mercoledì 19 settembre 2018

Registrazione della Messa dei Sette Dolori della BVM

Dopo il servizio fotografico (QUI), pubblichiamo la registrazione della Messa dei Sette Dolori della Beata Vergine Maria, cantata in occasione del pellegrinaggio ad Aquileja dello scorso 15 settembre.
Cortesia dell'amico Pietro C. (alla cui splendida voce si devono le parti solistiche).


martedì 18 settembre 2018

Raddoppiano le messe ad Oriago

Ci è pervenuta comunicazione che, per benevola concessione del parroco don Cristiano Bobbo, alla Messa tridentina celebrata mensilmente nella parrocchia di S. Pietro Apostolo ad Oriago di Mira (Venezia) la IV domenica del mese, a partire da ottobre si affiancherà una seconda celebrazione, la II domenica del mese sempre alle ore 16.


La Messa a Oriago sarà celebrata da due sacerdoti della Diocesi Veronese, che si alterneranno. Le celebrazioni sono curate dal gruppo Amici della Messa Tradizionale nel Veneziano, attivo dal 2012.

Tutti i fedeli che vivono nell'area compresa tra Venezia, Padova, Treviso e Chioggia (nelle ultime due diocesi non vi sono al momento messe antiche celebrate regolarmente) sono invitati ad intervenire, soprattutto i residenti nella Riviera del Brenta e nel Miranese.

lunedì 17 settembre 2018

Servizio fotografico del pellegrinaggio ad Aquileja

Pubblichiamo di seguito il servizio fotografico del pellegrinaggio, della S. Messa, della processione e delle funzioni in Basilica compiute in occasione del II Pellegrinaggio della Tradizione ad Aquileja, svoltosi lo scorso 15 settembre. Tutte le celebrazioni sono state officiate dal M. Rev. don Michele Tomasin, parroco di Mariano del Friuli.
Sarà a breve pubblicato il resoconto ufficiale degli organizzatori.

Fervorino prima del pellegrinaggio (chiesa di Belvedere)


Il pellegrinaggio

Prima dell'inizio della liturgia a Monastero (Aquileja)


Incensazione


Gloria in excelsis


Predica


Grande Incensazione




Processione verso la Basilica

Recita del Symbolum fidei in Battistero



In cripta della Basilica

Incensazione delle reliquie dei Martiri Aquilejesi

Conferenze


Foto: Simon Kocjan e Antonio Falcomer

L'attuale scisma d'Oriente. Qualche considerazione in merito - Traditio Liturgica

Notevolissima e precisa analisi della già trattata crisi tra le Patriarchie di Mosca e Costantinopoli, dal blog "Traditio Liturgica" (QUI).

Bartolomeo I, patriarca ecumenico


“La radice dello scisma è un pensiero mondano nella Chiesa”
(Bartolomeo I) (1)

I principali canali d'informazione hanno diffuso la notizia che la Chiesa russo-ortodossa ha cessato di commemorare nei dittici il patriarca Bartolomeo I del Patriarcato ecumenico.
Non è la prima volta che tra le due Chiese si manifestano difficoltà ma non si era mai giunti ad un punto così grave (2).

Qualche storico della Chiesa ha verificato attentamente il sopracitato testo esposto dal patriarcato russo-ortodosso e lo ha trovato oggettivo e veritiero. In tal testo emergono perfino atteggiamenti autoritaristici e pirateschi da parte del Fanar, come quando i russi rivelano che Costantinopoli ha sempre cercato di trarre giovamento approfittando della debolezza e della difficoltà dei russi stessi.

Viene dunque spontaneo pensare che proprio Bartolomeo I il quale, in un'intervista a 30 giorni, aveva ben compreso quale fosse la radice dello scisma nella Chiesa, è finito per cadere nella stessa logica mondana da lui più volte denunciata, logica che però i suoi gerarchi sembrano camuffare accampando varie argomentazioni.

Il gestore di questo blog non ardirebbe mai giudicare un patriarca ma, purtroppo, nella sua piccola esperienza ha potuto vedere fatti che non gli mostravano l'estraneità dal pensiero mondano, in parte di diversi chierici dipendenti da Bartolomeo. È dunque giunto al punto da non meravigliarsi più se, come afferma il Sacro Sinodo russo-ortodosso, Bartolomeo I il giorno prima promette di non fare azioni contro l'unità dell'Ortodossia e il giorno dopo decide di farle. Egli va contro l'unità della maggioranza dicendo di esserne a favore e, contemporaneamente, vuole unire a sé piccole chiese scismatiche e ribelli finendo per destabilizzare geopoliticamente l'Ucraina (3).
Chi mai si metterebbe contro la maggioranza per favorire una minoranza se dietro non ci fossero calcoli ben precisi e, molto probabilmente, mondani? Chi mai perderebbe 1000 per guadagnare 1, se non avesse altre sicure mire?

La tragica storia di Costantinopoli con la caduta dell'impero prima e la sua progressiva islamizzazione in seguito suggerirebbe un atteggiamento mite verso chi ancora cerca di mantenere qualcosa dell'antico Cristianesimo in terra mussulmana. Ma tale atteggiamento mite si tramuta in profonda tristezza allorché ci si accorge del profondo secolarismo che pare muovere oramai quest'istituzione dove ciò che sembra contare sono solo gli appoggi politici e finanziari.

Fu proprio un metropolita fanariota che fece cadere le pie illusioni al gestore di questo blog quando un giorno oramai lontano gli disse brutalmente: “Dove hai visto che un vescovo è un padre per la sua diocesi? Non esiste per niente, questo!”. Dalle sue parole si capiva che un vescovo (e a fortiori un patriarca) è allora solo un uomo di potere.

Questo può parere assai strano se confrontato con una certa mentalità clericale che tende a dipingere l'alto clero nel modo più idealistico e piacente. Tuttavia l'amara e violenta frase di tale metropolita fanariota spinse a verificare attentamente qual'era il vero interesse di non pochi tra questi chierici. Il risultato era profondamente triste (4).

Se uno stile secolarizzato inizia a coinvolgere la maggioranza dei chierici di una istituzione, allora vuol dire che non si è dinnanzi ad un solo problema personale ma istituzionale che potrebbe discendere pure da chi la rappresenta. Piscis primum a capite foetet, diceva Erasmo di Rotterdam!

Questo è vero sia per il Cristianesimo occidentale che per quello orientale.
D'altra parte, come in Occidente oramai siamo dinnanzi ad un “neoclero” di mentalità modernistica, in Oriente (in questo caso nel Patriarcato Ecumenico) notiamo un “neoclero” assai secolarizzato che poco ha a che fare con il clero di qualche decennio fa. Un particolare aiuta a dimostrarlo: fino a vent'anni fa si vedeva ancora del clero greco con in mano il komboschìni, una sorta di “rosario” con il quale si ripete a lungo una preghiera a Cristo. Il “neoclero” ortodosso non lo usa quasi più.

Quando la preghiera inizia ad essere assente, altre preoccupazioni entrano nel cuore umano. E se uno è chierico le sue preoccupazioni potrebbero finire per essere come quelle della gente mondana: soldi, potere, sesso et similia.
Il potere, avere sempre più influenza, è una delle ossessioni dell'alto clero e manifesta un bisogno superegoico di mettere al centro se stessi.

L'Ortodossia ha sempre criticato l'Occidente dicendo che il papato è emerso per un bisogno di potere, di essere al centro e al di sopra della Chiesa, di essere l'unico ad avere il massimo potere e prestigio.

L'Occidente ha respinto sdegnosamente tale critica ma ora che vede? Il patriarca di Costantinopoli ripetere quanto il papa fece nella questione di Fozio. Allora il papa entrò, non richiesto, a Costantinopoli inviando due suoi apocrisari (rappresentanti) per regolare la nomina del patriarca di quella Chiesa, senza aver ricevuto invito alcuno. Fu la prima volta che ciò accadeva (5) e il fatto stordì Costantinopoli perché era totalmente inedito.

Oggi che succede? Bartolomeo I fa la stessa cosa: manda non richiesto i suoi rappresentanti in Ucraina per formalizzare l'autocefalia di quella Chiesa!

