domenica 3 novembre 2019

Quei "tradizionalisti" che odiano la liturgia e il prossimo

Ho avuto più volte modo di lamentarmi su queste pagine di quei "tradizionalisti" che, nei loro scritti, nelle loro parole, o nella prassi, dimostrano un odio profondo nei confronti dell'autentica liturgia e del suo spirito: tale odio appare chiaro quando si sostiene che una messa bassa sarebbe più conveniente di una messa solenne, quando si tralascia volutamente l'osservanza delle rubriche, quando si afferma essere la liturgia meno importante della proclamazione della dottrina... Questi tradizionalisti odiatori della liturgia possono essere paragonati agli "infiltrati" di cui parla S. Giuda Taddeo nella sua Epistola, gente che non porterà credito veruno né accrescimento di Fede al mondo tradizionale, ma che anzi lo danneggia e lo allontana dall'insegnamento dei Padri.

Tuttavia, nel momento in cui quest'odio (è quasi buffo parlarne mentre il parlamento italiano ha approvato l'istituzione di un'inconsueta commissione parlamentare contro l'odio e le discriminazioni, intese in senso chiaramente parziale e politico) ha travalicato i confini dell'umano rispetto, manifestandosi nella prassi ormai tristemente consueta dell'attacco anonimo online, è opportuno parlare: propter justitiam non tacebo, per parafrasare il profeta.

Recentemente, nell'ambito del pellegrinaggio romano del Populus Summorum Pontificum, presso la parrocchia urbana della Trinità dei Pellegrini (del cui clero e del cui servizio conservo stima immutata), in occasione della festa di Cristo Re, è stato celebrato un solenne Pontificale al faldistorio da parte del vescovo di Frejus e Tolone mons. Domenico Rey. Orbene, nel corso delle cerimonie, sono stati commesse due omissioni (di queste almeno ho avuto contezza, non avendovi preso parte): l'ingresso del vescovo è avvenuto con l'abito piano (c.d. filettata) e non in abito corale [1], e non sono stati impiegati i sandali e i calzari [2]. Tali errori possono essere stati commessi per ragioni indipendenti dalla volontà e dalla possibilità degli organizzatori: non si vuole certo incolpare alcuno di loro se il vescovo si è presentato alla porta con l'abito piano anziché con quello pavonazzo. Tuttavia, una buona regola insegna che quando si commette un errore (una semplice indagine statistica dimostrerà che è impossibile che, specialmente in una funzione complessa, non ci sia una dimenticanza, uno svarione...), e massime quando l'errore non dipende dagli organizzatori, di questo non si devono pubblicare immagini. Infatti, quando si pubblicano delle foto contenenti degli errori, significa che questi non vengono considerati errori, ma tutt'al più dettagli di secondaria importanza (questa idea è molto diffusa purtroppo tra i tradizionalisti, non essendo inconsueti nel mondo "tradizionale" i pontificali senza sandali e calzari: ma si vedano le note 1 e 2), e si può tranquillamente dire ai quattro venti di averli commessi con leggerezza: non si tratta più di commettere un errore, sibbene di avallare un errore e perseverare nell'errore. Ma errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Nella fattispecie, una immagine che rendeva patente uno dei due errori (segnatamente l'assenza di abito corale) è stata pubblicata dal blog Messa in Latino nel proprio servizio fotografico del Pontificale (vedasi qui, la decima immagine, ove dal tipo di mozzetta, di fascia, e di croce pettorale facilmente ciò s'intuisce). Invito a leggere però i commenti sottostanti, perché da questi emergeranno proprio i tipi di "tradizionalisti", rigorosamente anonimi, odiatori del prossimo e della liturgia.

Un caro amico e socio del nostro Circolo, difatti, che ama firmarsi come Liturgista, titolo più che spettantegli data la vastità delle sue conoscenze in materia, difatti, ha commentato, con l'intento non troppo velato di suggerire agli organizzatori di levare la foto incriminata, che potrebbe accusarli (a sproposito?) d'avallare lo sbaglio:

Dalla decima foto appare chiaramente che S.E. mons. Rey non ha fatto l'ingresso in abito corale come prescritto dal Cerimoniale, bensì in abito piano, c.d. filettata (si intuisce dal tipo di mozzetta, di fascia, e di croce pettorale). Chiaramente questo errore può non essere dovuto agli organizzatori della funzione, ma al vescovo che -come la quasi totalità dei vescovi odierni- non ha ben chiaro cosa sia e perché esista l'abito di coro. Però, quando si commettono errori (specialmente se non per colpa propria), bisognerebbe evitare di metterne foto.

