mercoledì 15 agosto 2018

Festa dell'Assunzione a San Simon Piccolo

Mercoledì 15 giugno, festa dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, il rev. don Charles Gauthey FSSP ha cantato la Messa tridentina d'orario nella chiesa veneziana di San Simon Piccolo.

La liturgia è stata preceduta dalla tradizionale benedizione solenne dei frutti, officiata dal rev. don Juan Tomas FSSP. Lo stesso don Tomas ha predicato durante la Messa, soffermandosi sulla gloriosa condizione di Maria Santissima, che ha raggiunto la "parte migliore" nel cielo.

E' stata celebrata la Messa Gaudeamus, impiegando cioè il Proprium precedente alla riforma liturgica del 1950, in conformità alla tradizione più antica (vedasi il nostro precedente articolo in merito).

Il servizio liturgico è stato curato dal circolo Traditio Marciana. I canti gregoriani sono stati eseguiti dal M° Nicola Lamon.












martedì 14 agosto 2018

La riforma della liturgia dell'Assunzione negli anni '50

In seguito alla proclamazione del dogma dell'Assunzione della Beata Vergine Maria solennemente proclamato il 1 novembre 1950 con la pubblicazione della bolla Munificentissimus Deus da parte di Papa Pio XII, la liturgia tradizionale della festa dell'Assunzione ha subito dei deprecabili cambiamenti che, cercando invano di rendere più "dogmatici" i testi della Messa, hanno di fatto distrutto gran parte della tradizione liturgica di questa festa.

Non entro qui nel dibattito attorno al dogma dell'Assunzione, dogma di Fede da sempre creduto nella Chiesa, ma mai proclamato per oltre diciannove secoli; un dogma anomalo quanto alla sua proclamazione, sotto almeno due aspetti (cioè la necessità dello stesso, in quanto non vi erano eresie che minacciavano la Fede, ma fu semplicemente una richiesta devozionale da parte di alcuni vescovi cattolici; ma anche l'opportunità dello stesso, in quanto tradizionalmente si ritiene poter essere proclamati dogmi di fede solo quegli aspetti necessariamente coinvolti nella dottrina dell'Incarnazione, Passione, Redenzione e Risurrezione di Nostro Signore; questi sono peraltro i motivi per cui gli Ortodossi, pur credendo l'Assunzione corporale della Beata Vergine, non ammettono che possa proclamarsi dommaticamente). Tuttavia mi soffermo su un passaggio della lunga e pomposa bolla, che coinvolge direttamente l'aspetto liturgico:

Ma poiché la liturgia della chiesa non crea la fede cattolica, ma la suppone, e da questa derivano, come frutti dall'albero, le pratiche del culto, i santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi rivolti al popolo in occasione di questa festa non vi attinsero come da prima sorgente la dottrina; ma parlarono di questa come di cosa nota e ammessa dai fedeli; la chiarirono meglio; ne precisarono e approfondirono il senso e l'oggetto, dichiarando specialmente ciò che spesso i libri liturgici avevano soltanto fugacemente accennato: cioè che oggetto della festa non era soltanto l'incorruzione del corpo esanime della beata vergine Maria, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste «glorificazione», a somiglianza del suo unigenito Gesù Cristo.

Con questa frase Pacelli, dimostrando una grande ignoranza dello stile Patristico, o piuttosto volendo distruggere la tradizione Patristica per iniziare la costruzione di una nuova tradizione a proprio piacimento, sovverte la massima di Prospero d'Aquitania legem credendi lex statuat supplicandi, e la legge all'esatto contrario (come oggi fanno molti tradizionalisti, purtroppo), in modo da rendere la Liturgia quasi un aspetto superfluo o comunque secondario all'interno del Cristianesimo, sottomettendo l'ortodossia liturgica a una "più importante" ortodossia dottrinale (questo è anche il problema dell'impostazione di talune comunità tradizionaliste attuali). Per effetto di questa mentalità, di un approccio sbagliato alla dogmatizzazione del mistero, si sono così prodotti dei nuovi testi del Proprio della festa odierna che, oltre ad essere estranei alla tradizione liturgica, sono estremamente poco significativi addirittura per il dogma stesso, e suonano come una deprecabile disarmonia all'interno del quadro liturgico.

L'introito. La Chiesa riservava a questa solennità un Introito impiegato per alcune delle feste più importanti della Madonna e dei Santi, composto secondo la tradizione da Sedulio, che recita Gaudeamus omnes in Domino diem festum celebrantes sub honore beatae Mariae Virginis de cujus Assumptione gaudent Angeli, et collaudant Filium Dei (Rallegriamoci tutti nel Signore, celebrando la festa in onore della Beata Vergine Maria, della cui Assunzione si allietano gli angeli e insieme lodano il Figlio di Dio), accompagnato dal secondo versetto del salmo 44.
Con la riforma liturgica degli anni '50, esso viene sostituito da un Introito costruito a tavolino con l'incipit del XII capitolo dell'Apocalisse di S. Giovanni, principiante Signum magnum. Questa scelta è deprecabile anzitutto perché non si riferisce assolutamente all'Assunzione, e secondo alcuni nemmeno alla Madonna tout court, in quanto la "donna vestita di sole" secondo molte interpretazioni sarebbe la Chiesa. Probabilmente questo introito è stato scelto poiché si cercava la necessità di giustificare scritturalmente l'Assunzione, trovandovi un riferimento nel Nuovo Testamento. Questa è però una mentalità molto protestante, perché si affida a una sorta di sola Scriptura, quasi ignorando che la Tradizione Apostolica sarebbe sufficiente ad attestare la veridicità di questa dottrina. Inoltre, ritenere, come scrivono taluni, che l'Introito dev'essere giocoforza scritturale è una falsità, poiché sono non pochi quelli di composizione ecclesiastica.
Per ironia, in molti messalini del '62 il commentatore, cercando d'introdurre la festa, ricorre immancabilmente alle parole del vecchio introito... e questo la dice lunga.

L'orazione. Qui si vede bene la "predominanza" assoluta della dottrina sulla liturgia, tanto da cancellare l'orazione tradizionale Famulorum, attestata sin dall'Alto Medioevo, con una nuova orazione che si dilunga inutilmente riportando la definizione dogmatica nella sua interezza (corpore et anima ad caelestem gloriam assumpsisti), a discapito di quelli che sono i veri punti costitutivi della colletta, cioè la petizione dei fedeli (si chiama colletta perché raccoglie tutte le richieste del popolo di Dio). Questo fraintendimento si riscontra in molte orazioni composte nel XX secolo o poco prima. Anche il latino impiegato nella nuova orazione risulta penoso, di fronte alla semplicità, all'evidenza e all'armonia della vecchia colletta, che pregava l'intercessione della Beata Vergine, di cui abbiamo bisogno estremo, perché de actibus nostris placere non valemus (non siam capaci colle nostre azioni di essere graditi [a Dio]).

