martedì 29 dicembre 2020

Il vescovo di Cerigo contro il vaccino: noi Ortodossi per proteggerci abbiamo il Battesimo, il Crisma, l'Acqua Santa

Fonte: ekklisiaonline.org

«A meno che non si faccia qualcosa per chiarire il panorama, poiché gli uomini che seguono la via della globalizzazione, della pan-religione e della nuova era vogliono creare il cosiddetto post-umano, l'uomo mutato, per rendere l'uomo un robot che non avrà sentimenti, non avrà ideali, non avrà virtù, non avrà santità, non avrà grazia, non avrà la benedizione di Dio"

Ancora una volta, il metropolita Serafim di Cerigo (Kythira), ha criticato con durezza il vaccino, questa volta poiché tra l'altro esso è preparato "con il prodotto degli aborti".

Il Metropolita, parlando ai fedeli, ha sottolineato che i Cristiani ortodossi al posto del vaccino «infetto» per proteggersi hanno la Divina Comunione, il Battesimo, il Crisma, l'Acqua Santa, e conviene che invochino san Niceforo il Lebbroso.

Mons. Serafim ha giustificato la sua reazione riferendosi ad una notizia arrivata dall'Italia e confermata dal Papa: "Una notizia dalla vicina Italia, da cristiani ortodossi con cui sono in contatto, dicevano quanto segue con grande preoccupazione: I nuovi vaccini, in circolazione da oggi, e il cui utilizzo è incominciato dai governanti, vengono realizzati e preparati con il prodotto degli aborti. Questo è molto terribile fratelli miei, i cristiani d'Occidente sono preoccupati e si sono rivolti al loro capo, il Papa, e lui li ha rassicurati e ha detto loro che è così, ma per economia lo accetteremo per la salute delle persone. Questo è un grosso errore, ovviamente egli si trova al di fuori dell'Una Santa Cattolica e Apostolica Chiesa e non possiamo contare sulla sua opinione, ma noi ortodossi non possiamo accettare una cosa del genere", ha detto. 

Il Gerarca ha parlato di una "infezione" che s'insinua dentro il nostro corpo: "Parlano persone che non hanno timor di Dio, venerazione e conoscenza teologica, e dicono che può sorgere infezione dalla Divina Comunione, e volevano far cessare la Divina Comunione fino all'arrivo del vaccino; tuttavia, miei cari fratelli, dovrebbero piuttosto preoccuparsi dell'infezione che arriva quando questo materiale che proviene da embrioni uccisi e macellati passa attraverso il nostro corpo, poiché sono omicidi che vengono commessi".

Per questo, ha detto, "io personalmente, come vostro vescovo, vi dico che non prenderò il vaccino se ha questa origine".

Circa il fare il vaccino, ha chiarito: "A meno che non risulti qualcos'altro da un gruppo garantito di medici, sacerdoti e laici cristiani che ho richiesto al Santo Sinodo per assicurarci pienamente che non ci sia niente del genere dentro, allora non lo faremo... Non siamo contro i vaccini… ma non vogliamo questa infezione, non vogliamo quetso, che è qualcosa di profano".


Trad. it. N. Ghigi

venerdì 25 dicembre 2020

Santo Natale 2020

 Nativitas Domini Dei et Salvatoris nostri
Jesu Christi secundum carnem

Ἡ κατὰ σάρκα Γέννησις τοῦ Κυρίου
καὶ Θεοῦ καὶ Σωτῆρος ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ

Natività del Signore Iddio e Salvatore nostro
Gesù Cristo secondo la carne

MMXX


Χριστὸς γεννᾶται, δοξάσατε. Χριστὸς ἐξ οὐρανῶν ἀπαντήσατε. Χριστὸς ἐπὶ γῆς, ὑψώθητε, ᾌσατε τῷ Κυρίῳ πᾶσα ἡ γῆ, καὶ ἐν εὐφροσύνῃ, ἀνυμνήσατε λαοί, ὅτι δεδόξασται.

Ἔσωσε λαόν, θαυματουργῶν Δεσπότης,
Ὑγρὸν θαλάσσης κῦμα χερσώσας πάλαι·
Ἑκὼν δὲ τεχθεὶς ἐκ Κόρης, τρίβον βατήν,
Πόλου τίθησιν ἡμῖν· ὃν κατ'οὐσίαν,
Ἶσόν τε Πατρί, καὶ βροτοῖς δοξάζομεν.

Cristo nasce, glorificatelo. Cristo viene dai cieli, andategli incontro. Cristo viene sulla terra, elevatevi. Cantate al Signore, o terra tutta, e con letizia intonate inni, o popoli, poiché egli è stato glorificato.

Salvò il suo popolo tra i prodigi il Signore,
a terra asciutta riducendo un tempo l'onda del mare:
ma volontariamente nascendo da una Vergine, un sentiero
percorribile nel cielo pone per noi: lui, che per essenza
è uguale e al Padre e ai mortali, noi lo glorifichiamo.

(Katavasie della prima ode del Canone, Mattutino di rito bizantino)

*****

Natus ante saecula Dei filius invisibilis interminus. Per quem fit machina coeli et terrae maris et in his degentium. Per quem dies et horae labant: et se interum reciprocant. Quem angeli in arce poli voce consona semper canunt. Hic corpus assumpserat fragile sine labe originalis criminis de carne Mariae virginis quo primi parentis culpam Evaeque lasciviam tergeret. Hoc praesens diecula loquitur perlucida adaucta longitudine. Nec nox vacat novi sideris luce: quod magorum oculos terruit scios. Gaude Dei Genitrix quam circunstant obstreticum vice concinentes angeli gloriam Deo. Christe patris unice quihumanam nostri causam formam assumpsisti: refove supplices tuos. Et quorum participem te fore dignatus es Jesu: dignanter eorum suscipe preces. Ut ipsos divinitatis tuae participes Deus facere digneris, Unice Dei.

Nato prima dei secoli, il figlio di Dio, invisibile e senza fine, per mezzo del quale fu creato l'apparato del cielo, della terra, del mare e di quanti che vi abitano; in grazia del quale passano i giorni e le ore, e si alternano tra loro; Colui che gli angeli nella rocca celeste sempre inneggiano con armoniosa voce; questi aveva preso un fragile corpo di carne, senza il danno del peccato originale, da Maria vergine, per espiare con esso la colpa del primo parente e la lascivia di Eva. Questo narra la splendida tregua presente, aumentata in lunghezza. Né la notte è priva della luce della nuova stella, che ha spaventato gli occhi saggi dei magi. Rallegrati, Madre di Dio, attorno alla quale s'adunano gli angeli, in luogo delle ostetriche, cantando gloria a Dio. O Cristo, unigenito del Padre, che per noi hai assunto forma umana: ristora i tuoi supplici; e con favore accogli le preghiere di coloro dei quali, o Gesù, ti sei degnato d'essere partecipe, affinché ti degni di rendere pur essi partecipi della tua divinità, o Dio, Unigenito di Dio.


(Sequenza della Messa di Natale "in die" secondo il Messale Aquilejese)


AUGURI DI UN SANTO NATALE 2020!

