venerdì 7 luglio 2017

SS. Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi

Isti sunt * viri sancti facti amíci Dei, divínæ veritátis præcónio gloriósi: linguæ eórum claves cæli factæ sunt.
(Antiphona ad Magnificat)


I due santi nacquero nel VIII secolo a Tessalonica, nella famiglia di alto lignaggio nobiliare: il nonno  paterna era un uomo molto conosciuto e considerato alla corte bizantina, ma tuttavia sembra essere caduto in disgrazia, poiché fu probabilmente esiliato a Tessalonica dove morì. Suo figlio, Leone, padre di Cirillo e Metodio, fu comandante militare del thema di Tessalonica.
Entrambi i fratelli ricevettero un'eccellente ma diversa formazione: Crillo fece una brillante carriera nell'ambito dell'amministrazione e della gestione finanziaria, aiutato in questo da alcune raccomandazioni fatte da un loro amico, il logoteta (carica che prevedeva la gestione del fisco imperiale) ed eunuco Teofrasto. Cirillo invece manifestò sin da giovane una spiccata tendenza al raggiungimento della sapienza, alla spiritualità, ed al lodevole impegno negli studi religiosi,componendo ancora da giovane un particolare poema celebrativo dedicato a Gregorio il Teologo, santo a cui fu legato da tenacissima e tenera devozione per tutta la vita.Splendode prospettive si proponevano anche dinnanzi a Cirillo: oltre che ad aver studiato cin il futuro imperatore Michele III dal futuro Patriarca Fozio I e dal Leone Matematico, diventa in breve tempo diacono del succitato patriarca e il capo  bibliotecario di Costantinopoli (alcune fonti affermano che sarebbe stato il segretario particolare di Fozio, ma sarebbe improbabile che la sua giovane età gli avrebbe permesso di adempire con efficienza a tale dovere). Dopo un periodo di crisi spirituale, durante la quale Cirillo sparisce e viene ritrovato solo sei mesi dopo in un monastero dai legati patriarcali, nel 851 viene mandato del corte del califfo saraceno, probabilmente l'abasside Mutawaqil'.Nel 860, redito, raggiunge assieme ad alcuni amici e discepoli il monastero Polichron, dove era priore Metodio, sull'Olimpo minore.
Un'altra missione viene assegnata a Cirillo nel 860,quando per dimostrare la superiorità del cristianesimo sul giudaismo e sull'Islam al khanato è mandato nel Pre-Caucaso, dove però fallisce nella missione a causa del rabbino, che fece scontrare l'imam con Cirillo. Tuttavia, nell'andare, i due fratelli compirono un'impresa straordinaria che andava ben piu in la dei tentativi di conversione di una provincia.Si imbatterono, infatti, sui resti mortali di papa S. Clemente, ritrovati da loro a Chersoneso e successivamente recapitati a Roma, opera non solo di semplice devozione ma di grande rilievo politico, considerando l'insieme delle rovinose e complicate dinamiche che stavano allontanando sempre piu la pars orientalis dalla pars  occidentalis. Nel momento della restituzione delle reliquie, come resultato del colloquio tra il papa Adriano II e i due santi venne istituito il rito glagolitico, un rito liturgico ufficiale celebrato in una delle lingue che non faceva parte delle tre "classiche" (ebraico, latino e greco). Al ritorno Cirillo muore, nel 869.
Dopo molte vicissitudini legate all'ostilità del governo tedesco che prese in quel momento il sopravvento in Moravia, dopo 3 anni di prigionia a Raichenau ed un ulteriore attacco subito addiritturadinnanzi al papa, sì violento che necessitò una bolla papale per assicurare la celebrazione glagolitica, Metodio muore nel 885.

Sulla morte santa di Cirillo, leggiamo dalla sua venerabile Vita:
   
Costantino Cirillo, stanco dalle molte fatiche, cadde malato e sopportò il proprio male per molti giorni. Fu allora ricreato da una visione di Dio, e cominciò a cantare così: Quando mi dissero: «andremo alla casa del Signore», il mio spirito si è rallegrato e il mio cuore ha esultato.
    Dopo aver indossato le sacre vesti, rimase per tutto il giorno ricolmo di gioia e diceva: «Da questo momento non sono più servo né dell'imperatore né di alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto ed esisterò in eterno. Amen».
    Il giorno dopo vestì il santo abito monastico e aggiungendo luce a luce si impose il nome di Cirillo. Così vestito rimase cinquanta giorni.
    Giunta l'ora della fine e di passare al riposo eterno, levate le mani a Dio, pregava tra le lacrime, dicendo: «Signore, Dio mio, che hai creato tutti gli ordini angelici e gli spiriti incorporei, che hai steso i cieli e resa ferma la terra e hai formato dal nulla tutte le cose che esistono, tu che ascolti sempre coloro che fanno la tua volontà e ti temono e osservano i tuoi precetti; ascolta la mia preghiera e conserva nella fede il tuo gregge, a capo del quale mettesti me, tuo servo indegno ed inetto.
    Liberali dalla malizia empia e pagana di quelli che ti bestemmiano; fa' crescere di numero la tua Chiesa e raccogli tutti nell'unità.
    Rendi santo, concorde nella vera fede e nella retta confessione il tuo popolo, e ispira nei cuori la parola della tua dottrina. È tuo dono infatti l'averci scelti a predicare il Vangelo del tuo Cristo, a incitare i fratelli alle buone opere ed a compiere quanto ti è gradito.
    Quelli che mi hai dato, te li restituisco come tuoi; guidali ora con la tua forte destra, proteggili all'ombra delle tue ali, perché tutti lodino e glorifichino il tuo nome di Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen».
    Avendo poi baciato tutti col bacio santo, disse: «Benedetto Dio, che non ci ha dato in pasto ai denti dei nostri invisibili avversari, ma spezzò la loro rete e ci ha salvati dalla loro voglia di mandarci in rovina».
    E così, all'età di quarantadue anni, si addormentò nel Signore.
    Il papa comandò che tutti i Greci che erano a Roma ed i Romani si riunissero portando ceri e cantando e che gli dedicassero onori funebri non diversi da quelli che avrebbero tributato al papa stesso; e così fu fatto.


