sabato 10 novembre 2018

Belluno: nella devastazione resta in piedi la Croce

BELLUNO - A destra e a sinistra, niente. Di fronte e dietro, nulla. In quella zona di Colle Santa Lucia detta Peze, martoriata dall'uragano, è resistito solo il crocifisso detto appunto el Crist de Peze
Una presenza quasi surreale, vista la devastazione che si vede tutt'attorno, che sta dando origine a dei piccoli pellegrinaggi. 
Una pianta di crisantemo è comparsa in questi giorni, quasi come una sorta di ringraziamento a quel Gesù che almeno ha aiutato a preservare le vite umane del paese. 
E non sono mancate le persone che si sono fermate, anche solo un attimo rallentando il passo, a rivolgere un pensiero o una preghiera.

giovedì 8 novembre 2018

Disponibile l'Ordo Missae celebrandae del 2019!

E' da ora disponibile l'Ordo Missae celebrandae del 2019
secondo le rubriche del Messale Romano
con i supplementi per le diocesi delle Venezie
realizzato dal circolo Traditio Marciana!


L'opuscolo, realizzato per le cure di Nicolò Ghigi, contiene il calendario liturgico giorno per giorno dell'anno ecclesiastico 2019 (dal 2 dicembre 2018 al 30 novembre 2019), con le indicazioni necessarie alla celebrazione della messa quotidiana e festiva, secondo le rubriche del Messale Romano ed. VI dopo la tipica (1952), con il supplemento con le messe proprie per le diocesi del territorio storico delle Venezie (Patriarcato di Venezia, Arcidiocesi di Udine, Arcidiocesi di Gorizia, Arcidiocesi di Trento, Diocesi di Adria, Diocesi di Bergamo, Diocesi di Brescia, Diocesi di Bressanone, Diocesi di Belluno e Feltre, Diocesi di Concordia, Diocesi di Padova, Diocesi di Treviso, Diocesi di Trieste e Capodistria, Diocesi di Verona, Diocesi di Vicenza, Diocesi di Vittorio Veneto).

A differenza dei calendari che un tempo venivano editati dalle diocesi per i propri sacerdoti completamente in latino, le rubriche descritte nell'Ordo da noi realizzato sono state tradotte in italiano per facilitare la comprensione e la corretta attuazione delle stesse da parte dei fruitori.

Per ottenere gratuitamente la versione digitale del calendario
è sufficiente scrivere una email a traditiomarciana@gmail.com

martedì 6 novembre 2018

Un orientamento al contrario è segno di una teologia contradditoria

di Peter Kwaniewski

I Cattolici che si addentrano in discussione serie riguardo la liturgia, desiderando forse conoscere l'oggetto di tutto questo trambusto, rapidamente scopriranno che una delle domande più scottanti, e per un certo verso la più importante, è l'orientamento della liturgia. Qual è il grosso problema legato alla direzione in cui il prete guarda durante la Messa?

Per cominciare, il costume di tutti i Cristiani di offrire e partecipare alla liturgia Eucaristica rivolti verso Oriente ha le stesse radici apostoliche e la stessa universalità nella Storia della Chiesa, che possiede per esempio l'uso dell'acqua battesimale, la preghiera dei salmi, il culto della Risurrezione di Cristo la domenica, la venerazione della Madre di Dio e dei santi, e delle loro reliquie. Come dato di fatto, l'orientamento verso oriente è anteriore all'uso di paramenti sacri ufficiali, di edifici sacri consacrati, e persino del Credo Niceno Costantinopolitano che recitiamo ogni domenica.  [...]

Si pensi in tal modo: Vorresti tu, praticante cattolico, che la domenica fosse abolita, rimpiazzata da un altro giorno della settimana, o semplicemente levata dal calendario? Questa sarebbe una deviazione inconcepibile dalla pratica Cristiana. Vorresti che tutti i salmi fossero rimossi dalla messa e dall'Ufficio Divino? Potremmo rimpiazzare il battesimo con una cerimonia civile, o smettere di onorare la nostra Santa Madre perché ciò potrebbe farci sentire quali bimbi immaturi od offendere le femministe anti-materne? O avere preti che celebrano in jeans e maglietta, perché questi sono gli abiti comuni dei nostri giorni, come vesti e mantelli erano gli abiti comuni dell'età antica? Impossibile! Non può accadere che ciò che si è fatto per millenni venga all'improvviso cancellato.

Ma è esattamente quel che si è fatto con il culto rivolto ad orientem. Per circa duemila anni, il clero e i fedeli insieme si rivolgevano nella stessa direzione, in attesa di Cristo e in Sua adorazione, di Colui che già si è fatto presente nel mistero della Sacratissima Eucaristia, Colui che ha da venire alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti e il mondo nel fuoco.

Rivolgersi ad orientem preserva l'orientamento escatologico della liturgia. Quando i primi Cristiani si riunivano la domenica per rendere culto al Signore, essi si trovavano ad anticipare la seconda venuta di Cristo; questa sembra essere la più antica caratteristica del nostro culto pubblico. Come nota dom Gregory Dix, la "forma primordiale" della celebrazione domenicale non era tanto una celebrazione che guardava alla risurrezione di Cristo della prima Pasqua, o a qualche particolare mistero o momento della Sua vita terrena, ma che piuttosto guardava avanti con lungimiranza al ritorno del Signore nella gloria, supplicandolo di liberarci dalle malie del peccato, della morte, e dell'inferno. La messa domenicale riguardava la vita nel secolo venturo, che i primi Cristiani, che si trovavano a soffrire amare e terribili tribolazioni, dovevano tenere in gran considerazione, dacché pregavano e speravano di restare nella fede: "non c'indurre in tentazione ma liberaci dal male". Per questa ragione, il guardare a oriente nella preghiera era un simbolo intenso: dopo le tenebre e la notte oscura, il sole sarebbe sorto gloriosamente all'orizzonte, da est, emanando luce e calore.

Per non menzionare tutti i passi scritturali, ripetutamente commentati dai Padri della Chiesa, che chiamano Cristo "l'Oriente", o dicono che Egli ascende a Oriente, o che Egli viene da Oriente (cfr., inter alia, Ps. 67,34; Atti 1,10-11; Mt. 24,27; Zacc. 6,11-12).

Nel voltare il prete verso la gente, ci si è decisamente allontanati da quello che era il più antico, il più significante, il più distintivo costume del nostro culto come Cristiani. Quando ci rivolgiamo ad orientem, ritorniamo con decisione ai fondamentali della fede Cristiana e alla sua prassi originaria. Ironicamente, nell'adottare la novità del versus populum - un supposto "ritorno alla pristina prassi" secondo gli studiosi della metà del XX secolo, le cui conclusioni sono state smentite dal lavoro degli studiosi successivi - si è fatto sì ch'andasse perduto il più antico elemento di tutti.

Non è difficile vedere perché questo costume avrebbe dovuto quasi potersi considerare l'essenza stessa del culto Cristiano. Molto semplicemente, il culto riguarda Dio, e non riguarda noi stessi. O, meglio, riguarda noi solo nella misura in cui noi siamo da Dio, in Dio e per Dio, il nostro Creatore, Salvatore, Santificatore e Giudice. Laonde, anche nella misura in cui, come dice San Tommaso Aquinate, la liturgia è fatta per ke nostre necessità, imperocché Dio, che è infinitamente buono, non vuol guadagnre nulla per Se stesso, essa è comunque fatta per l'amore e la lode e il ringraziamento di Dio, che è l'origine e il compimento di tutte le nostre necessità. Le nostre necessità , in breve, sono PER DIO; la nostra necessità più profonda e di andare oltre noi stessi in Lui. Il maggior proposito del culto è di portarci fuori da noi stessi e stabilirci in Dio. In questo senso, ogni aspetto del culto liturgico che non ha chiaramente il suo fine in Dio, Padre e Figliuolo e Santo Spirito, o ogni aspetto che sembra avere il suo fine in noi, non è liturgia, qualunque altra cosa sia (e.g., autostima, costume sociale, terapia, superstizione).

Quindi, la posizione ad orientem semplicemente esprime l'atto di adorazione in se stesso, mentre quella versus populum esattamente lo contraddice. Questo è il motivo per cui non è solo poco adatto, ma financo antitetico alla religione. Il teologo Max Thurien, scrivendo (la qual cosa ha del sorprendente) nel giornale ufficiale vaticano Notitiae osservava, in un'affermazione che ne anticipava una di Ratzinger simile e assai più famosa ripresa in Lo Spirito della Liturgia:
"L'intera celebrazione [della Messa] è spesso condotta come se fosse una conversazione e un dialogo in cui non v'è più spazio per l'adorazione, la contemplazione e il silenzio. Il fatto che il celerante e i fedeli si guardino costantemente in faccia gli uni gli altri chiude la liturgia in se stessa".

Sulla stessa linea, il cerimoniere papale Guido Marini notò durante una conferenza a Roma:
"Ai nostri tempi, l'espressione "celebrare rivolti al popolo" è entrata nel vocabolario comune... Una siffatta espressione sarebbe categoricamente inaccettabile quando venisse a esprimere una proposizione teologica. Teologicamente parlando, la santa Messa, infatti, è sempre indirizzata a Dio per mezzo di Cristo nostro Signore, e sarebbe un grave errore immaginare che l'orientamento principale dell'atto sacrificale sia la comunità. Un siffatto orientamento, perciò, il voltarsi verso il Signore, deve animare la partecipazione interiore di ciascuno durante la liturgia. Parimenti, è ugualmente importante che questo orientamento sia ben visibile anche nel segno liturgico".

