domenica 31 ottobre 2021

18 ottobre - In festo Sancti Lucae

 Oggi, 18 ottobre, si celebra la festa del Santo evangelista Luca. Egli non è solo l’autore di uno dei quattro Vangeli, ma anche degli Atti degli Apostoli e, secondo tradizione, pittore di alcune celebri immagini mariane, come l’icona del santuario di Bologna e la Madonna Costantinopolitana nella basilica di S. Giustina a Padova. È proprio a quest’ultimo luogo che giungerà la nostra breve trattazione sulle reliquie del Santo.

Miniatura del X secolo tratta dal manoscritto bizantino Add Ms 28815, f. 76v. 

S. Luca morì a Tebe, in Beozia, all’età di 84 anni. Dopo un breve soggiorno in Acaia, le sue spoglie furono portate, insieme a quelle di S. Andrea, a Costantinopoli, nel vigesimo Constantini anno: dal momento che Costantino I fu proclamato Augusto d’Occidente il 25 luglio 306 dopo la vittoria del generale Croco su Costanzo Cloro [1], l’anno dovrebbe essere il 326. Se accogliamo invece la tesi che viene attribuita (ma senza fonti) a Procopio di Cesarea e S. Girolamo siamo nel 357: in tal caso il riferimento sarebbe a Costanzo II. In ogni caso, siamo certamente nel IV secolo, come confermato da una serie di studi svoltisi nella città di Antenore nel 2000. I due corpi furono posti nella chiesa imperiale dei Ss. Apostoli, dove scamparono all’incendio del VI secolo e furono posti in una tomba più degna da Giustiniano.

In seguito, in un momento non ancora accertato, le reliquie giungono a Padova, nella basilica di S. Giustina, presente già dal V secolo. Secondo alcuni studiosi, giunsero insieme a quelle di S. Mattia durante l’impero di Giuliano l’Apostata (361-363), secondo altri furono traslate nell’VIII secolo per sfuggire alla persecuzione iconoclasta. La datazione del IV secolo non coincide con la presenza delle spoglie dei santi nel VI secolo, quindi pare più credibile la seconda versione. Secondo essa, infatti, la traslazione fu effettuata dal santo sacerdote greco Urio, in servizio presso la chiesa imperiale: insieme all’amico Grusillo, sfuggirono alla politica iconoclasta di Costantino V, portando seco le spoglie e l’icona della Madonna attribuita al Santo evangelista. Costui si diresse a Padova dal momento che lì si trovava una comunità di suoi connazionali. Il suo nome ci è attestato da un’epigrafe composta dal letterato Albertino Mussato per il fratello Gualpertino, nominato da Bonifacio VIII abate di S. Giustina. Pertanto, le spoglie di Urio si trovano ora nello stesso luogo in cui giacciono quelle che lui salvò, la basilica di S. Giustina, officiata dai monaci benedettini.

Verso la fine del IX secolo le reliquie furono nascoste per difenderle dall’invasione degli Ungari. Il nascondiglio fu così efficace che persino i monaci non riuscirono a trovare S. Luca fino al 14 aprile 1117, grazie ad apparizioni e sogni premonitori. Tra il 1165 ed il 1181 [2] fu effettuata una ricognizione ad opera dell’abate benedettino Domenico, del vescovo di Padova Gerardo Offreducci da Marostica e del Papa Alessandro III. Nel 1313, per volontà del già citato abate Gualpertino Mussato la cassa fu posta in un’arca marmorea.

L'arca con le reliquie e l'icona della Madonna Costantinopolitana nella basilica patavina

In seguito, diverse parti del corpo furono separate e portate in luoghi diversi. Tra il 1347 ed il 1378 Carlo IV di Lussemburgo (secondo il conteggio degli imperatori), che era Re di Boemia come Carlo I, portò una parte ingente del cranio nella cattedrale di S. Vito a Praga. Un’altra piccola parte del cranio si trova nel tesoro della Basilica Vaticana, un’altra porzione nella chiesa di S. Luca a Cremona.

Nel 1992, l’allora metropolita di Tebe Girolamo (oggi Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia) si recò in pellegrinaggio alla tomba del Santo. Chiese di poter ottenere una reliquia da porre nel sepolcro vuoto della sua città, la prima tomba dell’Evangelista. Prima di acconsentire alla richiesta, il vescovo di Padova Mons. Antonio Mattiazzo e l’abate benedettino decisero di effettuare una verifica. Il 17 settembre 1998, alla presenza del notaio, l’arca fu aperta: il corpo fu trovato pressoché integro, ma privo di cranio: l’arcivescovo di Praga, card. Miloslav Vlk, inviò la reliquia che si trovava in Boemia dal Trecento. Il cranio corrispondeva perfettamente. Furono condotte indagini di archeologi, storici, anatomopatologi, chimici, che confermarono l’identità dell’illustre corpo. Dalle analisi emerge che S. Luca morì anziano, con una corporatura robusta e un’altezza di 163 cm ma afflitto di artrosi. Nel 2000, una costola fu donata al metropolita Girolamo e solennemente traslata a Tebe. Le indagini si chiusero definitivamente il 6 giugno 2001, dando conferma di quanto la popolazione patavina aveva sempre creduto: lì c’erano le spoglie dell’Evangelista S. Luca.

