domenica 30 giugno 2019

Immagini del Corpus Domini a Pordenone

Domenica 23 giugno 2019, fra l'Ottava del Corpus Domini, presso la Chiesa della Santissima Trinità in Pordenone è stata cantata, per le cure della locale sezione di Una Voce Italia, la messa votiva della solennità esterna del Corpus Domini, seguita dalla tradizionale processione per le vie attorno alla chiesa.

Ha celebrato i sacri riti mons. Bernardino Del Col, canonico della Basilica dell'Immacolata Concezione di Lourdes, cappellano dell'ospedale di Pordenone.






venerdì 28 giugno 2019

La fine delle illusioni: un nuovo 1054 - Traditio Liturgica

Occasionando dall'intronizzazione del vescovo Elpidophoros a Metropolita d'America per il Patriarcato di Costantinopoli, riportiamo dal blog "Traditio Liturgica" questa interessante e precisa disamina, anche da un punto di vista teologico, della sempre più grave situazione dello scisma tra la Chiesa di Costantinopoli e quella di Mosca, ormai estendentesi all'intera Ortodossia.

Il Metropolita americano fanariota Elpidophoros, probabile successore di Bartolomeo I

Le recenti vicende ecclesiali in Oriente non riportano nulla di buono.
L’Oriente bizantino, così meritevole d’aver conservato una tradizione teologico-spirituale unica che ancora si perpetua in alcune sue realtà monastiche, sta attraversando un pesante periodo di crisi e sta cercando di trascinare altre Chiese ortodosse nel nella sua difficile situazione.
Ovviamente, una certa stampa e alcuni siti internet cercano di dipingere una realtà piuttosto rosea e ottimistica ma, anche in tal caso, lasciano interdetto il lettore perché, senza volerlo, fanno intuire troppe cose che non quadrano.
Nel 1054 si consumò lo scisma Oriente-Occidente. Questo scisma fu motivato dal fatto che le Chiese si erano troppo differenziate tra loro. In realtà, tale differenziazione divenne aperto contrasto anche e soprattutto per questioni politiche che si celavano dietro ai dibattiti religiosi.
Come allora, oggi dietro al “1054” dell’Ortodossia greca, c’è la politica: la potente influenza americana negli ambienti del Fanar [il “Vaticano greco” a Istanbul] per fini di controllo geopolitico. L’iniziativa ecclesiale in Ucraina di Bartolomeo I, animato dall’idea di “unire” la Chiesa ortodossa di quella nazione sotto la sua obbedienza, ha sortito l’effetto opposto: non solo non ha unito le tre precedenti  Chiese nazionali, ma indirettamente ne creata un’altra poiché il bizzoso “patriarca” Filarete, che doveva rimanere dimissionario nella nuova Chiesa voluta da Bartolomeo, ha rivendicato il suo diritto di non essere accantonato. Così, oggi l’Ucraina si trova in una condizione peggiore: con quattro Chiese di cui una sola riconosciuta dall’Ortodossia mondiale ma disconosciuta da Bartolomeo.

Quest’ultimo ha recentemente posto sul trono d’America il suo braccio destro: il metropolita Elpidophoros, il grande teorico del “papato orientale”, del primus super pares.
Il “papato orientale” è un’invenzione ecclesiologica in aperto contrasto con l’ecclesiologia tradizionale ortodossa. Se l’Oriente scopre d’aver bisogno di un papato, storicamente tale papato esiste in Occidente, a Roma, e non si capisce perché ne deve creare un altro su basi tutt’altro che stabili, rispetto a quello occidentale [*].

Ma se l’Oriente, in base alla sua ecclesiologia tradizionale, sente di non aver bisogno di un papato, perché dovrebbe accettare quello artificiale di Bartolomeo? Siamo al colmo del ridicolo! Il bello è che nelle asserzioni di Elpidophoros, chi non accetta questo papato artificiale sarebbe addirittura eretico:

“Lasciatemi aggiungere che il rifiuto di riconoscere il primato all’interno della Chiesa ortodossa, un primato che necessariamente non può non essere incarnato da un primus (cioè da un vescovo che ha la prerogativa di essere il primo tra i suoi compagni vescovi) costituisce nientemeno che un’eresia. Non si può accettare, come spesso si dice, che l’unità tra le Chiese ortodosse sia salvaguardata da una norma comune di fede e culto o dal Concilio ecumenico come istituzione. Entrambi questi fattori sono impersonali mentre nella nostra teologia ortodossa il principio di unità è sempre una persona. Infatti, a livello della Santa Trinità il principio di unità non è l’essenza divina ma la Persona del Padre (o “monarchia” del Padre), a livello ecclesiologico della Chiesa locale, il principio di unità non è il presbiterio o il culto comune dei cristiani ma la persona del vescovo, quindi a livello pan-ortodosso il principio di unità non può essere un’idea né un’istituzione ma dev’essere, se vogliamo essere coerenti con la nostra teologia, una persona... Nella Chiesa ortodossa abbiamo un primus, ed è il patriarca di Costantinopoli” [**].

