lunedì 25 maggio 2026

Sull’usanza innovata, erronea e ripudianda della celebrazione dell’Apodosi di Pasqua secondo il cosiddetto rito «greco», ovvero pasquale

È diventato da qualche decennio costume pressoché universale, tanto in Grecia e nei Balcani quanto nella quasi totalità delle chiese della Chiesa Ortodossa Russa in patria, il celebrare la conclusione della festa di Pasqua, ricorrente nel mercoledì della VI settimana, vigilia dell’Ascensione, non già secondo l’ordine previsto dal Tipico e dal Triodio pasquale, che combina in modo unico elementi propriamente pasquali (l’inizio e la conclusione), elementi dell’ufficiatura quotidiana (mercoledì dopo la domenica del Cieco) e della vigilia dell’Ascensione (in particolare il canone), ma secondo un ordine pienamente pasquale, ossia ripetendo esattamente l’ufficiatura che si è cantata nel giorno di Pasqua, tanto nell’ufficio quanto nella liturgia. In Grecia, e persino in alcuni monasteri athoniti, è  addirittura invalso da qualche anno – particolarmente a partire dal 2020, quando non fu possibile celebrare l’ufficiatura notturna nel giorno stesso di Pasqua a causa delle prescrizioni pandemiche antiecclesiastiche del governo greco – l’uso di celebrare una veglia notturna con liturgia esattamente come nel giorno di Pasqua. Tale ufficiatura viene in Russia popolarmente definita «greca», ed effettivamente i manuali liturgici – nei libri liturgici propriamente detti manca del tutto – rimandano per la sua celebrazione esattamente al Pentecostario greco.

Tuttavia, occorrerebbe specificare a quale Pentecostario greco si faccia riferimento. Tralasciando qui la complessa e ancora largamente inesplorata tradizione manoscritta del Triodio fiorito (che in questo aspetto tuttavia non offre alcun appiglio ai novatori, sia ben chiaro), la storia editoriale moderna di tale libro liturgico è assai nota, a partire dalle prime edizioni a stampa dell’inizio del XVI secolo, con le successive integrazioni di Nicola Malaxos, e infine con le edizioni veneziane del finire del secolo che funsero anche da base per la correzione della versione slava durante le riforme nikoniane. In tutte queste stampe antiche non troviamo riferimento veruno a una celebrazione «pasquale», ma soltanto l’ordinaria funzione che combina elementi feriali e festivi. Lo stesso possiamo dire per tutte le edizioni del XVII e del XVIII secolo. Ancora, nel 1837 Bartolomeo di Koutloumousiou mise sotto il torchio presso la stamperia di Francesco Andreola un’edizione “corretta” del Pentecostario, facente parte di un più ampio progetto di revisione dei libri liturgici portata avanti dal dotto monaco: anche in questo però troviamo di nuovo soltanto l’ufficiatura tipica. Tuttavia, nella prima riedizione del suo Pentecostario, data alle stampe nel 1848 presso la tipografia Phoinix sempre a Venezia, viene introdotta un’appendice in cui si forniscono alcune ulteriori variazioni, «secondo l’uso della Grande Chiesa di Cristo», cioè secondo l’uso invalso nella chiesa patriarcale di san Giorgio al Fanar nell’ultimo periodo della turcocrazia. Tra queste variazioni si trovano: la sostituzione delle antifone tipiche con quelle pasquali per tutta le domeniche di Pasqua; la sostituzione delle stichire anatoliche alle Lodi delle medesime domeniche con le stichire di Pasqua. L’ultima innovazione è proprio l’introduzione di questa nuova ufficiatura per l’apodosi di Pasqua: a p. 164, all’inizio della sesta settimana, è riportata una nota che avverte della presenza di due ordini di celebrazione, e termina affidandosi alla scelta del lettore: ποίησον ὡς βούλει περὶ αὐτῶν (“fa’ come vuoi riguardo a esse”). In effetti, solo pochi anni, nel 1838, era uscito il Typikon di Costantino Protopsalte, primo tentativo di mettere per iscritto le usanze (sovente decadenti e spesso liturgicamente insensate) in uso al Fanar in quegli anni, dove si ritrovano esattamente tali indicazioni, inclusa l’inedita struttura dell’apodosi di Pasqua: è evidente che Bartolomeo apportò le aggiunte alla riedizione del suo Pentecostario proprio dopo aver letto il volume di Costantino. Nel 1888 l’arcicantore del Fanar Giorgio Violakis dà alle stampe il proprio tipico, che costituisce una revisione e un’ulteriore evoluzione di quello del predecessore, ove tali innovazioni si ripetono, peraltro con alcune minime variazioni (l’ora nona che precede il vespro dell’apodosi di Pasqua è logicamente ordinaria per Costantino, è già pasquale per Violakis); purtroppo, com’è noto, questo tipico ha avuto enorme influenza su tutte le chiese ellenofone e non solo, venendo adottato integralmente o parzialmente, nonostante l’enorme quantità di errori e innovazioni in esso contenute.

Così, seppur sempre mantenendosi accanto la stampa della funzione secondo l’ordine antico, in tutte le edizioni successive del Pentecostario si ritrova anche la nuova ufficiatura dell’apodosi di Pasqua, che viene adottata da tutti i tipici greci moderni, con l’unica eccezione di quelli impressi presso il Sinai, ove si segue il tipico originale di san Saba e del tipico di Giorgio Rigas, che dissente dalla pratica greca moderna pur non conoscendone bene la storia e ne discute alcuni problemi in un articolo poi raccolto nei suoi Ζητήματα Τυπικοῦ. Se ancora nel Novecento i typika manoscritti dei monasteri athoniti riportavano l’ufficiatura soltanto secondo la sua forma antica (per esempio quello di Dionysiou del 1909, p. 525), negli ultimi decennî, soprattutto con l’arrivo delle nuove fraternità a partire dagli anni ’70 che hanno introdotto costumi recenziori vigenti nel mondo, si è passati ad adottare anche sul Sacro Monte la nuova forma dell’apodosi di Pasqua, che è peraltro l’unica presente nel Typikon di Vatopedi (ormai ben poco athonita nel suo contenuto) pubblicato nel 2023.

Dunque abbiamo anzitutto visto che tale forma di officiatura non è affatto «greca», ma piuttosto «neogreca» o meglio «fanariota», e non si ritrova nei libri liturgici greci prima di 170 anni fa. Or si guarderà al senso di tale ordine di celebrazione.

Anzitutto, sin dalla stampa del 1848 si cerca di spiegare la ragione dell’introduzione di questa nuova forma di celebrazione, ossia per rendere la conclusione della festa di Pasqua simile alla conclusione delle altre feste del Signore e della Madre di Dio, in cui si ripete esattamente l’ufficiatura del giorno della festa. Ora, il termine «apodosi» indica letteralmente il «mettere via» una festa, e cioè specificatamente smettere di cantare gl’inni liturgici a essa relativi, che si sono invece aggiunti alle officiature quotidiane nel periodo del dopo-festa. L’apodosi può avere diverse durate, anche se la più comune è otto giorni, secondo una prassi già risalente all’antico ebraismo di ritenere sacro il numero di otto, ben illustrata dall’erudito occidentale Bartolomeo Gavanto nello studio delle ottave latine, che sono qualcosa di assimilabile, premesso all’Ottavario Romano del 1628. L’apodosi può avere poi diverse forme: meno note, ma egualmente prescritte dal tipico, sono infatti le apodosi di alcune feste minori come quelle dei Ss. Pietro e Paolo e delle due feste del Battista, che prevedono l’aggiunta di alcuni inni in loro onore semplicemente nel giorno successivo alla festa, peraltro non coincidenti con quelli della festa vera e propria.

