giovedì 17 gennaio 2019

Cristianesimo e coerenza

San Silvano l'Atonita (1866-1938),
un esempio mirabile e ideale
del Cristiano veramente coerente.
Un lettore mi ha richiestoqualche giorno fa di scrivere un commento a un articolo apparso su Il Giornale (QUI), nel quale l'ateo e liberale dichiarato Massimiliano Parente commenta le parole pronunziate da Bergoglio il 1° gennaio, contenenti un duro attacco all'ipocrisia e all'incoerenza di molti Cristiani. Come del resto dalla quasi totalità degli opinionisti giornalistici e televisivi, le parole pontificie sono state interpretate dal giornalista come un riferimento a quanti Cristiani sostengono le politiche di un certo partito oggi al governo in Italia, e del suo segretario nonché ministro. Orbene, pur io personalmente non avendo a che fare con quel partito e con quel politico, sono convinto che sia indispensabile smentire le falsità che siffatti opinionisti diffondono, col tacito appoggio di certe gerarchie ecclesiastiche, in quanto costoro mistificano il significato e l'essenza stessa del Cristianesimo, facendo apparire le loro posizioni politiche come il cuore di tutto il Vangelo e la Religione, quando non è assolutamente così, e anzi in tal modo si prelude alla dissipazione totale della Religione!

Ritengo pertanto assai utile pubblicare qui le riflessioni che ho fatto avere al mio lettore.

L'articolo in questione, come molti altri apparsi sui quotidiani nazionali più o meno schierati, fornisce uno spunto sicuramente interessante sotto alcuni punti. Direi che possiamo enucleare (e commentare) tre tematiche fondamentali dell'articolo, come del resto del discorso del Papa: se sia meglio essere atei piuttosto che ipocriti; se effettivamente i Cristiani manchino di coerenza; in cosa consista detta coerenza.

1. Se sia meglio essere atei piuttosto che ipocriti.

La risposta a questo quesito è molto semplice, ed è NO.

E non è certo necessario andare a scartabellare volumi di teologia per giungere a questa semplice conclusione: una volta liberatici dal pregiudizio inclusivista conciliare "siamo tutti figli di Dio" (il quale altro non è che la trasposizione "clericale" del principio social-rivoluzionario "siamo tutti uguali"), non possiamo non riconoscere con tutti i Padri che l'essere figli di Dio è una qualifica che viene data attraverso il Battesimo, e dunque solo i Cristiani sono figli di Dio. Infatti, l'unico figlio di Dio è Gesù Cristo; noi diventiamo figli di Dio per adozione in Gesù Cristo, tramite la grazia deificante, che riceviamo per la prima volta nel Battesimo. Senza grazia deificante, cioè senza quella grazia che ci permette di mirare a essere simili in tutto a Nostro Signore nonostante la condizione corrotta dal peccato originale, non si è figli, ma semplicemente creature di Dio, in modo non dissimile da un animale o da un sasso. I pagani, come dice San Paolo, inexcusabiles sunt (Rm 1,21), perché, per quante opere buone possano fare, non adempiono allo scopo principale per cui la Bontà del Creatore ci ha creati, ovverosia per glorificarlo e lodarlo. L' "ateo buono" (così come il musulmano o il protestante buono) non si salverà certo perché ateo; tutt'al più, in virtù delle buone opere compiute, la misericordia di Dio manderà un Angelo o un altro suo "emissario" che lo convertirà (e gli farà conseguire almeno un Battesimo di desiderio) prima della morte, dimodoché questi pur si salverà, ma non in modo immediato, sibbene mediato, ossia attraverso il Battesimo e la fede in Cristo, ch'è la condizione necessaria e inderogabile alla nostra salvezza (così S. Tommaso d'Aquino).


2. Se effettivamente i Cristiani manchino di coerenza.

La risposta è chiaramente SI', e questa è secondo me la parte più importante del discorso.

La quasi totalità dei Cristiani non vive in maniera coerente con il Vangelo e con la legge divina; laddove questa coerenza non implica unicamente l'osservanza dei precetti negativi (non uccidere, non rubare, non commettere atti impuri etc.), ma pure di quelli positivi (vide infra). La condizione decaduta dell'uomo comporta necessariamente una tendenza al peccato attuale, e -anche senza impiegare l'agostiniano "non è possibile non peccare"- è in un certo senso "comprensibile" che chiunque pecchi, e per tal motivo Iddio istituì il Sacramento della penitenza; tuttavia, a meno di non scadere nel calvinismo (che con la dottrina della grazia irresistibile sostiene che la possibilità per l'uomo di peccare o non peccare, e di conseguenza di salvarsi, sia da deputare unicamente alla grazia e alla prescienza di Dio, che l'uomo non può in alcun modo modificare), nel Cristianesimo autentico sappiamo che l'uomo è tenuto a cooperare, ad agire in sinergia con la grazia, cioè a favorire con le opere e con la propria vita l'azione della grazia, in modo da giungere veramente alla santificazione e ancor più alla deificazione, cioè a essere simile a Nostro Signore. Per mia personale esperienza, tuttavia, confermo che ben pochi Cristiani sono coerenti sotto questo aspetto, e non lo sono nemmeno molti tradizionalisti, che si beano di vivere una vita di battaglia, alimentata sovente dal sospetto, dall'odio e dalla maldicenza, nella difesa ideologica di un modello ecclesiastico che spesso non è nemmeno quello autentico del Cristianesimo antico, ma semplicemente quello post-tridentino o peggio del XX secolo, inconsapevoli o forse sprezzanti del fatto che vivere intrinsecamente il Cristianesimo è molto più di questo (denuo vide infra). Del resto, ho già avuto modo di notare e far notare che la coerenza non è virtù del tradizionalista, parlando di chi segue pedissequamente [o quasi] le rubriche del '62...

3.  In cosa consista la sopraddetta coerenza
(cioè, quali sono i precetti positivi che il Cristiano deve osservare)


Il ragionamento modernista-laicista cade però completamente quando andiamo a toccare questo punto, ovverosia quali aspetti, quali precetti positivi il Cristiano sia tenuto a osservare per potersi coerentemente dir degno di questo nome. Il problema fondamentale è che questi non hanno capito cosa sia il Cristianesimo, che è prevalentemente una religione soprannaturale, e non una religione naturale!
Come tale, il Cristianesimo riguarda principalmente gli aspetti spirituali dell'uomo, la sua condizione interiore, e la sua eternità; solo secondariamente (e per discendenza dagli aspetti primari) riguarda la questione sociale.

Quando un laicista qualsiasi (mi è capitato più volte di sentirli pontificare nei talk-show televisivi) afferma che "chi vuole vivere in modo integrale la propria fede cristiana non può accordare a certi atteggiamenti [quelli di Salvini nei confronti degl'immigrati, ndr]", questi non ha capito nulla del Cristianesimo! Il Cristiano è tenuto a curare la santificazione della propria anima nella liturgia, è tenuto a praticare l'orazione sino a giungere alle vette della contemplazione e dell'orazione incessante; è Cristiano integrale quegli che si ritira negli eremi e nei monasteri per recitare senza sosta la Preghiera del Cuore. Solo infatti chi vive in accordo a questi precetti SPIRITUALI può veramente essere trasfigurato dalla grazia, e ritornare più prossimo possibile alla condizione di luce e immacolatezza dei protogenitori prima della caduta. Le azioni sociali eticamente cristiane (partiamo dall'evangelico "amare il proprio nemico", ma potrebbe essere anche l'accogliere o qualunque altra cosa) sono effetto dalle azioni spirituali: lo starets Amvrosij di Optina diceva che l'uomo spirituale non può odiare nessuno, ma solo amare, anche coloro che lo perseguitano o lo odiano, perché la sua anima nella grazia è completamente trasfigurata a immagine dell'amore infinito di Dio.

Se si tornasse a spiegare questi concetti, cioè ad affermare la superiorità e la centralità dello Spirito, non ci sarebbe più alcun appiglio per il modernismo e il "cristianesimo" liberal. Verbigrazia, san Francesco d'Assisi non potrebbe essere additato come modello ecologista, perché l'ecologismo stesso non avrebbe senso: il Serafico Padre, come san Paisios dell'Athos e molti altri santi vivevano in un così stretto contatto con la natura e le creature di Dio, tanto che le creature arrivavano ad obbedirgli (si vedano in proposito il miracolo degli uccelli e quello del lupo di Gubbio di S. Francesco, o il miracolo della lucertola di S. Paisios), perché la loro anima era a tal punto santificata nella grazia ch'essi rivivevano la condizione precedente alla caduta, in cui gli animali obbedivano all'uomo ed egli imponeva loro i nomi e viveva con loro in armonia (cfr. Genesi 2,20).
Purtroppo il modernismo può diffondersi laddove (anche nel cattolicesimo preconciliare) c'è un'impostazione religiosa troppo naturalistica e fondata su aspetti legalistici e sociali che va a oscurare l'importanza precipua dello Spirito. In tal senso, la "dottrina sociale della Chiesa" di Pio XI, che va ad amplificare il modello avuto nella Rerum Novarum di Leone XIII, è estremamente pericolosa per via della centralità che dà al ruolo sociale della Religione (il quale indubbiamente può esserci ma non è una sua qualità primaria e necessaria), imperocché vi è il rischio concreto ed effettivo (tangibilmente riscontrabile negli attuali sostenitori della dottrina sociale "tradizionalista") di mettere questi aspetti al primo posto, tralasciando o banalizzando lo spirituale.

sabato 12 gennaio 2019

L' "icona" eterodossa della Sacra Famiglia

Quest'oggi, per una singolare concorrenza di date, il calendario romano tradizionale prevede la celebrazione anticipata in sabato della domenica fra l'Ottava dell'Epifania, per lasciar posto l'indomani (13 gennaio) alla celebrazione dell'Ottava della Festa, con il suo importantissimo Vangelo in cui si fa memoria del Battesimo del Nostro Salvatore. Dal 1891 in molti calendari locali, e dal 1920 nel calendario universale, la domenica fra l'Ottava dell'Epifania viene occupata dalla festa della Sacra Famiglia di Nostro Signore Gesù Cristo, la Sua Madre Santissima la Vergine Maria e di San Giuseppe di lei castissimo sposo.

