giovedì 4 marzo 2021

Riflessioni morali circa i preparati vaccinali - Associazione "Testimonianza Ortodossa"

La prima pagina della lettera
alla Sacra Comunità Athonita
Diamo spazio a questa importante riflessione pubblicata già qualche mese fa dall'Associazione "Testimonianza Ortodossa", che tra le altre cose gestisce una casa editrice che ha pubblicato numerosi titoli di patristica e spiritualità ortodossa in italiano, di grande attualità nel momento presente. Nei giorni scorsi un testo simile, alla cui stesura ha collaborato la predetta Associazione, è stato diffuso dall'Associazione greca "IC XC NIKA", in forma di lettera diretta al Santo Sinodo di Grecia, al Santo Sinodo di Cipro e alla Sacra Comunità del Monte Athos, che tratta - oltre alla parte sui vaccini sostanzialmente simile a questa - pure delle "misure di contenimento del contagio", non di rado contrarie ai canoni e blasfeme, che in molti luoghi stanno venendo applicate, e che è stata firmata da quasi 2000 persone tra sacerdoti, monaci, medici, teologi e altri.





È MORALMENTE ACCETTABILE UN VACCINO COSTRUITO
CON CELLULE PRELEVATE DA UN ABORTO?

Riflessioni morali per i cristiani ortodossi circa i preparati vaccinali
a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti

Tra scienza e salvezza

Dal punto di vista della prevenzione di malattie infettive e contagiose molto gravi, che in passato hanno causato migliaia di morti, è chiaro che i vaccini sono stati una grande conquista per l’umanità, e il loro impiego nella lotta contro le infezioni fino alla loro eradicazione, mediante una immunizzazione delle popolazioni interessate, rappresenta indubbiamente una “pietra miliare” nella lotta dell’uomo contro le malattie infettive e contagiose.

Lo scopo dei vaccini è quello di sensibilizzare il sistema immunitario, con l’ingresso all’organismo umano di un agente patogeno attenuato. In questo processo, il sistema immunitario produce, da un lato, anticorpi per distruggere il nemico e, dall’altro acquisisce una memoria, in modo che se incontra in seguito lo stesso agente patogeno può riconoscerlo e agire in modo distruttivo.

Nella frenesia dell’ingegneria genetica, tuttavia, l’uomo non ha esitato a utilizzare anche procedure che dal punto di vista etico non sono accettabili, con la motivazione che lo scopo santifica i mezzi. Così, abbiamo raggiunto il punto in cui alcuni vaccini in circolazione sono preparati o vengono utilizzate per la loro preparazione sperimentale cellule umane raccolte nei tessuti di feti infettati e volontariamente abortiti, infettati e successivamente attenuati e coltivati mediante ceppi di cellule umane ugualmente provenienti da aborti volontari, a noi di fede cristiana ortodossa si pongono importanti problemi etici.

La domanda che ci siamo posti e alla quale abbiamo cercato di dare una risposta è: chi usa un vaccino del genere, quanto coopera al male dell’aborto?

Destano particolare preoccupazione per noi i vaccini che sono stati realizzati utilizzando in parte il tessuto fetale derivato da aborti avvenuti decenni fa:

I vaccini per l’infanzia come il Varivax per la varicella, il Meruvax II per la rosolia, l’Havrix e il Proquad utilizzato per morbillo sono realizzati utilizzando in parte il tessuto fetale, e portano i nomi MRC-5 e WI-38 . Compreso il vaccino Vaqta per l’epatite.

La sigla WI-38 (Winstar Institute 38, istituto di ricerca biomedica) indica cellule fibroblasti di polmone umano espiantate nel 1964 da un feto femmina svedese abortito perché la famiglia riteneva di avere già troppi figli. Questa linea cellulare viene utilizzata ancora oggi per far crescere i virus utilizzati nei vaccini morbillo, parotite, rosolia, varicella ed herpes zoster.

La linea cellulare MRC-5 (Medical Research Council, istituto di ricerca) indica cellule polmonari umane provenienti da un feto maschio di quattordici settimane abortito nel 1966.

I ceppi di cellule utilizzati per il MRC-5 e il WI-38 provengono da bambini abortiti nel 1961.

Le loro cellule sono state rigenerate dalla Merck e da altre aziende, in laboratorio. Questi ceppi di cellule sono tecnicamente “immortali”, perché i tecnici possono conservarli indefinitamente nelle condizioni appropriate.

Vaccini contro il coronavirus e utilizzo di cellule di feti abortiti.

Con lo sviluppo di vaccini contro Covid-19 a un ritmo accelerato, è importante essere informati su come questi vaccini sono progettati, prodotti e testati. Esistono, infatti, questioni etiche sul possibile utilizzo, in qualunque fase del processo di sviluppo, di linee cellulari derivate da feti abortiti.

In particolare, le due case farmaceutiche, Moderna e Pfizer/BioNTech hanno utilizzato la serie di cellule HEK 293 nella fase dei test di laboratorio di conferma.

Astra/Zeneka (Oxford), che collabora con lo Sputnik, e la Jannsen usarono la serie di cellule HEK 293 in tutti e tre gli stadi: I. Progettazione e sviluppo; II. Produzione e III. Test di laboratorio di conferma.

Il Charlotte Lozier Institute negli Stati Uniti, sulla base di un’analisi approfondita della letteratura scientifica e dei risultati delle sperimentazioni cliniche, ha compilato un’accurata panoramica delle aziende farmaceutiche che utilizzano o non utilizzano linee cellulari eticamente controverse.

La domanda che sorge è se queste linee cellulari fetali siano assolutamente necessarie per lo sviluppo di un vaccino, e ultimamente il vaccino contro il Covid-19. La risposta è no. È possibile sviluppare vaccini eticamente accettabili senza cellule o basati su cellule animali, uova di gallina o lievito. Questo è fondamentalmente ciò che stanno facendo diverse società farmaceutiche.

Il passo successivo è acquisire informazioni sulle diverse fasi di sviluppo di un vaccino in cui sono utilizzare linee cellulari di feti abortiti.

La fase di progettazione include lo sviluppo del concetto, esperimenti preliminari e la descrizione di come verrà prodotto il vaccino.

Aziende farmaceutiche e istituti di ricerca che hanno utilizzato linee cellulari di feti abortiti in questa fase:
- Altimmune (USA)
- Astra Zeneca e Università di Oxford (Regno Unito, Stati Uniti)
- CanSino Biologics, Inc. Beijing Institute of Biotechnology, Academy of Military Medical Sciences,
PLA of China (Cina)
- Gamaleya Research Institute (Russia)
- Janssen Research & Development , Inc. Johnson & Johnson (USA)
- Vaxart (USA)
- Anhui Zhifei Longcom Biopharmaceutical / Institute of Microbiology, Chinese Academy of Sciences
(Cina)
- Università di Pittsburgh (USA)
La fase di produzione: viene prodotto il vaccino finale.
Aziende farmaceutiche e istituti di ricerca che utilizzano linee cellulari di feti abortiti in questa fase:
- Altimmune (USA)
- Astra Zeneca University of Oxford (Regno Unito, Stati Uniti)
- CanSino Biologics, Inc. Beijing Institute of Biotechnology, Academy of Military Medical Sciences,
PLA of China (Cina)
- Gamaleya Research Institute (Russia)
- Janssen Research & Development, Inc. Johnson & JohnsonVaxart (Stati Uniti)
- Vaxart (USA)
- Università di Pittsburgh (USA)

Fase di test del vaccino in laboratorio, prima che sia ampiamente distribuito. Aziende farmaceutiche e istituti di ricerca che utilizzano linee cellulari di feti abortiti in questa fase:

- Sinovac Biotech Co., Ltd. (Cina)
- Anhui Zhifei Longcom Biopharmaceutical / Institute of Microbiology, Chinese Academy of Sciences (Cina)
- Medicago (Canada)
- Novavax (USA)
- Moderna, Inc. avec le National Institute of Health (USA)
- Pfizer et BioNTech (USA, Germania)
- Sanofi Pasteur et Translate Bio (USA, Francia)
- Inovio Pharmaceuticals (USA)

Le aziende farmaceutiche che non utilizzano linee cellulari fetali in una delle tre fasi sono (dal 10 novembre 2020, tenendo conto della fase di sviluppo del vaccino):

- Beijing Institute of Biological Products / Sinopharm (Cina)
- Wuhan Institute of Biological Products / Sinopharm (Cina)
- Istituto di ricerca medica Giovanni Paolo II (USA)
- Institut Pasteur e Themis e Merck (USA, Francia)
- Shenzhen Geno-immune Medical Institute (Cina)
- Merck e IAVI (USA)
- Clover Biopharmaceuticals, Inc. (Cina)
- Sanofi e GSK Protein Sciences (USA, Francia)
- Sorrento (USA)
- Università del Queensland e CSL Ltd. (Australia)
- CureVac (Germania)
- Genexin (Corea)
- Symvivo Corporation (Canada)

NB: Diverse aziende farmaceutiche non hanno ancora completato tutte le fasi del processo.

Il giudizio etico dei vaccini proposti può essere basato su diversi elementi:

- L’esistenza o meno di alternative ai vaccini sviluppati da linee cellulari di feti abortiti: laddove esistono e sono disponibili vaccini eticamente sviluppati, questi dovrebbero avere la priorità.
- Il grado di distanza, nel tempo ma soprattutto nella responsabilità, tra l’aborto in questione e il paziente vaccinato. Pertanto, la responsabilità del paziente da vaccinare è bassa rispetto a quella del ricercatore che utilizza queste linee cellulari e quindi stimola la produzione di linee cellulari simili.
- Le fasi del processo di sviluppo del vaccino, per il quale sono state utilizzate linee cellulari fetali.Se il vaccino che il paziente riceve è prodotto da queste linee cellulari fetali (Fase 2), stimola la produzione di nuove cellule fetali. Questa relazione è meno evidente quando l’azienda farmaceutica testa solo alcune copie del vaccino sulle cellule fetali (Fase 3).

Oltre a quanto è stato esposto il Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione (ACIP) ha emesso raccomandazioni ad interim per l’uso dei vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna COVID-19 per la prevenzione della malattia da coronavirus 2019 (COVID-19) negli Stati Uniti.

Entrambi i vaccini sono vaccini a mRNA che codifica la proteina spike di SARS-CoV-2, una proteina presente sulla superficie esterna del virus, utilizzata per entrare nelle cellule e replicarsi. Il vaccino a mRNA fornisce le informazioni genetiche appropriate, in modo che le cellule dell’ospite (l’umano) siano indotte alla produzione di una risposta immunitaria. La creazione di anticorpi e cellule T-(linfo). Questo progetto che è ideale in vitro (in laboratorio), tuttavia devia dalle aspettative se applicato in vivo. Un semplice esempio è la comparsa di effetti collaterali e che non si può prevedere gli effetti che potrebbe avere nell’organismo umano a lungo termine.

CONCLUSIONI

Il Concilio Ecumenico Quinisesto o di Trullo con il suo XCI Canone condanna alla pena prevista per gli assassini le donne (o gli uomini) che forniscono farmaci per procurare l’aborto, e quelle che assumono veleni per uccidere i feti.

Il Concilio regionale tenutosi ad Ancyra con il suo XXI Canone condanna a dieci anni di scomunica coloro che agiscono in modo da procurarsi un aborto.

Il II e il LXXX Canone di San Basilio condanna alla pena prevista per gli assassini donna che abortisce volontariamente.