Dunque che senso ha portare avanti le critiche contro il papa di Roma e l'ecclesiologia romana quando la si imita con più di mille anni di ritardo?
I russi parlano di "violazione grossolana delle norme canoniche ortodosse". Canonisticamente hanno ragione.

Ma hanno ragione anche storicamente quando pensano che Bartolomeo I sta facendo le prove preliminari per divenire papa d'Oriente. Ciò imporrebbe nel mondo ortodosso una ecclesiologia estranea e dissonante. Sarebbe come dire: Bartolomeo sta divenendo cattolico, ma privo di alcun appoggio simile a quelli solidificati in Occidente e quindi è in contraddizione palese con la sua stessa Chiesa come quando si fa definire da chierici compiacenti "Centro dell'Ortodossia" o quando pensa che "senza Patriarcato Ecumenico non c'è Ortodossia".

Cosa determinerà questo suo modo di fare? È possibile che, lungi dall'espandere la sua influenza, il Patriarcato Ecumenico si isolerà (6). Infatti, i suoi stessi difensori non riescono per nulla ad essere convincenti: le loro argomentazioni sono parziali o sono solo difese d'ufficio, apodittiche e ideologiche (7) . È possibile che pure nell'ambito della stessa Grecia Bartolomeo verrà molto contestato e che, lungi dall'essere elevato ed osannato passi i suoi ultimi anni nel rancore e nell'amarezza.

È una grande tristezza non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello della storia del Cristianesimo. Evidentemente le lezioni del passato non servono affatto a chi, in definitiva, sembra davvero dimostrare di non riuscire a confrontarsi con la storia stessa.



Assenza di commemorazione
del patriarca Bartolomeo nei dittici russi

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NOTE di Traditio Liturgica

1) Vedi qui. Già qualche tempo fa in questo stesso blog era stato segnalato un possibile scisma nel Cristianesimo orientale. Vedi qui.

2) Un riassunto delle difficoltà tra le due Chiese lungo la storia lo possiamo trovare qui.


3) Che l'Ucraina sia attentamente controllata dagli americani i quali, in questo modo, pongono una spina al fianco della Russia non è un mistero per nessuno. Non fa mistero neppure che gli stessi abbiano a cuore l'indipendenza della Chiesa locale dalla Russia poiché ciò accelererebbe il voluto processo di allontanamento da Mosca. Inoltre, che dal patriarca Athenagoras il Patriarcato Ecumenico sia in qualche modo sotto la protezione degli americani è pure altrettanto evidente. Non resta che collegare questi fatti per immaginarsi i possibili scenari dietro alla presente vicenda.

4) Quella mutazione antropologica che constatiamo in Occidente per cui le generazioni attuali sono assai lontane dalle caratteristiche delle precedenti, lo notiamo anche in Oriente. Il tutto si traduce a livello pratico con l'emergere di un forte individualismo e un di relativismo etico.

5) Questo è così vero che, prima del papato avignonese, perfino in Occidente i vescovi venivano eletti direttamente in loco senza consultazione papale. Le Chiese locali si limitavano a notificare l'avvenuta elezione al papa che normalmente la accettava. Solo successivamente il papa ritiene essere cosa personale la nomina dei vescovi diocesani e la avoca a sé.

6) Essere a capo di meno della metà degli ortodossi nel mondo (poiché se si considera la sola Chiesa locale di Costantinopoli non abbiamo più fedeli di un piccolo paese), può avere un potente contraccolpo negativo nella considerazione verso il patriarca, sia a livello politico (in Turchia potrebbe essere ben più esposto e indifeso di oggi) sia a livello di dialoghi e incontri interecclesiali.

7) Si vedano qui le argomentazioni autoritative e apodittiche del metropolita Emmanuil di Francia.
Si vedano qui anche le argomentazioni del metropolita Job (noto per essere stato respinto dalla sua stessa diocesi a causa dei suoi atteggiamenti autoritaristici, sdegnosi e per nulla dialoganti). Job afferma che non esiste alcun tomos di autocefalia concesso dal Patriarcato Ecumenico ai russi, per avvalorare le azioni del patriarca Bartolomeo ma dimentica di aggiungere che i russi si resero indipendenti da Costantinopoli proprio nel periodo in cui quest'ultima era unita a Roma e quindi, agli occhi dell'Ortodossia,  era decaduta. Che senso avrebbe avuto chiedere il permesso a chi non era più un punto di riferimento? In seguito quando Costantinopoli tornò in comunione con l'Oriente ortodosso, pur non concedendo il tomos, prese atto della situazione moscovita e si comportò di conseguenza manifestando un silenzio assenso, silenzio assenso che tenne anche nei riguardi del rapporto tra Mosca e Kiev. Nei fatti Costantinopoli accettò per secoli la nuova situazione e la dipendenza diretta di Kiev da Mosca, cosa che oggi fa finta di non sapere. Le pezze storiche fornite da Job sono dunque volutamente parziali per tirare il discorso dove gli sta a cuore. Ma non è così che si argomenta.
Discorsi similmente fuorvianti erano fatti da un teologo greco del Patriarcato Ecumenico, tale Varnalidis, quando metteva sullo stesso piano la dogmatizzazione calcedonese della divino-umanità di Cristo e lo stabilimento di Costantinopoli come seconda sede ecclesiastica dopo Roma. Evidentemente abbiamo a che fare con chi manipola la storia per farle dire quello che si ha deciso di pretendere.

venerdì 14 settembre 2018

La festa dei Sette Dolori della Madre di Dio

Il Calendario Romano annovera due diverse feste dedicate ai Sette Dolori della Beata Vergine Maria: la prima e più antica nel venerdì della settimana di Passione; la seconda invece fissata al 15 settembre. Tali due feste hanno identico formulario alla messa, ma un Ufficio notevolmente diverso.
Ambedue queste ricorrenze hanno la loro origine nella devozione medievale: già nell'XI secolo si hanno tracce di una devozione ai cinque dolori della Madonna, simboleggiati da cinque spade. Anche quando poi il numero di sette sarà definitivamente fissato sarà mantenuta la rappresentazione simbolica della spada, che passò poi pure in Russia, ove vi sono diverse icone mariane (per esempio quella del Don) che presentano sette lame al cuore della Madre di Dio. Il movimento francescano contribuì notevolmente alla diffusione di questa festa, come ci testimonia la composizione della nota sequenza Stabat Mater di Jacopone da Todi (1236-1306).

Albrecht Dürer, Polittico dei Sette Dolori, 1500 circa

I sette dolori a cui si riferisce la  la varante più diffusa della tradizione (quella dell'Ordine dei Serviti, cui accenneremo in seguito), sono:

1. La Profezia di Simeone.
2. La fuga in Egitto.
3. Lo smarrimento di Gesù infante nel tempio.
4. La salita al Calvario (l'incontro di Cristo con la Madre).
5. La Crocifissione.
6. La Deposizione.
7. La Sepoltura di Cristo.

Si noti che comunque le tradizioni antiche non erano concordi in materia. Nell'immagine in alto, per esempio, che riflette la devozione nordeuropea della fine del Quattrocento, la Profezia di Simeone è sostituita dalla Circoncisione (un'effusione del sangue di Cristo, e quindi cagione di dolore); tra la salita al Calvario e la Crocifissione è inserito l'Inchiodamento di Cristo alla Croce, e conseguentemente manca la Sepoltura.