La buona intenzione del nostro collega è testimoniata da due suoi altri commenti ad esso apposti:

Gli errori capitano sempre e spesso indipendentemente dalla propria volontà (come in questo caso). Non è un dramma. Però è buona norma non mostrarli in foto, altrimenti si potrebbe pensare che gli organizzatori li avallino.

Inoltre, domando: mons. Rey aveva i sandali e i calzari? So per certo che li aveva al Pontificale in S. Pietro (e questa è già ottima cosa perchè in passato spesso non si sono usati); se anche qui li ha indossati (come presumo visto il servizio generalmente attento della Trinità, nonostante qualche scelta discutibile come le balaustre francesizzate), i miei complimenti. [3]

Se un amministratore del blog, tal Roberto, ha con garbo segnalato che a suo parere questo problema (come probabilmente quello dei calzari se si fosse qui sollevato) era una banalità che non inficiava in alcun modo il Pontificale (ancora vedansi le note 1 e 2), soggiungendo che mons. Rey sarebbe pure stato da lodare per aver indossato la filettata, dacché la maggior parte dei vescovi francesi vestirebbe "in clergyman se non addirittura in abiti "laici", e questo anche durante le conferenze episcopali francesi" [4]; molto più accesa è stata l'accusa, in due tempi, di un sedicente anonimo:

Ma dove vivete? Nella Francia di Luigi XVI?
Fuori stanno affondando la Chiesa e pensate ai pizzi, merletti e filettati? Uscite dai pizzi e merletti e preparate le armi! Robe da pazzi...
[...]
Sto dicendo che nei tempi oscuri che stiamo vivendo, tra apostasia generale e bestemmie contro Dio, leggere certi commenti basati sul NULLA mi fanno NAUSEARE e avvallano (sic) chi dice che i tradizionalisti pensano solo ai "pizzi e merletti" piuttosto che combattere la nefasta battaglia progressista e conciliare!
Quelli dei salotti della sagrestia degli Istituti Ecclesia Dei che collezionano abiti prezioso e fanno battutacce sul Papa, ipocrisia e vanagloria!

E benché la risposta del nostro amico fosse improntata alla maggior cortesia, nonostante qualche doverosa correzione formale:

Anonimo delle 11.05, cui le mie osservazioni disgustano perchè avallerebbero (con una v) le posizioni dei critici della liturgia tradizionale e non combatterebbero la nefasta (setta? schiera? Battaglia ha poco senso messa qui): dei pizzi e dei merletti mi importa francamente poco; m'importa che le rubriche siano correttamente seguite. Ma a chi preferisce una messa bassa purchè ci sia la predica infuocata contro i conciliari queste cose non entrano in testa. Per sua informazione io non colleziono abiti (paramenti?) preziosi e non faccio battute sul Papa (di cui m'importa francamente poco); peraltro non son membro di Istituti ED, e lavoro in università, senza frequentar salotti.

Questa la molto meno cortese replica dell'anonimo:

I suoi commenti che leggo ogni volta riguardano sempre e soltanto pizzi e merletti su ogni celebrazione. Mai un'opinione sul nefasto conciliabolo o sull'attuale occupante della sede petrina molto piú intelligente e interessante. Evidentemente la fede per lei si riduce soltanto a Lady Oscar e Maria Antonietta assieme al cardinale Richielieu (sic)...

