mercoledì 19 giugno 2019

Il culto eucaristico nel rito ambrosiano

di Luca Farina

Nel rito ambrosiano, il culto verso il Santissimo Sacramento si è sviluppato in maniera differente, liturgicamente parlando, rispetto al rito romano: possiede difatti peculiarità che, talvolta, servono ad accentuare aspetti diversi dell’unica Santa Eucarestia.

Occorre anzitutto affermare che, considerando il mistero eucaristico, il rito ambrosiano ne accentua maggiormente l’aspetto sacrificale rispetto a quello festivo. Infatti, il colore liturgico per l’Eucarestia è il rosso, e non il bianco, ad indicare il sacrificio redentore e il sangue versato [1]. Così, i paramenti per le processioni e benedizioni eucaristiche, per il Corpus Domini, per la Messa in Coena Domini sono di colore rosso. [2]


Riflettendo brevemente sulla celebrazione della Messa in Coena Domini (durante la quale si commemora l’istituzione dell’Eucarestia), tanto nel rito antico quanto in quello riformato, essa è celebrata infra vesperas (secondo una tradizione della Chiesa comune a diversi riti: nel rito bizantino per esempio si cantano i Vespri al mattino e segue subito la parte sacrificale della Divina Liturgia di S. Basilio; nel rito romano pre-1955 i Vespri sono cantati dopo la Riposizione del Sacramento, senza soluzione di continuità), senza il suono delle campane, senza canto del Gloria in excelsis. Tutta la Settimana Autentica, senza esclusione di giorni, è dedicata alla contemplazione di Nostro Signore Gesù Cristo nella Passione. [3]

Un ulteriore elemento che accentua l’elemento sacrificale è quello della forma dell’ostensorio: il classico romano si presenta a raggiera, quello ambrosiano a tempietto, per indicare che Colui che vi è contenuto è l’Agnello sacrificato. In realtà, come dimostrato da Monsignor Navoni, l’ostensorio a tempietto era usato anche nel rito romano, ed è di origine più antica (come è possibile vedere in alcune raffigurazioni di Santa Chiara che, evidentemente, non abitava in territorio ambrosiano, ma non solo). E’ possibile supporre che l’usanza dell’ostensorio a raggiera sia subentrato per contrastare, anche visivamente, le eresie contro la Presenza Reale.


Nello stesso saggio, Monsignor Navoni spiega che l’uso ambrosiano di portare la mitria durante le processioni eucaristiche all’esterno era esteso a tutta la Chiesa, ma fu poi eliminato dal rito romano come gesto di maggior umiltà nei confronti del Santissimo Sacramento. Infatti, nelle processioni eucaristiche, quando il vescovo si trova all’esterno indossa la mitria (come si vede nella foto in basso), ma la depone dentro la chiesa e per dare la benedizione.


A far parte dell’apparato liturgico soventemente usato per i momenti di esposizione eucaristica vi è il cosiddetto “triangolo”: come suggerisce facilmente il nome si tratta di un triangolo ligneo rivestito di stoffa rossa, con raffigurato, al centro, il monogramma JHS, o l’occhio divino oppure un semplice disegno a raggiera. Esso viene posto dietro all’ostensorio in maniera tale da far risultare, in prospettiva, il centro del triangolo con l’ostia consacrata. Tale apparato, intravisibile nella foto in basso, è ignoto al rito romano.


In fine, anche lo schema della benedizione eucaristica è peculiare: nel rito antico il celebrante canta l’orazione preceduta, more solito, dal Dominus vobiscum, a cui segue la formula tradizionale di congedo (Dominus vobiscum, 3 Kyrie eleison, Benedicat et exaudiat nos Deus, Procedamus cum pace, Benedicamus Domino). Indi vi è il Tantum Ergo, (con incensazione) il quale ha una propria melodia in canto ambrosiano. In realtà, essa era ed è poco usata, mentre riscuoteva e ancora riscuote molto successo la cosiddetta “versione popolare”, di Franz Josef Haydn [4]. Il celebrante benedice con l’ostensorio usando la consueta formula di benedizione Benedicat vos etc. etc., e non in silenzio come nel rito romano; poi incensa di nuovo, mentre si esegue O salutaris hostia.

