tradizione della Veglia Pasquale è antichissima, poiché durante questa liturgia si conferivano i battesimi, per consegnare ai catecumeni la grazia che il Signore stesso ha data a noi risorgendo. Una tradizione orientale, poiché si diceva che il Giudizio finale (essendo la risurrezione dei nostri corpi legata a quella di Gesù) sarebbe avvenuto un giorno di Pasqua, i fedeli trascorrevano la notte in Chiesa ogni anno nell'attesa della Parusia e, visto che non era accaduto nulla, celebravano subito festosamente la Pasqua. Comunque sia, nelle due Apologie di Tertulliano e Giustino Martire ci viene riferito l'uso di vegliare la notte tra il Sabato e la Domenica di Pasqua come un uso antichissimo e venerabile, e i riti che ci vengono descritti non differiscono poi molto da quelli odierni, segno dell'origine arcaica di questi.

Rito Romano

La veglia notturna a Roma vanta un'antica tradizione riportata da molti Padri della Chiesa; dal XVII al XX secolo fu abusivamente anticipata pressoché ovunque al mattino del Sabato, per facilitare il digiuno e osservare esasperatamente la legge di non celebrare l'Eucaristia dopo il mezzogiorno. Le riforme piane del 1955 la riportarono alla tradizionale celebrazione serale, abolendo però o semplificando alcuni riti molto antichi.

La Veglia inizia con la cosiddetta Eucharistia lucernaris, rito di origine non romana ma probabilmente gallicana: fuori dalla chiesa, rivestito di piviale violaceo, il sacerdote asperge, incensa e benedice con un'orazione (tre anticamente) un falò acceso, che rappresenta il Fuoco Nuovo. In seguito, secondo un uso antichissimo e comune alle liturgie vespertine di tutte le tradizioni, benedice un cero, simbolo di Cristo, la luce lieta che viene a illuminare le tenebre del peccato. Sul cero pasquale vengono tracciate una Croce, l'Alfa e l'Omega (simboli del Messia) e l'anno corrente, quindi vengono infissi cinque grani d'incenso, invocati come illuminatori della notte, e anticamente oggetto dell'offerta dell'incenso che veniva fatta durante il Vespro. Acceso il cero con il fuoco nuovo, lumen Christi gloriose resurgentis, tutti entrano in solenne processione nella Chiesa completamente buia, guidati dal diacono che ha deposto la stola violacea e indossato la dalmatica aurea, e sostano tre volte, al canto di altrettanti Lumen Christi (canto dell'antica liturgia lucernale mozarabica): alla prima sosta viene accesa la candela del sacerdote, alla seconda quelle del clero, alla terza quelle di tutto il popolo e della Chiesa, finché la luce del Cristo risorto dagli Inferi appaia a tutti, e il diacono possa dare l'annuncio della sua Risurrezione con il canto solennissimo del Preconio Pasquale. Esso, detto Exultet dalla prima parola del testo, è di origine antichissima (sono conservati una trentina di manoscritti del VI secolo), ed è costituita da un prologo che invita tutti a gioire e da un prefazio (leggermente diverso tra rito romano e ambrosiano) in cui si magnificano i misteri di questa notte santa, dall'Esodo del popolo d'Israele alla luminosa Risurrezione del Cristo e alla nostra Redenzione. E' un testo poeticamente molto bello, ricco di riferimenti anche pagani (alcuni a Virgilio), e per questo fu deplorato da S. Girolamo.


Terminato l'Exultet, il popolo spegne le candele, tutti riprendono i paramenti violacei e il suddiacono (o il lettore) legge, al centro del presbiterio, rivolto verso il cero pasquale, quattro profezie (erano dodici nel rito precedente alle riforme), ciascuna seguita da un cantico e da un'orazione del sacerdote.