Marini ci aiuta a vedere non solo che l'oggetto della liturgia dovrebbe sempre essere Dio, o l'uomo-Dio, Gesù Cristo, e mai meramente l'uomo, ma anche che quest'orientamento oggettivo (non passiamo evitare l'Oriente nemmeno nel nostro modo ordinario di parlare!) dovrebbe essere visibile, evidente al senso, facilmente comprensibile dall'intelletto, e facilmente traducibile nel movimento del desiderio che noi chiamiamo "amore", che è ordinato verso il bene - verso un bene esterno a noi, nel caso del nostro fine ultimo.

Rappresenterò il contrasto tra le due contradditorie posizioni in relazione ai loro significati di soggetto e oggetto.

Nella posizione ad orintem, la relazione soggetto/oggetto appare come uomo/Dio. Il prete guarda e agisce come immagine di Cristo, come mediatore tra Dio e l'uomo. Paradossalmente, la centralità del prete nel vecchio rito serve a enfatizzare che Dio è il solo e unico oggetto di culto, dacché il prete è in tal modo ovviamente assimilato al suo ufficio di alter Christus.

Nella posizione versus populum, la relazione soggetto/oggetto appare come popolo/prete. Il prete, pur colle migliori intenzioni, guarda e agisce come il presentatore autorizzato di un evento comunale; il posizionarsi vis-à-vis gli conferisce una sorta di autocratica prominenza come l'unico al quale l'assemblea è subordinata e legata. Questa potrebbe essere la ragione psicologica per cui alcuni preti compensano ciò con informalità, scherzi, beffe, sorrisi, gesti, applausi - lo stesso "eccessivo contrapporsi" del prete nel versus populum sembra esigere un ridimensionamento di tale eccesso - e lo fa attraverso l'enfatizzazione del fatto che egli è "uno di noi", dopo tutto! Quanto triste è che l'unica vera e ovvia via per mostrare che il prete sia "uno di noi" - e cioè, che egli guardi nella stessa direzione verso la quale ciascuno guarda e che offra il sacrificio per loro conto, lo stesso sacrificio che essi offrono nei loro cuori - è stato rigettato come un simbolo opaco e scaduto, da rimpiazzarsi con un modello che trasforma la messa in qualcosa fatto nei riguardi del popolo e, in un certo senso, a lui imposto. In realtà, la messa è qualcosa che Gesù Cristo, secondo la Sua natura umana, compie nei riguardi della Santisima Trinità, come la grandiosa preghiera Suscipe Sancta Trinitas perfettamente esprime, e noi possiamo unirci ad essa.

Ironicamente, per un rito che è stato pensato come meno clericale e più popolare, il prete nel nuovo rito diventa assai più centrale, al centro dell'attenzione per via della sua personalità, del suo "stile popolare" o del suo "modo di esser prete". Il versus populum non fa altro che sottolineare la disgraziata amplificazione della presidenza umana, a costo di assimilarla alla kenosis e all'unica mediazione di Cristo.

Kathleen Pluth rappresenta brillantemente il problema e la soluzione. Avendo detto di sé ch'ella odia esser causa di distrazione per gli altri cantando di fronte alla chiesa, ed ella preferirebbe assai trovar rifugio in un coro (i cantori dovrebbero essere ascoltati, non veduti!), ella poi passa a considerare il celebrante della messa:
"Il ruolo del prete è esponenzialmente più complesso. Egli non può nascondersi. Il suo ruolo è intrinsecamente, e in un certo senso primariamente, visibile, dacché guida l'assemblea attraverso il velo, nel Sancta Sanctorum. Noi lo seguiamo [...]. Per secoli il simbolismo del nostro "seguire" il prete era chiaro. Nondimeno, nel periodo postconciliare, e senza un diretto riferimento negli stessi documenti del Concilio, il carattere della relazione tra il prete e il popolo è stato notevolmente distorto con la postura versus populum.
Quando le persone si guardano le une gli altri, mirano a esser gradite. Hanno contatto visivo; sorridono per incoraggiarsi. C'è una parola che descrive detta gestualità: flattery [suona più o meno come "adulazione", ma qui il senso è più complesso e appena definito, ndt]. La gente "adula" i propri preti e i loro preti li adulano, con un rapporto medio, direi, di 500 a 1. Nulla di tutto ciò è incoraggiato nei documenti del Concilio. La postura versus populum, è particolarmente mondana. Essa pone il prete non come un modello da seguire, ma come l'ospite di un talk show da compiacere nella misura in cui egli ci compiace. Non ci sono ragioni per questo.
Gli sguardi verso Dio dovrebbero essere resi chiaramente nella Liturgia (si guardi la Hierarchia Ecclesiastica dello Pseudo Dionigi per una meravigliosa esposizione di come questo dovrebbe funzionare), ma di contro il nostro cammino verso Dio è oscurato da una serie di contatti visivi e risposte che distraggono. La liturgia della domenica è fondamentale per tutti, e per molti è l'unico contatto con la Chiesa. Pertanto, i suoi simboli dovrebbero esprimere la Verità, inclusa la verità circa le relazioni ecclesiastiche, che non dovrebbero essere in funzione del compiacimento ma del servizio. Il salmista canta: "Rivesti di santità i tuoi sacerdoti / i fedeli canteranno di gioia". La postura ad orientem permette ai preti di essere preti e pure al popolo di essere se stesso, mentre tutti insieme si rivolgono a Dio.
Di conseguenza, era un gran vantaggio del demonio volgere i preti verso la gente, creando un cerchio magico di affermazioni di vicinanza che fanno decadere l'esperienza della messa a livello di uno scambio orizzontale, un avanti e indietro nella quotidianità. Non v'è nulla di trascendente in questo; al contrario, Dio è addomesticato, domato, manipolabile - non è Colui che riceve il sacrificio, ma un argomento di conversazione".

Nel contesto occidentale [e non solo, ndt], inoltre, laddove l'uso di una lingua sacra è stata la prassi pressoché universale e priva d'eccezione per la maggior parte della storia della Chiesa, l'introduzione del vernacolare - e fino a poco tempo fa, di un banale e noioso vernacolare - ha pure contribuito a questo livellamento serpentino. Ad orientem, l'uso del latino, il canto piano, inginocchiarsi per la comunione, sono mezzi semplici ma potenti per ricusare l'orizzontalismo democratico che ha afflitto la liturgia degli ultimi cinquant'anni. Lo smantellamento di tutto ciò - la rimozione delle balaustre, la pratica della comunione in piedi (rispetto a come si è sviluppata la prassi occidentale nel secondo millennio), la ricezione della comunione in mano, l'abolizione del chierico colla patena e via così - tutti questi sono coerenti con una prospettiva più ampia della deformazione dell'atto di culto in un atto di precipitosa autostima, che ricorda ossessivamente quanto avvenuto nel Giardino dell'Eden.

[FONTE. Traduzione a cura di Traditio Marciana]

Nelle foto è possibile vedere un confronto tra la prassi "versus populum e la pratica di liturgia tradizionale in Oriente e Occidente.




venerdì 2 novembre 2018

L'assoluzione al tumulo nella tradizione aquilejese e marciana

di Nicolò Ghigi

Il 2 novembre ricorre la commemorazione di tutti i fedeli defunti, giorno interamente dedicato alle preghiere di suffragio per le anime del Purgatorio, originatasi nella pratica monastica e fissata dall'abate sant'Odilone di Cluny nel 998, e successivamente passata almeno dal XIII secolo alla Chiesa Universale. La data del 2 novembre fu scelta ovviamente per mettere in relazione questo giorno, dedicato alle anime purganti, con l'immediatamente precedente festa d'Ognissanti, dedicata alle anime trionfanti, a preferenza di altri giorni cui sono invece deputate le preghiere per i defunti in altre tradizioni cristiane (il calendario bizantino prevede due sabati delle anime con il medesimo carattere d'intercessione per i morti, situati però uno subito prima della Quaresima e uno subito dopo la Pentecoste).

Tra le cerimonie caratteristiche di questo giorno, nei riti latini, vi è, accanto al suggestivo e compunto ufficio dei morti, e alla liturgia della messa di requie, con le toccanti parole della sequenza Dies irae (poema di Tommaso da Celano, XIII secolo), vi è il rito d'assoluzione super tumulum in suffragio di tutti i fedeli defunti. Molto si è già detto di tale cerimonia, che a onta del nome non è una vera e propria "assoluzione" in quanto la Chiesa non ha potere assolutorio sulle anime dei morti, ma ha piuttosto una funzione di suffragio, compiuta davanti a un castrum doloris (altresì detto catafalco) ornato che simboleggiava il feretro dei morti, e si è descritta la sua forma tipica nel rito romano, con il poeticissimo responsorio Libera me Domine, ispirato alla drammatica narrazione del giorno del Giudizio contenuta negli scritti del profeta Sofonia, le preci di suffragio, l'aspersione e l'incensazione del tumulo. (1)

Anche negli altri riti della famiglia latino-germanica esistono cerimonie simili, con differenze più o meno notevoli nella forma dovute agli usi locali, ma d'identica sostanza. Particolarmente ora accenneremo ai riti delle esequie (perché si noti che la cerimonia funebre, le exequiae, è propriamente il rito di assoluzione, fatto al feretro praesente cadavere o al tumulo absente cadavere, e non la messa di suffragio che pur vi s'accompagna) nella tradizione del Patriarcato di Aquileja e del Patriarcato delle Venezie.