L'epistola. La lettura viene stravolta, peraltro non con l'introduzione di un testo originale ma con il ricupero (non molto sensato) di un passo del libro di Giuditta che nel tardo Medioevo si era assegnato alla festa francescana dei Sette Dolori, poi passata alla Chiesa Universale. Se per la festa dei Sette Dolori possono trovarsi alcune convergenze col passo, in questa occasione risulta del tutto insensato, dacché la Patristica generalmente non riconosce Giuditta come una prefigurazione di Maria, ma piuttosto della Chiesa. I Padri conoscevano profondamente le Scritture, e nei propri liturgici che vengono dall'antichità si vede come riescano a cogliere i più remoti riferimenti dalla Bibbia, riferendoli sapientemente alla Nuova Alleanza. L'Epistola della Messa pre anni '50 era tratta dal libro del Siracide, e faceva espliciti riferimenti al riposo in Dio (in omnibus requiem quaesivi), cioè alla Dormizione della Vergine, cui segue l'Assunzione (exaltata sum). Nel nuovo Proprio, come in altri Propri composti negli stessi anni, si vede bene quanto affermò un dotto domenicano inglese, cioè che i liturgisti del XX secolo, non essendo più in grado di cogliere i molteplici contenuti nascosti nelle Sacre Scritture, iniziarono a scegliere il primo testo utile tra quelli già impiegati in altre Messe che si potesse appaiare almeno apparentemente con la festività.

Il vangelo. L'incompetenza biblica dei nuovi liturgisti è ancora più palese nella scelta del Vangelo. La tradizione più antica scelse per questa festa l'armonica collazione di due passi del Vangelo di S. Luca, il primo (10,38-42) che narra la vicenda di Gesù in casa di Marta e Maria, e uno dal capitolo successivo in cui una donna esclama a Gesù: beata viscera quae te portaverunt et ubera quae suxisti (che è poi il brano del Comune delle Messe della Vergine Maria). Nel rito bizantino questo brano è ancora letto durante l'ufficio della Grande Paraklisi nei primi quindici giorni di agosto, e pure nel giorno stesso della festa. Nel rito romano fu sdoppiato, mantenendo solo l'episodio narrato nel capitolo 10 per la festa odierna, e spostando il secondo passo alla vigilia. Apparentemente, questo Vangelo non parla della Madonna, perché non è nemmeno nominata, ma in realtà è molto significativo: San Bruno d'Asti dice chiaramente che la Madonna è simboleggiata in entrambe queste donne, poiché Ella ha sia ruolo attivo che passivo nella Salvezza). Anche l'omonimia tra la Deipara e la sorella di Marta calza a pennello, poiché permette di isolare questo bellissimo versetto,  impiegato pure come Communio: Optimam partem elegit Maria, quae non auferetur ab ea (Maria ha scelta la parte migliore, e non le verrà tolta).
All'opposto, il nuovo brano evangelico, pur parlando della Beata Vergine, non è affatto significativo circa la sua Assunzione, essendo banalmente il brano contenente l'incipit del Magnificat (1,41-50), che si riferisce genericamente alla condizione privilegiata della Genitrice di Dio.

Non mi soffermo qui sul versetto offertoriale (tratto dalla Genesi, anche qui rimpiazzando un testo più antico di composizione ecclesiastica ed esplicitamente menzionante l'Assunzione) o sulle altre orazioni, per cui possono valere i discorsi già fatti.

La conclusione che pongo a questo breve studio non è mia, ma una mia traduzione di un pensiero dello studioso cattolico inglese Patrick Sheriman, che prima di me si è occupato di questo tema, e che io trovo perfettamente in linea con le mie posizioni.

"Munificentissimus Deus fu il trionfo della supremazia Papale sulla Liturgia, non un trionfo della Tradizione sulla novità o della Verità sull'eresia. Io non vedo come possa l'uso antico compromettere il "dogma" [virgolette nell'originale, ndr] dell'Assunzione. Io direi anzi l'opposto, che quella è l'espressione migliore possibile di credere in tal dogma. Usare il Proprio più recente degrada questa festa antichissima e veneranda in onore della Madre di Dio, ed è indicativa dell'estremamente tragico rivoltamento della Tradizione operato da Pio XII nella Mediator Dei, soppiantando la Liturgia della Chiesa con il volere del Papa.

Per parafrasare George Orwell, se vuoi un'immagine della Chiesa Cattolica, immagina una pantofola del Papa impressa per sempre sulla Tradizione..."

In vigilia Assumptionis Beatae Mariae Virginis

Ἦχος γ’
Ὁ οὐρανὸν τοῖς ἄστροις


Ἀπόστολοι ἐκ περάτων, συναθροισθέντες ἐνθάδε, Γεθσημανῆ τῷ χωρίῳ, κηδεύσατέ μου τὸ σῶμα, καὶ σύ, Υἱὲ καὶ Θεέ μου, παράλαβέ μου τὸ πνεῦμα.

Ὁ γλυκασμὸς τῶν Ἀγγέλων, τῶν θλιβομένων ἡ χαρά, χριστιανῶν ἡ προστάτις, Παρθένε Μήτηρ Κυρίου, ἀντιλαβοῦ μου καὶ ῥῦσαι, τῶν αἰωνίων βασάνων.

Καὶ σὲ μεσίτριαν ἔχω, πρὸς τὸν φιλάνθρωπον Θεόν, μή μου ἐλέγξῃ τὰς πράξεις, ἐνώπιον τῶν Ἀγγέλων, παρακαλῶ σε, Παρθένε, βοήθησόν μοι ἐν τάχει.

Χρυσοπλοκώτατε πύργε, καὶ δωδεκάτειχε πόλις, ἡλιοστάλακτε θρόνε, καθέδρα τοῦ Βασιλέως, ἀκατανόητον θαῦμα, πῶς γαλουχεῖς τὸν Δεσπότην;


Tono III.
Colui che il cielo alle stelle.

"O Apostoli, dai confini della terra qui radunati, nell'orto del Getsemani, seppellite il mio corpo, e tu, Figlio mio e Dio mio, ricevi il mio spirito."

O dolcezza degli Angeli, letizia degli oppressi, difesa dei Cristiani, Vergine Madre del Signore, soccorretemi e liberatemi dagli eterni supplizi.

Vi ho per mediatrice verso Iddio filantropo, che Egli non riprovi le mie azioni davanti agli Angeli, vi prego o Vergine, venite in fretta in mio aiuto.

O torre intrecciata d'oro, o città dalle dodici mura, o trono che stilla sole, seggio del Re, miracolo inconcepibile, come poteste allattare il Signore?

lunedì 13 agosto 2018

Deliri fanarioti: Papa Francesco ortodosso?

