martedì 20 agosto 2019

Il valoroso Metropolita greco Ambrogio di Kalavryta annuncia le sue dimissioni: ritratto di un vescovo coraggioso

Apprendiamo dal portale greco Romfea (QUI) che domenica scorsa, al termine della Divina Liturgia, Sua Eminenza il Metropolita Ambrogio di Kalavryta, della Chiesa Ortodossa di Grecia, conosciuto per le sue schiette critiche all'anarchia regnante nella Chiesa e nella società, ha annunciato le sue dimissioni. Esse sono state sottoposte al Santo Sinodo nella giornata di ieri, per iniziare il processo di nomina del successore. Egli ha spiegato in un'intervista il giorno successivo che il suo ritiro è dovuto all'avanzare dell'età e al venir meno delle forze, avendo egli ormai 81 anni.
Riprendiamo la notizia, servendoci anche del piccolo elogio di questo vescovo pubblicato dal portale russo Pravoslavie.ru (QUI), per offrire ai lettori il ritratto di un pastore coraggioso e saldo nella fede, una figura di vescovo purtroppo pressoché introvabile da decenni nel mondo cattolico.

S.E. Ambrogio nel 1978
Il Metropolita Ambrogio, difatti, non rinunciò mai a proclamare con forza la Verità. Egli ha spesso pubblicamente parlato e scritto dei danni che le autorità atee in Grecia hanno portato alla Chiesa e alla nazione. Egli scrisse poi una lettera a Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo circa i problemi dell'ecumenismo al Concilio di Creta del 2016, e non si è fatto problema a redarguire pubblicamente persino il primo ministro.

Egli si è pronunciato contro l'anti-canonica invasione del territorio della Chiesa Ortodossa Ucraina da parte del Patriarcato di Costantinopoli.

Nell'ottobre del 2017, il Metropolita Ambrogio ordinò che le campane di tutte le chiese della sua diocesi suonassero ogni giorno per una settimana a lutto, in segno di protesta contro la legge "sul riconoscimento legale dell'identità di genere", che ha semplificato il processo per il cambio legalizzato di sesso, permettendo a chiunque dai 15 anni in su (sic!) il cambio solo mediante notifica alle autorità competenti.

Sua Eminenza ha sofferto insulti e persecuzioni in questi anni, per via delle sue salde posizioni ortodosse. Egli fu portato in tribunale e condannato a 7 mesi di prigione per "discorsi d'odio e incitamento alla violenza" contro gli "omosessuali", a cagione di un articolo postato su un blog pubblico nel 2015 nel quale egli condannava tali comportamenti contro natura, proprio mentre il parlamento stava votando in favore delle unioni civili omosessuali.

Nella sua lettera di dimissioni, il Metropolita Ambrogio ha ringraziato Iddio dell'opportunità di aver subito persecuzione a cagione del Suo nome, secondo il motto evangelico: Beati qui persecutionem patiuntur propter justitiam, quoniam ipsorum est regnum coelorum. Beati estis cum maledixerint vobis et dixerint omne malum adversus vos propter nomen meum: gaudete et exultate, quoniam merces vestra copiosa est in coelis.

lunedì 5 agosto 2019

XLVII Convegno di Instaurare a Fanna il 22 agosto


Giovedì 22 agosto 2019
Santuario di Madonna di Strada, Fanna (PN)
Costituzionalismo, ordine politico, bene comune

Programma
ore 9,00   -  Arrivo dei partecipanti. Iscrizione al convegno.
ore 9,15 - Celebrazione della santa Messa in rito romano antico e canto del «Veni Creator»
ore 10,45 - Apertura dei lavori. Saluto di Instaurare ai partecipanti. Introduzione ai lavori.
ore 11,00 - Prima relazione: «La dottrina politica cattolica di fronte al costituzionalismo: problemi di ieri e di oggi»
del prof. Miguel AYUSO, Ordinario nell’Università Comillas di Madrid, Presidente emerito dell’Unione
Internazionale Giuristi Cattolici.
ore 12,00 -  Interventi e dibattito.
ore 13,00 - Pranzo.
Ore 15,30 -  Ripresa dei lavori. Seconda relazione: «L’ordine politico e il problema del bene comune nella dottrina
dell’americanismo» del prof. John RAO, docente all’Università St. John di New York.
Ore 16, 15 - Terza relazione: «Critica alla Costituzione repubblicana e proposta di Costituzione di Carlo Francesco
D’Agostino» del dott. don Samuele CECOTTI, cultore di Filosofia politica.
ore 17,00 - Interventi e dibattito.
Ore 17,30 - Chiusura dei lavori. 

Avvertenze

Il convegno è aperto a tutti gli «Amici di Instaurare». Non è prevista alcuna quota d’iscrizione. I partecipanti avranno a loro carico solamente le spese di viaggio e quelle del pranzo che sarà consumato al Ristorante «Al Giardino» di Fanna a prezzo convenzionato. Si prega, a questo proposito, di dare la propria adesione scrivendo all’indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org entro il giorno 14 agosto 2019. L’adesione è necessaria al fine di favorire l’organizzazione.
Non è permessa la distribuzione di alcuna pubblicazione né la registrazione dei lavori del convegno senza la preventiva autorizzazione della Direzione del convegno.
I giornalisti devono essere accreditati. A tal fine essi debbono scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org
Il santuario di Madonna di Strada è facilmente raggiungibile con propri mezzi: si trova sulla strada che da Spilimbergo porta a Maniago, pochi chilometri prima di quest’ultimo centro. Chi si servisse dell’autostrada deve uscire dalla stessa a Portogruaro, prendere la direzione di Pordenone e proseguire (senza uscire dall’autostrada a Pordenone) fino a Sequals. A Sequals girare a sinistra in direzione di Maniago e proseguire per una decina di chilometri: sulla sinistra, come indicato dai cartelli stradali, si trova il santuario di Madonna di Strada.
Al fine di favorire l’organizzazione del convegno è gradita la segnalazione della propria partecipazione anche da parte di chi non partecipasse all’incontro conviviale.
Per comunicazioni e informazioni si prega di scrivere al citato indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org 

Breve nota introduttiva

Il convegno non è destinato a «tecnici», vale a dire a cultori specialistici della questione. L’incontro, infatti, sarà un’occasione per esaminare
la questione in termini culturali. I lavori mostreranno innanzitutto la genesi di una dottrina, i suoi sviluppi, le sue aporie. Soprattutto
evidenzieranno i problemi «satellitari» al costituzionalismo: concezione della libertà e dei diritti umani, questione della legalità e della
legittimità, il liberalismo e la sua «naturale» evoluzione, i rapporti fra potere spirituale e temporale. Si tratta di temi di grande attualità
e dalla decisiva incidenza sulle scelte quotidiane individuali e collettive. Oggi la dottrina del costituzionalismo è in crisi. I suoi effetti
rilevanti. Soprattutto sono attuali le conseguenze apportate dal costituzionalismo per quel che attiene al problema del bene comune. La
dottrina del costituzionalismo è «costretta» a identificare, in ultima analisi, l’ordine politico con l’ordine positivo costituzionale (nell’ipotesi
migliore, quindi, con i limiti e gli spazi di libertà residuale rispetto alle esigenze della convivenza; perciò con un ordine «anarchico»). Essa
rappresenta un ostacolo insormontabile per il bene comune (classicamente inteso). Nei secoli passati la dottrina del costituzionalismo è
stata «costretta», da una parte e in una prima fase, a delineare (soprattutto nel continente europeo) il bene comune come bene pubblico,
portando – la tesi può apparire assurda, ma assurda non è – talvolta al totalitarismo, considerato (erroneamente) rimedio all’individualismo.
Nella versione «americana» essa ha portato, conservando e nello stesso tempo segnando (coerentemente rispetto alle posizioni più
radicali della dottrina protestante) una «svolta», verso una forma di rinnovato ed accentuato individualismo, dissolutore della stessa
concezione del bene che si è fatto esclusivamente «privato».
La considerazione della questione «Costituzionalismo, ordine politico, bene comune» offrirà l’occasione per la presentazione della critica
alla Costituzione repubblicana di Carlo Francesco D’Agostino (di cui ricorre il ventennale della morte) e per l’illustrazione del suo progetto
di Costituzione conforme all’ordine naturale, il quale si allontana dalla dottrina del costituzionalismo come storicamente impostosi.

Suggerimento

A chi volesse previamente approfondire la questione oggetto del convegno si consiglia la lettura dei seguenti libri, alcune copie dei quali saranno comunque disponibili presso
il Santuario di Madonna di Strada in occasione dell’incontro:
M. AYUSO, Costituzione. Il problema e i problemi, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2019.
D. CASTELLANO, De Christiana Republica. Carlo Francesco D’Agostino e il problema politico (italiano), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2004.
S. CECOTTI, Della legittimità dello Stato italiano. Risorgimento e Repubblica nell’analisi di un polemista cattolico, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012.

giovedì 1 agosto 2019

Tra primato e giurisdizione: una fonte cronachistica medievale

Cristo consegna il Pastorale a un Vescovo:
segno che la giurisdizione viene direttamente
da Dio (miniatura del Beato Angelico)
Le tristi vicende che stanno coinvolgendo la Chiesa Ortodossa in Ucraina, di cui abbiamo anche su questo sito parlato, riportando notizie e commenti autorevoli, hanno -com'è noto- origine dalla pretesa di primato avanzata dal Patriarca di Costantinopoli, sulla scorta di alcune aberranti affermazioni teologico-ecclesiologiche (come quelle del metropolita Elpidophoros o del metropolita Zizioulas) le quali andrebbero a replicare, o meglio a superare persino le pretese primaziali avanzate dal Papato Romano dopo il 1870 [1]. Per comprendere tuttavia come la Chiesa nei secoli passati affrontava faccende del genere, cioè come la Tradizione e i Sacri Canoni si pongono davanti a eventi di tale sconcertante portata, può essere utile analizzare un episodio rimontante al X secolo che ci viene narrato dal cronista medievale Rodolfo il Glabro, monaco di Cluny.