Ogni atto medico e di ricerca, per essere secondo l’insegnamento divino, deve rispettare l’uomo, dal momento del suo concepimento fino alla morte, in generale,essere secondo la lettera e lo spirito del Vangelo. Per questo motivo, la scelta di vaccinarsi o no è anche una questione teologica ed ecclesiastica, e l’accettazione di questi vaccini, considerando le condizioni della loro produzione, è una caduta dalla retta fede e vita.

Per questi motivi è nostra convinzione che:

1. Quelli che procurano i tessuti dai bambini abortiti, sono colpevoli di cooperare formalmente all’aborto approvandolo e sfruttando l’atto stesso dell’aborto. Essi sono colpevoli come lo sono coloro che cooperano.

2. Sono colpevoli coloro che mettono in commercio, pubblicizzano e distribuiscono i vaccini derivati. Queste attività sono moralmente illecite, perché potrebbero “contribuire, di fatto, a incentivare l’effettuazione di altri aborti volontari, finalizzati alla produzione di tali vaccini.

Tuttavia, questo provoca una costrizione morale sia ai genitori, per quel che riguarda i vaccini per l’infanzia, che sono sottoposti all’alternativa di agire contro coscienza o mettere in pericolo la salute dei propri figli, sia a ogni cittadino per quel che riguarda i vaccini contro il coronavirus. Si tratta di un’alternativa ingiusta che deve essere eliminata quanto prima.

Certamente non ci soddisfa ne posiamo condividerla l’argomentazione di molti che le linee cellulari utilizzate sono distanti dagli aborti originali, né ci soddisfa l’argomentazione di mettere da parte ogni questione etica perché è per il nostro bene. Crediamo che non possa essere nulla di buono se è nato dal male. Il fine non giustifica i mezzi.

Oltre il problema etico esiste anche la libertà vaccinale, il così detto consenso informato.

Il consenso informato è la manifestazione di volontà che il paziente esprime liberamente in ordine ad un trattamento sanitario. Il termine “consenso informato” nasce dopo il processo di Norimberga, quando l’omonimo codice evidenziò il principio dell’inviolabilità della persona umana: la partecipazione di qualunque individuo ad una ricerca scientifica non sarebbe più avvenuta senza il suo volontario consenso.

L’obbligatorietà del consenso informato come condizione per la liceità della ricerca viene sancita nel 1979 dal Rapporto Belmont nel rispetto del principio di giustizia, di benefici e del principio di autonomia. Il caso giudiziario che, nel nostro Paese, ha destato l’attenzione del mondo sanitario e giuridico sul problema del consenso, è rappresentato dalla sentenza della Cass. Pen. n. 5639/1992 (Caso Massimo) che condannò un chirurgo per il reato di omicidio preterintenzionale a seguito del decesso di una paziente avvenuto a causa delle complicanze di un intervento chirurgico demolitivo eseguito senza il suo consenso. Da allora il tema del consenso ha assunto una rilevanza sempre crescente.

L’obbligo per il medico di munirsi del valido consenso della persona assistita trova riscontro nella stessa Costituzione dai seguenti articoli:

Art.13: sancisce l’inviolabilità della libertà personale
Art.32: riconosce che nessuno può essere obbligato a determinati trattamento sanitari se non per disposizione di legge e dall’art. 13 che sancisce l’inviolabilità della libertà personale.

Dei riferimenti li ritroviamo anche nell’art. 50 del Codice Penale (rubricato “consenso dell’avente diritto”).

Il consenso informato valido deve essere:

- personale: espresso direttamente dal soggetto per il quale è previsto l’accertamento, salvo i casi di incapacità, riguardanti i minori e gli infermi di mente;
- libero: non condizionato da pressioni psicologiche da parte di altri soggetti;
- esplicito: manifestato in maniera chiara e non equivocabile;
- consapevole: formato solo dopo che il paziente ha ricevuto tutte le informazioni necessarie per maturare una decisione;
- specifico: in caso di trattamento particolarmente complesso, l’accettazione del paziente deve essere indirizzata verso tali procedure, mentre non avrebbe alcun valore giuridico un consenso del tutto generico al trattamento. In alcune situazioni particolari, come per esempio quelle relative ad un intervento chirurgico nel caso in cui non ci fosse certezza sul grado di espansione ed invasione di una neoplasia, si ricorre al consenso allargato.

Il consenso informato è un diritto riconosciuto in tutto il mondo, garantito dai seguenti trattati internazionali per la protezione dei diritti umani:

- Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali di ROMA/ 1950 (CEDU).
- Convenzione Internazionale di Bioetica di OVIEDO / 1998.
- Statuto della Corte penale internazionale dell’Aia - Articolo 7.
- Codice di Norimberga.
- Dichiarazione di Helsinki.
- Dichiarazione Universale su Bioetica e Diritti Umani-UNESCO / 1950.

Considerando che l’autorizzazione per i vaccini contro il covid è all’uso di emergenza (EUA) e considerando che sono stati espressi dubbi sui vaccini Pfizer e Moderna circa la loro reale efficacia il diritto al consenso informato è oltre modo importante.

Se qualcuno si chiede se è moralmente accettabile portare avanti una scienza di morte la risposta per noi ortodossi è, nonostante alcuni nostri gerarchi, che non può essere accettabile.

Chiediamo allo stato e alle autorità locali preposte di garantire il diritto di obiezione di coscienza per motivi morali e di religione anche riguardo ai vaccini, come è garantito in altri campi, e di fornire, come ha il dovere, vaccini alternativi alle famiglie e agli individui che per motivi di fede si oppongono a questi vaccini.


FONTI:

National Center for Biotechnology Information. Corbett et al., Nature, 5Aug 2020.
van Doremalen et al., Nature preprint, 30 July 2020.
Istituto Europeo di Bioetica- https://www.ieb-eib.org/en/
Istituto Superiore di Sanità.


Il DOCUMENTO VIENE SOTTOSCRITTO DAL:

Direttivo dell'Associazione Testimonianza Ortodossa all'unanimità
Associazione Ortodossa San Giovanni Crisostomo.
Movimento Ortodosso in Grecia IC-CR-NICA.
Archimandrita padre Dimitri Fantini
Archimandrita padre Nettario Moioli
Archimandrita padre Arsenio Agioarsenita
Padre Popadiuc Ghenadie
Padre Giovanni Capparelli
Padre Costel Popa
Padre Michele Notaragelo
Padre Mario Sevini
Padre Ionita Mocanu
Monaco Michele Cristian Cavallo

lunedì 1 marzo 2021

Parati abusivi et alia - Noterelle dalla Roma "tradizionalista"

 Generalmente non siamo usi impiegare queste pagine per la sterile polemica, preferendo di gran lunga l'arricchimento culturale e spirituale dei nostri lettori. Nonpertanto, talora il caso spinge a offrire considerazione a certi eventi negativi, dai quali si può trarre e contrario un esempio.

Non più di un giorno fa, la pagina Facebook della parrocchia cattolica "tradizionalista" della SS. Trinità dei Pellegrini in Roma, pubblicava il seguente annunzio, nel quale chiedeva ai fedeli e ai simpatizzanti di contribuire al notevole esborso che la parrocchia intende sobbarcarsi per l'acquisto di un parato azzurro "per le solennità della Madonna".

Ai più sarà subito saltata all'occhio - ma ci torneremo poco sotto - la madornale abusività di tale parato, ma in premessa occorre fare qualche considerazione preliminare. Noi e qualche altra persona avvezza alle rubriche avevamo fatto notare nei commenti infra il post la violazione delle rubriche comportata dall'utilizzo di cotale parato, con l'intento di suscitare un ravvedimento prima che sì tanti soldi fossero spesi per commettere un abuso. Nel giro di poche ore, tutti i commenti sono stati cancellati, eccezion fatta (manco a dirlo) per qualcuno di plauso; trattasi di una prassi diffusa nella comunicazione sulle reti sociali, soprattutto quando una pagina (per esempio quella di un partito politico) è usata in funzione di bacheca propagandistica, il cosiddetto bannare il dissenso; forse ci sarebbe da chiedersi se questa prassi tuttavia si addica alla pagina di un ente ecclesiastico e se, soprattutto, non rischi - nella mancanza di dialogo - di creare delle "bolle di consenso" poco salutari. Ma questo, pel momento, transeat.

Venendo al tema: il parato in terzo, inclusivo di piviale, paliotto e conopeo, viene a costare - secondo l'indicazione fornita - novemila euro. Tra gli altri commenti cancellati, qualcuno aveva segnalato che chiedere ai fedeli di contribuire a una spesa così copiosa, in un periodo di fortissima crisi economica quale quello attuale, sarebbe stato assai di cattivo gusto, pur fatta salva la necessaria e opportuna dignità e preziosità degli oggetti di culto, soprattutto in una parrocchia quale la Trinità dei Pellegrini che certamente non è priva né di parati, che possiede in gran copia e di gran pregio, né di supporti economici da parte dei suoi parrocchiani dell'aristocrazia romana. Nel merito del prezzo, calcolando 3.000 euro per i 20 metri di stoffa a un prezzo (stima media per un damasco di buona fattura) di 150€ al metro, altri 1.000 euro almeno per galloni, fodera, passamaneria et alia, restano più di 4.000 euro di manodopera, prezzo leggermente sopra la media del mercato (forse questo si pagherebbe da Gammarelli, ma negli ultimi tempi sono sorte, soprattutto nel Nord Italia, piccole aziende di paramentistica di alta qualità e prezzi più contenuti); prezzo decisamente esagerato se si considera che a realizzare il parato saranno delle monache, che di norma dovrebbero farlo in cambio di una donazione, e dunque ben al di fuori e al di sotto dei prezzi di mercato.

Tuttavia qualsiasi spesa, alta o bassa, è inopportuna per acquistare qualcosa di illegittimo. Sembra una cosa scontata che il colore blu NON esista né sia mai esistito nel rito romano, eppure ancor oggi mi capita di sentire gente che sproloquia  dicendo che tale colore insieme al nero (sic) sarebbe stato abolito dal Concilio Vaticano II (sic). La rubrica De coloribus paramentorum (RG XVIII, 1) è cristallina: Paramenta altaris, celebrantis et ministrorum debent esse coloris convenientis Officio et Missae diei aut alteri Missae celebrandae, secundum usum Romanae Ecclesiae, quae quinque coloribus uti consuevit: albo, rubro, viridi, violaceo et nigro. Essa non menziona nemmeno il rosaceo, che infatti è una concessione tardiva e mai obbligatoria, e pertanto non è mai stata inclusa nel proemio della rubrica, ma vi è dedicata una piccola additio a parte. L'azzurro, che esiste come colore liturgico in alcuni usi occidentali non romani, per esempio nelle tradizioni gallicane o mozarabe (non già quella aquileiese, per esempio), è completamente estraneo alla tradizione romana: chi studia la storia delle statue di devozione sa per esempio che in alcuni secoli vi fu una tendenza ad adattare le statue mariane ad modum romanum, ovvero tingendo di bianco il mantello azzurro della Madre di Dio secondo la più pura e antica consuetudine dell'Urbe.

