sabato 29 febbraio 2020

La Quaresima Ambrosiana

di Luca Farina

La Chiesa Ambrosiana celebra la Santa Quaresima con tratti estremamente peculiari, che la differenziano nettamente dal Rito Romano e, per alcuni tratti, la avvicinano alle tradizioni orientali.

La differenza più vistosa, nota anche a coloro che non frequentano le Liturgie, è il suo inizio: mentre a Roma, dall'età gregoriana in poi [1], questo tempo inizia con il Mercoledì delle Ceneri, a Milano bisogna aspettare la domenica successiva, detta “in capite Quadragesimae”, di cui si tratterà sotto. La ricerca dell’origine di questo “Carnevale allungato” ha dato origine a molte leggende, come quella per cui i milanesi approfittarono dell’assenza del loro arcivescovo Ambrogio per protrarre i festeggiamenti. In realtà, come è facile intuire, queste spiegazioni, se pur divertenti, sono del tutto prive di fondamento storico, e l’origine è da ricercare in altro: nei primi secoli di vita cristiana, il termine Pascha non era utilizzato per indicare solamente la Dominica Resurrectionis, ma anche i giorni del Triduo, sottolineando l’unità, in termini di economia salvifica, tra la Passione, la Morte e la Resurrezione. Pertanto, se si contano a ritroso 40 giorni comprendendo il giovedì della Settimana Autentica [2] si arriva proprio ad una domenica. Secondo il celebre canonico del Duomo e insigne liturgista Monsignor Moneta Caglio [3], a ciò va aggiunto il fatto che Sant’Ambrogio, e in generale i Padri di quell'epoca, non avevano in mente 40 giorni di digiuno (cfr. nota 1) ma altrettanti giorni di penitenza (che implicano, anche, ma non solo, l’inedia) e, soprattutto, come periodo di tempo più simbolico che effettivo. L’idea, quindi, di fare un calco dei giorni passati nel deserto da Nostro Signore Gesù Cristo è più tarda.

Come inizia, quindi, la Quaresima? Al titolo di “dominica prima quadragesimae” è preferibile quello di “dominica in capite quadragesimae”, come se fosse una porta, cioè qualcosa che permette di entrare pur non essendo ancora completamente dentro. Fino all’episcopato di San Carlo Borromeo, infatti, questa domenica era celebrata in bianco, con Gloria e Alleluja, con una connotazione festiva. I predetti canti di gioia non si erano omessi, a differenza dell'austero costume del rito romano, durante le tre domeniche pre-quaresimali, di importazione romana, pur venendo queste celebrate in morello.
In questa domenica gaudiosa vi era addirittura la tradizione di preparare, come processione offertoriale [4], oltre alla materia del Sacrificio, fiasche di vino, salsicce, prosciutti ed altri tipi da alimenti, con una carnascialesca sfilata dalla chiesa di San Sepolcro. Questo spirito goliardico che andava anche a toccare la Liturgia e non consentiva di prepararsi adeguatamente al giorno successivo, primo giorno di penitenza, venne percepito indecoroso dal Santo aronese, che non esitò ad abolire ogni tratto di festosità, togliendo Gloria e Alleluja e imponendo il colore morello, cosa rimasta fino ad oggi. L’editto, molto severo, puniva, peraltro, coloro che avessero protratto i festeggiamenti nel tempo penitenziale. Questa riforma, seppur dettata da ragioni di morale del tutto condivisibili, ha sicuramente avuto un effetto "tridentinizzante" e non molto tradizionale sulla tradizione rituale di questa domenica.

Messa di una feria quaresimale celebrata in nero
dal compianto mons. Angelo Amodeo (1932-2012)
 Lo spirito quaresimale viene manifestato anzitutto col colore: morello [5] nelle domeniche e nei sabati (con forti richiami battesimali), nero nei giorni feriali.A Milano, infatti, il nero ha significato più che il lutto la penitenza, e solo in seguito, per traslato (remissione per i fedeli defunti) e influenza romana, si è applicato questo colore anche agli Uffici da morto. [6] Sull’onda della romanizzazione selvaggia il nero fu eliminato a seguito della riforma liturgica, ma fortunatamente ripristinato nel 2008 dall’allora Arcivescovo Tettamanzi, seppur in forma facoltativa accanto al morello.

Altro tratto tipico è quello del venerdì aneucaristico. Ogni venerdì di Quaresima è rigorosamente proibito celebrare la Messa, distribuire la Santa Comunione (se non come viatico) e impartire la Benedizione Eucaristica. L’idea di non celebrare nemmeno una “Messa dei Presantificati”, è quella per cui non si celebra il Signore vivo nell’Eucarestia quando se ne commemora la morte. Il padiglione che circonda il tabernacolo, ove presente, viene chiuso [7]. Spesso, tuttavia, si usa l’inesatta definizione di “giorno aliturgico”: ciò è scorretto, poiché è previsto, come sempre, l’Ufficio, con alcune particolarità: nella celebrazione del Vespro è omessa la recita del Magnificat e sono presenti quattro letture veterotestamentarie. Spesso, invece, in molte parrocchie non si celebra nulla di tutto ciò, ma si sostituisce con celebrazioni devozionali quali la Via Crucis (per la quale le disposizioni diocesane caldeggiano l’uso del colore rosso), dando veramente, allora, l’idea di un giorno senza liturgia.

La chiusura del padiglione nel Duomo di Milano

La chiusura del padiglione nella parrocchia di Introbio (LC)

In Quaresima non si celebra nessun Santo, ad eccezione di San Giuseppe (19 marzo) e dell’Annunciazione (25 marzo), ma se queste dovessero cadere nella Settimana Autentica o in quella dell’Ottava si traslano al primo giorno libero (ad esempio, nel 2016 l’Annunciazione sarebbe caduta nel venerdì della settimana autentica e fu traslata al 9 aprile). A partire dalla domenica in capite si coprono le immagini (con facoltà di scoprirle per le suddette ricorrenze).