Dopo aver provocato un po' dovunque, nel corso di varie battaglie, grandi spargimenti di sangue umano, preso dal terrore dell'inferno, [Folco d'Angiò] si recò al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Da quello sfrontato che era, se ne tornò pieno d'esultanza, e per qualche tempo lasciò la consueta ferocia divenendo più umano. Progettò allora di costruire una chiesa in uno tra i terreni migliori di sua proprietà, e sistemarvi una comunità di monaci che si adoprassero giorno e notte per la salvezza della sua anima. E poiché non lasciava nulla al caso, cominciò a interpellare un gran numero di religiosi sui santi alla cui memoria gli convenisse dedicare quella chiesa perché pregassero il Signore onnipotente per l'assoluzione della sua anima. Tra gli altri anche sua moglie, che era persona di grande saggezza, gli consigliò di adempiere al voto fatto celebrando la memoria di quelle potenze celesti che l'autorità dei testi sacri colloca più in alto, i Cherubini e i Serafini. Aderendo all'idea con entusiasmo, egli fece costruire una bellissima chiesa nel distretto di Tours, a un miglio di distanza dal castello di Loches.

Conclusa presto la costruzione della basilica, inviò subito un messaggio all'arcivescovo di Tours, Ugo, nella cui diocesi era stata fondata la chiesa, perché venisse a consacrarla com'egli aveva stabilito. Ma quello non si mosse, spiegando di non poter trasmettere al Signore, per mezzo di tale consacrazione, il voto di un uomo che si era impadronito di tanti beni e di tanti servi appartenenti alla chiesa madre della sua diocesi; gli sembrava opportuno che Folco restituisse prima quanto aveva ad altri sottratto ingiustamente, e solo dopo offrisse a Dio, giusto giudice, le proprietà che intendeva consacrargli. Quando i messaggeri gli riferirono tutto questo, Folco, tornando alla solita ferocia, reagì con grave collera alla risposta del vescovo, giunse ad aperte minacce contro di lui, e infine spinse i suoi calcoli più in alto che poté: si caricò di monete d'oro e d'argento e partì alla volta di Roma. Qui riferì a Papa Giovanni [XVIII] la ragione del suo viaggio, espose le sue richieste e gli fece ricchissimi doni. L'altro mandò senza indugio con Folco a consacrare la basilica uno di quelli che nella chiesa del beato Pietro principe degli Apostoli sono detti cardinali, di nome Pietro, e gli ordinò di eseguire, senza lasciarsi intimorire, qualunque cosa Folco avesse reputato giusto, come se gliene venisse l'autorità dal pontefice romano. Quando la cosa si riseppe, tutti i vescovi della Gallia compresero che una tale sacrilega temerarietà era dipesa da cieca ingordigia, e che l'uno con le sue rapine e l'altro con l'accettarne il frutto avevano provocato un nuovo scisma nella Chiesa di Roma. La deprecazione fu universale, perché appariva del tutto inammissibile che il titolare della sede apostolica violasse per primo le disposizione apostoliche e canoniche, soprattutto dopo che era stato ribadito da molte autorità, e fin dai tempi antichi, che nessun vescovo poteva esercitare un simile diritto nelle diocesi altrui, salvo che non lo ordinasse o non lo tollerasse il vescovo locale.

Un giorno di maggio si radunò una grandissima folla per assistere alla consacrazione della chiesa. La grande maggioranza dei presenti era là convenuta perché costretta col terrore da Folco a prender parte al trionfo del suo orgoglio; tra i vescovi intervennero per necessità soltanto quelli che erano oppressi sotto il suo potere. Il giorno stabilito fu iniziata con grande magnificenza la cerimonia della consacrazione; quando si concluse, e venne celebrato secondo l'uso il rito della messa, ciascuno tornò a casa propria. Ma quello stesso giorno, verso l'ora nona, mentre il cielo, percorso da dolci venti, appariva da ogni parte sereno, d'un tratto sopraggiunse da mezzogiorno un terribile uragano, che si abbatté sulla chiesa, la riempì di un turbine di vento e la scosse a lungo con violenza, finché tutta la travatura cedette sfasciando i soffitti, e così l'intera copertura della sommità occidentale del tempio rovinò a terra. Il fatto fu risaputo da molti in quella regione, e non vi furono dubbi che il voto era stato reso vano dall'arroganza e dalla temerarità; fu un chiaro segno per ognuno, al presente e in futuro, che cose del genere non si dovevano ripetere. Perché, se il pontefice della Chiesa di Roma è ritenuto degno di venerazione più d'ogni altro in tutto il mondo per l'autorità della sede apostolica, non per questo gli è consentito di violare il tenore delle disposizioni canoniche. Ora, siccome ciascun vescovo della chiesa ortodossa, come sposo della propria diocesi, reca in sé con pari dignità l'immagine del Salvatore, così a nessuno di essi in generale è lecito intervenire nelle diocesi di altri con atti di prepotenza.

(Rodolfo il Glabro, Historiarum libri, II, 5-7, trad. di Giovanni Orlandi, ed. Fondaz. Lorenzo Valla, 1989)

L'esposizione, commentata secondo lo stile dei cronisti medievali, è cristallina, e il fatto ricorda preoccupantemente le vicende odierne. E' persino inutile discutere, come fa P. Lamma (in Momenti di storiografia cluniacense, Roma, 1961, p. 57, nota 2) del "tono episcopalista" di Rodolfo contrapposto alla polemica antivescovile della tradizione strettamente cluniacense: ci sono dei fatti, ovvero la rivolta di alcuni vescovi di fronte a un atto scismatico del pontefice romano, che non lasciano adito a interpretazioni, e ci danno una visione limpida di come la Chiesa del primo millennio condannasse severamente atti di prevaricazione della giurisdizione che ogni singolo vescovo ha direttamente da Cristo (si evince nel testo). E se la contestazione dell'ingerenza nel territorio di altri vescovi è diretta qui al Papa di Roma (che si riconosce essere primus per onore tra i vescovi di tutto il mondo), quanto più dovrà applicarsi alle altre sedi?
Nei procellosi tempi odierni, è necessario tenere avanti a sé gl'insegnamenti dei Padri e dei maestri della Tradizione, perché solo seguendo i canoni apostolici e millenari della Chiesa si potrà serbare intatto il depositum fidei (che non è separato dalla componente ecclesiologica) della Chiesa di Cristo.

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NOTE:
[1] Certamente l'affermazione di una primazia della sede romana, almeno in Occidente, data agli ultimi decenni del primo millennio, ovvero dal consolidamento dell'alleanza franco-romana, e già nel Dictatus Papae di Gregorio VII del 1075 si possono ravvisare segni della pretesa universalità del Papato. Tuttavia, si è ancora molto lontani dalla quella figura di Rex in re spirituali che si affermerà dopo il Vaticano I (guarda caso in coincidenza con la perdita di ogni regalità in re temporali): mi ha sempre colpito che nel Museo delle Religioni di Pietroburgo il Cattolicesimo sia diviso in due sezioni, quella pre-Pio IX e quella post-Pio IX, e solo in quest'ultima sezione sia pieno di oggetti posseduti dai papi, di loro immaginette etc. (oltre che di immagini del Sacro Cuore e di altre devozioni diffuse negli ultimi due secoli): ciò è segno che, almeno vista dall'esterno, sussiste una notevole differenza tra questi due momenti della storia della Chiesa.

mercoledì 31 luglio 2019

La Processione della Santa e Vivificante Croce

Il primo giorno del mese di Agosto, tutta la Chiesa, da Oriente a Occidente, fa memoria dei santi sette fratelli Maccabei, del loro maestro Eleazaro e della loro madre Salomè, portatori di passione per aver osservato con invitta fede la legge del Signore a onta dell’imperio del crudele sovrano seleucide Antioco IV Epifane. Si tratta, come abbiamo notato anche qui, dell’unica festa di santi veterotestamentari presente nel calendario romano.

Tuttavia, mentre dalla Chiesa Romana questo giorno fu dedicato alla memoria della miracolosa liberazione per mano di un Angelo del suo fondatore san Pietro dalle carceri ove era rinchiuso, festa pertanto detta “di S. Pietro in vincoli”, con particolare solennità serbata nella chiesa dell’Urbe così intitolata, ove venerasi la reliquia delle catene che trattenevano il santo apostolo, le Chiese d’Oriente invece consacrarono questo giorno alla terza memoria annuale della Santa, Preziosa e Vivificante Croce del Salvatore (dopo l’Esaltazione il 14 settembre e la memoria fattane la III domenica di Quaresima; la Chiesa greca non osservò mai la festa dell’Invenzione, particolarmente celebrata dalla Chiesa latina).

Le origini della festa odierna, detta della “Processione della Vivificante Croce” sono da ricercarsi nella tradizione prettamente costantinopolitana di percorrere le strade della Capitale con il Sacro Legno affine di scacciarne i morbi, sendo l’estate – e specialmente il mese di agosto – il periodo peggiore, più incline alla diffusione di malattie, per il clima del Bosforo. Leggiamo nell’Horologion greco del 1897: “A causa delle malattie che si verificano nel mese di agosto, era consuetudine in passato portare il Venerabile Legno della Croce per le vie e le piazze di Costantinopoli, al fine della santificazione della città, e per il sollievo dalle malattie. Alla vigilia, [la Reliquia della Vera Croce] veniva prelevata dal Tesoro Imperiale e posta sull'altare della Grande Chiesa di Santa Sofia. Da questa festa fino alla Dormizione della Santissima Madre di Dio, si portava in processione la Croce per tutta la città, offrendola alla venerazione della gente. Questa è altresì la Processione della Venerabile Croce".

Questa festa viene celebrata con particolare enfasi dalle chiese slave, in quanto, secondo la tradizione tramandata dalle Cronache russe del XVI secolo, il 1° agosto ricorre inoltre l'anniversario del Battesimo della Rus', ovvero della conversione del gran principe Vladimiro di Kiev e di tutta la Rus alla Vera Fede, nel 988. Su come venisse celebrata questa ricorrenza, abbiamo la testimonianza dell' "Ordine degli Uffici nella Santa, Cattolica e Apostolica Grande Chiesa della Dormizione", compilato per ordine Patriarca di Mosca e di tutta la Rus' Filarete nel 1627: "Il giorno della Processione della Venerabile Croce c'è una processione in Chiesa per la santificazione dell'acqua e per l'illuminazione del popolo, in tutte le città e in tutti i luoghi". 