Queste asserzioni sembrano dei vaneggiamenti: mentre nel mondo cattolico il papa è definito “vicario di Cristo”, Elpidophoros sostiene che il patriarca diverrebbe una specie di “vicario del Padre”! Cristo che, nell’ecclesiologia neotestamentaria paolina (l’unica sensata!), è il capo del Corpo che è la Chiesa, non è sufficiente a spiegare l’unità della Chiesa! Bisogna perfezionare san Paolo e introdursi nel piano intratrinitario, ficcare il naso tra le Persone divine dove non ci è consentito entrare, come già diceva san Gregorio di Nazianzo, per mettere le mani addirittura sulla persona del Padre, il cui vicario sarebbe … il Patriarca di Costantinopoli! [***]

Oltretutto, qui abbiamo una profonda e insanabile contraddizione: quando nel 1054 Costantinopoli rifiutò il primato del papa, poi ulteriormente esplicitato da Innocenzo III nel XIII sec., lo fece anche perché vi vedeva in esso un’ “innovazione sostanziale e incompatibile” rispetto alla dottrina precedente: quella di un primus super pares!

Oggi, quasi mille anni dopo, Bartolomeo I ritiene questa dottrina veritiera e canonica de facto. Ma, se ciò è vero, perché non accetta il primato del papa? Forse perché dovrebbe accontentarsi di un semplice secondo posto? Penso sia l’unica risposta, visto il modo quanto meno spensierato con cui s’interpretano la tradizione e i sacri canoni.

Lancinanti contraddizioni nella dottrina, innovazioni illogiche (almeno in riferimento alle antiche tradizioni), secolarismo e assenza di scrupoli nella conduzione ecclesiale, sono oramai le note distintive dell’ultima parte del patriarcato di Bartolomeo I, circondato da pavidi e interessati cortigiani che accettano ogni suo capriccio pur di essere da lui ben visti. Rari sono quelli che, sulla base almeno del buon senso, ammettono che i chierici non sono i “padroni” della Chiesa ma i servitori della stessa e che, quindi, si devono attenere alle tradizioni e alle loro sapienti logiche.

Purtroppo il nostro è un periodo in cui regna la confusione, e ciò è possibile perché al posto dell’umiltà i capi hanno spesso incarnato la stravaganza e l’orgoglio, in Occidente come in Oriente.
Assisteremo, dunque, a scismi in ogni parte del Cristianesimo e pure l’Ortodossia, che fino ad oggi marciava praticamente compatta, inizierà a frantumarsi  almeno in due obbedienze: quella fanariota (che aggregherà in buona parte i greci più sensibili all’etnos che al dogma) e la restante che cercherà di mantenere l’assetto precedente. I grandi sogni di dominio del Fanar, si ridurranno, così, a poca cosa e il “papa di plastica” orientale potrà fare il despota solo su poche migliaia di greci.

_________________

Note

[*] Mentre il primato romano è appoggiato sul fatto storico che san Pietro è morto e sepolto a Roma (principio apostolico), il primato costantinopolitano è unicamente politico: si appoggia sul fatto che Costantinopoli è la capitale di un impero che oggi, però, non esiste più. Non esistendo più l’impero che diritto ha ancora e su cosa si appoggia il primato del Patriarcato Ecumenico se non su una semplice consuetudine perpetuata, per pura convenienza politica, dai sultani nella turcocrazia? E questo sarebbe un “principio ecclesiologico” valido per sempre, quando, al contrario, è espressione evidente di una convenzione di un ben preciso periodo storico?

[**] Vedi qui.

[***] È molto importante notare che per la teologia ortodossa, diretta erede della patristica greca, la realtà si divide in creata (noi stessi e il mondo di cui facciamo parte) e in increata (Dio). Non si può e non si deve fare confusione mescolando questi due piani o giudicando l’increato con il metro del creato. Ecco perché, visto a posteriori, l’ecclesiologia paolina è sensata: pone Cristo a capo della Chiesa perché la Chiesa è una realtà creata – almeno nella sua componente umana – e Cristo in quanto Dio che però diviene uomo (di natura creata) ne è capo. Entrare nell’increato – la Trinità – servendosi di categorie umane e proiettandovi i propri bisogni o ragionamenti è assurdo. Non a caso il mondo cattolico, che in questo si è dimostrato più tradizionale, definisce il papa “vicario di Cristo” e non “vicario del Padre”, come fa Elpidophoros. Servirsi di categorie intratrinitarie per l’Ecclesiologia è assolutamente ardito, stupefacente e antitradizionale. Significa andare contro la mentalità di tutta la patristica greca. Con tutto ciò Elpidophoros crede di essere “coerente” con la teologia ortodossa! La natura di Cristo è duplice, divina e umana, ed è grazie a questa duplicità che Egli è ponte ed è capo della Chiesa, come realtà che in qualche modo riflette la duplicità della sua natura. Ma porre il Padre (increato e coeterno) come capo della Chiesa (contrariamente a quanto dice san Paolo), di cui il Patriarca Ecumenico sarebbe il “vicario”, comporta o la sola natura divina della Chiesa o la sola natura creata del Padre. Ciò mostra con solare evidenza l’eresia del ragionamento di Elpidophoros e di quanti gli sono stati maestri instradandolo in questa direzione.