  • La Creazione (Gen I-II), che costituisce l'inizio dell'economia di Dio per l'Universo e per l'uomo che ha posto a sua dominazione
  • Il Passaggio del Mar Rosso (Ex XIV-XV), ossia la prima Pasqua: come Israele passò attraverso le acque e fu annientato il Faraone, così Gesù passò e ci fece passare dalla morte alla vita e annientò la Morte
  • Il Signore proteggerà il suo popolo (Is IV) e gli darà gloria al momento opportuno, come è avvenuto con il Cristo con la sua Crocifissione e poi la sua Risurrezione
  • Precetti per osservare la Legge (Deut XXXI): Cristo è il mediatore di una Nuova Legge, che annulla la vecchia ed è instaurata mediante la sua Passione e Risurrezione, e che tanto più siamo tenuti ad osservare, essendo una legge sgorgata dalla pura carità di Dio per l'uomo.
Finite le letture, due cantori, inginocchiati nel mezzo del coro, intonano la prima parte delle Litanie
dei Santi, per invocare la protezione dei Santi di Dio su questo popolo che sta celebrando i più grandi e gloriosi misteri della Fede. Terminate queste invocazioni, si ha la benedizione dell'acqua battesimale, rito risalente all'epoca in cui in questa notte si conferivano i Battesimi ai Catecumeni. Il sacerdote, dopo un prefazio che spiega le virtù di quell'acqua veramente benedetta, benedice dell'acqua toccandola, segnandola, soffiandovi sopra, immergendovi il cero pasquale, spargendola ai quattro punti cardinali e mescendovi il Sacro Crisma e l'Olio dei Catecumeni. A questo punto, battezzati gli eventuali battezzandi, i ministri procedono in processione al fonte battesimale, al canto del Sicut cervus, che esprime la brama del popolo di Dio a ricevere quell'acqua benedetta, simbolo sacramentale della benevolenza divina e della grazia di cui sono stati rivestiti nel Battesimo.

Dopo aver incensato il fonte ed essere ritornati in coro, il sacerdote interroga i presenti, se intendono rinunziare alle seduzioni di Satana e se credono nelle verità della Chiesa Cattolica, come fu chiesto ai loro padrini al momento del Battesimo: rinnovate le promesse battesimali e recitato un Pater Noster, si prosegue con l'aspersione di tutti i fedeli, in piviale bianco, una volta finita la quale il coro inizia la seconda parte delle Litanie, contenente delle suppliche a Cristo Signore.

Intanto, l'altare viene addobbato con fiori e reliquiari e parato per la Messa, la chiesa con drappi festivi, i ministri sacri depongono i paramenti precedenti, indossano quelli aurei e s'apprestano a celebrare la S. Messa della Notte di Pasqua. Essa è un'occasione particolarmente festosa e solenne, la maggiore di tutto l'anno, poiché celebra il motivo stesso della fede Cristiana, ossia la Risurrezione di Gesù Cristo e la Redenzione dell'umanità. Non c'è accenno alcuno di tristezza in questa liturgia di gioia: le campane e i campanelli che avevano taciuto suonano festosi al Gloria in excelsis, e persino il Santo Sacrificio è offerto con grande letizia, essendo certi ormai che attraverso l'oblazione del Figlio fatta in quel Santo Venerdì di Parasceve si è per noi compiuta l'economia insperabile della filantropia divina, e siamo stati liberati dall'oppressione della morte e delle tenebre. Perciò lodiamo il Signore ed esultiamo in lui, cantandogli come inno di lode il triplice Alleluia che in questa Messa sostituisce il graduale, e ascoltando il Vangelo della sua Santa Risurrezione secondo Matteo. Proseguita ancora con esultanza la Pars sacrificalis e distribuita la S. Comunione, cui di solito accede gran parte del popolo in questa solennità così importante, in coro vengono cantati il salmo CL (il salmo laudativo per eccellenza) e il Benedictus (durante il quale vi è l'incensazione dell'altare more solito) che costituiscono il canto delle Lodi, omesse insieme al Mattutino per via di questa celebrazione, che fanno concludere ancora una volta nella gioia questa celebrazione, un gioia che non ha pari per il Cristiano.

SVRREXIT DOMINVS VERE, ALLELUIA!


Rito Bizantino

Addobbata già la Chiesa, la Veglia Pasquale di
rito bizantino inizia invece con l'Ufficio della Mezzanotte, con il sacerdote in epitrachilion nero, e viene cantato il Canone del Grande Sabato che si era già cantato a Mattutino, di Marco di Idra e Cosma monaco, incentrato sulla sepoltura e la discesa agli Inferi di Cristo, ma con chiara la visione della sua Risurrezione. Dopo l'Apolytikio già pienamente gioioso e il congedo, inizia il Rito della Risurrezione, spente tutte le luci all'interno del santuario e cantato un tropario appropriato che parla delle tenebre, condizione dell'umanità prima che Risorgesse il Cristo, luce viva e vera. Infatti, il sacerdote esce dalle porti regali con in mano un tricerio e canta il Δεῦτε, λάβετε φῶς!, al cui tutti i fedeli accendono le proprie candele. Anche nel rito bizantino vi è dunque il rito del lucernario, segno dell'antichità del medesimo. Intanto, si dispongono il Santo Vangelo e l'incenso, e viene cantata la Risurrezione secondo Marco (secondo Matteo in alcune tradizioni).