Con minor solennità, in questo giorno è ritenuta pure la festa delle icone del Misericordiosissimo Salvatore e della Tuttasanta Madre di Dio, istituita in occasione dei prodigi compiuti dalle icone di Cristo e della Sua Genitrice durante una battaglia combattuta nel 1164 dal santo principe Andrea Bogoljubskij contro i bulgari.

Nella prassi comune, seguendo lo schema della festa dell'Esaltazione della Santa Croce, dopo la Grande Dossologia del Mattutino viene intronizzata al centro della chiesa la Croce, venerata dai fedeli al canto degli appropriati inni; quindi si celebra la Divina Liturgia, seguita dalla solenne benedizione dell'Acqua, con eventuale processione. In taluni luoghi suole pure benedirsi il miele novello.

Ἡ φύσις τῶν βροτῶν, συνεόρταζε πᾶσα, καὶ σκίρτα μυστικῶς· τοῦ Σταυροῦ γὰρ τὸ ξύλον, προτίθεται σήμερον, ἰατρεῖον ἀδάπανον, τοῖς προστρέχουσι, μέτ' εὐλαβείας καὶ πόθου, καὶ δοξάζουσι τὸν ἐν αὐτῷ προσπαγέντα, Χριστὸν τὸν φιλάνθρωπον.

Tutta la stirpe dei mortali festeggia e misticamente si allieta: oggi infatti il legno della Croce è recato quale gratuita medicina per coloro che vi si accostano con fede e devozione, e glorificano il Cristo filantropo che ad essa fu confitto.

(Catisma della I sticologia del Mattutino)

mercoledì 24 luglio 2019

Giustiniano chiuse veramente l'Accademia di Atene?

Viviamo in un mondo in cui dilaga la propaganda ideologizzata in funzione anti Cristiana, talora con diffamazioni che scadono nel ridicolo: proprio oggi leggevo sulla "guida autorizzata dalla Regione Puglia" a Castel del Monte che Papa Gregorio IX avrebbe scomunicato Federico II dopo la VI Crociata perché questa "è stata risolta dall'Imperatore senza spargimento di sangue, mentre i papi di quei secoli volevano a tutti i costi il sangue e la morte degli innocenti" [il valore storico di questo giudizio, a prescindere dai dati omessi sull'alleanza turco-normanna, è palesemente inferiore a zero, bollando quale macchina del fango propagandistica). Occupiamoci ora però di una questione più sottile, un dato spesso insegnato anche nelle scuole, la cui falsità non di rado sfugge anche ai dotati di una certa onestà intellettuale (quelli per capirci che criticano la baggianata dei roghi dell'Inquisizione e via discorrendo): la presunta soppressione dell'Accademia di Platone nel 529 ad opera dell'Imperatore Giustiniano. Testo tratto da qui, trad. di p. Atanasio M. Giorgi (qui).



Il mondo moderno ha molti miti, in buona parte inventati da circoli illuministi nel XVIII secolo con lo scopo di sporcare l'immagine della Cristianita'. Uno di questi e' la chiusura forzata da parte di Giustiniano imperatore, nel VI secolo, della celebre Accademia platonica di Atene, nell'anno 529 dopo Cristo. Eppure, l'Accademia era da molto tempo in decadenza, e si era trasformata, al tempo dell'Imperatore, piu' in una degradante missione pagana piuttosto che in un centro culturale.

Come leggiamo dalla celebre Enciclopedia Britannica [1]:

Platone ebbe a prendere una porzione di terreno e vi edifico' l'Accademia [...] Legalmente, la Scuola platonica era un centro religioso con lo scopo della venerazione delle Muse... l'Accademia era circondata da un giardino recintato, al quale potevano accedere solo i membri dell'Accademia e le persone selezionate dal Direttore. Vi si organizzavano sacrifici, liturgie e banchetti festivi in onore delle Muse.

Sebbene nei libri di Storia si parli sempre di Giustiniano come di un perfido distruttore di templi, gli storici sono contraddetti dai documenti, come per esempio il Codice Legislativo del 530 promulgato da Giustiniano a Beirut e ad Atene nel quale si proibisce il paganesimo ma non l'insegnamento della Filosofia, considerata da san Basilio come propedeutica al Cristianesimo. Lo storico contemporaneo di Giustiniano, Procopio, non menziona affatto la proibizione dell'insegnamento filosofico nelle Scuole [2]. Sempre Procopio nella sua Storia Segreta ci informa del fatto che Giustiniano, per riformare l'istituzione ormai decadente dell'Accademia, confisco' alcune loro proprieta' a fini di ripristinare l'insegnamento delle Scienze nella citta'.

Secondo teorie piu' moderne [3] la Scuola chiuse per fallimento e mancanza di studenti nel 560 d.C. Ad Alessandria d'Egitto il pagano Olimpiodoro pote' insegnare filosofia e culti pagani fino al 565 d.C. [4]. San Teodoro, arcivescovo di Canterbury nel VII secolo, era un greco con competenze in matematica e astronomia, il quale aveva studiato ad Atene proprio sul finire del secolo precedente.

L'Accademia chiuse alla fine del Cinquecento per mancanza di allievi, secondo le teorie piu' moderne.

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NOTE

1) Encyclopedia PAPYROS-LAROUSSE-BRITTANICA, Volume 6, under the entry: “Academy”

2) Su Procopio e il Codice Legislativo, cfr. F. Gregorovius, Ιστορία των Αθηνών - History of Athens, Marasli Library, Athens 1904, vol.1, page 122

3) Paolo Cesaretti, “Θεοδώρα˙ η άνοδος μιας αυτοκράτειρας” Theodora: the rise of an Empress, Oceanis Publications, page 240

4) Sture Linnér, Ιστορία του Βυζαντινού Πολιτισμού, History of the Byzantine Civilization, Govostis Publications, page 93

venerdì 19 luglio 2019

Il culto di S. Elia Profeta nella tradizione occidentale

Mentre in Oriente sempre è rimasto vivo il culto dei Santi dell’Antico Testamento, onorati nella liturgia con feste loro proprie (quelle di molti profeti, ad esempio, si trovano collocate dal calendario bizantino nel mese di dicembre, per evidenziare il legame tra la loro predicazione e l’avvento del Salvatore), questi nell’Occidente hanno avuto nei secoli una minor considerazione. Certo, l’iconografia occidentale ha per secoli continuato a rappresentare scene dell’Antico Testamento, e in molti affreschi i profeti e i patriarchi attorniano l’immagine di Dio, proprio come nell’uso tradizionale russo i dodici profeti e i dodici patriarchi hanno un loro posto stabilito nella corte celeste raffigurata dall’iconostasi; certo, nel Canone Romano viene menzionata l’oblazione pura di Abele, il sacrificio di Abramo e quello del sommo sacerdote senza genealogia Melchisedec; certo, nei giorni tramandati dalla tradizione come loro transito il Martirologio Romano contiene l’elogio dei profeti e dei patriarchi. Nondimeno, possiamo notare la differenza di culto dando un semplice sguardo al Calendario liturgico: mentre dozzine di Santi della Prima Alleanza hanno una propria celebrazione liturgica nel calendario bizantino, in quello romano trovano posto solo i Fratelli Maccabei, commemorati il 1° agosto, e alcuni santi “parzialmente neotestamentari” (come li definì Silvio Tramontin), cioè i santi progenitori del Signore Gioacchino e Anna. Tale differenza si amplifica se si considera il numero di chiese dedicate ai santi veterotestamentari in Oriente, di fronte alla quasi totale assenza di esse in Occidente.

Si è parlato di quasi totale assenza, perché un’eccezione notevole c’è, ed è Venezia, che in virtù del suo stretto legame con l’Oriente ha, sin dai tempi più remoti (si consideri il Kalendarium della Chiesa Veneta dell’XI secolo), conservato il culto dei santi veterotestamentari, dedicando loro numerose chiese urbane e celebrando le loro feste. Giambattista Galliccioli, nelle sue Memorie della Chiesa Veneta, c’informa che nel 1764 il Patriarca Giovanni Bragadin avesse composto degli offici propri per i santi dell’Antica Legge venerati nelle Venezie, ma che altri testi propri fossero in uso sin dal XII secolo. Nella sua lista, il Galliccioli include S. Geremia al 1° maggio (1), S. Giobbe al 10 maggio, S. Daniele al 21 luglio, S. Samuele al 20 agosto, S. Mosè al 4 settembre, S. Simeone profeta all’8 ottobre (2), S. Lazzaro risuscitato al 17 dicembre (3). A questi si aggiunge la memoria di S. Zaccaria padre del Battista, celebrata il 5 novembre, il cui officio era stato però composto già nel 1761.

Nonostante quanto appena scritto, proprio a Venezia manca la celebrazione (così come il titolo) del santo veterotestamentario forse più venerato in tutto l’Occidente: Elia profeta. Il 20 luglio, giorno tradizionalmente ritenuto della sua morte, e sua memoria nel Martirologio Romano, a Venezia si celebra infatti con solennità la festa di S. Margherita Megalomartire d’Antiochia, parte delle cui reliquie sono custodite in città (4).

Ad aver diffuso il culto del santo profeta in Occidente, oggi patrono di molte città e paesi in tutta Europa, è stato senza dubbio l’Ordine del Carmelo, che, com’è noto, facendo rimontare l’origine del proprio ordine monastico all’esperienza eremitica iniziata proprio da Elia sul Monte Carmelo, lo venera come dux ac pater, tributandogli quotidiano onore nel proprio officio, menzionandolo nel Confiteor della messa, e celebrando la di lui solenne memoria proprio il 20 luglio.

Nel Breviario proprio dei Carmelitani Scalzi, i quali hanno recepito come base il Rito Romano, la festa, celebrata sub ritu duplici I classis cum octava communi, inizia con il Vespero festivo, nel quale ai salmi del Comune dei Confessori non Vescovi si inframmezzano antifone proprie tratte dai passi dei Libri dei Re che narrano la vita del santo profeta. Il capitolo è tratto dall’Ecclesiastico, 48, 1-2, nel quale si fa memoria della predicazione di Elia Profeta, paragonato al fuoco, e della sua parola, paragonata a una fiaccola ardente; l’inno è proprio, il Nunc juvat celsi. L’antifona al Magnificat è tratta dal profeta Malachia (4,5-6), e dice così: Ecce, ego mittam vobis Eliam Prophetam, antequam veniat dies Domini magnus et horribilis. Et convertet cor patrum ad filios, et cor filiorum ad patres eorum. Il fatto che la figura di Elia ricorra anche negli scritti profetici e sapienziali successivi è indice dell’importanza capitale di questa figura, posto nella scrittura come primus prophetarum, e nel quale molti non per nulla identificavano il Messia. L’orazione, nella sua parte elogiativa, fa memoria del miracoloso transito del Profeta, trasportato in cielo igneo curru, e che per tal motivo secondo una tradizione popolare, abbenché mai ufficialmente approvata dalla Chiesa, non sia mai morto (5). Viene poi commemorata solo l’Ottava privilegiata della Madonna del Carmine.