Questa ricorrenza ha origine nella devozione popolare occidentale del secolo XVII, non estranea a un certo qual sentimentalismo, diffondendosi poi nell'arte religiosa e arrivando infine a contaminare pure la liturgia. Dico contaminare perché il devozionismo è un fenomeno che rispecchia una sensibilità popolare, semplice, sovente mutevole rispetto ai tempi, influenzata da molti fattori anche non religiosi, spesso contagiata da sentimentalismo e psicologismo; un fenomeno di per sé non condannabile, ma che deve restare nettamente distinto dalla Liturgia, che è invece patrimonio intangibile e immutabile della Chiesa, il cui spirito rimonta direttamente agli Apostoli e ai Padri, in quanto custodia ed espressione mistica dell'ortodossia, icona terrena della divina liturgia celeste delle schiere angeliche. Purtroppo, quando questa distinzione non viene osservata, com'è stato nel caso della Sacra Famiglia (non escludendosi in detto caso nemmeno una motivazione politica, ossia quella di proporre un modello consacrato di famiglia tradizionale, come argine alle deviazioni libertine che già in quel fine di secolo XIX andavano diffendendosi; scelta a mio dire assai poco azzeccata, in quanto la Sacra Famiglia non è certo un modello normale di famiglia...), il risultato è un qualcosa che stride nettamente con l'armonia della liturgia dei Padri. Il Gromier lamentò apertamente che feste come la Sacra Famiglia o il Cristo Re risultano anomale e "fuori tono" nel contesto generale del Calendario Romano, non commemorando né un mistero di Nostro Signore o della Santa Vergine, né un santo particolare, ma esprimendo semplicemente un concetto devozionale.

Il prevalere infausto della devozione sulla liturgia diventa palese nel calendario riformato del 1962: quest'anno, difatti, coloro che seguono le rubriche di Giovanni XXIII si troveranno a celebrare la Sacra Famiglia domani, sopprimendo del tutto (senza nemmeno commemorazione dunque) il Battesimo di Nostro Signore (così è stato ribattezzato il giorno ottavo dell'Epifania, dopo la soppressione infelice dell'antichissima Ottava, per preservare almeno il Vangelo proprio e una commemorazione che ha circa quattordici secoli di storia, sicuramente più di quanti ne abbia la Sacra Famiglia!). Nel rito moderno, infine, pur spostata dal contesto della non più esistente Ottava dell'Epifania, la festa devozionista resta comunque in posizione prevalente, andando a sopprimere la domenica fra l'Ottava del Natale.


In tale occasione, vorrei approfittarne per fare (rectius, riportare) una breve riflessione sull'iconografia della Sacra Famiglia, approfittando per dare qualche nozione della profonda differenza esistente tra arte sacra (l'iconografia tradizionale bizantina, e in un certo senso la pittura occidentale almeno sino al XIV secolo) e arte religiosa (la produzione occidentale dal 1400 in poi, la pittura russa a soggetto religioso dall'Ottocento...). Circola infatti, soprattutto in ambienti cattolici romani, ma anche purtroppo tra gli ortodossi, un' "icona" della Sacra Famiglia (vedasi immagine sopra), la quale nondimeno è assolutamente tacciabile d'eresia se non di blasfemia.

Procedendo con ordine, per spiegare quest'affermazione indubbiamente forte, partiamo dalla predetta distinzione:
  • L'arte sacra, detta anche iconografia, è principalmente un mezzo di preghiera: essa, poiché ha un significato mistico e soprattutto teologico (l'i. è infatti uno dei canali precipui attraverso i quali è esprimibile la dottrina ortodossa), deve seguire dei canoni ben precisi e stabiliti sin dall'età patristica, e in essa ogni minimo dettaglio, dai gesti ai colori, ha un profondo e inconfondibile significato allegorico. Nell'iconografia i volti sono inespressivi e gli sfondi aurei e irrealistici, perché non c'è spazio per l'emozione sensibile o la comprensione razionale in quella ch'è espressione visibile del sacro e dello spirituale; nell'iconografia l'autore e le sue idee non hanno importanza (tant'è che sarebbe vietato persino firmare le icone), in quanto non è la mano dell'uomo che deve rimanere, ma l'opera della grazia di Dio e la fede della Chiesa iconizzate.
  • L'arte religiosa è invece un tipo di arte nobile (con arte nobile s'intendono anche i temi epici e storici, contrapposti per esempio alle scene di vita quotidiana che fino all'Ottocento erano considerate naturalmente meno dignitose), i cui soggetti sono ispirati alla Religione, alle vite dei santi o alla Sacra Scrittura, ma vengono rappresentati con una certa libertà nelle forme e nel contenuto, rispecchiando la volontà del committente piuttosto che il personale gusto dell'artista, con l'inserimento di elementi alloctoni, dettagli raffinati, paesaggi ricercati, espressioni evidenti, realismo nella figurazione, e insomma una serie di elementi di contorno che rendono il prodotto realistico, estetico, ma certo non teologico. La distinzione in fondo è che l'iconografia è un'opera di Religione, mentre l'arte religiosa è un'opera di gusto artistico. L'icona ha un fine teologico ed eucologico; il quadro religioso ha un fine puramente decorativo.
Purtroppo, in Occidente la svolta razionalistica e psicologistica del XV secolo non ha escluso l'arte sacra, ch'è di fatto sparita (vero è che aveva avuto uno sviluppo e una saldezza teologica molto minore, anche perché l'assenza di eresie iconoclaste come in Oriente impedì che si fissasse l'importanza mistica dell'icona), lasciando il posto al proliferare dell'arte religiosa, bellissima certo e talora profonda, ma ben diversa dall'iconografia sacra. Oggi, per uno stravagante gusto esotico più che per vero amore per il mondo orientale, moltissimi in Occidente s'infatuano dell'icona in stile bizantino e arrivano a comprarne qualcuna per decorare (già questo è un grave errore di concezione, perché l'icona serve per pregare, non per abbellire!) la propria casa, tanto che nei più comuni negozi di oggetti religiosi si trovano ormai simil-icone "bizantine" prodotte direttamente in Italia dal Vaticano o -più raramente- commissionate a qualche iconografo greco senza troppi scrupoli che per qualche euro non disdegna di realizzare obbrobri come le "icone" sincretiche di Padre Pio (che, ahimé, mi è toccato di vedere persino in una bottega ortodossa di Venezia...). Purtroppo, essendosi perso ormai da troppi secoli il concetto stesso di arte sacra (e nell'ultimo secolo anche quello di arte religiosa, visti gli orrori che vengono proposti dai moderni "artisti" nelle chiese), gli acquirenti sono sovente digiuni di qualsiasi nozione d'iconografia tradizionale, privi di ogni concezione mistico-teologica relativa all'icona, e di conseguenza, per quanto spesso in buona fede, non mancano di acquistare errori teologici madornali come la suddetta icona della Sacra Famiglia.

La raffigurazione pittorica della Sacra Famiglia, come dicevamo, è una devozione nata nel contesto dell'arte religiosa e non dell'iconografia, anche perché quest'ultima (come detto) era già scomparsa da tempo in Occidente quando comparve la devozione. Agli occhi di un inesperto, pare una semplice e commovente scena, con le tre persone riunite in unità familiare dall'abbraccio.

In Iconografia, tuttavia, mentre l'abbraccio fra due uomini o fra due donne significa fratellanza, essendo quindi un abbraccio di amore fraterno (cfr. icona dei santi Pietro e Paolo o di Cirillo e Metodio), nel caso di una coppia maschio-femmina, l'abbraccio significa MATRIMONIO CONSUMATO, come nell'icona di Santi Gioacchino e Anna genitori della Santissima Vergine.
Ora, cosa capisce un occhio allenato all'iconografia vedendo l'icona suddetta? Che La Santissima Madre di Dio e il santo Giuseppe suo castissimo sposo non sarebbero stati così casti, perché avrebbero consumato il rapporto, e se tra l'altro il Cristo Infante è posto nel mezzo della coppia, ciò significa ch'Egli sarebbe figlio del rapporto dei due sovracitati. E tutto questo è indubbiamente eresia e blasfemia. A un occidentale potrebbe parere che queste riflessioni siano esagerate, che non è certo intenzione di rappresentare ciò, ma si è detto che l'iconografia ha delle regole precise e un simbolismo allegorico codificato, e pertanto -al di là di ogni intenzione- questo è senza possibilità di dubbio il significato che viene teologicamente (o meglio, ereticalmente) veicolato. Per non parlare di altre rappresentazioni della Sacra Famiglia ancor più eretiche, riprendenti il tema della Trinità di Rubljëv, che paragonano addirittura San Giuseppe e la Madre di Dio alle Persone della Trinità Divina (mi raccontavano che già nel Settecento in ambito gesuita si usasse la Sacra Famiglia per rappresentare la Trinità...)

