lunedì 1 giugno 2020

Collectio hymnorum pro festo Pentecostes

Il giorno di Pentecoste, tra i carismi donati agli Apostoli, vi fu quello di parlare le molteplici lingue, o meglio, di essere compresi da tutti i popoli. Quasi come un piccolo omaggio a questa universalità, durante questa Ottava ho pensato di raccogliere alcuni testi liturgici per la Pentecoste da varie tradizioni, orientali e occidentali. Iniziamo qui raccogliendo qualche inno occidentale.

Jean II Restout, Pentecoste, 1732

L'inno forse più conosciuto in onore dello Spirito Santo è il Veni Creator, poema di Rabano Mauro, che, riprendendo un uso originato nei monasteri benedettini, domina l'ufficio di questa settimana nel rito romano, venendo cantato tanto a Vespro quanto a Terza, per commemorare l'ora in cui la Terza Persona della Santissima Trinità discese sui Discepoli. Tra l'altro, il Veni Creator a Terza nell'Ottava di Pentecoste è l'unico caso in tutto l'ufficio romano in cui ad un'ora minore s'impieghi un inno che non sia quello assegnato fissamente a tale ora (il Nunc Sancte per Terza).

Quest'inno è ad ogni modo presente più o meno in tutte le tradizioni occidentali, ma non sempre al Vespro. Nel Breviario Ambrosiano, per esempio, è cantato a Laudi, mentre a Vespro si canta il meraviglioso Jam Christus astra ascenderat, che a Roma è invece impiegato a Mattutino. A Terza nell'uso ambrosiano si canta l'inno di S. Ambrogio Jam surgit hora tertia, che è regolarmente impiegato nel rito mediolanense per tale ufficio nelle Domeniche e nelle Solennità del Signore. E' del tutto assente invece il terzo inno proprio romano, quello delle Laudi, Beata nobis gaudia.

Di quest'ultimo inno una versione particolare è contenuta nel Breviarium Gothicum secundum regulam beatissimi Isidori Archiepiscopi Hispalensis, vale a dire nel Breviario Mozarabico. Alle sette strofe riportate dal Breviario Romano, si aggiungono le seguenti:

Anni peractis mensibus,
tanta recurrunt gaudia;
votisque dudum credulis
optatus advenit dies:

In quo Spiritus Domini
terram replevit gaudiis:
coelestis adventus sui
mundo decurrunt lumina.

Quod est probatum testibus,
Apostolorum vocibus;
cum sint diversis oribus
vanis locuti gentibus.

Tanto redempti munere,
Patris et Nati Spiritui
juges agamus gratias,
Deo perenni in saecula.

Pure la dossologia è diversa, e recita:

Gloria tibi Trinitas
Aequalis una Deitas,
et ante cuncta saecula,
et nunc, et in perpetuum. Amen.

Il rito mozarabico ci offre anche un inno proprio per il Vespro, che narra poeticamente i fatti raccontati dal secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, tra i quali non manca il rimprovero di S. Pietro a quanti dileggiavano i prodigi degli Apostoli, ritenendoli ubriachi di vino dolce di primo mattino.

Sacrate veni Spiritus,
ore Patris Paraclite:
pollicitus, qui jam dudum,
Joele vate, editus:

Temporibus novissimis
implenda, inquit, viscera:
Deo cunctorum placida
vaticinare insignia.

Quem Deus noster hac die
perfusum effudit Discipulis;
ascendens, ut promiserat,
morte derelicta, ad sedem;

Quos videns caeca, et invida
judaea plebs, sic fatetur:
plenosque musto clamitant,
dum non credunt magnalia.

Quos Petrus constans arguit:
non, ut putatis, vino sunt
repleti, sed Spiritu,
de qui Propheta loquitur.

Post haec recepto plurimi
Verbo, rimantes cordibus,
auctaque plenitudine,
Christi junguntur agmini.

Mysterium asconditum,
quondam quod erat Israeli,
nunc revelatum canitur,
ostensum in Apostolis.

Hic dies quinquagesimus,
qui jubilaeus traditur:
solemne nobis gaudium,
remissionis proprium.

Hymnum dicamus et Patri,
hymnum dicamus Filio,
simul cum Sancto Spiritu,
intenta voce, et pectore. Amen.

Dal Breviarium Parisiense del 1736, noto per la ricchezza e la complessità dei suoi inni, unica parte in cui esso, che normalmente rifiuta fino all'ossessione qualsiasi testo non scritturale, si concede alla poesia di composizione ecclesiastica, traiamo ben quattro inni inediti: l'unico riportato anche dal Breviario Romano è il Veni Creator a Terza.

Al I Vespro:

Veni, superne Spiritus:
purgata Christi sanguine,
tuique terra jam capax,
expandit arentes sinus.

Christi petentis aethera
exolve promissam fidem;
et nostra praesens igneo
munda lavacro pectora.

Lugemus amissum Parem,
Te nostra tangat orbitas:
solare moestos; anxiis
spem redde, qui solus potes.

Docere quae Christus rudes
prudens alumnos distulit,
haec praeparatis insere
novus magister mentibus.

Olim per umbras vatibus
retecta paucis veritas,
nunc orbe toto dissitis
per te patescat gentibus.

Divina jam nos unctio
informet omnes; hactenus
mutis aratam litteris
inscribe legem cordibus.

Sit laus Deo Patri; laus Filio;
utrumque qui nectis, Deus,
utrique compar, sit tibi
decus perenne, Spiritus. Amen.

All'ufficio notturno si canta quest'inno in strofe asclepiadee, un po' farraginoso :

Inter sulphurei fulgura turbinis,
flammarumque globos et sonitum tubae,
antiquam veteri, monte Sina super,
legem das populo, Deus.

His infida probas corda pavoribus,
et peccare vetas, aut pretium mori:
verum terribiles quid parient minae?
Quo tantus recidet tremor?

En fumantis adhuc montis ad infima
plebs oblita datam continuo fidem,
brutam perfida plebs effigiem colit,
veri Numinis in locum.

Heu! Lugenda, Deus, caecaque pravitas!
lucem prome animis; cordis aheneam
molli duritiem, redde, potes, bonus,
voci nos dociles tuae.

Sit laus summa Patri, summaque Filio:
sit par, alme, tibi laus quoque, Spiritus,
per quem legis amor cordibus insitus
dat quod lex jubet exequi. Amen.

A Laudi:

Audimur: almo Spiritus
descendit e sinu Patris,
aegrisque fert mortalibus
promissa coeli munera.

Quot proditur miraculis
praesentis adventus Dei!
Jam tota sublimi domus
repente flatu personat.

Puro caducus aethere,
candentis ad linguae modum,
in confidentium verticem
ignitus imber depluit.

Quae flamma summas alluit
innoxio tactu comas,
haec gliscit arcanis simul
in pectus et mentem viis.

Stupente turba gentium
linguis loquuntur omnibus:
vatum crepant oracula;
quidquid profantur, ignis est.

Inter profandum, Spiritus
in eudientes irruit,
instincta quo passim nova
surgit Prophetarum seges.

Sit laus Patri, laus Filio:
par sit tibi laus, Spiritus,
afflante quo mentes sacris
lucent et ardent ignibus. Amen.

Infine, al II Vespro e poi al Vespro dei giorni fra l'Ottava, composto dal dotto chierico Charles Coffin, rettore dell'Università di Parigi, nel XVIII secolo:

Quo vos Magistri gloria, quo salus
invitat orbis, sancta cohors, Dei
portate verbum: vos reposcit
prima seges, pia cura fratrum.

Proh! Quanta messis protinus extitit!
Ter mille verbum concipiunt viri:
Deoque maturante, reddunt
Multiplicem, bona terra, fructum.

Compuncta passim pectora fletibus
moerent amaris, atque piaculo
ardent salutaris lavacri
praeteritas abolere labes.

At non Hebraeis limitibus sacer
haerebit ardor. Sol habitabiles
qua lustrat oras, hac triumphis
materies patet ampla vestris.