Oltre al già menzionato Nunc juvat celsi dei I Vespri e all’Audiat miras dei II Vespri, la pietà carmelitana dedica altri due inni al proprio capostipite: il Te magne rerum Conditor al Mattutino e il Pergamus socii tollere alle Laudi. L’antifona al Benedictus è tratta dall’epistola di S. Giacomo (5, 17-18), che magnifica Elia, homo similis nobis in passibilibus, ricordando uno dei suoi miracoli, ovvero la siccità e la successiva pioggia da lui invocate con la preghiera. La figura etimologica oratione oravit contenuta nel testo, con il verbo che viene di lì a poco ripetuto (et rursum oravit), focalizza l’attenzione sulla preghiera come elemento centrale nella vita contemplativa del monaco carmelitano. Oltre all’Ottava della Madonna del Carmine, ad laudes tantum (e nelle messe private), si commemora S. Girolamo Emiliani.

Alla Messa, l’introito è lo stesso brano di Malachia cantato ai Vespri; parimenti, la lezione è un’estensione del brano sapienziale impiegato come Capitolo. Il Graduale è tolto dal salmo 144, e ancora pone l’accento sull’importanza della preghiera, ricordando che il Signore prope est omnibus invocantibus eum e deprecationem eorum exaudiet et salvos faciet eos. Il carme allelujatico è invece tolto dal terzo libro dei Re (18, 36. 38), ed è costituito dalle parole (Domine Deus, ostende hodie quia tu es Deus Israel, et ego servus tuus) pronunziate da Elia profeta per supplicare il Signore di mostrare la sua potenza, cosa ch’Egli farà, talché cecidit ignis Domini, et voravit holocaustum. Il Vangelo è chiaramente quello della Trasfigurazione, in cui appunto Elia appare insieme a Mosè sul Tabor per affiancare la luminosa manifestazione della Divinità del Salvatore. All’offertorio è cantato per antifona il brano di S. Giacomo impiegato alle Laudi, mentre l’orazione sopra le oblate mette in correlazione l’olocausto dedicato a Dio da Elia (cfr. III Re 18,38) con il sommo sacrificio di Cristo.

Il Canone è introdotto dal Prefazio proprio del Santo Profeta, elegante panegirico che magnifica le imprese del santo, in virtù della cui parola caelum continuit, mortuos excitavit, tiranno percussit, sacrilegos necavit, vitaeque monasticae fondamenta constituit, e prosegue narrandone con ispirati verbi il suo miracoloso transito, e lo esalta quale Praecursor venturus secundi adventus Jesu Christi Domini nostri. L’antifona della Comunione è tolta anch’essa dal terzo libro dei Re (19, 8), in cui Elia si rifocilla prima di ascendere al monte di Dio: il paragone che s’instaura è sublime, nella misura in cui il monaco comedit et bibit il Corpo e il Sangue di Cristo, Sacramento eccelso che lo conduce alla vetta spirituale. Tale comparazione è pressoché esplicitata dall’orazione dopo la Comunione.

Ai II Vespri le antifone sono diverse da quelle dei primi, pur mantenendo il medesimo tema e sfruttando le medesime fonti. Dopo l’inno Audiat miras, per antifona viene cantato un brano del terzo libro dei Re commemorante un altro miracoloso evento della vita di Elia, quand’egli per turbinem ascende in cielo: Tulit Elias pallium suum, et percussit aquas Jordanis, quae divisae sunt in utramque partem, et transierunt ipse et Eliseus per siccum: et ascendit Elias per turbinem in caelum.

E’ interessante notare che i Carmelitani dell’Antica Osservanza, i quali hanno mantenuto invece il loro rito proprio, impiegano dei testi sostanzialmente diversi dai loro fratelli riformati per questa grande festa. L’introito è tolto dal salmo Zelo zelatus sum, come per tutti i servi devoti del Signore; nel Graduale si narra l’ascensione di Elia al Carmelo e di com’egli venne miracolosamente nutrito; il carme allelujatico, di composizione ecclesiastica, si dimanda: quis potest similiter gloriari tibi?, commemorando alcuni dei suoi più noti miracoli. L’offertorio è però uguale a quello in uso presso gli Scalzi, mentre per Communio i Calzati impiegano il brano di Malachia che i Riformati adoperano per introito.

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NOTE

 (1) Commemorato nella festa dei SS. Filippo e Giacomo Apostoli; l’ufficio era in uso solo nella parrocchiale di S. Geremia, che lo celebrava come patrono, con rito doppio di I classe. Triste è notare che lo scorso anno la Chiesa di S. Geremia, oramai nota solo perché destinata a custodia delle spoglie di S. Lucia dopo la distruzione della chiesa dedicata alla martire siracusana, ha definitivamente mutato il proprio titolo in “Santuario di S. Lucia”, venendo meno così proprio uno di quei caratteri peculiari della Chiesa Veneta, quale il culto per i santi veterotestamentari.

(2) Dal 1806, solo commemorato nella festa della Dedicazione della Cattedrale, fuorché nella chiesa di S. Giobbe in Cannaregio, ove era celebrato con rito doppio di I classe.

(3) Cristoforo Tentori, nelle sue Osservazioni sopra le Memorie del Galliccioli, contesta la classificazione di S. Lazzaro quale santo veterotestamentario, argomentando col fatto che secondo la Tradizione (“è cosa trita, e notoria”) egli fu Vescovo della Chiesa di Cristo, e pertanto la Tradizione avesse assegnato alla sua memoria alcune parti dal Comune dei Vescovi. Parimenti, giusta la retta opinione del Tentori, sono da considerarsi neotestamentari S. Marta e S. Maria Maddalena, dacché han vissuto parte della loro vita sotto la Nuova Legge, mentre i già citati santi come Simeone Profeta, S. Gioacchino, S. Anna, S. Zaccaria etc. sono da considerarsi veterotestamentari (o “parzialmente neotestamentari” per il Tramontin) perché morirono prima dell’abolizione della Vecchia Legge.

(4) San Girolamo Emiliani, santo veneziano, nel Calendario Romano al 20 luglio, nell’urbe lagunare è celebrato l’8 febbraio, giorno del suo transito.


(5) Alcuni commentatori, cercando di giustificare quest’affermazione di fede popolare, ipotizzarono ch’egli e Mosè non fossero morti perché sarebbero dipoi dovuti comparire sul Tabor al momento della Trasfigurazione, dando dunque una lettura prettamente e sanamente cristologica al fatto.

mercoledì 17 luglio 2019

Messe votive in occasione dei pellegrinaggi

Specialmente negli ultimi anni, fioccano numerose le lodevoli iniziative di pellegrinaggi “della Tradizione” nei Santuari e nei luoghi di culto più cari alla Cristianità, culminanti con la celebrazione del Divin Sagrifizio nella forma tradizionale della liturgia romana. Se tali iniziative sono da salutare come ammirevoli e meritorie, non sempre impeccabile è tuttavia l’organizzazione liturgica degli stessi per quanto concerne l’osservanza scrupolosa delle rubriche, e particolarmente di quale messa si debba celebrare. Ciò avviene a detrimento del pellegrinaggio stesso, venendo meno quell’esattezza delle sacre cerimonie che, giusta le parole dell’insigne liturgista padre Giuseppe Baldeschi, “dà tale risalto e maestà all’ecclesiastiche funzioni, che ne restano eccitati a divozione non meno i fedeli che i nemici stessi della cattolica religione”.

Imperciocché usualmente tali pellegrinaggi si tengono in sabato, in quanto in tal data è possibile una maggior partecipazione dei fedeli, si è ampiamente diffusa la pratica di celebrare indistintamente una messa votiva della Beata Vergine Maria, essendo il sabato il giorno tradizionalmente dedicato dalla devozione occidentale agli esercizi di pietà in onore della Madre di Dio, sovente appellata, e non di rado in modo generalista e scorretto, come “messa di S. Maria in sabato”. Questa scelta, che di norma si compie per l'influsso che il devozionismo da un paio di secoli almeno esercita sulla liturgia (1), è da riprovare in tutti quei (numerosissimi) casi in cui detta messa votiva sia proibita dalle rubriche.

In sabbatis non impeditis festo duplici vel semiduplici, octava, vigilia, feria Quadragesimae vel Quatuor Temporum, vel officio alicujus Dominicae, quae supersit, in praecedens Sabbatum translato, dicitur Missa de sancta Maria secundum varietatem temporum, ut in fine Missalis ponitur. (2)

Queste indicazioni (riportate in Rubricae generales Missalis Romani, IV) sono da seguirsi scrupolosamente. La ricorrenza di S. Maria in sabato, si noti inoltre, è dotata di un proprio ufficio e sostituisce in toto l’ufficio della feria del sabato in cui non ricorra alcuno dei casi sopraelencati. Non è dunque propriamente una “messa votiva”, quantunque sottostia a molteplici delle norme ad esse relative, e ciò si può intuire dal fatto che in essa sia previsto il canto del Gloria, a differenza di quanto avviene in tutte le altre messe votive, comprese quelle che tengono il posto della messa conventuale.