La festa del venerdì di Passione

Le prime tracce di una festività liturgica dei Sette Dolori si hanno nel XV secolo nell'area germanofona dell'Europa centro-settentrionale. Ciò probabilmente va inquadrato in un generale incentramento della devozione popolare sulla Passione di Cristo e su tutti gli aspetti correlati (dunque anche sulle sofferenze della Madre Sua), in risposta all'eresie del movimento hussita. La festa tuttavia presentava caratteristiche e date diverse da luogo a luogo, e pure andava sotto una gran varietà di denominazioni. Tra il XV e il XVII secolo, fatte salve alcune diocesi che la fecero festa propria, rimase comunque unicamente come Messa votiva.
Nell'Arcidiocesi di Colonia si menziona per la prima volta questa festa, sotto il titolo di Compassionis B. Mariae Virginis, con ricorrenza fissata al terzo venerdì dopo Pasqua. Si noti che nel calendario proprio della Chiesa Coloniese la ricorrenza fu mantenuta in tal data fino alla fine del XVIII secolo, pur avendo nel tempo assunto il titolo di festa "dei Sette Dolori". I Domenicani invece hanno mantenuto intatto il titolo di Compassionis B.M.V. nel loro tipico, che presenta peraltro un ufficio diverso da quello romano.
Il Messale di Sarum presentava un formulario di messa votiva Compassionis sive Lamentationis BMV, dotata peraltro di una lunghissima sequenza autoctona, di ben 128 versi.
Altri usi locali la conoscevano come la Transfixio B.M.V., secondo quanto profetizza Simeone alla Vergine, che "una spada le trapasserà l'anima" (cfr. Lc 2,35). Tracce di quest'antica denominazione sono presenti nel rito romano attuale, per esempio nel prefazio della festa odierna, in cui alla prefazione comune della Beata Vergine si aggiunge et te in transfixione Beatae Virginis. Si noti che negli usi particolari laddove sia tramandata una denominazione propria, sovente è questa ad essere impiegata nel prefazio (per esempio, i domenicani dicono et te in compassione, vide supra).

Nell'ufficio romano della festa quaresimale dei Sette Dolori, la cui fissazione risale più o meno al periodo summenzionato, sono presenti salmi propri (che rimandano alla salmodia propria dei giorni del Triduo Sacro), lo Stabat Mater di Jacopone da Todi quale inno (diviso in tre parti: la prima ai Vesperi, la seconda all'inizio del Mattutino e la terza alle Lodi; inoltre prevede una melodia più semplice di quella prescritta per la sequenza; la stessa semplice melodia è quella che s'impiega nel pio officio della Via Crucis). Pure i responsori del Mattutino sono tratti dal Triduo Sacro o da altri offici della Passione di Cristo (v'è pure il famosissimo Tenebrae factae sunt del Giovedì Santo, ma con un verso differente, che recita stavolta Quis tibi nunc sensus, dum cernis talia, Virgo?), così come le letture del I Notturno sono tratte dalla profezia del Servo Sofferente (Isaia 53). Le letture del II Notturno sono tratte invece dal sermone di San Bernardo di Chiaravalle in cui egli parla del "martirio" della Vergine, rivolgendosi a lei direttamente in un passo di altissimo valore spirituale.

Un ulteriore diffusione della festività si ebbe in opposizione al Protestantesimo, e proprio nel corso del XVI secolo molti luoghi iniziarono a fissare la festa propria al venerdì di Passione. Oltre un secolo dopo, Papa Benedetto XIII (+1730) estese la festa alla Chiesa Universale, adottando la denominazione di festa dei Sette Dolori.

La festa del 15 settembre

Carlo Dolci, Mater dolorosa, 1650 circa

La festività odierna invece affonda le sue origini nella devozione dell'Ordine dei Servi di Maria, nato ad opera di alcuni nobili fiorentini nel 1233, in seguito al miracolo cui assistettero il 15 agosto di quell'anno, quando l'immagine della Madonna dipinta su un muro della città, presso la quale si ritrovavano per pregare, iniziò a mostrarsi addolorata e piangente. L'Ordine, che conobbe una rapidissima e notevolissima crescita, sviluppò dunque una sua particolarissima e intensa devozione alla Madonna Addolorata, e aveva verso di essa una particolare devozione, il Rosario dei Sette Dolori (secondo la lista sovrariportata). Nel 1668 fu ufficialmente istituita quale festa patronale del loro ordine.

Poiché la devozione servita non era incentrata completamente sulla Passione di Cristo, ma piuttosto su tutti i dolori sofferti dalla Santa Vergine durante la sua esistenza terrena, in questa seconda festa si operarono dei cambiamenti nei testi liturgici. Nella Messa fu solo marginalmente cambiata la colletta, levandovi il riferimento alla Passione; nell'Ufficio si scelse d'impiegare i salmi del Comune della Madonna ai Vesperi, con salmodia invece propria al Mattutino; gl'inni sono composti ex novo a tutte le ore, in stile classicizzante secondo la moda dell'epoca. Le letture del I Notturno vengon tolte dal Libro delle Lamentazioni, mentre quelle del II Notturno sono composte dallo stesso sermone di S. Bernardo dell'altra festa. Particolarmente interessanti e di pregevole armonia compositiva sono i responsori del Mattutino, ciascuno dedicato a uno dei dolori della Vergine, più l'ottavo che costituisce una splendida esortazione:

In toto corde tuo gémitus Matris tuæ ne obliviscáris, ut perficiátur propitiátio et benedíctio. Ave, princeps generósa, Martyrúmque prima rosa, Virginúmque lílium. Ut perficiátur propitiátio et benedíctio. Glória. Ut perficiatur.

Non dimenticarti del pianto della Madre tua in tutto il tuo cuore, perché ne riceva propiziazione e benedizione. Ave, o regina magnanima, prima rosa dei Martiri, e giglio delle Vergini. Perché ne riceva propiziazione e benedizione. Gloria. Perché ne riceva.

Il Calendario Romano generale recepì la festa servita nel 1814, per imperio di Pio VII, dopo l'esilio in Francia, quale supplichevole richiesta d'intercessione alla Vergine per la Chiesa in quei turbolenti anni. La festa fu fissata alla terza domenica di settembre, ma meno di un secolo dopo, nel quadro del riordino del calendario voluto da Papa San Pio X, il quale volle liberare le domeniche dalle feste devozionali assegnatevi negli ultimi secoli, la fissò definitivamente al 15 settembre, mettendola dunque in stretta relazione (com'è naturale) con il mistero della Crocifissione, dacché il 14 si celebra l'Esaltazione della Santa Croce. L'unica conseguenza spiacevole di questa significativa collocazione, fanno tuttavia notare taluni liturgisti, è la soppressione del II Vespro della festa dell'Esaltazione, soppiantato dal I Vespro della festa dei Sette Dolori e semplicemente commemorato al suo interno. La cosa risulterebbe a parer mio non troppo problematica, se si tenesse conto (cosa che oramai, complici le riforme liturgiche del XX secolo, non è più nel senso comune) che il Vespro di una festa è quello della sera prima, e il II Vespro è solo un'appendice (meno solenne, secondo quanto riporta il Pontificale Romano) che si dà alle feste di grado maggiore.

ULTIM'ORA: La Chiesa Russa sospende la commemorazione del Patriarca di Costantinopoli

La Chiesa Russa sospende la commemorazione del Patriarca Bartolomeo e la concelebrazione con i gerarchi di Costantinopoli; la Comunione Eucaristica non è rotta

Mosca, 14 settembre 2018


Come risultato della nomina di due vescovi esarchi in Ucraina da parte del Patriarca Ecumenico senza alcuna benedizione da parte della Chiesa Ortodossa Ucraina (Metropolia del Patriarcato di Mosca, ndt), il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa ha deciso nella sua odierna sessione straordinaria che Sua Santità il Patriarca Kirill di Mosca e di Tutte le Russie cesserà di commemorare Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli durante la Divina Liturgia.

I primati delle 15 Chiese Ortodosse autocefale, infatti, tipicamente si commemorano gli uni gli altri in vari punti durante la Divina Liturgia.

Si è inoltre deciso di sospendere la concelebrazione con gerarchi di Costantinopoli, e di sospendere la partecipazione in tutte le strutture presiedute o co-presiedute da rappresentanti del Patriarcato Ecumenico, come ha dichiarato oggi a una conferenza stampa Sua Eminenza il Metropolita Hilarion (Alfejev), capo del Dipartimento per le Relazioni Estere della Chiesa, secondo quanto ci riporta RIA-Novosti.

Comunque, queste misure non sono indicative di una rottura della Comunione Eucaristica: "La Comunione Eucaristica tra le Chiese non è stata interrotta. Questa decisione non priva il clero del Patriarcato di Costantinopoli e della Chiesa Ortodossa Russa della possibilità di officiare servizi comuni", spiega il Segretario della Stampa Patriarcale, padre Alexander Volkov.