I quadri religiosi non sono icone, e dunque un quadro della Santa Famiglia, pur riportando lo stesso tema, non è eretico, proprio perché non è un'icona. Meglio dunque per gli Occidentali restare su quest'opere d'arte indubbiamente belle, senza cercare l'esotismo dell'icona quando non si hanno i contenuti necessari a comprendere la di essa reale natura spirituale, e rischiando quindi di cadere negli errori più spiacevoli a Dio

Raffaello Sanzio, Sacra Famiglia Canigiani, 1507

(P.S.: di per sé non sarebbe nemmeno impossibile realizzare un'icona veramente ortodossa della Sacra Famiglia: già ne esistono, come quelle della fuga in Egitto, ma sarebbe sufficiente rappresentare la Madre di Dio con il Bambino in braccio e San Giuseppe da lei ben staccato, eliminando il problematico abbraccio...)


lunedì 7 gennaio 2019

Messa in Cattedrale a Vicenza sabato 12 gennaio

S'informa che sabato 12 gennaio alle ore 17.30 sarà celebrata una messa tridentina nella cripta della Cattedrale di S. Maria Annunziata in Vicenza, ricorrendo l'anniversario della morte di mons. Ferdinando Rodolfi, vescovo di Vicenza dal 1911 al 1943, cui è intitolata l'associazione che cura la celebrazione settimanale della messa antica ad Ancignano di Sandrigo (VI).

sabato 5 gennaio 2019

Il canto dell'Omnes Patriarchae nella solennità dell'Epifania

di Luca Farina

Introduzione

Nel rito ambrosiano, la solennità dell’Epifania ha un’importanza quasi pari a quella del Natale. La liturgia ambrosiana, infatti, non calca l’accento tanto sul mistero di Dio che si fa uomo, quanto sulla divinità di Cristo, per contrastare efficacemente l’eresia ariana [1]. Essa è, pertanto, fortemente cristocentrica, e vengono messi in risalto gli episodi attestanti l’origine divina di Gesù. L’Epifania che si celebra il 6 gennaio, infatti, è solo il primo momento in cui il Signore viene presentato quale Salvatore del mondo, Dio incarnato, così come avverrà nel Battesimo presso il fiume Giordano o nelle nozze di Cana, tant’è che l’inno dei Vespri dell’Epifania (Illuminans, Altissimus) cita anche questi due eventi e per le rispettive ricorrenze verrà utilizzato. [A]

In particolare, i Secondi Vespri dell’Epifania presentano il canto di un’antifona, “Omnes Patriarchae”, di cui vengono qui illustrate le caratteristiche e il rito che l’accompagna.


La prassi nel rito ambrosiano antico

Nel rito ambrosiano antico, ovvero precedente alla riforma liturgica, i Secondi Vespri di alcune festività, dopo il Lucernario [2] e prima dell’Inno, presentano il canto di un’antifona, detta “antiphona in choro”, chiamata così poiché, originariamente, i cantori si mettevano in circolo presso lo stallo del celebrante (potremmo ipotizzare che lo facessero alla maniera dei canonici attorno al Vescovo nei pontificali ambrosiani e romani, e che le due cose siano collegate). I Secondi Vespri dell’Epifania (e non i Primi, che invece sono collegati alla Messa e presentano quattro Letture vigiliari veterotestamentarie [3]) presentano il canto dell’antifona “Omnes Patriarchae”. Il testo recita: Omnes Patriarchae * praeclamaverunt te, et omnes Prophetae annunciaverunt te: pastoribus Angeli ostenderunt te; caeli per stellam declaraverunt te: et omnes Justi cum gaudio susceperunt te. L’antifona viene ripetuta quattro volte, ad indicare i quattro punti cardinali, ovverosia l’annuncio della nascita di Cristo a tutti i popoli del mondo. Dopo la seconda esecuzione, viene intonata (secondo la modulazione ambrosiana) la prima parte del Gloria Patri, la cui seconda parte viene conclusa dopo la terza esecuzione dell’antifona, mentre a chiudere le quattro esecuzioni vi sono i tre Kyrie eleison, molto spesso presenti nel rito ambrosiano [4].

E’ in Duomo, tuttavia, che avveniva un rito peculiare, come illustrato da Monsignor Marco Navoni raccogliendo i diari e le testimonianze dei cerimonieri. L’Arcivescovo, presiedendo i Vespri coi paramenti della Messa (escluso il pallio e, probabilmente, il manipolo [5]) prendeva posto al trono, mentre il primicerio o l’arciprete [6] (sono attestate entrambe le situazioni), rivestito di abito corale e piviale bianco, e portando la ferula, sedeva di fronte all’arcivescovo. La prima esecuzione dell’antifona spettava ai cantori, la seconda ai pueri (che eseguiranno anche il responsorio), la terza all’arciprete o al primicerio, la quarta veniva eseguita da tutti i presenti. Al termine dell’antifona, mentre il Vespro proseguiva, il primicerio o l’arciprete si appressava al trono, dove baciava l’anello dell’Arcivescovo seduto e da egli riceveva l’abbraccio di pace. Tra i due vi era lo scambio di un dono simbolico. Tale rito, probabilmente, è da far risalire all’epoca del cosiddetto “esilio genovese” [7], in cui l’Arcivescovo di Milano si spostò a Genova e la città fu amministrata dai canonici, i quali accolsero con sdegno il ritorno a Milano dell’antistite: questo segno rappresentava la ritrovata pace tra il capitolo e l’Arcivescovo.

La prassi nel rito ambrosiano attuale

La Liturgia delle Ore Ambrosiana scaturita dalla riforma conciliare presenta anche la possibilità, purtroppo, di recitare una sola volta, l’antifona in italiano, con il seguente testo: Ti hanno acclamato tutti i patriarchi, i te i profeti tutti hanno parlato, *, gli angeli ti hanno annunziato ai pastori, ti ha rivelato una stella dal cielo, tutti i cuori dei giusti ti hanno accolto. Questa modalità di esecuzione, purtroppo applicata in molte parrocchie, priva i fedeli ambrosiani di cantare l’unica antifona in coro rimasta dopo la riforma. E’ tuttavia significativo notare come essa sia stata conservata, mentre quelle di altre solennità sono state eliminate per motivazioni mai dichiarate.

In Duomo il rito è ancora conservato col canto quadruplice dell’antifona in lingua latina e tutto ciò che è stato precedentemente esposto. L’Arcivescovo prende posto sulla cattedra, l’arciprete di fronte ad egli sullo scranno abitualmente utilizzato nelle celebrazioni non pontificali. Durante la quarta esecuzione l’Arcivescovo e tutto il capitolo si dispongono accanto alla statua del Bambino Gesù posta davanti all’altare rendendogli omaggio. Ad indicare ancora di più la sottomissione del capitolo all’Arcivescovo, è l’arciprete a prestarsi a servizi diaconali [8] quali il proseguire l’incensazione dell’altare e del celebrante durante il Magnificat.

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NOTE dell'autore

Testi di riferimento:
Mons. Marco NAVONI, Dizionario di liturgia ambrosiana, Milano, NED, 1996;
Liber Vesperalis juxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis, Gregorio Maria Suñol, 1939;
Liturgia Ambrosiana delle Ore, 1988

1: l’eresia di Ario, infatti, era molto presente a Milano. Sant’Ambrogio stesso fu eletto vescovo per evitare l’elezione di un eretico.
2: responsorio chiamato così poiché, in origine, veniva cantato mentre si accendevano le luci. Nel rito antico ciò è solamente simbolico poiché tutte le luci sono già accese, mentre nel rito attuale tale rito è stato riportato alla sua originalità: la celebrazione inizia a luci spente, dopo il saluto del celebrante, mentre viene eseguito il Lucernario, vengono accesi i ceri dell’altare, quelli portati dai chierici e le luci della chiesa.
3: tanto nel rito antico quanto in quello odierno, le solennità di Natale, Epifania e Pentecoste hanno la Messa di Vigilia unita ai Vespri e presentano quattro letture vigiliari oltre alle letture della Messa.
4: si pensi, per esempio, ai tre Kyrie Eleison che chiudono il Gloria, che precedono la benedizione o che chiudono il Magnificat.
5: non vi sono testimonianze sufficienti per affermare la presenza o l’assenza del manipolo.
6: sono due delle cosiddette “dignità” del Capitolo Metropolitano (in ordine di importanza si trovano arciprete, primicerio, arcidiacono, penitenziere e teologo).
7: con l’arrivo dei longobardi a Milano, l’arcivescovo Onorato Castiglioni spostò, nel 568, la sua residenza a Genova. Solo nel 649 San Giovanni Bono riportò la sede arcivescovile a Milano.
8: nel rito ambrosiano, tanto alla Messa quanto ai Vespri, l’incensazione dell’altare è iniziata dal celebrante che turifica il Santissimo Sacramento eventualmente presente, la croce d’altare, e l’altare con tre movimenti a forma di croce. L’incensazione è proseguita e conclusa dal diacono.

