giovedì 27 maggio 2021

15 maggio - In conversione S. Augustini

Benozzo Gozzoli, Tolle et lege, 1465
Chiesa di S. Agostino (S. Gimignano)
Chiuso il libro, tenendovi all’interno il dito o forse un altro segno, già rasserenato in volto, rivelai ad Alipio l’accaduto. Ma egli mi rivelò allo stesso modo ciò che a mia insaputa accadeva in lui. Chiese di vedere il testo che avevo letto. Glielo porsi, e portò gli occhi anche oltre il punto ove mi ero arrestato io, ignaro del seguito. Il seguito diceva: "E accogliete chi è debole nella fede". Lo riferì a se stesso, e me lo disse. In ogni caso l’ammonimento rafforzò dentro di lui una decisione e un proposito onesto, pienamente conforme alla sua condotta, che l’aveva portato già da tempo ben lontano da me e più innanzi sulla via del bene. Senza turbamento o esitazione si unì a me. Immediatamente ci rechiamo da mia madre e le riveliamo la decisione presa: ne gioisce; le raccontiamo lo svolgimento dei fatti: esulta e trionfa. E cominciò a benedirti perché puoi fare più di quanto chiediamo e comprendiamo. Vedeva che le avevi concesso a mio riguardo molto più di  quanto ti aveva chiesto con tutti i suoi gemiti e le sue lacrime pietose. Infatti mi rivolgesti a te così appieno, che non cercavo più né moglie né avanzamenti in questo secolo, stando ritto ormai su quel regolo della fede, ove mi avevi mostrato a lei tanti anni prima nel corso di una rivelazione; e mutasti il suo duolo in gaudio molto più abbondante dei suoi desideri, molto più prezioso e puro di quello atteso dai nipoti della mia carne. (S. Agostino, Confessioni VIII, 12.30, trad. it. C. Carena, Roma, Cittanuova, 1965)

Giunto il momento in cui dovevo dare il mio nome per il battesimo, lasciammo la campagna e facemmo ritorno a Milano. Alipio volle rinascere anch’egli in te con me. Era già rivestito dell’umiltà conveniente ai tuoi sacramenti e dominava così saldamente il proprio corpo, da calpestare il suolo italico ghiacciato a piedi nudi, il che richiede un coraggio non comune. Prendemmo con noi anche il giovane Adeodato, nato dalla mia carne e frutto del mio peccato. Tu bene l’avevi fatto. Era appena quindicenne, e superava per intelligenza molti importanti e dotti personaggi. Ti riconosco i tuoi doni, Signore Dio mio, creatore di tutto, abbastanza potente per dare forma alle nostre deformità; poiché di mio in quel ragazzo non avevo che il peccato, e se veniva allevato da noi nella tua disciplina, fu per tua ispirazione, non d’altri. Ti riconosco i tuoi doni. In uno dei miei libri, intitolato Il maestro, mio figlio appunto conversa con me. Tu sai che tutti i pensieri introdotti in quel libro dalla persona del mio interlocutore sono suoi, di quando aveva sedici anni. Di molte altre sue doti, ancora più straordinarie, ho avuto la prova. La sua intelligenza m’ispirava un sacro terrore; ma chi, al di fuori di te, poteva essere l’artefice di tali meraviglie? Presto hai sottratto la sua vita alla terra, e il mio ricordo di lui è tanto più franco, in quanto non ho più nulla da temere per la sua fanciullezza, per l’adolescenza e l’intera sua vita. Ce lo associammo, dunque, come nostro coetaneo nella tua grazia, da educare nella tua disciplina. E fummo battezzati, e si dileguò da noi l’inquietudine della vita passata. In quei giorni non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano. Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene. (ibid. IX, 6.14)

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace. (ibid. X, 27.38)

L'arca con le reliquie di S. Agostino nella chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro (Pavia), dove furono traslate nel 724 dal re longobardo Liutprando per scamparle dall'invasione saracena della Sardegna (erano infatti state portate a Cagliari nel 480 c.a, con l'espulsione degli ortodossi dal Nordafrica ad opera del re Unerico dei Vandali, ariani). L'arca è opera di Bonino da Campione e Balduccio da Pisa, e risale alla seconda metà del sec. XIV.