Jam mille divum templa solo ruunt:
cedit superbae vis sapientiae,
cedunt tyranni: victa cedit
carnificum rabies furentum.

Novum potentis gratia Spiritus
creavit orbem: nos quoque, nos tuae
succendat ardor caritatis,
alme Deus, renovetque totos.

Sit summa Patri, summaque Filio:
sit, sancte, compar laus tibi, Spiritus,
quo dura mitescunt, novasque
concipiunt pia corda flammas. Amen.

Interessante è, infine, l'arrangiamento degl'inni nel Breviario dei Frati Predicatori, pur essendo gli stessi romani. Nel costume domenicano, il Beata nobis gaudia è l'inno del Vespro; di Jam Christus astra ascenderat a Mattutino si cantano solo le prime quattro strofe, immediatamente seguite dalla strofa Dudum e dalla dossologia "ut in Vesperis". Le restanti strofe, sempre seguite da Dudum e dossologia, sono cantate come inno delle Laudi. Il Veni Creator è regolarmente impiegato come inno di Terza.

Nei prossimi giorni lavoreremo sulle sequenze e ci sposteremo poi sui riti orientali. 

venerdì 29 maggio 2020

La vigilia di Pentecoste nel rito ambrosiano

di Luca Farina

La celebrazione della solennità della Pentecoste, anche nel rito ambrosiano, è arricchita da una particolare celebrazione vigiliare da celebrarsi il giorno precedente.

Essa è composta da tre parti: Il Vespro, la catechesi e la Messa vera e propria. Queste ultime due sono gli elementi più antichi, connotati da una forte valenza battesimale; la vetustà di questo svolgimento risale addirittura all’epoca di Sant’Ambrogio, come testimonia la sua Epistola XX ad sororem Marcellinam, nella quale afferma:”sequenti die - erat autem dominica - post lectiones atque tractatum dimissis catechumenis symbolum aliquibus competentibus in baptisterii tradebam basilica. illic nuntiatum est mihi comperto, quod ad Porcianam basilicam de palatio decanos misissent et vela suspenderent, populi partem eo pergere. ego tamen mansi in munere; missam facere coepi.”. Si distingue con certezza, già nel IV secolo, la catechesi come parte propedeutica alla Messa. Coerentemente, quindi, non vi sarà una mescolanza, ma si dovrà percepire uno “stacco” che, come vedremo, sarà reso dal cambio dei paramenti e da una sallenda.

La vigilia di Pentecoste è vigilia privilegiata. La Messa è celebrata, come le altre grandi vigilie (Natale ed Epifania), infra Vesperas.

La celebrazione inizia quindi con il canto del Vespro. Il celebrante indossa il piviale rosso. Si comincia, al solito, con il saluto Dom. vob., il lucernario festivo Quoniam e l’inno, Jam Christus astra ascenderat [1]; segue un responsorio in choro. A questo punto non si canta la salmodia ma inizia la parte della catechesi veterotestamentaria.

Essa, elemento che già abbiamo segnalato nel rito ambrosiano, è composta da quattro letture, accompagnate da relativi salmelli ed orazioni. Il tema è spiccatamente battesimale, con il tratto specifico dell’infusione dello Spirito Santo nelle anime dei credenti: le letture, cantate in tono feriale, sono le seguenti:

1) Is XI 1-9b (lo Spirito settiforme) con estratto del salmo LXVIII come salmello;
2) Gen XXVIII 10-22 (la scala di Giacobbe verso Dio) con salmo LXVII;
3) IV Reg II 1-12 (Elia ed Eliseo al Giordano, il carro di fuoco) [2] con salmo LXXI;
4) III Reg III 5-14 (la sapienza concessa a Salomone) con salmo XLI.

Dopo le ultime orazioni, se nella chiesa vi è il fonte battesimale, si procede alla benedizione dello stesso nelle medesime modalità in cui era stato fatto il Sabato Santo [3].Le orazioni di benedizione, secondo l’illustre Monsignor Pietro Borella [4] fa notare che le tutte le orazioni di benedizione sono originali, salvo una comune col rito romano e un’altra con il mozarabico. La Messa è preceduta, come quella della Veglia Pasquale, da una sallenda, sotto riportata:

Dominus regit me, et nihil mihi deerit. Hallelujah. / Impinguasti in oleo caput meum. Hallelujah, hallelujah. / Gloria Patri. Sicut erat. Hallelujah. / Dominus regit me, et nihil mihi deerit. Hallelujah. / Impinguasti in oleo caput meum. Hallelujah, hallelujah.”

Il celebrante indossa i paramenti della Messa e ne comincia la celebrazione. Vi sarà solo un’epistola [5] e, a seguire, il Vangelo. Saranno quindi proclamate in tono festivo:
- I Cor II 10-16 (la conoscenza di Dio tramite lo Spirito);
- Gv XV 26-27; XVI 1-15 (Nostro Signore Gesù Cristo parla del Consolatore).

In tutta la Messa (eccetto il cantus post Epistolam e il Sanctus) non sono presenti canti. L’interessante prefazio è presente anche nel Sacramentario Leoniano, codice del V-VI secolo conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona e ritrovato nel 1713 dal paleografo scaligero il marchese Scipione Maffei. Al termine di essa, il celebrante riassume il piviale e conclude il canto del Vespro ricominciando dal canto del Magnificat con la propria antifona.
In Duomo, la celebrazione pontificale sviluppa caratteri propri. Ne spiega le funzioni il chierico Beroldo [6], nel suo Ordo et caerimoniae Ecclesiae Ambrosiane Mediolanesis. Durante la catechesi, l’Arciprete recita gli esorcismi su due fanciulli, per poi essere battezzati dall’Arcivescovo.

Non appena il rito romano, con le riforme pacelliane, eliminò i propri riti analoghi, vi fu un triste omologarsi da parte dell’allora arcivescovo Monsignor Montini: una celebrazione dal così forte carattere battesimale venne privata proprio della benedizione del fonte.

La celebrazione è stata conservata anche a seguito della riforma liturgica ma furono cambiate le letture della catechesi. Qualunque accenno al cammino battesimale, come del resto nel rito romano, fu stralciato senza pietà. Nondimeno, nella prassi comune, in questa celebrazione si procede spesso a battesimi e cresime, in genere di persone adulte. Soprattutto, però, come per tutte le altre vigilie, ne è stato profondamente cambiato il significato, rendendole delle "messe vespertine della vigilia", cioè delle messe della festa anticipate alla sera precedente, e non già, come invece tradizionalmente sono, le messe del giorno che precede la festa, celebrate tra Nona e Vespro.

Si ringrazia Nicola De Grandi per i preziosi suggerimenti.

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NOTE

1: è l’inno proprio della Pentecoste, cantato sulla melodia dell’Hic est dies verus Dei, in seguito adottata per il più celebre Veni Creator.

2: la stessa lettura è presente nella catechesi della vigilia dell’Epifania.

3: un aspetto che venne demonizzato dalla riforma liturgica fu quello delle “inutili ripetizioni” (Sacrosanctum Concilium 34). Agli occhi dei liturgisti era inammissibile benedire nuovamente un fonte dopo 50 giorni, salvo poi concedere la possibilità di farlo ogni giorno con l’aspersione come modalità di atto penitenziale.

4: Monsignor Pietro Borella fu uno dei più noti cerimonieri che il Duomo di Milano abbia mai avuto. Tanto affabile quanto zelante della precisione liturgica, fu protagonista di un divertente ma emblematico episodio il 13 giugno 1963, contestando all’allora Cardinale Montini quanto avvenne a Venezia nel 1956, quando il Patriarca Roncalli gli fece pontificare, in propria presenza, nella Basilica Marciana. Il fatto è raccontato dal defunto Cardinale Capovilla, il quale, però, contesta la scelta di Monsignor Borella come “norme cerimoniali bisognose di aggiornamento”.

5: buona parte delle Messe di rito ambrosiano presentano sempre due letture, a differenza del rito romano.