Ora, al di là del fatto che "pizzi e merletti" venga usata come astratta categoria comprendente ogni sorta di sensato giudizio sulla liturgia (che va alla sostanza, non all'apparenza!), anche quando non si parla affatto di pizzi e merletti (e bisognerebbe parlarne, peraltro in modo un po' anticonvenzionale, nella misura in cui per esempio il camice con un pizzo che non sia un piccolo orlo rappresenta un'incongruenza storica e simbolica con la veste sacrificale ch'esso rappresenta), e al di là dell'illogico accostamento di un personaggio di fantasia, una real donna del tardo secolo XVIII e un uomo di Chiesa vissuto centocinquant'anni prima, qui si è in presenza di due gravi prese di posizione: 1) ritenere del tutto secondaria se non inutile la precisione liturgica, preferendovi dichiaratamente un'opinione (presumibilmente polemica) sul "nefasto conciliabolo e l'attuale occupante della sede petrina" [5], che spesso si riduce al trito e ritrito, se non all'insulto; 2) insultare pesantemente e temerariamente la fede altrui, di persona che non si conosce: tale atteggiamento non appare essere molto cristiano...

Il nostro collega, sappiamo di sua voce, aveva poi scritto un commento in risposta alle accuse di questo anonimo; un commento fin troppo garbato, dacché si limitava a spiegare d'essere personalmente esperto di liturgia e di voler offrire il suo aiuto in questo campo, ma d'essere parimenti pronto a discettare sulla disputa palamita o sul monachesimo, qualora si volesse una prova della "rotondità" della sua Fede. Tale commento non è stato pubblicato [6], ma è stata pubblicata (peraltro duplicato) la postilla di un ulteriore sedicente anonimo:

Che rottura ... leggere gli inopportuni interventi di un alineato (sic) che si firma Liturgista.
Qualche volta la redazioni operi un salutare taglio degli interventi per NON leggere quelli vomitevoli che danno disdusto (sic) come quello di Liturgista ( un fake ??? un provocatore modernista ??? )

Non sappiamo se il suddetto anonimo intendesse dare dell' allineato (a chi? a che cosa?) o dell' alienato al nostro amico, consocio, stimato liturgista e apprezzato studioso nel proprio Ateneo, che quindi testiamo non essere un fake, bensì persona nient'affatto provocatrice e tanto meno modernista, che fu frequentatore assiduo della liturgia tradizionale e apologeta della stessa avanti alle riforme liturgiche. Oggi, per inciso, frequenta la liturgia bizantina, proprio per l'ambiente ostile e insensibile alla liturgia che egli dice di aver trovato nella quasi totalità dei circoli tradizionalisti.

Poi ci stupiamo se taluni, dopo aver veduti ingiustamente bollati i propri contributi come vomitevoli disgustosi (purtroppo, non è la prima volta, anche se la violenza qui espressa è inaudita), si convincono che il "tradizionalismo" cattolico sia rappresentato da un gruppuscolo di polemisti violenti e odiatori, e non da difensori dell'autentica Tradizione cristiana, e pertanto decidono di ricevere il Battesimo nella Fede Ortodossa sulla Santa Montagna... Che dire, sembra che certi "tradizionalisti" facciano di tutto per convincere della bontà di questa scelta...