mercoledì 26 giugno 2019

A proposito di "Cristo che si fa pane"


La preparazione, mediante la Lancia Sacra, del pane che diverrà poi, durante la Divina Liturgia, veramente il Corpo del Salvatore; si noti che in questo momento, detto protesi o proscomidia e assimilabile all'Offertorio latino, quantunque avvenga prima dell'inizio della Divina Liturgia (come del resto ancora accade in alcuni riti monastici latini), il Sacerdote dice le parole "Come agnello condotto al macello". Questo testimonia che, per tutta la tradizione Cristiana autentica, l'Offertorio ha un valore prettamente sacrificale, checché ne dicesse Lutero.

In questi giorni si sono accese, nel mondo cosiddetto "tradizionalista", forti polemiche intorno alle parole pronunciate in predica da Papa Bergoglio nel corso della celebrazione del Corpus Domini dello scorso 23 giugno (liturgia svoltasi in modo contrario alla tradizione, perché effettuata di domenica e non di giovedì, oltreché in periferia e non nel centro dell'Urbe); egli avrebbe affermato che "Gesù si sarebbe fatto pane" e "Dio sarebbe racchiuso in un pezzetto di pane". Le critiche scagliatesi contro l'attuale vescovo di Roma mi paiono nondimeno eccessivamente accese ed esagerate rispetto alla questione trattata: questo non lo dico certo per difendere Papa Bergoglio, per cui non nutro la minima simpatia, né per sminuire un tema tanto fondamentale e centrale della Religione Cristiana quale il Sacramento dell'Eucaristia.

E' chiaro che per la teologia ortodossa sono il pane e il vino che, per effetto dell'anafora consecratoria, divengono realmente Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, quantunque gli occhi mortali continuino a vedere pane e vino, e non già Cristo che diventa pane. Non vedo però nelle parole pontificie la "riproposizione dell'errore di Lutero", come qualcuno ha sostenuto, anche perché l'eresia la si formula con appropriati termini teologici, e non come boutade. Ad alcune di queste critiche ha risposto l'ottimo don Alfredo Maria Morselli, di cui riporto di seguito il preciso intervento:

Si tratta a mio avviso di una esagerazione improvvida, in quanto qui il Papa non parla formaliter, ma in linguaggio popolare servendosi di analogie di proporzionalità metaforiche, usate nella pietà popolare e da Gesù stesso a proposito dell'Eucarestia. Faccio alcuni esempi di affermazioni popolari che di per sè sarebbero gravissime eresie ma che nessuno si sogna di contestare:
1) "Hai dato loro un pane disceso dal cielo"; "Gesù scende dal Cielo e si nasconde nell'Ostia".Se queste espressioni fossero pronunciate formaliter, sarebbero eretiche: infatti nella transustanziazione non c'è nessun moto locale. Ma si ammette tranquillamente l'analogia di proporzionalità metaforica.cf Summa Theologie IIIª q. 75 a. 2 co.;
"È chiaro però che il corpo di Cristo non incomincia ad essere presente in questo sacramento per un trasferimento locale. Primo, perché allora dovrebbe cessare di essere in cielo; infatti ciò che si sposta localmente, non giunge nel luogo successivo, se non lasciando il precedente. Secondo, perché ogni corpo mosso localmente attraversa tutti gli spazi intermedi: cosa che non si può afferrare nel nostro caso. Terzo, perché è impossibile che un unico movimento del medesimo corpo mosso localmente abbia per termine nello stesso tempo punti diversi: il corpo di Cristo invece si fa presente sotto questo sacramento contemporaneamente in più luoghi".IIIª q. 76 a. 6 co "È dunque evidente che Cristo in questo sacramento non è di per sé soggetto al moto."
2) "Tu degli Angeli il sospiro"
Gli Angeli non sospirano al pari dei beati la S Comunione perché vivono la perfetta unione con Dio e con la Chiesa che è la "res tantum" dell'Eucarestia stessa Cf IIIª q. 80 a. 2 ad 2."Alla società del corpo mistico appartengono gli uomini mediante la fede, e gli angeli mediante la visione immediata. Ora, i sacramenti si addicono alla fede, che offre la verità "di riflesso e nel mistero". Perciò, parlando con proprietà, non agli angeli ma agli uomini spetta cibarsi spiritualmente di questo sacramento."
Cf anche le espressioni popolari "Gesù nascosto" e lo stesso San Tommaso "Pane vivo e vitale", dove il pane non è formaliter vivo ma è Gesù che è vivo "sotto le specie eucaristiche" che sono segno della Sostanza e di per se non vivono.
E anche Gesù che dice: "Io sono il pane vivo"; altre sono le cose da contestare, e purtroppo c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Come si vede, il testo è alquanto preciso ed erudito; nel condividerlo, voglio da parte mia segnalare che forse lo sbaglio di Papa Bergoglio (ch'effettivamente parlava in modo non formale, sibbene popolare, secondo uno stile che io non condivido ma che innegabilmente comporta l'uso di un linguaggio figurato), è stato quello di non aver usato al posto di "pane" la parola "nutrimento". Difatti, ei non voleva con le sue parole definire una verità di fede circa la transustanziazione, bensì segnalare (sbagliando parola, lo concedo) come l'Eucaristia sia una kenosis, uno "svuotamento" di Nostro Signore che umilia se medesimo insino a farsi nutrimento autentico e vivificante per l'uomo. E' questo è un concetto pienamente ortodosso, e non, come qualcuno ha avuto a dire, "una frase volgare e blasfema"!