Il divieto assoluto di usare colori non previsti dalla rubrica, ed esplicitamente l'azzurro, è poi ribadito in innumerevoli decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dei quali cito a memoria i nn. 2704, 2784, et alia. Un indulto peculiare e restrittivo (in massima valevole solo per la festa della Concezione) riguarda esclusivamente "la Spagna e le sue colonie", non già per esempio la Francia dove pure l'abuso era diffusissimo, ma in ogni caso non certo l'Italia dagli Abruzzi in su, che mai ha conosciuto un durevole dominio ispanico (e nemmeno francese, bisognerebbe dirlo a tanti istituti "tradizionalisti"), e tantomeno l'Urbe Romana. Il fatto che storicamente questo abuso sia attestato e diffuso, non lo rende affatto meno abusivo, al massimo ci fa comprendere come la decadenza non sia un fattore solo di questi tempi, anche se all'epoca forse si era meno sfacciati nel commettere siffatti errori.

Pare, leggendo il manifesto, che la parrocchia abbia voluto tutelarsi da questa facile e assolutamente veritiera accusa dicendo che "il parato sarà dorato con motivi blu che richiamano la Divina Maternità di Maria". Ora, è vero che a fissare il tessuto pare intravedersi un fondo dorato (assai "sporco" per verità), ma i "motivi blu" risultano allo sguardo evidentemente ed inequivocabilmente prevalenti. Confortati dal giudizio della fondamentale opera di Braun e del decreto n. 2769 della Sacra Congregazione da lui richiamato, possiamo affermare essere richiesto che il colore predominante sia legittimo, e che "se [...] il disegno predomina decisivamente, allora è evidente che il colore della stoffa dipende non dal fondo ma dal disegno. È naturale che non si deve misurare il fondo e il disegno a decimetri e centimetri, ma con estimazione approssimativa" (J. BRAUN, I paramenti sacri: loro uso, storia e simbolismo. trad. it. G. Alliod, Torino, Marietti, 1914, pp. 38-42). Si sfida qualunque occhio a non percepire il blu come prevalente in questo parato. E il tutto ammettendo, e non concedendo, che nella tradizione romana fossero comuni parati aurei con decorazioni azzurre, colore inveteratamente aborrito a Roma.

In conclusione, forse per le smanie del parroco - francese, e già visto utilizzare a Roma una pianeta blu in occasione di una messa - si vuole a tutti i costi (letteralmente) un parato blu, e non importa se contraddice palesemente non solo il dettato rubricale infinite volte ribadito, ma anche il dato storico-documentario tradizionale sull'uso di Roma. Il trionfo del volontarismo. Si spera solo che, nonostante il ban del dissenso, fedeli e simpatizzanti siano opportunamente avvertiti dell'illegittimità dell'uso dell'azzurro, e conseguentemente si astengano dal contribuire coi loro beni a un grave abuso.

In nota conclusiva, ci permettiamo di segnalare il cattivo gusto dell'usare la citazione "caritas operit multitudinem peccatorum" dalla prima lettera di S. Pietro in chiusura. In tale versetto, la parola "caritas" (gr. ἀγάπη) esprime l'amore disinteressato e puro, sul modello di quello che Iddio prova per noi (il versetto, secondo l'esegesi tradizionale, non é che la traduzione prosastica dell'evangelico "Remittuntur ei peccata multa, quia dilexit multum", Lc. 7,47), e non certo l'elemosina (la carità nel senso italiano moderno). Ora, applicare questo versetto alla donazione per l'acquisto di un parato (atto in sé lodevole, se il parato fosse legittimo...) rappresenta una grave e temeraria distorsione del testo biblico, e rischia di echeggiare la scandalosa frase di un predicatore d'indulgenze del Cinquecento tedesco, contro la quale Lutero ebbe gioco facile a scagliarsi...

lunedì 22 febbraio 2021

De Kalendario Juliano et Gregoriano disputatio - 3. Alcune note sull'introduzione del nuovo stile

L’esattezza nell’osservanza dei tempi non è così importante come l’offesa della divisione e dello scisma (S. Giovanni Crisostomo, citato da Opere (in russo), I 2, San Pietroburgo, 1898, p. 667).

In un precedente post ci siamo occupati della differenza nel calcolo della Pasqua tra il calendario giuliano e quello gregoriano, spiegando come cambi il modo di riferirsi alla lunazione. Ora intendiamo presentare alcune informazioni storiche circa la progressiva introduzione, dal XVI secolo a oggi, del nuovo calendario in tutto il mondo, e dei problemi che ha comportato. L'esattezza astronomica (o, nel caso del gregoriano, la verosimiglianza con un minor margine di errore rispetto al giuliano) non è sempre necessariamente una buona cosa, specialmente quando per seguirla si modificano tradizioni antiche, si creano divisioni, e non da ultimo si complica la vita alla gente, sendoché il calendario giuliano con la sua regolarità permetteva una fruizione tabellare molto semplice per i calcoli astronomici, in assenza di rilevatori precisi come quelli moderni e di un'ampia diffusione di dati come quella possibile con le attuali comunicazioni. Questo è il motivo per cui, benché si conoscesse sin dai tempi del venerabile Beda che ci fosse uno slittamento di date, nessuno mai volle cambiare l'antico calendario, e Beda stesso fu acceso difensore del calendario e del paschalio romani, cioè giuliani, a fronte di quelli celtici; è pure il motivo per cui l'umanista e astronomo italo-francese Giuseppe Giusto Scaligero (1540-1609) si basò sul calendario giuliano per creare la sua cronologia dei giorni universali (il cosiddetto "giorno giuliano"), ancor oggi in uso presso gli astronomi come strumento più efficace per identificare rapidamente una data, come ribadito da Herscher nel 1849, proprio grazie alla ripetitività schematica del giuliano.

La bolla Inter gravissimas esprime come proprio intento quello di restaurare l'antica data della Pasqua; tuttavia il mettere mano a una questione già nota da tempo fu accelerato da un fattore molto più prosaico: dall'Impero tedesco, teatro di sanguinosa confusione tra protestanti e cattolici che non si sarebbe ben delineata sino alla Guerra dei Trent'Anni, giungevano notizie che i cattolici e i protestanti sovente pregavano nelle stesse chiese e partecipavano insieme ai riti. Una situazione, in un certo senso, simile a quella che i Padri Niceni si trovarono ad affrontare, quando alcune comunità cristiane celebravano la Pasqua insieme ai giudei. Riformare il calendario avrebbe evitato ogni possibile celebrazione comune delle feste, e perciò parve bene a Gregorio XIII, animato da alcuni vescovi centroeuropei, di procedere quanto più in fretta possibile col delineare un nuovo calendario. Il problema, semmai, è che l'introduzione del nuovo calendario non ruppe solo l'unità celebrativa con i protestanti, ma anche con l'Ortodossia e persino tra le stesse comunità cattoliche di diversi paesi.

In gran parte d'Europa e delle Americhe, dai possedimenti ispano-portoghesi d'oltreoceano allora sotto Filippo II sino alla Confederazione polacco-lituana degli Jagelloni, la gente si addormentò un giovedì 4 ottobre e si risvegliò in un venerdì 15 ottobre. Seguirono presto la Francia, le provincie olandesi cattoliche, e il resto dell'Europa cattolica entro il 1590. Per 6-7 anni la Pasqua fu celebrata diversamente in alcuni paesi cattolici, che non avevano ancora adottato il nuovo calendario, venendo così a mancare persino l'unità interna. In Polonia non mancò una forte resistenza della popolazione e dell'episcopato locale, che non vedeva il motivo per cui dovessero essere cambiate le date in cui i padri celebravano le festività, ma alla fine del secolo su pressione dei legati papali e degli ordini religiosi fu cambiato il calendario (cfr. F.K. GINZEL, Handbuch der mathematischen und technischen Chronologie: Das Zeitrechnungswesen der Völker, vol. III, Leipzig, 1914, pp. 266ss.).


W. Hogarth, Dibattito elettorale, 1755. Tradizionalmente si ritiene
che il contrasto ivi raffigurato riguardi proprio gli "eleven days".

I paesi protestanti naturalmente non adottarono il nuovo calendario inizialmente: anzi, alcune provincie olandesi, passate sotto governo protestante, riadottarono subito il giuliano; tuttavia, tra XVII e XVIII secolo, per facilitare gli scambi internazionali, quasi tutti i paesi (e di conseguenza le chiese, spesso legate alla compagine statale) passarono al nuovo stile. Danimarca e Norvegia adottarono il nuovo calendario nel 1700, ma continuarono a calcolare la Pasqua in un modo diverso, non coincidente né col giuliano né col gregoriano, impiegando le tavole rudolfine elaborate da Keplero nel 1627. Altrove vi furono problemi di calcolo: la Svezia tentò di adottarlo nel 1700, con un "adattamento graduale" da compiersi entro il 1740 per allineare le date, ma col risultato che ci furono errori e dimenticanze, e per aggiustarli ci si vide costretti a inventare... il 30 febbraio 1712! La Gran Bretagna lo adottò con il New Style Act nel 1750, e non mancarono proteste popolari al grido di: "Give us our eleven days back!". La cosa più difficile, comprensibilmente, doveva essere di punto in bianco trovarsi a festeggiare le proprie feste in una data completamente diversa da quella osservata sino a quel punto da tempi immemorabili.

Più interessante è la vicenda dell'introduzione del nuovo stile, o in realtà del neo-giuliano, un malfunzionante miscuglio tra il calendario gregoriano e il paschalio giuliano, giunta solo nella prima metà del secolo scorso, nelle Chiese Ortodosse. Attorno al 1580, il Patriarca di Costantinopoli Geremia II Tranos aveva avuto contatti col Papa di Roma, e pare fosse disponibile ad introdurre pure nella Chiesa greca il nuovo calendario. Al di là della figura controversa di questo Patriarca, in un sinodo tenutosi a Costantinopoli nel 1583, tra varie proposizioni che miravano a evitare la latinizzazione degli ortodossi della diaspora, i Padri sinodali anatemizzarono il nuovo calendario "creato da astronomi senza Dio"; secondo il sigillion sinodale, quanti desiderano questa innovazione "distruggono le usanze della Chiesa che abbiamo ricevuto dai nostri Padri".

Benché questa decisione non abbia valore dogmatico, fissa un punto molto importante: l'uso secolare non può essere interrotto senza gravi danni. E questo si vide perfettamente quando per l'introduzione del nuovo calendario al Patriarcato di Costantinopoli spinse nel 1922 il già patriarca di Alessandria ora eletto al trono fanariota, massone e più volte violatore di canoni, Melezio IV Metaxakis, seguendo una pista in verità già tracciata dai suoi predecessori Antimo VII e Gioacchino III. In Grecia, in un'epoca di panellenismo e trionfo della Megali Idea, per cui Costantinopoli sarebbe dovuta tornare greca entro pochi anni vista la sconfitta turca nel conflitto mondiale (speranza che sarà vanificata dal violento nazionalismo dei Giovani Turchi, che in quegli stessi anni iniziavano le purghe contro i Greci del Ponto, e dal pesante insuccesso militare dell'esercito greco nel 1924, che porterà peraltro alla caduta della monarchia), il Re gli venne incontro adottando a livello civile il calendario gregoriano nel 1923; il Santo Sinodo non ratificò subito l'adozione, e questo comportò alcuni problemi nella celebrazione della festa nazionale il 25 marzo / 7 aprile di quell'anno; il 10 marzo 1924 il Santo Sinodo decise di passare al neo-giuliano, e di tutta risposta i fedeli si accamparono a protestare sotto la Chiesa Metropolitana di Atene contro questa modifica dell'ordine tradizionale. Molto clero e una buona parte del popolo si rifiutò di cambiare le date tradizionali delle feste, e in una decina d'anni si andò costituendo la Chiesa dei Veri Cristiani Ortodossi di Grecia, detti comunemente paleoimerologhiti, cioè vecchio-calendaristi, che oggi conta tra i fedeli quasi il 10% della popolazione greca, e mediamente la componente più fedele e pia, e non solo religiosa per facciata, e ha ottenuto a fasi alterne nuova visibilità e fortuna grazie al suo strenuo opporsi all'ecumenismo, di cui la riforma del calendario è vista come primo passo.