Di seguito un paio di filmati della Benedizione Eucaristica in rito ambrosiano. In ambedue è possibile ascoltare il Tantum Ergo nella melodia popolare di Haydn.




__________________________
NOTE dell'Autore
1: pare eccessivamente “devozionistica” la spiegazione data nella Filotea del Riva, secondo cui il primo motivo per cui la Chiesa Ambrosiana usa il colore rosso per l’Eucarestia è quello di voler simboleggiare l’amore di Gesù Cristo per noi. L’aspetto primario è invece quello sacrificale e cruento.
2: non solamente le celebrazioni eucaristiche, ma anche tutte quelle che hanno per tema la Passione e il sacerdozio fanno uso di questo colore (Santa Croce, Sacro Cuore, Preziosissimo Sangue, ordinazioni…).
3: tanto prima quanto dopo la riforma, pressoché tutti gli uffici della Settimana Autentica sono celebrati in rosso, esclusa, ovviamente, la Veglia Pasquale.
4: il compositore austriaco gode di una certa popolarità nella città di Sant’Ambrogio, giacché fu anche compositore per la casa D’Asburgo, componendo nel 1797 il celebre inno dell'Impero d'Austria Gott erhalte Franz den Kaiser, di cui esisteva anche la versione in lingua italiana “Serbi Dio l’Austriaco regno”, per il Lombardo-Veneto, di cui Milano era capitale. Peraltro, uso molto diffuso nei territori facenti parte del Sacrum Imperium, particolarmente nel Friuli, era quello di cantare il Tantum ergo proprio sulla melodia di Gott erhalte, come si può sentire QUI.

domenica 16 giugno 2019

Messe tridentine nelle Venezie per il Corpus Domini

Giovedì 20 giugno, festa del Sacratissimo Corpo di Cristo, nelle Venezie saranno celebrate le seguenti sacre funzioni:

- VENEZIA: presso la Chiesa di S. Simeon Piccolo, alle 19, Messa cantata dinanzi al SS.mo Sacramento esposto
- UDINE: presso la Chiesa di S. Elisabetta (vulgo S. Spirito), alle 19, Messa cantata e Processione Eucaristica
- ZUGLIO (UD): presso la Pieve di S. Pietro in Carnia, alle 19, Messa cantata e Processione Eucaristica verso la Chiesa di S. Maria in Monte
- LANZAGO DI SILEA (TV): presso la cappella della FSSPX, alle 19.30, Messa cantata e Processione Eucaristica

Domenica 23 giugno, infra l'Ottava del Sacratissimo Corpo di Cristo, nelle Venezie saranno celebrate le seguenti sacre funzioni:

- VENEZIA: presso la Chiesa di S. Simeon Piccolo, alle 11, Messa cantata e Processione Eucaristica
- ANCIGNANO DI SANDRIGO (VI): presso la Chiesa di S. Pancrazio, alle 17, Messa cantata e Processione Eucaristica

Quanti siano a conoscenza di ulteriori funzioni (non già le messe di tabella, ammenoché esse non si svolgano in modo speciale nella detta ricorrenza) sono pregati di segnarlarlo a traditiomarciana@gmail.com

sabato 15 giugno 2019

Cronaca e immagini del II Pellegrinaggio della Tradizione delle Venezie "alla Salute"

Il 15 giugno 2019, Sabato dei Quattro Tempi di Pentecoste e ultimo giorno dell'Ottava, presso la Basilica di S. Maria della Salute in Venezia si è tenuto il Secondo Pellegrinaggio della Tradizione delle Venezie, organizzato dal Circolo Traditio Marciana in collaborazione con il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum.

Mons. Marco Agostini, del clero veronese, officiale della segreteria di stato vaticana e cerimoniere pontificio, ha solennemente cantato la Messa del giorno (con comm. dei Ss. Vito, Modesto e Crescenza martiri) secondo gli antichi libri liturgici romani all'altar maggiore del seicentesco Santuario Basilicale, assistito da don Davide Benini, del clero dell'Archidiocesi di Ferrara-Comacchio, vicerettore del Santuario del SS. Crocifisso di S. Luca in Ferrara e cappellano della locale sezione della Gebetsliga, in qualità di diacono; dal padre Alberto Fiorini OCD, del Carmelo di Milano, in qualità di suddiacono; dal padre Joseph Kramer, rettore della Chiesa di S. Simeon Piccolo in Venezia, in qualità di prete assistente.