Le preci litaniche delle
domeniche dispari
Anche l’organo, come da tradizione, tace (anche se, nella prassi recente, è tollerato per sostenere il canto) e viene sostituito dal canto a cappella, o spesso, dall’harmonium (soprattutto nelle chiese di campagna). In epoca barocca si diffuse l’uso di suonare violone e contrabbasso. E’ tradizione (sebbene vi sia chi lo faccia per tutto l’anno) di suonare le campane a morto alle 15 del venerdì.
La domenica, al posto del Gloria, vengono cantate le “preci litaniche”, durante le quali, mentre vengono cantate dal diacono, tutti stanno in ginocchio ad eccezione del celebrante e dei sacri ministri. Costituiscono un modello di ektenia, molto simile a quelle che costellano la liturgia orientale, alle deprecationes degli Ordines Romani e alla preghiera universale del Venerdì Santo romano, a cui si risponde, in maniera alternata per le varie domeniche, Kyrie eleison o Domine, miserere. Il formulario delle domeniche dispari, che principia con le parole Divinae pacis, è estremamente simile alla prima ektenia della liturgia del Crisostomo (che principia Ἐν εἰρήνῃ), e ci sono ragioni fondate per ritenere il testo di questa preghiera uno dei pochi elementi addirittura pre-costantiniani sopravvissuti nella liturgia (tra i quali possiamo citare il Gloria della messa e il Fos Ilaron del Vespro greco), come si può evincere dalla presenza di preghiere per i dannati ad metalla, pena caduta in disuso agl'inizj del IV secolo.

Totalmente sconosciuta, fino alla riforma liturgica, era l’imposizione delle ceneri, che veniva celebrata durante le Litanie triduane (dopo l’Ascensione) [8]. Solo dopo la riforma si è introdotta la pratica su imitazione del rito romano, ma opportunamente collocata al primo lunedì di Quaresima, quasi a ricordarne il valore di antico inizio vero e proprio.

Il cammino quaresimale si avvia verso la fine col sabato in traditione symboli, in cui ai catecumeni era consegnato il Credo, e il giorno successivo si apre la Settimana Autentica.

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NOTE

[1] Il mercoledì delle ceneri compare nell'uso romano solo attorno al VI secolo, in ragione del fatto che, non essendo le domeniche giorni di digiuno (e nemmeno i sabati), per completare un periodo di 40 giorni di pieno digiuno si anticipò di qualche giorno la Quaresima (al mercoledì dopo Quinquagesima a Roma, prassi poi adottata anche nel resto dell'Occidente fuorché a Milano, addirittura al lunedì dopo Quinquagesima nell'oriente bizantino). Nel rito romano è nondimeno marcata in qualche modo la recenziorità di questi giorni aggiunti, poiché sono chiamati "feria v post cineres" etc. e non "feria v in hebdomada I quadragesimae" etc. (anzi la "quadragesimalis observatio" inizierà a essere menzionata solo dalla domenica successiva), si trovano nella parte invernale del Breviario e non in quella primaverile, e adottano gli inni, i versi e i capitoli dell'ufficio infra annum, e non di quello quaresimale.

[2] E' così detta, nella liturgia ambrosiana, quella che in rito romano è detta “settimana santa”..

[3] Monsignor Ernesto Teodoro Moneta Caglio (1907-1995) fu liturgista, musicologo e primicerio del Duomo di Milano

[4] Fino al Concilio di Trento era uso, poi conservatosi solamente per l’Epifania, che fossero i fedeli a portare all’altare la materia per il sacrificio.

[5] Particolare sfumatura del viola, molto scura. Spesso, però, le parrocchie fanno uso di paramenti violacei in tutto uguali a quelli romani.

[6] E' interessante notare che nel mondo bizantino slavo, attorno al XVII secolo, si diffuse l'uso tuttora prescritto dal tipico moscovita di celebrare gli uffici delle ferie quaresimali in nero. Non è ben chiara l'origine di questa prassi, poiché il nero -pur essendo uno dei colori più antichi della liturgia gerosolimitana- non è mai entrato nella prassi costantinopolitana, che ad oggi continua a prevedere due soli colori, il bianco ("paramenti chiari" nel tipico) e il rosso scuro ("paramenti scuri" nel tipico), ancorché nella prassi parrocchiale greca si sia diffuso l'uso dell'azzurro per le feste della Madonna e per le Teofanie (influsso slavo) e del viola per le domeniche e le ferie di quaresima (influsso occidentale). Il tipico moscovita ad oggi eppure prevede l'uso del nero per le ferie di Quaresima e per il Venerdì Santo, e una prassi diffusa lo vede impiegato pure per i funerali, laddove la tradizione bizantina vorrebbe il bianco. Non manca chi, postulando un influsso improbabile ma non impossibile, vede in queste pratiche una contaminazione ambrosiana.

[7] In Lombardia, ma anche nel novarese, è consuetudine porre intorno all’altare maggiore un grande drappo, detto padiglione. Viene agganciato in alto con una corona (che, nel periodo asburgico, imitava, le fattezze del copricapo imperiale) e, in basso, ai due lati, costruendo una specie di triangolo di stoffa, dei varj colori liturgici.