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NOTA di Traditio Marciana

A: Del fatto che l'Epifania celebri tre misteri distinti e delle sue ragioni teologiche, che presso i Latini sia maggiormente evidenziata l'Adorazione dei Magi e presso i Greci invece il Battesimo, e di come i tre misteri siano rappresentati nelle varie forme liturgiche d'Oriente e Occidente, ne abbiamo ampiamente parlato QUI.

venerdì 4 gennaio 2019

La Benedizione delle Acque nella tradizione occidentale

La benedizione delle acque in Russia
Tra i molti costumi liturgici, particolarmente sentiti a livello popolare, che accompagnavano tradizionalmente il ciclo festivo della Natività di Nostro Signore, dall’Avvento all’Ottava dell’Epifania, un rito colpisce indubbiamente per la sua ricchezza e complessità, nonché per l’enorme diffusione ch’ebbe in tutto l’orbe: quello della benedizione dell’Acqua nella vigilia dell’Epifania.
Benché infatti l’Epifania sia ricordata principalmente come la ricorrenza dell’Adorazione dei Magi, in realtà sono tre i misteri commemorati in questa festa, tre misteri che corrispondono alle tre manifestazioni iniziali della Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo (tale è infatti il significato della parola Ἐπιφάνεια, e ancor meglio di Θεοφάνεια, come i Greci chiamano questa festa):

  • L'adorazione dei Magi
  • Il Battesimo di Nostro Signore Gesù Cristo nel Giordano
  • Il miracolo compiuto alle Nozze di Cana

L'adorazione del Cristo infante come il Re dei Re della terra, l'inizio della sua vita pubblica e la vocazione dal cielo "Tu se' il figliuolo mio diletto, in te ho posto il mio compiacimento", il primo miracolo pubblico, sono tutte manifestazioni eloquenti della Divinità di Cristo, così come la festa della Circoncisione, il 1 gennaio, era una manifestazione eloquente della sua Umanità, risultando così spiegata attraverso questo ciclo di feste natalizie anche l'unione ipostatica delle due nature nell'unica persona del Figlio. Queste tre manifestazioni divine, pur avvenuta in anni diversi, in giorni diversi, sono festeggiate insieme, a cagion della strettissima relazione intrinseca, il 6 di gennaio, 12 giorni esatti (numero altamente simbolico) dopo il Natale di Gesù; questa triplicità del mistero dell'Epifania è condivisa da tutte le tradizioni cristiane, essendo la festa delle Sante Teofanie (ecco spiegato perché i Greci più correttamente usano il nome al plurale) una delle più antiche e venerate di tutta la Chiesa. Cionondimeno, ciascuna tradizione sviluppò indipendentemente il ricordo di questi tre misteri, spesso slegandoli l'uno dall'altro e spostando la memoria di alcuni in altri giorni dell'anno liturgico.

La triplicità dell’Epifania è nondimeno ben presente nell’Ufficio divino tradizionale, le cui antifone, pur riferendosi in massima parte all’Adorazione dei Magi, non trascurano il Battesimo (che comunque sarà più diffusamente commemorato il 13 gennaio, ottava dell’Epifania) né le nozze di Cana (il cui vangelo si leggerà comunque alla prima domenica dopo l’Ottava dell’Epifania). Un’antifona particolarmente li esprime tutti e tre molto bene: quella del Benedictus delle Laudi.

Hódie cælésti sponso juncta est Ecclésia, quóniam in Jordáne lavit Christus ejus crímina: currunt cum munéribus Magi ad regáles núptias, et ex aqua facto vino lætantur convívæ, allelúja.

Oggi allo Sposo Celeste è unita la Chiesa, poiché nel Giordano Cristo ha lavato i suoi peccati: accorrono i Magi coi doni alle nozze regali, e dell'acqua mutatasi in vino si allietano i convitati, alleluja.

Con questa stessa antifona si apre anche il già menzionato ufficio della benedizione dell’acqua. E’ certo nota l’importanza che ha in Oriente (dove la festa del 6 gennaio [19 secondo il vecchio calendario] è dedicata specialmente proprio al Battesimo) detta benedizione (di cui abbiamo ampiamente parlato QUI): a chiunque sarà capitato di vedere le immagini dei fedeli che, nel freddo di una notte di pieno inverno, si gettano nei fiumi gelati della Russia, appena solennemente benedetti; facendo qualche breve ricerca, non sarà difficile trovare che pratiche simili sono presenti anche in Grecia e financo in Africa, dimostrando non solo la grande partecipazione di popolo a questi riti, ma pure la quasi universale diffusione che hanno nell’Oriente cristiano.

Meno noto è però, dacché quasi dappertutto è caduta in disuso da svariati decenni, che pure in Occidente tale benedizione avesse larghissima diffusione: dalla Chiesa di Moravia, che ne attribuiva la paternità ai suoi apostoli Cirillo e Metodio (ancorché la maggior parte degli autori, seguendo quanto riportato nell’Euchologion sive rituale graecorum di Giacomo Goar, fissino la sua origine nel rito costantinopolitano dell’epoca del Crisostomo, che pure ne fa attestazione nella sua omelia de Baptismo Christi), alle Chiese gallicane e mozarabiche, senza scordare ovviamente la Chiesa delle Venezie, dove forte era questa consuetudine, praticata in quasi tutte le parrocchie fino agli anni ’50, e in modo massimamente solenne nella Basilica Ducale di S. Marco, dove il Primicerio (e dal 1806 il Patriarca) la officiava pontificalmente alla presenza di tutto il capitolo.

Salvo qualche piccola variante, il rito si presentava abbastanza simile in tutto l’Occidente: celebrato in tertio, con sacerdote in piviale bianco e diacono e suddiacono parati, prevedeva una ricca salmodia, antifone cantate in toni ornati, le Litanie dei Santi (interrotte a un certo punto dall’officiante, che canta delle litanie di benedizione dell’acqua proprio come, nel conferimento degli Ordini Sacri, il Pontefice interrompe le Litanie dei Santi per cantare delle litanie d’intercessione per gli ordinandi), il Magnificat (o il Benedictus in altri luoghi, a seconda dell’ora in cui si usasse celebrarla), Epistola, Vangelo e Prefazio (secondo lo schema tipicamente medievale della missa sicca, mantenuta per esempio nella benedizione dei rami la Domenica delle Palme), una solenne immersione di una Croce preziosa nell’alveo dell’acqua da benedirsi (costume ripreso dall’uso greco, che prevede appunto di gettare una croce in fiumi o laghi per benedirli; il costume popolare di gettarsi in acqua è in realtà una sorta di palio folkloristico-religioso volto al ricupero della Croce), il Te Deum e l’aspersione.

Pur non riportata originalmente nel Rituale Romano del Concilio di Trento, molte Chiese locali la incorporarono, facendo leva sul fatto che nei loro territori si praticassero queste benedizioni per antichissima consuetudine. Non erano mancati tuttavia anche gli abusi, come l’inserimento di preghiere esorcistiche non tradizionali e la cui conformità agli usi della Chiesa era in dubbio: con un rescritto, dipoi pubblicato in tutti i Rituali, dell’11 gennaio 1725, la Congregazione dell’Indice proibì tutte le aggiunte “moderne” alle cerimonie del rituale romano. Chiarezza circa la benedizione fu fatta comunque da Benedetto XIV il quale, pur riconoscendo che sia un’aggiunta all’originale rito romano, non lo disapprova, ammettendosi di poter seguire dei riti importati dall’Oriente e diffusisi in Occidente, condannando però tre costumi non originari ma ampiamente seguiti:

  • Il far portare la Croce [da immergere nell’acqua, ndr] in processione da un fanciullo, il che “si oppone alla gravità de’ sacri riti, ed è da aborrirsi” (Benedetto XIV, De Canonizatione sanctorum, tom. IV, p. II, cap. 20). Notare che il costume della Basilica di S. Marco prevedeva che a portare la Croce fosse l’arcidiacono del Capitolo, parato di dalmatica e stola. Si può desumere che l’uso sano e originario fosse dunque quello di far portare la Croce dal diacono.
  • Alcune aggiunte “temerarie” nell’esorcismo del sale, in cui, a detta del Pontefice, taluni solevano inserire parole tratte dalla Scrittura che si riferivano misticamente al sale, ma non avevano analogia con alcun altro esorcismo.
  • Le aggiunte non approvate di nomi alle Litanie dei Santi

«Quae tamen – scrive Benedetto XIV – non animo reprobandi Sacrum antiquum Ritum Benedictionis aquae in Vigilia Epiphaniae, sed tantum additamenta rejiciendi in eum inserta absque Sedis Apostolicae auctoritate». Ancora, lo stesso Pontefice, nella sua costituzione Allatae sunt, ammonisce i Vescovi «in quorum Dioeceses longo ab hinc tempore nonnulli Ritus ab Ecclesia Graeca manantes irrepserunt, ut illos de medio tollere non contendant, ne turbae excitentur, et non videantur improbare rationem agendi Sedis Apostolicae, quae Ritus illos irrepsisse cum optime noverit, eosdem tamen servari et frequentari permisit».

Nel 1890, la Sacra Congregazione dei Riti inserì nel Rituale Romano una benedizione solenne dell’acqua in forma pontificale per la vigilia dell’Epifania, sanzionando dunque definitivamente il rito ed estendendolo anche a quei luoghi ove prima non fosse stato praticato. Si trattava però di una benedizione molto scarna, elaborata sul modello di una qualsiasi ora canonica (p.e. il Vespero, con salmi e Magnificat) e inserendovi una brevissima benedizione dell’acqua, tralasciando dunque esorcismi, parti della missa sicca e soprattutto il suggestivo rito della Croce. Dal momento che questa benedizione ridotta non trovò però il consenso del clero e del popolo di quei luoghi ove la benedizione era da tempo praticata more antiquo, la stessa Sacra Congregazione hanc praxim (l’uso precedente, ndr) permisit continuari, purché curando di non seguire quei costumi che Benedetto XIV riteneva illegittimi (e che, stando ai racconti di qualche anziano cantore dell'Istria, nei quali ho appreso che ancora nella prima metà del Novecento si soleva far portare la Croce da un bimbo vestito da angioletto, che poi avrebbe accompagnato il prete pure nella benedizione delle case, continuarono a lungo a essere seguiti).