L'altar maggiore della Basilica parato per la Messa

Durante la sacra funzione, il prelato ha tenuto un'apprezzata omelia sulla ricorrenza della Terza Persona della Santissima Trinità nella liturgia, nell'arte, nella teologia e nell'omiletica cattolica.

Al termine della Divina Liturgia, sono state piamente intonate, ai piedi della venerata icona della Mesopanditissa (Mediatrice di Pace), le Litanie della Beata Vergine Maria secondo la consuetudine della Ducale Basilica di S. Marco.

Il servizio all'altare è stato curato dal Circolo Traditio Marciana. Le pericopi scritturali, ossia le lezioni supplementari previste dal Messale Romano per i sabati dei Quattro Tempi, nonché la lezione evangelica, sono state proclamate secondo le antiche e suggestive modulazioni afferenti al repertorio di tradizione patriarchina istriana, gradese e cividalese.

La corale Laetificat juventutem meam di Ancignano di Sandrigo (VI), diretta dal M° Mattia Cogo, ha accompagnato la celebrazione con il canto della Missa choralis a 4 voci, in alternato con l'ordinario gregoriano Orbis factor, di Oreste Ravanello (1871-1938), già Maestro di Cappella presso la Basilica della Salute, oltreché primo organista della Basilica Marciana e Maestro di Cappella della Basilica del Santo di Padova. Sono stati inoltre eseguiti alcuni mottetti del repertorio barocco veneziano, quali il Surgite di Barbara Strozzi (1619-1677) e il Vos cheles amenae di Francesco Antonio Bomporti (1672-1749). La celebrazione è stata dipoi arricchita dalla pregevole esecuzione di pagine della letteratura organistica del XVII-XVIII secolo, curata dall'organista titolare della Basilica, M.a Paola Talamini.

Di seguito si offre un servizio fotografico della celebrazione, rimandando al presente link per le riprese video.

Il prelato viene ricevuto dai sacri ministri

Orazione avanti al Santissimo Sagramento

Vestizione del celebrante

L'altare parato

Preci ai piedi dell'altare

Incensazione dell'altare

Introito

Lezione del Levitico

Orazioni

Il lettore genuflette pria di recarsi a cantare la lezione

Lezione dal Deuteronomio

Gloria in excelsis

Lettura privata dell'Evangelo da parte del celebrante

Canto dell'Evangelo secondo San Luca

Incensazione del celebrante dopo l'Evangelo


Predica di mons. Agostini



Prefazio

Memento dei vivi

Durante il Canone

Elevazione del Corpo di Cristo

Elevazione del Sangue di Cristo

Durante il Canone

Confiteor pria della Comunione

Comunione dei fedeli

Postcommunio

Il canto delle Litanie al termine della Messa

Il celebrante coi sacri ministri e il prete assistente

Foto di gruppo di mons. Agostini coi sacri ministri, gli assistenti e i servienti

Mons. Agostini colla corale Laetificat juventutem meam

Il clero fuori dalla Basilica


Foto di A.Z., M.S., Circolo Liturgico Pio VII

lunedì 10 giugno 2019

Solidarietà al "No grandi navi"