La direzione di Traditio Marciana

giovedì 17 dicembre 2020

La "nuova religione": un'analisi dei segni dei tempi

Per la seconda volta ci troviamo a ospitare uno scritto che non tratta direttamente di temi inerenti alla liturgia. Preferiremmo non venir meno alla ragione sociale di questo spazio, se non fossimo spinti dalle gravi circostanze del tempo presente. Ci comprendano e ce ne scusino i lettori che ci leggono per i nostri approfondimenti liturgici, che comunque - come si può vedere - cerchiamo di non trascurare.

1. Soteriologia di una nuova religione.

"Nel vaccino sarà la salvezza". Questa frase, ripetuta innumerevoli volte durante l'anno ormai exeunte su tutti i mezzi di (dis)informazione di massa, sin dalla prima lettura presenta dei risvolti secondari assai pericolosi, che si rendono sempre più palesi man mano che si avvicina l'arrivo effettivo di detto vaccino.

Anzitutto la parola "salvezza", che ci porta direttamente nel dominio semantico della soteriologia. Stando all'Enciclopedia Treccani, la soteriologia è: "in storia delle religioni, dottrina della salvezza, in quanto liberazione dell'uomo dal male comunque inteso". La soteriologia è dunque il carattere proprio di una religione, e segnatamente la soteriologia del vaccino è quella della nuova religione che sempre più insistentemente da certe parti sta venendo propagandata e predicata, attirando masse d'inconsapevoli seguaci grazie alla forte sponsorizzazione da parte del potere politico, storicamente strumento molto importante affinché le religioni possano avere successo nel mondo (il Cristianesimo, a ulteriore indizio della propria autenticità, resta pressoché l'unica religione a essere nata e diffusasi senza appoggio, e anzi con la contrarietà del potere statale).

La "salvezza" s'interpreta, sempre secondo gli storici delle religioni, come "liberazione dal male" o "da uno stato o da una condizione non desiderata" [1]. Il più delle volte si tratta della salvezza dalla morte (isidismo, mitraismo, Cristianesimo), ma anche dalla condizione di turbamento dell'anima (buddismo, giainismo, etc.), due mali che spesso si compenetrano: nella nuova religione il male è chiaramente il virus, ma c'è pure l'idea di ricercare la salvezza dalla morte. Si noti, però, che si tratta di una morte intesa ben diversamente da quella delle religioni misteriche, che si propongono di salvare l'uomo dalla morte eterna; la nuova soteriologia si riferisce infatti alla salvezza dalla morte corporale, immaginando la vita terrena come unico spazio ontologico dell'individuo. In questo senso, la nuova religione è pienamente figlia della concezione materialista invalsa dai tempi dell'illuminismo, e mentre le religioni antiche vedono nella morte (fisica o spirituale) dell'uomo un mezzo di elevazione all'oltremondo in cui è riposta la speranza della sconfitta della morte eterna, la speranza della nuova religione è del tutto contingente, e ogni orizzonte ultramondano è del tutto cancellato. In questa nuova soteriologia, la critica all'oltremondo, portata avanti dagli hegeliani di sinistra e in ultimo da Nietzsche, giungendo finanche alla sua completa eliminazione, trova compimento teologico.

2. Riti e simboli della nuova religione.

Il valore soteriologico, naturalmente, si accompagna a una serie di rituali, che gli storici delle religioni possono facilmente ricondurre a dei "tipi" universali, ma che nel nostro caso credo si debbano leggere pure tenendo d'occhio il fenomeno dell'inculturazione, ovvero della volontaria sostituzione di forme religiose preesistenti, e in questo specifico frangente al Cristianesimo che, seppur umanamente malaticcio e praticato quasi solo a livello di sostrato culturale nel nostro Occidente, rappresenta cionondimeno uno "scoglio" per i profeti e gli apostoli della nuova religione. La nuova inculturazione si manifesta in una forma "aggressiva", simile a quella talvolta praticata dai missionari gesuiti in età moderna, ovvero come volontaria e talora brutale sostituzione dei costumi preesistenti con i nuovi attraverso un gioco di corrispondenze; l'inculturazione dei Cristiani dei primi secoli, diversamente, era piuttosto la conservazione di alcune prassi rituali (le processioni di benedizione dei campi, i capitelli ai trivi, etc.), ovviamente inquadrate nel sistema religioso cristiano.

Il vaccino dapprima doveva genericamente arrivare "in inverno", secondo i moderatamente ottimisti. Poi, man mano, le date si sono fatte sempre più precise, sino a definirsi il periodo di fine dicembre-inizio gennaio. A furia di anticipazioni, l'approvazione del trattamento da parte dell'Agenzia Europea del Farmaco dovrebbe arrivare il prossimo 21 dicembre, talché, stando alle parole del vicepresidente della commissione europea Margaritis Schoinas, la data simbolica d'inizio delle vaccinazioni sarà il 25 dicembre [2]. Del resto, in questi mesi di chi si è atteso e propagandato l'avvento, se non proprio del "dio vaccino", obliando del tutto quello di Nostro Signore?

Secondo taluni polemisti, la data del 25 dicembre per indicare il Natale di Cristo sarebbe frutto d'inculturazione già da parte dei Cristiani. Tale accusa, in realtà, è decisamente tacciabile di falsità per due motivi. Anzitutto, poiché la festa del Sol Invictus al 25 dicembre non era un culto molto sentito dal popolo, ma semmai un'introduzione relativamente recente e di scarsa popolarità: gli studi di Halsberghe hanno dimostrato che l'introduzione della festa del 25 dicembre fu introdotta non prima di Aureliano, sopprimendo le precedenti date del 19 dicembre o di fine ottobre, di cui si ha testimonianza in un calendario lapideo a S. Maria Maggiore, allo scopo di rivitalizzare un culto che, per decisione dello stesso imperatore, doveva avere un ruolo fondamentale nella definizione della maestà imperiale, ma la cui popolarità era decisamente scemata tra le genti [3]. Più recentemente, Hijmans ha persino messo in dubbio l'attribuzione ad Aureliano, sostenendo che non esistano prove in tal senso, e che la testimonianza più antica di culto solare il 25 dicembre sarebbe da porre non prima del tardo IV secolo, forse proprio in opposizione al culto cristiano già diffuso [4]. In secondo luogo, l’accusa è falsa perché la fissazione della nascita di Cristo verso la fine del mese di dicembre, contrariamente a ciò che dicono sedicenti teologi, non fu stabilita "molti secoli dopo", sibbene è una diretta derivazione dal calcolo dei turni di sacerdozio al tempio, e particolarmente del turno di Zaccaria all'altare dell'incenso, in relazione alla cronologia evangelica lucana. Difficilmente, tuttavia, sarebbe possibile spiegare in un modo diverso dall'inculturazione la scelta di questa medesima data per l'arrivo del "dio vaccino". Mentre in molti paesi del mondo le chiese saranno chiuse, e i Cristiani non potranno celebrare i sacri uffici per glorificare la nascita del Salvatore Teantropo, i media inviteranno a gioire nelle case (in questo tempo diventati quasi dei sacelli, dato l'incessante mantra "state a casa!" ripetuto in ogni salsa, e la loro elevazione a centri polifunzionali da cui è possibile studiare, lavorare, e compiere ogni attività senza l' "ingombro" della socialità), rigorosamente senza la famiglia (concetto chiaramente proprio delle religioni tradizionali e inadatto alla nuova), per l'arrivo del nuovo dio. 