Come dicevo, non intendo in tal modo appoggiare in modo alcuno Papa Bergoglio: come dice don Morselli, molti altri sono suoi gesti e parole contestabili; potrebbe anche darsi che, come alcuni sostengono citando a proposito il fatto ch'egli non genufletta mai avanti al Sagramento, egli non creda a qualche aspetto del dogma eucaristico; questo, nondimeno, NON appare dalle parole summenzionate, sul quale si è montato un polverone alquanto pretestuoso.

Nel consueto stile poi del blog italiano che maggiormente ha sponsorizzato tale polverone, dando il pomposo annunzio della professa eresia del Papa, e sul quale blog non ho voluto scrivere questo intervento perché conscio che sarebbe stato censurato senza facoltà d'appello, sono stati brutalmente aggrediti alcuni poveri commentatori hanno provato a esprimere con buonsenso che l'espressione "Cristo che si fa pane" è stata usata in vario modo da diversi Padri Ecclesiastici. Gli aggressori hanno con sicumera affermato che uno di questi poveri commentatori avrebbe parlato così perché traviato dalla frequentazione del Novus Ordo, dalla cui messa del Corpus Domini è stata tolta (rectius, resa facoltativa per la più parte) la sequenza Lauda Sion e sono stati eliminati i riferimenti alla gravissima colpa ch'è l'indegna sunzione del Corpo e del Sangue del Salvatore; posto che tale commentatore, con cui ho potuto scambiare in passato qualche idea, ha frequentato per anni la messa antica, bisognerebbe -per nota liturgica che giova, contro i soliti 62isti- anche dire che l'eliminazione di tali passi è stata graduale. Già nel 1955, con l'abolizione dell'Ottava del C.D., tali passi liturgici vengono letti una sola volta all'anno, contro le sette di prima.

Infine, converrebbe segnalare che in tutto il discorso, tanto nelle parole del Papa, quanto nella critica nei suoi confronti, un problema essenziale del Cristianesimo Occidentale è ben evidente. Al di là del fatto che sia stato tirato in ballo il sermo operatorius di ambrosiana memoria, facendo però riferimento chiaramente alle "parole della Consacrazione", secondo una trappola scolastica che non rende la fede dei Padri, per cui tutta l'anafora era consacratoria [si vedano i numerosi segni di croce fatti nel Canone Romano dal celebrate sulle oblate pur dopo la così detta "Consacrazione"], e il nostro senso umano non può identificare in modo preciso il momento [che è istantaneo, secondo Teodoro di Mopsuestia] in cui il pane e il vino si trasformano interamente e realmente in Corpo e Sangue di Cristo; al di là di ciò, in tutta la discussione si parla sempre solo di pane. Ma l'Eucaristia non è il solo pane, né dunque il solo Corpo! Il fatto che nel più piccolo frammento di ciascuna specie sia presente Christus totus in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, non deve in alcun modo farci dimenticare che Cristo ha dato agli Apostoli il Suo Corpo da mangiare e il Suo Sangue da bere, e cioè due species. La dimenticanza sistematica di una delle due (questo -ribadisco- non c'entra niente col fatto che ci si comunichi realmente a Cristo anche assumendone una sola) è preludio di numerosi e perniciosi errori che negli ultimi secoli si sono manifestati nella Chiesa latina...

domenica 23 giugno 2019

AVVISO SACRO: III Pellegrinaggio ad Aquileia il 21 settembre

CONVERTE NOS DEUS SALUTARIS NOSTER

Con questa accorata preghiera nel cuore, volta ad impetrare le grazie necessarie alla propria conversione e santificazione personale ma, al contempo, anche alla restaurazione nella nostra società dei valori cristiani, affinché venga proclamata e trionfi per sempre la regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo, i pellegrini della Compagnia di Sant’Antonio si preparano alla terza edizione del Pellegrinaggio di Aquileia, alle sorgenti della nostra Fede di tradizione marciana.

Ci ritroveremo ad Aquileia il sabato 21 settembre prossimo, sulle orme del Santo Evangelista Marco, come conclusione di una breve stagione di pellegrinaggi locali. Un percorso tra Friuli e Veneto che ci ha portato a visitare il Santuario di Madonna del Monte di Aviano, dove la Vergine Santa apparve l’8 settembre 1510 ad un pio contadino, Antonio Zampara. E poi a Concordia, figlia di Aquileia nella Fede, nel 1630° anniversario della consacrazione della Basilica Apostolorum, della costituzione della Diocesi e soprattutto per la venerazione dei suoi Santi Martiri, fulgidi testimoni di un Credo che portiamo ancora con noi e consegneremo alle future generazioni di veneti e friulani.