Conciossiaché siano molte le riserve che si possono e si debbono avere nei confronti della maggior parte delle manifestazioni di piazza, specialmente quando si giunga prossimi allo scontro con le forze dell'ordine (cosa che, grazie a Dio, non è avvenuta nel nostro caso), nonpertanto non possiamo astenerci dall'esprimere, a nome di tutto il Circolo, solidarietà al Comitato "No grandi navi", che ieri sabato 8 giugno ha fatto sentire la propria voce, rendendosi in tal modo latore delle istanze della quasi totalità della popolazione veneziana, per impetrare, specialmente in seguito al triste accadimento della scorsa domenica 2 giugno -fra l'Ottava dell'Ascensione-, l'allontanamento dei summenzionati "mostri" del mare dalla Laguna di Venezia.
Il rifiuto netto del transito di tali gigantesche imbarcazioni non è, come potrebbe pur apparire a chi si limitasse a leggere il nome delle associazioni e dei movimenti partecipanti al predetto Comitato, una battaglia politicamente schierata a sinistra, né una battaglia meramente ambientalista o comunque di stampo progressista, sibbene l'espressione di una volontà pressoché unanime della Città e dei suoi abitanti. I danni apportati dal passaggio delle "grandi navi" sono sotto gli occhi di tutti, innegabili e molteplici: al nocumento puramente ambientale (comunque consistente, dacché, come già accennammo e non ci stancheremo di ripetere, il cosmo è danneggiato non già dalla presenza antropica, in funzione della quale è stato disposto, sibbene dall'invadente peso della modernità, sotto il qual nome rientrano senz'ombra di dubbio anche tali mostruosi mezzi marittimi), si aggiunge per esempio il fatto ch'esse trasportano quotidianamente un'insostenibile quantità di turismo massificato e sovente incolto, principale fattore di degrado della Città, di svilimento e financo sacrilegio del suo patrimonio artistico, storico, culturale e religioso, ed eziandio concausa degl'innumerevoli disagi che colpiscono la popolazione lagunare; senza contare il danno, forse secondario ma comunque non indifferente, estetico, apportato da questi orrifici giganti della modernità che quotidianamente e più volte al giorno (peraltro in deroga al decreto Clini-Passera del 2012) offendono la bellezza dei monumenta historiae et gloriae di una Repubblica millenaria.
La Città le cui galee un tempo dominavano il Mediterraneo, regine del commercio e della guerra, è oggi violata dall'abominio di queste montagne di ferro (vedasi a latere la vignetta, ironica ma significativa, pubblicata dal gruppo "Feudalesimo e Libertà"): ma il popolo veneto non resta immobile dinanzi a questo scempio, e anzi si oppone con tutto l'antico vigore del Leone di San Marco. Ieri pomeriggio oltre diecimila persone, quasi un quinto della popolazione del cosiddetto (impropriamente) "centro storico", ha sfilato dalle Zattere alla Riva degli Schiavoni per opporre il fermo diniego che la cittadinanza tutta esprime nei confronti delle grandi navi. L'ingresso poi di mille manifestanti in Piazza San Marco, nonostante il divieto opposto dal prefetto Zappalorto -ovvero il rifiuto di derogare alla legge che vieta manifestazioni di carattere politico nella Piazza, varata in seguito all'ingloriosamente conclusosi putsch tentato dai difensori dell'indipendenza della Repubblica Veneta nel 1997-, quantunque si sia trattato di un atto di disobbedienza in sé non ammissibile, rappresenta in ogni caso quanto sia forte l'istanza che oggi tutta Venezia pone non già alla politica locale, purtroppo priva di autorità per intervenire in materia, sibbene a quella nazionale, acciocché trovi in fretta soluzione alla questione, e liberi una volta per tutte la Città di Venezia dalle grandi navi, contribuendo, in modo significativo benché limitato a una sola faccenda, a restituire alla fu Repubblica marinara l'onore che le è stato barbaramente sottratto in sessant'anni di turismo di massa e politiche scellerate.

San Marco Evangelista, la Beata Vergine Annunziata, San Lorenzo Giustiniani il protopatriarca, i Santi Teodoro d'Amasea e d'Eraclea megalomartiri, e tutti i numerosissimi santi patroni delle Venezie, intercedano presso il Signore Iddio per questa Città e per tutti i suoi abitanti, acciocché sian salvati d'ogni tribolazione, ira, pericolo e necessità. Kyrie eleison!