Il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa aveva precedentemente dichiarato che romperà pure la Comunione Eucaristica con Costantinopoli nel caso in cui essa garantisca l'autocefalia alla chiesa Ucraina.

Sua Beatitudine il Metropolita Onufry di Kiev e di Tutta l'Ucraina ha inoltre annunciato all'odierno incontro che la Chiesa canonica non s'incontrerà con gli esarchi, che sono già giunti a Kiev, in quanto essi non hanno alcuna benedizione per poter stare nel territorio canonico della Chiesa Ortodossa Ucraina.

[Fonte - Traduzione a cura di Traditio Marciana]

Nota di Traditio Marciana: nel 1054 il primo segnale della rottura della comunione tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente fu proprio il cessare di commemorare il Papa di Roma durante la Divina Liturgia (che peraltro, a motivo del suo primato teneva il primo posto nelle commemorazioni). Oggi come allora, il diavolo agisce secondo il proprio nome (διάβολος: "colui che divide")...

Messa al Santuario del Tresto sabato 22 settembre

Santuario di S. Maria del Tresto (PD)
sabato 22 settembre - ore 10

S. Messa in rito romano antico
nel 550° anniversario del transito terrestre della Beata Vergine Maria da Este al Tresto
(21 sett. 1468)


giovedì 13 settembre 2018

In Exaltatione S. Crucis

14 settembre
IN EXALTATIONE SANCTÆ CRVCIS
Η ΥΨΩΣΙΣ ΤΟΥ ΤΙΜΙΟΥ ΣΤΑΥΡΟΥ

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O Crux, splendidior cunctis astris, mundo celebris, homínibus multum amábilis, sanctior univérsis: quæ sola fuísti digna portare taléntum mundi, dulce lignum, dulces clavos, dulcia ferens pondera; salva præsentem catérvam in tuis hódie laudibus congregatam. 

O Croce, più splendida di tutte le stelle, celebre nel mondo, assai amabile per gli uomini, d'ogni cosa più santa: tu che sola fosti degna di portare il prezzo di riscatto del mondo, o dolce legno, dolci chiodi, sostegno di sì dolce peso; salva il popolo qui oggi riunito a cantar le tue lodi.

(Vespro di rito romano, Antifona al Magnificat)


Σταυρὲ πανσεβάσμιε, ὃν περιέπουσι τάξεις, Ἀγγέλων γηθόμεναι, σήμερον ὑψούμενος, θείῳ νεύματι, ἀνυψοῖς ἅπαντας, τοὺς κλοπῇ βρώσεως, ἀπωσθέντας καὶ εἰς θάνατον, κατολισθήσαντας· ὅθεν σε καρδίᾳ καὶ χείλεσι, πιστῶς περιπτυσσόμενοι, τὸν ἁγιασμὸν ἀρυόμεθα· Ὑψοῦτε βοῶντες, Χριστὸν τὸν ὑπεράγαθον Θεόν, καὶ τὸ αὐτοῦ προσκυνήσατε, θεῖον ὑποπόδιον.

O venerabilissima Croce, che le schiere degli Angeli gioiose circondano, venendo oggi esaltata, per divino volere, rialzi tutti coloro che, scacciati a cagion dell'inganno del frutto, precipitavano verso la morte: pertanto stringendoci a te col cuore e con le labbra con fede, attingiamo la nostra santificazione, gridando: Esaltate Cristo, il Dio più che buono, e prosternatevi al suo divin sgabello.

(Vespro di rito bizantino, III stichirο)

martedì 11 settembre 2018

"Autocefalia" all'Ucraina? Le reazioni del Santo Sinodo della Chiesa Russa

Dichiarazione del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa, rilasciata l'8 settembre, in merito alle dichiarazioni di esponenti fanarioti e soprattutto all'anticanonico invio di due "esarchi" da Costantinopoli a Kiev. Qualcuno cerca lo scisma ad ogni costo?

Il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa esprime la sua risoluta protesta e profonda indignazione in connessione con il comunicato pubblicato il 7 settembre 2018, della Segreteria Generale del Santo Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli, che annuncia la nomina di due vescovi di questa Chiesa – l'arcivescovo Daniel di Pamphilon (USA) e il vescovo Hilarion di Edmonton (Canada) – come 'esarchi' del Patriarcato ecumenico a Kiev.

Questa decisione è stata presa senza un accordo con il patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Rus' e con il metropolita Onufrij di Kiev e di tutta l'Ucraina, e costituisce una flagrante violazione dei canoni ecclesiastici che vietano ai vescovi di una Chiesa locale di interferire nella vita interna e negli affari di un'altra Chiesa locale (Canone 2 del II Concilio ecumenico; Canone 20 del Concilio Trullano, Canone 13 del concilio di Antiochia, Canoni 3, 11 e 12 del Concilio di Sardica). Contraddice del tutto la finora immutata posizione del Patriarcato di Costantinopoli e dello stesso stesso patriarca Bartolomeo, che ha più volte dichiarato di riconoscere il metropolita Onufrij come unico capo canonico della Chiesa ortodossa in Ucraina.

La decisione del Patriarcato di Costantinopoli di affidare la questione della concessione dell'autocefalia all'esame dei "credenti ortodossi dell'Ucraina" è stata presa contro la volontà dell'episcopato della Chiesa ortodossa ucraina, che ha chiesto all'unanimità la preservazione del suo stato attuale.

Per giustificare la sua interferenza negli affari di una Chiesa locale, il patriarca di Costantinopoli ha prodotto false interpretazioni di fatti storici, riferendosi a presunti suoi poteri eccezionali, che egli in realtà non ha, e non ha mai avuto.

Queste azioni portano a una situazione di stallo le relazioni tra la Chiesa russa e la Chiesa di Costantinopoli, creando una vera minaccia per l'unità dell'Ortodossia in tutto il mondo.

Il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa dichiara che la piena responsabilità per questi atti anticanonici ricade personalmente sul patriarca Bartolomeo e su quelle persone nella Chiesa di Costantinopoli che sostengono tali azioni.

Gli atti di risposta del Patriarcato di Mosca seguiranno al primo momento possibile.


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P.S.: In questi stessi giorni dal Patriarcato Ecumenico è giunta l'inaudita concessione del secondo matrimonio ai sacerdoti senza la riduzione allo stato laicale, la qual cosa contraddice apertamente più di un canone ecclesiastico. Come si vede, il modernismo non è confinato a Occidente...

lunedì 10 settembre 2018

Dell'importanza dell'esatte cerimonie

La esattezza delle Sacre Cerimonie dà tale risalto e maestà all'ecclesiastiche funzioni, che ne restano eccitati a divozione non meno i fedeli, che i nemici stessi della cattolica religione. Ben ce ne rende testimonianza s. Agostino (Lib. IX Confess.), il quale protesta di aver ricavato gran frutto, gran sentimento di compunzione e molte lagrime di tristezza quando, ancor laico, si trovava presente alle funzioni della chiesa, le quali rappresentano più al vivo colla varietà delle sacre cerimonie, colle genuflessioni, cogli inchini, cogl'incensi, il culto che rende la corte celeste a Dio sedenti super thronum, et Agno: e ben molte volte è accaduto, che grandi personaggi contrari a noi di fede, essendosi abbattuti a vedere le sacre funzioni celebrate con quella maestà e raccoglimento, con quell'esattezza dei sacri riti, che si conviene, abbiano aperto gli occhi alla luce della vera fede, e riconosciuta la santità della nostra religione.

Considerando pertanto da una parte il bene che ne ridonda in pro della religione stessa con adempiere esattamente i sacri riti, [...] troverete [in quest'opera] quella chiarezza che si richiede, onde ben apprendere le sacre cerimonie, che formano una parte del nostro sacro ministero, tanto più necessaria a ben conoscersi ed eseguirsi, quanto più esposta agli occhi del popolo. Da ciò ne verrà aumentato il decoro alle sacre funzioni e la gloria al nostro Dio; mentre niun atto di culto e di religione possiamo rendere a Dio maggiore o più amabile o più grato di questo, quando sia animato dal culto interno, e niuno a noi più utile, come ben osservò s. Lorenzo Giustiniani (Serm. de Corpore Christi): Sacra Missae oblatione nulla major, nulla utilior, nulla amabilior, nulla divinae majestatis oculis est gratior.