Qualche sera fa, dopo la Paraklisi, mi sono fermato a parlare con un sacerdote dell'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e di Malta, del Patriarcato Ecumenico. A un certo punto, essendo il discorso arrivato per caso a toccare il nome di Papa Francesco, questo chierico se ne esce con un affermazione che mi lascia seriamente interdetto: Bergoglio sarebbe, a suo dire, molto vicino alla spiritualità e alla dottrina ortodossa.
Sul momento non rispondo nulla, ma non sono assolutamente convinto delle parole del sacerdote. Dopo aver fatto un po' di ricerche, aver parlato con qualche altro sacerdote ortodosso di provata fiducia e con qualche amico esperto della situazione odierna del Fanar, sono riuscito a formulare una risposta, che propongo di seguito.

Anzitutto, guardando qua e là sul web, soprattutto se si cerca in lingua italiana o inglese (ma pure cercando in greco i risultati non saranno molto diversi), ci si potrà imbattere in sorprendenti dichiarazioni da parte di prelati e vescovi del Patriarcato di Costantinopoli, i quali non esitano ad affermare che "gli Ortodossi amano Papa Francesco". Leggendo tali dichiarazioni, che non differivano poi molto dal discorso che avevo personalmente sentito, appare tuttavia evidente che questi greci hanno, in buona fede o meno, una visione estremamente parziale e arbitraria dell'operato di Bergoglio. Del resto mi era già ben chiaro il fatto che in Grecia si conoscesse la storia della Chiesa Occidentale, e particolarmente quella degli ultimi secoli, in modo superficiale: si pensi che una volta, parlando con un Metropolita (da 25 anni in Italia, peraltro!) mi sentii dire che Paolo VI fosse un difensore della tradizione liturgica...

Costoro, ad esempio, sostengono che egli propenda per una sana revisione dell'ufficio papale, cosa a loro dire comprovata dal fatto che Bergoglio chiami se stesso "Vescovo di Roma" e che parli sovente di sinodalità e collegialità. Chi dice questo però non riesce a vedere l'insieme delle cose, perché le riforme e in generale il cambio di mentalità che Bergoglio (sulla scia dei predecessori) sta apportando alla Chiesa Cattolica riescono solo grazie all'esasperazione di una struttura gerarchica e verticistica (solo per restare ai fatti recenti, cambiare un articolo del Catechismo per una posizione personale del Pontefice è mettere il Papa al di sopra della Tradizione, così come lo fu inserire il nome di San Giuseppe nel Canone per una devozione personale dell'allora regnante Pontefice). Cosa c'entra che Francesco non voglia ricevere gli onori formali dell'ufficio papale? Ai fatti, è ben più significativo ch'egli sfrutti e anzi abusi (ribadisco, in una linea di "ipertrofia" papale che ha origine con Pio IX) delle prerogative di governo!

Allo stesso modo, è assurdo il paragone che certo clero fanariota fa tra l'οἰκονομία della tradizione bizantina e la "misericordia" bergogliana. Come scriveva QUI anni fa un caro amico, la "misericordia" della neochiesa non ha nulla a che fare con la vera οἰκονομία, perché, mentre quest'ultima, secondo l'insegnamento di San Paolo, è sempre sapientemente bilanciata con una sana ἀκρίβεια, nel cattolicesimo contemporaneo si commette l'omicidio dell'ἀκρίβεια con un prevalere incontrastato di un'οἰκονομία sovrabbondante: il discernimento, tanto invocato dalla Chiesa contemporanea e tanto apprezzato dai succitati chierici ortodossi, è in realtà completamente negato, perché viene applicato in modo unidirezionale (cioè verso l'atteggiamento di οἰκονομία). In fondo, anche se magari si utilizzano delle nuove modalità esteriori, in buona sostanza stiamo assistendo a un grande revivial del lassismo seicentesco, incrementato dalla peggior casuistica di matrice gesuita, quella che l'Ortodossia ha sempre condannato come una delle piaghe della morale cattolica.

Sempre in tale ambito, io posso e devo concordare con l'assioma "si condanna il peccato, non il peccatore" (citatomi dal sacerdote con cui parlavo), ma il peccatore va abbracciato e corretto, poiché questo è il vero atto di carità. Inoltre (si parlava nello specifico della sodomia) non mi pare di aver sentito in questi anni nemmeno una condanna del peccato in sé.

Non mi soffermerò sui molti altri argomenti sollevati durante il discorso o letti in internet, perché sono comunque tutte dimostrazioni di superficialità e parzialità (certo che espressioni quali "i poveri sono la carne di Cristo" o "la Chiesa è come un ospedale da campo" appartengono a San Giovanni Crisostomo, ma l'interpretazione che ne dava il grande vescovo costantinopolitano e l'attuale vescovo di Roma sono diametralmente opposte!).

Mi limiterò a concludere con qualche considerazione sul clero ortodosso cui appartiene il sacerdote con cui ho parlato. Si tratta di un clero completamente secolarizzato, che "gestiscono il sacro come impiegati statali, senza una valida formazione umana, intellettuale e spirituale", esattamente paragonabile al clero modernista che infesta il Cattolicesimo contemporaneo. Per capirsi, è il clero da cui è stato partorito il sinodo cretese dell'anno scorso, che su alcuni temi (adattamento alla modernità, ecumenismo) pareva configurarsi come un Vaticano II dell'Ortodossia; è il clero a cui si riconducono alcuni documenti del Fanar che parlavano dell'ecologia come "un obbligo evangelico" tredici anni prima dell'elezione di Francesco al soglio petrino. A quanto pare tratta di un problema endemico al Patriarcato Ecumenico, che non si riscontra generalmente (o comunque molto meno) nelle altre Chiese Ortodosse (non a caso, la Chiesa Russa, pur essendo stata storicamente più aperta verso il Cattolicesimo rispetto a quella Greca, non dimostra alcuna esaltazione nei confronti di Francesco, pur nutrendo qualche leggera simpatia nei confronti di Ratzinger per alcune sue sagge decisioni liturgiche, né volle partecipare al Concilio Cretese, decretandone di fatto il carattere locale e facendone venir meno l'ecumenicità che rischiava veramente di farne un Vaticano II dell'Oriente). A tale clero secolarizzato si possono ascrivere oramai gran parte dei sacerdoti, nonché dei Vescovi, della Grande Chiesa di Cristo, tanto in Grecia quanto all'estero: solo i monasteri parrebbero salvarsi. Siamo di fronte a un fenomeno perfettamente speculare al modernismo cattolico, perché gli atteggiamenti mondani di questi sacerdoti e la loro particolare attrazione verso certi aspetti del cattolicesimo contemporaneo (per dirla tutti, alcuni di questi hanno creato l'assurda e ridicola favoletta che col Vaticano II la Chiesa Romana si sarebbe avvicinata all'Oriente) testimoniano una mentalità radicata oramai nel secolo e lontana dall'ideale cristiano.
Se questi dunque sostengono che Bergoglio abbia la stessa spiritualità ortodossa, alla fine non si sbagliano, nel senso che Bergoglio è spiritualmente ortodosso, ma in quell'"Ortodossia" (in realtà un ethos secolaristico) vissuto da tali sacerdoti e condiviso con il clero cattolico modernista, che però NON è assolutamente la vera Ortodossia.