[8] Altra particolarità ambrosiana è quella di celebrare le litanie triduane (l'equivalente delle Rogazioni minori) dopo l’Ascensione, in nero, ad ulteriore conferma della sua primigenia funzione penitenziale. In realtà anche nel resto dell'Occidente ci furono lunghe dispute sull'opportunità di celebrare le litanie penitenziali nel tempo pasquale, che si conclusero sì con l'assegnazione delle litanie ai giorni prima dell'Ascensione, ma senza digiuno.

Bibliografia:

-Acta Ecclesiae Mediolanensis a Sancto Carolo Cardinali S. Praxedis Archiepiscopo condita Federici Cardinalis Borromaei Archiepiscopi Mediolani jussu undique diligentibus collecta Carolo Cajetano Archiepiscopo Cardinali De Gaisruck adprobante edita, Milano, Paolo Pagnoni, 1843;
-M. NAVONI, Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996;
-A. CASCETTA, R. CARPANI, La scena della gloria. Drammaturgia e spettacolo a Milano in età spagnola, Milano, Vita e Pensiero, 1995;
-E.T. MONETA CAGLIO, in Ambrosius: rivista di pastorale ambrosiana, Milano, Centro ambrosiano di documentazione e studi religiosi;
-G. BORGONOVO, Manuale di Liturgia Ambrosiana, Varese, Tipografia Arcivescovile dell’Addolorata, 1953;
-Rivista Diocesana, Boniardi Grafiche, marzo 1936;

lunedì 24 febbraio 2020

Missa pro vitanda mortalitate

Perutilis esse potest sequens Missa tali tempore pestis. Haec Missa dici potest die XXIV Februarii ut votiva privata, paramentis violaceis adhibitis, cum tono feriali si cantus adhibeatur, sine Gl. et Cr. et cum Ben. Dno. in fine, cum comm. vigiliae S. Matthiae, 3a oratio ad poscenda suffragia Sanctorum, et Ultimo Evangelio vigiliae. Dici tamen nequit ut votiva privata in festo S. Matthiae, et per totam Quadragesimam. Ut votiva sollemnis pro re non gravi cani potest etiam in Quadragesima, non autem in feria IV Cinerum, in dominicis et in omnibus festis duplicibus, ut supra, additis tamen commemorationibus sive orationibus de tempore prout dies requirat.

Ut votiva vero sollemnis pro re gravi, tantum ex concessione sive jussu Antistitis, cani potest etiam in Quadragesima, praeterquam feria IV Cinerum, in diebus dominicis et in duplicibus I classis. Quo casu utitur tono sollemni, dicitur Credo, et commemorantur tantum duplicia II classis vel festa Domini, si in kalendariis particularibus aliqua sint.

In dioecesibus ubi ab Ordinario imperatae sunt preces pro vitanda pestilentia, orationes hujus missae dicuntur quotidie post omnes orationes quas officium requirit, non omissis orationibus de tempore, praeterquam in duplicibus I classis et in dominica palmarum.





Santa Comunione e Coronavirus

Con l'esplosione dell'epidemia di Coronavirus anche nel Nord Italia, l'autorità civile è dovuta prontamente intervenire nei centri più colpiti dalla malattia, isolandoli e vietando raduni e attività pubbliche dove i germi si sarebbero potuti diffondere in quantità. Anche l'autorità ecclesiastica, naturalmente, si è mossa, e tuttavia forse non nel modo che si sarebbe detto più congeniale. Rifletteremo qui anzitutto su ciò che ha detto, e poi su ciò che non ha detto.

I vescovi di Lodi, Piacenza, Adria e probabilmente altri hanno emesso ordinanze giusta le quali, per evitare la diffusione del contagio, oltre a omettersi lo "scambio della pace" (Deo gratias), la Santa Comunione è da distribuirsi preferibilmente o unicamente sulla mano. In tale prescrizione, oltreché al favorirsi di una pratica illegittima, si rende manifesta una considerazione piuttosto problematica della Santissima Eucaristia.

Nella mens tradizionale, la materia del pane e del vino, venendo consacrata, si trasforma completamente in qualcosa di divino, cioè nel Corpo e nel Sangue di Cristo. E il Corpo di Cristo, che non conobbe la corruzione del peccato, non può  subire la legge della corruzione come ogni altra materia del mondo o, quanto meno, ne dev'essere particolarmente preservata. Se Cristo è realmente risorto dai morti, vincendo dunque la corruzione della sua materia corporea, perché il pane e vino eucaristici dovrebbero corrompersi come se non fossero stati consacrati? I miracoli eucaristici sono solo una delle molteplici testimonianze di questo: se i corpi dei santi, trasfigurati dalla grazia, sono sovente incorrotti, a maggior ragione lo dev'essere la Santa Eucaristia.

Pensare che il pane eucaristico possa essere vincolo di malattie significa negare la natura incorruttibile del Corpo di Cristo, oppure negare che esso sia realmente il Corpo di Cristo. Così come pensare che i celiaci debbano ricevere del pane a bassissimo contenuto di glutine: non si stanno comunicando a del pane, ma al Corpo di Cristo! Un sacerdote greco mio carissimo amico, pur essendo gravemente celiaco, si comunica ogni domenica con "pane normale", e non ha mai accusato alcun problema: perché comunica non al pane, ma al Corpo di Cristo.

Con queste parole, anni fa, il metropolita Nicola di Mesogaia e Lavreotiki (laureato in astrofisica e ingegneria biomedica ad Harvard e al MIT), ammoniva i fedeli che manifestavano preoccupazione nell'accostarsi alla Divina Comunione per l'eventuale diffusione della malattia (a quel tempo una banalissima influenza, seppur molto virulenta), Comunione che nella prassi orientale è data mediante la λαβίδα (lavìda, il cucchiaino), che tutti mettono in bocca, asciugandosi poi al medesimo purificatoio.