Magne Pater Augustine,
Preces nostras suscipe
Et per eas Conditori
Nos unire satage:
Atque rege gregem tuum,
Summum decus praesulum.

Amatorem paupertatis
Te collaudant pauperes:
Assertorem veritatis
Amant veri judices:
Frangis nobis favos mellis,
De Scripturis disserens.

 Quae obscura prius erant
Nobis plana faciens,
Tu de verbis Salvatoris
Dulcem panem conficis,
Et propinas potum vitae
De Psalmorum nectare.

 Tu de vita clericorum
Sanctam scribis regulam,
Quam qui amant et sequuntur
Viam tenent regiam,
Atque tuo sancto ductu
Redeunt ad patriam.

 Regi regum salus, vita,
Decus, et imperium:
Trinitati laus et honor
Sit per omne saeculum,
Quae concives nos adscribat
Supernorum civium. 

℣. Ora pro nobis, beate Augustine, alleluja.
℟. Ut digni efficiamur promissionibus Christi, alleluja.

Ant. ad Magn. Lætare, mater nostra Jerusalem, quia Rex tuus dispensatorem strenuum et civem fidelissimum de servitute Babylonis tibi redemit Augustinum, alleluja.


O gran Padre Agostino,
accogli le nostre preghiere,
e per mezzo d’esse, accorri
per unirci al Creatore:
e conduci il tuo gregge,
o sommo splendore dei presuli.

In quanto amante della povertà
insieme ti lodano i poveri:
in quanto assertore della verità
ti amano i veri giudici:
frangi per noi favi stillanti miele
dissertando sulle Scritture.

Rendendoci chiare quelle
che per noi prima erano oscure,
tu con le parole del Salvatore
prepari un dolce pane,
e offri la bevanda della vita
dal nettare dei Salmi.

Tu della vita dei chierici
scrivi la santa regola,
e coloro che la amano e la seguono
mantengono la via regale,
e sotto la tua santa guida
ritornano alla patria.  

Al Re dei Re sia salvezza, vita,
splendore e potenza:
alla Trinità sia lode e onore
per tutta l’eternità,
la qual ci faccia concittadini
degli abitanti del cielo.

℣. Prega per noi, o beato Agostino, alleluja.
℟. Acciocché siam resi degni delle promesse di Cristo, alleluja.

Ant. ad Magn. Rallegrati, madre nostra Gerusalemme, poiché il tuo Re ha ricondotto a te Agostino dalla schiavitù di Babilonia, intendente zelante e cittadino fedelissimo, alleluja.

giovedì 20 maggio 2021

8 maggio - In conversione Gothorum

L'8 maggio la Chiesa latina, come pure quella orientale, commemora le gloriose apparizioni dell'Arcangelo Michele sul Monte Gargano, uno dei centri di pellegrinaggio più antichi e venerabili di tutta la Cristianità. E' meno noto tuttavia che nello stesso giorno nelle Spagne ricorre un'altra festa, quella in onore della Santissima Trinità ob conversionem Gothorum, per la conversione al Cristianesimo ortodosso dei Visigoti, avvenuta al Concilio di Toledo nel 589 sotto il re Recaredo I e raccontata dal vescovo Leandro di Toledo nella Homilia de triumpho Ecclesiae ob conversionem Gothorum.