Come mi ha detto un amico quando gli ho raccontato la vicenda: "Qui le Chiese si sono veramente unite ma nel peccato e nell'eresia..."

sabato 11 agosto 2018

Il Penitenziale di Bucardo di Worms (+1025)

Il presente testo è tratto dal Guaritore, opera composta nel 1002 (secondo taluni, però, circa un decennio più tardi) dal vescovo di Worms Bucardo (950-1025), raccolta di canoni che indicavano ai confessori quali penitenze assegnare per i singoli peccati, secondo un uso consolidato nel Cristianesimo medievale (i primi penitenziali risalgono al VI secolo, e si fanno risalire ai santi fondatori del monachesimo irlandese, Colombano e Finnian). La lettura sarà senz'altro interessante, soprattutto se si rifletterà su quanto gravi venissero considerati taluni peccati che oggi sono viceversa sdoganati nella società immorale contemporanea, e quanto le penitenze fossero più dure e soprattutto avessero una certa durata. Ancora oggi i confessori più rigorosi, in Oriente, assegnano periodi di astensione dalla Comunione, oppure dei canoni di preghiera o delle prostrazioni quotidiane da osservare per un certo periodo di tempo. Questo perché il peccato, che è essenzialmente una malattia che compromette la salute dell'anima, necessita di strumenti di guarigione che non sono certamente leggeri (padre Paisios spesso paragonava il confessore al medico che, per guarire il malato, deve dargli erbe amare), né brevi, perché solo con un esercizio ascetico prolungato il peccatore potrà abbandonare quello che S. Alfonso chiama il "malabito", cioè l'assunzione di comportamenti abitualmente peccaminosi, per via del disordine comportato dal peccato che -in alcuni casi, specialmente nei peccati contro il VI comandamento che oggi costituiscono una vera piaga della società- si radica nell'anima, portando all'abitudine all'atto malvagio e inibendo talora la stessa coscienza morale dell'individuo.


SUI PECCATI E LE PENITENZE



ESORTAZIONE

O caro sacerdote che ti appresti a confessare, quando vesti la stola del pentimento per un servizio così caro a Dio come la riconciliazione dei Suoi figli presso la sua Maestà, ricordati che l'animo umano non è mai uguale. Alcune persone sono viscide e non realmente pentite, altre sono troppo modeste e tendono ad esagerare la loro condotta, altri ancora sono bugiardi, taluni omettono alcuni peccati o ne inventano addirittura: il ruolo di confessore e di padre spirituale diventa perciò molto delicato e gravoso. Quando ti appresti a confessare un individuo, domandagli sempre della sua vita, in modo da conoscerne le scelte e poter indirizzare questa creatura di Dio verso un cammino spirituale che gli si confaccia maggiormente. Non essere avaro né prodigo di penitenze e di castighi, ricordati della mano di Dio, che è il sommo bene e la somma giustizia, e agisci di conseguenza nel dispensare tanto misericordia quanto il canone di pentimento. Addestra i tuoi figli spirituali alla lotta, che però non sia loro impossibile a causa del tuo zelo eccessivo.

Ricordandoti delle mie povere parole, o sacerdote, leggi ora come la Tradizione per molto tempo ha corrisposto per ogni peccato una giusta penitenza.

OMICIDIO

Chi confessa di aver ucciso un chierico si comunichi solo in punto di morte, e viva a pane e acqua senza alcuna economìa.

Chi confessa di aver ucciso un laico, abbandoni il mondo e vesta il saio monastico, oppure viva per sempre non mangiando carne, né formaggi, oppure conducendo digiuno totale fino all'Ora Nona (le 15.00) e facendo comunione quanto raramente il confessore deciderà che egli debba, a esclusione di Pasqua, nella quale è obbligatoria. (Alcuni canonisti antichi non permettevano all'omicida di comunicarsi mai se non in punto di morte, altri davano 20 anni di astinenza dalla comunione prima di essere riammessi al Calice, ndr)

OFFESE ALLA CASTITÀ

L'incesto
Chi confessa di aver compiuto un atto sessuale con un parente, se non è sposato, si dedichi alla ricerca della virtù vivendo in monastero, oppure osservando un digiuno per dieci anni secondo quanto disporrà il padre spirituale.

Chi fornica con la propria madrina o il proprio padrino di battesimo sia punito con sette anni di digiuno stretto.

L'adulterio
Coloro che attentano al proprio e altrui matrimonio compiendo l'adulterio, per quindici anni dovranno vivere in regime quaresimale due volte l'anno, oltre alla Quaresima di Pasqua, sempre obbligatoria e da vivere nella totale continenza.

Colui o colei che rompe il matrimonio senza un valido motivo, per un capriccio carnale, a causa di figli nati da un altro uomo o da un altra donna, viva sette anni nel digiuno.

La fornicazione
L'uomo o la donna che abbiano sesso occasionale o reiterato nel tempo senza essere sposati, ogni volta che fornicano sappiano che devono passare venti giorni a pane e acqua.

La masturbazione
Coloro che peccano di masturbazione stiano dieci giorni a pane e acqua, oppure siano obbligati a frequentare un officio liturgico, oppure a praticare un canone di preghiera.

Se un uomo pratica masturbazione utilizzando vagine fittizie, legni forati, rotoli di carta o altri metodi, venti giorni a pane e acqua. Parimenti, la stessa pena per una donna che utilizza apparecchi di qualsiasi forma e materiale per masturbarsi.

Coloro che si masturbano vicendevolmente, se uomo e donna, stiano quindici giorni a pane e acqua.

Se due uomini o due donne si masturbano vicendevolmente, stiano in regime quaresimale per trenta giorni.

Sodomia e Lesbismo
Un uomo che ha praticato sodomia occasionalmente, viva un anno a pane e acqua, due anni a pane e acqua se è sposato e occasionalmente tradisce la moglie con un altro uomo.

Un uomo che pratica sodomia regolarmente sia in penitenza per quindici anni.

Una donna che ha relazione con un'altra donna, occasionalmente, venti giorni a pane e acqua. Una donna che fa sesso lesbico regolarmente, viva tre anni di penitenza.

La donna che usa strumenti e oggetti per fare da uomo su un'altra donna, viva un anno come in quaresima.

<< Il sesso proibito >>
Si diano quattro giorni di penitenza alla coppia che si unisce carnalmente nella vigilia del sabato e il giorno della domenica.

Si diano quattro giorni a pane e acqua alla coppia che si unisce alla pecorina.

Si diano delle preghiere da fare all'uomo che ha voluto il sesso dalla moglie nei giorni in cui è indisposta.

Chi compie fornicazione con una pecora, una giumenta o il proprio cane, faccia  7 anni di quaresima se è solo, se è sposato 15. Se è una pratica abituale, abbia un canone per tutta la vita.

Chi fa sesso con animali stia sette anni in penitenza.

L'uomo o la donna che usano i propri i figli o i bambini altrui per i propri piaceri, stiano due anni senza comunione.