Come potrebbe mai la comunione con Dio essere causa di malattia o pure del danno più lieve? Come potrebbero mai il corpo e il sangue del nostro Signore e Dio inquinare il nostro corpo e il nostro sangue? Come potrebbe mai un’esperienza quotidiana di duemila anni essere negata dal mero razionalismo e dalla fredda superficialità del nostro tempo?

I fedeli – sia sani che malati – hanno ricevuto la santa Comunione per secoli, distribuita dagli stessi cucchiai da Comunione – che non sono mai lavati né disinfettati – e mai niente di sfortunato è successo. I preti che servono negli ospedali, anche in quelli per malattie contagiose, distribuiscono tutti la santa Comunione ai fedeli, quindi consumano i resti del calice con riverenza e tutti godono di lunga vita. La Santa Comunione è tutto ciò che come Chiesa e come popolo abbiamo di sacro. È la suprema medicina per il corpo e per l’anima. Questo è pure l’insegnamento e l‘esperienza della nostra Chiesa.

Tutti quelli che non credono nel miracolo della Risurrezione del Signore, che disprezzano la sua nascita da una vergine, che negano la fragranza emanata dalle sante reliquie, che mostrano disprezzo verso tutto ciò che è santo e consacrato, che cospirano contro la nostra Chiesa e cercano di sradicare la minima traccia di fede dalle nostre anime cercheranno pure naturalmente di usare questa opportunità di insultare il santo mistero dell’Eucaristia.

Sfortunatamente, il problema non è il virus dell’influenza – come i media amano proclamare – né lo è il virus del panico mondiale – sostenuto da interessi medici. Il problema è il virus dell’empietà e della mancanza di fede. E il miglior vaccino è la nostra partecipazione frequente al mistero della santa Comunione, con una coscienza chiara e irreprensibile. (fonte)

Al provvedimento, invece, dei vescovi nostrani, che alla meglio sono sviati dal razionalismo materialista a considerare la materia naturale del pane sopra l'essenza sovrannaturale del Corpo, e alla peggio considerano probabilmente la Comunione come un vincolo di unità puramente umano e non come la partecipazione fisica al Corpo incorrotto, risorto e incorruttibile di Cristo di cui facciamo misticamente parte come membra della Chiesa, si aggiunge quello di svuotare le acquasantiere dell'acqua lustrale: si potrebbe fare un ragionamento analogo, visto che la benedizione dell'acqua è un sacramentale che comunque "divinizza" l'acqua vivificandola per grazia (tant'è vero che durante la solenne benedizione delle acque alla vigilia dell'Epifania il sacerdote si rivolge direttamente all'acqua, appellandola come creatura viva). Nello specifico, è però meno grave della questione dell'Eucaristia, che mette in crisi -seppur subdolamente- un fondamento imprescindibile del Cristianesimo!

Ma veniamo ora a ciò che l'autorità ecclesiastica non ha detto. La lettera del vescovo di Lodi si conclude con una timida esortazione alla preghiera (dice di ricordare nella Messa le 18 parrocchie chiuse perché nell'epicentro dell'epidemia, e invita a dire il Rosario per i malati). Quanto questo atteggiamento è distante da quello che dovrebbe attuare ora la Chiesa: indire pubbliche processioni e messe votive tempore pestis, prescrivere il canto delle litanie e invocare la misericordia divina, anche impegnandosi in voti solenni. Ma, anche per le gerarchie ecclesiastiche e la gran parte della popolazione c.d. "cattolica", la fede ne laScienza™ ha purtroppo sostituito quella in Gesù Cristo...

giovedì 20 febbraio 2020

Lo smarrimento del senso del Sacro

Alcuni fatti accadutimi piuttosto di recente mi hanno portato a riflettere ancora sul problema del Sacro nel mondo contemporaneo, un concetto che pare completamente obliato dalla mente dei più, imbevuti di sterile razionalismo e immanentismo; tale mancanza tuttavia, oltre a costituire un dramma per la stessa esistenza umana, che senza il sacro diventa confinata alla triste ed effimera dimensione terrena, rende le genti d'oggi profondamente lontane dai loro avi, prescindendo in modo piuttosto grave la comprensione della loro mentalità, e dunque delle loro azioni, e in ultima istanza della nostra storia e delle nostre radici.

Qualche mese fa assistei a un seminario riguardante la vexata quaestio dell'ateismo tucidideo, una "leggenda" nata tra i suoi contemporanei, a partire da alcuni passi delle Storie in cui egli pare distaccarsi dalla religiosità popolare (appunto dalla religiosità popolare, non dalla religione, pur parlando ovviamente di quella naturale pagana), e sfociata in una tradizione che vede per suo maestro Anassagora, il filosofo condannato a morte per empietà nell'Atene periclea. Il biografo tardo Marcellino, autore di una Vita Thucididis datata probabilmente al V secolo d.C., scrive infatti: Ἤκουσε δὲ διδασκάλων Ἀναξαγόρου μὲν ἐν φιλοσόφοις, ὅθεν, φησὶν Ἄντυλλος, καὶ ἄθεος ἠρέμα ἐνομίσθη [1]. La storiografia, nei secoli, ha accolto in modo molto vario questa opinione, rivalutando più volte la figura dello storico ateniese; tra gli studi più recenti, quelli di S. Hornblower tornavano a considerare valida la tesi dell'ateismo tucidideo, sottolineando che sempre, ove si presentasse qualche elemento religioso in Tucidide, ciò avvenisse per ironia sulla concezione molto religiosa ("caligine ingombrante del numinoso", la definì sprezzantemente) di Erodoto, dal cui modello storiografico Tucidide si allontana notevolmente. La relatrice, la dott.ssa Paola Schirripa, autrice peraltro di un saggio sugli spazi del sacro in Tucidide, Il tempio, il rituale, il giuramento: spazi del Sacro in Tucidide, edito da Carocci nel 2015, ha abilmente smontato questa teoria, dimostrando che nelle Storie si delinea in modo chiaro, e condiviso dall'autore almeno a livello valoriale se non in foro interno, un piano del Sacro, con i suoi tempi, i suoi luoghi i suoi riti.