Altro discorso, ben distinto dalla memoria di S. Maria in sabato, è la “messa votiva della Madonna”, che può celebrarsi in qualsiasi giorno (e non solo in sabato), purché rispettando la seguente e limitativa norma, che si applica a tutte le messe votive, in onore di Nostro Signore, della Madre di Dio, della Trinità, dello Spirito Santo o di un qualsiasi santo iscritto nel Martirologio (3):

Missae votivae cantatae, etiam pro re non gravi, permittuntur quandocumque non occurrit Officium duplex, vel Dominica quaevis, licet anticipata vel, etiam quoad Officium, reposita;
[…]
Prohibentur:
1. In feria IV cinerum et feriis Majoris Hebdomadae
2. In vigiliis Nativitatis, Epiphaniae et Pentecostes;
3. Infra Octavas Nativitatis, Epiphaniae, Paschatis, Ascensionis, Pentecostis et Corporis Christi, aliasque octavas alicubi privilegiatas ;
4. Diebus octavis simplicibus, etiamsi tantum commemoratis ;
5. Diebus, in quo primo resumitur missa Dominicae impeditae;
6. In ecclesiis unam tantum missam habentibus, diebus Rogationum, si fiat processio, et ubi cujuslibet missae conventualis onus urgeat, cui per alios sacerdotes satisfieri nequeat. (4)

Si osserva che queste rubriche si riferiscono alla messa cantata (essendo questa generalmente celebrata in occasione di pellegrinaggi); per la messa privata le rubriche sono più restrittive, e includono nella proibizione tutte le vigilie, le ferie delle Quattro Tempora, le ferie d’Avvento dal 17 al 23 dicembre inclusive, tutta la Quaresima e il lunedì delle Rogazioni.

Come si noterà, per poter celebrare una messa votiva occorre scegliere un giorno in cui ricorra un ufficio al massimo semidoppio, e tali giorni costituiscono una minima parte del Calendario Romano.  La restrizione è ancora maggiore dopo l'aggiornamento del 1962, dacchè il doppio e il semidoppio confluiscono nella III classe, e la messa votiva è proibita nelle feste di detta classe.

A ciò si aggiunga che –dacché le rubriche richiedono comunque, anche quando permessa, una causa ragionevole per celebrare la messa votiva– la logica e il buonsenso impongono, nel caso in cui si faccia un pellegrinaggio verbigrazia a un Santuario della Santa Croce oppure di alcuni Santi Martiri, di celebrare (sempre se consentito dalle suddette rubriche) la messa votiva del titolo del Santuario in cui ci si reca, e non già quella della Madonna per pura devozione. Questa scelta, benché non sia esplicitamente indirizzata da rubrica veruna, si può ricavare dalla norma di seguito esposta.

Moltissimi luoghi di pellegrinaggio, in virtù del gran numero di pellegrini affluentivi, hanno ottenuto dalla Santa Sede il permesso di celebrare al suo interno una “messa votiva del Santuario”. Tale possibilità, concessa ab immemorabili per alcuni luoghi (essempligrazia, i luoghi della vita di Nostro Signore in Terra Santa, che hanno messe votive proprie speciali), è menzionata espressamente nel Codice delle Rubriche del 1960. Nelle Rubricae generales Missalis Romani dell’edizione del 1962, cap. VI, par. C, tit. X, nn. 375-376, la messa votiva celebrata in questi luoghi pii è classificata come di II classe secondo il nuovo Codice delle Rubriche, ed è quella del titolo del Santuario. Talora, se il titolo fosse stato un mistero della vita del Signore o della Madonna, veniva concesso di celebrare la messa votiva di quel mistero (cosa ordinariamente vietata): per esempio, il mistero della Presentazione della Vergine nella Basilica della Salute in Venezia. Tale concessione è comunque strettamente legata al luogo e a un permesso esplicito, tuttavia ci fornisce alcune indicazioni di carattere generale (per esempio, il fatto che la messa votiva del santuario sia quella del titolo).

Infine, bisogna trattare della messa votiva pro re gravi et causa simul publica, cioè quella che può liberamente celebrarsi in qualsiasi giorno fuorché nelle feste doppie di I classe, nelle domeniche di I classe, nelle ferie privilegiate (Ceneri e Settimana Santa), nelle vigilie di Natale e Pentecoste e nella commemorazione di tutti i fedeli defunti. Moltissime messe votive oggidì celebrate in occasione di pellegrinaggi vel similia rispondono teoricamente alle rubriche della messa pro re gravi; tuttavia, questa messa non si può celebrare a discrezione del singolo sacerdote, ma presuppone dei requisiti:

1. Res gravis: i decreti della Sacra Congregazione dei Riti affermano esservi questo requisito quando implorandum sit divinum auxilium in urgenti aliqua necessitate, aut gratiae agendae pro insignibus beneficiis obtentis. Il motivo grave condiziona anche la scelta della messa votiva: se questa vien cantata per implorare l’aiuto divino, potrebbe essere logico cantare una delle numerose messe votive pro quacumque necessitate contenute alla fine del Messale. Se invece è di ringraziamento, alla messa votiva (della Trinità, dello Spirito Santo, della B.V.M. o di un qualsiasi santo iscritto nel Martirologio) dovrebbe aggiungersi l’orazione pro gratiarum actione.
2. Causa publica: per definire questa condizione sfruttiamo l’interpretazione che ne dà il liturgista barnabita Bartolomeo Gavanto, ovvero che la causa sia pubblica an pertineat, vel per se, vel per accidens, notabiliter ad communitatem, vel saltem ejus partem. Un pellegrinaggio che coinvolga una notevole quantità di fedeli dunque soddisferebbe a questo requisito.
3. Mandatus vel consensus Ordinarii loci: non è possibile cantare una messa votiva pro re gravi senza il permesso, almeno implicito, dell’Ordinario locale; sarebbe un abuso farlo in assenza di questo. Il parroco può permettere la messa votiva per causa grave nella sua parrocchia senza ricorrere al Vescovo solo se detta causa sia imminente e non vi sia tempo di contattare l’Ordinario.

Occorre infine rilevare alcuni importati aspetti concernenti l’ordinamento della messa votiva: la messa privata, così come quella cantata pro re non gravi, vengono celebrate senza il Gloria e il Credo, con il tono feriale e il Benedicamus Domino in fine: uniche eccezioni sono la messa votiva degli Angeli e la messa di S. Maria in sabato, che hanno il Gloria; tuttavia si è visto che quest'ultima non è esattamente una messa votiva. La messa votiva pro re gravi invece ha il Gloria (se previsto dall’ordinamento della messa: se si tratta, ad esempio, di una messa contra paganos, in paramenti viola, non avrà l’Inno Angelico) e il Credo, e s’impiegherà il tono festivo. Tuttavia, il Codice delle Rubriche del 1960 ha apportato una modifica a questo punto, limitando il Credo alle sole messe votive di I classe (cioè quelle in occasione della Dedicazione di una Chiesa, di un Congresso Eucaristico, oppure di tridui, ottavari, centenari e altre consimili celebrazioni straordinarie indette dall’Ordinario); per chi segue dunque il messale del 1962, tanto la messa votiva pro re gravi, quanto la messa votiva “del Santuario”, essendo ambedue di II classe, vanno cantate senza il Credo.

Nelle precedenti righe si è trattato essenzialmente dei casi principali in cui può imbattersi l'organizzatore di pellegrinaggi: la casistica delle messe votive è molto variegata e complessa e non è certo esaurita da tale trattazione, che non menziona ad esempio le messe degli sposi, le messe votive permesse il primo giovedì (in onore di Cristo Sommo Sacerdote) e il primo venerdì (in onore del S. Cuore) del mese ove si tengano particolari esercizi di pietà, le solennità esterne, gli anniversari, etc. etc. Tuttavia, i lineamenti generali e i principi fondamentali sono stati espressi con chiarezza.

Confidando nell’ampio accoglimento tanto delle norme cogenti quanto dei principi di buonsenso testé espressi, ci permettiamo in ultima istanza di segnalare come il culto liturgico sia scandito temporalmente da un Calendario, ovvero da un Proprio del Tempo e da un Proprio dei Santi, il cui armonico disporsi lungo l’anno costituisce un ripercorrersi della Storia della Salvezza cui l’atto liturgico è imprescindibilmente legato. Perciò, a nostro modesto avviso, fatta salva la sussistenza di peculiari necessità, non dovrebbe indiscriminatamente preferirsi la celebrazione delle messe votive a quella delle messe del giorno, sibbene effettuarsi una ponderata valutazione, che tenga conto anche del Calendario particolare della Diocesi e della Chiesa in cui si celebra la messa (5), affine di celebrare la messa che risponda maggiormente allo spirito della Sacra Liturgia.

La messa del giorno celebrata in occasione di un pellegrinaggio alla Basilica della Salute in Venezia

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NOTE

1. Questo dà origine a una commistione tra il culto privato e il culto pubblico, non rispettando la superiorità che quest’ultimo deve avere sul primo; tale confusione di piani può portare a scivolare nell’eresia pietistica, che porta a considerare la devozione privata come superiore al culto pubblico e ufficiale della Chiesa.

2. "Ne' sabati non impediti da una festa doppia o semidoppia, da un'ottava, una vigilia, una feria di Quaresima o delle Quattro Tempora, o dall'ufficio di una Domenica sopravanzata traslato nel sabato antecedente, si dice la messa di santa Maria secondo la diversità dei tempi, come indicato nel messale".

3. Sono invece proibite, senza esplicito indulto, le messe votive dei beati.

4. "Le messe votive cantate, anche per causa non grave, sono permesse ogniqualvolta non occorra un officio doppio, o una qualche Domenica, pur anche anticipata o, per quanto concerne l'Ufficio, riposta; [...] Sono invece proibite: 1) Il mercoledì delle Ceneri e nelle ferie della Settimana Santa; 2) Nelle vigilie di Natale, Epifania e Pentecoste; 3) Fra l'ottave del Natale, dell'Epifania, della Pasqua, dell'Ascensione, di Pentecoste e del Corpus Domini, e fra l'altre ottave privilegiate del luogo; 4) Nei giorni d'ottava semplice, ancorché siano soltanto commemorati; 5) Nei giorni in cui si riassume per la prima volta la messa di una Domenica impedita; 6) Nelle chiese ove si tiene una sola messa, nei giorni delle Rogazioni, qualora si faccia la processione, e dove viga obbligo di messa conventuale, che non può esser soddisfatto da altri sacerdoti."
Trattasi di un sunto delle istruzioni contenute in Additiones et Variationes in rubricis Missalis Romani, II, riportato in Kalendarium liturgicum in Archidioecesi Cracoviensi A.D. 1923 servandum.