Domenica 9 giugno 2019, festa di Pentecoste

a nome del Circolo Traditio Marciana
Nicolò Ghigi, presidente

sabato 8 giugno 2019

Le origini della festa di Pentecoste

Come abbiamo già letto, il cinquantesimo giorno dopo Pasqua, se non altro a Gerusalemme, originariamente segnava il completamento del periodo pasquale, come Egeria narra nella sua descrizione della festa dell’Ascensione – Pentecoste che lei chiama “un giorno molto celestiale per il popolo” nel capitolo 43 del suo racconto di viaggio [1]. Dopo la consueta funzione all’Anastasis (Basilica della Resurrezione) in Gerusalemme, la comunità in quei giorni andava dopo a Sion all’ora terza del giorno, per commemorare la discesa dello Spirito Santo; e dopo essersi rifocillati e riposati, le persone andavano al Monte degli Ulivi, al luogo da cui il Signore ascese al cielo, allo scopo di commemorare l’Ascensione.
Dalla prima metà del quinto secolo, tuttavia, il Lezionario Armeno già indica due distinte feste. L’officio descritto nella sezione 58 [2] commemora la discesa dello Spirito Santo. Alla liturgia, nella Basilica della Resurrezione, veniva letto il racconto della discesa del Santo Spirito sugli apostoli (Atti 2.1 – 21), nonché la pericope di Giovanni (Gv 14.15 – 24) sulla promessa del Signore di inviare il Paraclito. All’ora terza, il popolo si recava a Sion per commemorare, nello stesso luogo e allo stesso tempo, la discesa dello Spirito. Successivamente, all’ora decima, andavano al Monte degli Ulivi dove, dopo le letture, veniva letta, una preghiera in ginocchio, ripetuta tre volte. Qui troviamo un embrione delle tre preghiere in ginocchio ai vespri della sera di Domenica di Pentecoste, di cui parleremo oltre.
Dobbiamo notare che l’officio sul Monte degli Ulivi alla sera di Pentecoste descritto nel Lezionario Armeno non è semplicemente “una sorta di conservatorismo che è abbastanza frequente nella pratica liturgica”, come R. Cabié ci lascia credere. Infatti, le parole dette agli apostoli in quel luogo il giorno dell’Ascensione dagli ”uomini vestiti di bianco” – "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo"(Atti 1.11) – danno un carattere escatologico al Monte degli Ulivi. Il Monte degli Ulivi non è semplicemente il luogo da cui Cristo è partito, ma anche il luogo in cui farà ritorno. Questo è ciò che Renoux rammenta a riguardo:
La chiesa del Monte degli Ulivi, un monumento commemorativo all’Ascensione, era anche legato, dall’insegnamento che Gesù pronunciò qui su sé stesso e la fine del tempo, alla intera economia della salvezza, alla sua partenza verso i cielo, al suo ritorno in gloria e per questo all’attesa dell’umanità. […] Il dirimpettaio Tempio distrutto, la chiesa sull’Eleona, a est di Gerusalemme, rammentavano ai cristiani la sovranità del Signore risorto, asceso in gloria, e vivente in un posto nuovo da cui verrà per condurre lì il suo popolo. Non è più dalla Gerusalemme terrena, ma dal suo Oriente, dal cielo in cui andò Gesù, che la salvezza verrà. Oltre alla sua funzione di memoriale – per conservare la memoria dell’ascensione - l’Eleona (Uliveto), ad est della Città Santa, evocava anche l’intero ,mistero di Cristo e il futuro dell’umanità che è legato a lui. Eleona, un segno della Parousia, così rammentava al fedele, ogni volta che si raccoglieva lì, che il Signore celebrato in questo o quel particolar mistero, è anche l’unico che tornerà [3].
Il raduno sul Monte degli Ulivi nel pomeriggio di Pentecoste, dunque, mostra bene che, anche inseguito l’Ascensione era separata da questo giorno dopo il Secondo Concilio Ecumenico al fine di dare maggiore enfasi alla divinità del Santo Spirito, il cinquantesimo giorno segna la chiusura del periodo pasquale e dell’intero mistero della salvezza. Questo mistero, in una prospettiva escatologica, culminerà nella seconda venuta di Cristo che ogni cristiano di ogni epoca confessa e attende attraverso la propria preparazione.

_____________________________________
Note:
1) Égérie, Journal de voyage 41 (SC 296, p.298).
2) Renoux,II, 339.
3) C. Renoux, “En tes murs, Jerusalem: Histoire et mistère”, in La Liturgie: son sens, son esprit, sa méthode. Conférences Saint-Serge. XXVIII Semaine d’études liturgiques (Rome, 1982), 259 – 60.

Tratto da Job GETCHA, The Typikon Decoded

sabato 1 giugno 2019

"Per salvare l'ambiente ci vogliono le Rogazioni, non Greta!"