6: visse a Milano nella prima metà del XII secolo. Poco e nulla si conosce della sua vita, se non che svolgesse servizio liturgico nella cattedrale ambrosiana. Redasse l’opera succitata dopo la morte dell’arcivescovo Olrico da Conte, occorsa il 28 maggio 1126. E’ ampiamente citato come fonte nelle Dissertazioni sopra le antichità italiane di Ludovico Antonio Muratori.

giovedì 28 maggio 2020

Ἡ Κωνσταντινουπόλεως ἅλωσις

Quomodo sedet sola civitas plena populo,
facta est quasi vidua domina gentium! (Lam. I)

Martedì 29 maggio 1453, tra l'ora terza e l'ora sesta:
la Regina delle Città cade nell'empie mani dei Turchi.

Ἤσουν φωστήρας τοὐρανοῦ, ἄστρον τῆς Ἀφροδίτης,
Αὐγερινὸς λαμπρότατος, ὁπού 'φεγγες τὸν κόσμον,
ὁπού 'φεγγες καὶ δρόσιζες ὅλην τὴν οἰκουμένην,
καὶ λάμπρυνες τὴν Γένουβαν καὶ τὴν Ἀλαμανίαν,
καὶ πέρα τὴν Ἀνατολὴν καὶ τὴν Ἀντοιοχείαν.
Τὰ τέσσαρα πατριαρχειὰ ὅλα σὲ προσκυνοῦσαν,
νἄχουν Ρομαῖον βασιλὲ καὶ σὲ βασιλοποῦλαν,
μόνην αὐτοκρατόρισαν, ὡς ὅπου γῆς νὰ στέκης.
Μὰ τώρα ἐσκλαβώθηκες, οἴμοι, ἐγίνης δούλη!
Ἄκουσε τί ἐμήνυσεν ἡ Βενετιὰ τῆς Πόλης,
ὅταν ἐκαλογροίκισε τὰ μαῦρά της μαντᾶτα·
"Πόλη, τὸ πάσχεις πάσχω το, καὶ τὸ πονεῖς πονῶ το,
καὶ ἡ πολλή σου συμφορά, καὶ μὲ πικρὴ ἐφάνη,
γιατ'ἤσουν ξενοδόχισσα, κυρά, τῶν αἰχμαλώτων,
χριστιανῶν τὸ καύχημα καὶ τῶν ἁγίων δόξα,
τῶν ξένων καὶ τῶν ὀρφανῶν ἡ παρακαταθήκη,
ὁπού 'χες χίλιες ἐκκλησιὲς καὶ χίλια μοναστήρια,
ὅλα τετραπεντάτρουλλα μὲ θόλους ἐκτισμένα,
καὶ σπίτια δίπατα μ'αὐλὲς χρυσομαρμαρωμένες.
Εἶχες νερὰ τρεχάμενα, εἶχες πανώριες βρύσες,
καὶ περιβόλια εὔμορφα μὲ τὰ καρπίσια δένδρα.
Εἶχες καὶ τὴν Ἁγιὰν Σοφιὰν τό κήρυγμα τοῦ κόσμου,
ἀπ'ὅπου ἐσοφίσθηκε τοῦ κόσμου ἡ σοφία.
Ἐγέμωσαν τὲς ἐκκλησιὲς οἱ Τουρκοκακογέροι,
κ'εἰς τὴν Ἁγιὰν Σοφιὰν λαλοῦν οἱ ἄσοφοι σοφτάδες,
αὐτοῦ, ὁποῦ ἐδιδάχθησαν οἱ ρήτορες τὸ γράμμα.
Ἀλλοίμονον, πῶς τό 'παθες, Πόλη, καὶ ἐσκλαβώθης.
Πόλη, τὸ πάσχεις πάσχω το, καὶ τὸ πονεῖς πονῶ το·
Πόλη μου, ἐτριγύρισα γῆς τὸν τροχὸν καὶ τόπον
δὲν ηὖρα εὐμορφίτερον Ϝὰ σε παρομοιάσω,
Ϝἄχῃ τὴν καλοσύνην σου, νἄχῃ τὰς ἡδονάς σου.
Πόλη μου, τὸ βασίλειον τοῦ οὐρανοῦ ὁμοιάζεις
καὶ πάλιν μὲ τὴν κλήραν σου ταιριάζεις τῶν ἀγγέλων,
κὲ τὸν Εὐφράτην ποταμόν, ὅλη ἡ ἀχροντιά σου·
πλὴν ἡ τρυφὴ ἐδιάβηκεν, αὐτὴ ἡ παρρησία
παρῆλθεν καὶ ἀπέρασεν, ὡσὰν καπνὸς καὶ πάχνη,
τὰ πράγματά σου ἔμειναν εἰς τῶν Τουρκῶν τὰ χέρια".
Τἄκουσεν ἡ Ἑπτάλοφοω, θρηνᾷ κι ἀπηλογᾶται·
"Ἀλήθεια λέγεις, Βενετιά, δίκαια μ'ὀνειδίζεις,
ἀμμὴ ἀφκρίσου νὰ σὲ πῶ, ρώτα με νὰ σὲ λέγω·
ἐμὲν ἀφόντις μ'ἔκτισεν ὁ μέγας Κωνσταντῖνος,
ἔκαμεν ἐπιτρόπισσαν κυρὰν τὴν Ὁδηγήτριαν,
Ϝὰ μὲ τηρᾷ εἰς τὰ πονῶ, νὰ μὲ θωρῇ'ς τὰ πάσχω·
μὰ τὴν ἀλήθειαν τὴν καλὴν πάντα ἐτζάκισά τα·
πλὴν τώρα τοῦτον τὸν καιρόν, τὸν πικροκαημένον
ὑψώθη ἡ Πανάχραντος 'ς τοὺς οὐρανοὺς ἐπάνω,
γιὰ τὰ πολλά μου κρίματα καὶ τὲς παρανομίες
καὶ κατὰ παραχώρησιν ἐξέπεσα τοῦ θρόνου·
ἕνα σκυλλὶ Ἀγαρηνόν, ἁδιάντροπον κοπέλι
τοῦ Μεχεμὲτ ἀπόγονον, τοῦ δαίμονος τὸ σπέρμα,
ἐξέβηκε δοκιμώτερος, ἔγινεν πολεμάρχος,
κι ἀριστερὰ τοῦ τοίχου μου, δεξιὰ τῆς γειτονιᾶς μου,
ἄντικρυ τοῦ προσώπου μου κάστρον ἔκτισε μέγα,
κ' εἰς τὰ πλευρά μ' ἀκούμπησε καὶ κατεπλήγωνέ με
[ξάστερα γεβεντίζοντας σταυρὸν 'ς τὸν κόσμον ὅλον].
[...]
Τί πίκραν, πόσην σψμφορὰν εἶχεν ἡ Τρίτ' ἐκείνη,
τί θλῖψιν καὶ ἀδημονιὰν εἶχεν ἡ κυρὰ Εἰρήνη,
ὅταν τὴν ἐκατέβαζαν Τοῦρκοι ἀπὸ τον πύργον,
ὅταν τὴν ἐκατάσυρναν ἔσω ἀπὸ τὸ κάστρον,
ὅταν τὴν ἐξεζώνασιν εἰς τὸ Κατουνοτόπι,
ὅταν τὴν ἐξεγύμνωναν, κ' ἤσουν νὰ τὴν ὑβρίσουν.
Ἐδὲ πίκραν καὶ συμφοράν, τὴν εἶχεν ἡ ὥρα κείνη,
ὅταν ἀποχωρίζουνταν μαννάδες 'κτὰ παιδιά των,
ὡς πρόβατα τὰ ἔσυρναν, δέκ' ἄσπρα τὰ πωλοῦσαν".
Κλαύσετε ὅλοι, κλαύσετε τὴν ἅλωσιν τῆς Πόλης,
τῆς νέας Ἱερουσαλὴμ θρηνήσατε τὴν τύχην,
διατὶ ἀπὸ τὸν πόνον μου λεπτογραφεῖν δὲν ἔχω,
καὶ μοναχὸς δεν δύνομαι ὅλα νὰ στιχοπλέξω.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Assedio di Costantinopoli, 1598-1605