Ad Aquileja

L'Agenda Dioecesis Sanctae Ecclesiae Aquilegiensis (2), il "rituale" proprio dell'antico Patriarcato, contiene l'Ordo exequiarum minorum da compiersi con il feretro, dunque praesente cadavere, preceduto dalla cerimonia del trasporto del feretro in chiesa e seguito dall'Ordo sepeliendi funus (laddove funus è figuratamente impiegato per indicare il cadavere). Dipoi l'Agenda, dopo aver parlato del funerale dei bambini, alla voce Ordo exequiarum in commemoratione: septimo vel trigesimo vel anniversario defuncti riporta semplicemente le variazioni da apportarsi nelle orazioni. Ragionevolmente si può supporre che in date ricorrenze dunque si replicasse la cerimonia delle esequie praesente cadavere, proprio come nel rito romano difatti l'assoluzione al tumulo non è che l'assoluzione al feretro con un'orazione in meno (e ovviamente senza il trasporto del feretro in chiesa e poi al cimitero).

L'intero ordine aquilejese delle cerimonie funebri, a differenza di quello romano, non contiene l'indicazione di celebrare la messa di requie, anche se assai probabilmente lo facevano. E' comunque provato che nell'antichità, prima dell'VIII secolo almeno, non si usasse la messa bensì l'ufficio dei morti come forma privilegiata di suffragio per i defunti.
Il rituale di per sé, essendo come tutti i testi liturgici antichi privo della quasi totalità delle indicazioni cerimoniali, che ragionevolmente si reputavano tenute a memoria dai sacerdoti, menziona solo l'aspersione del feretro all'arrivo in chiesa e l'aspersione e l'incensazione del sepolcro in cimitero, e durante le esequie non accenna né ad aspersioni né a turificazioni, ma di nuovo non è da escludere, anzi a mio avviso è da supporre, che le facessero.

Le esequie iniziano con il sacerdote che recita summissa voce un'orazione:
Omnnipotens Dei misericordiam deprecemur: cujus judicio nascimur et finimur: ut spiritum chari nostri (vel charae nostrae): quem Domini pietas de incolatu hujus mundi transire praecepit: requies aeterna suscipiat: et in beata resurrectione repraesentet: et in sinibus Abrahae, Isaac et Jacob collocare dignetur. Per Christum Dominum nostrum.
Supplichiamo la misericordia di Dio Onnipotente, secondo la cui discrezione nasciamo e moriamo: affinché il riposo eterno accolga lo spirito del nostro caro (o della nostra cara) cui la benignità del Signore ha ordinato di partirsi da questo mondo, e lo ripresenti alla beata risurrezione, e si degni di trovargli un posto nei seni di Abramo, Isacco e Giacobbe. Per Cristo Signore nostro.

L'orazione è sicuramente dal sapore molto antico, oltre che per la forma del latino, anche per la struttura sintattica, ma soprattutto per il riferimento al "seno di Abramo", antica concezione dei loci purgatorii (antecedente all'immagine del Purgatorio come "terzo luogo fisico" che in fondo si attesta solo dal XIII secolo), direttamente ricavata dall'episodio evangelico di Lazzaro e il ricco epulone. (3)

Segue il primo dei tre ornati responsori che accompagnano il rito. Il testo di tale responsorio è tolto da Geremia 7,6, mentre il verso è dal Salmo 101,12.
Indu[c]ta est caro mea putredine, et foedibus pulveris, cutis mea aruit, et contracta est. Memento mei Domine, quia ventus est vita mea. V. Dies mei sicut umbra declinaverunt, et ego sicut foenum arui. Memento...
La mia carne è rivestita di marciume, e delle sordidezze della polvere, la mia cute è seccata e intirizzita. Ricordati di me o Signore, perché la mia vita è un soffio. V. I miei giorni passarono come un'ombra, e io seccai come il fieno. Ricordati...

Quindi, il sacerdote dice il triplice Kyrie eleison, il Pater noster e alcuni versicoli, come nell'uso romano, e conclude con un'orazione che recita: Deus qui universorum es conditor et redemptor: [qui] cum sis tuorum beatitudo sanctorum, praesta nobis petentibus: ut spiritum chari nostri (vel charae nostrae) a corporis nexibus absolutum: in sanctorum tuorum resurrectione facias praesentari. Qui cum Deo Patre et Spiritu Sancto vivis, ac regnas Deus in saecula saeculorum. Amen.
O Dio, che sei il creatore e il redentore di ognuno; dacché sei la beatitudine dei tuoi santi, concedi a noi che ti preghiamo di far presentare lo spirito del nostro caro (o della nostra cara), disciolto dai lacci corporali, nella resurrezione dei tuoi santi. Tu con Dio Padre e lo Spirito Santo vivi e regni, Iddio, nei secoli dei secoli. Amen.

L'orazione presenta una notevole anomalia nella conclusione, che, rispetto a quella comunemente impiegata nelle orazioni rivolte al Figlio, contiene alcune variazioni (anticipazione del complemento d'unione rispetto ai verbi; ac anziché et; in anziché per; omissione di omnia avanti a saecula). Probabilmente queste ultime due peculiarità sono frutto di una contaminazione con la conclusione breve Qui vivis et regnas in saecula saeculorum.

Subito dopo, si canta un secondo responsorio, tolto da Geremia 10,20.
Paucitas dierum meorum finietur brevi. Dimitte me, Domine, sine plangam paululum dolorem meum. Antequam vadam ad terram tenebrosam, et opertam mortis caligine. V. Ecce in pulvere sedeo, et in pulvere dormio, et si mane me quaesieris, non subsistam. Antequam...
La pochezza dei miei giorni presto finirà. Congedami, o Signore, permettimi di piangere un po' il mio dolore. Prima che vada verso una terra tenebrosa, e coperta dalla nebbia della morte. V. Ecco, siedo nella polvere, e dormo nella polvere, e se al mattino mi cercassi, non sarò vivo. Prima che...

Tanto questo responsorio quanto il precedente sono tratti da Geremia, come la quasi totalità dei responsori dell'ufficio dei morti nei riti occidentali; peraltro, in altri testi liturgici di area germanica si riscontra la presenza tanto del Paucitas dierum quanto dell'Induta est (che seppure in forma mutila è presente pure al mattutino dell'ufficio dei morti romano). (4)

Seguono nuovamente il Kyrie, il Pater e i versicoli (leggermente diversi rispetto a quelli detti in precedenza) e un'orazione: Fac quaesumus, Domine, hanc cum animam famuli tui (vel famulae tuae) misericordiam: ut malorum suorum in poenis non recipiat vicem, qui in votis tuam tenuit voluntatem. Ut, sicut eam hic vera fides junxit fidelium turmis: ita eam illic tua miseratio societ angelicis choris. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Fai, te ne preghiamo, o Signore, quest'atto di misericordia nei confronti dell'anima del tuo servo (o della tua serva): che non riceva nelle pene la retribuzione delle sue azioni malvagie colui che nei suoi voti ha serbato la tua volontà; affinché, come la vera fede la congiunse alle torme dei fedeli, così nell'aldilà la tua misericordia la unisca ai cori angelici. Per Cristo Signore nostro. Amen.

Infine, il terzo responsorio è il Libera me, già reso noto ai più dal suo impiego nelle esequie di rito romano. Il testo del Patriarcato, di composizione ecclesiastica con richiami a Sofonia 1,15, presenta nondimeno alcune differenze rispetto a quello impiegato nell'Urbe, riportato subito sotto.
Libera me, Domine, de morte aeterna in die illa tremenda. Quando coeli movendi sunt et terra. V. Dies illa, dies irae, dies calamitatis et miseriae, dies magna et amara valde. Quando coeli. Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Dum venerit judicare saeculum per ignem.
Liberami, o Signore, dalla morte eterna, in quel giorno tremendo. Quando dovranno essere scossi i cieli e la terra. V. Quel giorno, giorno d'ira, giorno di calamità e miseria, giorno grande e assai amaro. Quando i cieli... Dona loro, o Signore, l'eterno riposo, e splenda ad essi la luce perpetua. Quando verrai a giudicare il mondo nel fuoco.

Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda. Quando coeli movendi sunt et terra. Dum veneris iudicare saeculum per ignem. Tremens factus sum ego, et timeo, dum discussio venerit, atque ventura ira. Quando coeli movendi sunt et terra. Dies illa, dies irae, calamitatis et miseriæ, dies magna et amara valde. Dum veneris iudicare saeculum per ignem. Requiem æternam dona eis, Domine: et lux perpetua luceat eis. (5).

Come si può vedere, il verso Dum veneris nell'aquilejese si dice una sola volta e alla fine, mentre nell'uso romano si ripete due volte e in diverse posizioni; il Quando coeli la seconda volta è detto dopo il Dies illa, mentre il testo romano prevede di dirlo prima; è nell'aquilejese completamente omesso il verso Tremens factus sum ego, et timeo, dum discussio venerit, atque ventura ira, che compare invece nel romano; nell'aquilejese è rafforzata l'anafora di dies al verso Dies illa, che viene ripetuto quattro volte, mentre nel romano è omesso davanti a calamitatis.
Ovviamente anche la melodia è notevolmente diversa tra i due testi, in quanto il messale romano riporta un tono gregoriano del X secolo rimaneggiato nell'Ottocento (6), mentre l'aquilejese segue i suoi suggestivi toni propri detti "patriarchini".