Trovato il giorno in cui il nuovo dio s'incarnerà, non nel seno di una vergine ma in una provetta e in una siringa, è necessario trovare il giorno in cui il mondo sarà iniziato alla nuova religione. Pare che con molta probabilità questo sarà il 6 gennaio [5], o comunque una data a esso prossima. Nel giorno dell'Epifania, o comunque entro la sua ottava (13 gennaio), i Cristiani fanno memoria del glorioso Battesimo di Nostro Signore nel fiume Giordano, non solo manifestazione superna della Sua Divinità, ma prima figurazione del Battesimo mediante il quale tutti siamo chiamati a salvezza. E in questo giorno, in luogo dei battesimi nell'acqua e nello Spirito Santo, si compiranno le vaccinazioni, che nel piano preparato in questi giorni assumono patentemente i caratteri di un classico rito d'iniziazione. Perciò, in luogo dei battisteri, ecco sorgere dei padiglioni a forma di primula [6], "simbolo di rigenerazione e rinascita", le stesse parole che la mistagogia cristiana utilizza per descrivere le vivificanti acque del Battesimo. Ai Cristiani che sono morti al peccato e rinati a Cristo nelle acque vive dello Spirito, è dato il sigillo della grazia, e spesso - come segno tangibile di questa nuova appartenenza a Dio - una croce da portare al collo. Secondo il nuovo credo, si porterà invece una primula all'occhiello [7]. Taluni hanno paragonato questa spilla alla stella di David con cui i nazisti erano usi segnare i giudei (che però non avevano inventato nulla, dacché i dhimmi cristiani o giudei ai tempi del Califfato dovevano parimenti portare dei pubblici segni di riconoscimento). Personalmente trovo questo paragone non esattamente calzante, perché al di là dell'emarginazione di quanti vengono maldestramente associati ai "no-vax", trovo molto più significativa in questo gesto la volontà di autoidentificarsi come parte della "comunità dei salvati", che del resto è un tratto comune in storia delle religioni.

3. La "nuova religione" dal punto di vista cristiano.

Omnes dii gentium daemonia (Sal. 95,5). Con queste perentorie parole la Scrittura mette fine a ogni possibile attribuzione di un qualche grado di bontà a religioni non cristiane. E' interessante notare che la letteratura apostolica non vede possibile il sorgere di una nuova religione dopo il Cristianesimo, che è del resto la rivelazione degli "ultimi tempi" secondo le parole stesse di Nostro Signore, se non quella dell'anticristo, che confonderà il gregge e lo corromperà in gran misura (cfr. Matteo 24). E' parimenti interessante notare che, se si eccettuano quelle "religioni" che in realtà sono la prosecuzione in forma organizzata di filosofie tradizionali dell'estremo oriente quali sikhismo, ceondoismo e bahà'i, dopo la venuta di Cristo non paiono essere sorte grandi religioni strutturate. L'Islam, del resto, ha storicamente molti elementi per essere considerata solo un'eresia molto deviante del Cristianesimo, come peraltro già S. Giovanni Damasceno l'identificava [8]. Sembra che la grande religione moderna, che dopo anni di profezie più o meno distanti e oscure oggi sembra pronta alla nascita del proprio messia, sia l'unica religione completamente nuova affacciatasi su questo mondo dopo la venuta di Cristo. E dunque, giusta la letteratura apostolica, la religione dell'anticristo.

Il Nuovo Testamento accenna diffusamente alla venuta dell'anticristo, e tra i passi forse più inquietanti dell'Apocalisse di S. Giovanni a ciò dedicati, compare questo: Et faciet omnes pusillos, et magnos, et divites, et pauperes, et liberos, et servos habere caracterem in dextera manu sua, aut in frontibus suis: et nequis possit emere, aut vendere, nisi qui habet caracterem, aut nomen bestiæ, aut numerum nominis ejus. (Ap. 13,16-17). Queste parole risuonano spesso oggidì accompagnate da una domanda: ma è il vaccino che ci vogliono imporre, il segno dell'anticristo? Ora, parrebbe evidentemente di no, dacché il passo scritturale è chiaro nel significare che il χαρακτήρ sia "il nome della bestia, o il numero del suo nome" (cioè 666, come è spiegato al verso successivo), e non una semplice cicatrice da vaccino. Ma non si può nemmeno liquidare così la vicenda.

Se domani qualcuno proponesse di marchiare a fuoco un 666 sul braccio di ogni essere umano, probabilmente la sensazione immediata di tutti, cristiani e non, sarebbe di rifiuto. Ma se dapprima ci dicessero che, per il nostro bene, tutti dobbiamo portare delle maschere sul viso, e che senza di queste non possiamo uscire di casa, entrare nei negozi, "comprare, né vendere"... e poi ci dicessero che, per il nostro bene e la nostra salvezza, tutti dobbiamo inocularci un vaccino, e senza questo non possiamo viaggiare, entrare nei luoghi comuni, "comprare, né vendere"... e poi ci dicessero che, per il nostro bene, tutti dobbiamo farci conficcare un microchip sottocutaneo, e senza questo non poter avere contatti, "comprare, né vendere"... con una perfetta tecnica della rana bollita, ecco servite future nuove imposizioni, e senza nemmeno troppe complicazioni, sendoché - almeno in Italia - risulta che oltre l'80% della popolazione sia favorevole all'uso continuato della mascherina e oltre il 40% sostenga che il vaccino (o il suo equivalente patentino vaccinale) debba essere obbligatorio [9]. Come si può non pensare che in un futuro prossimo sarà proprio il marchio della bestia a essere reso obbligatorio, nell'accettazione generale? Questo è pure il motivo per cui è fondamentale resistere a queste catene di obblighi sin dalle loro origini più remote, imperocché non sono che gradini verso l'abisso.

4. Conclusioni: il necessario equilibrio tra ansia escatologica e rilassatezza.

Come si sarà notato, in queste righe non si è dato nessun parere scientifico - perché non ne saremmo stati in grado, occupandoci di altro di mestiere - sull'efficacia o la sicurezza di questo vaccino. Né si è parlato di un tema molto annoso, quale il problema morale legato alla coltivazione dei vaccini in cellule fetali abortite. Interesserà forse ai nostri lettori il fatto che la Fraternità S. Pio X si sia resa bersaglio di contestazioni per aver sostenuto, con un arzigogolo di cavilli tomistici e razionalisti, l'accettabilità della vaccinazione da vaccino coltivato in cellule abortite, attraverso un comunicato laconico, poi ritirato, e sostituito da un più ampio ma non diverso nella sostanza "studio teologico". Le critiche, mosse in Italia principalmente da Alessandro Gnocchi su Ricognizioni [10], hanno ben evidenziato come in queste vicende si noti perfettamente l'impostazione meccanica delle categorizzazioni scolastiche, che tramite il ragionar filosofico sostituitosi alla teologia patristica arrivano ad ammettere aberrazioni come quella di cui sopra. Molto più ortodossi in materia, paradossalmente, si sono dimostrati dei vescovi "canonici" cattolici, tra cui mons. Schneider, in una loro recente lettera. E' invece da dire che, benché alcuni vescovi e sinodi ortodossi abbiano annunciato che personalmente si faranno il vaccino, questi invece non sono mai entrati nel tema delle cellule abortite, e anzi vi sono stati vescovi - come l'ottimo Neophytos di Morphou - che hanno pubblicamente espresso un'opinione contraria. Di certo, nessuno è mai arrivato a dire che "il buon cristiano si deve vaccinare", come invece sosteneva il comunicato della FSSPX.