A sua volta, l’espressione «tempo pasquale», in tutti i riti storici della cristianità, indica varî e distinti periodi di tempo, che conservano in maniera differente aspetti proprî dell’ufficiatura pasquale e peculiari rispetto all’ordine comune delle funzioni. In senso largo e concettuale, il tempo pasquale è l’insieme di tutte le ufficiature incluse nel Triodio fiorito; le caratteristiche propriamente liturgiche comuni a questo periodo così ampio sono poche, quali ad esempio la prescrizione di non inginocchiarsi. In senso più stretto, termina appunto all’apodosi, cioè alla vigilia dell’Ascensione, quando si depongono alcune caratteristiche pasquali che si sono cantate in tutti i giorni successivi (come il triplice Cristo è risorto all’inizio delle funzioni); ma la maggior parte delle caratteristiche pasquali, come le ore, l’assenza di salterio etc., si erano già deposte al sabato della settimana luminosa. La settimana luminosa, in effetti, costituisce la vera ottava di Pasqua, di sette giorni così come quella di Natale e di Pentecoste, in cui si ripete tale e quale l’ufficiatura del giorno, mutando soltanto le stichire attraverso il canto di tutto il sistema risurrezionale dell’ottoeco; al sabato non si compie una vera e propria apodosi, perché la Risurrezione non cessa mai per la Chiesa. Alla domenica di Tommaso, infatti, si segna l’inizio di una nuova Pasqua (antipasqua), quella delle domeniche di tutto l’anno: la festa di Pasqua in senso proprio è già terminata. A motivo tuttavia della permanenza di Nostro Signore sulla terra per quaranta giorni, si mantengono alcuni elementi pasquali ancora per tutti i giorni seguenti, che si depongono definitivamente il giorno avanti l’Ascensione, che in effetti in molti tipici manoscritti antichi, e ancora nell’edizione greca più recente del Tipico di san Saba, è chiamata non già «apodosi di Pasqua», ma «apodosi del Cristo è risorto», indicando cioè che questo è l’ultimo giorno in cui si canta il tropario pasquale, e nulla più. Il ripetere l’incipit e la conclusione pasquale delle ufficiature maggiori, dove si canta molte volte il tropario, è esattamente dovuta a questo fatto. Nei libri liturgici slavi, tanto nel Tipico quanto nel Triodio, non esiste alcuna indicazione del termine «apodosi» al mercoledì della VI settimana.

Già questa corretta concezione permette di capire come mai sia insensato riprendere in questo giorno, dopo oltre un mese in cui non si è fatto, le forme celebrative proprie della Pasqua che si sono lasciate già parecchi giorni prima. A questo si aggiungono, naturalmente, altri problemi, come l’omissione del canone della vigilia dell’Ascensione, opera di bellissima poesia che finisce per perdersi del tutto, o l’interruzione della sticologia settimanale a Vespro e Mattutino, cosa che non avviene mai se non – per grandissima eccezione – nella sola settimana di Pasqua. Il riprendere poi esattamente l’ufficiatura di Pasqua comporta ulteriori difficoltà: per esempio, quella già criticata da Giorgio Rigas di cantare le stichire risurrezionali del tono primo esattamente come a Pasqua, laddove tutto il Pentecostario si fonda sulla ripetizione settimanale delle stichire risurrezionali del tono corrispondente alla settimana, e dunque nel nostro caso del quinto, che viene interrotto inspiegabilmente per importare stichire pertinenti al ciclo ordinario di un’altra settimana. Altro elemento di totale insensatezza è il canto del «Quanti in Cristo» al posto del Trisagio alla Divina Liturgia, che è prescritto in alcuni giorni dell’anno in cui in antichità si celebravano i battesimi: ma non si è mai dato nella storia che alla vigilia dell’Ascensione si celebrassero battesimi, per i quali si attendeva invece la vicina Pentecoste, dove in effetti il canto battesimale è prescritto.

L’introduzione di questa nuova ufficiatura dunque, oltre a dimostrare una certa inadeguatezza e ignoranza liturgica da parte di coloro che l’hanno introdotta, ha completamente alterato nei fedeli la percezione del corretto susseguirsi delle festività di questo importante periodo dell’anno, fornendo la falsa concezione che la Pasqua «si concluda», e ha inserito nella celebrazione di questo giorno elementi del tutto estranei all’ordinario e corretto scorrimento del ciclo liturgico, sopprimendo invece del tutto le ufficiature proprie di questo giorno, cioè della vigilia dell’Ascensione. Dunque fin qui abbiamo visto che essa è completamente inopportuna, e non dovrebbe essere in alcun modo seguita. Ma, almeno per la Chiesa Russa, essa è anche illegittima: i moderni manuali liturgici del Patriarcato, infatti, facendo riferimento alla prassi invalsa, rimandano come giustificazione a una nota contenuta nel calendario ecclesiastico del 1929, edito dal metropolita Sergio (Starogorodski), in cui si riteneva possibile adottare questa pratica nelle chiese parrocchiali. In quell’anno, tuttavia, il metropolita Sergio non era riconosciuto quale legittimo sostituto del luogotenente patriarcale né dal Santo Sinodo della Chiesa all’Estero, né da buona parte dei vescovi in patria (il metropolita Giuseppe di Leningrado aveva definito Sergio nientemeno che un “usurpatore dell’autorità ecclesiastica”). Pertanto, l’introduzione di questo costume deteriore, avvenuta in Russia soltanto pochi decennî fa e diffusasi soprattutto in epoca sovietica, non ha alcuna base per essere ammessa; tale pratica dovrebbe essere abbandonata nelle chiese in Russia, e non introdotta in quelle in Europa, secondo la prassi della nostra Chiesa all’Estero, che si è sempre mantenuta fedele al tipico originale.

martedì 3 febbraio 2026

Le ordinazioni episcopali della FSSPX del 1988 e del 2026 e quelle dei GOC del 1937 e del 1960-62. Appunti canonistici.

La presente nota è scritta quale commento "a caldo" dell'evento annunziato per il prossimo 1° luglio. Disamine più approfondite potranno seguire.

di Nicolò Ghigi

E' recentissima notizia che il superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani, abbia dato disposizione ai vescovi di detta fraternità di procedere alla consacrazione di nuovi vescovi, stante il perdurante stato di necessità, eguale a quello che portò alle consacrazioni effettuate da mons. Lefebvre e mons. De Castro Mayer nel 1988. Il comunicato è molto stringato, ma annunzia verso il finale "spiegazioni complementari sulla situazione attuale e sulla decisione" nei prossimi giorni, che si presume dettaglieranno la questione dello stato di necessità (ma la ripubblicazione nel 2023 sul sito del distretto d'Italia dell'articolo L’apostolato della FSSPX e lo “stato di necessità”, apparso previamente in «La Tradizione Cattolica», 21-3 [76] (2010), pp. 18-24, è già sufficientemente illustrativo). Sicuramente ad aggravare l'urgenza della decisione è la senescenza di mons. Fellay e mons. de Galarreta, ultimi due vescovi rimasti dopo la dipartita di mons. Tissier de Mallerais e la scissione (e recente dipartita) di mons. Williamson, il quale peraltro, con la consacrazione a una sola mano di Jean-Michel Faure, è di fatto caduto in una situazione canonica diversa.