Ancora una volta il triplice Kyrie, il Pater e i versicoli, seguiti dall'orazione conclusiva. L'Agenda offre tre diverse orazioni a seconda dell'occasione, pro viro, pro muliere e pro pluribus indifferenter, al cui novero si devono aggiungere la colletta in septimo riportata più avanti (e che, con una sola ovvia variazione testuale, vale pure per il trigesimo e per l'anniversario), e le altre collette pro fratribus et sororibus, pro benefactoribus et in oratione commistis, pro sepultis in cimiterio e una colletta generalis, che sono riportate dopo quella del settimo.

Il rito delle esequie si conclude qui, perché segue immediatamente il seppellimento del cadavere; nella commemorazione, secondo quanto riportato al capo apposito, si conclude con Requiescant in pace. Amen. Fidelium animae per misericordiam Dei requiescant in pace. Amen.

A Venezia

Il rito patriarchino aquilejese era un tempo esteso a tutto il territorio del Patriarcato, non esclusa la Venezia marittima; è però noto che in quest'ultima il rito subì evoluzioni e contaminazioni, anche con riti orientali come l'alessandrino e il bizantino (soprattutto nel calendario, come si può vedere dalle numerose commemorazioni di santi orientali o dell'Antico Testamento, ch'è prassi non occidentale (7)), producendo due forme rituali leggermente differenti, quella patriarchino-veneziana in uso alla Diocesi di Castello (poi Patriarcato di Venezia) e quella marciana in uso alla Basilica di San Marco.

Il Diglich (8) c'informa che, nonostante l'adozione generale del Messale Romano nel Patriarcato di Venezia, che soppiantò il messale patriarchino, il clero di Venezia continuò a osservare alcune peculiarità rituali dell'antico rito locale, che sopravvissero e vennero sempre conservate e impiegate. Una di queste erano le preci impiegate nel rito delle esequie dopo la messa da morto, in cui non cantasi il Libera me, bensì il Redemptor meus vivit (peraltro diverso da quello che si cantava al funerale secondo lo stesso uso veneziano, ch'era il Quomodo confitebor.

Di seguito il testo, come riportato dal Diglich e dal Cappelletti (9):
Redemptor meus vivit, et in novissimo die resurgam et renovabuntur denuo ossa mea: et in carne mea videbo Dominum meum. Lauda anima mea Dominum: laudabo Dominum in vita mea. Redemptor meus.
Il mio Redentore vive, e risorgerò nell'ultimo giorno, e si riformeranno di nuovo le mie ossa: e nella mia carne vedrò il mio Signore. Loda il Signore, anima mia: loderò il Signore nella mia vita. Il mio redentore...

Tale responsorio, pieno di speranza, potrebbe esser giunto nelle Venezie su influsso ambrosiano (il rito mediolanense lo prevede infatti nelle cerimonie d'assoluzione al tumulo) (10); uno stralcio è presente pure al mattutino dell'ufficio dei morti romano.
Secondo il Diglich, seguivano il triplice Kyrie eleison e cinque orazioni, di cui riporta solo le parole iniziali, di cui le ultime quattro erano precedute ciascuna da una delle seguenti antifone:
1. Haec requies mea in saeculum seculi, hic habitabo, quoniam elegi eam.
Questo è il mio riposo in eterno, qui abiterò, imperocché l'ho scelto.
2. Animam precamur, quam creasti, Domine, ut suscipi jubeas in regnum tuum, et in sinu Abrahae collocari facias, ut cum beato Lazaro portionem accipiat.
Ti preghiamo, o Signore, di ordinare che l'anima che hai creato sia accolta nel tuo regno, e che tu la faccia porre nel seno di Abramo, acciocché riceva la sua parte insieme al beato Lazzaro.
3. Spiritus tuus bonus deducet me in terram rectam: propter nomen tuum, Domine, vivificabis me in aequitate tua et educes de tribulatione animam meam.
Il tuo spirito buono mi conduce per terra sicura: a motivo del tuo nome, o Signore, mi darai vita nella tua giustizia e scamperai la mia anima dalla tribolazione.
4. Credo, Domine Deus, carnis resurrectionem et vitam aeternam: sed tantum deprecor tuam clementiam, ut non inter haedos, sed inter oves consortium merear.
Credo, o Signore Iddio, la risurrezione della carne e la vita eterna: ma solo supplico la tua clemenza, perché io meriti un posto non tra i capri, ma tra le pecore.

Infine, si diceva il salmo 129 De profundis, il versetto A porta inferi, l'orazione Absolve quaesumus e il Requiem aeternam, come del resto nel rituale romano.

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NOTE

(1) Vedasi per esempio QUI. Il testo di riferimento per le cerimonie descritte qui, come nell'articolo linkato, è Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum S. Pii V Pontificis Maximi jussu editum aliorumque Pontificum cura recognitum a Papa Pio X reformatum et Benedicti XV auctoritate vulgatum, ed. VI juxta typicam Vaticanam, Turonibus, sumptibus et typis Mame, 1952
(2) Agenda Dioecesis Sanctae Ecclesiae Aquilegiensis, Venetiis, ex Bibliotheca Joannis Baptistae Somaschi, 1575, fol. 45-56
(3) cfr. Jacques Le Goff, La naissance du Purgatoire, Paris, Gallimard, 1981
(4) cfr. Breviarium Romanum ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum S. Pii V Pontificis Maximi jussu editum aliorumque pontificum cura recognitum Pii Papae X auctoritate vulgatum, ed. XXIV juxta typicam, Turonibus, sumptibus et typis Mame, 1939
(5) Missale Romanum, op. cit.
(6) A tale tono "ufficiale" si affiancava una gran copia di toni simpliciores o breviores, dalle melodie notevolmente semplificate per l'uso parrocchiale.
(7) L'ultimo calendario proprio del Patriarcato di Venezia, promulgato dal Patriarca La Fontaine, contiene memorie di santi orientali le cui reliquie sono nelle chiese della città (e.g. S. Giovanni l'Elemosinario, S. Cosma eremita, S. Ermolao ieromartire etc.), del secondo patriarca d'Alessandria S. Aniano, di S. Zaccaria padre di S. Giovanni Battista e altri. cfr. Proprium Missarum pro Venetiarum Patriarchatu, Venetiis, typis Aemilianis, 1916
I calendari precedenti prevedevano molte più memorie di santi di tal schiatta, compresi molti Patriarchi e i Profeti dell'Antico Testamento, S. Simeone il giusto e S. Lazzaro risuscitato, essendovi in città molte chiese dedicate (ma non solo per quello, come nel caso di S. Elia), cosa prettamente orientale e ignota all'Occidente. cfr. Giambattista Galliccioli, Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, Venezia, appresso Domenico Fracasso, 1795, tomo IV
Il calendario proprio della Basilica Marciana, come detto, ne annoverava altri ancora. cfr. Kalendarium ad usum cleri Sanctae Marcianae Basilicae Venetiarum servatis ordine coeremonialis atque immemorabili ejus consuetudine, Venetiis, Nardini, 1805, in 8.
(8) Giovanni Diglich, Rito veneto antico detto patriarchino, Venezia, nella tipografia di Vincenzo Rizzi, 1823.
(9) Giuseppe Cappelletti, Storia della Chiesa di Venezia dalla sua fondazione sino ai nostri giorni, Venezia, coi tipi del monastero armeno di S. Lazzaro, 1853
(10) Missale Ambrosianum juxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis, Mediolani, Daverio, 1954

giovedì 1 novembre 2018

Una parrocchia ortodossa in Italia passa da Costantinopoli alla ROCOR

Tra i molti articoli che da un paio di mesi quotidianamente appaiono sui siti greci e soprattutto russi circa l'annoso scisma tra Costantinopoli e Mosca, suscitato dall'interventismo autoritario e anticanonico del Fanar sulla questione dell'autocefalia alla metropolia moscovita dell'Ucraina, decretato formalmente dal Santo Sinodo di Russia lo scorso 15 ottobre, stamane sul sito inglese del Patriarcato di Mosca orthochristian.com è comparso un articolo che descrive il primo effetto in Italia di tale storico e tragico evento (se si esclude qualche imbarazzo tra preti costantinopolitani e moscoviti in più o meno casuali incontri nei primi giorni dopo lo scisma).

Traduzione di Traditio Marciana.


La Chiesa Ortodossa della Natività di Cristo e di S. Nicola il Taumaturgo in Firenze, Italia, ha deciso di passare dalla giurisdizione del Patriarcato di Costantinopoli a quella della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR), riporta l'Unione dei Giornalisti Ortodossi citando il sito francese Parlons d'Orthodoxie.

La chiesa iniziò a esser costruita nel 1899 per iniziativa dell'Arciprete Vladimir Levitskij e di immigrati di origini russe. E' stata sotto la giurisdizione dell'Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe in Europa Occidentale, sotto il Patriarcato Ecumenico, sin dal 1927.

Il trasferimento alla ROCOR è stato ufficializzato il 28 ottobre.

La decisione è stata presa dalla comunità in seguito alle azioni del Patriarcato di Costantinopoli circa la questione canonica in Ucraina.