Ad ogni modo, la vaccinazione è, come qualsiasi trattamento medico, una libera scelta personale e individuale, che aprioristicamente non è né favorevole né contraria alla dottrina cristiana. Ci siamo però occupati di ciò che ruota attorno a questo trattamento medico, e che esula dal suo carattere prettamente sanitario, ipostatizzandosi come divinità di una nuova religione i cui tratti stanno oscuramente emergendo in questi giorni. 

Alla prima domenica di Avvento (con il calendario giuliano, domenica scorsa), secondo l'uso di Roma si è letto il brano del Vangelo di S. Luca in cui Nostro Signore ci ammonisce a riconoscere, come dai frutti del fico l'estate, la fine dei tempi dai segni che la preconizzano. I Padri avvertivano una tensione escatologica profondissima, pronti a cogliere ogni minimo segno, dall'eruzione del Vesuvio ai moti astrali, come un possibile presagio della fine dei tempi che Cristo ci ha assicurato essere vicina. Tale tensione escatologica, ancora viva nel sentimento popolare lungo il Medioevo, è prevedibilmente andata a rilassarsi col passare del tempo, rendendosi conto i Cristiani che il tempo di Dio non è quello dell'uomo, e mille anni ai suoi occhi sono come un giorno. A tale rilassatezza si sono talora opposti alcuni movimenti, soprattutto in ambito protestante o ai margini del cristianesimo stesso, quali mormoni, avventisti e testimoni di Geova, caratterizzati - potremmo dire - da un'ansia escatologica ben diversa dalla tensione patristica, smaniosa di identificare con precisione un giorno imminente in cui il mondo avrebbe visto la sua fine, spesso mancando di conciliarsi con i segni che la Tradizione della Chiesa ci ha dato sugli ultimi tempi (costruzione del terzo tempio, regno dell'anticristo, discesa di Gog e Magog, conversione finale d'Israele...), e soprattutto con le parole di Cristo nel Vangelo, il quale numerose volte ci ammonisce che nemmeno il Figlio dell'uomo conosce il giorno né l'ora in cui ciò avverrà, ma solo il Padre la conosce. Ogni conclamata data della fine del mondo si è prontamente rivelata menzognera, e purtuttavia questi movimenti continuano a individuarne di nuove, poiché l'identificazione di una fine prossima è la loro unica ragion d'essere nella costellazione protestante. Per di più, queste ansie, che umanamente possono far breccia nel cuore inquieto dell'uomo, si sono sovente diffuse anche in altri ambienti, per esempio tra gli "apparizionisti" cattolici affamati di rivelazioni private, che spesso si portano in questo modo su posizioni molto vicine al terzo protestantesimo.

Il cristiano ortodosso dovrebbe essere esente da queste ansie false e irrazionali, come dovrebbe astenersi dalla rilassatezza dei tiepidi che non pongono mente alla fine dei tempi, o la considerano un evento troppo lontano, ed essere invece animato dalla sana tensione dei Padri, sapendo che la fine è vicina, sapendo cogliere ogni segno nel cielo e sulla terra, e pur senza sapere quando Cristo verrà "come un ladro nella notte", preparandosi a difendersi e restare fedele al suo nome, per andargli  incontro con la lampada accesa, in quel giorno terribile in cui gli Angeli avvolgeranno i cieli e il Giudice verrà sulla terra a far giustizia dei vivi e dei morti.

Chiudo riportando come monito le profetiche parole del beato confessore georgiano Gabriele Urgebadze, folle in Cristo, sul segno dell'anticristo, terribilmente attuali, poiché si possono benissimo applicare pure ai "segni preconizzatori" della catena di forzature di cui detto sopra: "Satana ha diffuso 666 trappole. Il suo sigillo sarà fatto non solo in modo invisibile ma anche visibile, sulla fronte e sul braccio. Se l'impressione del sigillo è fatta con la forza, agli occhi di Dio sarà considerata come una vergine disonorata. La prova più difficile per i cristiani saranno i loro parenti che hanno accettato il sigillo. Il sigillo non avrà effetto se fatto contro la volontà di qualcuno. Ma immagina la trappola tesa dall'anticristo per una madre che è partita con cinque figli. Come dar loro da mangiare se non accettare il sigillo? In un primo momento, il sigillo verrà offerto ai volontari. Tuttavia, durante l'intronizzazione dell'Anticristo tutti saranno costretti ad accettare il sigillo. La disobbedienza sarà considerata un tradimento. Le persone fuggiranno nelle foreste. Dovrebbero essere prese precauzioni per muoversi in gruppi di circa dieci-quindici, poiché i demoni potrebbero tentare di spingere le singole persone dalle scogliere. I credenti saranno protetti dallo Spirito Santo. Qualunque cosa accada, non perdere mai la speranza. Aiutatevi a vicenda. Dio ti schiarirà la mente e saprai come reagire. Colui che persevererà sarà salvato. Nessun vero credente proverà né fame né sete. I credenti non appassiranno nel tempo dei disastri. Il Signore farà miracoli per loro. Una foglia di una pianta sarà cibo sufficiente per un mese. Anche il pezzo di terra si trasformerà in pane facendovi sopra un segno di croce".

Veni, Domine, et noli tardare: relaxa facinora plebi tuae!
Veni, Emmanuel, veni ad liberandum Israel!
Exurge Domine, et judica causam tuam!

li 17 dicembre 2020
festa di S. Dionisio di Zante il taumaturgo

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NOTE

[1] Cfr., pure per gli esempi successivi, N. Smart, "Soteriology", in M. Eliade (ed.), Encyclopedia of Religion, New York, Macmillan, 1987.

[2] Bocci, Ciriaco, D'Argento, Foschino, Il vaccino di Natale, in Repubblica 16.12.2020.

[3] G.H. Halsberghe, The Cult of Sol Invictus, Leiden, Brill, 1972, pp. 130-157.

[4] S. Hijmans, Sol Invictus, the Winter Solstice, and the Origins of Christmas, in Mouseion 47-3 (2003), pp. 377-399.

[5] Vaccino covid, Zaia: "Dal 6 gennaio via in Veneto", in Adnkronos.com 12.12.2020 <https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2020/12/12/covid-veneto-zaia-dal-gennaio-vaccinazione-via_nzJjVHHgyxuokC7opFZ8eJ.html>.