Il corpo del Santo durante la ricognizione degli anni '90


Note:

1: Epitome de Caesaribus, XLI 3;

2: arco di tempo che otteniamo incrociando l’episcopato di Offreducci e il papato di Rolando Bandinelli;

Bibliografia dei testi maggiori di riferimento:

Girolamo, Liber de scriptoribus ecclesiasticis

Il sepolcro di San Luca evangelista. Atti del convegno, Padova, 2001.


giovedì 28 ottobre 2021

Sinodalità e primato: postille a un fuorviante articolo della FSSPX

 Il 22 ottobre sul sito di notizie in lingua italiana della Fraternità Sacerdotale San Pio X è apparso un articolo dal titolo Sinodalità: imparare dagli “ortodossi”?, nell'ambito delle numerose analisi e notizie che la Fraternità fornisce in questo periodo attorno al "cammino sinodale" recentemente inaugurato dalla chiesa bergogliana. L'articolo, ovviamente, si costituisce anche come una critica dell'ecclesiologia apostolica conservata nella Chiesa Ortodossa e come un'apologia della monarchia papale; peccato che risulti essere alquanto impreciso e fuorviante, sino a scadere in alcuni punti nella completa illogicità.

Anzitutto l'articolo, come la maggior parte di quelli pubblicati in detto sito, è una traduzione dell'originale francese, pubblicato il giorno prima sull'omologa piattaforma del distretto francofono; la cosa si può facilmente intuire dal fatto che le didascalie delle fotografie sono lasciate in francese e non tradotte in italiano. Un rapido controllo dell'originale francese mostrerà inoltre che nella versione italiana sono stati virgolettati tutti i "patriarca" riferiti a Bartolomeo di Costantinopoli e a Cirillo di Mosca, che nell'originale invece sono scritti senza virgolette (coerentemente con la teologia cattolica secondo la quale nella Chiesa Ortodossa vi è reale ordine sacerdotale e successione apostolica); queste virgolette sui titoli ecclesiastici dei gerarchi orientali del resto sono un tratto caratteristico dello stile alcune realtà cattoliche tradizionaliste italiche, sovente animate contro l'Ortodossia da un inusitato zelum in despiciendo (per cui la psicologia classica potrebbe fornire interessanti spiegazioni...).

Ad ogni buon conto, l'articolo anzitutto riassume con qualche imprecisione (la cosiddetta autocefalia ucraina è stata concessa sul finire del 2018, non nel 2019; il concilio di novembre è stato rimandato ai primi mesi dell'anno venturo...) la vicenda che sta conducendo allo scisma tra Mosca e Costantinopoli, di cui potete leggere qui un riassunto in italiano più completo e sistematico.

Molto correttamente poi riporta dei legami tra Costantinopoli e i piani politici degli Stati Uniti nell'Europa orientale, a cui nuovo materiale sta aggiungendo la visita di Bartolomeo oltreatlantico in questi giorni.

Dopodiché, citando una frase pronunciata da Bergoglio a una commissione teologica, in cui il papa argentino spiegava che per il "cammino sinodale" in apertura in questo periodo nella Chiesa Romana sarebbe stato opportuno prendere a modello la "sinodalità ortodossa". Potremmo lungamente soffermarci su come tutto ciò sia estremamente propagandistico da parte di Bergoglio, e di come l'organizzazione apostolica della Chiesa Ortodossa sia sovente fraintesa nel mondo cattolico; di come la "sinodalità" di cui parla oggi il Papa sia una triste sinodal'nost' (parola che rimanda a difficile periodo della Chiesa Russa da Pietro il Grande in poi) in cui la sinodalità occorre solo per creare confusione e permettere che s'insinuino i venti delle novità e della rivoluzione grazie al tiranno (in questo caso il Papa medesimo) che da dietro tiene le fila; che tale sinodal'nost' non abbia nulla a che fare con la sobornost', parola che indica la conciliarità ma anche l'apostolicità (собѡрную traduce ἀποστολικὴν nel Credo), cioè la salvaguardia del principio di giurisdizione territoriale e della custodia della Tradizione da parte del πλήρωμα di fronte alla sovversione spesso proveniente dell'autorità, concetti presenti e affermati pure nella Chiesa d'Occidente in antichità; di come la sinodalità bergogliana sia la sinodalità clericalista dei vescovi pasciuti che discutono di castelli di nuvole lontana dal πλήρωμα della Chiesa, che del resto in Occidente ha quasi volontariamente abiurato al suo ruolo di custode della Tradizione. Tuttavia, non essendo questo il tema dell'articolo, proseguiamo.