GIUSEPPE BALDESCHI

Tratto dalla Prefazione a: Giuseppe Baldeschi, Esposizione delle Sacre Cerimonie per le funzioni ordinarie, straordinarie e pontificali, VI ed. riveduta e ampliata, Roma, Desclée & C. - Editori Pontifici, 1931

sabato 8 settembre 2018

Natività della BVM a Rovigo (fotografie)

Stamane, 8 settembre, presso la cappella dell'Ospedale di S. Maria della Misericordia di Rovigo, il cappellano don Camillo Magarotto ha celebrato la Messa in rito tridentino in occasione della festa della Natività della Beata Vergine Maria.










venerdì 7 settembre 2018

La Natività della Beata Vergine Maria

Natívitas est hódie sanctæ Maríæ Vírginis,
cujus vita ínclita cunctas illústrat ecclésias.

Oggi ricorre la nascita della santa Vergine Maria,
la cui gloriosa vita è l'ornamento di tutte le chiese.
(II Antifona del Vespero)

Pietro Lorenzetti, Natività della Beata Vergine, 1335-42

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STORIA DELLA FESTA

Il racconto della Natività della Vergine non compare nei Vangeli canonici, ma nell'apocrifo Protovangelo di Giacomo, che racconta del parto di S. Anna a Gerusalemme, luogo in cui nel IV secolo sarebbe stata dedicata una grande basilica proprio all'ava di Gesù, e comunque questa ricorrenza gaudiosa è attestata da tutta la Tradizione della Chiesa.
La festa odierna ha origine nella tradizione orientale: sappiamo che l'Imperatore Maurizio (VI secolo) ne prescrisse la celebrazione insieme alle altre tre feste mariane (Annunciazione, Purificazione, Assunzione). Fu poi portata a Roma da Papa Sergio I, di origini siriane, nel VII secolo. Per influssi orientali, si sviluppò indipendentemente e quasi in contemporanea in terra sarda ed ambrosiana. Pare che nell'ambito germanico fosse stata portata da S. Bonifacio stesso, mentre nelle terre gallicane fu la Vergine stessa a richiedere che si celebrasse cotale festa già nell'anno 430, apparendo al vescovo Maurilio di Angers, e come tale in Francia la festa odierna è chiamata popolarmente "dell'Angevina". Chartres da parte sua rivendica al vescovo Fulberto (1028) una parte preponderante nella diffusione della festa in tutta la Francia.
La festa fu fissata definitivamente per tutta la Chiesa Universale attorno all'XI-XII secolo, e il successivo Concilio di Lione del 1245 sancì, per volontà di Innocenzo IV, l'istituzione dell'Ottava della Beata Vergine Maria, alla quale si era votato alla Madonna stessa durante il lungo periodo di sede vacante che era intercorso, a causa di Federico II, dalla morte di Celestino IV alla sua elezione. Anche una vigilia per tale festa sarebbe stata introdotta per volontà di Gregorio XI nel 1377, ma nei buij anni dello Scisma d'Occidente le intenzioni del Pontefice caddero lettera morta.

Scrive S. Giovanni Damasceno sulla festività odierna, rivolgendosi ai santi progenitori di Dio Gioacchino e Anna: "O coppia felice, tutta la creazione ha un debito verso di voi, perché per mezzo vostro ha offerto a Dio il più prezioso dei doni, la Madre ammirabile, che, sola, di lui era degna. Benedetto il tuo seno, o Anna, perché ha portato colei che nel suo seno porterà il Verbo eterno, colui che nulla può contenere e che porterà agli uomini la rigenerazione. O terra da principio infeconda e sterile, dalla quale è sorta una terra dotata di fecondità meravigliosa, che sta per produrre la spiga, che nutrirà tutti gli uomini! Beate le vostre mammelle, perché hanno allattato colei, che allatterà il Verbo di Dio, nutrice di Colui che nutre il mondo... "
Sempre S. Giovanni Damasceno riferisce che anche tutte le anime che nel limbo dei Padri attendevano la liberazione, e particolarmente Adamo ed Eva, si fossero rallegrati al vedere colei che avrebbe riscattato la loro sorte, e avessero gridato: "Sii benedetta, o figlia, che il Signore ci promise il giorno della nostra caduta: da noi hai ricevuto un corpo mortale e ci restituisci la veste dell'immortalità. Tu ci richiami alla nostra prima dimora; noi abbiamo chiusa la porta del paradiso e tu restituisci libero il sentiero che porta all'albero della vita". Similmente racconta anche Giacomo il Monaco nel suo trattato sulla Natività della Madonna.

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Δεῦτε ἅπαντες πιστοί, πρὸς τὴν Παρθένον δράμωμεν· ἰδοὺ γὰρ γεννᾶται, ἡ πρὸ γαστρὸς προορισθεῖσα τοῦ Θεοῦ ἡμῶν Μήτηρ, τὸ τῆς παρθενίας κειμήλιον, ἡ τοῦ Ἀαρὼν βλαστήσασα ῥάβδος, ἐκ τῆς ῥίζης τοῦ Ἰεσσαί, τῶν Προφητῶν τὸ κήρυγμα, καὶ τῶν δικαίων, Ἰωακεὶμ καὶ Ἄννης τὸ βλάστημα. Γεννᾶται τοίνυν, καὶ ὁ κόσμος σύν αὐτῇ ἀνακαινίζεται, Τίκτεται, καὶ ἡ Ἐκκλησία τὴν ἑαυτῆς εὐπρέπειαν καταστολίζεται, ὁ ναὸς ὁ ἅγιος, τὸ τῆς θεότητος δοχεῖον, τὸ παρθενικὸν ὄργανον, ὁ βασιλικός θάλαμος, ἐν ᾧ τὸ παράδοξον τῆς ἀπορρήτου ἑνώσεως, τῶν συνελθουσῶν ἐπὶ Χριστοῦ φύσεων, ἐτελεσιουργήθη μυστήριον· ὃν προσκυνοῦντες ἀνυμνοῦμεν, τὴν τῆς Παρθένου πανάμωμον γέννησιν.

Venite, o fedeli tutti, corriamo verso la Vergine: ecco infatti nasce colei colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata ad essere Madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne, che spunta dalla radice di Iesse, l’annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della Divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo la pura nascita della Vergine.

(Tropario del Vespero)

Giotto di Bondone, Natività della Beata Vergine, 1303-05

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OMELIA DI GREGORIO PALAMAS

Oggi si è manifestato un mondo nuovo e uno strano paradiso, nel quale e dal quale è venuto ad essere, riplasmando il vecchio Adamo e rinnovando tutto il mondo, un nuovo Adamo, che non si inganna, ma inganna l’ingannatore e dà in grazia la libertà a quanti con l’inganno sono stati asserviti al peccato. Oggi è stato preparato sulla terra un libro incredibile, che può recare in sé non figure di parole, ma, in modo ineffabile, la stessa Parola viva; ed una Parola non aerea, ma celeste, che non è stata costituita dalla perdita, ma che strappa alla perdita quanti ad essa si accostano, che non si produce con il movimento della lingua umana, ma nasce eternamente da Dio Padre. Oggi si è visto il tabernacolo di Dio, animato e non fatto da mani umane, il forziere razionale ed abitato dallo Spirito del “pane della vita” davvero “mandato dal cielo” [Gv 6, 32]. Oggi, secondo il salmo, “è sorta dalla terra la verità” –la gloria senza menzogna della nobiltà umana che viene dall’alto- “e la giustizia si è affacciata dal cielo” [Sal 84, 12]: quella che scacciò il re dell’ingiustizia e il suo stesso principio delle ingiustizie, in quanto, giudicata ingiustamente, giustamente giudicava; essa legò il potente nella malvagità, rapì i suoi vasi, li trasformò e dimostrò che possono contenere la giustizia divina; e così prese con se stessa i prigionieri del peccato, per renderli coeterni a se stessa in quanto da essa giustificati grazie alla fede in lui, mentre circonda il principe del peccato, dopo averlo stretto in catene da cui non si può fuggire, con un fuoco eterno e senza luce, al quale lo consegna. Oggi il bastone della profezia è germogliato dalla radice di Iesse, da cui “è spuntato un fiore” [Is 11, 1] che non subisce consunzione, ma che anzi chiama in alto la nostra natura sfiorita e perciò caduta  fuori dal luogo della delizia che non appassisce, la riporta ad essere rigogliosa e concede in grazia ad essa l’eterna floridezza, elevandola verso il cielo ed introducendola in paradiso: è il bastone con il quale in grande pastore guidò il gregge razionale ai pascoli eterni; il bastone al quale la nostra natura si è appoggiata per deporre la vetustà e la debolezza della vecchiaia, e con il quale avanza con facilità verso il cielo, lasciando in basso la terra a quanti in basso sono portati perché privi del suo sostegno.