Eri lume del cielo, stella di Afrodite,
Lucifero smagliante che splendevi sul mondo,
che splendendo rendevi fresca tutta la terra,
e Genova e Alemagna tu facevi brillare
e la città d'Antiochia e fino al Sol Levante.
I quattro patriarcati ti rendevano omaggio:
volevano un romeo per re, te principessa,
unica imperatrice, fin quando esista il mondo.
Ma ora sei fatta schiava, ahi, diventasti serva!
enti che cosa disse Venezia alla Città,
quand'ebbe inteso bene i suoi neri dispacci:
"Ciò che tu soffri io soffro, Città, mia è la tua pena,
la tua grande disgrazia è amara anche per me,
perch'eri albergatrice, signora, dei prigioni,
dei cristiani l'orgoglio e dei santi la gloria,
la malleveria degli ospiti e degli orfani;
avevi mille chiese e mille monasteri,
tutti con quattro o cinque trulli, fatti a cupola,
e case di due piani con gli atri in marmo e in oro.
Avevi acque correnti, bellissime fontane,
e giardini leggiadri con gli alberi da frutta.
Santa Sofia avevi, il kérygma del mondo,
donde trasse sapienza la sapienza del mondo.
Riempirono le chiese i preti turchi iniqui,
e a Santa Sofia parlano gli ignoranti softà,
proprio  lì dove appresero i retori la scienza.
Ahi, come sopportasti d'esser fatta schiava?
Ciò che tu soffri io soffro, Città, mia è la tua pena.
Mia Città, tutto il mondo percorsi palmo a palmo,
ma una bellezza simile a te non la trovai,
che avesse la tua grazia, che avesse le tue gioie.
Città, al regno dei cieli rassomiglia il tuo regno,
con la tua eredità tu sei degna degli angeli,
somiglia al fiume Eufrate la tua gran signoria.
Ma svanì la dolcezza e questa nobiltà
è venuta e passata come fumo e rugiada:
la tua sorte è rimasta nelle mani dei Turchi".
L'udì la Settecolli, piange e così risponde:
"Dici il vero, Venezia, il tuo biasimo è giusto,
ma senti ciò ch'io ti dirò, chiedi ch'io ti risponda.
Da quando mi fondò il grande Costantino,
mi diede a protettrice la Madonna Odighitria,
conforto ai miei dolori, guardiana alle mie pene;
e per la verità sempre mi custodiva,
e i numerosi eserciti sempre li ricacciai;
ma adesso, in questo tempo d'amarezza e sventura,
salì l'Immacolata lassù, in alto nei cieli,
pei tanti miei peccati e per le mie empietà,
e per volere di Dio precipitai dal trono.
Un cane saraceno, un ragazzo sfrontato,
nipote di Maometto, semenza del demonio,
si rivelò più saggio di tutto quanto il mondo,
si dimostrò più abile, si fece comandante,
e a manca del mio muro, a destra dei miei borghi,
dirimpetto al mio viso fondò un castello;
e mi premeva i fianchi, mi copriva di colpi
[chiaramente offendendo la croce in tutto il mondo].
[...]
Che amarezza e sventura provò quel martedì,
che tristezza e che ansia la signora Irene soffrì,
quando giù dalla torre la tiravano i turchi,
quando la trascinavano fuori dalla fortezza,
quando la discingevano presso Catunotopi,
quando la denudavano e stavan per lordarla!
Ecco l'amara sorte che quell'ora trovò,
quand'erano divise le mamme dai figlioli,
tirati come pecore, venduti a dieci soldi".
Tutti, tutti piangete della Città la presa,
della nuova Gerusalemme compiangete la sorte,
poiché per il dolore io non so raccontare,
e da solo non posso tutto volgere in versi.

Θρῆνος τῆς Κωνστατινουπόλεως, anonimo canto popolare, vv. 23-79; 116-128.

(testo e traduzione tratti da A. PERTUSI (a cura di), La Caduta di Costantinopoli, vol. II "L'eco nel mondo", Milano, Valla-Mondadori, 1976, pp. 380-387)

lunedì 25 maggio 2020

26 maggio - S. Filippo Neri

die xxvj. Maji
S. Philippi Neri conf., Patroni min. principalis Venetiarum - Duplex majus
Paramenta alba - Missa propria - Gloria - Comm. Oct. Ascensionis,
et S. Eleutherii P. et M. - Credo - Praef. et Comm. de Ascensione

Giambattista Piazzetta, La Vergine appare a S. Filippo Neri,
1725-27, Chiesa di S. Maria della Fava (Venezia)

San Filippo Neri fu probabilmente il più grande santo che illustrò l'Urbe dopo l'era dei martiri. Sarebbe infatti riduttivo classificare l'Oratorio ch'egli fondò come una mera opera sociale, quali le fondazioni dei santi torinesi del XIX secolo, o come un ordine tipicamente controriformistico. L'Oratorio era espressione della più pura Carità, sul modello di Nostro Signore, e contribuì grandemente a restituire slancio spirituale a una città malata e corrotta come la Roma del XVI secolo, favorendo grandemente la vita liturgica (aspetto invece sovente tralasciato o messo in secondo piano dagli ordini "attivi" dell'età della Controriforma) e la Sacra Scrittura come cardini di questo rinato afflato religioso.

Fu eletto patrono secondario della Città lagunare il 9 febbraio 1756, nella quale il suo culto s'era diffuso attorno al vivace centro spirituale di S. Maria della Fava a Castello, dove aveva sede l'Oratorio veneziano, quantunque già introdotto nei primissimi anni del XVII secolo nella Chiesa di S. Canciano, il cui clero aveva intitolato al santo fiorentino la propria Scuola e a lui aveva dedicato un altare in detta chiesa. Il Tassini menziona anche un oratorio dedicato a S. Filippo nei pressi della chiesa di S. Maria dell'Umiltà, alla Punta della Dogana, andato distrutto insieme alla chiesa nel 1821.

(cfr.  A. NIERO, "I santi Patroni", in Culto dei Santi a Venezia, "Biblioteca Agiografica Veneziana 2", Venezia, Studium, 1965, p. 84; G. TASSINI. Edifici di Venezia. Distrutti o vòlti ad uso diverso da quello a cui furono in origine destinati, Venezia, Cecchini, 1885).

Di seguito riportiamo l'inno in onore del Santo, di autore ignoto, in strofe asclepiadee di secondo tipo (tre versi asclepiadei minori e un gliconeo). Diviso in tre parti (al Vespro sino alla strofa Noctes inclusive; al Mattutino sino alla strofa Tractans inclusive; il resto a Laudi), si canta nell'ufficiatura propria del Santo, concessa alla Città di Venezia il 20 luglio 1756, insieme ad antifone, lezioni e responsori propri.

Pangamus Nerio debita cantica,
quem supra nitidi sidera verticis
virtus et meritum sustulit inclytum,
carpturum pia gaudia.

Sic uri subitis dum videt ignibus
aedes quas habitat fletibus abstinet;
flammas cum penitus quiverit horridas
paucis vincere lacrimis.

Oblatum patrui munus et aureos
nummos magnanimus calcat, et impiger
Romam digreditur, quam magis omnibus
illustrem facit urbibus.

Noctes, sub specubus corpora Martyrum
quas implent, vigilat sedulus integras;
ex ipsis satagens discere mortuis
normam, qua bene viveret.

Noctu, dum Nerius fercula pauperi
gestans praecipitat, penniger Angelus
tecto significat qualiter excidat
numquam fervida caritas.

Orantis penetrans cordis in intimum,
laxavit spatium Spiritus impetu
de caelo veniens, esset ut hospiti
immenso locus amplior.

Ponti de medio gurgite naufragum
tracturus vetulum, sub pede vortices
duravit fluidos; et prope turbidum
convertit mare in aridam.

Tractans exanimis membra puelluli,
in lucem revocat, mox jubet emori;
donatus, Domini munere, clavibus
vitae, mortis et inferi.