5. In alienis ecclesiis vel oratoriis Missa regulariter debet omnino convenire cum Officio loci, non autem celebrantis. Di ciò si deve tener conto anche nel considerare se sia possibile dire una messa votiva: oggi 17 luglio è sicuramente possibile dire una messa votiva ove si celebra S. Alessio, che è di rito semidoppio, ma non già a Venezia, ove celebrasi la Traslazione di S. Marina con rito doppio maggiore.

venerdì 12 luglio 2019

Pellegrinaggio a Lazfons il 27 luglio

Una Voce Bolzano organizza anche quest'anno il secondo pellegrinaggio al Santuario della S. Croce di Lazfons, sopra Chiusa (BZ), che pregiasi d'essere il più alto d'Europa (2.311 metri sovra il livello del mare).

Il pellegrinaggio è previsto per sabato 27 luglio p.v., con partenza alle ore 7.45 dal parcheggio di Kühhof sopra Lazfons. Alle ore 11 il rev. don Paolo Crescini, parroco di Salorno, canterà la messa in rito tradizionale all'altare del Santuario.

È gradita conferma della partecipazione, particolarmente per la possibilità di partecipare al pranzo che seguirà la liturgia. Quanti non riuscissero a completare l'intero percorso del pellegrinaggio a piedi, ovvero non fossero in grado di presentarsi al punto di ritrovo all'orario stabilito, possono percorrere in auto parte del tragitto, sino al rifugio di Chiusa/Klausnerhütte. È richiesta, per usufruire di tale possibilità, comunicazione tempestiva entro il 15 luglio, affin d'ottenere il necessario permesso dalla Guardia Forestale.

Contatti:
unavocebozen@yahoo.it
+39 338 170 2367 (Enea Capisani)

domenica 30 giugno 2019

Immagini del Corpus Domini a Pordenone

Domenica 23 giugno 2019, fra l'Ottava del Corpus Domini, presso la Chiesa della Santissima Trinità in Pordenone è stata cantata, per le cure della locale sezione di Una Voce Italia, la messa votiva della solennità esterna del Corpus Domini, seguita dalla tradizionale processione per le vie attorno alla chiesa.

Ha celebrato i sacri riti mons. Bernardino Del Col, canonico della Basilica dell'Immacolata Concezione di Lourdes, cappellano dell'ospedale di Pordenone.






venerdì 28 giugno 2019

La fine delle illusioni: un nuovo 1054 - Traditio Liturgica

Occasionando dall'intronizzazione del vescovo Elpidophoros a Metropolita d'America per il Patriarcato di Costantinopoli, riportiamo dal blog "Traditio Liturgica" questa interessante e precisa disamina, anche da un punto di vista teologico, della sempre più grave situazione dello scisma tra la Chiesa di Costantinopoli e quella di Mosca, ormai estendentesi all'intera Ortodossia.

Il Metropolita americano fanariota Elpidophoros, probabile successore di Bartolomeo I

Le recenti vicende ecclesiali in Oriente non riportano nulla di buono.
L’Oriente bizantino, così meritevole d’aver conservato una tradizione teologico-spirituale unica che ancora si perpetua in alcune sue realtà monastiche, sta attraversando un pesante periodo di crisi e sta cercando di trascinare altre Chiese ortodosse nel nella sua difficile situazione.
Ovviamente, una certa stampa e alcuni siti internet cercano di dipingere una realtà piuttosto rosea e ottimistica ma, anche in tal caso, lasciano interdetto il lettore perché, senza volerlo, fanno intuire troppe cose che non quadrano.
Nel 1054 si consumò lo scisma Oriente-Occidente. Questo scisma fu motivato dal fatto che le Chiese si erano troppo differenziate tra loro. In realtà, tale differenziazione divenne aperto contrasto anche e soprattutto per questioni politiche che si celavano dietro ai dibattiti religiosi.
Come allora, oggi dietro al “1054” dell’Ortodossia greca, c’è la politica: la potente influenza americana negli ambienti del Fanar [il “Vaticano greco” a Istanbul] per fini di controllo geopolitico. L’iniziativa ecclesiale in Ucraina di Bartolomeo I, animato dall’idea di “unire” la Chiesa ortodossa di quella nazione sotto la sua obbedienza, ha sortito l’effetto opposto: non solo non ha unito le tre precedenti  Chiese nazionali, ma indirettamente ne creata un’altra poiché il bizzoso “patriarca” Filarete, che doveva rimanere dimissionario nella nuova Chiesa voluta da Bartolomeo, ha rivendicato il suo diritto di non essere accantonato. Così, oggi l’Ucraina si trova in una condizione peggiore: con quattro Chiese di cui una sola riconosciuta dall’Ortodossia mondiale ma disconosciuta da Bartolomeo.

Quest’ultimo ha recentemente posto sul trono d’America il suo braccio destro: il metropolita Elpidophoros, il grande teorico del “papato orientale”, del primus super pares.
Il “papato orientale” è un’invenzione ecclesiologica in aperto contrasto con l’ecclesiologia tradizionale ortodossa. Se l’Oriente scopre d’aver bisogno di un papato, storicamente tale papato esiste in Occidente, a Roma, e non si capisce perché ne deve creare un altro su basi tutt’altro che stabili, rispetto a quello occidentale [*].

Ma se l’Oriente, in base alla sua ecclesiologia tradizionale, sente di non aver bisogno di un papato, perché dovrebbe accettare quello artificiale di Bartolomeo? Siamo al colmo del ridicolo! Il bello è che nelle asserzioni di Elpidophoros, chi non accetta questo papato artificiale sarebbe addirittura eretico:

“Lasciatemi aggiungere che il rifiuto di riconoscere il primato all’interno della Chiesa ortodossa, un primato che necessariamente non può non essere incarnato da un primus (cioè da un vescovo che ha la prerogativa di essere il primo tra i suoi compagni vescovi) costituisce nientemeno che un’eresia. Non si può accettare, come spesso si dice, che l’unità tra le Chiese ortodosse sia salvaguardata da una norma comune di fede e culto o dal Concilio ecumenico come istituzione. Entrambi questi fattori sono impersonali mentre nella nostra teologia ortodossa il principio di unità è sempre una persona. Infatti, a livello della Santa Trinità il principio di unità non è l’essenza divina ma la Persona del Padre (o “monarchia” del Padre), a livello ecclesiologico della Chiesa locale, il principio di unità non è il presbiterio o il culto comune dei cristiani ma la persona del vescovo, quindi a livello pan-ortodosso il principio di unità non può essere un’idea né un’istituzione ma dev’essere, se vogliamo essere coerenti con la nostra teologia, una persona... Nella Chiesa ortodossa abbiamo un primus, ed è il patriarca di Costantinopoli” [**].

Queste asserzioni sembrano dei vaneggiamenti: mentre nel mondo cattolico il papa è definito “vicario di Cristo”, Elpidophoros sostiene che il patriarca diverrebbe una specie di “vicario del Padre”! Cristo che, nell’ecclesiologia neotestamentaria paolina (l’unica sensata!), è il capo del Corpo che è la Chiesa, non è sufficiente a spiegare l’unità della Chiesa! Bisogna perfezionare san Paolo e introdursi nel piano intratrinitario, ficcare il naso tra le Persone divine dove non ci è consentito entrare, come già diceva san Gregorio di Nazianzo, per mettere le mani addirittura sulla persona del Padre, il cui vicario sarebbe … il Patriarca di Costantinopoli! [***]

Oltretutto, qui abbiamo una profonda e insanabile contraddizione: quando nel 1054 Costantinopoli rifiutò il primato del papa, poi ulteriormente esplicitato da Innocenzo III nel XIII sec., lo fece anche perché vi vedeva in esso un’ “innovazione sostanziale e incompatibile” rispetto alla dottrina precedente: quella di un primus super pares!

Oggi, quasi mille anni dopo, Bartolomeo I ritiene questa dottrina veritiera e canonica de facto. Ma, se ciò è vero, perché non accetta il primato del papa? Forse perché dovrebbe accontentarsi di un semplice secondo posto? Penso sia l’unica risposta, visto il modo quanto meno spensierato con cui s’interpretano la tradizione e i sacri canoni.

Lancinanti contraddizioni nella dottrina, innovazioni illogiche (almeno in riferimento alle antiche tradizioni), secolarismo e assenza di scrupoli nella conduzione ecclesiale, sono oramai le note distintive dell’ultima parte del patriarcato di Bartolomeo I, circondato da pavidi e interessati cortigiani che accettano ogni suo capriccio pur di essere da lui ben visti. Rari sono quelli che, sulla base almeno del buon senso, ammettono che i chierici non sono i “padroni” della Chiesa ma i servitori della stessa e che, quindi, si devono attenere alle tradizioni e alle loro sapienti logiche.

Purtroppo il nostro è un periodo in cui regna la confusione, e ciò è possibile perché al posto dell’umiltà i capi hanno spesso incarnato la stravaganza e l’orgoglio, in Occidente come in Oriente.
Assisteremo, dunque, a scismi in ogni parte del Cristianesimo e pure l’Ortodossia, che fino ad oggi marciava praticamente compatta, inizierà a frantumarsi  almeno in due obbedienze: quella fanariota (che aggregherà in buona parte i greci più sensibili all’etnos che al dogma) e la restante che cercherà di mantenere l’assetto precedente. I grandi sogni di dominio del Fanar, si ridurranno, così, a poca cosa e il “papa di plastica” orientale potrà fare il despota solo su poche migliaia di greci.

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Note

[*] Mentre il primato romano è appoggiato sul fatto storico che san Pietro è morto e sepolto a Roma (principio apostolico), il primato costantinopolitano è unicamente politico: si appoggia sul fatto che Costantinopoli è la capitale di un impero che oggi, però, non esiste più. Non esistendo più l’impero che diritto ha ancora e su cosa si appoggia il primato del Patriarcato Ecumenico se non su una semplice consuetudine perpetuata, per pura convenienza politica, dai sultani nella turcocrazia? E questo sarebbe un “principio ecclesiologico” valido per sempre, quando, al contrario, è espressione evidente di una convenzione di un ben preciso periodo storico?

[**] Vedi qui.