[6] A fiore e 100% biodegradabili: ecco i padiglioni per vaccini anti covid firmati Boeri, in MilanoToday 14.12.2020 <https://www.milanotoday.it/attualita/coronavirus/padiglioni-vaccini-covid-boeri.html>. Si noti che non è trascurato l'aspetto ecologico, fondamentale nelle profezie di questa nuova religione.

[7] M. Venturini, Vaccino Covid, lo spot punta su alcune leve persuasive. Per questo funziona, in Il Fatto Quotidiano 14.12.2020 <https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/14/vaccino-covid-lo-spot-punta-su-alcune-leve-persuasive-per-questo-funziona/6036129/>.

[8] Cfr. S. Giovanni Damasceno, De haeresibus 101 (PG 94:763).

[9] Sondaggi, per 2 italiani su 3 il vaccino anti-Covid metterà fine a pandemia. 16% non vuole vaccinarsi, il 42% lo renderebbe obbligatorio, in Il Fatto Quotidiano 16.12.2020 <https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/16/sondaggi-per-2-italiani-su-3-il-vaccino-anti-covid-mettera-fine-a-pandemia-16-non-vuole-vaccinarsi-il-42-lo-renderebbe-obbligatorio/6039441/>

[10] <https://www.ricognizioni.it/fraternita-san-pio-x-e-vaccino-anticovid-solo-un-incidente-forse-ma-senza-constatazione-amichevole>


lunedì 7 dicembre 2020

Ubi fides ibi libertas: la lezione di S. Ambrogio

di Luca Farina

Mosaico nel sacello di S. Vittore.
Recenti studi compiuti sulle spoglie del
Santo ne hanno confermato i tratti somatici,
(originariamente pubblicato in Templum Domini 3 (2020), pp. 28-31)

“La cosa pù semplice che si può dire di Sant’Ambrogio, ed insieme più vera, è ch’Egli fu grande”. Iniziò con questa frase l’omelia del pontificale del 7 dicembre 1956 l’allora cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini. Nulla di più vero: non si può essere veri conoscitori della storia meneghina né proclamarsi fedeli ambrosiani se non si conosce colui di cui si porta il nome. Certamente se ne potrebbero tratteggiare molti profili: prefetto romano col nome latino di Aurelius Ambrosius, vescovo, innografo, scrittore e Padre della Chiesa. Il celeste patrono del capoluogo lombardo fu tutto questo, riuscendo a fare ciò in modo straordinario. Un documento che, forse, lo può presentare in modo migliore è uno liturgico, giacché intrattiene un rapporto duplice con i sacri misteri: fissò i canoni principali della liturgia propria della Chiesa milanese (si parla infatti di rito ambrosiano) e, con grande onore, essa lo celebra. Una vita principiata ad Augusta Treverorum (l’odierna Treviri che, molti anni dopo, darà i natali, meno felicemente, a Carlo Marx) nel 340 e che fu arricchita da importanti snodi, che qui scegliamo di narrare conl’inno previsto per quella che, a Milano, è la solennità della sua ordinazione episcopale (7 dicembre): Nostrum parentem maximum. Esso fu composto per ordine di San Carlo Borromeo dal latinista romano don Giovanni Battista Amalteo nel 1570. Osserviamone alcune strofe:

Infans locutus Insubrum
Ambrosio fert infulam:
cunctorum ora conclamant
Ambrosium episcopum.

Dopo aver compiuto studi letterari, nel 374 si trova a Milano in qualità di funzionario alle dipendenze dell’imperatore romano Valentiniano I. Da alcuni anni, per decreto di Diocleziano, essa costituiva la capitale insieme a Treviri.In un contesto sociale in cui il cristianesimo andava affermandosi (soprattutto dopo l’editto costantiniano del 313), era appena morto il vescovo Aussenzio -un ariano salito sulla cattedra dopo aver deposto, illecitamente, il suo beatissimo predecessore Dionigi- provocando scontri tra cattolici ed eretici. Mentre cercava di risolvere le controversie come laico super partes (sebbene di famiglia cattolica) un bambino -così racconta il biografo Paolino di Milano nella Vita Ambrosii- gridò “Ambrogio vescovo!” e tutta la folla lo ripeté a gran voce, provocando grande sbigottimento nel Santo che non era ancora stato neppure battezzato. Non volle però dire di no a Dio: il 30 novembre rinacque al sacro fonte, ricevette tutti i Sacramenti fino all’ordinazione episcopale occorsa il 7 dicembre, ascendendo alla cattedra che era stata di Sant’Anatalo. Iniziò così il suo glorioso episcopato.

Velat sacrata denique
doctum thiara verticem,
sacraque tectus casside
bellum minatur Ario.

Eletto vescovo per sedare gli scontri tra cattolici ed ariani, non esitò a combattere quest’eresia: fu per lui una vera e propria battaglia da combattere con la mitria in capo. Volle una liturgia fortemente cristocentrica, con diverse somiglianze ai riti orientali, predicò ardentemente e si rifiutò con protervia di concedere le sue chiese agli eterodossi.

Abunde sacras litteras
explanat atque edisserit,
divina pandens dogmata
mira nitet facundia.

Con straordinaria eloquenza, Ambrogio si dedicò alla spiegazione dei brani biblici, all’illustrazione della teologia morale e dogmatica, componendo numerosissime opere, i cui brani si trovano ancora oggi nella Liturgia milanese: tra i più celebri ricordiamo Exameron, Expositio in Lucam, De virginibus, De paenitentia. A ciò si aggiunge un ricchissimo corpus epistolare in latino di carattere esegetico e pastorale.

Fac nos amemus carminum
dulces modos persolvere,
ac mente voci consona,
te dirigente, psallere.

Gonfalone di Milano (civica raccolta
di stampe A. Bertarelli, Milano)

Sant’Ambrogio fu anche, come si diceva all’inizio, un grande  innografo: riteneva essenziale l’uso del canto liturgico, per i quali  compose alcuni versi di straordinaria poeticità; di tutto ciò che gli è  stato attribuito (per esempio, probabilmente in modo erroneo, il Te  Deum), filtrando grazie alle citazioni di Sant’Agostino e agli studi  del beato Luigi Biraghi (che fu viceprefetto della Biblioteca  Ambrosiana), è possibile citare il Deus creator omnium (per i  Vespri domenicali), lo Jam surgit hora tertia (per l’ora terza  festiva), l’Hic est dies verus Dei (per la Pasqua, dalla cui melodia avrà origine il più noto Veni Creator) e molti altri.

Cum Augustinum rhetorem
paterno corde recipit,
ad Christi fidem instruit,
creat baptismo filium.