L'ABORTO

La donna che, per mezzo di medicamenti, erbe o altri rimedi ha abortito, abbia un regime di vita quaresimale per tre anni, e non prenda comunione per tre anni.

Chi insegna ad abortire o pratica l'aborto stesso, quali medici e infermieri o nutrici, abbia tre anni di digiuno stretto.

LA MAGIA

Chi pratica magia sessuale per farsi amare o per compiacere, sette anni di penitenza.

Chi pratica magia sessuale rendendo impotente il partner, cinque anni di penitenza.

Chi pratica magia naturale, attraverso l'astrologia o le rune, chi legge i tarocchi e le carte, chi usa le pratiche di medicina e di erboristeria per preparare e usare intrugli magici, sia punito con quattro anni di penitenza.

Chi celebra le feste pagane, sia un anno a digiuno.

Chi pratica magia per benedire la propria casa, gli animali, i campi o qualsiasi cosa, andando contro la Chiesa e le sue preghiere, sia ad un anno senza comunione.

Chi preferisce consultare maghi e indovini, frequentando circoli teosofici e magici, sia punito con un anno senza comunione.

Chi recita incantesimi presso case, crocicchi, croci, sagrati delle chiese, alberi e fonti d'acqua sia punito con tre anni di digiuno.

Chi presta orecchio agli indovini e mette in pratica usi pagani o magici, venti giorni a pane e acqua.

Chi profana il corpo dei defunti, siano essi bambini o adulti, sia sottoposto a due anni di digiuno.

Dieci giorni a pane e acqua spettano ai peccatori che utilizzano scongiuri pagani piuttosto che preghiere.

SATANISMO

Coloro che maledicono siano condannati ad un mese di digiuno.

Coloro che praticano il satanismo e ne diffondono i precetti, se pentiti, vivano sette anni in penitenza.

Coloro che assistono ad una messa nera stiano due anni senza comunione, o sette anni in digiuno, e vangano riammessi in chiesa solo dopo l'esplicito permesso del Vescovo.

Le donne che prestano il proprio corpo alla lascivia dei demoni o di coloro che li invocano stiano dieci anni in regime quaresimale e un anno senza comunione.

Chi profana la Divina Eucarestia, e confessa, viva in astinenza e quaresima per tutta la vita, e ottenga l'assoluzione e la comunione solo in punto di morte.

Coloro che si professano apertamente adoratori dei demoni e aprono portali, oppure servono le creature delle tenebre, stiano tre anni senza eucarestia e possano accedere nuovamente ai sacramenti solamente dopo l'esplicito permesso del Vescovo e con il suo esorcismo.

MANCANZA DELLA CARITÀ

Coloro che mancano di carità verso gli affamati e gli indigenti, coloro che pur potendo non compiono il bene, coloro che evitano di visitare i malati e i carcerati ed era stato loro chiesto, stiano quaranta giorni in vita quaresimale.

Coloro che difendono il prepotente e attaccano il debole vivano quindici giorni a pane e acqua.

Chi dice falsa testimonianza col motivo di difendere un amico o un parente, trenta giorni a pane e acqua.

Chi racconta falsa testimonianza senza alcun motivo, dieci giorni a pane e acqua.

FURTO

Chi ruba sia assolto solo dopo che ha reso il maltolto. Se non è possibile, che sconti la pena civile e venga assolto alla sua conclusione.

Chi è in grave stato di indigenza e ruba per povertà, e confessa il suo crimine rendendo il maltolto, stia tre giorni a pane e acqua. Se evita di rendere il maltolto al legittimo padrone, stia in regime di digiuno per quaranta giorni.

Chi ruba in chiesa oggetti sacri stia tre mesi a pane e acqua.

INTEMPERANZA

Chi mangia e beve smodatamente nei periodi di digiuno compia una astinenza o un canone secondo il confessore.

Chi non si astiene dal sesso nella Settimana Santa, nei giorni di Natale, Pentecoste, Dormizione e nel santo del suo nome, stia quindici giorni in digiuno anche se il periodo d'astinenza è concluso.

Chi fa ubriacare qualcuno stia dieci giorni in astinenza.

Chi vomita l'Eucarestia per malanni o per ubriachezza stia venti giorni a pane e acqua.

EMPIETÀ

Coloro che bestemmiano siano puniti con preghiere e canoni secondo il sacerdote.

Coloro che calpestano le tombe o estraggono i morti stiano quaranta giorni a pane e acqua.

Coloro che sparlano in chiesa o interrompono un ufficio stiano quindici giorni in digiuno.

Chi non si comunica nei giorni di Natale, Venerdì Santo, Pasqua, Pentecoste, nel giorno della Dormizione della Vergine e nel giorno di Tutti i Santi sia punito con venti giorni a pane e acqua.

Chi disprezza gli offici divini celebrati da un sacerdote sposato, ritenendolo inadatto al suo ruolo o inferiore al sacerdote celibe, stia quaranta giorni a digiuno totale fino all'Ora dei Vespri, e poi chieda pubblicamente scusa al sacerdote e assuma la sua assoluzione e i sacramenti da colui che ha offeso, ritenendolo un peccatore, quando in realtà il sacerdote sposato è degno d'ogni rispetto.

Il Vescovo che si lascia comprare, affidando un Ordine sacro o un sacramento in cambio di soldi, sia scomunicato.

Il sacerdote che impone tariffe per i sacramenti, invece che accettare solamente le libere offerte, stia due settimane a pane e acqua.

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Fonte:
Edmond Pognon. La Vita nell'Anno Mille, Fabbri editori

giovedì 9 agosto 2018

Inno in onore della passione del beatissimo martire Lorenzo

Riportiamo di seguito i due brani più significativi del secondo libro del Peristephanon di Prudenzio, dedicato alla passione di San Lorenzo di cui oggi ricorre la festa (qui l'articolo dello scorso anno con l'agiografia). La prima parte (vv. 1-44) costituisce l'introduzione del carme, in cui si accenna alle virtù del generoso e devoto Lorenzo e si anticipa il suo martirio, mentre la seconda (vv. 413-484) è la preghiera che il santo diacono pronuncia sulla città di Roma poco prima di subire il martirio.
Traduzione di Nicolò Ghigi.

Tiziano Vecellio, Martirio di S. Lorenzo, metà del XVI secolo,
Chiesa dei Gesuiti (Venezia)


Aurelio Prudenzio Clemente
PERISTEPHANON
II, 1-44 et 413-484

Inno in onore della passione del beatissimo martire Lorenzo

Antiqua fanorum parens,
iam Roma Christo dedita,
Laurentio victrix duce
ritum triumphas barbarum.

Reges superbos viceras
populosque frenis presseras
nunc monstruosis idolis
inponis imperii iugum.

Haec sola derat gloria
togatae insignibus,
feritate capta gentium
domaret ut spurcum Iovem,

non turbulentis viribus
Cossi, Camilli aut Caesaris,
sed martyris Laurentii
non incruento proelio.

Armata pugnavit Fides
proprii cruoris prodiga;
nam morte mortem diruit
ac semet inpendit sibi.