Sinodo dei vescovi cattolici nel 2014

L'articolista sostiene che la Chiesa Ortodossa, a causa della sua natura sinodale, è costretta a seguire il potere politico. Leggiamo:

A poco varrebbe invocare i canoni dei primi concili, perché città e vescovi onorati da quei canoni sono oggi pressoché inesistenti, e si limitavano a fotografare una precedenza di onore dovuta a una situazione storica.

Questo è assolutamente vero, e tali canoni sono del resto riconosciuti dalla Chiesa Romana (o almeno teoricamente lo sarebbero, seppur vi sia la tesi secondo la quale la pubblicazione del CJC del 1917 come unica fonte del diritto canonico avrebbe conseguentemente abolito ogni forma di diritto consuetudinario, ivi inclusi i canoni dei Concili Ecumenici!); detti canoni affermano chiaramente che un primato d'onore è stato dato a Roma perché capitale dell'impero. E poiché Costantinopoli è stata in seguito dichiarata capitale dell'impero al pari di Roma, essa abbia tutti i suoi privilegi, e quindi il secondo posto nei dittici. Oggi l'impero non esiste più, e se Roma, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme possono vantare l'apostolicità della sede e il fatto di essere riconosciute come sedi principali sin dal primo Concilio Ecumenico, non v'è ragione per cui Costantinopoli, di fondazione e aggregazione post-apostolica, debba essere ancora considerata "Patriarcato Ecumenico" (titolo che è autonomo: infatti la titolatura completa è "Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma e Patriarca Ecumenico", laddove per gli altri sede e patriarcato sono indistinti: "Papa e Patriarca di Alessandria e di tutta l'Africa", "Patriarca di Mosca e di tutta la Rus'", "Patriarca di Antiochia e di tutto l'Oriente"...). Ad ogni modo, non si vede perché lo status onorifico particolare di una sede, che ha una contingenza storica per ammissione degli stessi Padri del IV Concilio Ecumenico, debba inficiare l'intero sistema ecclesiologico.

La Chiesa Romana è invece l’unica ad aver mai preteso e ad essersi sempre visto riconosciuto un primato non per ragioni politiche, ma di diritto divino, per la presenza del Successore di Pietro, cui la Scrittura attribuisce le Chiavi, segno di giurisdizione. Essa sola stabilisce i gerarchi e ne limita le giurisdizioni territoriali, con la pienezza di potere che le viene dal Cristo.

Che sia l'unica ad averlo preteso (fino ai giorni nostri in cui vorrebbe pretenderlo pure Bartolomeo) è assolutamente vero, ed è stata proprio quella la ragione del suo allontanamento dall'ecclesiologia apostolica; decisamente falso storicamente è che l'abbia preteso e che gli sia stato riconosciuto da sempre, così come falso è che nella Chiesa antica fosse dato potere di giurisdizione illimitato a uno dei successori di Pietro (ce n'è almeno un altro ad Antiochia), del povero san Pietro che ha parlato e ricevuto le chiavi a nome di tutti gli Apostoli, di cui tutti i vescovi sono parimenti successori, secondo i Padri della Chiesa. Ma fin qui va bene, si tratta di consueta propaganda apologetica della monarchia papale, è sufficiente qualche dato storico per contrastarla. Prosegue:

La risposta di Mosca e di Costantinopoli diverge su base politica, e non propriamente teologica. Il problema qui non è quale interesse politico (e quindi quale “patriarcato”) sia il migliore, ma di capire che il sistema sinodale si regge unicamente su un calco geopolitico, e di tale calco non può non ricalcare le divisioni.

Probabilmente la conoscenza della disputa si limita a quella degli scarni resoconti pubblicati talora da agenzie di notizie geopolitiche con attenzione all'Europa Orientale, perché se si avesse accesso al grande materiale canonistico e teologico pubblicato da tre anni a questa parte sull'argomento (ma bisognerebbe conoscere come minimo il russo e il greco, e avere gran tempo di spulciare una molteplicità di fonti ortodosse che, immagino, non siano pane quotidiano per il prete francese della FSSPX) non parlerebbero mai di un problema unicamente geopolitico. Certo, la geopolitica c'entra, ma non è il cuore della questione, è semmai una conseguenza.