Caelorum Domino dum sacra munera
libabat Nerius, saepius advolans
tellurem rapido corpore deserit,
Christo fiat ut obvius.

Illi non rutilans purpura, Principum
sacrorum tegmen, non rubra pilei
majestas placuit, cui placet unica
vestis candida virginum.

Aegrotus, Mariae dans pia brachia
collo virgineo fertur in aëra;
intro ceu cuperet posse cubiculum
duci Matris in arduum.

Corpus deseruit, cum Deus Hostiae
fertur sub niveae tegmine conditus,
prudens in patriam pergere splendido
nolens absque Viatico.

Almae sit Triadi gloria perpetim,
quam caelum, barathrum, terraque suscipit;
quae nobis Nerii det prece jugia
dulcis gaudia patriae. Amen.

mercoledì 20 maggio 2020

NOTIZIE - Il Metropolita Ambrogio scomunica Mitsotakis, Kerameos e Chardalias

Sua Eminenza il Metropolita Ambrogio, già Arcivescovo di Kalavryta, ritiratosi l'anno scorso dalla guida della diocesi, di cui già qui avevamo tratteggiato la figura di strenuo difensore della tradizione ortodossa di fronte al vulnus della modernità laicista penetrante in Grecia, si è scagliato fortemente contro le misure, ritenute fortemente anticlericali, prese dal governo greco in ragione dell'epidemia di Covid-19, che hanno incluso la sospensione delle funzioni pubbliche per parecchie settimane (durante le quali vi sono stati deplorevoli episodi tra cui l'arresto del Metropolita Serafino di Kythira per aver celebrato la liturgia domenicale a porte aperte), e ora rigide condizioni sanitarie per disciplinare la riapertura, tra cui gli ormai comuni divieti di assembramento, il rispetto delle distanze, il divieto di baciare le icone e di altri baci rituali, la sanificazione degli ambienti, e un dibattito ancora aperto sul modo di distribuire la Santa Comunione (per ora si può distribuirla solo in caso di necessità, ad es. viatico: il ministero voleva imporre, pare, l'uso di un cucchiaio di plastica, proposta ovviamente respinta dal clero). Condizioni stabilite dal Santo Sinodo dell'Arcidiocesi Primaziale di Atene in accordo col governo greco, ma che hanno incontrato dure e motivate resistenze in buona parte del clero, che ritiene tali prescrizioni irrispettose nei confronti di Dio, posto sullo stesso piano se non inferiore alla scienza umana, e prive di fede nella grazia deificante increata e soprannaturale. Si veda per esempio questo intervento del padre Stylianos Karpathiou alla televisione pubblica greca, in cui la giornalista, tra l'altro, attacca continuamente il povero sacerdote opponendo le ragioni della scienza e dell'obbedienza alle decisioni del Sinodo rispetto alle motivazioni teologiche di questi (ella, peraltro, si guarda bene di rispondere Αληθώς ανέστη al saluto pasquale del padre Stylianos, ricambiando con più laici "buongiorno").

Pertanto, la scorsa domenica 17 maggio, V di Pasqua (della Samaritana), al termine della Divina Liturgia, il Metropolita Ambrogio ha scomunicato il primo ministro della Grecia Kyriakos Mitsotakis, il ministro dell'Istruzione e delle Religioni Niki Kerameos e il commissario all'emergenza sanitaria Nikos Chardalias, per il loro attentato alla Divina Maestà e all'Ortodossia.


Il Santo Sinodo di Grecia ha bollato tale scomunica come "ανυπόστατη και ανίσχυρη" (inesistente e inefficace), in quanto non emessa dallo stesso Santo Sinodo, in conformità alla Carta costituente della Chiesa di Grecia (legge 590/1977), art. 4, lettera i). Tuttavia, l'ecclesiologia ortodossa, basandosi sulla prassi antica, affida a tutti i vescovi il potere di scomunica, peraltro indipendentemente dalla loro giurisdizione (che Ambrogio non avrebbe in quanto ritiratosi dalla guida dell'Arcidiocesi), ma in virtù del loro sacro ordine (cfr. Π. Δ. ΜΙΧΑΗΛΑΡΗΣ, Ἀφορισμός. Ἡ προσαρμογή μιᾶς ποινῆς στὶς ἀναγκαιότητες τῆς Τουρκοκρατίας, Αθῆνα, 2004, σελ. 94).

venerdì 15 maggio 2020

San Giovanni Nepomuceno e Venezia

di Natale Vadori


San Giovanni Nepomuceno (sv. Jan Nepomucký), prete e martire, festeggiato il 16 maggio, è uno dei principali patroni cechi [1] ma molti non sanno che è anche uno dei patroni di Venezia.

Nato tra il 1340 e 1350 nell’allora Pomuk, odierna Nepomuk [2], cittadina non lontana da Pilsen, nella Boemia sudoccidentale, morì martire a Praga il 20 marzo del 1393, torturato prima nelle segrete del Castello [3], e poi gettato dagli sgherri del re Venceslao IV dal ponte di Pietra (oggi ponte Carlo), nella Moldava.

Il santo è sempre rappresentato in talare e cotta, con un’infilzula, uno scialle di pelliccia che usavano i preti in Europa centrale per proteggersi dal freddo, e con un’aureola con cinque stelle, perché queste apparvero sull’acqua mentre il suo corpo sprofondava e gli Angeli portavano la sua anima in cielo [4]

Anonimo fiorentino, S. Giovanni Nepomuceno, XVIII secolo

Il martirio del Santo

Il Nepomuceno, che era vicario generale dell’arcivescovo di Praga, Giovanni di Jenstein (Jan z Jenštejn), venne martirizzato o perché non volle rivelare al re le confessioni della moglie o perché il re volle infierire su di lui, non potendolo fare sull’arcivescovo che era riuscito a sventare un intrigo reale per impadronirsi di beni ecclesiastici, ma conoscendo bene l’indole collerica del re era poi fuggito da Praga, rifugiandosi… a Roma, dove infine morì [5].

Come che sia, in ogni caso morì per difendere la libertà della Chiesa e per questo venne proclamato santo, anche se solo nel 1729, il 19 marzo, in Laterano, da Benedetto XIII con la bolla Christus Dominus. Il processo di beatificazione era stato avviato il 15 maggio del 1715 da SER. l’arc. Franz Ferdinand von Khünburg [6] e sempre in quell’occasione per la prima volta si celebrò la solennità di Navalis con messa solenne alla cattedrale di S. Vito, al Castello, scendendo poi in processione lungo il Piccolo Quartiere (Malá Strana) per concludersi sul ponte di Pietra (Karlův Most),sul punto dove era avvenuto il martirio. La solennità continua ancora oggi [7], anche con la partecipazione di una delegazione di gondolieri veneziani.

In Boemia il culto si diffuse subito in modo spontaneo, nei territori asburgici dopo la sua beatificazione, nell’ecumene cattolica non ha invece molto attecchito, perché allora sì a Venezia?
S. Giovanni Nepomuceno, dato che secondo una delle due tradizioni non avrebbe rivelato i segreti del confessionale, è il patrono dei confessori e considerato che comunque venne gettato giù da un ponte, è il protettore anche dei ponti, da invocare in caso di alluvioni, e pure di barcaioli e gondolieri, e così ci avviciniamo a Venezia.

Fu un preciso fatto storico, però, che determinò il suo culto anche nella Città Lagunare. Federico, figlio di Augusto III di Polonia, nel 1740 in visita alla Serenissima, donò alla città una reliquia del braccio di S. Giovanni Nepomuceno, che per l’occasione fu proclamato patrono del clero veneziano, oltre che dei già ricordati confessori, barcaioli e gondolieri [8].

Il santo venne quindi da allora celebrato a Venezia con una festa doppia di II classe con ottava. La reliquia è custodita presso la chiesa di S. Polo, dove è ricordato anche da un quadro di Giambattista Tiepolo e dove nel secolo scorso si teneva un'importante fiera a metà maggio, in occasione della ricorrenza del Santo, e una sua statua da allora benedice i barcaioli lungo il canale di Cannaregio, alla sua confluenza col Canal Grande, nelle immediate vicinanze della Chiesa di S. Geremia Profeta.