Fore hoc sacerdos dixerat
iam Xystus adfixus cruci
Laurentium flentem videns
crucis sub ipso stipite:

‘Desiste discessu meo
fletum dolenter fundere!
praecedo, frater; tu quoque
post hoc sequeris triduum.’

Extrema vox episcopi,
praenuntiatrix gloriae,
nihil fefellit; nam dies
praedicta palmare praetulit.

Qua voce, quantis laudibus
celebrabo mortis ordinem,
quo passionem carmine
digne retexens concinam?

Hic primus e septem viris,
qui stant ad aram proximi,
levuita sublimis gradu
et ceteris praestantior,

claustris sacrorum praeerat
caelestis arcanum domus
fidis gubernans clavibus
votasque dispensans opes.

[…]

Haec ludibundus dixerat,
caelum deinde suspicit
et congemescens obsecrat
miseratus urbem Romulam:

'O Christe, nomen unicum,
O splendor, O virtus patris,
O factor orbis et poli
atque auctor horum moenium,

qui sceptra Romae in vertice
rerum locasti, sanciens
mundum Quirinali togae
servire et armis cedere,

ut discrepantum gentium
mores et obseruantiam
linguasque et ingenia et sacra
unis domares legibus!

En omne sub regnum Remi
mortale concessit genus,
idem loquuntur dissoni
ritus, id ipsum sentiunt.

Hoc destinatum, quo magis
ius christiani nominis,
quodcumque terrarum iacet,
uno inligaret vinculo.

Da, Christe, Romanis tuis,
sit christiana ut ciuitas,
per quam dedisti, ut ceteris
mens una sacrorum foret!

Confoederantur omnia
hinc inde membra in symbolum,
mansuescit orbis subditus,
mansuescat et summum caput.

Advertat abiunctas plagas
coire in unam gratiam,
fiat fidelis Romulus
et ipse iam credat Numa.

Confundit error Troicus
adhuc Catonum curiam
veneratus occultis focis
Frygum penates exules.

Ianum bifrontem et Sterculum
colit senatus, horreo
tot monstra patrum dicere
et festa Saturni senis.

Absterge, Christe, hoc dedecus!
Emitte Gabriel tuum,
agnoscat ut verum deum
errans Iuli caecitas!

Et iam tenemus obsides
fidissimos huius spei,
hic nempe iam regnant duo
apostolorum principes,

alter vocator gentium,
alter cathedram possidens
primam recludit creditas
aeternitatis ianuas.

Discede, adulter Iuppiter,
stupro sororis oblite,
relinque Romam liberam
plebemque iam Christi fuge!

Te Paulus hinc exterminat,
te sanguis exturbat Petri,
tibi id, quod ipse armaveras,
factum Neronis, officit.

Video futurum principem
quandoque, qui servus dei
taetris sacrorum sordibus
servire Romam non sinat,

qui templa claudat vectibus,
valvas eburnas obstruat,
nefasta damnet limina
obdens aenos pessulos.

Tunc plura ab omni sanguine
tandem nitebunt marmora,
stabunt et aera innoxia,
quae nunc habentur idola.'
O antica genitrice di templi,
Roma, già a Cristo votata,
sotto la guida di Lorenzo, vincitrice
trionfi sul barbaro costume.

Avevi sconfitti re superbi,
e oppresso in catene popoli,
ora sugli orridi idoli
imponi il giogo del tuo potere.

Sol questa gloria mancava
agl’insigni trionfi della città ove si porta la toga,
vinta i costumi selvaggi delle genti,
superare finalmente Giove infame, 

non con le forze sediziose
di Cosso, di Camillo o di Cesare,
ma con la non incruenta battaglia
del martire Lorenzo.

La Fede combatté armata,
prodiga del proprio sangue;
la morte infatti distrusse con la morte,
e con sé riscattò se stessa.

Il sacerdote Sisto, appeso alla croce,
già avea detto che ciò sarebbe successo,
vedendo Lorenzo che piangeva,
sotto al legno stesso della croce:

‘Smettete di piangere amaramente
per la mia dipartita!
Ti precedo, fratello; tu pure
mi seguirai dopo tre giorni.’

Le ultime parole del vescovo,
che preannunciavano la gloria,
affatto non sbagliavano; infatti, il giorno
prestabilito, portò seco la palma della vittoria.

Con qual voce, con quali lodi,
celebrerò l’esito della morte,
con quale canto degnamente
potrò cantare la passione?

Egli, primo dei sette uomini
che stanno presso all’altare,
levita di grado eccelso
e ben al di sopra degli altri,

s’occupava del santuario ascoso,
ministrando fidatamente le chiavi
dell’arcano della casa celeste,
e donando ricche offerte.

[…]

Queste parole aveva detto canzonando,
dipoi guardò il cielo,
e sospirando pregò,
commiserando la città di Romolo:

‘O Cristo, unico nome,
o splendore, o virtù del Padre,
o creatore della terra e del cielo,
e fondatore di queste mura,

tu che hai collocato lo scettro di Roma
sopra ogni altro potere, decretando
che il mondo si sottomettesse alla toga di Quirino, e cedesse alle sue armi,

affinché, tra popoli diversi
per costumi, indole,
lingua e culti, tu imponessi
di sottostare a un’unica legge!

Ecco che tutto il genere umano
è venuto sotto il regno di Remo,
la stessa lingua parlano popoli di diverso
costume, e han gli stessi sentimenti.

Fu pure ciò destinato, che la legge
del nome cristiano ancor più
legasse in un sol vincolo
tutto ciò che si trova sulla terra.

Da, o Cristo, ai tuoi Romani,
che sia cristiana la città
per mezzo della quale donasti
alle altre un’unica fede.

Tutte le membra, d’ogni dove,
si riuniscono nel simbolo,
si ammansisce l’orbe sottomesso,
si ammansisca pure la sua suprema capitale.

Guidi i territori a lei legati
a riunirsi in una sola grazia,
sia fedele Romolo,
e pur Numa stesso già creda.

L’error troiano ancor offusca
la curia dei Catoni,
venerando ad altari ascosi
gli esuli penati dei Frigi.

Il senato è devoto a Stercolo
e a Giano Bifronte, provo ribrezzo
nel raccontar gli orrori dei padri
e le feste del vecchio Saturno.

Lava, o Cristo, questa vergogna!
Manda il tuo Gabriele,
perché la cecità di Giulio, ch’è nell’errore,
riconosca il vero Dio.

E già abbiam prove certissime
di questa speranza,
qui infatti già regnano i due
principi degli apostoli,

uno detto delle genti,
l’altro possiede il trono primaziale,
e chiude le porte dell’eternità,
che gli sono affidate.

Vattene, o Giove adultero,
sozzato dallo stupro della sorella,
e lascia libera Roma,
già fuggi dal popolo di Cristo!

Da qui Paolo ti scaccia,
ti bandisce il sangue di Pietro,
ti nuoce ciò che tu stesso hai disposto,
il crimine di Nerone.