Il decreto reale circa l'introduzione del nuovo calendario nel 1923. Ai punti 3 e 4 (parti sottolineate) si danno indicazioni per gestire le feste religiose, visto che ancora per un anno la Chiesa di Grecia avrebbe mantenuto il vecchio calendario.

Articolo del quotidiano Νέα Ἡμέρα dell'8 marzo 1924
circa le proteste dei fedeli contro l'introduzione del nuovo calendario

Il decreto dei Commissari del Popolo
circa l'introduzione del nuovo calendario
in Russia. Notevolmente, fu uno degli
ultimi atti ufficiali steso col vecchio stile
ortografico prima della riforma del 1918.
Contemporaneamente, tuttavia, in Russia il calendario gregoriano era stato introdotto nel 1917 dai bolscevichi e per la Chiesa adattarvisi sarebbe stato un passo verso lo stato ateo e anti-clericale, senza contare che in quegli anni essa aveva problemi ben più gravi da risolvere. Particolarmente i russi in esilio furono molto critici verso l'"avvicinamento al mondo" delle chiese che avevano adottato il nuovo calendario, e taluni sostennero apertamente la creazione delle comunioni paleoimerologhite.

A Metaxakis non interessava certo allineare il calendario al cielo, e infatti non lo fece (il neo-giuliano infatti è solo apparentemente uguale al gregoriano, in realtà accumula un ritardo diverso: praticamente, è un terzo, infondato astronomicamente e antitradizionale metodo di calcolo, che per accidens coinciderà col calendario gregoriano sino al 2800): gli premeva avvicinarlo alle chiese occidentali, in modo raffazzonato, per motivi ecumenisti, e al contempo seminare la divisione tra le chiese ortodosse in un momento già difficile. La chiesa bulgara, che adottò il nuovo calendario, era considerata eretica da tutte le altre; la chiesa di Romania barattò il nuovo calendario col titolo patriarcale per Bucarest, ma pure lì una buona fetta di popolazione rifiutò l'innovazione, e oggi si contano circa tre milioni di vecchi calendaristi in Romania, senza contare quelli all'estero.

C'è un bel video in cui padre Paisios, parlando con un fedele paleoimerologhita, pronuncia questa frase: «Τὸ νέο ἡμερολόγιο ἔκανε Πάπας, τὸ παλαιὸ εἰδωλολάτρης» - "Il nuovo calendario lo ha fatto il Papa, il vecchio lo ha fatto un idolatra (Giulio Cesare)". La frase, volta a minimizzare l'aspetto dogmatico del calendario, s'inserisce in un discorso più ampio in cui il padre Paisios critica non già l'uso del vecchio calendario (che del resto lui stesso usava sulla Sacra Montagna), bensì il movimento paleoimerologhita come modo di essere, divisivo della comunione dei fedeli greci, della stessa famiglia del suo interlocutore (la cui moglie era di nuovo calendario), e fanatico dacché ritiene che i neo-calendaristi si danneranno. Lo stesso discorso, tuttavia, al di fuori del caso specifico che riguarda la realtà dei vecchi calendaristi greci, si potrebbe fare al contrario: forse che l'adozione del nuovo calendario in alcuni paesi non ha portato divisione, incomprensione e distanza tra le varie Chiese Ortodosse?

(Continua...)

domenica 21 febbraio 2021

L'ultima domenica dopo l'Epifania in rito ambrosiano

C. De Predis, Guarigione del figlio lunatico,
miniatura di XIV secolo
di Nicola de Grandi

Il tempo dopo l’Epifania ambrosiano presenta caratteristiche interessanti e peculiari, specie in confronto con la corrispondente stagione liturgica romana. Infatti, in rito romano, sin dalla sua prima attestazione - il Lezionario di Würzburg, scritto nel 700 c.a. - vi è un numero elevatissimo di pericopi evangeliche assegnate a questo tempo liturgico, addirittura fino a superare il numero delle possibili domeniche prima della Quaresima. Con il Comes di Murbach, di un secolo successivo, il tempo dopo l’Epifania romano è già pienamente strutturato. 

In rito ambrosiano invece, come dimostrano i primi testimoni del suo antico ordo lectionum, il tempo dopo l’Epifania si forma solo molto gradualmente. Inoltre, in rito romano non si omette mai alcuna delle domeniche situate fra l’Epifania e l’inizio del tempo pre-quaresimale, al punto che le rubriche successive alla riforma tridentina prescrivono di recuperare le domeniche perdute trasferendole nel tempo dopo Pentecoste. Il ciclo delle Domeniche dopo l’Epifania è dunque considerato come un mosaico unitario, ciascuna delle cui tessere deve ogni anno essere presente, anche se in posizioni diverse. Di contro, in rito ambrosiano, le domeniche che in ogni anno non ricorrono vengono semplicemente omesse. Questo si spiega come memoria del fatto che esse furono aggiunte, attingendo largamente dai libri romani, per riempire lo spazio disponibile prima della Quaresima.

Unica, significativa eccezione, prevista già dall’ordo noto come “Beroldus novus” del 1269, è l’ultima domenica del tempo dopo l’Epifania - segnata sul messale attuale come “Sesta Domenica dopo l’Epifania”, e in quelli d’età pre-borromiana “Quinta dopo l’Epifania”, poiché la sesta non ricorre se non in casi molto rari.  Essa non può mai essere omessa, e i testi liturgici di questa domenica vengono sempre utilizzati per l’ultima prima dell’inizio del tempo pre-quaresimale. Per cercare di comprendere le ragioni di questa peculiarità è utile tornare ancora sinteticamente sulla storia del tempo liturgico dopo l’Epifania nei libri ambrosiani.

Il Codice di Busto, come ha dimostrato Mons. Borella, contiene tracce di un ordo lectionum molto antico, sicuramente precedente alla revisione di età carolingia del nostro rito. All’interno dello stesso codice, ed in particolare proprio per questa stagione liturgica, è inoltre possibile ravvisare fra il Capitolare e l’Evangelistario  prove di due fasi redazionali distinte e successive, in cui il Capitolare rappresenta lo stadio più antico. Il Capitolare registra infatti letture per le sole prime due domeniche dopo l’Epifania, senza segni di correzioni posteriori, mentre l’Evangelistario fissa le pericopi delle prime quattro, riportando inoltre correzioni nell’ordine delle stesse, allo scopo di avvicinarsi al modello romano. Terminato il ciclo delle domeniche dopo l’Epifania, inoltre, il Capitolare attesta uno stadio del tempo pre-quaresimale in cui ancora non è presente la Domenica in Settuagesima, mentre l’Evangelistario la registra già. In nessuno dei due codici è invece ancora presente un testo per la Quinta domenica dopo l’Epifania, di cui ci stiamo ora occupando.

Nell’Evangelistario dei Cardinali Diaconi (seconda metà del IX sec.), nel Missale Bergomense (metà IX sec.) e nel Messale di Biasca (fine IX sec.), ormai pienamente conformi alla risistemazione carolingia, compare lo stesso ordine delle letture delle prime quattro domeniche del tempo dopo l’Epifania del Busto “corretto”. Negli ultimi due, trattandosi di messali plenari, inoltre va gradualmente aggiungendosi anche l’eucologia. In questo ultimo codici si è inoltre ormai stabilizzato anche il testo evangelico per la “Quinta Domenica dopo l’Epifania”, che è tutt’ora conservato nel Messale Ambrosiano. Dobbiamo dunque concludere che essa si stabilizzò nell’ordo lectionum ambrosiano con l’intervento carolingio.

Esso è tratto dal XVII capitolo del Vangelo di San Matteo. Ne riportiamo di seguito il testo in traduzione: “Il quel tempo, si avvicinò al Signore Gesù un uomo che, gettatosi in ginocchio, gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è lunatico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell'acqua; l’ho già portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo». E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatemelo qui». E Gesù gli parlò minacciosamente, e il demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli rispose: «Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile.  Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno “. (Matt. 17, 14-20)

L’epifonema conclusivo fa sì che questa pericope acquisisca una intonazione chiaramente penitenziale, perfettamente consentanea al successivo tempo pre-quaresimale. Inoltre la pericope del Vangelo di Matteo, a differenza delle altre di questa stagione, non ha alcun parallelo nella tradizione romana, dunque il suo inserimento non può essere causata una volontà romanizzante. Come giustificare dunque la sua introduzione, e la peculiare funzione che essa assume nell’ordo lectionum ambrosiano?

Una acuta annotazione di Patrizia Carmassi ci instrada forse verso una possibile risposta. Il lezionario della Biblioteca Ambrosiana A 23 bis inf., risalente al XIII sec., ma certamente ricopiato da un antigrafo molto più antico, contiene un elenco di “lectiones” profetiche per tutto l’anno liturgico, e presenta una correzione molto significativa proprio sulla Quinta Domenica dopo l’Epifania. La rubrica “Dominica Quinta post Epiphaniam” vi è difatti cancellata con un tratto di penna, e sostituita con “Dominica in Septuagesima”. Dobbiamo dunque supporre che l’antigrafo da cui il copista stava traendo i testi non riportasse ancora la Settuagesima, ma solo la Quinta Domenica dopo l’Epifania. Accortosi del problema, il copista sentì di dovere operare una sostituzione - e non una aggiunta - di quest’ultima con la Settuagesima. I due testi dovevano dunque in qualche modo essere sentiti come alternativi nel loro ruolo di introduzione alla stagione pre-quaresimale. Scegliere la Settuagesima doveva comportare la cancellazione della Domenica Quinta come introduzione al tempo della Pre-Quaresima.

Possiamo forse trovare conferma a questa ipotesi nel codex Mediolanensis, un evangeliario sicuramente appartenente alla provincia ecclesiastica milanese che riporta note liturgiche di VII- VIII sec. Nella sua redazione originale esso, come il Capitolare di Busto, non prevedeva né le domeniche IV e V dopo l’Epifania né la Settuagesima. Tuttavia, in quello stesso secolo IX in cui i libri “propriamente ambrosiani” stavano subendo la revisione carolingia, furono aggiunte da una nuova mano le annotazione per le domeniche IV e V dopo l’Epifania, con gli stessi testi che si trovano nei messali ambrosiani. Non si aggiunse invece la Settuagesima, che in età carolingia già sicuramente esisteva. Evidentemente, anche in questo caso, il copista dovette considerare i due testi equivalenti e alternativi. Inserendo la Domenica Quinta, la Settuagesima risultava in qualche modo superflua. I compilatori dei due Messali di Biasca e Bergamo e l’Evangelistario dei Cardinali Diaconi invece, proseguendo sulla linea di una risistemazione generale del calendario liturgico che lascia meno “vuoti” possibile, optarono per inserire entrambe le domeniche. Una scelta più coerente nell’ottica ordinatrice propria della revisione carolingia, ma meno coerente da un punto di vista tematico.

Ma esiste una prova esterna ai codici fin qui elencati che possa giustificare l’uso della pericope matteana come introduzione al tempo pre-quaresimale? Esaminando le tradizioni liturgiche non romane, è possibile scoprire alcuni indizi.