Se ho personalmente molto apprezzato la preparazione della relatrice, nonché l'interesse e l'efficacia delle sue argomentazioni per quanto concerne la materia storiografica, un fatto mi ha colpito molto negativamente. Tanto la conferenziera quanto i presenti che sono dipoi intervenuti in sede di dibattito, hanno dimostrato, nei loro interventi, di parlare del Sacro, dei suoi ritmi, dei suoi spazi, quasi come qualcosa di alieno, appartenente a un'altra civiltà, o almeno a un'altra epoca, e non come un'esperienza comune e necessaria per tutta l'umanità lungo tutta la Storia, come invece effettivamente è. Durante il seminario, non rammento in quale intervento, ho registrato queste parole: "La religione antica è un'esperienza continua del Sacro". Quanto questo è vero anche per la religione Cristiana! Ed eppure quanto è dimenticato. Questa frase, molto precisa, che utilizza un termine fondamentale nella comprensione di una religione di tipo soprannaturale, cioè esperienza, si applica perfettamente al Cristianesimo. Le operazioni dello Spirito, della Divina Trinità, che noi esperiamo mediante la Grazia, sono la chiave della vita cristiana; l'ideale della vita cristiana è la deificazione dell'uomo, il diventare cioè un alter Christus nella Grazia, che riceviamo attraverso il Sacro. Per una mente non tristemente chiusa nel razionalismo, sarà palese provare sensazioni diverse trovandosi in una biblioteca o in una chiesa, a una liturgia o a una conferenza, anche qualora fosse cieco e sordo, e cioè non vi fossero elementi esterni che lo inducessero a considerare lo spazio in cui si trova, ma solamente le affezioni spirituali. Come si osservava durante il seminario, "il Sacro ha i suoi tempi, che sono diversi da quelli degli uomini": e si pensi quindi alle lunghe liturgie dei Cristiani, che durano anche diverse ore, e astraggono l'uomo da questo mondo di fretta per cui non c'è da sprecare un minuto, non solo dal tempo ma anche nello spazio, trovandosi egli nello spazio della chiesa, che con la sua struttura tradizionalmente non-naturale [2] vuole raffigurare il Regno dei Cieli e distaccare il fedele dal mondo.

Tutto ciò, tuttavia, non pare preso in considerazione, e la sacralità sembra qualcosa relegata all'antico (o al più, ammetteva qualcuno se non erro, presente nella "superstizione" popolare ottocentesca). Tra i presenti e intervenuti, per mia conoscenza, vi era più di qualcuno almeno nominalmente cattolico: eppure dai suoi interventi pareva essere così distante da qualsiasi concezione del Sacro! Verrebbe da chiedersi cosa questi credono che sia la religione Cristiana: forse una filosofia, un ragionamento puramente umano intorno a un'entità superiore? Questi sono i devastanti effetti del modernismo: lo si vedé in Germania, ove particolarmente il luteranesimo guglielmino, che - a differenza del protestantesimo classico, basato sull'esasperazione della dottrina agostiniana, che professavano i luterani del Cinque-Seicento - si fonda essenzialmente sull'idealismo (razionalista) hegeliano, ha condotto la popolazione alla più totale indifferenza verso qualsiasi concezione sacrale, anche quelle poche rimaste intatta alla furia di Lutero. Lo si vede oggi nel mondo cattolico, dove l'"aggiornamento" della Chiesa nel XX secolo, coronamento di un sentire razionale che da parecchi secoli era covato entro le sue mura, e la cui esplosione fu enormemente favorita dalla secolarizzazione importata dopo la Seconda Guerra Mondiale dalla colonizzazione globale, ha portato una popolazione intera a dimenticare completamente il significato e il valore di un Sacro che riconosce a parole negli antichi, ma in cui è incapace di ritrovarsi.

Una simile sensazione ebbi di una docente di Storia che conobbi, la quale era ben conscia del fatto che l'Impero Bizantino -cui aveva dedicato molti anni dei suoi studi- aveva come suo primo fondamento l'Ortodossia, e che a Costantinopoli la teologia faceva la storia; eppure, pur ammettendo che questo le piacesse come tema di studio, si vedeva ch'ella accettava questo fatto ma non lo capiva. Perché non era capace di viverlo, di concepirlo, pur essendo una cattolica praticante. E, non riuscendo a viverlo e a concepirlo, in fondo probabilmente non ha mai ricompreso dentro di sé, la Storia Bizantina, di cui è stata una, pur geniale e dottissima, fredda osservatrice esterna [3].