Tralasciando il fatto alquanto turbativo della normale gerarchia sacramentale della Chiesa per cui la decisione venga presa da un presbitero che comanda ai vescovi di conferire un sacramento che a essi unicamente compete (ma che del resto è conseguenza necessaria della sovrapposizione, all'autorità sacramentale, di una autorità giurisdizionale distinta da essa, avvenuta nella chiesa latina: gli ordini religiosi, dal francescanesimo in giù, ne sono una conseguenza, ma la conseguenza maggiore è il caso del laico eletto papa, che dispone di autorità giurisdizionale universale e immediata già prima della sua ordinazione all'episcopato!), la questione su cui si presume si concentrerà il dibattito nei prossimi mesi sarà se lo stato di necessità del 1988 perduri oggi pure. La legittimità delle ordinazioni di Lefebvre all'epoca era stata del resto difesa da molti canonisti, non ultimo il celebre Gerald Murrey, che nella sua tesi di licenza sostenne la legittimità della presunzione dello stesso pur discordando circa la sua esistenza oggettiva. Alcuni già hanno obiettato che oggi la messa tridentina è diffusa su tutta la terra grazie a svariate istituzioni e molti preti pienamente comunicanti e obbedienti al regnante pontefice, cosa che nell' '88 non esisteva, a eccezione di qualche singolo prete peraltro perseguitato dai propri superiori. Ma questo non significa nulla per la posizione della Fraternità, che nel succitato articolo esprime chiaramente quale è la causa prima dello stato di necessità: l'impossibilità della corretta professione di fede. Questa impossibilità caratterizza tutte le messe degli istituti ex Ecclesia Dei e ad mentem dei motu proprio Summorum Pontificum e Traditionis Custodes, come è ben spiegato da M. Tranquillo, La professione di Fede e il sospetto di eresia, in in «La Tradizione Cattolica», 24-3 [86] (2013), pp. 16 ss. e Id., La nuova messa e la professione di fede, in «La Tradizione Cattolica» 30-2 [110] (2019), pp. 6-16; il quale articolo, se inteso sensu obvio, indica la pericolosità per la fede sostanzialmente di TUTTE le messe non celebrate entro il quadro giuridico-istituzionale della FSSPX, nonostante il fatto che alcuni seguaci dell'autore della nota testé citata si profondano nell'esercizio eccettuativo (come i giovani oratori che si esercitavano nell’arte retorica difendendo l’innocenza di Paride), individuando i più disparati cavilli che possano far sì che una messa eccepisca dal summentovato anatema, arrivando a giustificare la legittimità di messe di preti biritualisti (sic!, adducendo a pretesto il non essere donatisti, e ritenere dunque un mero "peccato privato" il celebrare quella che è da loro considerata una testimonianza pubblica contro la fede, cioè il rito "pericoloso" del CV2!) o persino ad mentem TC con la scusa che tale mens sarebbe oggetto di una qualche sorta di restrizione mentale (per esempio, non confacendosi all'obbligo dell'uso dei libri del '62: ma la violazione di un cavillo di un contratto non invalida l'accettazione generale del contratto; oppure sostenendo che non vi sia intima accettazione del contratto: ma il vescovo neolatino che concede la messa e la chiesa pretende assicurazione formale del contrario, e la taqiyya è un elemento del diritto coranico, non di quello cattolico, e la restrizione mentale stretta è sempre un peccato, cfr. i decreti del Sant'Uffizio SD 2126-2128).

La conseguenza della visione testé rappresentata è quella che viene sovente espressa dalla formula parafrasata "extra fraternitatem nulla salus", che corrisponde sostanzialmente all'identificazione dei confini della Chiesa con quelli della Fraternità. Lo stesso sembra difatti suggerire Pagliarani nel suo comunicato, laddove afferma che «È solo nella Chiesa di sempre e nella sua costante Tradizione che troviamo la garanzia di essere nella Verità, di continuare a predicarla e a servirla»: da tali parole si può inferire che la “Chiesa di sempre” sia un ente distinto dalla “Chiesa di oggi”, e che la Fraternità incarnerebbe tale “Chiesa di sempre”. La medesima posizione è stata espressa da Pagliarani del resto in molteplici altre pubbliche dichiarazioni, ed è patrimonio comune dei fedeli “tradizionalisti”, come si può render conto chiunque leggendo i varî blog in cui essi esprimono disordinatamente le proprie posizioni. Se però la Fraternità è, sostanzialmente, la vera chiesa, per quale ragione essa mantiene comunione con un gruppo di chierici, cioè la Chiesa cattolica ufficiale, che essa considera essere in buona sostanza una falsa chiesa? La risposta viene ancora una volta dagli scritti apologetici della Fraternità (che costituiscono la gran parte della produzione editoriale della Fraternità, secondo la consueta necessità delle sette minoritarie di dover giustificare se stesse: se si visiterà la libreria del Cimitero Rogozhkoe la situazione sarà pressoché la stessa), per esempio M. Tranquillo, Risposte ad alcune domande sulla situazione della Chiesa, in «La Tradizione Cattolica» 28-3 [104] (2017), e Id., Permanenza del papato, permanenza della Chiesa, in «La Tradizione Cattolica» 25-1 [90] (2014), pp. 29 ss. In somma, questi e molti altri saggi vogliono mostrare la assoluta necessità della permanenza del papato, contro ogni tesi sedevacantista o sedeprivazionista, in quanto secondo il dogma novatore e inaudito del Vaticano I il papato è la fonte assoluta di ogni giurisdizione. Senza il papa, e dunque senza la giurisdizione, la Chiesa non esisterebbe più; che il papa sia eretico poco importa (in barba al canone apostolico che scomunica chiunque comunichi – e dunque commemori – uno scomunicato: ma i canoni apostolici sono stati aboliti dai latini in quanto non compaiono nel CJC1917!), in quanto i suoi atti non sono validi perché “incapace di usare il proprio potere” arbitrario e assoluto conferitogli dal Vat.1 e dalle altre innovazioni consimili (cosiddetta “tesi di Lomazzo”, da alcuni ritenuta una forma di sedevacantismo con la sede piena pro bono pacis; in realtà una forma di protestantesimo col papa: il papa c’è, ma io mi arrogo il diritto di decidere per il suo foro interno); dunque è un papa marionetta, i cui atti non sono validi né efficaci né universali né infallibili, ma la cui presenza fittizia “serve soltanto a render valide le confessioni del prete della FSSPX”, per citare una arguta critica del sedeprivazionista (o forse sedevacantista simpliciter ormai) don Ricossa. Confessioni che, peraltro, il papa stesso non riconosce come valide e legittime (lasciando stare la misericordiosa concessione di Bergoglio, che l’avrebbe volentieri concessa pure alle pastore metodiste), in quanto avvengono fuori dalla giurisdizione, che a questo sacramento è necessaria.

Difatti, i vescovi della Fraternità, in quanto ordinati senza il mandato papale, non hanno ricevuto giurisdizione (nemmeno quella di una sede titolare: cioè sono vescovi di nulla, vescovi per sacramento ma non per giurisdizione, il che conferma l’assurdo di separare le due autorità, mentre è chiaro sin dall’età apostolica che il vescovo è in quanto capo, o meglio supervisore, di una comunità visibile e determinata geograficamente); e nondimeno si fregiano impropriamente di tutti gli attributi della giurisdizione, ossia il conferimento delle cresime (che per i latini è prerogativa episcopale; ma tale ingiusta restrizione è aborrita dalla Nostra Chiesa, cfr. e.g. S. Fozio, Encyclica (Ep. II), ed. Laourdas-Westerink, I, pp. 42-43), degli ordini sacerdotali, e in generale l’uso di pontificare al trono e con l’uso del pastorale! E così di giurisdizione son privi i preti da loro ordinati, e pure i nuovi vescovi che ordineranno non saranno diversi da costoro, perpetrando ulteriormente l’abuso, e dal punto di vista cattolico l’illegittimità e financo lo scisma (che, come spiega il Dict. Theol. Cath. s.v., è proprio “la disobbedienza al Romano Pontefice, e non già la negazione principiale della sua autorità”).

Tutto questo complesso è giustificato dall’etichetta già più volte richiamata dello stato di necessità. Quest’ultimo è tuttavia un concetto alquanto fumoso del diritto canonico, e si può dire che gran parte della discussione canonistica attorno a quest’ultimo si debba proprio ai varî movimenti tradizionalisti del dissenso, che lo interpretano ovviamente in modo diverso (lo stato di necessità è la giustificazione addotta pure dai sedevacantisti, i quali sostengono però che esso eccettui pure l’esistenza medesima dell’unica fonte di giurisdizione, mentre per i lefebvriani come detto eccettua il ricevere giurisdizione da questa fonte, ma non la sua esistenza: cioè basta che la giurisdizione, che è una persona per i latini, esista; poi il mio pezzetto me lo prendo io anche se quella non vuole!). Cosa sia lo stato di necessità resta dunque poco chiaro, come poco chiari ne sono i confini. Ma soprattutto resta poco chiaro chi dovrebbe dichiararlo: mons. Lefebvre? I suoi preti? I singoli fedeli? Ma che autorità hanno per fare ciò? In una religione in cui ogni autorità su questa terra (ivi inclusa quella secolare!) dipende da una sola persona, cioè il papa, come può qualcun altro arrogarsi l’autorità di dichiarare qualcosa contro il papa? Da qui tutta la discussione sul papa eretico e l’ipotesi della sua deposizione, su cui molti amano cianciare ma che in verità nessuno ha mai risolto perché, soprattutto dopo il Vat.1, costituisce un’aporia insuperabile.