Muñoz Degrain, Conversione di re Recaredo, 1888, Palazzo del Senato di Madrd

Il Cristianesimo nelle Spagne ebbe il momento di maggior splendore proprio durante il periodo della dominazione visigotica, integrandosi profondamente nel sistema di governo, tanto da formare probabilmente uno degli esempi più antichi di Chiesa nazionale: assieme al diritto romano e alla cultura ispano-romana, il Cristianesimo niceno fu uno dei caratteri identificativi del regno visigotico, che aveva così abbandonato l'eresia ariana (ricevuta nel IV secolo dal vescovo Ulfila, discepolo di Ario) insieme alle ultime vestigia di barbarie. Tale chiesa nazionale era dotata dei propri libri liturgici (il rito gotico, impropriamente detto mozarabico), delle proprie consuetudini, e finanche del proprio stile grafico nella produzione libraria, la littera visigothica. E' significativo che tutti questi caratteri fortemente connotanti sopravvissero alla rapida invasione Omayyade agl'inizi dell'VIII secolo, e continuarono a manifestarsi pur sotto la dominazione degl'infedeli (tralasciamo eventuali influssi giudaico-islamici su alcune prassi celebrative mozarabe, che sono tutt'ora discussi dagli studiosi e sarebbero comunque un fenomeno ordinario di contaminazione); vedranno tuttavia la loro fine nell'XI secolo, e precisamente nel 1081, con il Sinodo di Burgos, presieduto da re Alfonso VI di Castiglia e Léon su pressioni di Papa Gregorio VII e dei cluniacensi: in tale sinodo vennero proibiti i riti mozarabi, decretando l'adozione dei libri liturgici romani, e contestualmente fu pure vietato l'uso della littera visigothica. Queste dispotiche disposizioni romanocentriche non ebbero immediato effetto su tutta la penisola; nondimeno, pare che entro il XIII secolo, e sicuramente in ogni caso entro il completamento della Reconquista, la romanizzazione della Spagna, la quale è indubbiamente all'origine delle forme di cattolicesimo spagnolo caratteristiche dell'età moderna e contemporanea fino alla secolarizzazione, può dirsi compiuta.


A sinistra, il frontespizio del breviario mozarabico edito da Cisneros agl'inizi del XVI secolo e ristampato a Madrid nel 1775: si noti che è intitolato Breviarium Gothicum; a destra, un esempio
di littera visigothica maiuscola e minuscola: il Liber canticorum et horarum (Biblioteca storica dell'Università di Salamanca, ms. 2668) dell'XI secolo, con il cantico di Mosè (Deut. 32)

L'ufficio che si canta in tale occasione è quello consueto di ringraziamento alla Santissima Trinità, con le sue antifone e i suoi salmi; la ragione è ovviamente il fatto che professando la fede ortodossa i Visigoti hanno accolto il dogma trinitario e riconosciuto l'Unica Divinità nelle Tre Persone rigettando l'antritrinitarismo ariano così come quello priscilliano che infestava le Spagne nei primi secoli. Le letture del Mattutino sono da Isaia 6 (visione del re Ozia) nel I Notturno, un racconto agiografico della conversione nel II Notturno, nel III Notturno il Vangelo (Matteo 28, Cristo comanda agli Apostoli di convertire e battezzare le genti) e la sovraccitata omelia di Leandro di Toledo. Particolarmente interessante è l'inno in strofe saffiche che, diviso in tre parti, si canta a Vespro (fino a Floridus annus più la dossologia), Mattutino (da Patris elusa a Pectore mores più la dossologia) e Lodi (le restanti); è un canto di letizia, che annuncia il fiorire dell'ortodossia e il dissiparsi delle tenebre dell'eresia, e glorifica la Spagna e i Visigoti che a Cristo hanno così aderito. La seconda parte dell'inno racconta la convocazione del Concilio nella reggia toletana, cui accorrono i principi visigoti da tutte le Spagne, e la confessione trinitaria professata in esso; oltre a Leandro e Recaredo, già qui menzionati, è citata pure la figura del principe martire sant'Ermenegildo (+585), protomartire visigoto, che con la sua testimonianza di sangue contribuì a volgere alla vera fede il popolo delle Spagne.