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NOTE

[1] L'abito cosiddetto piano (volgarmente "filettata" per via del filetto di seta di colore differente) è stato introdotto da Pio IX contestualmente all'obbligo di indossare sempre la talare per i preti, peraltro con grande resistenza da parte del clero, come abito "da esterno" per i prelati. Quest'imposizione può pensarsi in termini di contrapposizione col potere laico, nell'ottica ultramontana dell'epoca; in precedenza, il clero vestiva il cosiddetto abito corto (habitus curtis, abito di corte), composto di giacca, gilet e culottes, e non la veste corale che invece era obbligatorio indossare in chiesa e per assolvere alle funzioni del proprio stato religioso. Come tale, l'unico abito che storicamente e liturgicamente parlando ha una funzione è l'abito di coro, in cui ogni dettaglio (dalla mantelletta alla berretta, dalla fascia alla croce pettorale, dal rocchetto alla cappa magna se indossata) ha un significato simbolico preciso. Prima di Pio IX l'abito da coro non era uniforme come oggi lo abbiamo presente: i vescovi facenti parte di congregazioni religiose indossavano la veste del colore del proprio abito religioso, però coi segni distintivi episcopali. In ogni caso, l'abito di coro post-Pio IX (la cosiddetta paonazza) mantiene tutte le caratteristiche che lo rendono una veste liturgica. L'abito piano invece è una veste civile: da un punto di vista strettamente liturgico, presentarsi in abito piano, in clergyman o in abito laicale è indifferente, perché non sono vesti liturgiche e quindi dimostrano un disprezzo per la liturgia.
[2] Secondo l'insigne liturgista del XIV secolo Guglielmo Durando (cfr. G. DURANDO, Rationale divinorum officiorum III, 8), i sandali e i calzari rappresentano l'osservanza da parte del Vescovo, successore degli Apostoli, del mandato di Cristo ai Dodici: Euntes docete omnes gentes; infatti, S. Paolo agli Efesini spiega che essi dovranno predicare il Vangelo calceati pedes calceamentis virtutum. Questo è ricordato anche dalla preghiera che il vescovo recita mentre un suo famiglio glieli calza (in praeparationem Evangelii). Simbolicamente, dunque, rifiutare di indossare i sandali e i calzari significa rifiutare il mandato divino della predicazione della verità cristiana. Potrebbe sembrare (a una mente modernista) una ridicola esagerazione: ma questo giudizio è palesemente inficiato di razionalismo, poiché invece per una mentalità simbolica come quella antica e medievale il collegamento tra l'omissione del simbolo e il rifiuto del significato è immediato e palese!
Potrebbe sembrare un dettaglio di secondaria importanza: ma inviterei dunque i tradizionalisti che fanno ben volentieri Pontificali senza sandali ("non si poteva far saltare il Pontificale perché non si avevano i sandali" mi fu detto in un'altra discussione su un Pontificale col Card. Sarah), a provare a fare un Pontificale senza mitria. Tutti si scandalizzerebbero, ma sarebbe un'omissione di identica entità di quella dei sandali; o forse l'assenza della mitria fa saltare il Pontificale ma quella dei calzari no? Il fatto che la mitria si veda e i sandali no, non costituisce affatto un buon motivo: omettete la stola allora, tanto non si vede...
[3] Come detto, in realtà non sono stati usati al Pontificale a Trinità.
[4] Verrebbe da chiedersi cosa ciò azzecchi col discorso liturgico: come ben spiegato alla nota 1, la veste liturgica e la veste quotidiana sono cose assolutamente distinte, e il fatto che siano entrambe sottane non le rende interscambiabili. Che un vescovo vada alle conferenze episcopali in giacca e cravatta, in camicia, in clergyman o in filettata, per quanto alcune scelte possano essere più opportune di altre, non attiene in nessun modo alla liturgia di cui qui si parla!
[5] Si noti il cripto-sedevacantismo, nemmeno troppo occultato.
[6] Tale era la situazione alla data di compilazione del presente articolo (1° novembre). Apprendiamo essere stato in seguito pubblicato; tuttavia si noti che, quantunque scritto dal nostro in data 31 ottobre, risulta esser stato pubblicato alquanto dopo il commento seguente, scritto in data 1° novembre.

5 commenti:

  1. Quest'anonimo, di cui suppongo un'appartenenza alla FSSPX, non fa che rappresentare in maniera estrema l'atteggiamento di una grande parte dei "tradizionalisti", per cui la liturgia, sempre che non sia né Novus Ordo né bizantina, è semplicemente una sorta di distributore automatico die Grazie. Niente che non ci sia ormai noto, ma la brutalità di questi interventi mi stupisce.

    Poi sono questi stessi ad attaccare pure coloro che, anni fa, difendevamo i vecchi riti della Settimana Santa...

    La prego di trasmettere al suo collaboratore le mie congratulazioni per il suo intervento e anche le mie preghiere.

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  2. Riferirò volentieri il suo sostegno.