Riprendiamo questo pensiero del caro don Alberto Zanier, parroco di Resia (UD), apparso sullo scorso numero del bollettino parrocchiale delle Parrocchie della Val Resia. La tesi espressa nell'articolo è quasi tautologica, e tuttavia desta imbarazzo nel mondo: la stampa locale ha naturalmente trasmesso la notizia con grida di orrore nei confronti delle idee "medievali" di questo prete, già balzato agli onori della cronaca per aver rimproverato la scostumatezza delle donne in chiesa; eppure sono idee così lampantemente cristiane... parimenti molti sono stati i commenti scandalizzati di "cattolici" bempensanti... del resto, lo diceva già lo scrittore inglese G. K. Chesterton che "spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie son verdi d'estate". Riportiamo di seguito il trafiletto di padre Zanier, indi un nostro personale intervento che analizzerà la risposta che alcuni attivisti friulani del "Friday for future" hanno rivolto allo zelante parroco.

Mattina di sabato 18 maggio, TG di Rai News. Un esponente dei Verdi esclama senza mezzi termini che dobbiamo fare di tutto per cambiare la sorte del clima perché “è ciò che vuole Greta”. Sobbalzo sulla sedia. Cosa? Un partito politico prende ordini da una ragazzina di 16 anni (che tra l’altro soffre di autismo ed è utilizzata ad arte dai suoi genitori) come se fosse solo lei a salvare il mondo? Come se fosse lei la paladina dell’umanità. Ma sarà Greta Thunberg a salvare il mondo? Penso proprio di no. Anche perché non possiamo credere ciecamente ai catastrofismi dei cambiamenti climatici. Certo non ci sono più le stagioni ecc. ecc., ma la scienza ci dice che tutto questo è già accaduto e che i climi cambiano da un decennio all’altro. Era 30 anni che non avevamo maggio così freddo. Sì vero, febbraio È stato caldissimo ma non si può dire che stiamo bollendo! La neve è tutta ancora sui monti. In ogni caso non sarà la lotta per il clima salvare il mondo, non sarà la lotta per l’ambiente non è questo il problema mondiale. Sarà Gesù Cristo a salvare il mondo sarà la fede in lui. Il Signore Gesù è il creatore del mondo e dell’uomo: sarà Lui a salvare l’uomo ed il mondo. Dovremmo ricordarcelo sempre. Tutto è nelle mani di Dio e quando si vuole fuggire dalle sue mani l’esito non può che essere nefasto. E che anche il creato è sorretto dalla Provvidenza divina ciò evidenzia della Chiesa, ad esempio, con la pia pratica delle Rogazioni nelle quali si chiede a Dio, creatore del mondo, che allontani da noi flagelli della tempesta, della grandine, del terremoto, ecc. Di fronte alle nuove malattie delle coltivazioni gli scienziati provano di tutto e in tutti i modi a risolvere i problemi, molte volte invano. Provate ad andare in Puglia e a chiedere da quanto tempo gli ulivi soffrono per la xylella fastidiosa… E una bella Rogazione no? O sarà forse che dovremmo andare tutti in Svezia a prendere lezioni su come salvare l'”ambiente” con le marce, le manifestazioni, le conferenze, i libri? Ci vuole preghiera e ci vuole fede perché solo Cristo Gesù è il Signore del mondo.

don Alberto Zanier

****

Tralasciando gli sguaiati commenti posti in calce agli articoli di quotidiani e periodici friulani online, i quali -non differentemente dalla totalità dei commenti in facebook e negli altri social network- non fanno che confortare la profonda sfiducia che nutro nella democrazia a suffragio universale, dacché commentare i primi sarebbe inutile e richiederebbe un dispendio eccessivo di energie che porterebbe unicamente a sfibrarmi senza produrre nei loro autori metània veruna, mi concentrerò piuttosto sulla risposta che i giovani del "Friday for Future" (per capirci, quella manifestazione per cui migliaia di studenti in tutta Europa venerdì 15 marzo disertarono le aule, pretendendo di usufruire di un diritto non spettante loro [lo "sciopero studentesco" non esiste, almeno nel diritto italiano], in spregio alla quantità di risorse che quotidianamente lo Stato impiega per l'istruzione che essi in tal guisa rifiutano) di Tolmezzo hanno fatto pervenire sulle pagine de "Il Friuli.it".