Attribuire la dichiarazione dello stato di necessità al singolo fedele (che comunque è tenuto a scegliere di ricevere i sacramenti dai preti della Fraternità, se vuole salvarsi) implica poi l’esistenza di un concetto definito come “coscienza della Chiesa”, attribuita al popolo fedele di Dio (“pleroma”, pienezza). Benché la storia anche occidentale sia piena di dimostrazioni di tale coscienza, è stato intento preciso del cattolicesimo eliminarla completamente dal proprio orizzonte teologico; e nel momento in cui si è risolto in un solo “atomo”, cioè il papa, tutto il “pleroma”, che bisogno c’è di quest’ultimo? Tanto più se è composto da laici, che per i cattolici sono disprezzati come “chiesa discente”, e debbono solo tacitamente ubbidire ai dettami della “chiesa docente” (ancorché i laici “tradizionalisti” siano tutt’altro che taciti, obbedienti e rispettosi: atteggiamenti che in tempi più felici avrebbero valso per loro come minimo una censura, se non un sospetto di protestantesimo). Dunque la coscienza del fedele, ma pure del singolo prete o vescovo, non ha nessuno spazio nell’ecclesiologia latina tradizionale, e qui cade il problema essenziale per tutto il tradizionalismo cattolico.

A tal proposito, può essere utile comparare i fatti con una situazione simile che accadde nella nostra Chiesa Ortodossa, in cui invece la coscienza della Chiesa è e rimane custode ultimo e primario del deposito della fede, ossia la formazione del movimento vecchio-calendarista in Grecia nel corso del XX secolo. Tutto ebbe inizio con l’accettazione da parte della gerarchia della Chiesa di Grecia, nel 1924, del calendario ecclesiastico latino voluto dal patriarca massone Melezio Metaxakis: se il calendario in sé non costituisce un eresia (ma come minimo scisma sì, in quanto violazione della tradizione immutata della chiesa), eretizzante era indubbiamente il proposito di Melezio, cioè cercare l’unione con gli eretici (anglicani in primis). Inizialmente, la resistenza fu effettuata soltanto da laici, che avevano ben chiaro il loro ruolo di “coscienza della Chiesa”, e solo nel 1935 ottennero tre vescovi a guida del loro movimento. Questi presto procedettero all’ordinazione, nel 1937, di quattro nuovi vescovi, per garantire la continuità della gerarchia, mentre lo stato già prendeva in atto misure persecutorie contro i cristiani fedeli al vecchio calendario (ben più dure e sanguinose delle persecuzioni mai subite da alcun tradizionalista cattolico negli ultimi sessant’anni, inclusi almeno un paio di martiri), e costituirono un sinodo. Questo sinodo fu praticamente distrutto dalle persecuzioni, dalle defezioni (alcuni tornarono alla chiesa di stato; uno, Matteo di Vrestheni, si separò dagli altri e credendosi l’unico vescovo rimasto sulla terra ordinò a una sola mano, come Williamson, altri vescovi) e dalla morte naturale dei suoi membri; l’ultimo a partirsene fu uno dei fondatori, Crisostomo di Florina, che morì senza poter ordinare nuovi vescovi, in quanto era rimasto solo, e non voleva violare il canone apostolico che richiede almeno due consacranti. Il rimasto clero allora si rivolse alla Chiesa Russa all’Estero, dove trovò l’aiuto prima di Serafino di Chicago (per l’intercessione di S. Giovanni di San Francisco), che insieme a Teofilo di Detroit ordinò nel 1960 l’archimandrita Acacio Pappas all’episcopato, e due anni dopo quest’ultimo, insieme a Leonzio del Cile, ordinò altri quattro vescovi, da cui ha origine l’odierna linea episcopale GOC. Tali ordinazioni furono pienamente riconosciute dalla Chiesa all’Estero con decreto sinodale sotto l’impulso del metropolita Filarete alcuni anni dopo. Su di esse, si veda l’ottimo e ricchissimo studio di Clemente di Gardicio, Ἐπίσκοπος Μαγνησίας Χρυσόστομος Νασλίμης (1910–1973). Ἀκατάβλητος Ἀγωνιστὴς Πίστεως καὶ Ὑπομονῆς, vol. II, Athina 2020, pp. 64-259.

Qual è la differenza tra lo “stato di necessità” che compulse i fedeli greci del vecchio calendario e quelli della Fraternità? La differenza non sta nella situazione in cui si trovarono o nel modo in cui agirono, ma nell’ecclesiologia fondante delle due Chiese. I laici greci avevano non solo il diritto, ma il dovere di opporsi alle innovazioni e di difendere le tradizioni; simile dovere avevano i tre vescovi che presero la retta posizione nel 1935, così come era loro dovere assicurare la continuità della successione apostolica: pur senza negare la validità di quella dei neocalendaristi, cosa che i floriniti mai fecero, era necessario separarsi dalla comunione con gli eretizzanti, ancorché non ancora condannati sinodalmente come eretici, in quanto ciò è prescritto dal canone 15 del Sinodo primosecondo dell’861-62. Similmente, certo è un fatto straordinario, e per certe categorie illecito, l’aver ordinato vescovi senza il consenso della suprema autorità ecclesiastica della zona (cioè il Sinodo) nel 1937, così come pure l’aver proceduto da parte dei vescovi della ROCOR a ordinazioni fuori dai confini canonici della propria Chiesa; ma questo era giustificato eccome dallo stato di necessità che ogni fedele, ordinato o laico che sia, ha diritto e dovere di determinare in accordo con i canoni, i padri e la tradizione. I vescovi GOC, poi, dispongono tutti di giurisdizione ordinaria, in quanto la giurisdizione è trasmessa nel momento stesso dell’ordinazione sacramentale (perché non ne è disgiunta) sopra la comunità di fedeli che ha eletto o ricevuto quel vescovo come proprio pastore, ed è semmai soltanto confermata amministrativamente dall’autorità superiore: l’autorità superiore è il sinodo, ma essa stessa non è sussistente per qualche divina disposizione, ma è formata dal basso, cioè dall’accordo dei vescovi di varie comunità di una stessa regione (come possono essere appunto i confini di uno stato), che si riuniscono, individuano un protos/portavoce, e amministrano in modo coordinato il loro territorio, in perfetto accordo con le disposizioni del can. 34 degli Apostoli. Gerarchie parallele, d’altra parte, sono esistite eccome nella storia, e anche santi le hanno fondate e appoggiate, già in epoca antica: sono esistite persino nella chiesa occidentale (si pensi allo Scisma d’Occidente), ancorché poi il papato le abbia rilette in modo diverso, ignorando la portata di certi fatti o persino il dettato di un documento da esso stesso proclamato quale  il decreto Haec Sancta del concilio di Costanza, che già Martino V volle rigettare.