Aquileia, chiesa madre per molte nazioni dell’antico Patriarcato, che si estendeva fino al Garda, a nord arrivava al Danubio e poi ad est fino all’Ungheria. Molti cattolici, e non solo italiani, ritrovano in quest’antica città romana le origini della loro Fede in Cristo. Aquileia è quindi la meta del nostro cammino spirituale, la nostra Gerusalemme, da dove la Fede cristiana si diffuse e arrivò ai nostri padri sin dai primi secoli dell’era cristiana.

Anche quest’anno partiremo da Belvedere San Marco, dove la tradizione vuole che sbarcò San Marco, in arrivo da Alessandria d’Egitto e dove cominciò la sua opera di evangelizzazione.
L’appuntamento è alle ore 09,00 presso la Chiesetta di Belvedere. Sarà disponibile una corriera per portare i pellegrini sul posto e che partirà dalla stazione di Cervignano alle 08,30, passando anche da Aquileia (fermata di fronte all’Hotel I patriarchi).
Chi non riuscirà ad arrivare a Belvedere di Aquileia per tale orario potrà associarsi ai pellegrini nella chiesa di Monastero di Aquileia per la Santa Messa in Rito Romano Antico alle 11.00.
Seguiranno il rinnovo delle promesse battesimali nel  Battistero della Basilica e quindi la venerazione delle reliquie dei Santi Martiri aquileiesi nella cripta. Saranno anche disponibili dei sacerdoti per le confessioni.
E’ offerta la possibilità di  pranzare insieme presso l’hotel “i Patriarchi”, vicino alla Basilica, previa prenotazione (compagniasantantonio@libero.it - oppure 3473961396 . Menù friulano al costo di €16).
Nel pomeriggio un momento di formazione cattolica presso la sede parrocchiale (sala Romana) chiuderà il pellegrinaggio.
Come sempre il pellegrinaggio è aperto a tutti e vi attendiamo numerosi, soprattutto coloro che credono sia quantomai necessaria e ormai indifferibile una difesa coraggiosa e pubblica della nostra Fede.

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Ricapitoliamo di seguito il programma fornendo le informazioni di trasporto per chi provenisse dal Veneziano. Anche quest'anno, il Circolo Traditio Marciana collaborerà all'organizzazione di questa splendida iniziativa che mira alla riconquista delle terre venete alla Fede di tradizione marciana, occupandosi soprattutto del servizio liturgico.

8.30 Ritrovo alla stazione ferroviaria di Cervignano e partenza del pullman per Pineta San Marco
9.00 Partenza del pellegrinaggio a piedi da Pineta San Marco
11.00 S. Messa cantata in rito romano antico a Monastero
12.30 Processione al Duomo e venerazione delle reliquie dei martiri aquilejesi
13.30 Pranzo (€ 16, necessaria prenotazione)
15.00 Conferenze

Per chi volesse partecipare al pellegrinaggio a piedi, vi è un treno che parte da Venezia alle 6.41 (da Mestre alle 6.53) in direzione Trieste C.le e arriva a Cervignano alle 8.08.
Per chi volesse invece partecipare solo alle funzioni liturgiche, il treno della stessa linea parte esattamente un'ora dopo (7.41 da Venezia, 7.53 da Mestre) e arriva naturalmente alle 9.08 a Cervignano, onde tramite le Autolinee SAF, che partono da lì, si può arrivare in pochi minuti ad Aquileia. Notare che NON c'è un treno che parte alle 8.41 da Venezia, e dunque quello delle 7.41 è l'ultimo utile!
Per il ritorno vi sono treni ad ogni ora (al minuto 52) da Cervignano, fino alle 22.

mercoledì 19 giugno 2019

Il culto eucaristico nel rito ambrosiano

di Luca Farina

Nel rito ambrosiano, il culto verso il Santissimo Sacramento si è sviluppato in maniera differente, liturgicamente parlando, rispetto al rito romano: possiede difatti peculiarità che, talvolta, servono ad accentuare aspetti diversi dell’unica Santa Eucarestia.

Occorre anzitutto affermare che, considerando il mistero eucaristico, il rito ambrosiano ne accentua maggiormente l’aspetto sacrificale rispetto a quello festivo. Infatti, il colore liturgico per l’Eucarestia è il rosso, e non il bianco, ad indicare il sacrificio redentore e il sangue versato [1]. Così, i paramenti per le processioni e benedizioni eucaristiche, per il Corpus Domini, per la Messa in Coena Domini sono di colore rosso. [2]