Al link in calce è possibile scaricare il testo della benedizione, tratto da un rituale di fine Ottocento. La notazione musicale segue purtroppo lo stile dell'editio medicaea, con tutte le problematiche e le corruttele conseguenti.
Le rubriche contenute nel testo del Rituale sono assai scarne, e danno giusto qualche indicazione di massima per lo svolgimento della cerimonia (quello che è da cantarsi e da recitarsi sottovoce; quello che è da cantarsi dal diacono o dal suddiacono); tutto il resto dev'essere desunto per similitudine (assai vaga) con altre benedizioni: le parti da svolgersi avanti all'alveo andranno eseguite come alla benedizione dell'acqua nella veglia pasquale, le litanie come alla cerimonia d'ordinazione, l'Epistola e il Vangelo come i corrispettivi della Domenica delle Palme, etc. Tra le anomalie e i punti dubbi del cerimoniale, è da segnalare che la benedizione presenta due Vangeli, ambedue cantati dal diacono: la prima volta è specificato accepta benedictione, la seconda volta no; si dovrebbe forse supporre che la benedizione ricevuta la prima volta valga anche per la seconda. Dipoi, ritengo ragionevole che il sacerdote "doppiasse" segretamente la lettura di Epistola, tratto, Vangelo etc.
Inoltre, dalle testimonianze popolari veneziane in mio possesso, pare che, proprio come avviene comunemente in Oriente, talora la benedizione si effettuasse non su di un alveo d'acqua all'interno della chiesa, bensì all'esterno, per esempio a un pozzo vicino. In tal caso, la ricostruzione delle rubriche seguite sarebbe ancora più difficile, particolarmente nell'individuare gli spazi liturgici ricavati (dove il diacono e il suddiacono cantassero le rispettive letture; dove s'inginocchiassero i ministri, etc.)

SCARICA IL TESTO DELLA BENEDIZIONE

Fonti storiografiche e del testo:
Don Giovanni DIGLICH, Dizionario Sacro Liturgico che comprende le rubriche del Messale, del Breviario e del Rituale Romano, Foligno, dal tipografo Tomassini, 1831, vol. I, pp. 8 e ss.
Biblioteca per li parrochi e li cappellani di campagna, Venezia, Giuseppe Antonelli Tipografo edit., 1835, vol. I, pp. 622 e ss.
Rituale Romanum Pauli V Pont. Max. Jussu editum cum Conjurationibus ad fugandas tempestates & Benedictione Aquae, quae fit in vigilia Epiphaniae, & aliis. Nunc addita formula absolvendi et benedicendi populos & agros a Sacra Rituum Congregatione approbata, Venetiis, apud Franciscum Baba, 1656
Benedictio aquae juxta consuetudinem Ducalis Ecclesiae S. Marci Venetiarum, pag. 24

martedì 1 gennaio 2019

Dell'efficacia dell'invocazione del Santo Nome del Signore

Il Santissimo Nome di Nostro Signore, di cui oggi ricorre la festa liturgica, è tra gli elementi più bistrattati tra i fedeli: quante volte infatti si usa pregare rivolgendosi a Cristo col Suo Nome proprio, come ci si stesse rivolgendo a un amico qualsiasi, quando invece si sta parlando al nostro Creatore, Signore e Redentore. Qualche anno fa, al mattino presto spesso mi recavo a pregare nella Chiesa dei Carmelitani Scalzi in Venezia, e capitava che entrasse qualche pur pia vecchietta, la quale rivolgendosi all'immagine del Crocifisso posta dinnanzi all'ingresso si metteva a conversare col Signore, trattandolo nondimeno quasi da pari a pari, chiamandolo spesso con il Suo Nome, ma svuotando quel nome (che significa "Salvatore") di tutta la sua mistica efficacia, proprio perché banalizzato e impiegato in questa maniera sciatta, avvegnaché certo senza intento denigratorio da parte degl'ignari e semplici fedeli. Potrei però anche raccontare di qualche peculiare "tradizionalista" ch'ebbi modo di conoscere, che soleva infilare in ogni discorso (anche nel più profano, e non di rado nell'insulto) il nostro Redentore, chiamandolo sempre e immancabilmente col Suo Santo Nome, credendo così di mostrarsi pio quand'invece lo denigrava e lo sviliva.

Nella mistica orientale, e particolarmente nella pratica dell'esicasmo, centrale è la Preghiera del Santo Nome del Signore, conosciuta anche come Preghiera del Cuore, recitando la quale nella piena concentrazione e interiorizzandola nel cuore si potrà giungere ad adempiere al mandato di Cristo, che ha comandato di "pregare senza intermissione", e cioè a vivere costantemente nella preghiera, nella lode e nel ringraziamento a Dio, non smettendo mai, nemmeno nel sonno, di recitare la santa invocazione che in sé racchiude l'interità della nostra fede: Κύριε Ἰησοῦ Χριστὲ, Ὑιὲ τοῦ Θεοῦ, ἐλέησόν με τὸν ἀμαρτωλὸν! (Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbiate pietà di me peccatore). Tale pratica è stata sviluppata particolarmente dai Padri e dai mistici d'Oriente, come San Giovanni Cassiano, San Gregorio Palamas, San Marco l'Asceta, San Massimo il Confessore, San Giovanni di Karpathos, San Simeone il Nuovo Teologo, San Simeone Metafraste, San Pietro Damasceno, San Gregorio Sinaita e molti altri; si noti che pure alcuni mistici occidentali, per esempio San Giovanni della Croce, parlarono sovente di una pratica molto affine, detta pratica della presenza di Dio.

Per comprendere l'efficacia dell'invocazione del Santo Nome, propongo dunque alcuni brani scelti dai Racconti di un pellegrino russo, testo devozionale di mistica di autore anonimo del XIX secolo incentrato sulla pratica esicasta e la Preghiera del Nome.

"Dio ti ha dato il desiderio di pregare e la possibilità di farlo senza fatica. È un effetto naturale, prodotto dall’esercizio e dall’applicazione costante, come una ruota che si fa girare intorno a un perno; dopo una spinta essa continua a girare su se stessa, ma per far sì che il movimento duri bisogna ungere il meccanismo e dare nuove spinte. Tu vedi ora di quali facoltà meravigliose il Dio amico degli uomini ha dotato la nostra natura sensibile, e hai conosciuto le sensazioni straordinarie che possono nascere anche nell’anima peccatrice, nella natura impura che non è illuminata ancora dalla grazia. Ma quale grado di perfezione, di gioia e di rapimento non raggiunge l’uomo, quando il Signore vuole rivelargli la preghiera spirituale spontanea e purificare l’anima sua dalle passioni! È il
dono che ricevono coloro che cercano il Signore nella semplicità di un cuore che trabocca d’amore!
Ormai ti permetto di recitare tante preghiere quante tu vorrai; cerca di consacrare alla preghiera tutto il tuo tempo, e invoca il Nome di Gesù senza più contare, rimettendoti umilmente alla volontà di Dio e sperando nel suo aiuto; egli non ti abbandonerà e guiderà il tuo cammino".
Obbedendo a questa regola, passai tutta l’estate a recitare senza posa la preghiera di Gesù e fui veramente sereno. Durante il sonno, sognavo a volte di star recitando la preghiera. E durante la giornata, quando mi capitava di incontrare delle persone, esse mi parevano così care come se fossero stati membri della mia famiglia. Le distrazioni si erano placate e io non vivevo che con la preghiera; cominciavo a indurre il mio spirito ad ascoltarla e a volte il mio cuore ne riceveva un senso di calore e di gioia immensi. Quando mi succedeva di entrare in chiesa, il lungo servizio della solitudine mi pareva breve e non mi stancava più come un tempo. La mia solitaria capannuccia mi pareva un palazzo meraviglioso, e non sapevo come ringraziare Dio di aver mandato a me, povero peccatore, uno starets dagli ammaestramenti così preziosi.

[...]

"E che cosa vale di più, la preghiera di Gesù o il Vangelo?" Chiese il capitano.
"È una cosa sola, risposi. Il Vangelo è come la preghiera di Gesù, perché il Nome Divino di Gesù Cristo racchiude in sé tutte le verità evangeliche. I Padri dicono che la preghiera di Gesù è la sintesi di tutto il Vangelo".

[...]