Accade spesso, nella storia della Chiesa, che i Santi si incontrino, e questo è uno di quei casi. Nel 386, infatti, Agostino d’Ippona, allora brillante retore, si trovava a Milano, sperando di fare carriera nella corte imperiale. Desideroso di attingere qualcosa dalla sapienza di Ambrogio, iniziò a seguirne le prediche, cercando di capire come conciliare la filosofia platonica e neoplatonica di Plotino con il Vangelo. L’Ipponate capì, grazie al Santo, che la vera libertà poteva trovarsi solo nella verità, che non era un sistema di idee, ma un incontro di fede con Gesù Cristo. Dopo alcuni mesi, nel battistero ipogeo di San Giovanni ad fontes, il cui perimetro è disegnato sul sagrato del Duomo di Milano, Agostino ricevette il battesimo da quello che era diventato suo padre nella fede.

Paschalis mane sabbati
quo die iam praedixerat
recepto Christi corpore
ad regna intravit caelica.

Giungiamo alla fine: a Milano, il 4 aprile del 397, sabato santo, dopo aver ricevuto la Santa Eucarestia, Sant’Ambrogio spirò piamente. Per sua volontà il corpo fu portato nella Basilica Martyrum, in cui egli stesso, alcuni anni prima, aveva accolto le reliquie dei Santi Protaso e Gervaso. Più tardi, quello stesso edificio fu intitolato proprio a lui ed è l’attuale Basilica di Sant’Ambrogio. Ancora oggi, in quella cripta sotto l’altare maggiore, giace il corpo di questo glorioso vescovo, la cui anima è assisa nella gloria di Dio. Da lì, veglia continuamente la città di cui è patrono, invitandoci a ripetere quel motto che gli fu tanto caro: “Ubi fides, ibi libertas”.


domenica 6 dicembre 2020

Infra Octavam...

 
Vespro della Domenica fra l'Ottava della Presentazione della Madre di Dio al Tempio
Venezia, Chiesa di S. Zan Degolà, 22 novembre (5 dicembre) 2020

I paramenti del tempio sono azzurri, poiché si è nell'Ottava di una festa della Madre di Dio. L'ufficio è della domenica, con l'aggiunta dei tropari della Presentazione e di S. Alessandro Nevskij (23 nov./6 dic.).

Prima della riforma di Pio X, anche nel rito romano nelle domeniche infra le ottave si celebrava l'ufficio della domenica, ma con i paramenti del colore della festa. La riforma piana soppresse questo antico costume. Poi si passò direttamente abolizione delle ottave, già quelle locali e de facto quelle delle feste doppie di II classe sotto Pio X, ma più massicciamente sotto Pio XII; quindi con Giovanni XXIII alla soppressione delle commemorazioni dei santi occorrenti la domenica.

Ipotizzando un uso continuativo del calendario giuliano (per poter fare il confronto con l'uso russo di cui sopra), e considerando che a Venezia la festa della Presentazione di Maria al Tempio si è osservata con ottava fino al 1910, nel Rito Romano questa domenica 23 novembre avremmo l'ufficio della domenica (ultima dopo Pentecoste), in paramenti bianchi, con comm. di S. Clemente Papa e martire, dell'Ottava della Presentazione e di S. Felicita vergine e martire, e il Prefazio della Madonna. Nel rito riformato da Pio X sparirebbe l'Ottava, e se pure si mantenesse sparirebbero i paramenti bianchi e il prefazio della Madonna; nel rito di Giovanni XXIII scompare tutto, e resta solo la domenica in verde...

sabato 5 dicembre 2020

Il pensiero antiliturgico

 di Luca Farina

Una vera piaga che affligge la Chiesa è quella del pensiero antiliturgico. Ora, qualcuno potrebbe pensare che questo sia un problema secondario di fronte all'ateismo od alla corruzione dei costumi, ma cercheremo, invece, di spiegare perché questo sia un problema di primaria importanza.

Potrebbe essere -lo premetto- un problema dello scrivente nell'indagare le questioni riferendosi sempre al proprio ambito, ma ogni crisi che viene denunciata in altri campi ha sempre una controparte liturgica. 

Parlare di antiliturgia, quindi, significa individuare una corrente di pensiero (senz'altro eretica) che non riguarda la scelta di un paramento di una foggia piuttosto che di un'altra tipologia, ma che costituisce una distruzione sistematica dell'impianto liturgico. Alcune analisi sono già state condotte su questo sito.

Le radici di questo pensiero sono più antiche di quanto si pensi; la teologia che vi sta dietro è ben chiara: la liturgia è un peso, un fardello da cui sgravarsi continuamente, il prima possibile, per dedicare tempo ad altro.

Sfrondare la liturgia significa agire lungo l'asse temporale, sottraendo tempo, e lungo l'orizzonte pratico, se così possiamo dire, ovverosia l'eliminazione fisica di paramenti o gesti.

Partiamo con un aneddoto medievale narrato dallo scrittore inglese Edward Ingram Watkin in Neglected Saints: si racconta che Sant'Ugo di Lincoln (1135 circa-1200) si trovasse un giorno con Ugo Nonant, vescovo di Coventry. I due dovevano essere ricevuti a pranzo dal re d'Inghilterra (il nostro autore non cita chi sia, ma incrociando i dati biografici dei due antistiti e considerando le testimonianze dei loro rapporti, possiamo supporre con ragionevolezza che si parli di Riccardo I). Il vescovo di Coventry, per non far attendere il sovrano, iniziò a leggere l'introito Os justi, mentre l'episcopo di Lincoln iniziò a cantarne le note, ricordando che il primo dovere di un pastore non è quello di curare i rapporti sociali, ma di occuparsi del divinum officium.


Un altro affondo del pensiero antiliturgico è quello dato dai nuovi istituti di perfezione nati durante il XVI secolo. Ordini come quello dei gesuiti e dei teatini nascono senza obbligo di coro, gettando invece le basi, come spiega il professor Angelo Bianchi (ordinario di Storia Moderna presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), della devotio moderna: nel corso dei secoli vedremo le chiese dei gesuiti svuotarsi di sacri ministri e di cori a favore di statue del Sacro Cuore, talvolta molto sdolcinate.

Un altro attacco che, forse, non ci aspetteremmo, è quello dato da San Pio X nel suo pontificato. Non ci concentriamo sulla riforma del Breviario (già analizzata qui), ma sul fatto che esso viene ridotto, in termini di tempo (riduzione del peso liturgico) introducendo però due pratiche non liturgiche quotidiane: la visita al Santissimo Sacramento e la recita del Rosario (canone 125 del Codex Iuris Canonici piano-benedettino). Si tratta senza dubbio di ottime occupazioni, peccato che tutto ciò che non è liturgico debba essere subordinato alla preghiera ufficiale della Chiesa.

Arriviamo agli anni '50: qui i problemi affliggono sia la Settimana Santa che l'ordinarietà. Per quanto riguarda la Settimana Santa assistiamo alla distruzione di riti plurisecolari per opera di Monsignor Annibale Bugnini sotto, ahinoi, il pontificato di Pio XII. Non ci concentriamo tanto sul fatto che queste riforme pacelliane siano direttamente collegate a quelle postconciliari, ma sul fatto che già negli anni '50 (quindi, cari "tradizionalisti", siamo prima del Vaticano II!) si sfrondino senza pietà riti antichissimi, sconvolgendo le mentalità liturgiche antiche che stavano dietro alle celebrazioni; tra tutte, la funzione più squartata è forse la Messa dei Presantificati, privata addirittura di questo nome. Il motivo? Una liturgia così antica non corrispondeva agli orientamenti liturgici e pastorali del tempo, e quindi andava modificata.