Ma qual è il nuovo mondo, lo strano paradiso, il libro incredibile, il tabernacolo spirituale ed il forziere di Dio, la verità dalla terra ed il tanto celebrato bastone di Iesse? È la fanciulla sempre Vergine, prima del parto e dopo il parto, la cui nascita da una donna sterile festeggiamo oggi. In effetti, Gioacchino e Anna, che vivevano insieme e rimanevano irreprensibili di fronte a Dio, agli Israeliti sembravano degni di biasimo, secondo la legge, perché convivevano privi di figli. Infatti, allora ancora non c’era ancora la speranza nell’immortalità e perciò la successione della stirpe sembrava qualcosa di molto necessario; ora, però, dopo che questa Vergine nata oggi ci ha donato in grazia l’eternità attraverso il suo parto nella verginità, per noi non è più necessaria la successione per generazione di figli; ma allora l’avere molti figli sembrava agli Israeliti migliore anche della virtù, e il non avere prole sembrava un male così grande che anche questi giusti non venivano lodati per la loro virtù più di quanto non venissero insultati per la loro mancanza di prole. I giusti, quindi, assai afflitti per gli insulti e ricordando Abramo, Sara e gli altri che avevano provato afflizione per la mancanza di prole, e ricorrendo poi con l’intelletto al farmaco che certuni avevano trovato per la terapia di questa afflizione, decisero anche loro di rifugiarsi nella supplica a Dio. Ed il saggio Gioacchino si apparta nel deserto, vi abita ed esercita il digiuno, rivolgendo a Dio la preghiera di diventare padre; e non interruppe la preghiera, né fece ritorno da lì, prima di ricevere la notizia dell’esaudimento della sua richiesta. Anna, invece, che aveva gli stessi pensieri, si rinchiude nel giardino vicino e, con il cuore addolorato, grida rivolto al Signore: “Ascoltami, Dio dei miei padri, e benedicimi, così come hai benedetto il ventre di Sara”. Ed il Signore li ascoltò e li benedisse, e promise di esaudire la loro richiesta; ed ora ha portato a compimento la loro richiesta e ha dato loro una figlia, la più meravigliosa fra tutte le meravigliose che siano mai apparse, la madre del creatore di tutte le cose, colei che ha divinizzato il genere umano ed ha divinizzato la terra, che ha fatto di Dio il figlio dell’uomo ed ha reso gli uomini figli di Dio, concependo in sé senza seme ed ineffabilmente facendo maturare in sé nella carne colui che ha prodotto gli enti dai non enti, che li trasforma in essere bene e non lascia che ricadano nel non ente.

Ma per quale motivo ella provenne da fianchi sterili? Per dissolvere l’afflizione ed emendare la vergogna dei suoi genitori, e per prefigurare la dissoluzione, per mezzo di lei stessa, dell’afflizione e della maledizione dei progenitori del genere umano. E la natura come avrebbe osato insozzare il ventre nel quale rimase e dal quale provenne la sola donna che ha abitato nel santo dei santi e la sola divenuta dimora di chi ha fatto la natura? Come, infatti, prima di lei e dopo di lei, non è mai comparsa una madre vergine e una madre di Dio; e come, prima di lei e dopo di lei, nessuno abitò nel santo dei santi, allo stesso modo, come è naturale, prima e dopo di lei, non fu mai visto che in quel ventre materno fosse concepito un altro feto. E poiché bisognava che la Madre di Dio fosse vergine, e per di più della stirpe di Davide e al momento giusto per la nostra salvezza, e si avvicinava il momento e bisognava che la vergine fosse già preparata,  tra i discendenti di Davide, allora,  non fu trovato nessuno migliore per virtù di quei due privi di figli, quanto a virtù e nobiltà, sia del comportamento, sia della stirpe; perciò furono più onorati i privi di figli di quanti avevano molti figli, in modo che la fanciulla dotata di ogni virtù venisse concepita da genitori molto virtuosi e che la perfettamente pura provenisse da genitori molto casti, in modo che la castità, unita alla preghiera e all’esercizio, accogliesse il frutto di divenire generatrice di verginità, e di verginità che, senza corruzione, producesse nella carne colui che fu generato alla deità prima dei secoli dal Padre senza madre. O ali di quella preghiera! O libertà di parola trovata presso il Signore! Quanto immacolati erano quei cuori, per riuscire a produrre una preghiera che è giunta a tanto e tanto ha potuto realizzare! Bisognava che la strada per il grande miracolo fosse aperta dal miracolo, e che la natura cedesse poco a poco alla grazia. [...]

Se dunque, fratelli, vogliamo anche noi dimorare non sulla terra, ma in cielo, e non cadere sulla terra e nel peccato che trascina in basso, ma vogliamo tendere continuamente ad altezza divine, temiamo Dio, allontaniamoci dalle malvagità, ritorniamo a lui attraverso delle opere buone, siamo solleciti nel cancellare i nostri malvagi guadagni con la temperanza e la preghiera, trasformando in meglio i nostri ragionamenti interiori, avendo le doglie e partorendo lo spirito della nostra salvezza, secondo le parole del Profeta, ricevendo, attraverso l’invocazione, l’aiuto di colei che oggi è stata donata ai suoi genitori, con la preghiera e con un modo di vivere gradito a Dio; la quale ha trasformato l’afflizione di chi l’ha generata, ha sciolto la maledizione dei progenitori, ha fatto cessare le doglie della progenitrice, avendo partorito Cristo, senza dolore e in verginità.
A lui conviene ogni gloria, onore e adorazione, insieme al suo Padre senza principio e allo Spirito  santissimo e vivificante, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen

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Icona greca della Natività della Vergine, 1735

Ἡ γέννησίς σου Θεοτόκε, χαρὰν ἐμήνυσε πάσῃ τῇ οἰκουμένῃ· ἐκ σοῦ γὰρ ἀνέτειλεν ὁ ἥλιος τῆς δικαιοσύνης, Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, καὶ λύσας τὴν κατάραν, ἔδωκε τὴν εὐλογίαν· καὶ καταργήσας τὸν θάνατον, ἐδωρήσατο ἡμῖν ζωὴν τὴν αἰώνιον.

La tua nascita, o Deipara, ha rivelato la gioia a tutta la terra: da te infatti sorgerà il sole di giustizia, Cristo Dio nostro; egli ponendo fine alla maledizione, ha donato la benedizione; e distrutta la morte ci ha donato la vita eterna.
(Apolytikio della festa)

sabato 1 settembre 2018

La separazione tra il Santuario e l'aula nella tradizione liturgica

Da sempre i Cristiani, sul modello del tempio di Gerusalemme ove gli Apostoli pregavano nei primi tempi, hanno costruito i loro templi con dei precisi canoni architettonici, che riflettevano però dei significati mistagogici, teologici e spirituali fondamentali.

L'arte sacra, e dunque l'architettura degli edifici di culto, ha conosciuto un diverso sviluppo a seconda dei luoghi e dei periodi, con forme che seppur molto diverse tra loro, talune più consone al sostrato mistico (penso, per esempio, agli stili bizantino, romanico, gotico...) e altre esteticamente forse più belle ma un po' meno efficaci sotto l'aspetto teologico (come il barocco), ha cionondimeno mantenuto per secoli le sue caratteristiche fondamentali, i simboli che rendono un luogo adatto e deputato all'ufficiatura della sacra liturgia.