L'autore, abituato alla mentalità verticistica della Chiesa Romana, vuole a tutti i costi individuare un vertice ("il migliore"); dicendo però che non c'è una pretesa di diritto divino nel richiederlo, allora questo diventa soggetto alla mutabilità delle condizione politiche. Il problema, invece, sta proprio nel cercare il vertice, quando la parità sacramentale di tutti i vescovi e la reciproca indipendenza giurisdizionale (anche all'interno di quadri pattizi quali sono le arcidiocesi, le metropolie e i patriarcati, la giurisdizione resta propria di ogni singolo vescovo sulla sua diocesi, e l'arcivescovo non possiede una giurisdizione effettiva sulle sue suffraganee ma solo una responsabilità coordinativa, di diritto ecclesiastico e non divino) è un dato fondamentale della Chiesa Ortodossa. Peraltro, anche il trovare un vertice non aiuta a stornar da sé questioni geopolitiche, a meno che non si voglia sostenere che il Papato non abbia avuto un ruolo geopolitico determinante (che ne ha influenzato pure scelte ecclesiastiche) negli ultimi 1000 anni almeno.

L'articolo prosegue affermando che per la dottrina cattolica Dio ha concesso alla Chiesa un potere super gentes et super regna; con termini meno giuridici, ciò è vero pure per la Chiesa Ortodossa, poiché la libertà della Chiesa non può essere conculcata da alcun potere statale (diversamente si ricadrebbe nell'eresia del sergianismo, di cui l'attuale Patriarca Cirillo è forse il nemico più feroce tra tutti i gerarchi succedutesi sul trono moscovita dal 1917 a oggi). Poi:

Nel sistema sinodale ortodosso, mancando un principio unitario di autorità fondato sulla Rivelazione [ripeteremmo l'ovvio qui a dire che la Rivelazione non ha mai parlato del Papa di Roma, a meno di non considerare la "Rivelazione" arbitrariamente estesa fino all'XI secolo avanzato, ndr], il ricalcare gli interessi geopolitici nei rapporti ecclesiali è necessità inevitabile, è connaturale al sistema, e ne svela l’origine puramente umana: senza la Pietra [che però per i Padri della Chiesa è la confessione della fede autentica, e non la persona di Pietro né tantomeno quella di un suo successore, ndr] , non può esserci governo unico, come non può esistere un bene comune della Chiesa universale, preferibile a qualsiasi interesse politico. In due parole: attualmente nella Chiesa cattolica il bene comune generale ha sempre un’autorità unitaria che dovrebbe perseguirlo, ma che colpevolmente non lo fa; nel sistema ortodosso, tale bene comune generale non può esistere perché non c’è un’autorità competente a determinarlo e perseguirlo.

Temo che il redattore dell'articolo abbia letto un po' troppo de Maistre, e voglia riproporre nella Chiesa il modello autoritario dello Stato moderno, in cui un'autorità puramente umana è depositaria di una sovranità monarchica assoluta in grado di stabilire il "bene comune". Se avesse una concezione più tradizionale e giusnaturalista saprebbe che il "bene comune" è già stabilito eternamente dalla Legge naturale, e da Cristo stesso che ha fondato e guida la Chiesa, e a ogni uomo è dato il compito di perseguirlo secondo la sua libertà e in accordo con la Legge naturale. Postulare la necessità dell'autorità sovrana e assoluta (sia essa una monarchia individuale, come in questo caso, o una monarchia collegiale, come nel caso della "sinodalità senza popolo" bergogliana) per la regolamentazione della società umana, o tanto più di una società divino-umana come la chiesa, è quanto di più moderno ci possa essere. D'altro canto non mi stupisce questo afflato giuspositivista, visto che è lo stesso che ha portato il moralista della FSSPX don Seligny a scrivere molteplici articoli in difesa non solo della liceità ma della quasi obbligatorietà morale della "vaccinazione" anti-Covid (l'ultimo qui), e finanche a chiedere il green pass per l'accesso al "Convegno della Tradizione di Rimini" (poi annullato all'ultimo minuto a fronte del grande scandalo che la cosa aveva prodotto, con un frettoloso comunicato in cui il buon giuspositivista obbediente al Leviatano non solo non contempla la resistenza alla legge ingiusta che è un principio fondamentale della morale cristiana, ma nemmeno i molteplici metodi pienamente legali per cui ogni giorno, con semplici accortezze, si tengono in tutta Italia convegni senza che sia richiesto alcun lasciapassare).