A livello di ordinarietà, invece, si introducono già molte innovazioni: letture in volgare, altari ad populum, e si diffonde la pratica che il dottor Peter Kwasnieski chiama il “fourhymns sandwich”: definizione simpatica e azzeccata per una Messa letta (anche quando ci sarebbe disponibilità di ministri e coro) con mottetti, all’ingresso, all’offertorio, alla comunione e alla conclusione. Il canto dell’ordinario e del proprio vanno in soffitta per le solite “ragioni pastorali”: il tempo va impiegato in altro modo, non nella liturgia!

L’ultima ferita inferta dagli antiliturgisti è sicuramente quella delle riforme montiniane: con la scusa di riportare i riti alla “nobile semplicità”, e di “eliminare inutili ripetizioni”, si giunge ad una Messa ed ad un Ufficio (che non a caso prende il nome di Liturgia delle Ore: come si potrebbe chiamare officium ciò che non porta via nemmeno un’ora della giornata?) stringati, ridotti all’osso. Una liturgia semplice o scarna? Prendiamo, ad esempio, la riduzione pratica dei paramenti: in quale modo non indossare il manipolo, omettere l’amitto ed il cingolo renderebbero i Sacri Misteri più comprensibili?Ne quidemverbum.

In moltissime parrocchie contemporanee la situazione è liturgicamente deprimente: tutte le Messe sono sempre lette, non vi è mai il canto dell’ordinario (e ancor meno del proprio), e le ore liturgiche non sono celebrate. Lo stesso clero è spesso poco attento alla liturgia, omettendo appena possibile, più o meno lecitamente, parole, gesti e paramenti. I variegati tentavi di salvaguardia delle tradizioni liturgiche sono osteggiati come pericolosi ritorni al “passato preconciliare”.

Nondimeno, non si beino le parrocchie “tradizionali”: in molte realtà sedicenti tali non si brilla per custodia della Sacra Liturgia, anzi: ovviamente la condanna non va a quei gruppi appena formati o con poche risorse umane, ma a chi potrebbe, senza problemi, offrire ogni domenica una funzione cantata e il canto di Vespri e/o Lodi e, per pigrizia, non lo fa, offrendo una più easy and friendly Messa letta: dal fast food alla fast liturgy? Il fatto che poi questa celebrazione sia in latino e in rito antico (se poi si usa il Messale del ’62 non è poi così antico, tra parentesi) non toglie il principio per cui la liturgia viene messa in secondo piano, giungendo magari a quelle celebrazioni, rinvenibili su YouTube, di messe lette di un’ora dove però la metà è occupata dalla roboante predica contro i modernisti (addirittura con termini scurrili).

Giungiamo alla conclusione: abbiamo capito (almeno, spero) che la salvaguardia della liturgia da questi attacchi è un’opera necessaria alla Chiesa, per il culto reso alla gloria di Dio e per la santificazione del popolo cristiano. Ridurre la liturgia (che ha i suoi tempi, certamente non infiniti) a favore di altro è sempre un danno: che poi in questo tempo si facciano cose migliori (come recitare il Rosario) o peggiori (blaterare sciocchezze incomprensibili sulla pastorale) è in realtà la stessa cosa, lo stesso principio antiliturgico, sopprimendo o riducendo la voce incessante della sposa mistica di Cristo Signore.

Mi permetto di chiudere con degli inviti: custodire la liturgia significa studiarla, conoscerla (questo blog vuole esserne uno strumento), ma soprattutto viverla. Recitare, o meglio cantare, ogni giorno l'Ufficio, e, per chi ne ha possibilità, prodigarsi nell’organizzazione di celebrazioni, occuparsi di tutto (dai paramenti ai ceri, dal servizio al canto) con lo giusto sguardo: non quello di un falciatore che elimina tutto ciò che non comprende o non ritiene adatto, e nemmeno quello di un padrone, ma quello di un servitore, di un custode di un’eredità antica da custodire gelosamente.

giovedì 3 dicembre 2020

Il Vespro di Santa Barbara nella Basilica di Mantova

Et s’andò ad initiare vespro alle 21 come il primo et a tutti i salmi si cantò nell’organo, et si fece concerto a Invitatorio et al Magnificat. Con queste brevi ma significative parole un anonimo sacerdote del clero di Santa Barbara, maestosa cappella palatina dei Gonzaga a Mantova, annota come si celebrarono i Vespri per la festa di Santa Barbara nel 1572.

L'austera e maestosa facciata della Basilica Palatina di Santa Barbara

Nell'odierna festa della grande martire santa Barbara, le cui spoglie riposano nella chiesa di S. Martino nell'isola di Burano nella laguna veneta, proponiamo ai nostri lettori il testo del Vespro dell'ufficio proprio di S. Barbara che si cantava nella Basilica, nonché in molti altri luoghi dell'Europa medievale e che, con licenza del papa Gregorio XIII nel 1583, continuò a essere utilizzato anche dopo l'adozione dei libri liturgici tridentini in alcuni di questi, cadendo in disuso a partire dal XIX secolo. L'inno, in particolar modo, godé di grande fortuna, insieme ai suoi omologhi del Mattutino e delle Laudi, che insieme narrano la passione della santa partenomartire. 

Offriamo inoltre il collegamento alla playlist di Youtube da cui è possibile ascoltare questo Vespro in musica, opera del compositore mantovano Amante Franzoni (fl. 1610-1630), eseguita dall'ensemble di musica rinascimentale "Accademia degli Invaghiti". L'esecuzione, in cui le varie parti dell'ufficio sono intervallate da concerti di musica strumentale composti dal medesimo Franzoni, riflette la prassi rinascimentale della Basilica palatina, nonché in generale delle grandi cappelle musicali dell'epoca, nelle cui sacre esibizioni la musica strumentale aveva un ruolo preponderante, aspetto liturgicamente alquanto discutibile sotto molteplici aspetti, dall'opportunità di inserire concerti ed esibizioni in un ufficio liturgico alla presenza medesima in chiesa di strumenti per propria natura profani, ma che qui ci permettiamo di ascoltare con gusto e apprezzamento per quest'opera di filologia musicale, deponendo per un momento le questioni di corretta esegesi storico-liturgica. Per chi fosse maggiormente interessato agli aspetti storici e filologici della musica del Franzoni e all'ambiente musicale mantovano, per cui transitò in quegli anni pure Monteverdi prima di giungere a Venezia, (che infatti compose anch'egli un Vespro di S. Barbara), a questo link è possibile leggerne un'esaustiva presentazione ad opera di Francesco Moi, direttore dell'Accademia degli Invaghiti.


iv.  decembris

S. BARBARÆ 
virginis et martyris

Duplex      

AD VESPERAS

Antiphona 1


             Angelicam vitam éligens, beáta Bárbara suum corpus immaculátum Dómino consecrávit.     

Pss. de Comm. Fest. B. Mariæ Virg. (109, 112, 121, 126, 147).