[***] È molto importante notare che per la teologia ortodossa, diretta erede della patristica greca, la realtà si divide in creata (noi stessi e il mondo di cui facciamo parte) e in increata (Dio). Non si può e non si deve fare confusione mescolando questi due piani o giudicando l’increato con il metro del creato. Ecco perché, visto a posteriori, l’ecclesiologia paolina è sensata: pone Cristo a capo della Chiesa perché la Chiesa è una realtà creata – almeno nella sua componente umana – e Cristo in quanto Dio che però diviene uomo (di natura creata) ne è capo. Entrare nell’increato – la Trinità – servendosi di categorie umane e proiettandovi i propri bisogni o ragionamenti è assurdo. Non a caso il mondo cattolico, che in questo si è dimostrato più tradizionale, definisce il papa “vicario di Cristo” e non “vicario del Padre”, come fa Elpidophoros. Servirsi di categorie intratrinitarie per l’Ecclesiologia è assolutamente ardito, stupefacente e antitradizionale. Significa andare contro la mentalità di tutta la patristica greca. Con tutto ciò Elpidophoros crede di essere “coerente” con la teologia ortodossa! La natura di Cristo è duplice, divina e umana, ed è grazie a questa duplicità che Egli è ponte ed è capo della Chiesa, come realtà che in qualche modo riflette la duplicità della sua natura. Ma porre il Padre (increato e coeterno) come capo della Chiesa (contrariamente a quanto dice san Paolo), di cui il Patriarca Ecumenico sarebbe il “vicario”, comporta o la sola natura divina della Chiesa o la sola natura creata del Padre. Ciò mostra con solare evidenza l’eresia del ragionamento di Elpidophoros e di quanti gli sono stati maestri instradandolo in questa direzione.

mercoledì 26 giugno 2019

A proposito di "Cristo che si fa pane"


La preparazione, mediante la Lancia Sacra, del pane che diverrà poi, durante la Divina Liturgia, veramente il Corpo del Salvatore; si noti che in questo momento, detto protesi o proscomidia e assimilabile all'Offertorio latino, quantunque avvenga prima dell'inizio della Divina Liturgia (come del resto ancora accade in alcuni riti monastici latini), il Sacerdote dice le parole "Come agnello condotto al macello". Questo testimonia che, per tutta la tradizione Cristiana autentica, l'Offertorio ha un valore prettamente sacrificale, checché ne dicesse Lutero.

In questi giorni si sono accese, nel mondo cosiddetto "tradizionalista", forti polemiche intorno alle parole pronunciate in predica da Papa Bergoglio nel corso della celebrazione del Corpus Domini dello scorso 23 giugno (liturgia svoltasi in modo contrario alla tradizione, perché effettuata di domenica e non di giovedì, oltreché in periferia e non nel centro dell'Urbe); egli avrebbe affermato che "Gesù si sarebbe fatto pane" e "Dio sarebbe racchiuso in un pezzetto di pane". Le critiche scagliatesi contro l'attuale vescovo di Roma mi paiono nondimeno eccessivamente accese ed esagerate rispetto alla questione trattata: questo non lo dico certo per difendere Papa Bergoglio, per cui non nutro la minima simpatia, né per sminuire un tema tanto fondamentale e centrale della Religione Cristiana quale il Sacramento dell'Eucaristia.

E' chiaro che per la teologia ortodossa sono il pane e il vino che, per effetto dell'anafora consecratoria, divengono realmente Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, quantunque gli occhi mortali continuino a vedere pane e vino, e non già Cristo che diventa pane. Non vedo però nelle parole pontificie la "riproposizione dell'errore di Lutero", come qualcuno ha sostenuto, anche perché l'eresia la si formula con appropriati termini teologici, e non come boutade. Ad alcune di queste critiche ha risposto l'ottimo don Alfredo Maria Morselli, di cui riporto di seguito il preciso intervento:

Si tratta a mio avviso di una esagerazione improvvida, in quanto qui il Papa non parla formaliter, ma in linguaggio popolare servendosi di analogie di proporzionalità metaforiche, usate nella pietà popolare e da Gesù stesso a proposito dell'Eucarestia. Faccio alcuni esempi di affermazioni popolari che di per sè sarebbero gravissime eresie ma che nessuno si sogna di contestare:
1) "Hai dato loro un pane disceso dal cielo"; "Gesù scende dal Cielo e si nasconde nell'Ostia".Se queste espressioni fossero pronunciate formaliter, sarebbero eretiche: infatti nella transustanziazione non c'è nessun moto locale. Ma si ammette tranquillamente l'analogia di proporzionalità metaforica.cf Summa Theologie IIIª q. 75 a. 2 co.;
"È chiaro però che il corpo di Cristo non incomincia ad essere presente in questo sacramento per un trasferimento locale. Primo, perché allora dovrebbe cessare di essere in cielo; infatti ciò che si sposta localmente, non giunge nel luogo successivo, se non lasciando il precedente. Secondo, perché ogni corpo mosso localmente attraversa tutti gli spazi intermedi: cosa che non si può afferrare nel nostro caso. Terzo, perché è impossibile che un unico movimento del medesimo corpo mosso localmente abbia per termine nello stesso tempo punti diversi: il corpo di Cristo invece si fa presente sotto questo sacramento contemporaneamente in più luoghi".IIIª q. 76 a. 6 co "È dunque evidente che Cristo in questo sacramento non è di per sé soggetto al moto."
2) "Tu degli Angeli il sospiro"
Gli Angeli non sospirano al pari dei beati la S Comunione perché vivono la perfetta unione con Dio e con la Chiesa che è la "res tantum" dell'Eucarestia stessa Cf IIIª q. 80 a. 2 ad 2."Alla società del corpo mistico appartengono gli uomini mediante la fede, e gli angeli mediante la visione immediata. Ora, i sacramenti si addicono alla fede, che offre la verità "di riflesso e nel mistero". Perciò, parlando con proprietà, non agli angeli ma agli uomini spetta cibarsi spiritualmente di questo sacramento."
Cf anche le espressioni popolari "Gesù nascosto" e lo stesso San Tommaso "Pane vivo e vitale", dove il pane non è formaliter vivo ma è Gesù che è vivo "sotto le specie eucaristiche" che sono segno della Sostanza e di per se non vivono.
E anche Gesù che dice: "Io sono il pane vivo"; altre sono le cose da contestare, e purtroppo c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Come si vede, il testo è alquanto preciso ed erudito; nel condividerlo, voglio da parte mia segnalare che forse lo sbaglio di Papa Bergoglio (ch'effettivamente parlava in modo non formale, sibbene popolare, secondo uno stile che io non condivido ma che innegabilmente comporta l'uso di un linguaggio figurato), è stato quello di non aver usato al posto di "pane" la parola "nutrimento". Difatti, ei non voleva con le sue parole definire una verità di fede circa la transustanziazione, bensì segnalare (sbagliando parola, lo concedo) come l'Eucaristia sia una kenosis, uno "svuotamento" di Nostro Signore che umilia se medesimo insino a farsi nutrimento autentico e vivificante per l'uomo. E' questo è un concetto pienamente ortodosso, e non, come qualcuno ha avuto a dire, "una frase volgare e blasfema"!

Come dicevo, non intendo in tal modo appoggiare in modo alcuno Papa Bergoglio: come dice don Morselli, molti altri sono suoi gesti e parole contestabili; potrebbe anche darsi che, come alcuni sostengono citando a proposito il fatto ch'egli non genufletta mai avanti al Sagramento, egli non creda a qualche aspetto del dogma eucaristico; questo, nondimeno, NON appare dalle parole summenzionate, sul quale si è montato un polverone alquanto pretestuoso.

Nel consueto stile poi del blog italiano che maggiormente ha sponsorizzato tale polverone, dando il pomposo annunzio della professa eresia del Papa, e sul quale blog non ho voluto scrivere questo intervento perché conscio che sarebbe stato censurato senza facoltà d'appello, sono stati brutalmente aggrediti alcuni poveri commentatori hanno provato a esprimere con buonsenso che l'espressione "Cristo che si fa pane" è stata usata in vario modo da diversi Padri Ecclesiastici. Gli aggressori hanno con sicumera affermato che uno di questi poveri commentatori avrebbe parlato così perché traviato dalla frequentazione del Novus Ordo, dalla cui messa del Corpus Domini è stata tolta (rectius, resa facoltativa per la più parte) la sequenza Lauda Sion e sono stati eliminati i riferimenti alla gravissima colpa ch'è l'indegna sunzione del Corpo e del Sangue del Salvatore; posto che tale commentatore, con cui ho potuto scambiare in passato qualche idea, ha frequentato per anni la messa antica, bisognerebbe -per nota liturgica che giova, contro i soliti 62isti- anche dire che l'eliminazione di tali passi è stata graduale. Già nel 1955, con l'abolizione dell'Ottava del C.D., tali passi liturgici vengono letti una sola volta all'anno, contro le sette di prima.

Infine, converrebbe segnalare che in tutto il discorso, tanto nelle parole del Papa, quanto nella critica nei suoi confronti, un problema essenziale del Cristianesimo Occidentale è ben evidente. Al di là del fatto che sia stato tirato in ballo il sermo operatorius di ambrosiana memoria, facendo però riferimento chiaramente alle "parole della Consacrazione", secondo una trappola scolastica che non rende la fede dei Padri, per cui tutta l'anafora era consacratoria [si vedano i numerosi segni di croce fatti nel Canone Romano dal celebrate sulle oblate pur dopo la così detta "Consacrazione"], e il nostro senso umano non può identificare in modo preciso il momento [che è istantaneo, secondo Teodoro di Mopsuestia] in cui il pane e il vino si trasformano interamente e realmente in Corpo e Sangue di Cristo; al di là di ciò, in tutta la discussione si parla sempre solo di pane. Ma l'Eucaristia non è il solo pane, né dunque il solo Corpo! Il fatto che nel più piccolo frammento di ciascuna specie sia presente Christus totus in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, non deve in alcun modo farci dimenticare che Cristo ha dato agli Apostoli il Suo Corpo da mangiare e il Suo Sangue da bere, e cioè due species. La dimenticanza sistematica di una delle due (questo -ribadisco- non c'entra niente col fatto che ci si comunichi realmente a Cristo anche assumendone una sola) è preludio di numerosi e perniciosi errori che negli ultimi secoli si sono manifestati nella Chiesa latina...

domenica 23 giugno 2019

AVVISO SACRO: III Pellegrinaggio ad Aquileia il 21 settembre

CONVERTE NOS DEUS SALUTARIS NOSTER

Con questa accorata preghiera nel cuore, volta ad impetrare le grazie necessarie alla propria conversione e santificazione personale ma, al contempo, anche alla restaurazione nella nostra società dei valori cristiani, affinché venga proclamata e trionfi per sempre la regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo, i pellegrini della Compagnia di Sant’Antonio si preparano alla terza edizione del Pellegrinaggio di Aquileia, alle sorgenti della nostra Fede di tradizione marciana.