Riflettendo brevemente sulla celebrazione della Messa in Coena Domini (durante la quale si commemora l’istituzione dell’Eucarestia), tanto nel rito antico quanto in quello riformato, essa è celebrata infra vesperas (secondo una tradizione della Chiesa comune a diversi riti: nel rito bizantino per esempio si cantano i Vespri al mattino e segue subito la parte sacrificale della Divina Liturgia di S. Basilio; nel rito romano pre-1955 i Vespri sono cantati dopo la Riposizione del Sacramento, senza soluzione di continuità), senza il suono delle campane, senza canto del Gloria in excelsis. Tutta la Settimana Autentica, senza esclusione di giorni, è dedicata alla contemplazione di Nostro Signore Gesù Cristo nella Passione. [3]

Un ulteriore elemento che accentua l’elemento sacrificale è quello della forma dell’ostensorio: il classico romano si presenta a raggiera, quello ambrosiano a tempietto, per indicare che Colui che vi è contenuto è l’Agnello sacrificato. In realtà, come dimostrato da Monsignor Navoni, l’ostensorio a tempietto era usato anche nel rito romano, ed è di origine più antica (come è possibile vedere in alcune raffigurazioni di Santa Chiara che, evidentemente, non abitava in territorio ambrosiano, ma non solo). E’ possibile supporre che l’usanza dell’ostensorio a raggiera sia subentrato per contrastare, anche visivamente, le eresie contro la Presenza Reale.


Nello stesso saggio, Monsignor Navoni spiega che l’uso ambrosiano di portare la mitria durante le processioni eucaristiche all’esterno era esteso a tutta la Chiesa, ma fu poi eliminato dal rito romano come gesto di maggior umiltà nei confronti del Santissimo Sacramento. Infatti, nelle processioni eucaristiche, quando il vescovo si trova all’esterno indossa la mitria (come si vede nella foto in basso), ma la depone dentro la chiesa e per dare la benedizione.


A far parte dell’apparato liturgico soventemente usato per i momenti di esposizione eucaristica vi è il cosiddetto “triangolo”: come suggerisce facilmente il nome si tratta di un triangolo ligneo rivestito di stoffa rossa, con raffigurato, al centro, il monogramma JHS, o l’occhio divino oppure un semplice disegno a raggiera. Esso viene posto dietro all’ostensorio in maniera tale da far risultare, in prospettiva, il centro del triangolo con l’ostia consacrata. Tale apparato, intravisibile nella foto in basso, è ignoto al rito romano.


In fine, anche lo schema della benedizione eucaristica è peculiare: nel rito antico il celebrante canta l’orazione preceduta, more solito, dal Dominus vobiscum, a cui segue la formula tradizionale di congedo (Dominus vobiscum, 3 Kyrie eleison, Benedicat et exaudiat nos Deus, Procedamus cum pace, Benedicamus Domino). Indi vi è il Tantum Ergo, (con incensazione) il quale ha una propria melodia in canto ambrosiano. In realtà, essa era ed è poco usata, mentre riscuoteva e ancora riscuote molto successo la cosiddetta “versione popolare”, di Franz Josef Haydn [4]. Il celebrante benedice con l’ostensorio usando la consueta formula di benedizione Benedicat vos etc. etc., e non in silenzio come nel rito romano; poi incensa di nuovo, mentre si esegue O salutaris hostia.

Di seguito un paio di filmati della Benedizione Eucaristica in rito ambrosiano. In ambedue è possibile ascoltare il Tantum Ergo nella melodia popolare di Haydn.





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NOTE dell'Autore
1: pare eccessivamente “devozionistica” la spiegazione data nella Filotea del Riva, secondo cui il primo motivo per cui la Chiesa Ambrosiana usa il colore rosso per l’Eucarestia è quello di voler simboleggiare l’amore di Gesù Cristo per noi. L’aspetto primario è invece quello sacrificale e cruento.
2: non solamente le celebrazioni eucaristiche, ma anche tutte quelle che hanno per tema la Passione e il sacerdozio fanno uso di questo colore (Santa Croce, Sacro Cuore, Preziosissimo Sangue, ordinazioni…).
3: tanto prima quanto dopo la riforma, pressoché tutti gli uffici della Settimana Autentica sono celebrati in rosso, esclusa, ovviamente, la Veglia Pasquale.
4: il compositore austriaco gode di una certa popolarità nella città di Sant’Ambrogio, giacché fu anche compositore per la casa D’Asburgo, componendo nel 1797 il celebre inno dell'Impero d'Austria Gott erhalte Franz den Kaiser, di cui esisteva anche la versione in lingua italiana “Serbi Dio l’Austriaco regno”, per il Lombardo-Veneto, di cui Milano era capitale. Peraltro, uso molto diffuso nei territori facenti parte del Sacrum Imperium, particolarmente nel Friuli, era quello di cantare il Tantum ergo proprio sulla melodia di Gott erhalte, come si può sentire QUI.

domenica 16 giugno 2019

Messe tridentine nelle Venezie per il Corpus Domini

Giovedì 20 giugno, festa del Sacratissimo Corpo di Cristo, nelle Venezie saranno celebrate le seguenti sacre funzioni:

- VENEZIA: presso la Chiesa di S. Simeon Piccolo, alle 19, Messa cantata dinanzi al SS.mo Sacramento esposto
- UDINE: presso la Chiesa di S. Elisabetta (vulgo S. Spirito), alle 19, Messa cantata e Processione Eucaristica
- ZUGLIO (UD): presso la Pieve di S. Pietro in Carnia, alle 19, Messa cantata e Processione Eucaristica verso la Chiesa di S. Maria in Monte
- LANZAGO DI SILEA (TV): presso la cappella della FSSPX, alle 19.30, Messa cantata e Processione Eucaristica

Domenica 23 giugno, infra l'Ottava del Sacratissimo Corpo di Cristo, nelle Venezie saranno celebrate le seguenti sacre funzioni:

- VENEZIA: presso la Chiesa di S. Simeon Piccolo, alle 11, Messa cantata e Processione Eucaristica
- ANCIGNANO DI SANDRIGO (VI): presso la Chiesa di S. Pancrazio, alle 17, Messa cantata e Processione Eucaristica
- PORDENONE: presso la Chiesa della SS.ma Trinità, alle 18, Messa cantata e Processione Eucaristica.

Quanti siano a conoscenza di ulteriori funzioni (non già le messe di tabella, ammenoché esse non si svolgano in modo speciale nella detta ricorrenza) sono pregati di segnarlarlo a traditiomarciana@gmail.com

sabato 15 giugno 2019

Cronaca e immagini del II Pellegrinaggio della Tradizione delle Venezie "alla Salute"

Il 15 giugno 2019, Sabato dei Quattro Tempi di Pentecoste e ultimo giorno dell'Ottava, presso la Basilica di S. Maria della Salute in Venezia si è tenuto il Secondo Pellegrinaggio della Tradizione delle Venezie, organizzato dal Circolo Traditio Marciana in collaborazione con il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum.

Mons. Marco Agostini, del clero veronese, officiale della segreteria di stato vaticana e cerimoniere pontificio, ha solennemente cantato la Messa del giorno (con comm. dei Ss. Vito, Modesto e Crescenza martiri) secondo gli antichi libri liturgici romani all'altar maggiore del seicentesco Santuario Basilicale, assistito da don Davide Benini, del clero dell'Archidiocesi di Ferrara-Comacchio, vicerettore del Santuario del SS. Crocifisso di S. Luca in Ferrara e cappellano della locale sezione della Gebetsliga, in qualità di diacono; dal padre Alberto Fiorini OCD, del Carmelo di Milano, in qualità di suddiacono; dal padre Joseph Kramer, rettore della Chiesa di S. Simeon Piccolo in Venezia, in qualità di prete assistente.

L'altar maggiore della Basilica parato per la Messa

Durante la sacra funzione, il prelato ha tenuto un'apprezzata omelia sulla ricorrenza della Terza Persona della Santissima Trinità nella liturgia, nell'arte, nella teologia e nell'omiletica cattolica.

Al termine della Divina Liturgia, sono state piamente intonate, ai piedi della venerata icona della Mesopanditissa (Mediatrice di Pace), le Litanie della Beata Vergine Maria secondo la consuetudine della Ducale Basilica di S. Marco.

Il servizio all'altare è stato curato dal Circolo Traditio Marciana. Le pericopi scritturali, ossia le lezioni supplementari previste dal Messale Romano per i sabati dei Quattro Tempi, nonché la lezione evangelica, sono state proclamate secondo le antiche e suggestive modulazioni afferenti al repertorio di tradizione patriarchina istriana, gradese e cividalese.

La corale Laetificat juventutem meam di Ancignano di Sandrigo (VI), diretta dal M° Mattia Cogo, ha accompagnato la celebrazione con il canto della Missa choralis a 4 voci, in alternato con l'ordinario gregoriano Orbis factor, di Oreste Ravanello (1871-1938), già Maestro di Cappella presso la Basilica della Salute, oltreché primo organista della Basilica Marciana e Maestro di Cappella della Basilica del Santo di Padova. Sono stati inoltre eseguiti alcuni mottetti del repertorio barocco veneziano, quali il Surgite di Barbara Strozzi (1619-1677) e il Vos cheles amenae di Francesco Antonio Bomporti (1672-1749). La celebrazione è stata dipoi arricchita dalla pregevole esecuzione di pagine della letteratura organistica del XVII-XVIII secolo, curata dall'organista titolare della Basilica, M.a Paola Talamini.

Di seguito si offre un servizio fotografico della celebrazione, rimandando al presente link per le riprese video.