Nella tradizione A del Rito Ispanico, la più antica delle due esistenti, conservataci dal Liber Commicus, datato dal VII al IX secolo, è presente una sola domenica pre-quaresimale denominata “ante carnes tollendas”. La pericope evengelica prevista per quel giorno è Matt. XVII, 1-20. Essa abbraccia dunque l’ampia porzione del capitolo XVII che va dalla Trasfigurazione all’episodio del figlio lunatico presente anche nella nostra pericope ambrosiana.

In due dei lezionari pervenutici dell’antico rito gallicano - quello di Luxeuil con note del VI sec. e quello frammantario conservato a Würzburg del VII sec. - la lettura della stessa Domenica, qui denominata “post Cathedram S. Petri”, è circoscritta a Matt. 17, 1-9: la Trasfigurazione. L’episodio della Trasfigurazione in molte tradizioni liturgiche - inclusa quella romana che legge questa pericope alla Seconda Domenica di Quaresima - è collegato al periodo di preparazione alla Pasqua. Infatti le figure di Mosè ed Elia, che appaiono accanto al Signore rivestito di gloria, sono considerate prefigurazioni dei catecumeni, in quanto compirono entrambi un digiuno di quaranta giorni per santificarsi prima di vedere Dio, così come faranno i catecumeni nei quaranta giorni precedenti alla Pasqua. Questa interpretazione è già nota al nostro S.Ambrogio, che vi accenna nel suo “Commento al Cantico dei Cantici” 15, 1857d: “Moyses in monte positus quadraginta diebus Legem accipiens, cibum corporis non requirebat: Elias ad illam festinans requiem, rogabat ut acciperetur anima sua a se: Petrus aspiciens et ipse in monte Dominicae resurrectionis gloriam, nolebat descendere, dicens: Domine, bonum est nos hic esse.” - “Mosè stando sul monte quaranta giorni per ricevere la Legge, non aveva bisogno di cibo per il suo corpo; Elia, affrettandosi al suo riposo, chiedeva che Dio prendesse la sua anima; Pietro vedendo anch’egli sul monte la gloria della Resurrezione del Signore, non voleva discendere e  disse: Signore, è bello stare qui”.

La tradizione mozarabica invece, come detto, prolunga l’estensione della pericope della unica “Dominica ante carnes tollendas” sino ad includere l’episodio del “figlio lunatico”. Come giustificare questa scelta? Sant’Isidoro di Siviglia (565- 636) nel suo “Sugli Uffici Ecclesiastici” legge l’esorcismo di Cristo al figlio lunatico come figura dell’esorcismo battesimale: «Exorcismus autem sermo increpationis est contra immundum spiritum in energumenis, sive catechumenis factus, per quem ab illis diaboli nequissima virtus et inveterata malitia, vel violenta incursio expulsa fugetur. Hoc significat lunaticus ille, quem increpavit Jesus, et exiit ab illo daemonium (Matth. XVII). Potestas autem diaboli exorcizatur, et insufflatur in eis, ut ei renuntient, atque, eruti a potestate tenebrarum, in regnum sui Domini per sacramentum baptismatis transferantur.» (De ecclesiasticis officiis, 83) -  «L’esorcismo è poi una preghiera deprecatoria contro ad uno spirito immondo pronunziata sui posseduti, o sui catecumeni, grazie a cui vengono espulse da loro e messe in fuga la malvagia potenza del diavolo, e la sua inveterata malizia. Questo è il significato di quel lunatico che rimproverò Gesù, e da cui uscì un demonio (Matt. XVII). Viene esorcizzata la potenza del diavolo e si soffia su di loro, affinché vi rinunzino e, strappati dalla potenza delle tenebre, siano portati nel regno del loro Signore attraverso il sacramento del battesimo».

Questa lettura tipologica di Sant’Isidoro incontrò grande fortuna nell’VIII secolo, tanto da trovarsi riprodotta quasi letteralmente nelle numerose “Expositiones” - florilegi di sentenze dei Padri sul rito del battesimo che furono inviate nell’anno 812, poco dopo la conquista carolingia della Langobardia Maior, in forma di lettera a Carlo Magno da numerosi Vescovi dell’Impero. Ci sono pervenute le versioni di Amalario Fortunato di Treviri, Jesse di Amiens, Teodolfo di Orléans, Leidrado di Lione e, in territorio italico, Massimo di Aquileia e Odilberto di Milano. Esse fanno tutte riferimento all’episodio del figlio lunatico in un contesto di preparazione al battesimo con queste parole: «Hoc significavit lunaticus ille quem increpavit Dominus Jesus, et exiit ab isto daemonium. Potestas autem diaboli exorcizatur et insufflatur in eis, ut ei renuntient; atque erepti a potestate tenebrarum, in regnum sui Domini, per sacramentum baptismatis, transferantur.» - «Questo fu infatti il senso di quel figlio lunatico, che il Signore Gesù rimproverò, facendone uscire un diavolo. Infatti, la potenza del diavolo viene esorcizzata in costoro [scil. nei catecumeni] e si soffia su di essi, affinché vi rinunzino; e affinché infine essi, rapiti dal potere delle tenebre, vengano portati, per mezzo del sacramento del battesimo, nel regno del Signore».

L’introduzione di questo episodio evangelico in preparazione al tempo quaresimale nelle tradizioni ispanica e ambrosiana può dunque certamente essere attribuito alla sua lettura figurale, testimoniata già nel VI secolo in Isidoro di Siviglia, ma poi largamente diffusa e accettata in tutto l’Occidente cristiano. Mentre dunque, fra i due episodi narrati nelle due pericopi contigue, entrambi interpretati come prefigurazione del battesimo, il rito ispanico inserisce nella preparazione alla Quaresima ambedue, il rito gallicano solo il primo, e la tradizione ambrosiana scelse di inserire solo il secondo. Dunque, mentre la pericope matteana della Trasfigurazione non figurò dunque mai nel “proprium de Tempore” del rito ambrosiano - nel nostro ordinamento essa è invece il Vangelo della festa di San Genesio - l’episodio del figlio lunatico divenne a tal punto caratterizzante della introduzione ambrosiana alla pre-quaresima che si stabilì la consuetudine, poi codificata già nel Beroldo Nuovo, di non ometterne mai la proclamazione prima dell’inizio del tempo pre-quaresimale.

mercoledì 17 febbraio 2021

Il demiurgo malvagio e la natura matrigna: le risposte al male nel mondo di chi ignora la Genesi - Risposte a un lettore

Riceviamo da un lettore e rispondiamo.

Sul giornale Libero, del 9 Febbraio, a firma di Vittorio Feltri, esce, in prima pagina, un articolo dal titolo spaventoso: “Chi ha creato la natura è peggio di Hitler”. Non si tratta di una domanda, bensì di un'affermazione.

E' solo una provocazione o è un irresponsabile attacco alla Fede delle persone? 

Il titolo sembra già presagire qualcosa di forte, di eccessivo, ma bisogna leggere attentamente tutto l'articolo per capire che ci troviamo davanti ad una negazione totale di Dio, ad un crudo attacco nei confronti dell'Onnipotente, sulle pagine di un giornale nazionale. 

Confesso che questo articolo, scritto da un uomo che ho sempre seguito con interesse, mi ha devastato. Non posso negare alcune considerazioni che Feltri fa sulla “violenza” della natura, se proprio dobbiamo usare questo termine. I terremoti esistono, esistono i tornado, gli uragani, le eruzioni vulcaniche ecc. e non posso negare nemmeno l'esempio che Feltri fa della mosca prigioniera nella tela del ragno o della caccia crudele del topo da parte del gatto. 

Il mio “problema”, ma credo sia il problema di molte persone come me, è l'incapacità di capire il senso di molte cose, il senso di questa natura così forte e, a volte, tragica. E in questa mia incapacità, l'irruzione di Feltri provoca terremoti e tsunami ben più violenti di quelli naturali da lui citati. 

La Chiesa ufficiale, chiamiamola così, non sembra accorgersi di certi attacchi e forse non è nemmeno interessata a rispondere, ma noi, che non siamo ancora schiavi del mondo, cosa possiamo rispondere al giornalista? 

Lo dico perché ritengo sia necessario trovare delle parole adatte, pacate e concrete, che possano reagire a quelle accuse così intense, e tranquillizzare gli animi più sensibili.

Grazie.

Giovanni Cismondi – Monfalcone 

***

Caro Giovanni,

prima del contenuto dell'articolo, voglio commentare un momento la lunga premessa che lo stesso Feltri fa per specificare la sua concezione decisamente ateistica. Senza entrare in considerazioni strettamente politiche, ma restando a livello di analisi filosofica delle ideologie, Feltri è la "penna", o l'intellettuale per usare un'espressione molto comune specie in ambienti di sinistra, di quell'ampia corrente che potremmo definire centrodestra neo-liberale. Essa si dispone al centro, con una tendenza vagamente conservatrice, all'interno del quadro rivoluzionario, scaturito dall'illuminismo e poi marcato dal liberalesimo, nel quale s'inserisce convintamente, sostenendone tuttavia una matrice classica e liberista. Questo schieramento non di rado utilizza ipocritamente dei concetti strumentali alle proprie bandiere ideologiche: purtroppo, tra questi strumentalizza pure la Fede, utilizzata come un mero bagaglio di valori etici e soprattutto culturali "conservativi", nemmeno tradizionali. Il fatto che i leader di questo schieramento si appellino sovente all'elettorato "cattolico" è una pura conseguenza del fatto che il sostrato culturale in Italia è quello - dopodiché, sono apertamente abortisti; in Grecia i loro omologhi si rivolgono all'elettorato "ortodosso", ma chiudono le chiese e sanzionano i vescovi; negli USA ai protestanti, in Israele ai giudei, in alcuni paesi islamici modernizzati ai musulmani. Non affermano la verità di una religione, ma la continuità di un concetto culturale che s'identifica superficialmente con un'identità religiosa qualsiasi, pur sempre in un'ottica liberale e indifferentista.

Feltri ha indubbiamente un rarissimo pregio: una franca schiettezza. Con la tale schiettezza, egli chiama con epiteti confacenti ma poco politically correct i sodomiti, pur - da buon liberale - non essendo in alcun modo contrario alle loro unioni "purché non diano fastidio". Parimenti, afferma senza problemi di essere ateo, mentre tanti suoi compagni d'idee si dicono a parole cristiani pur comportandosi in modo esattamente contrario.

Willem van der Velde il giovane, Tempesta, 1700
La contemplazione della potenza della natura ci
ricorda peraltro la nostra condizione di creature,
e ci apre la strada verso Colui che è potente,
perché in lui ricerchiamo la grazia e mediante
questa possiamo deificarci in lui sovra tali potenze.
Il problema della "natura cattiva" non l'ha certo inventato Feltri: se lo ponevano già gli antichi. Ad alcuni cristiani dei primi secoli, influenzati dal manicheismo, pareva talmente incomprensibile che arrivarono a "sdoppiare" Dio, credendo in un Dio buono "del Nuovo Testamento" e un Dio giusto ma malvagio "dell'Antico Testamento" (marcionismo), o addirittura sostenendo che il Creatore dell'antico testamento non sia Dio ma Satana, un demiurgo malvagio (manicheismo, gnosticismo, bogomilismo, catarismo...). Queste eresie, sono la risposta sbagliata nata in un'epoca in cui era incomprensibile non ammettere un Creatore, e talora giungevano a proporre in conseguenza un rifiuto estremo della corporeità e della materialità, per una idolatrica spiritualità totale, nella quale si travalicavano i limiti del cristiano contemptus mundi per arrivare all'automutilazione, al rifiuto del matrimonio e della procreazione, al martirio procurato (circoncellioni); la risposta di Feltri, che poi pare a tratti uno stadio embrionale un po' confusionario del cosiddetto (senza troppa esattezza) pessimismo cosmico delle operette leopardiane (alcune frasi rammentano da vicino il dialogo dell'Islandese e della Natura), è invece figlia diretta dell'illuminismo, dell'incomprensibile presunzione dei moderni di poter supporre un ordine senza ordinatore. Almeno Paley sosteneva che Dio c'era e che ha creato tutto e poi lasciato che andasse avanti da solo: certo discolpava Dio dal male del mondo, ma negava completamente l'azione continua di Dio nel mondo che ci è stata rivelata e provata.