Ci ritroveremo ad Aquileia il sabato 21 settembre prossimo, sulle orme del Santo Evangelista Marco, come conclusione di una breve stagione di pellegrinaggi locali. Un percorso tra Friuli e Veneto che ci ha portato a visitare il Santuario di Madonna del Monte di Aviano, dove la Vergine Santa apparve l’8 settembre 1510 ad un pio contadino, Antonio Zampara. E poi a Concordia, figlia di Aquileia nella Fede, nel 1630° anniversario della consacrazione della Basilica Apostolorum, della costituzione della Diocesi e soprattutto per la venerazione dei suoi Santi Martiri, fulgidi testimoni di un Credo che portiamo ancora con noi e consegneremo alle future generazioni di veneti e friulani.

Aquileia, chiesa madre per molte nazioni dell’antico Patriarcato, che si estendeva fino al Garda, a nord arrivava al Danubio e poi ad est fino all’Ungheria. Molti cattolici, e non solo italiani, ritrovano in quest’antica città romana le origini della loro Fede in Cristo. Aquileia è quindi la meta del nostro cammino spirituale, la nostra Gerusalemme, da dove la Fede cristiana si diffuse e arrivò ai nostri padri sin dai primi secoli dell’era cristiana.

Anche quest’anno partiremo da Belvedere San Marco, dove la tradizione vuole che sbarcò San Marco, in arrivo da Alessandria d’Egitto e dove cominciò la sua opera di evangelizzazione.
L’appuntamento è alle ore 09,00 presso la Chiesetta di Belvedere. Sarà disponibile una corriera per portare i pellegrini sul posto e che partirà dalla stazione di Cervignano alle 08,30, passando anche da Aquileia (fermata di fronte all’Hotel I patriarchi).
Chi non riuscirà ad arrivare a Belvedere di Aquileia per tale orario potrà associarsi ai pellegrini nella chiesa di Monastero di Aquileia per la Santa Messa in Rito Romano Antico alle 10,30.
Seguiranno il rinnovo delle promesse battesimali nel  Battistero della Basilica e quindi la venerazione delle reliquie dei Santi Martiri aquileiesi nella cripta. Saranno anche disponibili dei sacerdoti per le confessioni.
E’ offerta la possibilità di  pranzare insieme presso l’hotel “i Patriarchi”, vicino alla Basilica, previa prenotazione (compagniasantantonio@libero.it - oppure 3473961396 . Menù friulano al costo di €16).
Nel pomeriggio un momento di formazione cattolica presso la sede parrocchiale (sala Romana) chiuderà il pellegrinaggio.
Come sempre il pellegrinaggio è aperto a tutti e vi attendiamo numerosi, soprattutto coloro che credono sia quantomai necessaria e ormai indifferibile una difesa coraggiosa e pubblica della nostra Fede.

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Ricapitoliamo di seguito il programma fornendo le informazioni di trasporto per chi provenisse dal Veneziano. Anche quest'anno, il Circolo Traditio Marciana collaborerà all'organizzazione di questa splendida iniziativa che mira alla riconquista delle terre venete alla Fede di tradizione marciana, occupandosi soprattutto del servizio liturgico.

8.30 Ritrovo alla stazione ferroviaria di Cervignano e partenza del pullman per Pineta San Marco
9.00 Partenza del pellegrinaggio a piedi da Pineta San Marco
11.00 S. Messa cantata in rito romano antico a Monastero
12.30 Processione al Duomo e venerazione delle reliquie dei martiri aquilejesi
13.30 Pranzo (€ 16, necessaria prenotazione)
15.00 Conferenze

Per chi volesse partecipare al pellegrinaggio a piedi, vi è un treno che parte da Venezia alle 6.41 (da Mestre alle 6.53) in direzione Trieste C.le e arriva a Cervignano alle 8.08.
Per chi volesse invece partecipare solo alle funzioni liturgiche, il treno della stessa linea parte esattamente un'ora dopo (7.41 da Venezia, 7.53 da Mestre) e arriva naturalmente alle 9.08 a Cervignano, onde tramite le Autolinee SAF, che partono da lì, si può arrivare in pochi minuti ad Aquileia. Notare che NON c'è un treno che parte alle 8.41 da Venezia, e dunque quello delle 7.41 è l'ultimo utile!
Per il ritorno vi sono treni ad ogni ora (al minuto 52) da Cervignano, fino alle 22.

mercoledì 19 giugno 2019

Il culto eucaristico nel rito ambrosiano

di Luca Farina

Nel rito ambrosiano, il culto verso il Santissimo Sacramento si è sviluppato in maniera differente, liturgicamente parlando, rispetto al rito romano: possiede difatti peculiarità che, talvolta, servono ad accentuare aspetti diversi dell’unica Santa Eucarestia.

Occorre anzitutto affermare che, considerando il mistero eucaristico, il rito ambrosiano ne accentua maggiormente l’aspetto sacrificale rispetto a quello festivo. Infatti, il colore liturgico per l’Eucarestia è il rosso, e non il bianco, ad indicare il sacrificio redentore e il sangue versato [1]. Così, i paramenti per le processioni e benedizioni eucaristiche, per il Corpus Domini, per la Messa in Coena Domini sono di colore rosso. [2]


Riflettendo brevemente sulla celebrazione della Messa in Coena Domini (durante la quale si commemora l’istituzione dell’Eucarestia), tanto nel rito antico quanto in quello riformato, essa è celebrata infra vesperas (secondo una tradizione della Chiesa comune a diversi riti: nel rito bizantino per esempio si cantano i Vespri al mattino e segue subito la parte sacrificale della Divina Liturgia di S. Basilio; nel rito romano pre-1955 i Vespri sono cantati dopo la Riposizione del Sacramento, senza soluzione di continuità), senza il suono delle campane, senza canto del Gloria in excelsis. Tutta la Settimana Autentica, senza esclusione di giorni, è dedicata alla contemplazione di Nostro Signore Gesù Cristo nella Passione. [3]

Un ulteriore elemento che accentua l’elemento sacrificale è quello della forma dell’ostensorio: il classico romano si presenta a raggiera, quello ambrosiano a tempietto, per indicare che Colui che vi è contenuto è l’Agnello sacrificato. In realtà, come dimostrato da Monsignor Navoni, l’ostensorio a tempietto era usato anche nel rito romano, ed è di origine più antica (come è possibile vedere in alcune raffigurazioni di Santa Chiara che, evidentemente, non abitava in territorio ambrosiano, ma non solo). E’ possibile supporre che l’usanza dell’ostensorio a raggiera sia subentrato per contrastare, anche visivamente, le eresie contro la Presenza Reale.


Nello stesso saggio, Monsignor Navoni spiega che l’uso ambrosiano di portare la mitria durante le processioni eucaristiche all’esterno era esteso a tutta la Chiesa, ma fu poi eliminato dal rito romano come gesto di maggior umiltà nei confronti del Santissimo Sacramento. Infatti, nelle processioni eucaristiche, quando il vescovo si trova all’esterno indossa la mitria (come si vede nella foto in basso), ma la depone dentro la chiesa e per dare la benedizione.


A far parte dell’apparato liturgico soventemente usato per i momenti di esposizione eucaristica vi è il cosiddetto “triangolo”: come suggerisce facilmente il nome si tratta di un triangolo ligneo rivestito di stoffa rossa, con raffigurato, al centro, il monogramma JHS, o l’occhio divino oppure un semplice disegno a raggiera. Esso viene posto dietro all’ostensorio in maniera tale da far risultare, in prospettiva, il centro del triangolo con l’ostia consacrata. Tale apparato, intravisibile nella foto in basso, è ignoto al rito romano.


In fine, anche lo schema della benedizione eucaristica è peculiare: nel rito antico il celebrante canta l’orazione preceduta, more solito, dal Dominus vobiscum, a cui segue la formula tradizionale di congedo (Dominus vobiscum, 3 Kyrie eleison, Benedicat et exaudiat nos Deus, Procedamus cum pace, Benedicamus Domino). Indi vi è il Tantum Ergo, (con incensazione) il quale ha una propria melodia in canto ambrosiano. In realtà, essa era ed è poco usata, mentre riscuoteva e ancora riscuote molto successo la cosiddetta “versione popolare”, di Franz Josef Haydn [4]. Il celebrante benedice con l’ostensorio usando la consueta formula di benedizione Benedicat vos etc. etc., e non in silenzio come nel rito romano; poi incensa di nuovo, mentre si esegue O salutaris hostia.

Di seguito un paio di filmati della Benedizione Eucaristica in rito ambrosiano. In ambedue è possibile ascoltare il Tantum Ergo nella melodia popolare di Haydn.





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NOTE dell'Autore
1: pare eccessivamente “devozionistica” la spiegazione data nella Filotea del Riva, secondo cui il primo motivo per cui la Chiesa Ambrosiana usa il colore rosso per l’Eucarestia è quello di voler simboleggiare l’amore di Gesù Cristo per noi. L’aspetto primario è invece quello sacrificale e cruento.
2: non solamente le celebrazioni eucaristiche, ma anche tutte quelle che hanno per tema la Passione e il sacerdozio fanno uso di questo colore (Santa Croce, Sacro Cuore, Preziosissimo Sangue, ordinazioni…).
3: tanto prima quanto dopo la riforma, pressoché tutti gli uffici della Settimana Autentica sono celebrati in rosso, esclusa, ovviamente, la Veglia Pasquale.
4: il compositore austriaco gode di una certa popolarità nella città di Sant’Ambrogio, giacché fu anche compositore per la casa D’Asburgo, componendo nel 1797 il celebre inno dell'Impero d'Austria Gott erhalte Franz den Kaiser, di cui esisteva anche la versione in lingua italiana “Serbi Dio l’Austriaco regno”, per il Lombardo-Veneto, di cui Milano era capitale. Peraltro, uso molto diffuso nei territori facenti parte del Sacrum Imperium, particolarmente nel Friuli, era quello di cantare il Tantum ergo proprio sulla melodia di Gott erhalte, come si può sentire QUI.