"Dopo l'anticanonica decisione presa dal Patriarca Bartolomeo l'11 ottobre, abbiamo cessato di commemorarlo. Con questa decisione, il Patriarca Bartolomeo ha sottoposto a persecuzione la Chiesa Ortodossa (canonica, ndr) d'Ucraina, retta dal Metropolita Onofrio" dice il rettore della parrocchia, l'Arciprete George Blatinskij.

Secondo i parrocchiani, oltre 100 membri della comunità hanno tenuto una riunione generale, tenendo anche una votazione in cui hanno all'unanimità espresso il loro sostegno alla decisione di passare alla ROCOR. Sua Eminenza il Metropolita Ilarion dell'America Orientale e di Nuova York, il Protogerarca della ROCOR, è ora commemorato durante le funzioni alla Chiesa della Natività di Cristo e di S. Nicola.

Pure padre Mark Tyson, in precedenza della Diocesi Ortodossa Russo-Carpata del Nord America, che è sotto la giurisdizione di Costantinopoli, si è recentemente incardinato nella ROCOR a causa delle azioni del Patriarcato Ecumenico in Ucraina.

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Sabato 17 novembre, in occasione dell'onomastico di S.E. Gennadios, Metropolita Ortodosso d'Italia e di Malta (Patriarcato di Costantinopoli) il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I sarà in visita a Venezia, e celebrerà la Divina Liturgia. Qualche voce maligna sostiene che il generale stia passando in rassegna le truppe per assicurarsene la fedeltà... comunque questa prassi mi ricorda (tristemente) i "viaggi apostolici" (rectius, le passerelle papolatriche) diventati tanto di moda presso i Papi dal Concilio Vaticano II in poi...

lunedì 29 ottobre 2018

La simbologia della Creazione nell'ufficio vespertino

Tra settembre e ottobre, dopo l'ininterrotta serie di feste iniziata a giugno, cadono non pochi giorni in cui è possibile gustare l'ufficio feriale del rito romano, con il suo antichissimo patrimonio innodico, che (nonostante qualche, talora troppo invadente, adattamento metrico ad opera di Urbano VIII nel XVII secolo) rimonta agli uffici monastici così come si cantavano almeno dal VII secolo.

Osservando gl'inni dei Vesperi, è possibile notare l'esistenza di una forte simbologia legata alla Creazione: durante i sette giorni della settimana gl'inni assegnati ripercorrono i sette giorni della Creazione, quasi come se essa si rinnovasse in quel momento. Analizziamo brevemente tali inni, tenendo presente che la settimana inizia con il vespero del sabato, che danno inizio al primus dies che è la Domenica.

  • Sabato: Jam sol recedit igneus; è un inno di lode alla Trinità, alla Divinità che esiste da prima di tutti i secoli; prima che ogni cosa fosse creata, Essa esisteva, ed Essa creò ogni cosa, sicché non è possibile iniziare a ripercorrere la Creazione senza lodare il suo sommo principio.
  • Domenica: Lucis creator optime; la Creazione della luce, del giorno e della notte.
  • Lunedì: Immense coeli conditor; Creazione e separazione del cielo, della terra, delle acque sopra la terra.
  • Martedì: Telluris alme conditor; la separazione della acque dalla terra.
  • Mercoledì: Coeli Deus sanctissime; la creazione del sole, della luna e delle stelle.
  • Giovedì: Magnae Deus potentiae; la Creazione degli animali.
  • Venerdì: Hominis superne conditor; la Creazione dell'uomo.

Per comprendere quest'attenta scelta operata dalla nostra tradizione, è necessario considerare un elemento tanto imprescindibile quanto dimenticato della nostra liturgia, ossia il suo carattere cosmico. La liturgia cristiana, in quanto espressione di una Religione fortemente uranica, non può prescindere dal ciclo celeste. Se consideriamo questo carattere, unitamente al fatto che nella tradizione ebraica (ripresa poi da quella Cristiana) il giorno va da tramonto a tramonto, il Vespero è il primo momento di tutta la giornata liturgica, e dunque ben si adatta a rappresentare l'inizio di tutto, ossia la divina Creazione del cielo e della terra. Subito dopo il Vespero, però, vengono le tenebre: sono le tenebre del peccato originale, e un'atmosfera di contrizione domina tutto l'ufficio notturno, finché giunge il giorno, e sul finire del Mattutino (cioè il canto del Benedictus delle Lodi) sorge il Sole di Giustizia, che rischiara coloro che sono nelle tenebre e nell'ombra della morte; e si compie così la storia della Salvezza, con la celebrazione della Messa, cantata al mattino, quando la luce solare che filtra da Oriente rappresenta Cristo che viene, nella quale ha compimento l'attesa del Salvatore che si è proclamata durante tutte le ufficiature notturne, e nella quale infine si rinnova il Divin Sacrificio della nostra Redenzione.


Una simbologia pressoché identica esiste nell'ufficio vespertino bizantino, che inizia, subito dopo la benedizione e il Δεῦτε προσκυνήσωμεν, con un προοιμιακὸς ψάλμος fisso, ossia il salmo 103, non a caso conosciuto presso i Padri della Chiesa come "Il Poema della Creazione". La simbologia sottesa è ovviamente molto simile: riporto il commento che ne fa il padre Andrej Chizhenko, apparsa diversi mesi fa su Pravoslavie.ru

"E al salmo, dopo l'esclamazione "Anima mia, benedici il Signore", si apre dinnanzi a noi tutta la cronaca della Creazione. L'inizio dei Vespri è un simbolo dell'esistenza pre-eterna di Dio - della Santissima Trinità - e della Creazione dal nulla operata dall'Altissimo. Ogni versetto di questo salmo è traboccante di denso lirismo e di profondo significato. Ad esempio, il primo verso: Mio Signore, mio Dio, sei veramente grande: di onore e di maestà ti sei vestito, ci narra che Dio è inconoscibile e incomprensibile nella sua essenza, sia per gli angeli che per gli uomini, ed è più potente di qualsiasi creatura sulla Terra: il santo Re e profeta Davide ci offre un parallelo con la Genesi, il primo libro della Bibbia, narrandoci la Creazione. Dio è vestito di una luce inavvicinabile e veste i Cieli così come un uomo è rivestito della propria pelle.

Dopodiché, il salmo fa un parallelo con la Genesi anche sulla Creazione degli Eccelsi e della Terra: Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne.  Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

Il salmo 103 ci parla della creazione delle nuvole, dei venti, delle tempeste, e degli Angeli, servitori della Gloria di Dio, che lo servono in tutto l'Universo. E infine vi è un passaggio interessante del salmo: e [hai creato] il mare solcato dalle navi, ove alberga il Leviatano, affinché sia deriso. Il prof. Alexander P. Lopukhin ritiene che il leviatano sia un antico essere estinto (un dinosauro, per intendersi), descritto anche in Giobbe (cap. 40-41). Sicuramente non è un coccodrillo dei tempi moderni! Sant'Atanasio il Grande dava invece un'altra interpretazione, dicendo che il leviatano sarebbe il demonio: le ultime parole del versetto, "affinché sia deriso", sembrano avvalorare questa tesi. I versi finali del salmo parlano dell'autore della vita, di Dio stesso:  Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati,be rinnovi la faccia della terra. Se il Signore decide di togliere il suo Spirito, ogni cosa appassisce e si degrada, e se invece il Signore manda il suo Spirito, ogni cosa fiorisce e vive. Gli ultimi versi alludono alla caduta dei demoni e dei peccatori, e la glorificazione di Dio: Scompaiano i peccatori dalla terra e più non esistano gli empi. Benedici il Signore, anima mia. E così si conclude la storia sacra del primo mondo, e inizia l'Alleanza in attesa del Messia.

Per questo il Salmo 103 è chiamato "introduttivo" e viene cantato ai Vespri con grande enfasi, aprendo le porte regali e incensando tutta la chiesa (1): è segno di comunione diretta fra Dio e l'Uomo, il fatto che il sacerdote incensi il popolo in chiesa è simbolo del fatto che Dio camminava fra gli uomini, e la chiusura delle porte regali alla fine del salmo rappresenta la cacciata di Adamo dall'Eden. Ecco la storia di pentimento, di lotta contro il peccato, di contrizione. E inizia ora la storia dell'attesa del Salvatore, del Redentore, il nostro Signore Gesù Cristo (2).

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NOTE di Traditio Marciana

(1) Quello d'incensare la chiesa durante il salmo introduttivo è un costume unicamente praticato nella Chiesa Russa, laddove gli altri tipici, sul modello di quello costantinopolitano, prescrivono semplicemente che il sacerdote legga segretamente le preghiere della sera.
(2) Il modello è sicuramente l'ufficiatura monastica, particolarmente quella che ancor oggi si pratica sull'Athos, l'agripnìa, in cui una sola lunghissima celebrazione (circa 13 ore!) senza soluzione di continuità ha inizio con il Vespero alla sera e termina all'alba del giorno successivo con la Divina Liturgia. Il tipico della Chiesa Russa conserva ciò solo come simbolo, ovverosia prescrive di celebrare unitamente Vespero e Mattutino alla vigilia delle grandi feste, in modo che simbolicamente questa celebrazione duri "tutta la notte" (appunto in russo si definisce Всено́щное бде́ние, "veglia di tutta la notte"), ancorché nell'uso parrochiale non superi la durata di due ore.