Se si dovesse supporre la legittimità del sistema ortodosso, i difetti del sistema ecclesiale andrebbero riportati al modo in cui Gesù Cristo ha fondato la Chiesa e non a colpe umane. Ognuno vede come la sinodalità ortodossa, vantata dal Papa come modello, sfoci nella blasfemia.

Sarebbe difficile individuare un esempio più manualistico di non sequitur. Siccome non c'è l'autorità umana la colpa dei difetti degli uomini è di Gesù Cristo? Forse l'articolista dovrebbe ripassare i fondamentali del ragionamento logico, e nemmeno quelli aristotelici ma molto banalmente quelli della scuola primaria. A meno che egli non pensi che se il vescovo X professa eresia ed è cattolico la colpa dell'eresia sia del Papa, e allora se il vescovo Y professa eresia ed è ortodosso la colpa dell'eresia è di Cristo (Iddio ci perdoni perché il solo scriver di una colpa di Cristo, ancorché sia un'ipotesi dell'assurdo ragionamento dell'articolista, è indegno)? Sembra però che chi pensi così non abbia mai sentito nominare alcuni concetti fondamentali della teologia quali "peccato originale", "libera volontà dell'uomo" e "colpa individuale", e sia piuttosto affascinato dall'individuare dei "capri espiatori" di giudaica memoria.

Del resto non è la prima volta che qualche "tradizionalista" si lancia in ragionamenti sconclusionati nel tentativo di giustificare oltre il possibile la monarchia papale e demonizzare l'ecclesiologia antica. C'è chi ci prova falsificando le citazioni dei Padri della Chiesa (vedi qui), chi con magistrali non sequitur. L'importante è che i lettori, come confidiamo, sebbene benevoli non siano ingenui.

lunedì 25 ottobre 2021

12 ottobre - In festo Ss. Sergii et Bacchi

 xij. octobris
Ss. Sergii et Bacchi, martyrum
(dies assignata e vij. hujus mensis)

Passi sunt cir. ann. 303. Primi antiquitus titulares ecclesiae cathedralis patriarchalis primatialis ac metropolitanae S. Petri de Castello. Eorum exuviae, seu potiores corporum partes, in eadem Basilica Castellana venerantur, quae ab Oriente primum, deinde circa initium saeculi IX ex Heracliensi civitate in Venetijs Aestuarijs jam extante, sunt translatae Angelo Partecipatio duce.

Duplex.


Contristato Sergio nece Bacchi, beatus Bacchus dixit: Et si carne recessi a te, et amoris vinculo tecum sum. Hortor tamen ut festines cursum consummare fidei: mecum tibi reposita corona est.

Poiché Sergio era rattristato dalla morte di Bacco, il beato Bacco disse: Sebbene mi sia allontanato da te nella carne, sono con te nel vincolo dell'amore. Ti esorto pertanto ad affrettarti a completare il cammino della fede: è preparata per te una corona insieme a me.

(Antifona al Magnificat)

Ed. Luca Ricossa

Τριάδος τῆς Ἁγίας ὀπλίται τροπαιοῦχοι, ἡ λαμπρὰ δυὰς τῶν Μαρτύρων, ὠράθητε ἐν ἄθλοις, Σέργιος ὁ θεῖος ἀριστεύς, καὶ Βάκχος ὁ γενναῖος ἀθλητής, διὰ τοῦτο δοξασθέντες περιφανῶς, προΐστασθε τῶν βοώντων· Δόξα τῷ ἐνισχύσαντι ὑμᾶς, δόξα τῷ στεφανώσαντι, δόξα τῷ ἐνεργούντι δι' ὑμῶν, πάσιν ἰάματα.

Quali soldati trionfali della Santa Trinità, l'insigne coppia dei Martiri fu mirata nei travagli: Sergio il divino condottiero, e Bacco il nobile atleta; perciò, voi che siete stati illustremente glorificati, proteggete quanti gridano: Gloria a Colui che vi ha dato forza, gloria a Colui che vi ha coronati, Gloria a colui che per mezzo di voi ha operato a tutti guarigioni.

(Apolytikio della tradizione greca)


ᲂу҆добрѣ́нїе Хрїсто́выхъ страстотѣ́рпецъ, и҆ ѻ҆́чи Хрїсто́вы Це́рквѣ, ѻ҆́чи просвѣтн́те дꙋ́шъ на́ших, Се́ргїе многострада́льне и҆ Ва́кше пресла́вне: молн́тесѧ ко Гдⷭ҇ꙋ, ꙗ҆́кѡ да ᲂу҆бежн́мъ тьмы̀ грѣхо́вныѧ и҆ свѣ́та ꙗ҆вн́мсѧ ѡ҆́бщницы невече́рнѧгѡ молн́твами ва́шими, свѧті́и.