Mons. Lefebvre aveva compreso il problema della crisi dell’autorità nella chiesa, ma l’urgenza lo spinse a prendere decisioni rapide e azioni concrete, per fronteggiare le difficoltà dell’ora presente. Non elaborò mai una teoria critica dell’autorità, né una giustificazione canonistica completa delle proprie azioni: forse non sarebbe stato in grado, ma non era nemmeno il suo scopo. In quarant’anni, tuttavia, la Fraternità ha sviluppato ragionamenti inevitabilmente contradditorî, anfibolici e tesi soltanto all’autogiustificazione, poiché non ha saputo discordarsi da quella che era l’ingombrante ecclesiologia papale in vigore negli anni ’50, benché il modernismo – se ci fosse stata bisogno di ulteriore prova – ne abbia mostrato pienamente la pericolosità. La difficile situazione in cui si trova la Fraternità, ondeggiante tra il mantenere intatta la professione di fede da essa ritenuta corretta, dovendo quindi evitare ogni obbedienza e contatto con una gerarchia eretica o eretizzante, con la quale nondimeno si mantiene la comunione eucaristica, e il riconoscere dunque l’esistenza di quest’ultima da cui in ultima sostanza dipende la propria esistenza, è forse una delle migliori dimostrazioni dell’aporia insolubile dell'ecclesiologia romano-papista.

martedì 27 maggio 2025

Lettera a una persona smarrita negli inganni del Nemico

 

In tempi dove sembrano abbondare visioni, miracoli o profezie, proponiamo questa lunga lettera che San Macario di Optina (1788-1860) scrisse per mettere in guardia un fedele contro il pericolo del Prelest, l'inganno spirituale. Avevamo già trattato in precedenza questa tematica molto cara agli asceti Ortodossi che diffidano sempre dei frutti dell'immaginazione applicata alla preghiera. La lettera è una vera e propria catechesi sulla vita spirituale e l'orazione; contiene numerose citazioni da opere patristiche e dalla Filocalia, nessuna parola di San Macario è scritta senza che non abbia una radice nei Padri. E questo dovrebbe far riflettere sul valore che le parole - il "sì sì, no no" evangelico - dovrebbero avere e sul vero senso di nascondimento nella vita monastica.  Abbiamo aggiunto dei brevi titoletti per permettere una lettura più agevole del testo, mentre i riferimenti delle citazioni sono prese dall'originale e potrebbero quindi differire nelle opere tradotte in Italiano.

Traditio Marciana.


 

Lettera 445 di San Macario di Optina. Dalle lettere ai laici.


Altamente stimato nel Signore, N.N.,

ho ricevuto la vostra lettera, spedita nel Marzo di quest’anno e sono davvero stupefatto che, non conoscendomi affatto, abbiate scelto di descrivermi le vostre strane esperienze e di chiedere il mio consiglio circa i vostri dubbi. Dovrei preferire, conoscendo di essere fisicamente e spiritualmente debole, rifiutare di parlare di cose per me difficili e alte. E stavo per rifiutare di rispondere alle vostre domande ma, considerando la fede con la quale cercate consiglio e sentendomi dispiaciuto della vostra situazione passata e presente, che voi descrivete, ho osato rispondervi (dopo essermi consigliato con i nostri padri, dal momento che è risaputo che Dio ha posto parole di guida rette anche nella bocca delle bestie mute). Cercherò di darvi alcuni passaggi rilevanti dell’insegnamento dei Santi Padri e di rappresentare le azioni degli inganni del Nemico, in modo da mettervi sull’avviso per non seguirli, benché in apparenza assomiglino falsamente alla verità.

 

A proposito, voi stesso avete una volta menzionato i vostri sospetti di esservi smarrito nelle reti del Nemico. Alla luce della conoscenza dei Santi Padri dovreste vedere questo fatto ancora più chiaramente e abbracciare la verità, allora, abbandonate le menzogne, seguire cautamente la dottrina dei Santi Padri. Eccovi alcuni passaggi che ho preparato per voi.

 

(Orgoglio e false visioni)

L’inganno spirituale, in accordo con Gregorio il Sinaita (Filocalia parte 132; Filocalia Russa, volume V) ha due radici dal lato umano: l’orgoglio e la vita peccaminosa, a causa di queste ragioni un uomo è fatto zimbello dei nemici spirituali. Dio permette questa tentazione in modo che l’uomo ritorni in sé, faccia penitenza e se vuole cambi la sua vita.

Secondo la vostra lettera, concludo che la prima trappola dell’inganno venne stesa nel 1853, nella città di T., quando vi stavate rimettendo da una malattia: voi veniste visitato dall’illusione che guardando le icone queste cambiassero, finché un giorno anelli di rose staccatisi dalla icona di nostra Signora entrarono nel vostro cuore, portando con sé la convinzione che vi era concesso il perdono dei vostri peccati. Sull’autorità dei Padri posso assicurarvi che, nel momento che accettaste questo come vera rivelazione, cadeste nella rete del nemico. Tutto quello che seguì fu semplicemente il risultato di questo evento.

Nessun demone può rappresentare la vera immagine di Cristo, così come giustamente afferma Barsanufio il Grande nel suo libro, risposta 413, ma può ingannare ricreando la forma di un uomo normale. Questo deve essere successo nelle vostre apparizioni di nostra Signora con il Bambino e nelle altre riguardanti le icone.

S. Barsanufio dice nella stessa risposta 413, che il demonio è incapace di evocare la Santa Croce perfino nei sogni degli uomini e la Santa Chiesa proclama cantando: “Nella Tua Croce, o Signore, hai dato un’arma sicura, una potente arma contro il nostro nemico che rabbrividisce, trema e striscia via ferito da quell’orribile vista”. Perciò, la vostra visione del Metropolita con il Vangelo e la Croce in mano e l’esercito di diavoli che, stringendovi la testa fecero il segno della croce con essa sul terreno ai suoi piedi, non può essere nient’altro che una illusione, poiché il nemico teme la croce. Ma Dio lasciò che il demonio prendesse possesso della vostra mente e il demonio, mentre effettivamente faceva altre figure, vi suggerì che fosse la Croce. Tutto questo allo scopo di portarvi più confusione.

La stessa cosa si applica alla vostra illusione che qualcuno ripeta dopo di voi le parole della vostra preghiera. Diverse storie dei Padri (nel Sinassario) rendono piuttosto chiaro che il demonio non può dire la Preghiera di Gesù, la quale ( in accordo con Giovanni Climaco, La scala, gradino 21, § 7) è la più potente arma contro di loro. Voi scrivete che ripetono le parole di questa preghiera dopo di voi, comunque non è nient’altro che una illusione: essi producono rumori indistinti suggerendovi che si tratta delle parole della preghiera. Fanno questo per mostrarvi che non la temono, ma non dovreste creder loro. In generale dovreste sapere che i Padri insistono che forme, colori, luci, suoni e odori, buoni e cattivi ecc.. sono illusioni demoniache (vedi S.Simeone il Nuovo Teologo sul primo modo di preghiera; S. Pietro Damasceno sui sette argomenti; Ss. Callisto e Ignazio cap.73 ecc.. n.d.e.).

 

(falsa gioia)

La seconda trappola d’illusione fu stesa quando, stanco dei trucchi del demonio e correndo nella diligenza postale, meditaste sul male della vostra vita e desideraste la riconciliazione con tutti coloro che vi avevano offeso e con tutti coloro che si erano mostrati ostili con voi. Improvvisamente sentiste un flusso di dolce gioia nel vostro petto. Inesperto come siete, assumeste anche questo per vero e non come illusione. Presto foste così impigliato da questo tipo di tentazione da arrivare all’orlo della pazzia (così come notaste voi stesso). Penso che Dio, nella Sua grande misericordia, prevenne la vostra ragione dall’affondamento totale perché vi eravate smarrito non volontariamente, ma per la vostra inesperienza.

Nel suo settimo gradino, Giovanni Climaco dice: “Rigetta con la tua mano destra, la mano dell’umiltà, ogni flusso di gioia. Per paura, poiché ne sei indegno, che questa gioia sia una tentazione e ti porti a confondere il lupo con il pastore.” (La Scala dell’ascesa divina, gradino 7, § 57). La qual cosa è successa a voi. Anche altre situazioni, inclusa quella quando, meditando un testo della Scrittura ( Il Signore è sempre di fronte a me: perché è alla mia destra, non potrò vacillare. Ps 16:8) sentiste un soffio sulla spalla destra seguito dalla gioia, significa la stessa cosa, benché voi lo consideriate essere giusto secondo la vostra opinione. L’Apostolo dice che la vera gioia è “frutto dello Spirito” (Gal 5:22) da raggiungere solo vicino all’apice del percorso, in pace, dopo che tutte la cattive abitudini e i pensieri sono vinti, le passioni conquistate ed è raggiunta la riconciliazione con Dio.