Nelle immagini: scene dai mosaici della Creazione del duomo di Monreale, XII secolo (segnatamente, creazione del cielo; creazione degli animali; creazione della donna).

sabato 27 ottobre 2018

L'Epistola Cattolica di San Giuda Taddeo

Nella vigilia della festa dei Santi Simone e Giuda, presentiamo brevemente la lettera di «Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo», dunque tradizionalmente attribuita all'Apostolo San Giuda Taddeo (cfr. Origene, Ad Romanos 5, I e Tertulliano, De cultu fem. I, 3).

La qualifica servo di Gesù Cristo può indicare semplicemente che chi scrive è un cristiano: qui però presenta uno che ha un servizio speciale, un ministero nella comunità dei fedeli. Circa l'autore, taluni hanno avuto perplessità nell'identificare il Taddeo come l'autore di tale epistola: nel testo della lettera l'autore non si identifica come un apostolo e farebbe riferimento agli apostoli come ad un gruppo di cui non fa parte (17-18). Tuttavia il versetto 1,17-18, secondo altri autori, non sarebbe sufficiente ad escludere Giuda dal circolo dei dodici apostoli.
Secondo diversi autori si potrebbe trattare anche del Giuda riportato come fratello di Gesù (Adelfòtheos) dalle fonti evangeliche, o ancora di altri personaggi con lo stesso nome.
Alcuni studiosi ritengono inoltre lo scritto pseudoepigrafico: l'autore sarebbe un anonimo ebreo cristiano a conoscenza della Lettera di Giacomo e di altre opere ebraiche, come l'Assunzione di Mosè e l'Apocalisse di Enoch, che avrebbe voluto dare maggiore credibilità allo scritto associandogli il nome di uno dei fratelli di Gesù.
In ogni caso, la Tradizione identifica il Taddeo come autore di tale epistola, e tanto basti almeno nell'attribuirle il suo valore religioso.

La data di composizione è incerta. Nella lettera la fine del mondo e il giudizio universale sono peraltro attesi come imminenti e gli insegnamenti degli apostoli sono tramandati come orali; questi elementi, insieme alla mancanza di riferimenti alla distruzione del Tempio, farebbero risalire la datazione al tempo del cristianesimo primitivo, con date proposte oscillanti tra il 50 e il 90, ancorché taluni abbiano cercato di postdatarla sino ai primi decenni del II secolo. Ai fini della datazione può essere utile considerare che da una parte l'autore forse conosceva la Lettera di Giacomo, dall'altra che la Seconda lettera di Pietro (3,3) cita Giuda 18.

Le comunità destinatarie dovevano essere composte in maggioranza di giudeo cristiani, dal momento che la lettera fa largo uso dell’A.T e di apocrifi giudaici, perciò bisogna orientarsi verso le aree della Palestina e della Siria, anche considerando che tali aree non erano le destinatarie della seconda lettera di Pietro.

Giuda voleva già scrivere una lettera alle comunità Palestinesi e dell’area Antiochena, ma l’impulso determinante lo ebbe di fronte all’infiltrarsi in esse di falsi cristiani. Questi perversi maestri prima erano ai confini delle comunità perché molto compatte, ma poi camuffandosi si erano infiltrati fino a partecipare alle agapi fraterne.
La loro identità, così come la presenta la lettera, è affine a quella dei Nicolaiti.  Questi falsi maestri pretendevano di dominare i demoni con gli insulti e non con la potenza di Cristo; e poiché scendevano nel terreno dell’odio, rimanevano vittime dei demoni. Questi perversi maestri negavano la divinità di Cristo e aprivano alla licenziosità della carne professando il dualismo manicheo, intendendo che i peccati della carne non contaminano lo spirito, poiché esso è dotato della conoscenza (gnosi).

L’autore è chiaramente di origine giudaica, ma conosce bene la lingua greca, nonostante la presenza di numerosi semitismi, desunti in gran parte dai LXX. La lettera è piena di vivacità, energia autorevole che gli proviene, considerandola posteriore alla seconda di Pietro, dall’autorevolezza di quella lettera, oltre che dal temperamento dell’autore che doveva essere impetuoso, e perciò molto diverso dal mite Giacomo il minore al quale si attribuisce la “Lettera di Giacomo”. La padronanza della lingua greca potrebbe far considerare che Giuda si sia servito di uno scriba che abbia migliorato il suo dettato. Il lessico è più ricco di quello usuale del Nuovo Testamento: contiene ben 14 hapax legomena nella Bibbia e un hapax legomenon nell'intera produzione letteraria in lingua greca a noi giunta. Il Mayor e altri autori hanno fatto notare anche una sapiente costruzione retorica, con vasto impiego di figure di posizione, particolarmente il cosiddetto triplet.

La lettera è stata inserita presto nel canone della Bibbia, anche se con diverse incertezze. È elencata nel canone muratoriano (II secolo: "epistola sane Judae... <inter> catholicas habetur") ed Eusebio di Cesarea la pone tra i libri disputati anche se accettati da molti (Hist. Eccl. III, 25) . L'elemento che più ha prodotto incertezze circa la canonicità, sicché San Girolamo attesta che tale lettera a plerisque reicitur, è l'uso di fonti apocrife.

L'autore fece infatti ampio uso di fonti considerate non canoniche, l'Assunzione di Mosè e il Libro di Enoch, e forse anche il Testamento di Naphtali e il Testamento di Asher. Il Libro di Enoch è un testo ebraico composto con una lunga storia compositiva, inclusa tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.; il versetto Enoch 1,9 è citato letteralmente in Giuda (14,15), il riferimento ad Enoch come il «settimo da Adamo» è ripreso da Enoch 40,8 e la descrizione degli angeli caduti contenuta in Giuda 6,13 si basa su Enoch. Interessante è notare che S. Agostino (cfr. De Civitate Dei 15) ipotizzi la "santità" del libro di Enoch proprio per il fatto ch'esso sia citato nell'epistola di Giuda, con un ragionamento dunque inverso rispetto a quello degli altri Padri. La citazione dell'Assunzione di Mosè è riconosciuta come tale da autori patristici come Origene di Alessandria, Clemente di Roma e Didimo il Cieco, e fanno riferimento a un'edizione dell'Assunzione di Mosè differente da quella più tarda conservatasi.

Sia Clemente di Roma (+ 96 d.C) che Clemente di Alessandria (+ 200 d.C) hanno fatto alcuni accenni all'autenticità della lettera di Giuda. Anche Tertulliano ne parla come se la sua canonicità sia accettata da tutti. La fede della Chiesa siriaca sembrerebbe attestata dalle citazioni di S. Efrem, nelle opere conservate in greco (Opera omnia graece et latine III), ma tali opere risultano spurie. Si trovano poi delle allusioni più o meno chiare nella Didachè (2, 7), presso S. Policarpo (Ad Philipp.), nel Martirio di S. Policarpo, presso Teofilo Antiocheno ed altri (così il Chaine, pp. 261-262). San Girolamo, come detto, seguendo la linea eusebiana, accetta la canonicità riferendoci però le numerose contestazioni: "Giuda lasciò una piccola epistola che è tra le sette cattoliche. Imperocché cita la testimonianza del libro di Enoch, che è apocrifo, da parecchi viene ripudiata; tuttavia meritò autorità a motivo della sua antichità e dell'uso che se ne fa nelle Chiese, e si elenca tra le Sacre Scritture" (De viris ill. 4; si noti che il summenzionato plerique, secondo alcuni critici, in Girolamo equivale a nonnulli, cioè "alcuni" anziché "parecchi"). Molti autori antichi e moderni hanno dissertato circa il valore da attribuire alle predette citazioni di libri di tradizione giudaica non ammessi nel canone scritturale; in generale, parrebbe conveniente stimare che, pur non essendo riconosciuti d'ispirazione divina, tali scritti contengano comunque espressioni "sante e devote" o comunque non tacciabili d'eresia (con le parole virgolettate la prefazione alla Volgata Sisto-Clementina descrive i libri ammessi nella Septuaginta o dalla Volgata geronimiana, ma non inseriti nel canone cattolico, che vennero messi pertanto in appendice a suddetta edizione, proprio a sottolinearne il carattere edificante ancorché non di divina ispirazione). L'unico Concilio Ecumenico a confermare la canonicità dell'epistola fu il Tridentino, conciossiaché pure le Chiese d'Oriente la tengan per divinamente ispirata e la annoverino nel canone.

Tra gli altri sostenitori della canonicità della lettera s'identificano S. Filastrio, S. Lucifero di Cagliari, S. Ambrogio e S. Agostino in Occidente; S. Atanasio e S. Cirillo d'Alessandria, S. Epifanio e S. Gregorio Nazianzeno in Oriente.

Di seguito è possibile scaricare il testo dell'Epistola Cattolica di S. Giuda nell'autorevole traduzione italiana (1a ed. 1778) del dotto mons. Antonio Martini (1720-1809), Arcivescovo di tutta Firenze, con testo latino a fronte, apparato critico e commento del medesimo mons. Martini e, in appendice, discordanze tra il testo della Volgata di S. Girolamo preso come riferimento e la versione greca.