Il prelato viene ricevuto dai sacri ministri

Orazione avanti al Santissimo Sagramento

Vestizione del celebrante

L'altare parato

Preci ai piedi dell'altare

Incensazione dell'altare

Introito

Lezione del Levitico

Orazioni

Il lettore genuflette pria di recarsi a cantare la lezione

Lezione dal Deuteronomio

Gloria in excelsis

Lettura privata dell'Evangelo da parte del celebrante

Canto dell'Evangelo secondo San Luca

Incensazione del celebrante dopo l'Evangelo


Predica di mons. Agostini



Prefazio

Memento dei vivi

Durante il Canone

Elevazione del Corpo di Cristo

Elevazione del Sangue di Cristo

Durante il Canone

Confiteor pria della Comunione

Comunione dei fedeli

Postcommunio

Il canto delle Litanie al termine della Messa

Il celebrante coi sacri ministri e il prete assistente

Foto di gruppo di mons. Agostini coi sacri ministri, gli assistenti e i servienti

Mons. Agostini colla corale Laetificat juventutem meam

Il clero fuori dalla Basilica


Foto di A.Z., M.S., Circolo Liturgico Pio VII

lunedì 10 giugno 2019

Solidarietà al "No grandi navi"

Conciossiaché siano molte le riserve che si possono e si debbono avere nei confronti della maggior parte delle manifestazioni di piazza, specialmente quando si giunga prossimi allo scontro con le forze dell'ordine (cosa che, grazie a Dio, non è avvenuta nel nostro caso), nonpertanto non possiamo astenerci dall'esprimere, a nome di tutto il Circolo, solidarietà al Comitato "No grandi navi", che ieri sabato 8 giugno ha fatto sentire la propria voce, rendendosi in tal modo latore delle istanze della quasi totalità della popolazione veneziana, per impetrare, specialmente in seguito al triste accadimento della scorsa domenica 2 giugno -fra l'Ottava dell'Ascensione-, l'allontanamento dei summenzionati "mostri" del mare dalla Laguna di Venezia.
Il rifiuto netto del transito di tali gigantesche imbarcazioni non è, come potrebbe pur apparire a chi si limitasse a leggere il nome delle associazioni e dei movimenti partecipanti al predetto Comitato, una battaglia politicamente schierata a sinistra, né una battaglia meramente ambientalista o comunque di stampo progressista, sibbene l'espressione di una volontà pressoché unanime della Città e dei suoi abitanti. I danni apportati dal passaggio delle "grandi navi" sono sotto gli occhi di tutti, innegabili e molteplici: al nocumento puramente ambientale (comunque consistente, dacché, come già accennammo e non ci stancheremo di ripetere, il cosmo è danneggiato non già dalla presenza antropica, in funzione della quale è stato disposto, sibbene dall'invadente peso della modernità, sotto il qual nome rientrano senz'ombra di dubbio anche tali mostruosi mezzi marittimi), si aggiunge per esempio il fatto ch'esse trasportano quotidianamente un'insostenibile quantità di turismo massificato e sovente incolto, principale fattore di degrado della Città, di svilimento e financo sacrilegio del suo patrimonio artistico, storico, culturale e religioso, ed eziandio concausa degl'innumerevoli disagi che colpiscono la popolazione lagunare; senza contare il danno, forse secondario ma comunque non indifferente, estetico, apportato da questi orrifici giganti della modernità che quotidianamente e più volte al giorno (peraltro in deroga al decreto Clini-Passera del 2012) offendono la bellezza dei monumenta historiae et gloriae di una Repubblica millenaria.
La Città le cui galee un tempo dominavano il Mediterraneo, regine del commercio e della guerra, è oggi violata dall'abominio di queste montagne di ferro (vedasi a latere la vignetta, ironica ma significativa, pubblicata dal gruppo "Feudalesimo e Libertà"): ma il popolo veneto non resta immobile dinanzi a questo scempio, e anzi si oppone con tutto l'antico vigore del Leone di San Marco. Ieri pomeriggio oltre diecimila persone, quasi un quinto della popolazione del cosiddetto (impropriamente) "centro storico", ha sfilato dalle Zattere alla Riva degli Schiavoni per opporre il fermo diniego che la cittadinanza tutta esprime nei confronti delle grandi navi. L'ingresso poi di mille manifestanti in Piazza San Marco, nonostante il divieto opposto dal prefetto Zappalorto -ovvero il rifiuto di derogare alla legge che vieta manifestazioni di carattere politico nella Piazza, varata in seguito all'ingloriosamente conclusosi putsch tentato dai difensori dell'indipendenza della Repubblica Veneta nel 1997-, quantunque si sia trattato di un atto di disobbedienza in sé non ammissibile, rappresenta in ogni caso quanto sia forte l'istanza che oggi tutta Venezia pone non già alla politica locale, purtroppo priva di autorità per intervenire in materia, sibbene a quella nazionale, acciocché trovi in fretta soluzione alla questione, e liberi una volta per tutte la Città di Venezia dalle grandi navi, contribuendo, in modo significativo benché limitato a una sola faccenda, a restituire alla fu Repubblica marinara l'onore che le è stato barbaramente sottratto in sessant'anni di turismo di massa e politiche scellerate.

San Marco Evangelista, la Beata Vergine Annunziata, San Lorenzo Giustiniani il protopatriarca, i Santi Teodoro d'Amasea e d'Eraclea megalomartiri, e tutti i numerosissimi santi patroni delle Venezie, intercedano presso il Signore Iddio per questa Città e per tutti i suoi abitanti, acciocché sian salvati d'ogni tribolazione, ira, pericolo e necessità. Kyrie eleison!

Domenica 9 giugno 2019, festa di Pentecoste

a nome del Circolo Traditio Marciana
Nicolò Ghigi, presidente