La pala del Tiepolo nella chiesa di S. Polo

La statua del Santo sul Canale di Cannaregio

A S. Simon Piccolo la sua solennità è tutt’ora celebrata, non purtroppo quest’anno, per le vergognose disposizioni vigenti in Italia, in Boemia però è diverso. Il 15 maggio, venerdì, si svolgerà come ogni anno la solennità di Navalis, con la messa, quest’anno, nella chiesa dell’Ordinariato Militare di S. Giovanni Nepomuceno (Vojenský kostel Sv. Jana Nepomuckého), sempre a Hradčany (il quartiere del Castello) e processione; il 16 maggio, sabato, Missa Solemnis VO [9] nella chiesa dei Ss. sposi Enrico e Cunegonda (kostel svatých manželů Jindřicha a Kunhuty), seguita da processione fino alla statua del Santo a Ponte Carlo [10]; domenica 17 maggio, pellegrinaggio e messa VO nella parrocchiale di S. Giovanni Nepomuceno [11] (kostel sv. Jána Nepomuckého) a Nepomuk, a cura della FSSP ceca [12].
La Moldava, principale fiume ceco, affluente dell’Elba, scorre verso Nord, con san Giovanni Nepomuceno scorre invece verso Sud, gettandosi nella Laguna di Venezia.




[1] Il principale è s. Venceslao martire (sv. Václav, 907-935), principe ceco e simbolo della statualità ceca.
[2] https://www.nepomuk.cz/turista/
[3] Il Castello (Hrad) si trova in cima al colle più alto che sovrasta Praga. Da sempre sede del potere civile e religioso del Paese.
[4] Ovviamente anche con la palma del martirio nelle raffigurazioni che lo rappresentano già martire.
[5] Per maggiori informazioni sulla vexata quæstio delle ragioni e dei tempi della beatificazione del Nepomuceno si rimanda a AAVV, Bohemia Sancta, Praha, 1989.
[6] I Cechi lo conoscono come František Ferdinand ma si potrebbe in realtà chiamarlo Francesco Ferdinando dato che nacque nella goriziana Mossa, Contea Principesca di Gradisca e Gorizia. Non a caso ancora oggi perdura la devozione del Nepomuceno nel Goriziano. Si segnala un bell’altare settecentesco a lui dedicato nella chiesa di S. Gottardo, parrocchiale di Mariano del Friuli. 
[8] cfr. F. CORNER, Notizie storiche delle chiese e dei monasteri di Venezia e Torcello, Padova, Stamperia del Seminario, 1758, pp. 343-44.
[9]La messa è promossa da Tradiční liturgie v Praze <https://www.facebook.com/tridentpraha/>
[10] http://praha.fara.sk/historia_cz.htmlChiesa parrocchiale slovacca a Praga, dove però si ospitano regolarmente celebrazioni VO.
[11] Gioiello barocco costruito sulle rovine della sua casa natale.

venerdì 8 maggio 2020

8 maggio - Apparizione di S. Michele Arcangelo

Princeps gloriosíssime, Míchaël Archángele, esto memor nostri:
hic et ubíque semper precáre pro nobis Fílium Dei, allelúja, allelúja.

Oggi, 8 maggio, ultimo giorno del nostro ottavario di preghiera, facciamo memoria dell'Apparizione del glorioso Arcangelo Michele sul Monte Gargano, che ivi apparì tre volte tra il 490 e il 493, e una quarta volta nuovamente nel 1656 per liberare le Puglie dalla terribile pestilenza che le aveva colpite (la medesima da cui Sant'Oronzo scampò i leccesi, che lo elessero allora loro principale patrono).

La fonte principale del miracoloso evento, venerato dai Cristiani di tutto il mondo sin dagl'inizi del VI secolo e meta di numerosi devoti pellegrinaggi, è il Liber de apparitione (BHL 5948), un anonimo libello agiografico composto approssimativamente nel IX secolo, che narra le miracolose epifanie del santo Arcangelo e la diffusione della notizia di tali apparizioni in Oriente.

 La prima apparizione è narrata con queste parole dalle letture del II Notturno del Breviario Romano, che sintetizzano il contenuto di detto Liber:
La prima apparizione in una miniatura
del Liber de apparitione
Che il beato Arcangelo Michele sia alquanto spesso apparso agli uomini, è testimoniato dall'autorità dei sacri scritti e dalla tradizione dei Santi. Per cui la memoria di questo fatto si celebra in molti luoghi. Come altra volta la sinagoga dei Giudei, così adesso la Chiesa di Dio lo venera suo custode e patrono. Una celebre apparizione di Michele Arcangelo avvenne sotto il sommo Pontefice Gelasio I, nella Puglia, sulla vetta del monte Gargano, ai piedi del quale è situata la città di Siponto. Difatti accadde che il toro d'un certo Gargano allontanatosi dalla mandria del bestiame, dopo molte ricerche si ritrovò impigliato all'ingresso d'una spelonca. Uno dei ricercatori avendo scoccata una freccia per trafiggerlo, la freccia, rivoltatasi, tornò a chi l'aveva lanciata. La qual cosa riempì di tanto terrore i presenti e poi gli altri, che, non osando più alcuno accostarsi a quella spelonca, i Sipontini consultano il vescovo; il quale rispose che occorreva interrogare il Signore, ed indisse tre giorni di digiuno e di preghiere. Dopo i tre giorni, l'Arcangelo Michele avvertì il vescovo che quel luogo era sotto la sua protezione, e con quel fatto aveva voluto manifestare che si rendesse ivi un culto a Dio in memoria di lui e degli Angeli. Quindi il vescovo si portò col popolo a detta spelonca. E al vederla disposta in forma di chiesa, cominciarono a celebrarvi i divini uffici: e questo luogo fu poi illustrato da molti miracoli.
Questa prima apparizione, tra l'altro, segna la sconfitta dei culti pagani dei Dauni, che si svolgevano sulla sommità della montagna in onore della sua divinità protettrice, detta appunto Gargano come il monte, spesso con sacrifici animali.

La seconda apparizione in un'icona devozionale bizantina.
La seconda apparizione di San Michele, detta “della Vittoria”, viene tradizionalmente datata nell’anno 492, ancorché, parlando di guerre tra bizantini e longobardi, è dagli studiosi postdatata al VII secolo. Il contesto è un attacco delle truppe greche al Gargano, in difesa del quale accorse Grimoaldo I, duca di Benevento. La notte prima del giorno della battaglia, apparve in visione al vescovo Lorenzo Maiorano san Michele, dicendo che le preghiere dei fedeli erano state esaudite, promettendo di essere presente e ammonendo di dare battaglia ai nemici all’ora quarta del giorno. La battaglia, accompagnata da terremoti, folgori e saette, si concluse con il successo di Grimoaldo. La data della vittoria fu proprio l'8 maggio, giorno in cui dunque ogni anno si celebra la beata memoria delle apparizioni garganiche del Santo Arcangelo.

San Michele appare a Maiorano in preghiera,
miniatura dal Liber de apparitione
Nel 493, dopo la vittoria, il vescovo Maiorano decise di obbedire al celeste protettore e di consacrare al culto la spelonca in segno di riconoscenza, confortato anche dal parere positivo espresso da papa Gelasio I. Ma la notte Michele apparve al vescovo di Siponto in visione e disse: “Non è compito vostro consacrare la Basilica da me costruita. Io che l’ho fondata, io stesso l’ho consacrata. Ma voi entrate e frequentate pure questo luogo, posto sotto la mia protezione”. Allora il vescovo Lorenzo, insieme ad altri sette vescovi pugliesi, in processione con il popolo ed il clero Sipontino, si avviò verso il luogo sacro. Durante il cammino si verificò un prodigio: alcune aquile, con le loro ali spiegate, ripararono i vescovi dai raggi del sole. Giunti alla Grotta, vi trovarono eretto un rozzo altare, coperto di un pallio vermiglio e sormontato da una Croce; inoltre, nella roccia trovarono impressa l’orma del piede di San Michele.