Quindi, nella vostra condizione effettiva, non potete ricevere nessun flusso di gioia spirituale. S. Giovanni Climaco dice: “Durante la tentazione sentivo che questo lupo produceva nel mio spirito gioia incomprensibile, lacrime e consolazione, ma ero davvero ingannato (dal demone della fornicazione) quando così infantilmente pensai di aver frutto da questo e non male ( La scala, gradino 15, § 42)”.

 

(false illusioni e immaginazione)

Mentre voi avanzate nella lettura dei Santi Padri e imparate qualcosa circa la guerra invisibile, i nemici inventano più sottili forme di inganni spirituali. Come dite tra le altre cose, voi spesso sentite la presenza di Gesù Cristo nella vostra stanza; allora, ripieno di gioioso timore, cadete al suolo ai suoi piedi. Le vostre descrizioni mostrano che immaginate di vederlo come una forma fisica, presente fisicamente nella vostra stanza. Se è così, è l’illusione più pericolosa ed è pericoloso prostrasi ai piedi della vostra visione. Poi descrivete le stesse visioni della presenza del vostro Angelo custode e dei Santi che pregate.

Attenzione a credere a queste illusioni: San Paolo dice che Satana stesso si è trasformato in un angelo di luce (2 Cor 11:14), naturalmente allo scopo di tentare coloro che sono inesperti nella vita spirituale. I Padri proibiscono rigorosamente ai novizi di porre qualsiasi fede in queste illusioni senza una grande discussione con i monaci esperti, ma è particolarmente pericolosa nella vostra situazione.

S. Gregorio Sinaita nel capitolo 7 (nella Filocalia) dice: “Da parte tua, se stai coltivando in modo giusto la quiete, aspirando a essere con Dio, e vedi qualcosa di sensoriale o di noetico, dentro o fuori, che sia una immagine di Cristo o di un angelo o di alcuni Santi, oppure immagini di vedere una luce nel tuo intelletto e le dai una forma specifica, non dovresti mai intrattenerti con essi. Perché l’intelletto stesso possiede naturalmente un potere immaginativo e, per coloro che non lo mantengono rigorosamente controllato, può facilmente produrre, a suo stesso danno, qualsiasi forma e immagine voglia. In questo modo il ricordo di cose buone o cattive possono improvvisamente imprimere immagini sulla facoltà percettiva dell’intelletto e così indurlo a intrattenere fantasie, trasformando perciò colui al quale succede in un sognatore e non in un esicasta. Stai attento, perciò, a non intrattenere o dare prontamente l’assenso a qualsiasi cosa,anche se buona, prima di aver chiesto a coloro che hanno esperienza spirituale e prima di aver indagato completamente, così da non essere danneggiato. Sii sempre sospettoso di queste cose e mantieni il tuo intelletto libero da colori, forme e immagini. Perché è spesso accaduto che le cose mandate da Dio per provare la nostra libera volontà, per vedere da che parte si inclina e agire come stimolo ai nostri sforzi, abbiano in effetti avuto cattive conseguenze. Perché quando vediamo qualcosa, che sia con la mente o con i sensi – anche se questa cosa viene da Dio – e prontamente ci intratteniamo con essa senza consultare gli esperti in questa materia, siamo facilmente ingannati o lo saremo in futuro a causa della nostra credulità. Un novizio dovrebbe prestare stretta attenzione solo all’attività del suo cuore, perché questo non porta a smarrirsi. Ogni altra cosa la deve rigettare finché le passioni non saranno acquietate. Perché Dio non rimprovera coloro che, per paura di essere ingannati, prima di aver chiesto agli altri e avere fatto una indagine accurata, prestano attenzione a loro stessi, anche se questo significa il rifiuto a intrattenersi con quello che Lui manda loro. Piuttosto, probabilmente loderà la loro prudenza” ( Filocalia, traduzione russa, vol V).

Voi affermate anche di vedere adesso, con gli occhi della fede, Nostro Signore sedere alla destra del Padre. Non soffermatevi nemmeno in questa illusione. La visione di questa gloria può essere conferita solo a coloro che hanno conquistato tutte le passioni e hanno raggiunto la purezza di cuore. Giovanni Climaco scrive: “Non cercare la vista prima che la tua ora di vedere sia venuta, ma lasciala avvicinare spontanea, attratta dalla bontà della tua umiltà. Allora si fonderà in te in tutta purezza, nei secoli dei secoli” ( La Scala dell’Ascesa Divina, gradino 7, discorso 68.§ 58). Descrivendo la prima forma della preghiera di Gesù, Simeone il Nuovo Teologo, afferma inequivocabilmente che visioni non vere portano l'uomo nelle trappole del demonio. (Vedi Simeone il Nuovo Teologo, Opere. Vol.2).

Anche Isacco il Siro nel secondo Discorso (p.14), descrivendo la seconda forma, scrive: “La Grazia di Dio arriva da se stessa senza nessuno sforzo ambizioso da parte nostra. Arriva solo ai cuori che sono puri”. E ancora:” Se la pupilla del tuo occhio fosse impura, non osare alzare lo sguardo; non cercare di fissare la palla del sole, affinché la tua temerarietà non ti privi anche della vista limitata acquisita attraverso la semplice fede, l’umiltà, la penitenza e altri atti e opere umili; affinché la tua temerarietà non sia punita e tu non cada a capofitto nelle tenebre esteriori, come quelli che osarono andare allo sposalizio senza avere gli abiti per le nozze”.

 

(immaturità nella preghiera del cuore)

Fu un errore per voi praticare la preghiera mentale e la preghiera del cuore. Tutto questo è al di là della vostra forza, al di fuori della vostra capacità, incompatibile con le vostre condizioni. Queste pratiche richiedono la più severa purezza d’intenzione verso Dio, gli uomini e perfino le cose. Oltretutto, come Simeone il nuovo Teologo scrive sulla terza forma di preghiera (Simeone il Nuovo Teologo, Opere. Vol. 2. Omelia 68), è necessario un maestro spirituale esperto. Per coronare il tutto, voi siete minacciato da una calamità spirituale.

Il grande asceta che praticò questa preghiera noetica, S. Gregorio il Sinaita, scrive nel capitolo 7 della Filocalia: ” Non è come minimo strano che i novizi siano ingannati anche dopo aver fatto grandi sforzi, perché questo è successo a molti che hanno visto Dio, sia oggigiorno che in passato. La consapevolezza di Dio, o preghiera noetica, è superiore a tutte le altre attività. Davvero essere innamorati di Dio è la virtù maggiore. Ma una persona che sia sfacciata e senza vergogna nel suo approccio con Dio e colui che sia iper zelante nei suoi sforzi di conversare con Lui in purezza e di possederlo interiormente, sarà facilmente distrutto dai demoni se avranno licenza di attaccarlo, poiché nello sforzo avventato e presuntuoso di ottenere ciò che è al di là delle proprie capacità effettive, diventa vittima della propria superbia. Il Signore, nella Sua compassione, spesso ci previene dal soccombere alla tentazione, quando vede che, troppo confidenti, aspiriamo di raggiungere quello che è ancora al di là del nostro potere; perciò in questo modo Egli dà ad ognuno di noi l’opportunità di scoprire la propria presunzione e così di pentirsi di propria iniziativa prima di rendersi bersaglio dei demoni od oggetto del ridicolo o della pietà delle altre persone. È questo il caso sopratutto quando proviamo a raggiungere questo obiettivo con pazienza e contrizione; perché abbiamo bisogno di molta tristezza e lamentazioni, di solitudine, privazione di tutte le cose, difficoltà e umiltà, e – più importante di tutti questi effetti meravigliosi – di guida e obbedienza; perché altrimenti potremmo inconsapevolmente raccogliere spine invece di grano, fiele invece di dolcezza, rovina invece della salvezza. Solo i forti e i perfetti possono continuamente combattere soli contro i demoni, maneggiando contro di loro la spada dello Spirito che è la parola di Dio. I deboli e i novizi scampano dalla morte rifugiandosi in volo, ritirandosi dalla battaglia reverentemente e timorosamente, piuttosto che rischiare la vita prematuramente” (Filocalia nella traduzione Russa, Vol.V).