Fruttuosi portatori di passione di Cristo, e occhi della Chiesa di Cristo, illuminate gli occhi delle nostre anime, o Sergio che molto ha sofferto e Bacco glorioso: intercedete presso il Signore, acciocché sia allontanata da noi l'oscurità del peccato, e risplendiamo con voi di luce intramontabile, per le vostre preghiere, o santi.

(Apolytikio della tradizione slava)


mercoledì 20 ottobre 2021

7 ottobre - In festo Sanctae Justinae

Bartolomeo Montagna, S. Giustina da Padova, fine XV secolo, Metropolitan Museum of Art, Nuova York

Padova, 7 ottobre 304 – 7 ottobre 2021: 1717 anni di S. Giustina

Lepanto, 7 ottobre 1571 – 7 ottobre 2021: 450 anni di vittoria

 

La Chiesa veneziana celebra oggi due importanti ricorrenze: la festa liturgica della Santa vergine e martire patavina Giustina, che rese l'anima a Dio il 7 ottobre 304, sotto l'imperatore Diocleziano e la vittoria conseguita il 7 ottobre 1571 a Lepanto sulla flotta turca.

Insieme alla Beatissima Vergine Maria, S. Giustina fu invocata dai veneziani per la grande battaglia sul crudo barbaro. A seguito della vittoria, ogni anno, il clero e le autorità si ritrovano per cantare solennemente il Te Deum di ringraziamento.

Te Deum laudamus: te Dominum confitemur […] Te martyrum candidatus laudat exercitus.

Sancta Justina, ora pro nobis!

 

Debellato sic barbaro Trace, triumphatrix sit maris Regina. Et placata sic ira divina Adria vivat, et regnet in pace.

(coro finale dell’oratorio Juditha Triumphans di Vivaldi)


mercoledì 13 ottobre 2021

Curiosità liturgiche sulla festa della Protezione della Madre di Dio

 La festa della Protezione della Madre di Dio, che ricorre oggi 1° (14) ottobre, è una delle più amate nel mondo slavo, tanto da essere informalmente considerata una delle Dodici Feste maggiori (che così diventerebbero tredici). Tuttavia, ci sono alcuni elementi liturgici che possono darci informazioni sul fatto che anticamente il grado di questa festa fosse inferiore.

La festa commemora l'apparizione della Madre di Dio alle Blacherne a Costantinopoli una domenica 1° ottobre del X secolo, alle 4 del mattino, allorché S. Andrea il Folle in Cristo vide la cupola della chiesa aprirsi e da lì entrare la Vergine Maria, circondata da angeli e da santi; ella ivi s'inginocchio e piangendo pregò per tutti i Cristiani, chiedendo al Suo figlio di accogliere le preghiere di quanti si rivolgono a Lui e cercano la di lei protezione. Dopodiché, sparse il suo manto su tutti i fedeli presenti in chiesa, segno della propria protezione. Questa immagine è quella raffigurata nell'iconografia della festa. Secondo San Nestore il Cronista, l'episodio s'inserisce all'interno di una richiesta fatta dagli abitanti della Città alla Madre di Dio di proteggerla da un attacco di slavi pagani, poi effettivamente sventato con una grande vittoria navale. La festa è anche detta "dell'Intercessione della Madre di Dio".

Si ignora il motivo per cui presso i popoli slavi la festa sia tenuta in così grande considerazione: alcuni sostengono che la ragione sia l'origine slava di S. Andrea, ma questo è poco significativo. Certo è che dal XVI secolo a questa festa è dedicata la più variopinta e famosa chiesa moscovita che troneggia la Piazza Rossa, meglio (ma impropriamente) conosciuta come Cattedrale di S. Basilio dal nome di S. Basilio il Benedetto, folle in Cristo, le cui spoglie ivi riposano, e così una quantità innumerevole di chiese in tutta la Rus'.

Veniamo alle questioni liturgiche. Sia presso i Greci, dove la festa sarebbe meno sentita, se non fosse che nella Repubblica Ellenica da circa 70 anni una funzione votiva alla Protezione della Madre di Dio è ri-celebrata il 28 ottobre in occasione della festa nazionale (Giorno del No), sia presso gli Slavi la festa è pressoché equiparata alle Dodici Grandi Feste, pur non rientrando formalmente nel ciclo. Da esse, in realtà, si distingue nettamente perché non ha una vigilia (προεορτία, предпраздство), né un'ottava (ἀπόδοσις, ѿданїе). E' sovente celebrata con il grado di "festa con veglia" (бдѣннаѧ слꙋжба), ma originariamente il suo grado doveva essere molto più basso. Proviamo a considerare alcuni punti.