Il Concilio di Toledo in una miniatura del Chronicon Albeldense (881)

Carmen, antiqui memor usque doni,
Pangat Hispanus Triadi supernæ,
Cœlitum plaudat recinens ab alto
æthere cœtus.

Natio late domininans Gothorum,
Labe doctrinæ maculata, demum
Novit errorem, recipitque toto
Pectore Christum.

En dies clari redeunt novumque
Lumen, hispana regione cedit
Hæresis frendens, nigra luctuosæ
Noctis imago.

Sic, noto nubes removente, solis
Fulgurat vultus, zephyro tepenti
Hic hiems terris fugit et renidet
Floridus annus.

Patris elusa feritate, vectus
Jam triumphali super astra curru,
Lucis æternæ capiebat auras
Hermenegildus.

Non tamen caræ patriæ nec ille
Fratris oblitus, roseum cruorem
Exhibet Christo, fideique semen
Crescere poscit.

Annuens votis Deus excitavit
Præditum magnis meritis Leandrum,
Tota gens cujus sapiente dextra
Ducta regatur.

Ut poli sedes, meliusque regnum
Martyrem Regem docuit subire
Sic parem cura, studioque fratrem
Format alumnum.

Lætus huic æquam Recaredus aurem
Præbuit, tanto docilis magistro,
Mente doctrinam bibit aureosque
Pectore mores.

Ut Gothus labem sceleris vetusti
Eluat, Christi repetens ovile,
Ampla Toleti recipit vocatos
Regia patres.

Affluunt omni proceres ab ora,
Qui Pyræneos tenere saltus,
Quosque ab extremis mare fabulosum
Discidit Afris.

Præsides cleri populique rite
Hæresim damnant, præeunte rege,
Tresque Personas profitentur, unum
Numen adorant.

Hanc fidem ductu retinent Leandri,
Quam nec irripens labefactet error,
Ulla neu longo revoluta cursu
Polluat ætas.

Mente concordi celebrentur una,
ut pares ambo, Pater atque Verbum,
Quodque non impar cœlitus spirat
Flamen amoris. Amen.

Facendo memoria dell’antico dono, un carme
canti l’Ispanico alla Trinità superna,
e dal cielo esulti cantando dai cori
celesti il consesso [dei santi].

La Nazione dei Goti, che su molte terre domina,
macchiata da errore di dottrina, alfine
ha riconosciuto il suo errore, e ha accolto Cristo
con tutto il cuore.

Ecco, tornano i giorni luminosi, e nuova
luce; si ritira dall’ispanica regione,
frantumando l’eresia, la tetra immagine
della notte luttuosa.

Così, spazzate dal vento le nubi, risplende
il volto del sole, e con il tiepido zefiro
da queste terre fugge l’inverno, e rifiorisce
florida la primavera.

Abbandonata la barbarie del padre, trasportato
già sovra gli astri con un carro trionfale,
riceveva i raggi della luce eterna
Ermenegildo.

Tuttavia, non dimentico della cara patria
né del fratello, egli mostrò a Cristo
il suo rosso sangue, e domandò che crescesse
il seme della fede.

Accogliendo i voti, Iddio suscitò
Leandro, dotato di grandi meriti,
dalla cui saggia destra tutto il popolo
venisse rettamente guidato.

Come insegnò al Re Martire a mirare
alle dimore celesti e a un regno migliore,
così con cura e attenzione allevò
il fratello gemello.

A questi Recaredo prestò volentieri
l’orecchio benigno, a tanto docile maestro,
e bevve con la mente la dottrina, e col cuore
gli aurei costumi.

Perché il Goto abbandonasse la macchia
dell’antico delitto, tornando all’ovile di Cristo,
l’ampia reggia di Toledo accolse
i padri convocati.

Accorrono tutti i maggiorenti dalla costa,
quelli che governano i valichi dei Pirenei,
e quelli che il mare narrato dalle favole
divide dall’Africa.