Vedo il principe che verrà
un giorno, servitore di Dio,
il qual non permetterà che Roma
si sottometta alle fosche sordidezze del culto,

che serrerà colla spranga i templi,
sprangherà le porte d’avorio,
ripudierà quei nefasti ingressi,
chiuderà i catenacci di bronzo.

Alfine allora i molti marmi
saran splendenti d’ogni sangue,
e pur le statue bronzee, che ora son tenute per idoli, saranno innocue’.

martedì 7 agosto 2018

La liturgia romana attraverso il XX secolo – parte I


Introduzione

La presente serie di articoli propone l’analisi storica della liturgia romana nel XX secolo, con opportuni commenti e confronti: il fine è dimostrare che una certa azione di distruzione sistematica della liturgia occidentale ha avuto inizio scientemente e ben prima del 1965, checché molti sprechino fiato nel dire. Prima che i lettori affrontino tale studio, è mia intenzione fare due premesse:
  1. Lo studio delle riforme liturgiche del XX secolo non esaurisce certamente lo studio delle modifiche arbitrarie alla Tradizione occorse in Occidente, perché non affronta quelle problematiche che si erano presentate già prima di tal secolo (la riscrittura poetica degl’Inni del Breviario nel 1638 ad opera di Urbano VIII; la proliferazione di riti votivi degli strumenti e dei momenti della Passione, come conseguenza delle devozioni doloristiche, che ha avuto origine in ambito francescano nel Quattrocento; il disuso dei vetusti riti locali, mai auspicato da Pio V, ma comunque avvenuto alla fine del XVI secolo; l’introduzione di alcune pratiche canoniche pienamente lecite ma contestabili, come l’abolizione della Comunione sotto due specie o l’uso di ‘vestire’ dei preti da diaconi o suddiaconi...)
  2. Nel momento in cui si criticano delle riforme agli usi tradizionali (se lo si fa non per un mero giuoco intellettuale, ma con la volontà di pregare e seguire la liturgia nel modo più fedele a quanto è stato tràdito dalla Chiesa), è necessario coniugare uno zelante attaccamento alla tradizione più antica con la comprensione e il ‘sentire cum Ecclesia’. Certamente l’ideale sarebbe far tornare l’intera chiesa agli usi pre-tridentini, ma occorre trovare un compromesso basato su una seria considerazione della gravità delle riforme e sull’attenzione a non isolarsi troppo. Personalmente, tanto nella recita personale del Breviario, quanto nelle liturgie pubbliche che organizzo o coordino, seguo di preferenza i libri liturgici del 1939, non certo perché ritengo che rappresentino la Tradizione, ma perché riconosco che costituiscono l’ultima forma liturgica romana ancora in continuità con la Tradizione. Utilizzare il Breviario pre-piano o usi liturgici pre-tridentini è a parer mio attualmente impraticabile, poiché la Chiesa (anche quella ‘sana’) da troppo tempo se n’è distaccata perché possiamo impiegarli noi personalmente, a meno che la Chiesa Romana (intendendo la sua piccola parte oggi viva e fedele, ma comunque non pochi singoli) decida di tornarvi. Questo anche perché bisogna contestare TUTTE le riforme, ma, per non scadere nel formalismo e tenere al centro la sostanza, occorre riconoscere quali siano parzialmente accettabili (quelle fino al ’39, o al ’52 al massimo), e quali assolutamente inaccettabili (come quelle del ’55 e del ’62, per non parlare delle successive). Nondimeno, è necessario opporsi fermamente a queste ultime, anche contro certi “tradizionalisti” che si contentano di cose dall’aspetto tradizionale ma sostanzialmente molto lontane dalla Tradizione…

1900-1910: il rito romano della Tradizione mostra le sue crepe

Nel primo decennio del XX secolo siamo sostanzialmente davanti al rito della Tradizione, con poche modifiche non sostanziali, che abbiamo accennato nell’introduzione e che qui non tratteremo. Il rito romano inizia cionondimeno a mostrare alcune crepe, le quali malauguratamente spingeranno gli ‘architetti’, piuttosto che a ripararle, a demolire un pezzo alla volta e ricostruire malamente l’intero edificio liturgico. La scusante che darà origine alle picconate dei demolitori è qualcosa sorto negli ultimi due secoli, particolarmente l’Ottocento, ossia le problematiche di calendario.

E’ necessario premettere che il calendario tradizionale non distingue le solo in modo gerarchico (esiste una distinzione tra doppie di I e II classe, maggiori e minori), ma soprattutto in modo rituale (rito doppio, semidoppio e semplice). Si parla di ‘rito’ perché costituiscono un modo diverso di ordinare la liturgia: le feste semplici hanno solo il I Vespro e tutte le antifone non duplicate; le feste semidoppie hanno I e II Vespro (intero o commemorato) e tutte le antifone non duplicate; le feste doppie hanno i due Vespri e le antifone delle Ore maggiori duplicate.
Nell’uso romano tradizionale, inoltre, tutte le feste doppie e semidoppie hanno nove letture e la salmodia festiva (nove salmi al Mattutino), mentre le feste semplici seguono lo schema feriale, con tre letture e la salmodia del giorno della settimana (dodici salmi al Mattutino). Per di più, qualora siano impedite (cioè ostacolate da un’altra festa), tutte le feste doppie devono essere traslate al giorno libero più vicino.