La prima liturgia, secondo tradizione, fu celebrata nel Santuario il 29 settembre 493, che da allora sarebbe stato eletto come giorno festivo di tutte le celesti potenze incorporee. In realtà, la festa romana del 29 settembre (che commemora tutti gli Angeli, come è palese dalla sua colletta, e non solo S. Michele cui pure è intitolata) costituiva l'anniversario della dedicazione della chiesa romana di S. Michele sulla via Salaria, oggi scomparsa, avvenuta nei primi decenni del VI secolo ad opera di papa Bonifacio II.


L'ingresso e l'altare del santuario di San Michele sul Gargano

La vicenda si trova narrata anche nella Legenda Aurea (CXLV). In seguito, la venerazione di questo santo luogo si diffuse in tutto il mondo, e da ogni dove pellegrini vi convenivano. L'apparizione è onorata nei sinassari e nei tropari del mattutino (tre volte: l'8 maggio, il 29 settembre e il 7 febbraio, dies natalis del santo vescovo Lorenzo Maiorano) persino dalla Chiesa Greca, nonostante una delle apparizioni dell'Arcangelo abbia causato la sconfitta degli eserciti costantinopolitani. Di fatto, costituisce il primo luogo di pellegrinaggio dopo i luoghi della vita di Cristo e le tombe degli Apostoli. Nondimeno, nel 1960 la festa odierna è stata stralciata dal calendario romano.

giovedì 7 maggio 2020

L'estensione dell'Epiclesi - The Rad Trad

Su New Liturgical Movement si è recentemente aperta una discussione (in risposta a un articolo di febbraio del NFTU) sulle visioni orientali e occidentali della consacrazione. Riportiamo la posizione in merito dell'amico Rad Trad, traducendola dal suo blog. L'analisi è del tutto condivisibile; ci permettiamo solo di ricordare che per i Padri, e così fino al tardo medioevo, non è mai stato importante identificare un momento preciso in cui avviene la consacrazione. Sin dai primissimi secoli si crede che la consacrazione, la mutazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, avvenga "in un batter d'occhio" (Babai di Nisibis, +628), ma senza mai avere l'interesse (e forse nemmeno la pretesa) d'identificare il momento preciso in cui questa avvenga. Solo molto tardi la teologia scolastica per l'occidente vorrà identificare nelle parole della Consacrazione, mentre una parte della teologia greca nell'epiclesi. E' tuttavia per i motivi detti che l'anafora consacratoria costituisce una struttura inseparabile, senza soluzione di continuità, dalla quale non è possibile togliere o modificare un pezzo senza apportare un grave danno all'intero rito eucaristico, e non solo un "contorno" di una sua parte. Altrimenti possiamo dire la "messa" palmariana, con le sole parole dell'Istituzione, e credere (illuderci) che su di noi in tal modo discenda la grazia...

Fonte.

La disquisizione del dott. Kwasniewski su come l'Oriente e l'Occidente si dividano circa la teologia di come e quando avvenga la consacrazione durante l'anafora, porta immediatamente a rammentare la saggia domanda di Kallistos Ware su tal materia: "Dove pensi di lasciare alcune delle parole?"

A parità di condizioni, ci sono forme brevi di tutti i Sacramenti, orientali e occidentali, per situazioni di emergenza, tranne che per l'Eucaristia e per l'Ordinazione. Questi debbono sempre essere celebrati nel contesto della Divina Liturgia o della Messa. Come tali, le preghiere aggiuntive creano il contesto e interpretano l'intenzione del Sacramento.

Sono abbastanza d'accordo con l'interpretazione del dott. Kwasniewski dei riferimenti patristici alle "parole del Signore" come significanti le parole dell'Istituzione che ci giungono nei riti eucaristici a oggi ricevuti. Nondimeno, non vedo perché le Parole dell'Istituzione debbano essere la sola forma accettabile di consacrazione. Le chiese di rito greco impiegano una formula per il Battesimo molto diversa, ancorché sempre trinitaria, rispetto all'attuale Chiesa Latina, che a sua volta utilizza una formula molto diversa rispetto a quanto facesse nell'ottavo secolo, come è mostrato nel Sacramentario Gelasiano, che dà il Credo degli Apostoli come formula del Battesimo.

San Nicola Cabasila, un laico e liturgista Greco del tardo medioevo, sosteneva la visione greca che l'epiclesi - l'invocazione del Santo Spirito - sia necessaria per l'Eucaristia, e si chiedeva se il Supplices te rogamus del Canone Romano fosse detta preghiera. Un amico ucraino ritiene che l'Unde et memores sia l'epiclesi latina.

Nella mia modesta opinione, questo interpreta la trama unica di una tradizione con i parametri di un'altra tradizione, in un modo che non funziona affatto. Lo Spirito Santo è menzionato molte volte nell'antica Messa Romana, e quasi mai nella nuova (ironicamente), ma mai direttamente nel Canone. Il "Santificatore" è invocato durante l'offertorio e dopo il congedo, e tuttavia il Sacrificio Eucaristico e indirizzato al Padre attraverso il Figlio. Il Canone ha un'affascinante struttura a chiasmo che richiede attenzione, ma è sufficiente dire che l'anafora Romana è principalmente interessata alla supplica, alla presentazione del Sacrificio, alla preghiera per i vivi e per i morti, e ad assicurarsi che il Sacrificio sia benignamente ricevuto; tutto ciò riflette una teologia del Tempio dell'Antico Testamento, illuminata dal Sacrificio della Croce. Si può ragionevolmente osar dire che queste preghiere del Canone Romano siano precedenti al campo teologico della pneumatologia.

Le Chiese Orientali, tutte e non solo quelle greche, includono un'epiclesi nelle loro anafore.  Mentre i teologi greci generalmente attribuiscono una grande importanza a questo momento nel loro rito, diventa un po' difficile usare altre tradizioni orientali per supportare questo punto. L'epiclesi nella Liturgia di S. Giovanni Crisostomo è di una natura "catabatica": "Invia il Tuo Santo Spirito su di noi e su questi doni qui offerti, e rendi questo pane il prezioso Corpo del Tuo Cristo + e rendi quanto è in questo calice il prezioso Sangue del Tuo Cristo + mutandoli per mezzo del Tuo Santo Spirito".
La Liturgia di S. Basilio il Grande, un tempo usata per la maggior parte delle domeniche dell'anno bizantino e ora principalmente in Quaresima, chiede la stessa cosa, essendo però "rivela" anziché "rendi" il verbo operativo [il sermo operatorius di ambrosiana memoria, ndt].

L'anafora di S. Cirillo nella tradizione alessandrina ha due preghiere di epiclesi, una prima della narrazione dell'Istituzione e una più familiare (ai non Copti) dopo. Forse la domanda più ovvia viene dall'anafora di Addai e Mari, una preghiera della Chiesa d'Oriente. Essa non contiene la narrazione dell'Istituzione, ma possiede un'epiclesi nel senso di un'invocazione del Santo Spirito, ma non chiede al Paraclito di compiere l'azione di mutamento, come nei riti bizantino, copto, armeno ed etiope:
"E lascia che venga il tuo Santo Spirito, o mio Signore, e che riposi sopra questa offerta dei tuoi servi, e la benedica e la santifichi, e questo possa essere per noi, o mio Signore, in remissione dei peccati e in perdono delle mancanze, e per la grande speranza della risurrezione della morte, e per la vita nuova nel regno dei cieli con tutti quelli che sono stati graditi ai tuoi occhi".

Con che estensione può applicarsi l'epiclesi alla teologia liturgica? Con l'estensione che un rito possiede come propria.

Il momento della Consacrazione in una Divina Liturgia
celebrata dal Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie Kirill

mercoledì 6 maggio 2020

6 maggio - S. Giovanni avanti la porta Latina (Ottava del Patrocinio di S. Giuseppe)

In ferventis ólei dolium missus beátus Joánnes Apóstolus,
divina se protegénte grátia, illæsus exívit, allelúja.