EPISTOLA DI SAN GIUDA in pdf

martedì 23 ottobre 2018

Prossime celebrazioni tradizionali a Venezia

Chiesa di S. Simeon Piccolo,
Santa Croce 698, Venezia - FSSP


Domenica 28 ottobre
In festo Ss. Simonis et Judae Apostolorum
festa patronale di S. Simon Piccolo

11.00       S. Messa cantata
seguita dalla venerazione delle reliquie dei Ss. Apostoli






Risultati immagini per tutti i santi
Mercoledì 31 ottobre
In vigilia Omnium Sanctorum

17.30 S. Rosario di riparazione
e Litanie dei Santi

18.30 S. Messa letta

Giovedì 1 novembre
In festo Omnium Sanctorum
festa di precetto

11.00       S. Messa cantata


Immagine correlata


Venerdì 2 novembre
In comm. omnium fidelium defunctorum

18.30       S. Messa cantata di requiem
seguita dall'assoluzione al tumulo

giovedì 18 ottobre 2018

"O sacerdote che vuoi cantare la messa..."

L'antico Messale Aquilejese si apriva con un carmen in passionem Christi dedicato ad sacros religiososque sacerdotes. Si trattava di un piccolo componimento di dieci esametri latini che esortano il sacerdote che vuole cantare la messa a far memoria del Calvario e dei dolori patiti dal Divin Redentore, cosicché possa degnamente ed efficacemente ripresentarne il Sacrificio. Si tratta di uno dei molti componimenti poetici latini inseriti a mo' di didascalia nel messale del Patriarcato (molto noti, e riportati pure in messali di altri usi locali, sono i carmi che accompagnano i vari mesi del calendario liturgico). Probabilmente la lettura di questa semplice e breve composizione, non a caso tuttavia posizionata in un luogo così rilevante qual'è la prima pagina del messale, gioverebbe anche oggi ai sacerdoti, e specialmente potrebbe far riflettere la vaga cristianità dei nostri tempi sulla realtà del Sacrificio di Cristo e soprattutto sulla reale natura del Santo Sacrificio della Messa.


Carmina in passionem Christi.
Ad sacros religiososque sacerdotes.

Tu quicumque velis missam cantare sacerdos,
Funditus esto memor totaque mente revolve:
Qualia sit Christus per te certamina passus.
Velato capite tibi risum signat amictus:
Linea veste nota: quæ sit delusus in alba.
Vincla repraesentant sua cingula stola manipulus.
In casula noscas quod purpura significatur.
Calvarie memorare locum dum pergis ad aram
et recolas Christum: dum pergeret ad moriendum.
Hæc sic cuncta pie memorando: pectora tunde.


Versi sulla passione di Cristo.
Ai consacrati e devoti sacerdoti.

O sacerdote qualunque che vuoi cantare la messa,
ricordati bene e considera con tutta la mente:
qual genere di dolori Cristo abbia patito per te.
Con il capo velato, l'amitto taccia le tue risate,
con la veste di lino pensa che Egli fu schernito nella bianca veste.
La stola, il cingolo e il manipolo raffigurino le sue catene.
Nella casula sappi che fu rivestito di porpora.
Rammenta il luogo del Calvario, mentre ti dirigi all'altare,
e ricordati di Cristo: mentre si dirigeva alla morte.
Così, nel ricordar piamente tutte queste cose, percuotiti il petto.

lunedì 15 ottobre 2018

ULTIM'ORA: Mosca rompe completamente la comunione con Costantinopoli

E' arrivata poco fa la dichiarazione finale del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa, che, riunitosi ufficialmente a Minsk, ha elaborato un documento nel quale si contestano storicamente e canonicamente tutte le unilaterali prese di posizione del Santo Sinodo della Chiesa Costantinopolitana, e nel quale è contenuto anche il passo che segue:


Принятие в общение раскольников и анафематствованного в другой Поместной Церкви лица со всеми рукоположенными ими «епископами» и «клириками», посягательство на чужие канонические уделы, попытка отречься от собственных исторических решений и обязательств, — все это выводит Константинопольский Патриархат за пределы канонического поля и, к великой нашей скорби, делает невозможным для нас продолжение евхаристического общения с его иерархами, духовенством и мирянами. Отныне и впредь до отказа Константинопольского Патриархата от принятых им антиканонических решений для всех священнослужителей Русской Православной Церкви невозможно сослужение с клириками Константинопольской Церкви, а для мирян — участие в таинствах, совершаемых в ее храмах.

L'accettazione in comunione degli scismatici e degli anatemizzati in un'altra Chiesa Locale con tutti i "vescovi" e "chierici" ordinati da loro, un'invasione nella competenza canonica altrui, un tentativo di rinuncia alle proprie decisioni e ai propri obblighi storici, tutto ciò porta il Patriarcato di Costantinopoli fuori dalla liceità canonica e, con nostro grande folore, rende impossibile per noi continuare la comunione eucaristica con i suoi gerarchi, i suoi chierici e i suoi laici. D'ora in avanti, e fin quando il Patriarcato di Costantinopoli non si rifiuti di prendere decisioni anticanoniche, per tutti gli ecclesiastici della Chiesa Ortodossa Russa è vietata la concelebrazione con i chierici della Chiesa di Costantinopoli, e per i laici di partecipare ai Sacramenti celebrati nelle sue chiese.

(FONTE)

Attendiamo aggiornamenti sulla vicenda, e dichiarazioni del Patriarcato di Costantinopoli in merito.

venerdì 12 ottobre 2018

Costantinopoli entra in comunione con gli scismatici ucraini

Ieri il Santo Sinodo di Costantinopoli ha rilasciato una terribile dichiarazione che prosegue nella direzione di scisma già annunciata da oltre un mese: sostanzialmente, esso dichiara (con approvazione all'unanimità, com'è prassi nel "libero" sinodo fanariota) che proseguirà strenuamente nella concessione d'imperio dell'autocefalia (non richiesta) all'Ucraina, e che sono state tolte le scomuniche ai gerarchi delle "chiese indipendenti" ucraine, che sono stati reintegrati nella loro posizione canonica. Come volevasi dimostrare, l'autocefalia che si vuol concedere non è per gli Ortodossi ucraini, ma per gli scismatici filetisti (in buona parte eterodiretti da poteri occidentali antirussi). Di seguito riporto la dichiarazione del Fanar.
Il Santo Sinodo della Chiesa Russa si riunirà d'urgenza il 15 ottobre p.v. per deliberare in merito; alcuni vescovi moscoviti hanno già dichiarato che quest'atto è anticanonico, perché si reintegrano degli scismatici senza che costoro si siano pentiti del loro atto di separazione, e anzi dando loro ragione. Intanto, è pervenuta una lettera di sostegno al Patriarcato di Mosca da parte del Primate di Cechia e Slovacchia (QUI in inglese).
Infine, notizia di pochi minuti fa, la Chiesa Ortodossa canonica d'Ucraina (Metropolia di Kiev e di tutta l'Ucraina, rispondente al Patriarcato di Mosca) ha dichiarato che non parteciperà al sinodo per l'unificazione delle chiese non-canoniche, sentenziando un lapidario ma eloquente e indiscutibile: "Noi siamo già la locale chiesa canonica".


Comunicato del Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico
sulla questione ecclesiastica in Ucraina

Presieduto da Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, il Sacro Sinodo è convocato per la sua sessione regolare dal 9 all'11 ottobre 2018, al fine di esaminare e discutere gli articoli sulla sua agenda.
Il Sacro Sinodo ha discusso a lungo e in particolare sulla questione ecclesiastica dell’Ucraina, in presenza di S. Ecc. l’Arcivescovo Daniel di Pamphilion e di S. Ecc. il Vescovo Ilarion di Edmonton, Esarchi Patriarcali in Ucraina, e in seguito alle estese deliberazioni ha decretato:

1) Di rinnovare la decisione già presa, che il Patriarcato Ecumenico proceda alla concessione dell’autocefalia della Chiesa di Ucraina.

2) Di ristabilire, in questo momento, lo stavropigiale a Kiev del Patriarca Ecumenico [Monastero dipendente direttamente dal Patriarcato di Costantinopoli, ndt], uno dei suoi molti stavropigiali da sempre esistiti in Ucraina.

3) Di accettare ed esaminare le petizioni di ricorso di Filarete Denisenko, Makariy Maletych e dei loro seguaci, che si sono trovati in scisma per ragioni non-dogmatiche, in conformità con le prerogative canoniche del Patriarca di Costantinopoli, per ricevere tali petizioni da parte di gerarchi e di altri sacerdoti di tutte le chiese autocefale.
Di conseguenza, i summenzionati sono stati canonicamente ristabiliti nei loro ranghi gerarchici o presbiterali, e i loro fedeli sono stati ripristinati alla comunione con la Chiesa.

4) Di revocare il vincolo giuridico della Lettera Sinodale dell’anno 1686, rilasciata per le circostanze dell’epoca, che concesse, per motivi di ikonomìa, il diritto al Patriarca di Mosca di ordinare il Metropolita di Kiev, eletto dall’Assemblea clericale e laicale della sua diocesi, che avrebbe commemorato il Patriarca Ecumenico in ogni celebrazione della Divina Liturgia, proclamando e affermando la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli.

5) Di appellarsi a tutte le parti coinvolte, perché evitino l’indebita appropriazione di chiese, monasteri e altre proprietà, nonché evitino qualsiasi altro atto di violenza o rappresaglia, affinché la pace e l’amore di Cristo possano prevalere.