Leggiamo i meravigliosi inni che il Breviario Romano assegna a quest'importante festa:

Ad Laudes

Lux o decóra pátriæ
Slavísque amíca géntibus,
Salvéte, fratres: ánnuo
Vos efferémus cántico.

Quos Roma plaudens éxcipit,
Compléxa mater fílios,
Auget coróna prǽsulum
Novóque firmat róbore.

Terras ad usque bárbaras
Inférre Christum pérgitis;
Quot vanus error lúserat,
Almo replétis lúmine.

Noxis solúta péctora
Ardor supérnus ábripit;
Mutátur horror véprium
In sanctitátis flósculos.

Et nunc seréna Cǽlitum
Locáti in aula, supplici
Adeste voto: Slavicas
Servate gentes Numini.

Erróre mersos únicum
Ovíle Christi cóngreget;
Factis ávitis ǽmula
Fides viréscat púlchrior.

Tu nos, beáta Trinitas,
Cælésti amore cóncita,
Patrúmque natos ínclita.
Da perséqui vestígia.
Amen.

O splendor di vostra patria,
o luce amica dei popoli Slavi,
salve, o fratelli: v'innalziam
l'annuale cantico.

Roma v'accoglie plaudendo,
qual madre che i figli abbraccia,
vi cinge la corona di vescovi,
e vi riveste di forza novella.

Fin nei paesi barbari
andate a far conoscer Cristo;
quanti aveva il vano errore ingannato,
voi riempite di luce vivifica.

Sciolti i cuori dai vizi,
vi prende l'ardor celeste;
l'orror dei rovi mutasi
in fiori di santità.

Ed ora che siete fissati
nella serena corte del cielo,
accogliete il nostro supplice voto:
I popoli Slavi a Dio conservate.

Gli immersi nell'errore
riunisca l'unico ovile di Cristo;
emula degli antichi fasti,
la fede fiorisca più bella ognor.

Tu, Trinità beata,
c'infiamma d'amor celeste,
e le nobili vestigia dei padri
dà di seguir ai figli.
Amen.


Ad Vesperas
édibus cæli nítidis recéptos
Dícite athlétas géminos, fidéles;
Slávicæ duplex columen decusque
Dícite gentis.

Hos amor fratres sociávit unus,
Unaque abduxit pietas erémo,
Ferre quo multis célerent beátæ
Pígnora vitæ.

Luce, quæ templis súperis renídet,
Bulgaros complent, Móravos, Bohémos;
Mox feras turmas numerósa Petro
Agmina ducunt.

Débitam cincti méritis corónam,
Pérgite o flecti lácrimis precántum;
Prisca vos Slavis opus est datóres 
Dona túeri.

Quæque vos clamat generósa tellus
Servet ætérnæ fidei nitórem:
Quæ dedit princeps, dabit ipsa semper
Roma salútem.

Gentis humánæ Sator et Redémptor,
Qui bonus nobis bona cuncta præbes,
Sint tibi grates, tibi sit per omne
Glória sæclum.
Amen.

I due atleti ricevuti nelle fulgenti
sedi del cielo cantate, o fedeli;
le due colonne, cantate, la gloria
della nazione slava.

Uno stesso amore riunì questi fratelli,
una stessa pietà li trasse dall'eremo,
portare a molti i pegni
della vita beata.

Della luce che risplende nei templi superni
riempiono i Bulgari, i Moravi, i Boemi;
e di queste torme selvagge tosto a Pietro conducono
numerose schiere.

Cinti della corona ai vostri meriti dovuta,
lasciatevi piegare dalle lacrime di chi vi prega;
è necessario che gli antichi doni agli Slavi largiti
voi custodiate.

E che la terra generosa che v'invoca
conservi eternamente la purezza della fede:
e quella Roma, che prima ha dato la salvezza,
la darà pur sempre.

Creatore e Redentore del genere umano,
che benigno ci concedi sempre tutti i beni,
a te siano le grazie, a te sia
la gloria in ogni tempo.

Amen.

Quanto meravigliosamente questi testi esprimono il profondo desiderio dell'unitatis redintegratio, della ricomposizione dell'antico scisma, della ricostituzione di quell'unità tanto salutare per ambo le parti della Cristianità! Quanta luce potrebbe venire dall'Oriente, quanta devozione, quanta ricchezza! Preghiamo i Ss. Cirillo e Metodio perchè, come noi da tempo ci auguriamo, svelati a noi i tesori di liturgia e pietà dell'Oriente, ritrovata quella vita pubblica cristiana da tempo scomparsa in Occidente, presto potremo tornare ad essere un unico ovile per un solo pastore, la sola Chiesa Santa, Cattolica e Apostolica, con Pietro e sotto Pietro.

Omnípotens sempitérne Deus, qui Slavóniæ gentes per beátos Confessóres tuos atque Pontífices Cyríllum et Methódium ad agnitiónem tui nóminis veníre tribuísti: præsta; ut, quorum festivitáte gloriámur, eórum consórtio copulémur. Per Christum Dominum nostrum.

Ad Majorem Dei Gloriam!

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