(falso calore durante la preghiera)

Un altro punto della massima importanza è che siete stato ancora molestato da Asmodeo, demone della lussuria (Tb. 3), questo ostacolo è della massima importanza nelle nostre pratiche di preghiere noetiche e del cuore, specialmente quando queste sono al di là delle nostre abilità e capacità. Nella prefazione a Filoteo del Sinai, Capitoli spirituali, è scritto: “Quanto facilmente la sensazione di calore causata dalla preghiera può volgere nella lussuria sensuale, infiammando il cuore cieco, riempendo la mente col fumo di immagini e pensieri lascivi e causando la brama per il tocco della carne.” Anche S. Callisto il Patriarca afferma: “La prima cosa che inizia nel corpo sono alcuni movimenti, come il prurito sotto la pelle, salgono anche dei calori dai reni, come una cintura. Tutto ciò deriva dall’ascetismo naturale. Se qualcuno è orgoglioso di questo, come se provenisse dalla grazia di Dio e non da ragioni naturali, è sicuramente nell’illusione spirituale. Anche un altro calore arriva dal cuore e, se la mente è immersa in pensieri carnali, allora è una illusione assoluta.”

A causa di tutto ciò vi consiglio fortemente di fermare ogni pratica di preghiera noetica. Piuttosto, leggete o recitate, sotto la direzione del vostro confessore, salmi, canoni penitenziali, litanie e quant’altro. Andate in chiesa il più frequentemente possibile; vivete umilmente, in accordo con le ammonizioni della vostra coscienza e prestando attenzione ai comandamenti di Nostro Signore. In altre parole conducete la vita di un laico Cristiano normale e timorato di Dio.

 

(digiuni e vita spirituale impropri)

Voi scrivete anche di aver da tempo abbandonato di mangiare carne. Dacché nel vostro caso questa è un’altra occasione di orgoglio, non è cosa buona. Leggete nella vita di Giovanni Climaco come egli sempre mangiò, anche se solo poco, di tutto il cibo permesso dalla regola monastica scalzando così la tromba dell’autostima (La Scala, breve vita dell’Abate Giovanni, Cap. VI). Vi consiglio anche, per l’amor di Dio, di mangiare carne ogniqualvolta la vostra famiglia e gli uomini timorati di Dio la mangiano: ovvero ogni giorno eccetto il Mercoledì e il Venerdì e i giorni e le settimane segnati appositamente dalla Chiesa per i digiuni; mangiate con moderazione, naturalmente, umiliando i pensieri d’orgoglio che vi mandano false idee sulla santità – che Dio ne scampi!

Non incorriate in debiti al fine di aumentare la vostra carità! Niente di questo tipo è menzionato in nessun libro raccomandato dalla Chiesa perfino per le persone molto caritatevoli. Nell’Antico Testamento leggiamo: “ Non trattenere il bene a quelli ai quali è dovuto, qualora è in tuo potere farlo” (Pb 3,27). Deve anche considerare la situazione della sua stessa famiglia, in modo di non portarla nelle difficoltà con una carità irragionevole e dissennata. Anche Barsanufio il Grande, insiste nelle risposte 629 e 630 (veda anche 626-628) che perfino il ricco (per non dire della gente comune) dovrebbe avere una discrezione particolare in materia di carità, così da non esporsi a un duplice pericolo, sia interno che esterno. Per ora dovreste sospendere il vostro desiderio di essere monaco, finché Dio non vi mostri quale sia il Suo volere. Più tardi, quando i vostri bambini saranno ben sistemati e se vostra moglie consentirà di entrare in un convento, voi dovrete provvedere a mantenerla. Nei monasteri le monache vivono a spese proprie.

Fatevi una regola di non parlare a nessuno se non al vostro confessore delle vostre tentazioni. Adesso, circa il vostro ricevere la Sacra Comunione ogni sei settimane, così come avete scritto di aver fatto recentemente. Se ciò è sotto la direzione del vostro confessore, continuate a fare così. Ma se è una vostra scelta vi consiglierei di limitarvi di prendere la comunione durante i digiuni: due volte alla Grande Quaresima, una volta durante il digiuno dei Santi Pietro e Paolo e della Dormizione e una volta o due durante il digiuno di Natale in base alla vostra situazione. Questo eviterà che l’attenzione degli altri si concentri su di voi a causa del vostro zelo eccessivo e vi darà meno occasioni di orgoglio.

È indubbiamente vostro dovere insegnare alla vostra famiglia di camminare nel timor di Dio e istruirla nei modi della vita devota. Ma non insegnate ad altri che non siano sotto il vostro potere, altrimenti minereste il vostro stesso lavoro. E siate particolarmente attento a evitare le discussioni, in queste non beneficerete nessuno, ma potreste facilmente farvi del male.

Dovreste ottenere la conoscenza necessaria alla vostra pietà dai libri pertinenti alla vostra situazione e chiedendo a persone esperte. Non osate iniziare una cosa dubbia senza la rilevante testimonianza del Vangelo, degli Apostoli e dei Santi Padri e anche chiedendo a persone d’esperienza; dovreste scegliere cose ben note e pertinenti alla vostra età spirituale, non quelle della più alta vita spirituale. Ci sono determinati passaggi anche nella vita mondana: ricordatevi che non siete giunto in un giorno alla vostra attuale posizione.

Alla fine della vostra lettera dite che adesso, avendo abbandonato tutto voi stesso – volontà, pensieri, cuore, spirito, corpo – a Dio, siete ricolmo di un’inesprimibile sensazione di compassione verso i vostri vicini. Ma gran parte della vostra lettera vi contraddice nettamente! In un punto menzionate quanto siate turbato dall’odio per questa o quella persona; in un altro passaggio quanto ferocemente trattiate i vostri subordinati e quale furia si impossessi di voi quando li ammonite: dite anche che tali persone non possano essere trattate diversamente.

Tutto questo contraddice gli insegnamenti del Vangelo, che è la guida per coloro che governano la loro vita in Dio, avendo davvero abbandonato a Lui i loro corpi e il loro spirito. Poiché una cosa è ammonire in spirito di gentilezza coloro che sbagliano e altra cosa è lasciarsi dominare dalla furia, per qualsiasi ragione possa essere. Tutto questo dimostra l’illusione della vostra opinione di aver abbandonato corpo, spirito, cuore e volontà a Dio.

In altre parole il vostro abbandono è nient’altro che un’altra forma di sofisticata illusione spirituale, la quale vi incita nel frenarvi dal mangiare carne essendo un laico, a dare in carità più di quello che possiate permettervi, di prendere la comunione più spesso degli altri e di tentare forme di preghiera del cuore o noetica che sono al di là di voi e al di là della vostra situazione presente.


(vera umiltà)

Perciò dovreste benevolmente accettare il mio consiglio, è meglio per voi conoscere la vostra debolezza e umiliarvi, scegliendo, invece di un’alta e pericolosa strada, la ben più conosciuta e sicura via della salvezza, che corrisponde anche al vostro status sociale, come ho più volte menzionato sopra. Il Signore dice nel Vangelo: “Se vuoi entrare nella vita, segui i comandamenti” (Mt 19:17).