I capi del clero e del popolo, secondo il rituale,
condannano l’eresia, guidati dal sovrano,
e confessano le Tre Persone, adorano
l’Unica Divinità.

Sotto la guida di Leandro, questa fede
mantengono, che l’errore ritornando non macchierà, né alcun secolo, trascorso lungo tempo, inquinerà.

Con mente concorde siano celebrati insieme,
come pari entrambi, il Padre e il Verbo,
e Colui che egualmente pari spira dal cielo,
lo Spirito d’amore. Amen.

martedì 18 maggio 2021

6 maggio - San Giovanni avanti la Porta Latina

In ferventis ólei dolium missus beátus Joánnes Apóstolus,
divina se protegénte grátia, illæsus exívit, allelúja.

Charles Le Brun, Martirio di S. Giovanni Evangelista a porta Latina, 1641,
St. Nicolas du Chardonnet (Paris)

Oggi 6 (19) maggio si commemora il martirio dell'Apostolo ed Evangelista Giovanni avanti alla Porta Latina lungo le Mura Aureliane, festa che è invece stata soppressa nei libri liturgici del 1962. La festa di S. Giovanni a porta Latina è caratteristicamente romana, e insieme alle feste dei martiri romani ci mostra il carattere prettamente romano del Messale, che è appunto l'uso di Roma, in seguito esteso a gran parte dell'Occidente. Spogliare il Calendario generale dei suoi tratti urbani (come hanno cercato di fare le riforme degli anni '50 e '60) significa dimenticarsi la sua origine storica e pretendere ch'esso diventi un "Messale universale", cosa che non è.

La vicenda del tentato martirio, che si stima essere avvenuta durante la persecuzione di Domiziano circa l'anno 92, è narrata da Tertulliano nel De praescriptione haereticorum 36,3: Ista quam felix ecclesia cui totam doctrinam apostoli cum sanguine suo profuderunt, [...] ubi apostolus Ioannes posteaquam in oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur.
Essa è ripresa da S. Girolamo nel suo scritto adversus Jovinianum 1,26, che è letto nel II Notturno della festa: Refert autem Tertullianus, quod Romæ missus in ferventis olei dolium, purior et vegetior exiverit, quam intraverit; nonché nel suo commento al cap. XX di Matteo, che è invece letto nel III Notturno: Fertur, quod et ipse propter martyrium sit missus in ferventis olei dolium, et inde ad suscipiendam coronam Christi athleta processerit, statimque relegatus in Patmos insulam sit.
E' infine riportata da Jacopo da Varazze nella Legenda Aurea 9,1: Domitianus igitur imperator ejus intelligens famam accersitum eum in dolium ferventis olei ante portam latinam mitti jussit, ille autem inde exiit illaesus, sicut a corruptione carnis exstiterat alienus.

Il Vangelo della festa è Matteo XX, 20-23, contenente l'episodio in cui il nostro Redentore predice a Giacomo e Giovanni che "certamente berrete del mio calice", cioè il calice della Passione, che Giovanni appunto berrà patendo l'olio bollente nella persecuzione flavia.

Il tempietto di S. Giovanni in Oleo edificato sul luogo ove
tradizionalmente si attesta essere avvenuto il martirio

Lazzaro Baldi, Martirio di S. Giovanni Evangelista, 1657, S. Giovanni in Oleo (Roma)

domenica 2 maggio 2021

Santa Pasqua 2021

Dominica Resurrectionis
Ἡ Ἁγία Ἀνάστασις
Свѣтлое Христово Воскресение  
Santa Pasqua di Risurrezione
MMXXI


Deus qui hodierna die per Unigenitum tuum aeternitatis nobis aditum, devicta morte, reserasti, da nobis, quaesumus, ut qui resurrectionis dominicae solemnia colimus per innovationem tui Spiritus, a morte animae resurgamus. Per eundem.