L'ultimo fatto che cito riguarda un articolo del Fatto Quotidiano [4] sulla processione recentemente tenutasi in Sicilia per implorare Sant'Antonio di far cessare la siccità che attanaglia l'isola. Del fatto che i "gretini" sembrano ostinatamente non comprendere qualsiasi aspetto religioso avevo scritto qui. Conoscendo l'autrice, poi, veganista convinta oltreché gretina militante, mi aspettavo il classico articolo ateista contro le manifestazioni religiose pubbliche. Invece no: nell'articolo addirittura l'autrice simpatizzava con la processione, salvo negarle ogni valore. Le pareva così retrogrado il fatto che qualcuno pensasse che la religione possa avere qualche influenza sul cosmo. Ora, non che io mi aspettassi molto di più dal Fatto Quotidiano, un giornale i cui vaticanisti ogni giorno spingono per le più eterodosse innovazioni in seno alla Chiesa Romana, e tuttavia quell'articolo, così imbevuto di positivismo razionalista, mi ha fatto molto pensare. I costumi e le usanze dei nostri padri, dagli antichi ecisti ai nostri bisnonni, non li comprendiamo più: leggiamo tutto con una mentalità positivista, sentendoci superiori al passato e alla sua mentalità, che dall'alto del nostro razionalismo sprezziamo fortemente. Ogni tanto qualcuno ha l'intuizione di guardare indietro, ai grandi esempi di un tempo, ma il suo sguardo è vano, perché non riesce a comprenderli. Senza renderci conto che in questo modo ci stiamo privando non solo del fondamento della vita terrena, ma soprattutto della vita ultraterrena, unico e sommo scopo della nostra esistenza.

{La I persona plurale è chiaramente generica, non si riferisce sperabilmente agli autori né ai lettori del blog}

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NOTE

[1] "Tra i suoi maestri ebbe il filosofo Anassagora, laonde, dice Antillo, lentamente fu ritenuto ateo". Marcellino, Vita Thuc. 22.

[2] Nella struttura tradizionale della chiesa, la luce, la decorazione musiva, pittorica o statuaria, l'assenza di panche o sedie e di qualsiasi elemento strettamente legato alla vita di tutti i giorni, contribuiscono a creare questa atmosfera di distacco dal mondo e di ingresso nel Regno Celeste. Le modifiche che via via, nei secoli, hanno interessato la struttura dell'edificio (decorazione che diventa puramente "artistica", introduzione di fiori o peggio vasi con terra, di panche e sedie, e in ultimo la rivoluzione degli spazi simbolici come l'altare, la separazione tra aula e santuario, etc.) ne hanno gradatamente offuscato la funzione.

[3] E non mi metto qui a disquisire di ciò che ho potuto constatare nella preparazione religiosa della popolazione durante quel corso, ove un giovane ventenne, formato al catechismo parrocchiale da fanciullo, scoprì di aver inconsciamente sempre professato la fede ariana, tanta essendo l'ignoranza diffusa...

[4] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/18/ce-siccita-in-sicilia-invocano-santantonio-ma-la-scienza-non-crede-nei-miracoli/5709175/

giovedì 6 febbraio 2020

Considerazioni liturgiche sparse - parte 1

Questo post e il suo seguito sono frutto di considerazioni sparse, avute durante colloqui personali a tema liturgico nelle scorse settimane. Esse sono state qui raccolte volutamente in modo disorganico, senza cercare di dare al testo una struttura logica consequenziale, impresa che sarebbe stata per verità non facile data la totale disomogeneità dei contenuti; sono state solamente inserite alcune note affine di precisare i riferimenti bibliografici, e qualche connettivo per evitare ripetizioni inutili.

1. Circa l'osservanza delle norme liturgiche

Mi è recentemente capitato di osservare le foto di alcune liturgie pontificali celebrate in varie località dell'orbe cattolico. La cosa è certamente lodevole, poiché, dopo la messa papale, è nella messa pontificale che massimamente può contemplarsi lo splendore della liturgia romana; nondimeno, ai nostri occhi appare non di rado un tristo spettacolo, ovverosia che questo splendore venga offuscato dal ripetersi dei sempre medesimi errori, i quali, venendo riprodotti pur dopo numerosi appelli alla correzione degli stessi, risultano non più occasionali e perdonabili dimenticanze, sibbene vere e proprie offese volontarie allo spirito della liturgia e all'importanza delle sue norme.

Ci sarà sicuramente qualche bempensante [1] pronto ad accusare lo scrivente di esagerato rubricismo. Come se fosse un insulto perseguire la corretta esecuzione delle norme liturgiche stabilite dalla Tradizione! La rubrica non si segue per vezzo, né per sterile obbedienza, ma perché essa riferisce un costume ereditato dai Padri e vestito di una simbologia liturgica precisa, che rimanda direttamente ai principi, di ispirazione apostolica e patristica, sui quali è costruita la liturgia stessa. Accade talora che, anche da noi, una norma liturgica, specialmente se riformata in età relativamente recente, possa esser fatta oggetto di contestazione: questa si deve però basare su un'analisi precisa dei principj della liturgia, che sono indissolubilmente legati all'ortodossia della fede, non sull'arbitrio personale, né tantomeno su una considerazione di circostanza o sulla trascuratezza volontaria dell'essenza stessa della norma. Infatti:
- da un'analisi dei principj della liturgia, concetto sul quale i maggiori e più retti liturgisti hanno sempre insistito, spesso purtroppo indarno, possono nascere delle riflessioni serie. Ad esempio: il Caeremoniale Episcoporum, nella sua edizione principe del 1600, prevede che il Suddiacono canti l'Epistola extra presbyterium [2]; questo inciso sparisce nelle ultime edizioni. Tuttavia, considerando la prassi antica di cantare le pericopi scritturali dagli amboni posti non di rado nel mezzo della navata, prassi mantenuta per consuetudo legitima ove praticata a norma del medesimo Caeremoniale, appare chiaro che il canto dell'Epistola fuori dal presbiterio maggiormente risponda ai principj liturgici. Un'analisi di questo tipo, basata sui principj, è quella fatta da mons. Léon Gromier nel suo mirabile Commentaire [3] al Cerimoniale dei Vescovi.
- da un arbitrio personale nascono mostri liturgici, poiché -soprattutto in una società dominata dal pensiero razionalista quale l'odierna- il personale sentire del liturgista, quando non ha principj su cui poggiarsi, è esposto a condizionamenti che lo conducono in una direzione del tutto opposta rispetto alla mens dei Padri e degli Apostoli. Quando poi a un sentire non retto si accompagna un'impostazione teologica problematica se non manifestamente eretica, il disastro è in arrivo: le riforme liturgiche del secolo scorso ne sono patente testimonianza.
- dall'inosservanza e dalla trascuratezza non nasce nulla fuorché il disprezzo per la liturgia stessa. Caso mille volte esaminato, e che nonpertanto si ripresenta con una certa regolarità, impietoso teste dell'incuria di certuni: l'uso dei sandali e dei calzari. Già QUI abbiamo avuto modo di spiegare, riprendendo anche in quella circostanza l'errore di non metterli, il loro significato legato alla missione stessa del Vescovo in quanto successore degli Apostoli e al munus della predicazione evangelica. Orbene, poiché non esiste argomento di principio liturgico che osti all'uso dei sandali e dei calzari (salvo uno palesemente sospetto di eresia, id est rifiutare il dovere cristiano di annunziare il Vangelo e la conversione a Cristo); né supponiamo vi sia una decisione ponderata, ancorché arbitraria ed erronea, da parte di queste persone che viceversa si mostrano bendisposti all'uso anche eccessivo (nel senso di non necessario giusta le norme liturgiche) di suppellettili preziose; allora rientriamo pienamente in questo terzo caso. Non abbiamo i sandali, ma non importa, trascuriamo a cuor leggero la norma e facciamo ugualmente il Pontificale!
Seguendo questa linea di pensiero, arriverà il giorno in cui non avranno l'ostia e il vino, ma faranno ugualmente la messa...