Patriarcato Ecumenico, 11 ottobre 2018
Dalla Segreteria del Sacro Sinodo

 + Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo,
diletto fratello in Cristo e fervente intercessore presso Dio

giovedì 11 ottobre 2018

Tὴν ὄντως Θεοτόκον, σὲ μεγαλύνομεν

Nella festa della Divina Maternità di Maria Santissima, ricordiamo il Sacrosanto Concilio di Efeso, terzo dei Concili Ecumenici, che fissò l'insegnamento dommatico in tale materia, definendo Maria τὴν ὄντως Θεοτόκον ("veramente la Deipara").


FORMULA DI UNIONE
del Sacrosanto Concilio di Efeso

Per quanto poi riguarda la Vergine madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell'incarnazione dell'unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l'intenzione di fare un'aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall'inizio l'abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea.
Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell'uomo.
Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l'umanità; che è consustanziale al Padre secondo la divinità, e consustanziale a noi secondo l'umanità, essendo avvenuta l'unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore.
Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.
Quanto alle affermazioni evangeliche ed apostoliche che riguardano il Signore, sappiamo che i teologi alcune le hanno considerate comuni, e cioè relative alla stessa, unica persona, altre le hanno distinte come appartenenti alle due nature; e cioè: quelle degne di Dio le hanno riferite alla divinità del Cristo, quelle più umili, alla sua umanità.

***

Τὴν τιμιωτέραν τῶν Χερουβὶμ καὶ ἐνδοξοτέραν ἀσυγκρίτως τῶν Σεραφίμ, τὴν ἀδιαφθόρως Θεὸν Λόγον τεκοῦσαν, τὴν ὄντως Θεοτόκον Σὲ μεγαλύνομεν.

Tu che sei più onorevole dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, tu che senza macchia generasti il Dio Verbo, o vera Deipara, noi Ti magnifichiamo

lunedì 8 ottobre 2018

Anniversarium Dedicationis Basilicae Cathedralis

8 octobris 1094 - 8 octobris 2018

CMXXIV anniversarium
Dedicationis Sanctae Patriarchalis Archiepiscopalis Primatialis ac Metropolitanae Basilicae Cathedralis

S. MARCI VENETIARVM


Terríbilis est locus iste: hic domus Dei est et porta coeli: et vocábitur aula Dei. Ps. 83, 2-3. Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! Concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini. ℣. Glória Patri.

Questo luogo incute rispetto: questa è la casa di Dio e la porta del cielo: e sarà chiamata reggia di Dio. Quanto sono amabili le tue dimore, o Signore degli eserciti! La mia anima anela e si strugge negli atri tuoi. Gloria al Padre.


Deus, qui nobis per síngulos annos hujus sancti templi tui consecratiónis réparas diem, et sacris semper mystériis repæséntas incólumes: exáudi preces pópuli tui, et præsta; ut, quisquis hoc templum benefícia petitúrus ingréditur, cuncta se impetrásse lætétur. Per Dóminum.

O Dio, che ogni anno rinnovi per noi il giorno della consacrazione di questo tuo santo tempio, e ci fai sempre presenziare incolumi ai sacri misteri: ascolta le preghiere del tuo popolo, e concedi che chiunque entri in questo tempio per dimandar le tue grazie, si rallegri d'averle tutte ricevute. Per il Signor nostro.

sabato 6 ottobre 2018

La regola mariana di San Serafino di Sarov

In questo mese del Santo Rosario, sarà interessante riportare alcune informazioni su una simile pratica di preghiera nella Chiesa Orientale. Comunemente si dice che il Rosario mariano non faccia parte dell'ortoprassi orientale, e ciò in parte è vero, anche se vi sono forme consimili di preghiera iterata: le corde da preghiera, i cosiddetti κομποσκοίνια (komboskìnia), talora detti impropriamente "rosarii ortodossi", sono corde di 33, 50 o 100 grani sulle quali i fedeli orientali recitano la Preghiera del Cuore: Κύριε Ἰησοῦ Χριστέ, Υἱέ τοῦ Θεοῦ, ἐλέησόν με τόν ἁμαρτωλόν! (Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!). Questa preghiera, com'è ben noto, ha un ruolo fondamentale nella pratica dell'esicasmo, la "via unitiva" dell'ascesi e della mistica orientale, e non a caso in alcuni monasteri dell'Athos i monaci sono tenuti a recitare quattro o cinque di seguito di questi "rosari" da 100 grani ogni giorno.
Il Rosario mariano infatti, almeno storicamente, si sviluppa nel XIII secolo, per la predicazione dei domenicani e particolarmente di San Pietro da Verona, fondatore della prima Confraternita del Santo Rosario, e viene universalmente diffuso e raccomandato solo nel 1479 con la bolla di Sisto IV Ea quae ex fidelium. Dunque, è una prassi latina posteriore al Grande Scisma, e pertanto naturalmente non compare nella pratica orante della chiesa greca.


Tuttavia, fatto meno noto, nel XIX secolo, in Russia, si diffuse una regola di preghiera estremamente simile, pressoché identica, al Rosario mariano latino. Alcuni sostengono che ciò possa essere avvenuto per una contaminazione latina (del resto già altre devozioni tipiche del Medioevo occidentale, come quella ai Sette Dolori della Vergine, erano entrate nella pratica dell'Ortodossia Russa): pur mantenendo i caratteri tipici di una preghiera orientale, l'idea di fondo è infatti la medesima del Rosario mariano domenicano.

Suddetta regola fu scritta dal santo monaco Serafino di Sarov (1759-1833), come regola quotidiana per le monache del monastero di Divejevo, ma divenne presto popolare presso tutti i fedeli ortodossi slavi. Essa, proprio come il Rosario latino, si propone di essere un "salterio dei poveri", e cioè ai 150 salmi del salterio che i monaci e i sacerdoti recitano settimanalmente nell'Ufficio Divino, appone la ripetizione di 150 preghiere alla Vergine (Ave Maria), suddivise in 15 decine, ciascuna delle quali legata a un mistero della vita di Cristo e della Sua Santissima Madre.

La regola, in una traduzione italiana un po' libera, si può visualizzare QUI. L' "Ave Maria" in Oriente suona così, leggermente diversa dalla versione latina:

Θεοτόκε Παρθένε, χαῖρε Κεχαριτωμένη Μαρία
ὁ Κύριος μετά σοῦ.
Εὐλογημένη σύ ἐν γυναιξί
καί εὐλογημένος ὁ καρπός τῆς κοιλίας σου,
ὃτι σωτῆρα ἒτεκες τῶν ψυχῶν ἡμῶν.

Vergine Deipara, ave o Maria piena di grazia,
il Signore è teco.
Benedetta sei tu fra le donne
e benedetto è il frutto del tuo ventre,
poiché hai generato il Salvatore delle nostre anime.

La struttura della preghiera, come si vedrà, è sostanzialmente identica, fatta salva l'omissione della dossologia e del Pater a ogni decina, e l'inserimento invece di alcuni icastici brevi tropari. Ogni mistero, poi, viene "meditato" attraverso la recita del tropario della festa corrispondente.
Di seguito propongo una semplice comparazione tra i 15 misteri del Rosario latino e i 15 della regola di San Serafino; si tenga conto, tra le altre cose, che nella devozione occidentale medievale gli eventi che accompagnano la Passione di Cristo (flagellazione, coronazione, etc.) hanno un posto estremamente importante (c.d. dolorismo), con una conseguente ipertrofia del momento della Passione nella distribuzione dei misteri, rappresentando così la maggior differenza rispetto alla serie orientale, che per compenso aggiunge una serie di misteri dell'infanzia della Vergine. In rosso sono segnati i misteri differenti tra le due regole; il 15° mistero di ambo le regole, pur essendo leggermente diverso, ha sostanzialmente lo stesso impianto concettuale.

Rosario latino
Regola di S. Serafino
1.      Annunciazione della Beata Vergine
2.      Visitazione della Beata Vergine
3.      Natività di Nostro Signore
4.      Purificazione della Beata Vergine (Presentazione di Cristo al Tempio)
5.      Invenzione di Cristo nel Tempio
6.      Agonia nell’orto degli ulivi
7.      Flagellazione di Cristo
8.      Coronazione di spine
9.      Salita al Calvario
10.  Crocifissione e morte di Cristo
11.  Risurrezione di Cristo
12.  Ascensione di Cristo
13.  Effusione del Santo Spirito (Pentecoste)
14.  Assunzione della Beata Vergine
15.  Coronazione della Beata Vergine (Gloria della Vergine e i Santi nel Paradiso)
1.      La Santissima Deipara *
2.      Natività della Beata Vergine
3.      Presentazione della Vergine al Tempio
4.      Annunciazione della Beata Vergine
5.      Visitazione della Beata Vergine
6.      Natività di Nostro Signore
7.      Purificazione della Beata Vergine (Presentazione di Cristo al Tempio)
8.      Invenzione di Cristo nel Tempio
9.      Il miracolo in Cana di Galilea
10.  Crocifissione e morte di Cristo
11.  Risurrezione di Cristo
12.  Ascensione di Cristo
13.  Effusione del Santo Spirito (Pentecoste)
14.  Dormizione della Beata Vergine
15.  Protezione della Santa Vergine sui Cristiani

* Il primo tropario non si riferisce propriamente a un mistero o festa della Vergine, ma è il tropario della Madre di Dio che comunemente si canta nella liturgia quando non ricorrono festività con tropario proprio. Dunque si dice che commemori la Deipara in sé.