O Dio, che oggi per mezzo del tuo figlio Unigenito, sconfitta la morte, ci hai riaperto le porte dell'eternità, concedi, te ne preghiamo, che noi che celebriamo solennemente la risurrezione del Signore, rinnovati dal tuo Spirito, risorgiamo dalla morte dell'anima. Per lo stesso Signore nostro.

(Colletta di Pasqua nel Sacramentario Gelasiano) 

Icona russa della Risurrezione, XVI secolo, Museo Nazionale di Stoccolma


Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν,
θανάτῳ θάνατον πατήσας
καὶ τοῖς ἐν τοῖς μνήμασι
ζωὴν χαρισάμενος.

Христо́съ воскре́се ᾿из ме́ртвыхъ,
сме́ртїю сме́рть попра́въ,
᾿и су́щимъ во гробѣ́хъ живо́тъ дарова́въ.

Christus resurrexit de mortuis,
morte mortem calcavit,
et mortuis in sepulchris vitam donavit.

Cristo è risorto dai morti,
colla morte ha sconfitto la morte,
e a quanti erano nei sepolcri
ha donato la vita.



AUGURI DI UNA SANTA PASQUA!

La direzione di Traditio Marciana

sabato 1 maggio 2021

Sabato Santo 2021 al Vespro in vigilia di Pasqua

In Vigilia Paschatis
Ἡ Πρώτη Ἀνάστασις
Съхождение во Адъ
MMXXI

Discesa agli Inferi, XII secolo, Mosaici della Ducale Basilica di San Marco a Venezia 

Τὴν σήμερον μυστικῶς, ὁ μέγας Μωϋσῆς προδιετυποῦτο λέγων· Καὶ εὐλόγησεν ὁ Θεός, τὴν ἡμέραν τὴν ἑβδόμην· τοῦτο γάρ ἐστι τὸ εὐλογημένον Σάββατον· αὕτη ἐστίν ἡ τῆς καταπαύσεως ἡμέρα, ἐν ᾗ κατέπαυσεν ἀπὸ πάντων τῶν ἔργων αὐτοῦ, ὁ Μονογενὴς Υἱὸς τοῦ Θεοῦ, διὰ τῆς κατὰ τὸν θάνατον οἰκονομίας, τῇ σαρκὶ σαββατίσας, καὶ εἰς ὃ ἦν, πάλιν ἐπανελθών, διὰ τῆς Ἀναστάσεως, ἐδωρήσατο ἡμῖν ζωὴν τὴν αἰώνιον, ὡς μόνος ἀγαθὸς καὶ φιλάνθρωπος.

Il grande Mosè presignificò misticamente il dì odierno, dicendo: E benedisse Iddio il settimo giorno: questo infatti è il Sabato benedetto: questo è il giorno del riposo, nel quale riposò da tutte le sue opere l'Unigenito Figlio di Dio, per compiere l'economia attraverso la morte, affrontando il sabato nella carne, e ritornando nella Risurrezione a ciò che era, ci ha donato la vita eterna, egli solo buono e filantropo.

(Doxastikòn del Vespro "della Prima Risurrezione")

Cristo risuscita i Padri dall'Ade, XIV sec., Chiesa di S. Tommaso a Caramanico Terme (PE)

Vere dignum et justum est invisibilem Deum Patrem omnipoténtem Filiúmque ejus unigénitum, Dominum nostrum Jesum Christum, toto cordis ac mentis afféctu et vocis ministério personáre. Qui pro nobis ætérno Patri Adæ débitum solvit: et véteris piáculi cautiónem pio cruóre detérsit. Hæc sunt enim festa paschália, in quibus verus ille Agnus occíditur, cujus sánguine postes fidelium consecrántur. Hæc nox est, in qua primum patres nostros, fílios Israël edúctos de Ægýpto, Mare Rubrum sicco vestígio transire fecísti.