Charles Le Brun, Martirio di S. Giovanni Evangelista a porta Latina, 1641,
St. Nicolas du Chardonnet (Paris)

Quest'anno oggi si celebra l'Ottava del Patrocinio di S. Giuseppe, e la festa del martirio di S. Giovanni avanti la porta Latina è solo commemorata. Nei libri liturgici del 1962 nessuna di queste due feste sopravvive, e dunque quanti li osservano oggi celebreranno una semplice feria. La festa di S. Giovanni a porta Latina è caratteristicamente romana, e insieme alle feste dei martiri romani ci mostra il carattere prettamente romano del Messale, che è appunto l'uso di Roma, in seguito esteso a gran parte dell'Occidente. Spogliare il Calendario generale dei suoi tratti urbani (come hanno cercato di fare le riforme degli anni '50 e '60) significa dimenticarsi la sua origine storica e pretendere ch'esso diventi un "Messale universale", cosa che non è.

La vicenda del tentato martirio, che si stima essere avvenuta durante la persecuzione di Domiziano circa l'anno 92, è narrata da Tertulliano nel De praescriptione haereticorum 36,3: Ista quam felix ecclesia cui totam doctrinam apostoli cum sanguine suo profuderunt, [...] ubi apostolus Ioannes posteaquam in oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur.
Essa è ripresa da S. Girolamo nel suo scritto adversus Jovinianum 1,26, che è letto nel II Notturno della festa: Refert autem Tertullianus, quod Romæ missus in ferventis olei dolium, purior et vegetior exiverit, quam intraverit; nonché nel suo commento al cap. XX di Matteo, che è invece letto nel III Notturno: Fertur, quod et ipse propter martyrium sit missus in ferventis olei dolium, et inde ad suscipiendam coronam Christi athleta processerit, statimque relegatus in Patmos insulam sit.
E' infine riportata da Jacopo da Varazze nella Legenda Aurea 9,1: Domitianus igitur imperator ejus intelligens famam accersitum eum in dolium ferventis olei ante portam latinam mitti jussit, ille autem inde exiit illaesus, sicut a corruptione carnis exstiterat alienus.

Il Vangelo della festa è Matteo XX, 20-23, contenente l'episodio in cui il nostro Redentore predice a Giacomo e Giovanni che "certamente berrete del mio calice", cioè il calice della Passione, che Giovanni appunto berrà patendo l'olio bollente nella persecuzione flavia.
Secondo le rubriche di Pio X, essendo questo un Vangelo stricte proprium, si legge come Ultimo Vangelo al termine dell'odierna messa dell'Ottava del Patrocinio di S. Giuseppe.

Il tempietto di S. Giovanni in Oleo edificato sul luogo ove
tradizionalmente si attesta essere avvenuto il martirio

Lazzaro Baldi, Martirio di S. Giovanni Evangelista, 1657, S. Giovanni in Oleo (Roma)

domenica 3 maggio 2020

3 maggio - Invenzione della S. Croce

Due sono le feste della Santa Croce ricordate dalla tradizione romana: il suo ritrovamento (Invenzione) per opera di S. Elena madre dell'Imperatore Costantino nel 327 e il suo trionfale ricupero dalle mani dei persiani (Esaltazione) per opera dell'Imperatore Eraclio nel 628. Differentemente dal costume greco, la festa del 3 maggio è la più importante (doppia di II classe contro la doppia maggiore del 14 settembre). Secondo lo Schuster, confortato in ciò dal Righetti, nei secoli vi fu una certa qual confusione sulla data precisa dei due avvenimenti, tanto è vero che oggi non sappiamo con precisione definire quale festa corrisponda a quale evento da un punto di vista evenemenziale, ma sicuramente una distinzione ben chiara è operata dal simbolismo liturgico: la festa del 3 maggio ricorda l'Invenzione, quella del 14 settembre l'Esaltazione. Nel costume greco la festa dell'Ὑψωσις τοῦ τιμίου Σταυροῦ del 14 settembre ricorda entrambi gli avvenimenti, ma entrambi presentati in modo chiaro e distinto.

Nel 1960 è soppressa la festa dell'Invenzione della S. Croce (cfr. Variationes in Breviario et Missali Romano ad normam novi Codicis Rubricarum 8, in AAS 52, 1960, p. 707). Ne resta l'elogio nel Martirologio, portato però in ultimo luogo, e dunque il miracoloso ritrovamento del Prezioso Legno non ha più una festa liturgica nel rito romano. Nel 1969 il pasticcio diventa ancora maggiore: la festa dell'Esaltazione diventa, nell'elogio del martirologio, la Dedicazione della Basilica del Calvario. Dopo il miracoloso ritrovamento, scompare dal culto anche il trionfo della Croce santa sul re Cosroe e i Persiani, spariscono dunque gli epiteti con cui la S. Croce è da sempre onorata dai Greci, come colei che dona vittoria ai re fedeli e ortodossi contro le barbare nazioni. Quest'opera di distruzione inizia però nel 1960, con la soppressione della gran festa di maggio, che oggi vogliamo particolarmente ricordare e onorare.

Piero della Francesca, Ritrovamento delle tre croci e verifica della Vera Croce, 1452-59

Inventæ Crucis festa recolimus, cujus præcónium univérsum per orbem micanti lúmine fulget, allelúja.

Felix ille triumphus fit salus ægris, vitæ lignum, mortis remédium, allelúja.


Dum sacrum pignus cǽlitus revelátur, Christi fides roborátur: Adsunt prodígia divína in virga Móysi prímitus figuráta. Allelúja, allelúja. Ad Crucis contáctum resúrgunt mórtui, et Dei magnália reserántur.

Crucem sanctam subiit, qui inférnum confrégit: accínctus est poténtia, surréxit die tertia. Allelúja.

O Crux, ave, spes única,
Paschále quæ fers gáudium
Piis adáuge grátiam,
Reísque dele crímina.
Celebriamo la festa della Croce ritrovata, la cui lode rifulge di luce abbagliante per tutta la terra, alleluja.

Quella beata vittoria diventa salute per gli infermi, legno della vita, rimedio alla morte, alleluja.
                              
Quando fu rivelato dal cielo questo sacro tesoro, la fede in Cristo si rafforzò: si verificarono prodigi divini, per la prima volta predetti nel bastone di Mosè. Al contatto con la Croce, i morti risorgono, e si rinnovano i miracoli di Dio.

Patì la croce santa, colui che distrusse l’inferno: si è rivestito di potenza, è risorto il terzo giorno, alleluja.

Salve, o Croce, unica nostra speranza,
che rechi la gioia pasquale,
dona grazia agli uomini pii,
e perdona i peccati dei rei.


(Le prime due antifone, rispettivamente dei salmi del I e del II Notturno, dal 1960 non sono più cantate nell'ufficio romano. Il responsorio Dum sacrum pignus [il quinto] sopravvive, poiché si impiega pure all'Esaltazione (mutato revelatur in exaltatur), ma se ne perde il senso: cioè che la vera Croce fu riconosciuta venendo accostata dal patriarca Macario di Gerusalemme a una donna gravemente inferma che ne fu miracolosamente guarita, il quale episodio è appunto letto nella quinta lezione del Mattutino dell'Invenzione della S. Croce. L'antifona Crucem sanctam si cantava tradizionalmente, oltre che come antifona al Magnificat del II Vespro dell'Invenzione della S. Croce, a quasi tutti i Vespri in tempo di Pasqua per il suffragio pasquale della S. Croce; nel 1911 essa viene soppressa da quest'ultimo ruolo e sostituita dal Crucifixus surrexit, un tempo cantata solo alle Laudi; nel 1960 scompare del tutto. L'ultima è la strofa del noto poema di Venanzio Fortunato con il secondo verso variato per celebrare il mistero della Croce nella gioia pasquale del tempo odierno: tale versione è completamente soppressa dopo la riforma del 1960, non occorrendo più di doversi cantare in tale circostanza).