Abbiamo visto risposte diverse e sbagliate a un medesimo problema, quello che S. Agostino - che era stato manicheo in gioventù - definì con questo interrogativo: Si Deus bonus, unde malum? Ma la risposta sta ovviamente nella Scrittura e nell'interpretazione dei Padri, purtroppo mai abbastanza conosciute. L'armonia originaria del cosmo è stata rotta dal peccato originale, dalla scelta deliberata dei protoparenti di mangiare dell'albero proibito e di conoscere il bene e il male, di privarsi dell'abito della grazia. Privi di tale abito, le bestie cui Adamo imponeva il nome e che soggiogava gli si sono rivoltate contro; la terra non regalò più frutti per il suo nutrimento, ma egli si vide costretto a lavorarla con fatica, e a patire le sofferenze che questa stessa gli apportava, appunto gli uragani, i terremoti, le inondazioni... certo talora, in casi particolarmente funesti, questi sono strumenti di Dio per punire il suo popolo e invitarlo alla conversione, ma generalmente sono il frutto del disordine, della disarmonia tra uomo e cosmo comportata dal peccato originale e rinnovata dai peccati degli uomini, i quali per conseguenza del peccato ancestrale hanno una tendenza intrinseca al trasgredire la legge divina, che solo l'ascesi e la ricerca della grazia possono vincere. L'uomo che vive nella grazia esperisce a livello personale l'armonia originaria del cosmo, e ne sono testimonianza i santi che hanno tranquillamente parlato agli animali selvaggi, come san Serafino di Sarov e san Sergio di Radonezh all'orso.

E' un concetto semplice, eppure sovente dimenticato; perché non è certo piacevole ammettere che le colpe degli uomini sono l'origine del male che si subisce. Solo la negazione della verità scritturale e della Genesi può portare ad ammettere le letture ateistiche della Natura Matrigna; pure la chiesa moderna nega, al pari degli atei, la veridicità storica della Genesi, del peccato originale: li interpreta simbolicamente, e con tale negazione cade nella trappola di non saper dare spiegazione al male. Ma noi che crediamo nella Scrittura e nella Rivelazione, che abbiamo a spartire con questi? Abbiamo già le risposte.

martedì 9 febbraio 2021

L'Inno "Ave Maris stella"

Un'immagine della Madre di Dio
γοργοεπήκοος, cioè "che ascolta
rapidamente" le nostre preghiere.
Oggi, 9 febbraio, ricorre nel rito bizantino l'apodosis della festa della Presentazione al Tempio; approfittiamo di questa ricorrenza, pure mariana, per pubblicare un contributo del nostro collaboratore Luca Farina sulla devozione alla Madre di Dio, attraverso l'inno del Vespro "Ave Maris Stella". 

Una delle componenti fondamentali della nostra fede è l’equilibrio: la Verità è spesso minacciata dai due estremi opposti. Accade per Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, contro le tesi dei monofisiti e degli ariani; così avviene per la Santissima Madre di Dio, schiacciata da un lato dalle definizioni mariolatriche (in senso stretto si vedano le dottrine palmariane, in senso largo alcuni autori ottocenteschi) e dall’altro dalla teologia dal basso, antropocentrica, quella dei teologi come Karl Rahner. Per rimanere nel sano equilibrio è necessario fare riferimento alla Tradizione, di cui i testi liturgici sono tesori sempre vivi e attuali.

Uno dei componimenti mariani che possiamo citare è l’inno Ave Maris Stella: ne proponiamo il testo seguito da note di commento.

Ave maris stella,
Dei Mater alma
atque semper virgo
felix coeli porta.

Sumens illud ave
Gabrielis ore
funda nos in pace
mutans Evae nomen.

Solve vincla reis,
profer lumen caecis,
mala nostra pelle,
bona cuncta posce.

Monstra te esse matrem,
sumat per te preces
qui pro nobis natus
tulit esse tuus.

Virgo singularis
inter omnes mitis,
nos culpis solutos
mites fac et castos.

Vitam praesta puram,
iter para tutum
ut videntes Jesum
semper collaetemur.

Sit laus Deo Patri,
summo Christo decus,
Spiritui Sancto
tribus honor unus. Amen.

La melodia gregoriana dell'inno

L’inno consta di sette quartine di senari non rimati, con accento sulle sillabe dispari. Fa eccezione il verso 3 della strofa 5, che doveva suonare come Culpis nos solutos; forse si tratta di errore per lectio facilior, portando il complemento oggetto nos in posizione forte.

Come per molti inni antichi, non si può stabilire con certezza il suo compositore. La devota attribuzione a San Bernardo, in quanto devoto alla Vergine, si rivela patentemente falsa, poiché l’inno si trova nel Codex Sangallensis 51 dell’omonima abbazia svizzera (esso è datato tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo), mentre l'abate cistercense visse tra il 1090 ed il 1153. Pertanto, i nomi proposti vanno filtrati con tale, significativo, terminus ante quem. Sarebbe accettabile una figura come quella di San Venanzio Fortunato (530-607), ma sarebbe quantomeno interessante da comprendere come egli possa essere l’autore di un testo come questo, tutto sommato semplice, e contemporaneamente di uno molto più complesso come il Pange lingua gloriosi proelium certaminis; sulla base di analisi metriche e retoriche il filologo Federico Leo lo pone tra le composizioni spurie del santo, e così concorda il suo collega Carl Weyman, nonché l’innologo gesuita Clemens Blume. Tra i nomi accettabili potrebbe figurare anche quello del monaco Paolo Diacono (720 circa-799). Sicuramente da scartare è invece Roberto II di Francia (972-1031).

Il componimento è stato inserito nell’ufficio romano, e la prima strofa è cantata in ginocchio. Esso si trova come inno dei Vespri delle feste mariane, se non dotate di testo proprio.

Nella prima strofa Maria è salutata come stella del mare: è un antico appellativo, che si trova anche nelle litanie lauretane e nell’antifona Alma Redemptoris Mater; la fonte biblica si situa nella visione avuta sul monte Carmelo e narrata in III Reg XVIII 41-45. L’immagine della Vergine come porta del cielo si trova anch’essa tanto nelle litanie quanto nella succitata antifona.

La seconda strofa mette in relazione l’incarnazione (tramite l’episodio dell’Annunciazione) con il peccato originale; molti commentatori notarono il gioco di parole tra Eva e Ave: si trova talvolta l’immagine di Maria come “nuova Eva”, da ben comprendere per evitare il pericolo di porre la Madre di Dio sullo stesso piano del Figlio nell’opera di redenzione (della dottrina eterodossa della corredenzione si è parlato qui, ndr).

Le strofe rimanenti non presentano immagini a mio avviso rilevanti, ma sono costituite, come è possibile leggere sopra, da invocazioni di vario tipo, fino a quella di condurre, così come fa una stella, verso il mistero divino.

Oltre alla versione gregoriana, l’inno è stato musicato da moltissimi compositori, dai rinascimentali Palestrina e Orlando di Lasso ai barocchi Monteverdi e Frescobaldi (nonché il luterano Bach), fino alle più recenti composizioni di Perosi e di Nino Rota (non sempre a scopo liturgico). Un inno semplice, ma che ha attraversato la storia della musica europea.

L'inno nella versione polifonica di Orlando di Lasso

Certamente l’idea della stella-guida ci può sembrare un po’ strana, forse antica e con un certo gusto romantico; era invece ben chiara ai naviganti che, prima dell’avvento di carte precise e di strumenti di orientamento, facevano grande affidamento sull’osservazione degli astri per comprendere la direzione da seguire. In un mare in tempesta come il nostro, la Vergine Santa accompagni i suoi fedeli nel cammino verso Nostro Signore Gesù Cristo. Devotamente, riscopriamo il canto di questo antico inno per ritrovare la sana devozione a Maria, senza derive eretiche o sentimentalistiche.

giovedì 28 gennaio 2021

Pensieri sulla seconda festa di S. Agnese, le "Ottave semplici" e le "Ottavuncole"

Oggi ricorre quella che nel calendario tridentino è segnata come S. Agnetis secundo, cioè la festa di S. Agnese "per la seconda volta", che cade esattamente sette giorni dopo la prima. La coincidenza è troppo grande per non pensare al residuato di un antica ottava, e proprio così la intese dom Suitbert Bäumer nella sua Storia del Breviario, adducendo la tesi che a Roma anticamente le ottave consistessero solo dell'ottavo giorno, e non dei giorni infra octavam che sarebbero stati un'influenza francescana, eccettuate quelle più importanti del Signore, dell'Assunzione e di S. Pietro, fondandosi su un ambigua indicazione del Micrologus de Ecclesiasticis Observantiis di Beroldo di Costanza (1085). Tale interpretazione tuttavia stride con il quasi coevo Ordo Romanus XI, attribuito a un canonico di San Pietro di nome Benedetto vissuto nella prima metà dell'XII secolo, che descrive come celebrare i giorni infra octavam di S. Lorenzo e S. Giovanni Battista, tra gli altri. Simili dati, peraltro, ricorrono pure negli scritti di Papa Innocenzo III, che, coevo di Francesco, difficilmente si potrebbe dire influenzato dai francescani in materia liturgica. Nondimeno, la tesi di Bäumer ebbe piuttosto seguito all'epoca, e fu probabilmente alla base dell'introduzione delle "ottave semplici" nella riforma di Pio X, di cui parleremo poi.

L'ipotesi di Bäumer, però, non è nemmeno confermata dai testi liturgici più antichi. Né il lezionario di Wurzburg (700 c.a.), né il quasi coevo Sacramentario Gelasiano parlano di "ottava" nel caso di S. Agnese, riportandone invece semplicemente un duplice Natalis, mentre ne parlano per S. Lorenzo o i Ss. Pietro e Paolo. L'eucologia gelasiana sembra suggerire, così come la lettura agiografica del notturno del 28 gennaio, che il 21 abbiano inizio i suoi tormenti, mentre il 28 ella nasca al cielo e visiti in sogno la figlia dell'imperatore Costantino.

Tuttavia, la coincidente durata dell'intervallo con quello di un'ottava, ha certamente fatto sì che in molti luoghi si diffondesse la pratica di celebrare una vera e propria ottava di S. Agnese, in una forma tuttavia particolare; tra questi luoghi si può annoverare l'ambito d'influenza aquileiese, che iniziò successivamente a celebrare nella medesima forma pure l'ottava di un altro santo d'Occidente assai venerato, Martino di Tours. Tale forma di ottava si conserva intatta nel calendario della Ducale Basilica di S. Marco fino alla sua ultima edizione, nel 1805, prima della soppressione del rito proprio in seguito all'invasione napoleonica, con il nome di "Ottavuncola".