A questo punto, il sacerdote, ricoperto di tutti i paramenti sacri di colore rosso, incensando il Vangelo e l'Icona del Salvatore, dà inizio al Mattutino della Risurrezione, al canto dell'Ἀναστήτω ὁ Θεός. Spesso, questo avviene durante una processione (soprattutto nell'uso russo), nella quale viene portata in giro la luce che Cristo ha donato agli uomini risorgendo. Giunto davanti alle porte della Chiesa, nella tradizione costantinopolitana, si officia l'aἆρατε πύλας: il sacerdote bussa con la Croce alla porta intonando il salmo XXIII, con cui gli viene risposto da dei cantori rimasti all'interno Τὶς ἐστὶ ὁ βασιλεύς τῆς δόξης, e il sacerdote risponde magnificando il Signore forte e potente. A questo punto tutti entrano in Chiesa e ha inizio il Canone della Risurrezione, di San Giovanni Damasceno, un canto di estrema letizia a Cristo, che risorge dai morti come aveva detto, ci dà una bevanda nuova di vita eterna, illumina i cieli e la terra, lui, vittima perfetta e purificazione del suo popolo, sole di giustizia e gloria di Dio, colui che libera i prigionieri dell'Ade e apre le porte del Paradiso, lui veramente Dio e veramente uomo, che con la sua Risurrezione ha offerto vita ai caduti, pace agli apostoli, gioia alle mirofore.
Dopo l'Ikos delle donne mirofore, si fa solenne memoria della Vivificante Risurrezione del Salvatore come sinassario, e indi si cantano ancora degli stichi a Cristo, disceso solo per combattere l'ade e ritornato vittorioso, adorandone la sua benedetta Risurrezione, con cui ha dato salvezza al mondo intero. L'evento è di una tale gioia, ben espressa dai canoni poetici dei riti orientali, che le anime dei fedeli non possono che magnificare il Risorto, illuminarsi della sua luce e abbeverarsi alla fonte della sua grazia, data attraverso il Sacrificio e la Pasqua nuove del Vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo!
Dopo l'exapostilarion e le lodi che inneggiano ovviamente ancora alla Risurrezione e all'economia salvifica di Dio, morto come un mortale e risorto il terzo giorno distruggendo la morte, Pasqua d'incorruttibilità e salvezza del mondo. il popolo si scambia gioiosamente abbracci di pace, mentre il Sacerdote prende il Vangelo ed esce con esso per farlo baciare ai fedeli, con rinnovata letizia data dall'aver udito il Trionfo del nostro Dio. Al posto della predica, si legge la Catechesi Pasquale di San Giovanni Crisostomo, un capolavoro di omiletica sul significato della Pasqua.

Inizia quindi la Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, la Divina Liturgia Eucaristica forse più lieta di tutto l'anno, in cui il popolo si accosta devoto e lieto alla Santa Comunione, perché in questa notte il Sacrificio è ricordato insieme alla Risurrezione, sono dispersi i nemici di Dio, abbattute le potenze degl'Inferi, è magnificata la Vittoria di Dio. Non si canta il Trisagio, ma Quanti siete stati battezzati in Cristo, di Cristo vi siete rivestiti: Alliluia! Dopo l'epistola, sostituita per verità da una lettura dagli Atti, viene letto il Santo Vangelo secondo Giovanni, per l'esattezza quello della Natività (il Prologo), ma che essendo un capolavoro teologico che tratta in poche righe l'intera economia divina avvenuta mediante il Verbo, ben si adatta anche a questa occasione.

Cristo è risorto, cessi ogni amarezza, Cristo è risorto, ci ha donato la vita! Cantiamo a lui il tropario della Risurrezione, magnificando il Nostro Dio che ha tanto esaltato il suo Figlio donandoci la sua grazia:

Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν, θανάτῳ θάνατον πατήσας, καὶ τοῖς ἐν τοῖς μνήμασιν ζωήν χαρισάμενος.
Cristo è risorto dai morti, morendo ha distrutto la morte, e a quelli nei sepolcri ha donato la vita.

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