I santi Padri insegnano in conformità a questo. Così ad esempio,i Ss. Callisto e Ignazio affermano in Filocalia, capitolo 73: “In merito all’infallibile sentiero della salvezza circa il quale mi chiedete, figlio mio, dovreste sapere che ci sono molte vie che portano alla salvezza e molte conducono alla morte. La vostra via che conduce alla vita: rispettare i comandamenti di Cristo. In questi comandamenti troverete ogni forma di virtù, specialmente queste tre: umiltà, amore e misericordia. Senza queste, nessuno vedrà il Signore (Eb 12:14). Queste tre cose… sono armi invincibili che la Santa Trinità ci ha dato contro il demonio… lasciate perciò che imbracciamo queste armi, perché chi si cinge di esse è invincibile ai nemici” (Filocalia nella traduzione russa, Vol. V). E San Giovanni Climaco asserisce al gradino 25: “L’umiltà è… la sola virtù che i demoni non possono imitare” (La Scala, gradino 25, § 18). Circa le qualità del vero amore, S. Paolo scrive nella 1 Corinti come segue: “La carità soffre a lungo, è gentile; la carità non invidia; la carità non si vanta, non si gonfia, non si comporta sconvenientemente, non cerca il proprio interesse, non si irrita facilmente, non pensa il male; non gioisce dell’iniquità, ma gioisce nella verità; tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, sopporta tutte le cose”(1 Cor 13 4-7); S.Efrem aggiunge che l’amore non ricorda nessun male. La misericordia menzionata dai Ss. Callisto e Ignazio non è solo la carità formale, che S. Paolo nello stesso capitolo mostra non essere perfetta: “E anche se dessi tutti i miei beni per nutrire i poveri e pensassi di dare il mio corpo per essere bruciato, e non avessi la carità, non avrei nessun profitto”(1 Cor 13 3). Ma come Nilo di Sora ci insegna, la vera pratica della carità richiede di accettare le sofferenze, le ingiustizie e la persecuzione. “Questa carità dello spirito sta così alta rispetto a quella corporale quanto lo spirito si eleva sulla carne”(S. Nilo di Sora, La Vita a Skete). Sull’umiltà, amore e carità, i Ss Callisto e Ignazio affermano nello stesso capitolo 73: “ Consideriamo questo triplice filo che la Santa Trinità ha filato e attorcigliato assieme come qualcosa che è sia uno che trino. Sono tre nel nome, o se preferite come entità sussistenti, ma sono uno in potenza e operazione, uno nella loro prossimità a Dio, nel loro gravitare verso di Lui e nella loro affinità con Esso.” (Filocalia traduzione Russa, Vol.V).

 

(discernimento degli impulsi)

Vi dirò qualcosa in più sugli apparenti buoni impulsi. Voi erroneamente assumete che il demonio non possa mostrarsi sotto le apparenze di impulsi buoni e forti, ma gli insegnamenti dei Santi Padri mostrano l’opposto. Isacco il Siro scrive nel Capitolo 33: “ Un desiderio, buono sotto tutte le apparenze, arriva dal demonio e non da Dio ogni volta che non si accorda con le condizioni dell’uomo – interne ed esterne; può dunque non portare il bene, non importa quanti sforzi si profondano in ciò.” (Isacco il Siro, Discorsi spirituali e ascetici). Questo accade per la ragione che, quando il demonio suggerisce che l’uomo dovrebbe sforzarsi su qualcosa che sembra buono, questa cosa è irraggiungibile (o prematura o al di là delle sue forze), essendo l’obiettivo del demonio di indurre l’uomo a spendersi alla ricerca di illusioni, di modo che, mancando il suo reale obiettivo, esso debba vivere col cuore in agonia e lo spirito afflitto e tutto ciò per una illusione, per un nulla. A volte il demonio può usare le presunte buone intenzioni per stringere la rete della più dannosa delusione spirituale (idem).

S. Gregorio Sinaita nella Filocalia, capitolo 7, chiaramente definisce questo impulso “quello di Satana” (Filocalia russa, Vol. V) e San Giovanni Climaco nel gradino 26 li “disprezza” (La Scala, gradino 26, § 121). Questo perché, essendo l’uomo in questa condizione di autostima e di ‘guida di sé stesso’ , è spesso portato ad ignorare la guida dei direttori esperti che cercano di mantenerlo sulla via della salvezza e salvarlo da estremi pericolosi. Perciò i Padri testimoniano il pericolo di mirare prematuramente troppo in alto e, dopo essersi sforzati verso un bene apparente, puntare abbattuti all’abisso, essendo queste tutte trappole escogitate dall’astuzia del demonio.


(penitenza e umiltà)

Dopo tutte le parole che io, un peccatore, vi ho rivolto rispondendo alla vostra lettera, devo aggiungere che, come dice Isacco il Siro, abbiamo bisogno di penitenza fino alla nostra morte, sia coloro che son giusti sia gli ingiusti, poiché non c’è nessuna perfezione in questo mondo. (Isacco il Siro. Discorsi ascetici e spirituali, Discorso 71). Le caratteristiche principali del pentimento sincero sono il non condannare le persone e il controllare la propria rabbia. S. Giovanni Climaco dice nel gradino 8 che la conversione richiede grande umiltà e l’ira è il segno di ogni tipo di presunzione (La Scala dell’ascesa divina, gradino 8, § 12). La persona che condanna gli altri è chiamata da Nostro Signore nel Santo Vangelo un ipocrita che non può notare la trave dei suoi stessi peccati e delle sue mancanze nel suo stesso occhio e prova a togliere la pagliuzza dall’occhio del vicino (Mt 7:5).

Sia la penitenza che il seguire i comandamenti di Dio iniziano dalla pazienza nelle avversità che accadono, come dice San Pietro Damasceno (Opere); e Nostro Signore dice nel Santo Vangelo: con la vostra pazienza possederete il vostro spirito (Lc 21:19). Non potete ottenere questa pazienza senza l’umiltà e l’autocondanna che consiste nell’accusare se stessi e non gli altri.

Non sentitevi arrabbiato dalle mie conclusioni: benché percepisca in voi il sincero desiderio di essere più vicino a Dio, non posso sbagliare nel vedere chiaramente quanto malato sia il vostro spirito. La miglior medicina per l’anima, così come per il corpo, dovrebbe esser scelta considerando le radici della malattia. Ho menzionato sopra le parole di S. Gregorio Sinaita che l’orgoglio e la vita peccaminosa rendono l’uomo lo zimbello dei nemici spirituali (Filocalia traduzione russa, volume V). Perciò la miglior medicina è l’umiltà e la vita secondo i comandamenti di Dio ma non qualcosa di sofisticato che può portarvi alla estrema illusione incluso una malattia mentale.

Le parole non possono descrivere o spiegare la vera umiltà, ma i Santi Padri ne menzionano il segno: una persona umile che si sforza duramente di vivere i precetti di nostro Signore, credendo di essere il peggiore e il più peccatore degli uomini. Perciò abbiate ogni cura di raggiungere l’umiltà, ricordando i vostri peccati e avendo avvertenza di non pensare bene di voi stesso e di non lasciar spazio al pensiero di essere un po’ meglio degli altri.

La grande forza dell’umiltà è spiegata da nostro Signore a S.Antonio il Grande. Quando S. Antonio vide dispiegate le insidie del diavolo, sospirò e pianse rivolto a Dio: “Chi può evitarle?” E Dio rispose “L’umiltà le evita. Queste nemmeno la toccano” (Abba Doroteo, Discorsi spirituali e detti, Discorso 2; Apoftegmi dei Padri, Capitolo 15, § 3; Storie memorabili. Su Padre Antonio § 7).

Anche S. Isacco il Siro nel Discorso 46 dice quanto segue: “L’umiltà, anche senza opere, guadagna il perdono per molte colpe ma, senza di essa, le opere non sono di profitto e piuttosto preparano per noi grandi mali. Possa l’umiltà far perdonare i vostri peccati. Se abbiamo l’umiltà diventiamo figli di Dio e senza opere ci conduce a Dio, ma senza di essa tutte le nostre opere, virtù e azioni sono un nulla.” (S.Isacco il Siro. Discorsi ascetici).

Possa il nostro misericordioso Signore, che disse “prendete il mio giogo su di voi perché sono mite e umile di cuore, e troverete pace nelle vostre anime” (Mt 11:29), donarvi la mente limpida per seguire le sua vera via di salvezza. Continuate a pregare il nostro buon Signore e vi auguro sinceramente la salute e la salvezza,


il vostro


Igumeno Macario, peccatore


Marzo, 1856