Per un mese me ne andai tranquillo e lieto, sentendo quanto siano utili ed efficaci gli esempi vivi. Leggevo spesso la Filocalia e vi verificavo tutto quello che avevo detto al cieco. Il suo esempio infiammava di zelo, la mia dedizione e l’amore per il Signore. La preghiera del cuore mi rendeva così felice quanto non avrei creduto lo si potesse essere sulla terra, e mi chiedevo come le delizie del regno dei cieli avrebbero potuto essere più grandi di queste. La felicità non soltanto illuminava l’intimo dell’anima mia: anche il mondo esterno mi appariva sotto un aspetto stupendo, tutto mi chiamava ad amare e a lodare Dio; gli uomini, gli alberi, le piante, le bestie, ogni cosa mi era familiare, e dovunque io trovavo impresso il miracolo del Nome di Gesù Cristo. A volte mi sentivo così leggero che credevo di non avere più un corpo e di fluttuare dolcemente nell’aria; a volte rientravo completamente in me stesso. Vedevo in modo chiaro il mio intimo e ammiravo il magnifico edificio del corpo umano; a volte sentivo una gioia grande come se fossi diventato re, e in mezzo a tutte queste consolazioni mi auguravo che Dio mi concedesse di morire al più presto e di far
traboccare la mia riconoscenza ai suoi piedi nel mondo degli spiriti. Certo io presi troppo piacere in queste sensazioni, oppure forse Dio decise così, ma dopo un po’ di tempo sentii nel mio cuore una specie di timore e un tremito continuo.

mercoledì 26 dicembre 2018

Immagini della Messa di mezzanotte a S. Simon Piccolo

Allo scoccare della mezzanotte del 25 dicembre 2018, Natività del Signore Nostro Gesù Cristo, presso la Chiesa di S. Simeon Piccolo in Venezia il cappellano rev. padre Joseph Kramer, FSSP, ha cantato la messa della notte di Natale.

E' stata eseguita la IV messa pour le tems de Noël dalle Quatre Messes à deux voix égales. Avec l’accompagnement de l’Orgue à l’usage des Dames Religieuses mêlées de Solo, Duo et Chœurs qui peuvent aussi se chanter par les haute-contres et tailles (1788) di Michel Corrette (1707-1795).

Durante la messa, e precisamente dopo l'intonazione del Gloria in excelsis, si è rinnovato il tradizionale rito dello svelamento della statua di Gesù Cristo Infante, posta nella nicchia sovra l'altar maggiore, al suono delle campane e dei campanelli della chiesa. La statua, contenente un frammento di reliquia ex pannis Domini Nostri, è stata incensata e offerta al bacio dei Cristiani presenti al termine della messa, mentre il canto dell'Adeste fideles invitava i fedeli ad adorare piamente il Signore incarnato.

Al termine della liturgia padre Kramer si è brevemente intrattenuto coi fedeli per il consueto scambio degli auguri natalizi. Poche ore dopo, infatti, lo stesso padre Kramer ha cantato a S. Simeon anche la messa del giorno.

Il Circolo Traditio Marciana ha curato la preparazione della funzione e il servizio all'altare.

L'altare illuminato per la messa di mezzanotte

Preghiere ai piedi dell'altare

Bacio dell'altare all'inizio della messa

Imposizione dell'incenso

Incensazione

Svelamento della statua di Gesù Bambino

Gloria in excelsis

Canto del Vangelo

Lavabo dell'Offertorio

Prefazio

La statua di Gesù Bambino viene prelevata per essere offerta al bacio dei fedeli

Il celebrante bacia la statua di Gesù Bambino

I fedeli baciano la statua di Gesù Bambino

martedì 25 dicembre 2018

L'Inno di S. Stefano nella tradizione occidentale

Com'è noto, il rito romano (o, meglio, quella forma particolare, e ahimè piuttosto "povera" a livello di ricchezza testuale rispetto ad altre in uso nell'Urbe, che fu scelta come base per il Breviarium Romanum del 1568) non conosceva originariamente l'Inno, che fu introdotto successivamente su influenza monastica. Nonpertanto, si mantenne sempre una certa conservatività, evitando di ampliare a dismisura il numero di inni, non accogliendo dunque nuovi testi provenienti da altre usanze occidentali. E' interessante notare che, dei 39 santi menzionati nel Canone Romano, solo S. Giovanni Battista e i Ss. Pietro e Paolo hanno un'innodia propria, mentre per gli altri santi sono impiegati inni dal Comune. Anche le innodie proprie degli Angeli, di alcune feste della Beata Vergine etc. sono molto tardive (quelle degli Angeli, per esempio, sono del XVII secolo).
Andando ad osservare invece gli Uffici Divini propri di altre forme liturgiche tradizionali occidentali, dai riti monastici a quelli gallicani e germanici, troviamo una varietà molto maggiore di Inni in onore dei Santi, che insieme alle sequenze andavano a costituire quel patrimonio liturgico-agiografico estremamente importante nella tradizione ecclesiastica ma altrimenti sconosciuto all'Occidente.

Un esempio è proprio l'inno in onore di S. Stefano, Sancti Dei pretiose, in uso nel rito carmelitano, in quello premonstratense, e in molti usi inglesi antichi (Sarum e York, ad esempio), giusto per citarne alcuni. L'inno è propriamente del Vespero, ma in taluni riti è impiegato anche alle Laudi o al Mattutino, laddove altri vi preferiscono il Comune dei Martiri. Talora era impiegato pure per la festa dell'Invenzione di S. Stefano (3 agosto). Possiamo datare la sua composizione almeno all'XI secolo: originariamente doveva comprendere solo tre strofe, abbenché successivamente si trovi nei manoscritti un gran numero di aggiunte spurie, talora a integrare, e talora (come vedremo) a sostituire la versione antica.

Questa prima trascrizione, che rappresenta l'uso liturgico più vicino a noi, è da un Breviario di Sarum del XV secolo, ed è riportata parimenti nei Breviari dei Carmelitani dell'Antica Osservanza.

Sancte Dei, pretiose,
Protomartyr Stephane,
Qui virtute caritatis
Circumfulsus undique,
Dominum pro inimico
Exorasti populo

Funde preces pro devoto
Tibi nunc collegio,
Ut, tuo propitiatus
Interventu, Dominus
Nos, purgatos a peccatis
Jungat caeli civibus.

Gloria et honor Deo
Usquequaque Altissimo,
Una Patri, Filioque,
Inclyto Paraclito,
Cui laus est et potestas
Per aeterna saecula. Amen.
O Santo di Dio, glorioso,
protomartire Stefano,
che in ogni parte sei rivestito
della virtù della carità,
tu pregasti il Signore
per il popolo che ti era ostile.

Prega ora per questa
assemblea a te devota,
affinché il Signore,
propiziato dalla tua intercessione,
purificatici dai peccati,
ci congiunga agli abitanti del cielo.

Gloria e onore a Dio
Altissimo in ogni luogo,
nello stesso tempo al Padre, e al Figlio,
e al glorioso Paraclito,
cui spettano la lode e la potestà
nei secoli eterni. Amen.

La trascrizione riportata di seguito è invece eseguita su due manoscritti del secolo XI; il primo al British Museum (Vesp. D. xii., f. 36 ; Harl. 2961, f. 229); il secondo a Durham (B. iii. 32, f. 14.), quest'ultimo riportato anche nella raccolta Latin Hymns of the Anglo-Saxon Church del 1851.
Si noti come la prima strofa è identica (eccetto l'impiego di circumfulcio in luogo di circumfulgo, senza variazioni di significato), mentre le altre sono nettamente diverse.

Sancte Dei, pretiose,
Protomartyr Stephane,
Qui virtute caritatis
Circumfulsus undique,
Dominum pro inimico
Exorasti populo.

Et coronae qua nitescis
Almus sacri nominis,
Nos, qui tibi famulamur,
Fac consortes fieri :
Et expertes dirae mortis
In die Judicii.

Gloria et honor Deo
Qui te flore roseo
Coronavit et locavit
In throno sidereo:
Salvet reos, solvens eos
A mortis aculeo. Amen.
O Santo di Dio, glorioso,
protomartire Stefano,
che in ogni parte sei rivestito
della virtù della carità,
tu pregasti il Signore
per il popolo che ti era ostile.

E quella corona per la qual tu risplendi,
o benigno [santo] dal nome sacro,
fa’ che tocchi in sorte pure a noi,
che ti serviamo;
e sottraici alla funesta morte
nel giorno del Giudizio.

Gloria e onore a Dio
che ti ha incoronato con un fiore
rosa, e ti ha collocato
su di un trono celeste:
salvi i peccatori, liberandoli
dal pungiglione della morte. Amen.


Natale del Signore 2018

In Nativitate Domini Nostri Jesu Christi
Ἡ κατὰ σάρκα Γέννησις τοῦ Κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ
Natività di Nostro Signore Gesù Cristo
MMXVIII


Duccio di Buoninsegna, Natività tra i profeti Isaia ed Ezechiele, 1308-11,
Washintong, National Gallery of Art

Μέγα καὶ παράδοξον θαῦμα, τετέλεσται σὴμερον!
Παρθένος τίκτει καὶ μήτρα οὐ φθείρεται,
ὁ Λόγος σαρκοῦται, καὶ τοῦ Πατρὸς οὐ κεχώρισται,
Ἄγγελοι μετὰ Ποιμένων δοξάζουσι,
καὶ ἡμεῖς σὺν αὐτοῖς ἐκβοῶμεν·
Δόξα ἐν ὑψίστοις Θεῷ, καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη.

Un grande e straordinario miracolo s'è oggi compiuto!
Una Vergine partorisce, e non si corrompe il suo grembo,
il Verbo si fa carne, e non si separa dal Padre,
gli Angeli insieme ai Pastori cantano lode,
e noi inneggiamo insieme a loro:
Gloria a Dio negli eccelsi, e pace sulla terra.

(dal Vespero di rito bizantino;
Stichiròn Idiòmelon di Germano di Costantinopoli)


Hódie nobis cælórum Rex
de Vírgine nasci dignátus est,
ut hóminem pérditum ad cæléstia regna revocáret:
Gaudet exércitus Angelórum:
quia salus ætérna humáno géneri appáruit.
Glória in excélsis Deo, 
et in terra pax homínibus bonæ voluntátis.