    Sullo stesso blog "Messa in latino" qualche giorno dopo uno degli autori pubblicò una riflessione in cui rimproverava a certi gruppi tradizionalisti di essere chiusi in se stessi, perché non avevano partecipato al pellegrinaggio romano del Summorum Pontificum. Posto che non vedo come questo possa essere criterio per giudicare aperto o chiuso un gruppo, e che ho conosciuto gente che a quel pellegrinaggio c'è andata per qualche anno e poi ha smesso perché ha notato gli oggettivi problemi liturgici e organizzativi; un (manco a dirlo, anonimo) commentatore ha soggiunto:

    "Che vi siano dei circoli liturgici tradizionali ' chiusi' è una realtà negativa, nociva alla tradizione poiché sono spesso ancorati, polemicamente, alla liturgia precedente il Messale del 1962,che ebbe, purtroppo, una brevissima vita, in cui il popolo era totalmente assente senza seguire e capire cosa il sacerdote stesse facendo".

    Cioè, segno di chiusura sarebbe difendere l'autentica liturgia romana a fronte delle riforme del '62! Ma, secondo tale anonimo, addirittura nella tradizione romana che va dall'età gregoriana agli anni '50 "il popolo era totalmente assente senza seguire e capire cosa il sacerdote stesse facendo". Poi sarebbero arrivati Pio XII e Giovanni XXIII e -miracolo!- tutti hanno capito tutto! Ma non lo dicevano anche i novatori: prima si sbagliava, è arrivato il Concilio e allora si è capito tutto?

    Se non fosse tragico che questa mentalità sia diffusa nel mondo tradizionale, sarebbe da riderci sopra...

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  3. Essendo sincero, non riesco a capire il rationale del commento da Lei riportato. Sembrerebbe che quest'uomo non capisce né la storia e la spiritualità liturgica né le proprie dinamiche della galassia tradizionalista, che vede di solito nel Barocco il culmine del rito romano. Eppure non sorprende...

    Questo genere d'interventi alla fine non fa che rendere conto della schizofrenia in cui vive una gran parte del tradizionalismo cattolico. E lo stesso succede col pellerinaggio: quand'io stesso divenni tradizionalista (proprio a Venezia) c'era chi faceva questo genere di critica, poiché vedeva nel "SP" un segno di aderenza al papa; poi altri lo respingevano sulla base del reale o presunto modernismo del Vescovo di Roma (allora Benedetto).

    Tutto ciò non fa che dimostrare la senda ideologistica che questo movimento sta prendendo da molti anni, e che non solo lo rende inutile come "protettore" della Tradizione, ma che finisce per allontanarlo da una prospettiva minimamente cristiana, visto quant'è stato messo da parte l'amore, o semplicemente il rispetto, verso il prossimo.

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  4. Va precisato che ciò che viene indicato nel post come il "pellegrinaggio romano del Populus Summorum Pontificum" in realtà si chiama Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum. E' organizzato dal Coetus Internationalis Summorum Pontificum, un comitato di associazioni cattoliche legate alla liturgia tridentina e alla sua promozione in base al Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto decimosesto. La denominazione "Populus Summorum Pontificum" non è facile intendere a che cosa oggettivamente si riferisca, certamente non può esaurire tutti i cristiani di rito latino che liberamente possono usufruire della liturgia romana antica (c.d. forma straordinaria). Rischia di avere una connotazione ideologica - come icasticamente scrive il sig. Ἰουστινιανός indicandone giustamente i danni che comporta alla tradizione e alla Chiesa -, o meglio partitica ovvero di parte, sull'onda dei vari popoli di questo e di quello che si sono presentati anche sulla scena politica italiana (e il Populus Summorum Pontificum pare solo all'Italia si riferisca. Il pellegrinaggio deve portare i cristiani a pregare sulla tomba di san Pietro alla sua basilica con la celebrazione della liturgia romana tradizionale, il resto ha poco senso e fa danno. Proprio per questo ha avuto ben ragione il sig, Liturgista a contestare gli abusi liturgici avvenuti: in cambio ha ricevuto degli ignobili insulti (che la moderazione di quel blog non modera) e ancora peggio la risposta dei responsabili del blog: osservare le rubriche è un optional (perché la politica è più importante?). "Sarete beati quando diranno ogni male di voi per causa mia".

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    1. Denominazione "Populus Summorum Pontificum" che, quantunque non ufficiale e alquanto fraintendibile come ben spiegato dal sig. Paris, continua a essere testardamente usata da alcuni degli organizzatori (vedasi qui: https://populussummorumpontificum.com/category/italiano/)

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