Riporto alcuni stralci del testo, commentandolo passo per passo. Dopo aver criticato il comunicato perché "pieno di luoghi comuni" e "con qualche errore grammaticale" (spiacente, vero è che ho letto il comunicato in fretta, ma non mi è riuscito di trovarne, e dire che di lettere me n'intendo un po'...), costoro proseguono: “E' facile prendere in giro una ragazzina, che altro non è che un simbolo di un grido collettivo iniziato più di quarant'anni fa. Lei dovrebbe sapere l'importanza dei simboli, dato che la religione e le religioni in genere si basano sui simboli, generalmente pieni di significato, dati a significare concetti profondi, idee e ispirazioni. E Greta è uno di questi simboli. Un simbolo fastidioso che fa molto rumore, tanto rumore da infastidire molto, perché deve essere scoraggiante apprendere che tutta una generazione ascolta una coetanea che dice la verità, una verità sotto gli occhi di tutti di cui qualcuno ha paura, i negazionisti ad esempio”.

A parte un po' di confusione nell'esprimere male i fondamenti di qualsiasi corso di storia delle religioni, fa sorridere la continua esaltazione della figura di Greta, simbolo sì, ma dell'imperante puerocrazia, la cui manipolazione è evidente per molteplici motivi, a partire dall'inusitata vita che questa conduce di "simbolo vivente". Giambattista Perasso detto Balilla divenne un simbolo circa un secolo dopo il suo eroico gesto di Portoria, non quando undicenne scagliò il sasso contro le truppe austro-piemontesi. Wilhelm Oberdank divenne un simbolo irredentista solo alcuni decenni dopo la sua morte (anche perché in vita avrebbe potuto smentire, in quanto si professò sempre panslavista). La fanciulla norrena, peraltro, è un simbolo che non infastidisce nessuno, perché altrimenti sarebbe stata ignorata dai grandi media, fatta sparire dalla circolazione brevi tempore o comunque apertamente perseguitata, non certo fatta parlare dinanzi all'ONU e fatta incontrare con il Papa; anzi, il suo gioco risulta in una certa misura funzionale all'establishment capitalista mondiale.

Dopo aver citato qualche trito dato sulla crisi ambientale, e aver ripetuto la natura "luogocomunista" del comunicato di padre Zanier, proseguono: “Certamente da un punto di vista cristiano sarà Gesù Cristo a salvare l'uomo e il mondo in quanto suo Creatore, ma permetta il beneficio del dubbio, più che confermato, che è lo stesso Uomo a stare distruggendo, con l'uso massiccio di combustibili fossili, con la distruzione della foresta pluviale – delicato tallone d’Achille degli equilibri climatici -, con le esorbitanti quantità di rifiuti plastici (per citare solo alcune delle emergenze ambientali), questo Pianeta, delicata biosfera, astronave di tutta l'umanità. Stupisce ulteriormente che un prete si senta minacciato da una giovane attivista quando il Santo Padre ha ringraziato e incoraggiato Greta Thunberg per il suo impegno in difesa dell’ambiente, e a sua volta Greta, che aveva chiesto l’incontro, ha ringraziato il Santo Padre per il suo grande impegno in difesa del creato. E se non le basta, le ricordiamo che esiste un movimento globale dei cattolici per il clima (https://catholicclimatemovement.global/it/) che sostiene gli scioperi per il clima e accoglie l’appello dell’Enciclica Laudato Sì alla cura della nostra casa comune, contro le ingiustizie climatiche e ambientali, che stanno colpendo e colpiranno sempre in modo più pesante le popolazioni più povere e deboli della Terra”.