In Occidente, come sappiamo, da cinquant'anni potremmo dire che l'arte e l'architettura sacre non esistono più, non solo da un punto di vista estetico (visti gli orrori che ci vengono propinati come "chiese"), ma anche e soprattutto nei loro significati mistici e teologici. Ciò è particolarmente evidente quando elementi fondamentali dell'organizzazione dello spazio sacro vengono brutalmente abbattuti o inconcepibilmente modificati, fino a un sovvertimento e a uno svuotamento dello spazio religioso stesso.

In questo articolo propongo (per cominciare) l'analisi di uno degli elementi fondamentali dello spazio sacro, messo a repentaglio dalla riforma postconciliare, e cioè la struttura che separa il Santuario, il luogo dove si trova l'Altare del Signore e dove si celebrano i misteri, dall'aula, il luogo dove si raccolgono i fedeli.

Come si diceva, è dal modello stesso del tempio gerosolimitano che i primi cristiani ripresero l'idea di un Santuario, di un Sancta Sanctorum ove si celebrassero i misteri divini e soprattutto il Santo Sacrificio, che fosse inaccessibile (solo i chierici entrano nel santuario, giammai i laici!) e soprattutto ben distinto, anche visivamente, dal luogo dove i fedeli si radunavano per la preghiera o per assistere alla liturgia. Questo si rendeva particolarmente necessario, al di là dei significati profondi e inappuntabili appena menzionati, perché l'aula della chiesa veniva sovente utilizzata anche per scopi "profani" (raduni, incontri etc.) della comunità cristiana, cosa che in molte tradizioni (per esempio quella russa) sopravvive sino ai nostri giorni.

I. LE ORIGINI

Nella chiesa primitiva tale separazione assunse la forma della pergula, ossia di un colonnato con architrave di collegamento e un parapetto, con una sola apertura centrale attraverso la quale il sacerdote entrava e usciva dal Santuario durante le funzioni.




La pergula paleocristiana è ben visibile nella Basilica di Santa Maria in Cosmedin a Roma (prima immagine in alto), edificata sotto Papa Adriano I (VIII secolo) e rifatta nel 1123. Attualmente la chiesa è sede delle celebrazioni della Chiesa greco-cattolica Melkita, che dunque vi ha posto delle icone sul parapetto. Alcuni storici sostengono che durante le sacre funzioni pure in Occidente si ponessero delle sacre immagini sulla pergula, affinché i fedeli potessero venerarle; cionondimeno nei primi secoli non esisteva l'idea di mantenere delle icone fisse su di essa.
La seconda immagine raffigura un altro esempio canonico di pergula antica, quella del sacello di San Prosdocimo (VI secolo) nella Basilica di Santa Giustina a Padova. La terza invece è quella della Basilica di Santa Maria delle Grazie a Grado, anch'essa del VI secolo.


Esempio arcinoto e paradigmatico di pergula secondo l'antico stile comune a tutto il mondo cristiano è la Basilica Costantiniana di San Pietro (in alto la raffigurazione di Raffaello all'interno dell'affresco della "donazione di Costantino").
Questo stile architettonico comunque sopravvisse lungamente, e in alcuni luoghi rimase addirittura esente dalle successive modifiche stilistiche locali. Per esempio in Inghilterra, laddove la high church anglicana ha mantenuto le strutture precedenti allo scisma enriciano e le ha conservate sino ai nostri giorni (sotto, la pergula della cattedrale di San Probo e della Divina Grazia a St. Probus, in Cornovaglia; e quella della St. Mary church a Berkeley, nel Glouchestershire).

 

II. EVOLUZIONE DELLA PERGULA IN ORIENTE

In Oriente una modifica di questo originario stile architettonico avvenne dopo la crisi iconoclasta (VIII-IX secolo). Per contrastare efficacemente tale eresia, che negava la possibilità di recar culto alle immagini di Cristo e dei Santi, nei territori bizantini s'incominciò a posizionare delle icone fisse sulla pergula, sino a realizzare (attorno al XII secolo) la cosiddetta iconostasi (letteralmente, luogo dove stanno le icone). Essa in tal modo oscura anche la vista del Santuario (funzione un tempo svolta dalla tenda, come si vedrà più avanti), nascondendo la celebrazione dei Sacri Misteri. Si dota inoltre delle porte, che si aprono e chiudono più volte durante la liturgia, in numero canonico di tre: una porta regale o porta santa al centro, da cui transitano i sacerdoti, e due porte diaconali ai lati, da cui invece passano appunto i diaconi e gl'inservienti. Tutto ciò è ben visibile nell'iconostasi della Chiesa di San Giorgio dei Greci in Venezia (sotto).


Le iconostasi possono essere di diverso materiale e variamente decorate. Canoni fissi sono però l'icona del Salvatore a destra delle porte regali e quella della Madre di Dio a sinistra (esse hanno infatti una funzione liturgica), nonché l'immagine dell'Ultima Cena o della Comunione degli Apostoli sopra le porte regali. Quasi tutte le iconostasi poi hanno un'immagine del Battista alla porta diaconale di sinistra, nonché l'Annunciazione raffigurata sulle ante delle porte regali.


A differenza dello stile greco, che generalmente adotta uno o al massimo due registri d'icone, e in cui l'iconostasi è di altezza moderata (in alto, l'abside della Cattedrale di San Demetrio a Tessalonica, la cui iconostasi è stata ricostruita nel secolo scorso sul modello di quella antica), in Russia si affermò un canone molto più complesso, che prevedeva iconostasi assai elevate (quasi fino al soffitto), con quattro o cinque registri d'immagini, rigidamente normati:
  • Nel registro inferiore: Annunciazione sulle porte regali; a destra il Salvatore, San Michele o Santo Stefano, il santo titolare; a sinistra la Madre di Dio, San Gabriele o San Lorenzo, San Nicola o San Giovanni Battista.
  • Secondo registro dal basso: Ultima Cena al centro; le dodici feste principali dell'anno liturgico (Natività della Vergine, Presentazione della Vergine, Annunciazione, Natività, Presentazione di Cristo, Battesimo di Cristo, Trasfigurazione, Ingresso in Gerusalemme, Risurrezione, Ascensione, Pentecoste, Dormizione della Vergine).
  • Terzo registro: Deisis (Cristo benedicente con la Madonna e il Battista) al centro; i dodici apostoli.
  • Quarto registro: la Madonna orante al centro; i dodici profeti dell'Antico Testamento.
  • Quinto registro: la Trinità al centro; i dodici patriarchi dell'Antico Testamento.
  • Coronamento: la Croce, con la Madonna a sinistra e San Giovanni a destra.
L'iconostasi della cattedrale di Sant'Elia Profeta a Yaroslavl (sotto) è un esempio perfetto di iconostasi tradizionale russa. 


III. LE TENDE

Abbiamo detto che un altro elemento di copertura del Santuario erano le tende. Tale elemento rimonta anch'esso ai primi secoli del Cristianesimo, e ha derivazione diretta dal velo del Tempio di Gerusalemme (quello che si squarciò alla morte di Nostro Signore), il quale occultava completamente l'Arca. Parimenti, le tende avevano la funzione di occultare il Santuario e la celebrazione dei Divini Misteri.
Il Rationale Divinorum Officiorum di Guillaume Durand (XIII secolo) c'informa della presenza in Occidente di tria vela, ossia di tre veli. Il primo era una tenda esterna, che copriva l'intero santuario. Abbiamo testimonianze del suo uso a Roma, laddove s'impiegava soprattutto in Quaresima, quando, simboleggiando l'oscurità del peccato che acceca la vista dei peccatori, l'intero santuario veniva occultato. Una funzione simile è svolta dalla grande tenda davanti al coro che si trova nella chiesa armena, che viene chiusa in alcuni momenti durante le sacre funzioni (Comunione del celebrante, per esempio), ma molto spesso durante la Quaresima. Tale tenda si ritrova pure nella tradizione bizantina, anche se di fatto è solo simbolica, dal momento che l'iconostasi provvede già ad oscurare i misteri. Comunque, l'origine comune di questo velo è testimoniata dal fatto che pure nel rituale bizantino il suo impiego precipuo è durante le funzioni quaresimali.