Le due ottave nel Missale Aquileyensis Ecclesiae del 1517 (Venetiis, Liechtenstein). La rubrica al folio corrispondente indica che una commemorazione dell'ottava è da farsi in tutti i giorni fra l'ottava, nisi festum duplex vel ix. lectionum occurrerit. Il giorno ottavo è trium lectionum.

Le due ottavuncole nel Kalendarium perpetuum ad usum cleri Sanctae Marcianae Basilicae Venetiarum servatis ordine coeremonialis, atque immemorabili ejusdem consuetudine, Venetiis, Nardini, 1805. A differenza della rubrica cinquecentesca, la commemorazione durante l'ottava è fatta pure nelle feste doppie e semidoppie che vi ricorrano.

Com'è noto, nel rito romano precedente la devastazione piana esistevano solo "ottave", in generale: ognuna poi aveva le sue particolarità, espletate nelle singole rubriche del Santorale o del Temporale, quanto a modalità, precedenze, etc. Il Breviario del 1913, invece, introduce una distinzione delle ottave in varie classi: privilegiate di I ordine (Pasqua e Pentecoste), di II ordine (Epifania, Corpus Domini), di III ordine (Natale, Ascensione), comuni (Giovanni Battista, Pietro e Paolo, Assunzione, Ognissanti, Imm. Concezione, santo patrono della chiesa e della diocesi, dedicazione della chiesa e della cattedrale diocesana), semplici (S. Lorenzo, Natività della Madonna, S. Stefano, S. Giovanni Apostolo, Ss. Innocenti). Nello specifico: le ottave privilegiate regolarizzano con una ostinata categorizzazione i già presenti privilegi delle ottave del Signore; l'unica a ricevere un ampliamento di privilegi è il Corpus Domini, per compensare la perdita contemporanea del precetto. Le ottave comuni restano sostanzialmente immutate (eccetto un cambio nella modalità di commemorazione al Vespro). Le ottave di tutte le feste doppie di II classe, che un tempo non differivano dalle doppie di I classe dei santi, sono ridotte a "semplici"; una maggior acribia fu riservata alle ottave locali che non fossero quelle dei patroni del luogo o della chiesa: specialmente per quelle di feste doppie di II classe, si operò la loro completa distruzione.

Cosa significa ottava semplice? Significa che di essa non si fa nulla durante i sei giorni che la seguono, ma si commemora solo e soltanto il giorno ottavo, con rito semplice. Lo "scandalo" di queste ottave è che di fatto non esistono, perché per sei giorni non succede nulla, e solo l'ottavo ci si ricorda di commemorarle; il senso delle ottave invece, come dei μεθεόρτια bizantini, è prolungare continuativamente per un certo numero di giorni la festa, non riassumerla ex nihilo sette giorni dopo: di fatto, quest'ultimo significa fare esattamente ciò che i sacramentari antichi ci propongono per S. Agnese, ma che abbiamo visto non essere affatto un'ottava in origine! Non ci sono precedenti storici per delle ottave "vuote" come quelle inventate da Pio X. A ciò si aggiunga, quale ulteriore bistrattamento, che l'ottava della Natività della Madonna esiste solo in teoria, perché la festa dei Sette Dolori (prima fissata alla terza domenica di settembre) viene messa in data fissa al 15 settembre, e impedisce con la sua concorrenza de eadem persona addirittura la memoria dell'ottava. L'ottava di S. Stefano in 4 anni su 7 è solo commemorata, perché impedita dalla festa d'idea del Nome di Gesù ivi piazzata; l'ottava di S. Lorenzo è oscurata dalla festa di S. Pasquale Baylonne, spostata dal 16 per far posto a sua volta a uno spostamento di S. Gioacchino, e la bella messa propria dell'ottava del diacono martire è presente nei messali piani solo per ricordo dei bei tempi andati.

Visto che siamo in tema, possiamo ricordare che la riforma piana scempiò pure le domeniche infra octavam (fatta eccezione per quelle infra le ottave privilegiate): se in precedenza esse assumevano il colore dei paramenti e il prefazio dell'ottava, oltre alla commemorazione della stessa, dal 1913 esse tengono i paramenti verdi e il prefazio trinitario. L'uso di impiegare i paramenti del colore della festa nelle domeniche fra le ottave è in uso pure nel rito bizantino (nel tipico slavo, dove l'uso dei colori è normato e non è consuetudinario o basato sulla semplice alternanza di chiari e scuri come nell'uso greco), e invece è scomparso nel rito romano nel XX secolo. Chiaramente la semplificazione piana delle ottave era prodromica alla loro quasi totale soppressione nel 1955, quando si mantengono solo quella Pasquale, quella di Pentecoste e quella di Natale, (ignorando che quella dell'Epifania era più antica e venerata di quella del Natale!), alle quali sarà sottratta l'ottava di Pentecoste nel 1969 (alla quale rimozione è legata la famosa leggenda della lacrymatio Pauli VI).

Ben diversa dall'ottava semplice è l'ottavuncola: essa infatti è una vera e propria ottava, quindi commemorata tutti i singoli giorni, ma appunto solo e soltanto commemorata e non di rito semidoppio come i giorni infra un'ottava comune (che scalzerebbero feste semplici e salterio feriale); il giorno ottavo è celebrato come semidoppio nel calendario della Ducale Basilica, mentre in quello aquileiese cinquecentesco è semplice: in ambo i casi meno ingombrante del doppio di un'ottava comune.

L'ottavuncola è dunque un ottimo sistema, dotato di precedenti storici insigni nelle nostre terre, per mantenere tutte le ottave, pure quelle locali, con il loro carattere proprio di ottava senza ingolfare il calendario liturgico. Nella proposta di calendario che curiamo settimanalmente, abbiamo adottato l'ottavuncola di S. Agnese, e intendiamo provare a usare l'ottavuncola per buona parte delle ottave "semplificate" sotto Pio X e alcune di quelle locali venete (Presentazione della Madonna, Redentore...), in modo da serbarne l'uso e la consistenza tradizionali, pur soddisfacendo alla necessità oggettiva di liberare il calendario (che perseguiamo pure attraverso la sana semplificazione di molte feste).

mercoledì 27 gennaio 2021

S. Giovanni Crisostomo: Adversus Judaeos I, 2-3

La traslazione delle reliquie del Crisostomo nella chiesa dei Ss. Apostoli a Costantinopoli.
Miniatura dal Menologio di Basilio.

Nell'odierna festa della Traslazione del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo (354-407), vescovo di Costantinopoli e dottore della fede ortodossa, pubblichiamo una parte della sua prima omelia contro i Giudei: in essa il santo spiega perché i Giudei hanno ripudiato la loro elezione divina rifiutandosi di accogliere il Redentore e anzi mettendolo in Croce.

Traduzione italiana tratta da: San Giovanni Crisostomo, Omelie contro gli ebrei, Verrua Savoia, CLS, 1997, pp. 6-10. Originale greco consultabile QUI.