Il mineo slavonico, all'apertura del mese di ottobre, scrive: "se è il titolo della chiesa, oppure lo vuole il rettore, si fa la veglia di tutta la notte, come segue", e riporta tutto l'ordine di una funzione con veglia, con paremie, litia, polieleo... Questa rubrica ci lascia intendere che la festa è con veglia ad libitum (un po' come i due semiduplex ad libitum presenti nel Breviario Romano), ma non ci dice con che grado si dovrebbe celebrare la funzione qualora il rettore non volesse fare la veglia. Viene in aiuto il Typikon, nella misura in cui lascia intendere (fornendo due istruzioni diverse) che se non si celebra la funzione della Protezione, si deve celebrare la funzione di S. Anania e di S. Romano il Melode, le cui feste lo stesso giorno, e hanno grado semplice. D'altro canto, l'ordo (Богослужебные указания) del Patriarcato di Mosca sub A dice chiaramente che "si celebra la funzione con veglia della festa della Protezione", considerando quindi imperativo quello che i libri liturgici testimoniano fosse un tempo facoltativo. Anche il rapporto con le citate feste di S. Anania e di S. Romano il Melode non è chiaro. Nell'Apostolo slavonico sono riportati due prochimeni (graduali) e due epistole, i primi per la Protezione e i secondi per S. Anania, secondo la combinazione ordinaria, indicando quindi che la commemorazione dovrebbe avvenire alla liturgia; il già citato Ordo però sub A dice di celebrare la funzione della Protezione senza commemorazioni, come se fosse una delle Dodici Feste; sub B dà le indicazioni per celebrare la funzione con la commemorazione (che nel rito bizantino di fatto è una "unione" di più funzioni) di S. Anania, ma essendo sub B si riferisce solo alle chiese e ai luoghi di cui il santo è patrono o in cui gode di particolare venerazione.

Leggendo il typikòn greco, pare proprio che la festa non esista propriamente, se non indicata nel calendario al 1° ottobre. Le istruzioni infatti riportano di celebrare la funzione di S. Anania con grado semplice. Al 28 ottobre, in ragione della già citata festa nazionale, spiegano come celebrare la funzione votiva "secondo il Mineo della chiesa di Grecia", ma segnalano che normalmente in quel giorno si dovrebbe celebrare la funzione della feria. Andiamo pertanto a vedere il Mineo della Chiesa di Grecia, che al 1° ottobre riporta l'ufficiatura semplice di S. Anania e Romano il Melode, e al 28 l'ufficiatura feriale dei Ss. Terenzio e Neonilla martiri. Prima della funzione di S. Anania, è riportata un'officiatura a parte colla dizione Τῇ Α' τοῦ αὐτοῦ μηνὸς, ἀνάµνησιν ἐπιτελοῦµεν τῆς ἁγίας Σκέπης τῆς Ὑπεραγίας Δεσποίνης ἡµῶν Θεοτόκου καὶ Ἀειπαρθένου Μαρίας. E' interessante notare che sia chiamata ἀνάµνησις ("commemorazione"), e non μνήμη ("memoria") come ordinariamente son chiamate tutte le feste del mineo. Si tratta di un'ufficiatura completamente diversa da quella slavonica (salva qualche stichira), che fa parecchie menzioni del miracolo delle Blacherne (laddove quella slava parla in generale dell'intercessione della Madre di Dio), e ha dopo il Polieleo una particolarissima ἐκλογή ("spiegazione"), un poemetto in versi che inizia "Ἐν πόλει τοῦ Θεοῦ ἡμῶν, Ἀλληλούια - Nella città del nostro Dio, alleluia" e racconta l'episodio dell'apparizione, cosa che non trova paragoni in nessun'altra festa.



Le conclusioni che possiamo trarre sono che questa festa originariamente non aveva una propria celebrazione liturgica, tantomeno di grado alto, ed è stata introdotta come funzione votiva, con testi e modi che si sono sviluppati separatamente nella Rus' e nel mondo ellenofono. Benché amatissima dai fedeli e celebrata universalmente con grandissima solennità, resta nei libri liturgici una funzione votiva che un sacerdote, senza infrangere alcuna norma ma anzi seguendo i libri, potrebbe legittimamente tralasciare.

A tutti buona festa della Protezione!

Icona ucraina di tardo XVII / inizio XVIII secolo
Sotto il manto della Madonna, in secondo piano a destra, si riconosce il cosacco Bogdan Khmelnytskij

domenica 3 ottobre 2021

Considerazioni liturgiche sparse - parte 2

Riprende, dopo molto tempo, questa rubrica: si tratta di considerazioni sparse, sorte dopo discussioni ed esperienze dirette. Esse sono state qui raccolte volutamente in modo disorganico, senza cercare di dare al testo una struttura logica consequenziale, impresa che sarebbe stata per verità non facile data la totale disomogeneità dei contenuti.