2. Circa la messa pontificale al faldistorio

Sempre guardando le già citate foto, alcune delle quali riguardanti un Pontificale celebratosi in occasione della Purificazione della Beata Vergine, e preceduto dalla benedizione delle candele e dalla processione con le stesse, si è riaperto una questione già da tempo discussa: la messa pontificale al faldistorio, ponendosi nel mezzo tra la messa pontificale al trono e la messa solenne, è più vicina alla prima o alla seconda?
La messa pontificale avviene in ragione del trono, che è il centro di tutta la sacra funzione, è del clero cattedrale: il capitolo parato, i diaconi assistenti, gli stessi ministri inferiori parati... al di fuori di questo contesto è molto difficile trasportare il senso delle cerimonie del pontificale. La messa al faldistorio, anticamente, era circostanza assai rara: a celebrarla erano sostanzialmente i vescovi senza giurisdizione (ausiliarj e titolari) e i prelati con diritto ai pontificali (i quali però pontificavano in una forma ulteriormente ridotta e ancor più vicina alla semplice messa solenne, normata in altro modo). L'evenienza di un Vescovo che si trovasse a celebrare una messa pontificale al di fuori della sua diocesi, in epoca storica, doveva essere alquanto rara; oggi, poiché i Vescovi che celebrano in rito antico raramente sono Ordinarj diocesani e anche laddove ciò avvenisse non di rado celebrano fuori dalla propria diocesi, a meno che questi non decidano di appropriarsi più o meno indebitamente dei distintivi della giurisdizione [4], la messa pontificale al faldistorio viene praticata in modo estremamente più diffuso. E questo nonostante i testi normativi siano alquanto taciti su questa forma (il Caeremoniale Episcoporum in primis, che fa cenno al Pontificale al faldistorio in modo sparso nei suoi varj capitoli, con indicazioni raccolte provvidenzialmente in unum dal Gromier alle pp. 314 e ss. del già citato Commentaire), e le indicazioni dei manuali di cerimonie presentino perciò numerose variazioni, quasi tutte dovute al fatto che si cerchi la somiglianza col pontificale al trono piuttosto che alla messa solenne (con l'eccezione di qualche autore originale che prescrive soluzioni hapax e peculiari per la sola messa al faldistorio).

Due questioni hanno suscitato le immagini della detta messa della Purificazione:
1. Se alla processione (della Candelora ovvero delle Palme) precedente la messa al faldistorio la croce sia portata da un alter subdiaconus o dal suddiacono della messa;
2. Se sia lecito ai sacri ministri sedere, a capo coperto, sui gradini dell'altare.

1. A differenza del Giovedì e del Venerdì Santi, dove la rubrica del Messale prescrive esplicitamente la presenza, anche alla messa solenne cantata da un semplice prete, di un alter subdiaconus, a portare la croce alla messa delle Palme e a quella della Candelora è il suddiacono della messa. La situazione è diversa al Pontificale al trono, sia che il Vescovo celebri pontificalmente la sola benedizione con processione, e un canonico poscia canti la messa, sia che il Vescovo pontifichi pure alla messa. Il Caeremoniale Episcoporum prescrive che alla benedizione intervenga il capitolo e che il Pontificante sia assistito dai due diaconi assistenti; onde la necessità di un subdiaconus portans crucem, chiaramente parato con pianeta piegata, durante la processione. Lo stesso precisa che durante la processione il diacono e il suddiacono della messa, e l'eventuale celebrante, finora rimasti al loro posto in abito di coro, indossino i paramenti per la Santa Azione, e non partecipino dunque alla processione [5].
Poiché al faldistorio non vi sono i diaconi assistenti, alla benedizione assistono il celebrante il diacono e il suddiacono della messa, parati con le pianete piegate. Poiché dunque si ricade in una situazione del tutto identica alla messa solenne cantata da un semplice prete (a eccezione della presenza del faldistorio che sostituisce il cornu epistolae come luogo di presidenza per le benedizioni, ma è un dettaglio affatto ininfluente), sembra oltremodo logico che ci si debba conformare alla messa solenne e incaricare il suddiacono della messa di portare la croce, anziché parare un altro suddiacono per inopportuna somiglianza con il pontificale al trono.