Anticamente, la scienza liturgica era in grado di scegliere con attenzione quali feste dovessero avere l’onore di essere inserite nel calendario: in massima parte si trattava di martiri, soprattutto romani (testimonianza del carattere urbano del rito), e le feste semplici e semidoppie erano molto più numerose di quelle doppie. Persino santi assai popolari, ma non martiri e relativamente recenti, come S. Antonio da Padova, nel 1570 (anno dell’estensione del Messale secundum consuetudinem Romanæ curiæ all’intero orbe cattolico) non erano inclusi nel calendario romano. La maggior parte dei giorni era caratterizzata dall’ufficio feriale: presto le diocesi però iniziarono a creare i propri calendari, con i santi particolari del territorio, e a riempire alcuni di questi. Si noterà che talune diocesi, specialmente quelle con una tradizione liturgica più viva nel passato (per restare nelle zone di mia competenza, l’Arcidiocesi di Gorizia e il Patriarcato di Venezia, che custodivano l’eredità del rito patriarchino e dei costumi aquilejesi, gradesi e marciani), possedevano dei propri alquanto corposi, tant’è che dovettero più volte essere snelliti.
Col tempo tale scienza venne a mancare, sicché si crearono dei veri e propri ingolfamenti del calendario. La devozione popolare insisteva per aggiungere nuovi santi al calendario: i Papi all’inizio mantenevano l’ideale di una riduzione delle feste (già San Pio V ne eliminò molte), ma la risposta pareva inefficace, soprattutto perché queste puntualmente, come se ne toglieva qualcuna, a furor di popolo essa veniva rimessa da un successore. Sicché, ben presto, s’inizia a inserire una festa nel calendario anche poco dopo la canonizzazione di un santo, giusto per pietà personale del Papa o per la gran devozione popolare. Ma in questo processo si nota la crescente incomprensione tra i liturgisti e la Tradizione
Guardando, ad esempio, i testi del Breviario, si possono riconoscere abbastanza facilmente le feste o gli uffici introdotti dalla seconda metà del XIX secolo in poi, per almeno due caratteristiche:
  • La prima è indubbiamente la prolissità ridondante dei testi. Un’orazione scritta in tempi recenti si nota subito, perché rispetto a quelle più antiche risulterà decisamente più lunga, poco fluida, stilisticamente meno efficace. Al di là dell’impiego sapiente della retorica, che risulta difficile a una società che lentamente abbandona il latino come propria lingua (1), ciò che possiedono le antiche orazioni e che manca alle nuove è la capacità di sintetizzare i molti concetti richiesti dalla festa o dal mistero in poche parole, dense di significato: chiunque abbia dimestichezza con le traduzioni liturgiche, avrà visto che le orazioni più antiche si capiscono al volo, ma stentano a tradursi, proprio per la chiara concisione con cui sono armonicamente scritte. A chi canta la liturgia risulta poi evidente e sgradevole la scarsa musicalità delle nuove orazioni.Discorso pressoché identico avviene per le letture agiografiche del Breviario: le vite dei santi vissuti dopo il Seicento risultano mediamente due-tre volte più lunghe di quelle scritte in passato. Oltre alla scarsa qualità letteraria, viene meno la capacità di fornire un ritratto semplice e icastico, tale da fissarsi nella mente del lettore, e si aggiungono invece sempre più dettagli, spesso secondari. Risulta poi una ridicola autocelebrazione il fatto che il Papa che inserisce una festa nel calendario pretenda che nell’agiografia letta durante il Mattutino s’inserisca la menzione del proprio nome, non diversamente da quanto presero a fare taluni Papi nei sinassari del Martirologio.
  • La seconda è che sarà quasi sicuramente una festa doppia. Infatti, la malaugurata incomprensione dei criteri con cui nei secoli erano stati assegnati i riti alle singole feste, fece sì che praticamente a tutte le nuove feste inserite venisse assegnato il rito doppio. Questo era sicuramente conveniente per la proverbiale pigrizia dei preti (rito doppio significa tre salmi in meno al Mattutino, non dire le preci a Prima e Compieta, non dire i suffragi a Lodi e Vespro, non dire le orazioni del tempo alla Messa, etc.), ma provocò un vero e proprio ingolfamento del calendario, in cui le feste non solo andavano a occupare tutti gli spazi possibili, ma financo si sovrapponevano, causando la traslazione di alcune che potevano andare spostate addirittura di un mese o più.

Stante ciò che si è appena detto, facilmente possiamo comprendere l’origine di due affermazioni del grande liturgista Leon Gromier:
  1. Il rito romano è dominato dal santorale, a danno del temporale. L’esistenza di tutte queste feste doppie faceva sì che l’ufficio feriale scomparisse quasi completamente dalla vita di preghiera del chierico, e con esso i due terzi del salterio. Alcuni salmi, come il 4 (che sta sia nella Compieta quotidiana che nel Mattutino dei confessori), finivano per essere recitati anche due volte al giorno: la maggior parte, invece, che si trovavano nel Mattutino e nei Vespri dell’ufficio feriale, venendo soppiantati dai salmi festivi, finivano per esser detti un paio di volte all’anno, vanificando la concezione antica di recitare l’intero salterio nello spazio di una settimana. Persino le peculiarità liturgiche della Quaresima rischiavano di scomparire, assorbite dall’ingombrante presenza di nuove feste, quasi tutte di rito doppio o semidoppio (e dunque prevalente sulle ferie quaresimali), tra marzo e aprile. Ma indubbiamente ciò che più di ogni altro ne risentiva era il giorno del Signore, ovverosia la domenica, che aveva assegnato dalla tradizione più antica il rito semidoppio (vedi punto 2), ma veniva così puntualmente soppiantata dalle nuove molte feste di rito doppio.
  2. Nel rito romano il rito semidoppio è distribuito più o meno casualmente nelle feste dei santi. Sicuramente guardando un Breviario del 1910 sarà così: santi importanti e venerati da sempre (S. Marta, S. Maria Maddalena, i Quaranta Martiri, ma anche le stesse domeniche dell’anno etc.) risultano di grado semidoppio, mentre i santi degli ultimi due secoli, anche secondari o poco conosciuti, risultano tutti di rito doppio. Questo accade perché i primi mantengono la sapiente classificazione antica, che, come ci risulta evidente studiando i Messali medievali, riservava il rito doppio alle feste più importanti dell’anno (Apostoli, Beata Vergine e precipui santi locali), mentre i secondi risentono della scriteriata “duplicazione selvaggia” dei secoli più recenti.

E’ proprio con questi pesanti problemi da risolvere che si presenta il rito romano nelle mani di Leone XIII, il quale applica una timida riforma, che tuttavia dà inizio al processo di revisione generale delle rubriche del Breviario. Si tratta semplicemente di modificare il sistema della traslazione: d’ora in avanti le feste doppie impedite saranno semplicemente commemorate, e non traslate. Sicuramente questo cambiamento fa bene al calendario, che si snellisce e si semplifica, ma al contempo non risolve i problemi principali (le feste doppie, pur non traslandosi più, restano al loro posto, danneggiando il temporale). Studiando questa riforma possiamo tuttavia comprendere in buona sostanza il metodo profondamente sbagliato e dannoso che sarà applicato d’ora in poi da tutti i Pontefici e i riformatori liturgici, più o meno in buona fede: quando si manifesta un problema (in questo caso, la sovrabbondanza di feste doppie), anziché risolverlo con un ritorno alle pristine usanze (soppressione di alcune feste meno significative; ridistribuzione dei riti secondo l’importanza delle feste, portando la maggior parte dei ‘nuovi doppi’ a semidoppi o spesso anche a semplici), si preferisce demolire e ricostruire daccapo in modo originale un pezzo dell’edificio liturgico tradizionale (in questo caso, solo la tabella delle precedenze, ma presto si toccherà ben altro).
La prevalente logica dei demolitori-ricostruttori sarà la fonte dei danni più gravi alla tradizione latina, che in molti punti può dirsi veramente riscritta da zero in questo secolo infausto.

(1) Si riesce a distinguere facilmente un testo ecclesiastico che impiega una prosa latina paragonabile ai modelli classici e medievali, da quelli che risultano invece grumosi concentrati di traduzioni dalla propria lingua in latino (chiunque può pensare un’espressione in volgare e tradurla parola per parola in latino, ma questo non significa affatto conoscere la lingua, perché pregiudica l’uso delle strutture e dello stile proprio di essa). Attorno alla metà del XVIII secolo, la produzione latina ecclesiastica smette per la sua quasi totalità di potersi ascrivere alla prima categoria.