Oggi per noi il Re dei cieli
si è degnato di nascere da una Vergine,
per ricondurre l'uomo perduto al regno dei cieli:
si rallegra la schiera degli Angeli,
imperocché si è manifestata l'eterna salvezza per il genere umano.
Gloria a Dio negli eccelsi,
e pace in terra agli uomini di buona volontà.


(dal Mattutino di rito romano;
I Responsorio del I Notturno)


AUGURI DI UN SANTO NATALE 2018!

La direzione di Traditio Marciana

domenica 23 dicembre 2018

Cronaca del pellegrinaggio a Madonna del Monte


Salve sancta parens, enixa puerpera Regem,
qui coelum terramque regit in secula seculorum.

Sono le parole dell'introito della Messa in Nativitate Beatae Mariae Virginis celebrata oggi al santuario di Madonna del Monte di Aviano da mons. Sergio Moretto, rettore del santuario, in occasione del pellegrinaggio locale organizzato dalla Compagnia di Sant'Antonio e dalla sezione pordenonese di UNA VOCE.

In questo luogo santo, situato a mezza costa ed in posizione dominante sulla pianura del pordenonese, è giunto gruppetto di pellegrini  appartenenti alle Diocesi di Concordia-Pordenone e di Udine per onorare e supplicare la Vergine Santissima che qui apparve, ad un contadino di nome Antonio Zampara, l'8 settembre 1510.

Ella chiese al devoto un digiuno di tre sabati successivi in Suo onore e invitò che lo stesso facessero tutti gli abitanti della zona e infine dispose che fossero edificati una cappella e un altare. E così avvenne: l’apparizione mariana stimolò immediatamente devozione e pellegrinaggi, talché una piccola chiesa fu presto costruita. Essa venne poi ampliata nel 1615.
Non meravigli che questa apparizione si unisca a numerose altre di cui la Madre celeste volle gratificare le nostre genti agli inizi del ‘500 – si pensi all’apparizione a Motta di Livenza avvenuta il 9 marzo 1510 al pio contadino Giovanni Cigana. Quegli anni erano segnati dalle devastanti guerre d’Italia, che si sarebbero concluse solamente con la pace di Cateau Cambrésis del 1559, ma soprattutto sarebbero stati gli anni della durissima prova dell’apostasia protestantica (1517), destinata a lacerare le carni della Chiesa e a aprire definitivamente la deriva modernistica e secolarizzante. La Madre celeste volle e vuole sempre ammonire e consigliare i suoi figliuoli, perché si trovino pronti alla prova con la recita del Santo Rosario, coi i sacramenti e la partecipazione alla Santa Messa.
Nel corso dei secoli le popolazioni della Pedemontana incrementarono la loro pietà verso la Grande
Mediatrice, tanto che agli inizi del XX secolo il santuario fu ulteriormente ampliato, dotandolo di
una suggestiva cupola.

Pregando il Santo Rosario percorrendo l'irta strada che porta al monte, ritornavano alla memoria di molti le parole che la Vergine rivolse al contadino:" Dove vuoi andare, tu, uomo dabbene?" E' la domanda che ciascun pellegrino sempre si pone nel suo cammino di fede alla ricerca di Dio.

Un cammino devozionale che, iniziato con il nuovo anno liturgico, ci porterà da Madonna del Monte ad Aquileia, visitando alcuni tra i luoghi più significativi della pietà popolare tra il Veneto Orientale ed il Friuli.

Gli organizzatori ringraziano per l'ospitalità il rettore del santuario di Madonna del Monte e gli amici del Circolo Traditio Marciana per la consueta e preziosa collaborazione nel servizio all'altare.

CSA - UNA VOCE Pordenone







giovedì 20 dicembre 2018

Le reliquie di S. Tommaso nella Cattedrale di Ortona

Nella festa di S. Tommaso Apostolo, proponiamo questo contributo sull'interessante storia della traslazione d'insigni reliquie del Santo in Ortona (Chieti).
Testo ripreso da QUI, sito della Basilica Cattedrale di Ortona

Mappa del viaggio di Leone
L’isola di Chio, compresa nell’arcipelago delle Sporadi e vicinissima alla costa turca, nell’antichità fu fiorente città della Ionia d’Asia e vanta di aver dato i natali ad illustri uomini, quali i poeti Omero e Ione, lo storico Teopompo e il filosofo Metrodoro. Conquistata dai romani nel 70 a. C. successivamente fece parte dell’Impero bizantino. Fu saccheggiata dagli Arabi nell’VIII secolo e dai Turchi nel 1089.
Dal 1204, inserita nell’Impero latino d’Oriente, poco dopo divenne oggetto di contesa tra Venezia e Genova, che cominciò lo sfruttamento nel 1261. I Turchi la conquistarono nel 1566.

Il pio Leone salpa da Chio
Tre galee ortonesi raggiunsero l’isola di Chios nel 1258. L’impero bizantino era in crisi, il regno di Nicea sostenuto dai Greci tentava di strapparle il primato. Manfredi, principe di Taranto e futuro re di Puglia e di Sicilia, legato per accordi al despota dell’Epiro, e al re di Gerusalemme suo nipote, aveva favorito degli accordi, con documentazioni giunte fino a noi, non solo con tutte le città portuali dell’Adriatico Ortona compresa, ma anche con la stessa Genova, nemica dichiarata di Venezia. Manfredi aspirava non solo a conquistare l’Italia settentrionale, come in parte fece, ma anche a diventare imperatore d’Oriente. A tale scopo preparò una flotta di cento galee militari e affidò il comando al suo grande ammiraglio Filippo Chinardo. La flotta raggiunse Nauplia di Romània e poi si divise. Una parte combatté intorno al Peloponneso e alle isole dell’Egeo, l’altra nel mare che lambiva la costa siriana di allora. Le tre galee di Ortona si spostarono sul secondo fronte di guerra e raggiunsero l’isola di Chios. Il racconto che segue è fornito da Giambattista De Lectis, medico e scrittore ortonese del Mille e cinquecento. Dopo il saccheggio, il navarca ortonese Leone si recò a pregare nella chiesa principale dell’isola di Chios e fu attratto da un oratorio adorno e risplendente di luci. Un anziano sacerdote, attraverso un interprete lo informò che in quell’oratorio si venerava il Corpo di san Tommaso apostolo. Leone, pervaso da una insolita dolcezza, si raccolse in preghiera profonda. In quel momento una mano luminosa per ben due volte lo invitò ad avvicinarsi. Il navarca Leone allungò la mano ed estrasse un osso dal foro più grande della pietra tombale, su cui erano incise delle lettere greche e raffigurato un vescovo nimbato a mezzo busto. Ebbe la conferma di quanto gli aveva detto l’anziano sacerdote e di trovarsi effettivamente in presenza del corpo dell’Apostolo. Tornò sulla galea e progettò il furto per la notte successiva, insieme al compagno Ruggiero di Grogno. I due così fecero. Sollevarono la pesante lapide e osservarono le reliquie sottostanti. Le avvolsero in candidi panni, le riposero in una cassetta di legno ( conservata ad Ortona fino al saccheggio del 1566) e le portarono a bordo della galea. Leone, poi, insieme con altri compagni, tornò nuovamente nella chiesa, prese la pietra tombale e la portò via. Appena l’ammiraglio Chinardo venne a conoscenza del prezioso carico trasferì tutti i marinai di fede musulmana su altre navi e ordinò di prendere la rotta verso Ortona.

Il pio Leone approda a Ortona
La galea che recava le Ossa dell’Apostolo navigò in modo più sicuro e veloce delle altre ed approdò al porto di Ortona il 6 settembre 1258. Secondo il racconto di De Lectis, fu informato l’abate Iacopo responsabile della Chiesa ortonese, il quale predispose tutti gli accorgimenti per un’accoglienza sentita e condivisa da parte di tutto il popolo. Da allora il corpo dell’apostolo e la pietra tombale sono custoditi nella cripta della Basilica. Nel 1259 una pergamena redatta a Bari dal giudice ai contratti Giovanni Pavone, alla presenza di cinque testimoni, conservata a Ortona presso la Biblioteca diocesana, conferma la veridicità di quell’avvenimento, riportato, come detto, anche da Giambattista De Lectis, medico e scrittore ortonese del Cinquecento.
Attualmente, pertanto, abbiamo quattro prove della presenza dell’Apostolo in Ortona:

1. La pietra tombale, riconducibile all’arte siro-mesopotamica, è databile al terzo - quinto secolo sia sotto il profilo paleografico sia dal punto di vista iconografico. In essa è raffigurata una immagine a mezzo busto di uomo nimbato e benedicente con ai lati una scritta in caratteri greci onciali (o osios thomas, cioè san Tommaso. Va precisato che il termine osios era usato con il significato di santo solo nei primissimi secoli del Cristianesimo). Nella parte inferiore della lapide, poi, si aprono due fori di diversa dimensione come quelli presenti nelle tombe dei martiri, sempre dei primi secoli, e di san Paolo, per le reliquie da contatto e per le libagioni. Di essa si parla successivamente in modo dettagliato

2. La pergamena del 1259, conservata presso la biblioteca diocesana di Ortona, venne redatta a Bari dal giudice ai contratti G. Pavone, alla presenza di cinque testimoni. Un’altra pergamena dello stesso notaio, datata 1261 e riportata in un Codice barese, dimostra l’autenticità del documento, oltre la scrittura minuscola cancelleresca, le abbreviazioni ed altri elementi caratteristici del tempo storico di riferimento;

3. La ricognizione scientifica del 1984 ha accertato che il corpo venerato in Ortona appartiene ad un soggetto longitipo, con ossatura gracile, di aspetto minuto con statura di 160 o 170 centimetri, di età scheletrica alla morte compresa tra i 50 e i 70 anni, affetto da una forma particolare di spondiloartrite anchilopoietica con localizzazioni anche alle piccole articolazioni delle mani, portatore di un piccolo osteoma del cranio in regione frontale e di ossa soprannumerarie lungo una delle suture della volta cranica. Detto individuo mostra le tracce di una frattura dell’osso zigomatico destro provocata da un affilato fendente poco prima o poco dopo il decesso;

4. La reliquia di San Tommaso apostolo conservata a Bari è un osso radio sinistro, mancante nel corpo di Ortona, complementare e compatibile con lo stesso corpo. Il Cronicon barese chiarisce che un vescovo francese, cugino di Baldovino di Le Bourg signore di Edessa, nel 1102, di ritorno dalla Terra Santa e da Edessa, lasciò a Bari, presso la basilica di San Nicola, la reliquia di san Tommaso apostolo.