Invero non stupitevi se ho definito miseri i Giudei. Infatti sono ben sventurati e disgraziati poiché hanno ricevuto nelle loro mani tanti beni e li hanno ripudiati, ed hanno respinto i tesori che erano loro offerti. È sorto per loro il sole della giustizia ed essi, rifiutati i suoi raggi, stanno nelle tenebre: mentre noi che eravamo nelle tenebre, abbiamo attirato a noi la luce e ci siamo liberati dall’ombra dell’errore. Essi erano i rami della radice sacra (Rom. XI, 16 - 17) ma sono stati spezzati; noi non eravamo parte della radice, eppure abbiamo portato il frutto della pietà. Essi hanno letto i Profeti sin dalla più tenera età ed hanno crocifisso Colui che dai Profeti era stato annunziato. Noi che non avevamo mai udito parlare delle Sacre Scritture, noi abbiamo adorato questo stesso crocifisso. Perciò essi sono miseri, perché hanno respinto i beni che erano loro inviati mentre altri li hanno presi per sé, portandoli loro via. Ma essi, chiamati ad essere adottati come figli, si sono abbassati alla condizione di cani: noi che eravamo nella condizione di cani, con l’aiuto della grazia divina abbiamo potuto spogliarci di questa indole bruta ed elevarci alla dignità di figli. Cosa lo fa manifesto? Cristo ha detto alla donna di Canaan "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cuccioli" (Mt. XV, 26), designando come figli i Giudei e come cani i gentili. Vedete quindi come l’ordine è stato invertito, i Giudei sono diventati cani e noi figli. "Guardatevi dai cani, dice Paolo, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi dai circoncisi. Siamo noi i circoncisi" (Filipp. III, 2-3). Vedete dunque come quelli che prima erano figli sono caduti nella condizione di cani? Volete sapere in qual modo noi che eravamo nella condizione di cani siamo diventati figli? "Invero, a tutti coloro che lo hanno ricevuto, Egli ha dato il potere di diventare figli di Dio" (Gv. I, 12). Nulla è più miserabile di questi Giudei che da ogni parte vanno in senso contrario alla loro salvezza. Quando bisognava osservare la Legge, essi l’hanno calpestata: adesso che la Legge è stata abrogata, con insistenza essi vogliono che sia osservata. Che cosa ci potrebbe essere di più miserabile di costoro che dispiacciono a Dio non soltanto quando trasgrediscono la Legge ma anche quando la osservano? Per questo è detto: "Duri di cervice e incirconcisi di cuore, voi sempre resistete allo Spirito Santo" (Atti VII, 51): non soltanto violando le leggi, ma anche volendole osservare a sproposito. "Duri di cervice": giustamente sono stati chiamati così, perché non hanno voluto portare il giogo di Cristo per quanto dolce e benché non avesse nulla di pesante o di spiacevole. Egli dice: "Imparate da me che sono dolce ed umile di cuore (Mt. I, 29 - 30) e prendete il mio giogo su di voi poiché esso è dolce ed il mio fardello leggero". Essi però non lo sopportavano a causa della loro testardaggine, anzi non soltanto non lo hanno sopportato ma lo hanno rotto e fatto a pezzi. "Sin dall’inizio hai spezzato il tuo giogo, hai rotto i tuoi legami" (Ger. II, 20; V, 5; Sal. II, 3). È un profeta, non Paolo che dice queste parole indicando il giogo ed i legami come segni distintivi del potere: perché i Giudei avevano respinto il potere di Cristo quando avevano detto: "Non abbiamo altro re che Cesare" (Gv. XIX, 15). Avete spezzato il giogo, rotto i legami, vi siete esclusi dal regno dei cieli e vi siete sottomessi al potere dell’uomo. Vorrei che esaminaste con quanta abilità il Profeta ha espresso la sregolatezza del loro animo. Infatti non dice: avete deposto il giogo, bensì: l’avete spezzato, atto proprio della brutalità animale, dei vizi sfrontati che respingono ogni freno e non sopportano alcun potere. Da dove proviene questa loro durezza? Dalla gozzoviglia e dalla intemperanza. Chi lo dice? Mosè stesso. "Israele mangiò ed il popolo diletto ingrassò e si rimpinzò. Si rivoltò" (Deut. XXXII, 15). Come gli animali che si nutrono in ricchi pascoli diventano più ostinati ed indocili e non sopportano più né giogo né freno né la mano dell’auriga, così il popolo giudeo, spinto nell’abisso della malvagità dall’intemperanza e dalla troppa abbondanza materiale ha vissuto licenziosamente e non ha sopportato il giogo di Cristo, né trascinato l’aratro della sua dottrina. È quanto un altro Profeta aveva espresso con le parole: "Israele si comporta da pazzo, come una giovenca eccitata da un tafano" (Osea IV, 16). Un altro definisce questo popolo: vitello non istruito a sopportare il giogo (Ger. III, 18). Animali come quelli, incapaci di lavorare vanno bene per essere sacrificati. Lo stesso è stato per il popolo dei Giudei: essendosi resi da soli incapaci di agire, sono diventati adatti ad essere uccisi. Perciò Cristo ha detto: "Portate qui i miei nemici, quelli che non hanno voluto che io regnassi sopra di loro ed immolateli" (Lc. XIX, 27). È allora, o Giudeo, che dovevi digiunare, quando la tua intemperanza ti stava conducendo a questi mali, quando i tuoi eccessi ti portavano all’empietà, non adesso. Adesso il digiuno è inopportuno ed abominevole. Chi lo dice? Isaia che a gran voce esclama: "Non ho scelto io questo digiuno" (Is. LVIII, 4- 5). Perché dice così? "Perché voi digiunate per intentare azioni giudiziarie e liti, e prendete a pugni coloro che stanno sotto di voi". Perciò se il tuo digiuno era abominevole quando colpivi i tuoi fratelli, adesso, dopo che hai immolato il Signore, come potrebbe essere bene accetto? Per quale motivo? Colui che digiuna deve mostrarsi contrito, modesto, umile e non in preda alla collera; e tu colpisci i tuoi fratelli? Un tempo digiunavano e al tempo stesso litigavano e intentavano processi; ora digiunano con sfrontatezza ed estrema intemperanza, mentre danzano a piedi nudi nelle piazze col pretesto dell’astinenza; in realtà si comportano come ubriachi. Ascolta come il Profeta vuole che si digiuni: "Santificate il digiuno", dice, non celebratelo con danze. "Predicate la parola; riunite gli anziani" (Gioele I, 14). Ma costoro radunano stuoli di effeminati e portano nella sinagoga una accozzaglia di donne ignobili, il teatro intero, e gli attori: infatti non vi è alcuna differenza tra il teatro e la loro sinagoga. So in verità che ci sono delle persone che mi accuseranno di eccessiva audacia perché ho detto che non vi è differenza tra la Sinagoga e il teatro ma io li accuserò di essere impudenti, se non sono daccordo con me. Condannami se dico queste cose da solo; ma se uso le parole del Profeta allora approva quello che dico. 3 - So che molti rispettano i Giudei e pensano che i loro riti odierni sono degni di stima; per questo sono incitato a cercare di sradicare completamente tale dannosa opinione. Dissi che nessun teatro val meglio della sinagoga e porterò i profeti a testimoni; i Giudei non sono degni di fede più dei profeti. Dunque uno che dice? "La tua fronte è diventata quella di una prostituta, non vi è più nessuno davanti a cui tu arrossisca" (Ger. III, 3). Invero il luogo in cui la meretrice si prostituisce, questo è il vero lupanare. Anzi la sinagoga non è soltanto un teatro e un luogo di prostituzione, ma anche una caverna di briganti e un rifugio di belve. Infatti il profeta dice: "La vostra dimora è diventata la tana della iena" (Ger. VII, 11), non semplicemente di una belva ma di una belva impura. E ancora: "Ho lasciato la mia casa, ho abbandonato la mia eredità" (Ger. XII, 7). A colui che ha abbandonato Dio che speranza di salvezza rimane? Se Dio lascia un luogo questo diventa dimora di demoni. Ma dicono di adorare anch’essi il Signore. Lungi da noi il dire questo: nessun giudeo adora Dio. Chi lo dice? Il Figlio di Dio. "Se aveste riconosciuto il Padre mio avreste riconosciuto anche me. Ora voi non avete riconosciuto né me né il Padre" (Gv. VIII, 19). Che testimonianza addurrò più degna di fede di questa? Se non riconobbero il Padre, se crocifissero il Figlio, se respinsero l’assistenza dello Spirito, chi oserà sostenere che la loro sinagoga non è l’asilo dei demoni? No, Dio non vi è adorato, statene lontani. È di conseguenza il luogo dell’idolatria; tuttavia alcuni frequentano tali luoghi come se fossero sacri. Ciò che dico non è derivato da una congettura, ma l’ho dedotto dall’esperienza. Tre giorni or sono, credetemi, dico il vero, vidi una donna onesta, libera, di costumi irreprensibili e fedele, costretta da un uomo impuro ed insensato, che si suppone cristiano (in verità udendolo non l’avresti detto un sincero cristiano), costretta dico, a entrare in un tempio degli Ebrei e ivi affermare con giuramento alcunché di relativo ad affari controversi. Siccome implorava aiuto e desiderava ribellarsi a questa scellerata violenza, protestando che avendo preso parte ai divini misteri non le era permesso di entrare in quel luogo, io mi levai infiammato ed ardente di zelo, non sopportando che questa infelice fosse trascinata oltre in tale prevaricazione, e la strappai a questo ingiusto rapimento! Poi domandai a colui che la trascinava se era cristiano: lo confessò. Lo rimproverai energicamente mettendo in risalto la sua stupidità ed infinita follia; gli dissi che non valeva più di un asino colui che, pretendendo di adorare Cristo, trascinava un fratello nelle spelonche dei Giudei, che proprio Cristo avevano crocefisso. Proseguendo nel discorso gli insegnai per prima cosa che, come afferma il Vangelo, non è mai permesso giurare o esigere da altri un giuramento; inoltre, un fedele cristiano, ma anche chi non lo fosse, non deve mai esser spinto a tale necessità. Quando, dopo lunghe considerazioni, ebbi liberata la sua anima da tali errori, gli domandai per quale motivo avesse lasciata la Chiesa e volesse portare la donna alle riunioni dei Giudei. Mi rispose che molte persone gli avevano detto che un giuramento fatto lì, incuteva molto più timore. A tali parole gemetti profondamente, poi mi infiammai di collera ed in ultimo non potei impedirmi di ridere. Gemetti infatti, vedendo l’astuzia del diavolo che riusciva a persuadere gli uomini a fare ciò; m’infiammai poi di furore, considerando l’indolenza di coloro che sono tratti in inganno; infine risi, considerando fra di me l’inconcepibile follia degli stessi. Vi dissi e vi narrai tutto ciò perché mostrate un animo completamente privo d’umanità e non provate pena per coloro che tentano e fanno tali cose; se vedete un vostro fratello cadere in questo peccato ne deducete che la disgrazia non è vostra, ma di altri. Se poi siete accusati, vi stimate assolti dicendo: "Che mi importa? Che cosa ho in comune con costui?". Queste parole suonano come odio mortale e satanica crudeltà verso gli uomini. Ma che dici? Poiché sei un uomo, partecipi della sua stessa natura; anzi, se dobbiamo parlare di comunione della natura, il cui capo è Cristo, osi dire che non hai nulla in comune con gli altri membri? Dunque in che modo confessi Cristo come Capo della Chiesa? Giacché il capo per sua natura congiunge tutte le membra, le coordina e con cura le volge a sé. Se non hai nulla in comune con chi è membro del tuo stesso corpo, allora non hai nulla in comune con tuo fratello, né hai Cristo come capo. I Giudei vi spaventano come foste fanciullini e non ve ne accorgete. Poiché come dei servi malvagi mostrano ai bambini delle maschere orribili e ridicole, che per loro natura non sono terrificanti ma sembrano tali alle anime semplici, e fanno fare grandi risate, così i Giudei atterriscono i cristiani ignoranti con i loro fantasmi. Come possono far paura quei riti giudaici pieni di onta e di derisione, propri di uomini respinti con ignominia e ripudiati dalla giustizia divina?

sabato 16 gennaio 2021

Un inno medievale per la festa di S. Antonio il Grande

S. Antonio il Grande, affresco nella cripta
della Candelora a Massafra (Taranto)

Sebbene non molto popolare nel resto d'Europa, nelle terre imperiali dal Reno all'Ungheria era qua e là diffuso un ufficio proprio, in stile ritmico, per la gran festa di S. Antonio Abate. Di tale ufficio (che si può integralmente leggere ai ff. 86v e ss. di questo Breviario secondo l'uso di Passau, stampato nel 1490 ad Augusta), molto particolare è l'Inno del Vespro, che contiene alcuni preziosismi interessanti.

Antonii pro meritis,
Ejusque gestis inclitis,
Claris quoque virtutibus,
Exultet cælum laudibus.

Natus ex digno genere,
Verbo puer et opere,
Festinavit ad meritum,
Deus, tuorum militum.

Tempus ætatis teneræ
Non deducebat temere,
Te diligendo intime,
Lucis creator optime.

Hic satanæ blanditias
Contempsit et insidias,
Tuo fretus solatio,
Jesu, nostra redemptio.

Omni degebat tempore
Pœnas ferens in corpore,
Memor tuorum operum,
Conditor alme siderum.

Noctes orationibus
Deduxit et laboribus,
Nec cessavit ab opere
Jam lucis orto sidere.

Jejuniis se macerans,                       
Verberibus se lacerans,
Desiderabat ingredi
Ad cœnam Agni providi.

Virtutum tandem titulis
Imbutus et miraculis
Migravit ad te Dominum,
Jesu, corona virginum.

Sit laus Patri cum Filio
Semper in cæli solio,
Nosque replendo cælitus,
Veni, creator Spiritus. Amen.

Per i meriti di Antonio,
e per le sue nobili imprese,
e le sue celebri virtù,
esulti di lode il cielo.

Nato da prestigiosa famiglia,
Da fanciullo, in parole e opere,
si affrettò a ottenere il merito,
dei tuoi soldati, o Dio.

Il tempo della sua giovinezza
non lo trascorse invano,
amandoti nel cuore,
o ottimo creatore della luce.

Egli disprezzò le lusinghe
e gli inganni di Satana,
rinfrancato dal tuo conforto,
o Gesù, nostra redenzione.

Trascorreva ogni stagione
sopportando sofferenze nel corpo,
ricordandosi delle tue opere,
o almo Creatore degli astri.

Passava le notti
tra preghiere e fatiche,
e non s’allontanava dal lavoro
quando ormai era sorto l’astro di luce.

Umiliandosi nei digiuni,
denigrandosi con le verghe,
desiderava avere accesso
alla cena del santo Agnello.

Ripieno alfine di meriti
di virtù e di miracoli,
se ne andò a te, o Signore,
Gesù, corona delle vergini.

Sia lode al Padre insieme al Figlio,
sempre nella corte del cielo,
e tu, ricolmandoci (di grazia) dal cielo,
vieni, o Spirito Creatore. Amen.


Notiamo anzitutto che il poema è acrostico, e le iniziali formano il nome stesso del santo: ANTHONIVS (l'H, seppur etimologicamente assente, è sovente aggiunta nel medioevo). Più raffinato, però, è il gioco per cui ogni strofa si conclude citando il primo verso di un altro inno in uso nella liturgia (ovviamente nella sua versione precedente alla revisione classicista di Urbano VIII), e specificatamente:

Exultet coelum laudibus - al Vespro dal Comune degli Apostoli
Deus, tuorum militum - al Vespro dal Comune dei Martiri
Lucis creator optime - al Vespro della domenica sera
Jesu, nostra redemptio - al Vespro dell'Ascensione
Conditor alme siderum - ai Vespri d'Avvento
Jam lucis orto sidere - all'ufficio di Prima
Ad coenam Agni providi - ai Vespri del tempo pasquale
Jesu corona virginum - al Vespro dal Comune delle Vergini
Veni, creator Spiritus - al Vespro di Pentecoste