Santuario della chiesa di San Lazzaro, nell'omonimo monastero armeno in Venezia

Il secondo velo, anch'esso un tempo comune a tutta la Chiesa, è progressivamente scomparso dappertutto, ancorché sia stato tenuto per molto tempo nella Chiesa d'Occidente. Era il velo che oscurava solo l'altare, lasciando visibile il resto del Santuario. Questo era fissato al ciborium, che poi evolvette nel baldacchino, di cui le chiese latine continuarono a dotarsi per lunghi secoli, anche dopo la scomparsa delle tende, a memoria simbolica dell'antica funzione. Secondo alcune autorevoli ricostruzioni del rito latino antico, le tende dell'altare rimanevano chiuse all'inizio, e si aprivano mentre il sacerdote saliva all'altare per baciarlo (alcuni sostengono che la lettura privata dell'introito, con tanto di segno di croce, fosse una specie di "benedizione" dell'apertura delle tende). Dipoi, esse si chiudevano nuovamente all'inizio del Canone (con l'Orate fratres, infatti, il sacerdote in un certo senso si congeda dal popolo), e restavano chiuse fino al termine della Comunione del celebrante. Il suono del campanello aveva la funzione di avvertire il popolo, che non vedeva il prosieguo della celebrazione, dei momenti precipui dell'anafora, particolarmente della Consacrazione. All'ultimo suono del campanello, la tenda si apriva, e il popolo si accostava alla pergola per prepararsi alla ricezione dell'Eucaristia.

Particolarmente interessante (anche come argomento contro coloro che si battono per una "liturgia visibile") è il fatto che, scomparso il velo d'altare nell'uso medievale dell'Urbe, i suddiaconi papali -leggiamo negli antichi sacramentari - si disponevano a semicerchio attorno all'altare per impedire che venissero veduti i misteri. Tracce di questa pratica si conservano perfettamente nel rituale della Messa solenne, quando il suddiacono (che tiene in mano la patena) tiene sollevato il velo omerale durante il Canone, quasi a coprire simbolicamente ciò che accade sulla mensa.

Il terzo velo era semplicemente quello che copre il calice, rimasto in tutte le tradizioni orientali e occidentali.



Nella prima foto, il catino absidale della Basilica di San Clemente al Laterano, in Roma. Notare, oltre al ciborio, la particolare conformazione della balaustra che separa lo spazio presbiterale. Nella seconda foto, invece, il Ciborio della Basilica di San Paolo fuori le mura, sempre in Roma.

IV. EVOLUZIONE DELLA PERGULA IN OCCIDENTE


Poiché in Occidente, data l'assenza d'iconoclastia, non si sviluppò mai l'iconostasi, in molti luoghi si mantenne la tradizionale forma della pergula, tutt'al più sormontandola con un Crocifisso e con qualche statua (tipicamente i dodici Apostoli), com'è ben visibile nell'iconostasi trecentesca della Basilica Cattedrale di San Marco in Venezia (in alto; nell'immagine s'intravede pure il ciborio, un tempo con le tende). Si noti pure che il presbiterio è sopraelevato rispetto all'aula, cosa introdotta a Roma ai tempi di Gregorio Magno, e di lì passata in tutto l'Occidente e non solo (ancorché sia estraneo alla tradizione greca, quasi tutte le chiese russe hanno il Santuario leggermente sopraelevato). Il simbolismo di questo innalzamento è chiaro: il Santo Sacrificio si svolgeva sul Sacro Monte di Sion, e il Santuario deve misticamente rappresentarlo. Nel periodo romanico tale elevatezza fu particolarmente accentuata, soprattutto in seguito all'ampliamento delle cripte sottostanti, come si può ben vedere nel presbiterio della Basilica di San Zeno a Verona (a destra).

In altri luoghi, soprattutto in Francia e nel periodo gotico, invece si ebbe un'arricchimento artistico della pergola, sino a giungere alla formazione dei cosiddetti pontili-tramezzi, pareti divisorie realizzate in legno o in marmo, con una ricca decorazione scultorea che le copriva completamente, sino a occultare l'abside. Col tempo esse vennero dotate di due amboni, uno a destra per il canto dell'Epistola e uno a sinistra per il canto del Vangelo (tali amboni si vedono pure nell'iconostasi marciana). Proprio dal fatto che il diacono domandasse la benedizione salendo su questi, ha fatto sì che in Italia e Francia venissero conosciuti come jubè (dalla formula Jube domne benedicere). In inglese il termine per descriverli è rood screen (parete della croce, dal fatto che erano spesso sormontati da una grossa croce), in tedesco Lettern (da lectorium, proprio per la presenza di amboni), in spagnolo semplicemente coro alto. Questa struttura era particolarmente necessaria nelle chiese dotate di coro: infatti la sua precipua funzione non era quella di nascondere i misteri dell'altare, ma piuttosto quella di garantire tranquillità ai corali, che stavano negli stalli posti dietro di essa (come si vede nella ricostruzione della cattedrale parigina di Notre-Dame nel XIII secolo, a sinistra), dimodoché potessero cantare l'ufficio senza esser disturbati dal popolo che entrava in chiesa per la preghiera. Infatti mentre la messa solenne conventuale si officiava all'altare dietro tale tramezzo, talora la messa per il popolo era celebrata al di fuori, in un altare addossato al tramezzo stesso, detto impropriamente "altare della croce", per via della grande croce che sormontava il tramezzo.




Dall'alto, è possibile vedere un tramezzo latino raffigurato negli affreschi giotteschi della Basilica di San Francesco ad Assisi; l'interno del coro con tramezzo della Cattedrale di Santa Cecilia ad Albi (Francia); il tramezzo del coro della Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari in Venezia.

Tra Quattrocento e Cinquecento, un po' per mode estetiche, un po' per la crescente devozione nei confronti dell'Ostia consacrata e un po' per una concezione razionalista, iniziava ad avvertirsi la "necessità" che i misteri fossero visibili (notare che, nonostante queste pretese poco tradizionali, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di abolire le separazioni, né tantomeno di voltare l'altare...) la struttura di separazione fu progressivamente ridotta, fino a diventare una semplice balaustra (in plutei marmorei o a colonnine), chiusa da un cancello che permetteva l'ingresso e l'uscita del clero dal Santuario. Il Concilio di Trento canonizzò questa formula architettonica, sicché per i quattro secoli successivi si mantenne pressoché immutata la forma delle balaustre, e le antiche chiese vennero talora riadattate (questo per una moda cinque-seicentesca di uniformare tutto all'uso tridentino, senza rispetto per le tradizioni locali e secolari, cosa che il Concilio di Trento non aveva minimamente chiesto, ma si era insinuato nella mente di molto clero il pensiero che in tal modo si sarebbe potuto sopprimere qualsiasi germe di protestantesimo).
Sotto, è possibile vedere, a mo' di esempio, il presbiterio della chiesa dei Santi Michele e Gaetano a Firenze (1597).


Pur di forma decisamente ridotta e simbolica, la balaustra mantiene in sé tutte le funzioni dell'antica pergola, definendo chiaramente lo spazio del Sancta Sanctorum, dividendolo dall'aula e rendendolo inaccessibile ai laici. I significati simbolici, pratici e teologici della struttura che separa il Santuario dal resto della chiesa sono strettamente collegati alla sostanza stessa della liturgia e della preghiera del Cristianesimo, e alla profondità e alla santità dei misteri che si celebrano nel Santuario, e particolarmente del Santo Sacrificio Eucaristico.

Ora, se la modernità, dopo la riforma liturgica, ha voluto "aprire il presbiterio al popolo", abolendo le balaustre e stravolgendo ogni significato mistico del Santuario stesso, forse questa nuova architettura, così lontana dalla tradizione bimillenaria della Chiesa d'Oriente e d'Occidente, risponde a delle concezioni teologiche e liturgiche che NON sono quelle del Cristianesimo delle origini, che si possono bene (e tristemente) distinguere nel ritus modernus che le esprime...