 Pietra tombale
La pietra tombale

La pietra tombale, portata a Ortona da Chios insieme alle reliquie dell’Apostolo, attualmente è conservata nella cripta della Basilica di san Tommaso, dietro l’altare. L’urna contenente le ossa, invece è posta sotto l’altare. La lapide ha le dimensioni di cm. 137 x cm. 48 e lo spessore di cm.52 circa. Dalla tradizione è definita pietra calcedonio.
Essa è il coperchio di un finto sarcofago, forma di sepoltura abbastanza diffusa nel mondo paleocristiano, quale parte superiore di una tomba di materiale meno pregiato.
La lapide presenta un’iscrizione ed un bassorilievo che rinviano, sotto molti punti di vista, all’area siro-mesopotamica.
Sull’iscrizione è possibile leggere, in caratteri greci onciali, l’espressione o osios thomas, cioè san Tommaso. Essa è databile dal punto di vista paleografico e lessicale al III-V secolo, epoca in cui il termine osios viene ancora usato quale sinonimo di aghios, nel senso che santo è colui che è nella grazia di Dio ed è inserito nella Chiesa: i due vocaboli, di conseguenza, indicano i Cristiani. Nel caso particolare della lapide di san Tommaso, poi, la parola osios può essere agevolmente la traduzione del termine siriaco mar (signore), attribuito nel mondo antico, ma anche ai giorni nostri, sia ad un santo sia ad un vescovo. Con tale termine, pertanto, si voleva indicare l’apostolo come primo vescovo della chiesa locale.
Guardando, tuttavia, con più attenzione l’iscrizione, è possibile notare che sopra le due parole sono tracciati dei segni che rinviano alle indicazioni paleografiche per la presenza di abbreviature per contrazione: in tal caso le parole potrebbero significare il reale san Tommaso.
Al centro della lapide è stato inciso un bassorilievo con l’immagine di un religioso, nimbato, in atto di impartire, con la mano destra, la benedizione (secondo il rito della Chiesa Orientale ed indicante le prime due lettere, in greco, della parola Cristo). Nella sinistra tiene un oggetto solitamente inteso come una croce, ma il patibulum è troppo corto. Dunque potrebbe essere anche una spada, con chiaro riferimento al martirio del Santo. Infatti gli Atti di Tommaso parlano di morte per un colpo di lancia o di spada. L’ultima ricognizione delle ossa del Santo, effettuata nel 1984, ha dimostrato che l’individuo aveva ricevuto un fendente in pieno volto poco prima o immediatamente dopo il decesso. Se invece si vuole attribuire un significato ampiamente teologico, allora possiamo indicare “la spada dello Spirito”, che nell’ottica cristiana, diventa con la croce speculare strumento per il trionfo della forza della Parola.
Iconograficamente, poi, il bassorilievo non discorda dalle caratteristiche artistiche dell’area siro-mesopotamica dei primi secoli dell’era cristiana. Significative, in particolare, sono le somiglianze con l’immagine di Aronne ritrovata nella sinagoga di Doura Europos datata al 250, e di alcune lapidi tombali, databili al I-II secolo, provenienti dall’area cimiteriale di Edessa. Proprio in quella città, oggi Sanliurfa, il corpo del Santo è stato conservato per alcuni secoli, per poi essere trasferito a Chio da dove è giunto in Ortona.
L’appartenenza della lapide ad un’area periferica del mondo ellenistico giustificherebbe ampiamente l’uso della parola osios per tradurre il siriaco mar ed il piccolo errore ortografico della parola Thomas, la cui o, in greco, è un omicron e non un omega, come solitamente il nome è scritto correttamente. Nelle aree ellenistiche di lingua semitica, infatti, frequentemente si rintraccia la confusione tra vocale greca lunga e breve: ciò è determinato da diversità di pronuncia e difficoltà di trascrivere termini provenienti da un ceppo linguistico con un sistema vocalico ben diverso. Nella parte bassa della lapide, inoltre, sono presenti due fori di differenti dimensioni, come quelli che si ritrovano in varie sepolture dei primi secoli del Cristianesimo, e in quella di san Paolo, al fine di introdurre balsami o fare libagioni sulla tomba del defunto. Quando si trattava della tomba di un martire, quello più ampio serviva anche per fornire reliquie da contatto.

Dal 6 settembre 1258, data dell’arrivo in Ortona delle Ossa dell’apostolo Tommaso, la storia del popolo ortonese si identifica con la vita che ruota intorno alla Tomba di san Tommaso. La notizia della presenza del corpo dell’Apostolo si diffonde rapidamente, i pellegrini affluiscono per rivolgersi a Lui, la Chiesa locale si fa promotrice di varie iniziative, i pontefici gratificano i fedeli con la concessione delle indulgenze.
L’indulgenza è la remissione davanti a Dio della pena temporale dovuta per i peccati già perdonati attraverso la confessione. Trova la sua giustificazione nella comunione dei santi, nel tesoro dei meriti di Cristo e di tutti i giusti. La Chiesa concede l’indulgenza attingendo a tale tesoro, a beneficio spirituale dei fedeli vivi, battezzati e in grazia di Dio, e a suffragio per i defunti. L’indulgenza è plenaria se riguarda l’intera pena temporale, perpetua se non prevede limitazione di tempo, parziale se è limitato ad un periodo di tempo specifico.
Innocenzo VI ( 1359- 1362) per primo concesse l’indulgenza plenaria ai fedeli che avrebbero visitato la tomba dell’Apostolo in Ortona e pregato su di essa il giorno 6 settembre di ogni anno. Bonifacio IX la confermò nel 1399, rendendola analoga a quella concessa da Celestino V alla Chiesa aquilana.
Il 5 luglio 1479, il papa Sisto IV con la Bolla Pastoris aeterni, scritta su pergamena e conservata nella biblioteca diocesana di Ortona, non solo rinnovò l’indulgenza, che peraltro era già stata concessa in perpetuo, ma autorizzò il trasferimento del giorno per lucrarla, dal 6 settembre, anniversario della traslazione delle reliquie dell’Apostolo, alla prima domenica di maggio. In tal modo veniva incontro al desiderio degli ortonesi, secondo i quali, i forestieri a maggio avrebbero più facilmente potuto raggiungere la città, pregare sulla tomba dell’Apostolo e ricevere l’indulgenza. Secondo alcuni storiografi locali, la richiesta degli ortonesi sarebbe stata motivata dalla volontà di abbinare la festa del Perdono con le fiere di maggio.
Gregorio XIII, il 13 settembre 1575, cinque anni dopo la restituzione del vescovado ad Ortona, con un “breve” confermò l’indulgenza concessa da Sisto IV per la prima domenica di maggio. Clemente VIII, nel breve del 4 marzo 1596, fissa due giorni per lucrare l’indulgenza: il 15 agosto e il 21 dicembre, festa liturgica di san Tommaso.
Nel Settecento, il vescovo di Ortona, monsignor Marcantonio Amalfitani si rivolge al papa Benedetto XIV per chiedere la proroga della concessione dell’indulgenza al lunedì e martedì successivi alla prima domenica di maggio. Benedetto XIV, con il breve del 14 aprile 1742, accolse la proposta e confermò in perpetuo il privilegio dell’indulgenza plenaria preesistente. Pertanto fissò il 21 dicembre, festa liturgica dell’apostolo, la prima domenica di maggio più il lunedì e il martedì successivi.
L'ultima bolla pontificia è del 2 settembre 1949, emessa da Pio XII. Con essa il pontefice concede una triplice indulgenza, da acquisire una sola volta l’anno per se stessi e come suffragio per i defunti: la prima domenica di maggio più i due giorni successivi, il 6 settembre e il 21 dicembre. Nella bolla il papa non solo parla della presenza delle Ossa dell’Apostolo in Ortona, ma accenna anche alle luttuose vicende della guerra, Infatti monsignor Pietro Tesauri, arcivescovo di di Lanciano e amministratore perpetuo di Ortona, in due lettere, l’una del 15 giugno e l’altra del 17 giugno 1944, aveva riferito la situazione delle due città colpite dalla guerra. La popolazione era esausta. Aveva sofferto la fame, il freddo, la distruzione delle case e delle chiese. Solo i parroci erano rimasti vicino ai loro fedeli e avevano portato loro un po’ di conforto.
Tutti documenti sono conservati presso la biblioteca diocesana di Ortona.