Veramente degno e giusto è celebrare nel servizio l'invisibile Dio Padre onnipotente e il suo Figlio unigenito, il Signor nostro Gesù Cristo, con ogni affezione del cuore, della mente e della voce. Egli per noi sciolse nell'Ade il debito con l'eterno Padre: e con il suo pio sangue lavò la pena dell'antica piaga. Queste sono infatti le feste pasquali, in cui egli, vero Agnello, è ucciso, con il cui sangue son consacrate le porte dei fedeli. Questa è la notte in cui un tempo i nostri padri, i figli d'Israele usciti dall'Egitto, tu facesti attraversare il Mar Rosso a piedi asciutti. 

(Prefazio dell'Exultet della Liturgia vesperale)

Sabato Santo 2021 a Mattutino

Sabbato Sancto
Ἅγιον καὶ Μέγα Σάββατον
Ст҃аѧ и Великаѧ Сббота
MMXXI

Epitaphion, 1599, Museo Benaki, Atene 

Ὡς βροτὸς μὲν θνῄσκεις, ἑκουσίως Σωτήρ,
ὡς Θεὸς δὲ τοὺς θνητοὺς ἐξανέστησας,
ἐκ μνημάτων καὶ βυθοῦ ἁμαρτιῶν.

Δακρυρρόους θρήνους, ἐπὶ σὲ ἡ Ἁγνή,
μητρικῶς ὦ Ἰησοῦ ἐπιρραίνουσα,
ἀνεβόα· Πῶς κηδεύσω σε Υἱὲ;
 
Ὥσπερ σίτου κόκκος, ὑποδὺς κόλπους γῆς,
τὸν πολύχουν ἀποδέδωκας ἄσταχυν,
ἀναστήσας τοὺς βροτοὺς τοὺς ἐξ Ἀδάμ.

Ὑπὸ γῆν ἐκρύβης, ὥσπερ ἥλιος νῦν,
καὶ νυκτὶ τῇ τοῦ θανάτου κεκάλυψαι,
ἀλλ' ἀνάτειλον φαιδρότερον Σωτήρ.

Come mortale muori volontariamente, o Salvatore,
come Dio invece fai risorgere i morti
dai sepolcri e dall'abisso dei peccati.

Su di te la Pura (Maria) spargendo con fare materno
lamenti funebri sgorganti lagrime, o Gesù,
gridò: Come potrò seppellirti, o Figlio?

Come il chicco di grano, ascoso nel seno della terra,
hai prodotto messe copiosa,
risollevando i mortali da Adamo.

Sotto terra ti nascondesti, come ora il sole
è nascosto dalla notte della morte,
ma deh risplendi più luminoso ancora, o Salvatore.

(Stichi degli Encomia)

Giovanni Bellini, Pietà Martinengo, 1505 c.a, Gallerie dell'Accademia, Venezia

Recéssit pastor noster, fons aquæ vivæ, ad cujus tránsitum sol obscurátus est: Nam et ille captus est, qui captívum tenébat primum hóminem: hódie portas mortis et seras páriter Salvátor noster disrúpit. Destrúxit quidem claustra inférni, et subvértit poténtias diáboli. Nam et ille captus est, qui captívum tenébat primum hóminem: hódie portas mortis et seras páriter Salvátor noster disrúpit.


Si è allontanato il nostro pastore, la fonte dell'acqua viva, alla cui morte il sole si è oscurato: infatti è stato fatto prigioniero Colui che teneva prigioniero il primo uomo: oggi il nostro Salvatore ha spezzato le porte e le spranghe della morte. Ha distrutto le catene dell'inferno, e ha ribaltato la potenza del diavolo. Infatti è stato fatto prigioniero Colui che teneva prigioniero il primo uomo: oggi il nostro Salvatore ha spezzato le porte e le spranghe della morte.

(IV Responsorio dell'Ufficio delle Tenebre del Sabato Santo)