Evidentemente non è loro chiaro che padre Zanier stia parlando a dei cattolici su un bollettino parrocchiale, e per chi lo legge non può esserci "beneficio del dubbio" sull'economia salvifica che si compie nel nostro Divin Redentore. Che poi l'uomo porti danni al clima, è parzialmente vero: a portare danno al clima è l'uomo moderno, perché l'impatto ambientale di una società tradizionale è minimo. Quella che potrebbe essere una attenta ed efficace critica alla modernità, in questi individui ideologizzati si trasforma in una rivisitazione del "disprezzo per l'umano" (nella sua qualità di unica creatura razionale e oggetto del progetto divino) che connota molte posizioni anticristiane.
Anche l'equazione ultramontana "ciò che fa il Papa = gesto cristiano che dev'essere seguito da tutti i cattolici", a quanto pare divenuta opinione comune anche tra le persone più distanti dalla Chiesa (ah, maledetto verticismo!), andrebbe ben ridiscussa, così come la presenza di basi evangeliche nell'Enciclica Laudato Si', come di quelle di un testo analogo uscito dal Fanar qualche anno prima (ma qui sto divagando...). Mi fa infine specie l'esistenza di questo "Catholic climate movement", nella misura in cui si occupa di scioperi (pratica non cristiana, perché alimenta lo scontro tra classi, e quindi gli effetti del peccato originale) e quant'altro, tranne che della principale occupazione del Cristiano, cioè la Preghiera. Ma del resto, i giovani del FfF hanno poca fiducia nella preghiera. Scrivono infatti: “Per concludere, che non sia in atto una crisi ambientale e climatica lo pensa solo lei don Alberto e la invitiamo a studiare a fondo il problema, anche da un punto di vista etico e morale. E’ davvero frustrante leggere il suo Foglio. Vorremmo anche noi salvare il pianeta con una preghiera, ma dato che ciò non è possibile proviamo a salvarlo con azioni concrete, così magari i nostri figli avranno tutto il tempo di curare la loro anima".

Quale miglior triste ritratto dell'odierna società che ha completamente perso ogni fiducia nell'efficacia soprannaturale della preghiera, e in generale di una società moderna che ha ripugnato il soprannaturale in favore dell'esaltazione superomistica del gesto naturale ("concreto") dell'uomo? "Se aveste fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile" (Mt 17,20) dice Nostro Signore. Peraltro ciò è realmente avvenuto: nel X secolo San Simeone il Conciatore in Egitto spostò il monte Mokattam colla sola forza della preghiera, il quale avvenimento è testimoniato persino dalle fonti musulmane. Perciò, se anziché rimproverare un santo parroco perché dice cose cattoliche, praticassero la conversione della mente e del cuore e avessero fede nel Salvatore, forse potrebbero sperimentare l'efficacia soprannaturale della preghiera. Noi, intanto, dobbiamo continuare a fare questo e null'altro, per la salvezza della nostra anima e per il mondo intero: come dice l'Apostolo, sine intermissione orate (1Ts 5,17)


A fulgure et tempestate, libera nos, Domine!
A peste fame et bello, libera nos, Domine!
A flagello terraemotus, libera nos, Domine!
Peccatores, Te rogamus, audi nos!
Ut fructus terrae dare et conservare digneris, Te rogamus, audi nos!
Ut pacem nobis dones, Te rogamus audi nos!

(Dalle Litanie delle Rogazioni)

sabato 25 maggio 2019

Cronaca e immagini del pellegrinaggio a Concordia

Sabato 25 maggio la Compagnia di S. Antonio, insieme alla sezione pordenonese di Una Voce Italia e al Circolo Traditio Marciana, si è recata in pio pellegrinaggio alla Cattedrale di S. Stefano Protomartire in Concordia, per venerare le reliquie dei santi protomartiri concordiesi Donato, Romolo, Secondiano e compagni.

Dopo un breve cammino devozionale e la recita del Santo Rosario da parte dei pellegrini convenuti, alle 15.30, presso l'Altare dei Martiri, il rev. don Claudio Gecchele PSDP, cappellano dell'ospedale di Negrar (VR), ha cantato una messa votiva in onore della Beata Vergine Maria secondo l'antico messale romano. Al termine della Divina Liturgia, le reliquie dei santi Martiri sono state debitamente incensate e venerate al canto del Rex gloriose martyrum.

La sacra liturgia è stata animata dalla Corale Concordiese, che ha eseguito l'ordinario gregoriano della messa Cum jubilo. Il servizio liturgico è stato curato da Traditio Marciana e Una Voce Pordenone.