2. Pour s’asseoir, les trois ministres vont au banc du prêtre célébrant; ils s’y placent, le prêtre assistant le plus proche de l’évêque, le diacre à la suite, le sous-diacre à, l’autre bout [6]. L'indicazione è precisa e perentoria: bisogna usare il banco che s'impiega alla messa solenne, e non è dunque possibile che i sacri ministri siedano sui gradini dell'altare. Non è possibile instaurare paragoni né con i ministri delle insegne che siedono ai gradini del trono (il trono è una cosa completamente diversa dall'altare, con un significato ben preciso nel suo utilizzo), né tanto meno con la cappella papale, nella quale la situazione è dettata da norme gerarchiche del tutto interne [7]. Il fatto che, non sussistendo le relazioni gerarchiche predette, le consuetudini della cappella papale non si applicassero ai pontificali al faldistorio nelle altre chiese, nemmeno all'interno dell'Urbe, è testimoniato, oltreché dalla logica, dalla foto sottoriportata. Inoltre, come spiegato alla nota 7, i sacri ministri che alla cappella papale sedevano sui gradini dell'altare non si coprivano, il che sarebbe stato indecente.

Pontificale al faldistorio in S. Giovanni al Laterano, celebrato nei primissimi anni del XX secolo, regnante Leone XIII. Come si vede, i sacri ministri sono assisi sulla panca dal lato dell'epistola.
(fonte dell'immagine: J. DARC, Léon XIII et sa Cour, Paris, Empis, senza data)

Continua...

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NOTE

[1] Nota per gl'improvvidi che, non potendo attaccare il contenuto di questo articolo, cercano di criticarne la forma per svilirlo: le regole ortografiche (non fonetiche) dell'Italiano prevedono che la consonante nasale, avanti a consonante occlusiva, si realizzi graficamente m e non già n. Poiché bempensante, essendo parola composta, ha tutto il diritto di scriversi senza interruzione grafica (decisione che spetta all'arbitrarietà delle convenzioni linguistiche), venendosi a incontrare n e p occorre trasformare la prima seguendo le predette norme ortografiche. Ita est ac simpliciter.

[2] Caeremoniale Episcoporum jussu Clementis VIII Pont. Max. novissime reformatum, Romae, ex Typographia linguarum externarum, 1600, lib. II, cap. VIII.

[3] L. GROMIER, Commentaire du Caeremoniale episcoporum, Paris, La Colombe, 1959

[4] Il decreto 4023 della Congregazione dei Riti del 9 maggio 1889 (non incluso dunque nell'ultima edizione del Caeremoniale che è del 1882) rimette alla facoltà degli ordinarj di cedere il trono ad altro vescovo, purché non sia il suo coadiutore, ausiliare, né il vicario generale della sua diocesi, né un canonico del suo capitolo. Questo mitiga la rigida disciplina fino ad allora in vigore, e giustificata dalla ragion d'essere del trono (e del pastorale che vi è indissolubilmente legato).
Come sappiamo, purtroppo, i Vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X tendono a celebrare ubique al trono, pur essendo vescovi ausilarj e non disponendo di giurisdizione veruna. Questo, oltre a essere liturgicamente insensato, è teologicamente pericoloso, poiché dispone a pensare che la giursdizione venga concessa insieme all'ordine durante la consacrazione episcopale. Questo errore, diffuso tra i vescovi degli anni '50, è poi entrato nei documenti del Concilio Vaticano II (cfr. Lumen gentium, § 21 e ss.).

[5] Caeremoniale Episcoporum, lib. II, cap. XVI. Il commento del Gromier (Commentaire du Caeremoniale episcoporum, op. cit., p. 380) fornisce alcune indicazioni aggiuntive per l'ipotesi in cui il Vescovo pontifichi al trono pure alla messa anziché assistervi, ma non già per l'eventualità di benedizione e messa al faldistorio, a quanto pare un'opzione improbabile a quel tempo. Esso ammette che i canonici che serviranno come diacono e suddiacono della messa, nel caso in cui questa sia cantata pontificalmente al trono, prendano parte alla processione, poiché avranno tempo per pararsi durante Terza. Questo non può essere usato come controargomento indicante che alla processione possono partecipare e i sacri ministri e l'alter subdiaconus - come pure taluni hanno malamente cercato di fare - poiché i ministri qui non sono ancora parati, ma sono in abito canonicale e dunque non sono ancora ministri, ma lo diventeranno solo alla messa; inoltre la precisazione del Gromier si basa sul canto di Terza, che senza trono e capitolo non ha ragion d'essere.

[6] L. GROMIER, Commentaire du Caeremoniale episcoporum, op. cit., p. 315. Poco più avanti si richiama il Caeremoniale, lib. I, cap. XIX.

[7] Alla messa pontificale al faldistorio celebrata da un prelato alla presenza del Sommo Pontefice, giusta precisa indicazione del Patrizi Piccolomini, i sacri ministri siedono sui gradi dell'altare senza coprirsi. Ciò avviene per diverse ragioni, legate però alla gerarchia della cappella: ovvero per non trovarsi su una panca di fronte al Papa, il che sarebbe scandaloso allorché gran parte della prelatura sedeva sui gradini del trono o stava direttamente in piedi, e perché al posto della panca eravi il seggio del vicecamerlengo, che come Governatore dell'Urbe deve essere sempre pronto di fronte al Papa.