1. Circa il servizio alla Messa cantata

Nei libri liturgici il modello di celebrazione base è quello della Messa solenne, dove il sacerdote è regolarmente assistito da diacono e suddiacono. Nondimeno, in molte realtà legate alla liturgia tradizionale ciò non si verifica quasi mai, se non in rarissime occasioni come le feste patronali, dove l’accorrere di sacerdoti permette la celebrazione in terzo. 

Almeno nelle domeniche e nelle feste doppie, però, dovrebbe essere celebrata la Messa cosiddetta cantata, vale a dire una riduzione della forma solenne non esplicitamente normata dai libri liturgici, dove i ruoli spettanti a diacono e suddiacono vengono spartiti tra il sacerdote ed i chierici di servizio.

I compiti legati al ministero ordinato (il canto del Vangelo, dell’Ite, missa est…) spettano al celebrante, ma quelli che non lo richiedono possono e, anzi, debbono essere svolti dai chierici, tonsurati o laici che siano.

Per esempio, ai chierici è richiesto di cantare l’Epistola (Ritus servandus in celebratione Missae, n.7; si tratta dell'unica rubrica di tutto il Messale che parla della messa cantata senza sacri ministri; ivi si specifica che l'unica differenza tra il canto dell'epistola fatto dal suddiacono e quello dal chierico è che quest'ultimo non chiede la benedizione e non bacia la mano del celebrante dopo la lettura, per ragioni ignote) e si potrebbe obiettare che il ministro, se in tenera età, non è capace di cantare in latino; si risponde che il servizio dovrebbe essere svolto se non soltanto almeno nella maggior parte da uomini ben preparati. Il chierico, all’offertorio, porta il calice dall’altare alla credenza e, dove è consuetudine, lo svela dopo che il celebrante gli ha dato mandato toccando il velo. Dopo la purificazione toccherà di nuovo a lui riportarlo, liberando il celebrante da quest’incombenza.

Nel rito ambrosiano, inoltre, spetta al chierico, quando manca il diacono, la turificazione del retro dell’altare e il bacio del lato settentrionale durante l’incensazione d’offertorio.

Non ha alcun senso vedere Messe cantate dove il celebrante porta il calice all’ingresso e lo riporta all’uscita e canta l’Epistola: il rispetto per l’ordine sacro non deve divenire clericalismo, dove la liturgia diventa il momento di protagonismo del sacerdote (cosa ancor più evidente, poi, nella liturgia riformata).

Il celebrante, letta privatamente la lezione, siede e ne ascolta il canto da parte del chierico (Chiesa di S. Maria della Consolazione, Milano, foto di NLM)


2. Circa l'abito dei servienti

Sempre rimanendo in tema di servizio liturgico, parliamo ora dell’abito dei chierici servienti la ierurgia. Coloro che accedono all’altare è come se divenissero, temporaneamente, dei chierici; perciò dovrebbero vestire l'abito di coro, salvo che oggettive ed eccezionali ragioni (come la mancanza materiale e irrimediabile di abiti adatti) lo impediscano.

In età medievale e in alcuni riti monastici si diffuse l’uso di servire con il camice, prima che esso fosse inteso come l’abito del sacrificio (è utilizzato, infatti, solo per la Messa); nei monasteri e nei conventi il servizio è svolto dai novizi, che fanno uso del loro regolare abito religioso. Nella prassi secolare, invece, il servizio è svolto, secondo tradizione, in abito talare e cotta. 

L’abito talare va portato completo di colletto: il CJC del 1917, al canone 683, parla di habitus clericalis, senza menzionare alcuna riduzione da operare; sull’uso della fascia v’è discussione tra gli autori, poiché non è chiaro neppure se essa possa essere indossata da tutti i semplici sacerdoti. Una buona regola è quella di uniformarsi all’uso locale del clero. Alla veste si sovrappone la cotta (non il rocchetto!), il cui pizzo non può mai eccedere ed essere maggiore della stoffa stessa. La sobrietà della liturgia romana contrasta con l’uso di croci pettorali, zucchetti, mozzette, berrette: lo sciogliersi di fronte a fotografie di stuoli di chierichetti con mozzetta e berretta nella Spagna franchista o in talarina azzurra e cotta con i paramani foderati nelle Americhe non è amore per la Tradizione ma edonismo.





Chierichetti parati come dei piccoli canonici...
Tradizione o gioco?
(Foto di Ceremonia y Rubrica)





L.F.