2     In Dei orto sata nunc piórum frequéntiam suavíssimo odore conspérgit.

3     Patérni oblíta amóris repudiátis falsis diis, se ad Dei Veri cultum convértit.

4     In Sanctæ Trinitátis confessióne persevérans, plagis ómnibus Dei misericórdia liberátur.

5     Trinitátem veneráta, e córporis ergástulo discédens, ad cæléste regnum evolávit.

Capitulum.                               Eccl. 51

C

onfitebor tibi Domine Rex, et collaudabo te Deum salvatorem meum: confitebor nomini tuo: quoniam adjutor, et protector factus es mihi, et liberasti corpus meum a perditione.

Hymnus.


Exultent celebres virginis inclitæ
laudes
commemorans turbæ fidelium,
succinisque modis nomen et ardui    
palmam martyrii cantent alacriter.

In patris valida turre Dioscori        
tres mandat speculas Barbara confici;           
arrepta genitor cuspide ferrea natæ    
prosequitur terga trementia.

Vincitur, præmitur, verbere tristia fert
tormenta nigro carcere clauditur:      
constanter fidei mystica disserit          
damnatur capitis sancta juvencula.

Dextra cæsa patris per radiantia      
caeli stelliferi culmina permeat           
crudelisque pater sanguine filiæ         
pollutus rupido fulgure concidit.

Trino unique Deo sæcula per omnia
sit virtus et honor et pia gloria;
optatam famulis qui sine termino
vitam sidereis donat in atriis. Amen.

℣. Ora pro nobis, beáta Bárbara. etc.

Ad Magn. Ant. Hódie beáta Bárbara virgo gloriósa, patris sui mónitis ac mundi vanitátibus spretis, pro Christi amóre corruptíbili vita se ábdicans, ad incorruptíbilem perpétuo cum Christo regnatúra conscéndit, allelúja.


Oratio.
Deus, cujus delectionem beata Barbara omni terreno amori anteposuit, præsta qusæumus, ut cujus martyrii triumphum hodierna die recolimur, ejus patrocinio ad cælestia regna pervenire possimus. Per Dominum.

lunedì 23 novembre 2020

Il vergognoso attacco dei media italiani alla Chiesa Serba

 Non è consuetudine di questo sito occuparsi di attualità e, più in generale, di quanto esula dal tema della liturgia. Avremmo avuto molte cose da dire sull'epidemia che da quasi un anno attira l'attenzione di tutta l'opinione pubblica, anche sui suoi risvolti teologici ed ecclesiologici, dalle parole profetiche del metropolita Agostino Kantiotis di beata memoria al canone 62 del Concilio di Trullo che vieta di portare maschere in chiesa. Non lo si è fatto perché non si sono ritenute queste cose competenti alla nostra testata; ora tuttavia l'ascesa al pubblico dibattito, ma si potrebbe dire al pubblico e calunnioso ludibrio, di un fatto riguardante prettamente la Chiesa, merita di essere commentato.

Non sono uso leggere i giornali italiani né tantomeno ascoltare i telegiornali, e ho pertanto appreso solo da un messaggio di un sacerdote italiano del Patriarcato di Mosca che il telegiornale del primo canale qualche giorno fa aveva trasmesso un raffazzonato e impreciso servizio in occasione della dipartita del Patriarca di Serbia Ireneo. Cercando online, ho potuto confrontare una serie di articoli delle testate "giornalistiche" italiane, che anziché comunicare asetticamente un necrologio dello scomparso protogerarca (non si chiede loro un encomio, che riservano a personaggi di levatura ben più dubbia, ma sicuramente non al gerarca di una chiesa cristiana) una serie di accuse ingiustificate, che si possono ben configurare non solo come un attacco alla Chiesa Serba, ma a tutta la Chiesa Ortodossa.

I funerali del metropolita Amfilochio

L'articolo più "esaustivo" è quello pubblicato sul Corriere della Sera online, quasi riassumendo tutte le infamie raccolte da altre testate. Si parte dalla denigrazione di quel grande e coraggioso uomo di Dio che è stato il metropolita Amfilochio del Montenegro, addormentatosi in Cristo all'inizio di questo mese, etichettato come "negazionista" (parola desemantizzata molto di moda di questi tempi) per aver affermato, secondo quello che da sempre insegna la Chiesa, che "In attesa del vaccino abbiamo i pellegrinaggi, il Vaccino di Dio". Si noti che Sua Eminenza non ha parlato contro i vaccini, e nemmeno contro questo specifico vaccino: si è limitato a ribadire l'ovvio, cioè che l'arma più efficace che i Cristiani hanno contro qualsiasi sciagura è la preghiera e la supplica della misericordia divina; tuttavia, pare che appellarsi a qualcosa che differisca dalle indicazioni dogmatiche della suprema religione mondiale de LaScienza™ sia sufficiente ad attirarsi il discredito dei mezzi di propaganda e l'infamante epiteto di "negazionista". Bisognerebbe invece ringraziare Iddio che in qualche parte del mondo i Cristiani non hanno deciso di posporre l'acqua santa al gel sanitizzante. Qualche giorno fa, aspettando l'inizio del Vespro dei Santi Arcangeli (8/21 novembre), una signora russa mi manifestò il suo sconcerto nell'aver appreso che per la festa della Madonna della Salute (21 novembre), nella quale si rinnova annualmente il voto grazie al quale Venezia fu scampata dalla peste del 1630, non si sarebbero tenute pubbliche funzioni né si sarebbe realizzato il tradizionale ponte votivo. "Come sperano di allontanare la malattia se non credono più in Dio?" mi diceva. Ora, non si sa se la sospensione delle celebrazioni sia stata dovuta alle pressanti richieste di un pedante violoncellista veneziano (come questo farebbe credere in una delle sue ennesime lettere di protesta), ma certamente la "concertazione" tra Comune e Patriarcato vantata dai comunicati non può che dar ragione ai timori della pia donna russa: per il clero e i laici, ciò che salvò Venezia dalla peste non potrà salvarla da un'influenza aggressiva, anzi al contrario è da vietarsi.

Tornando alla materia del nostro intervento, i media, non prima di aver strumentalmente ricordato che il metropolita sarebbe stato pure colpevole di essere il confessore del controverso agente Ražnatović, passano a caratterizzare i funerali del metropolita Amfilochio come un "maxi-focolaio", in cui i fedeli "senza mascherina" e "baciando la salma". So bene che per un mondo cattolico che non crede che la grazia protegga la Divina Comunione dal contagio ed esorta a distribuirla con degl'indegni guanti di plastica sia molto difficile comprendere che la tradizione dei Padri insegna che la grazia protegge e si trasmette anche baciando le icone, le reliquie e i corpi che di questa grazia si sono fatti ricettacoli. Tuttavia, anche mettendo da parte una questione teologica che recentemente il clero greco e russo ha particolarmente insistito nel ribadire, laddove non solo i vescovi "modernisti" ma finanche i commentatori "tradizionalisti" cattolici razionalisticamente la negavano, lo stesso articolo denigratorio ci offre dei dati interessanti per confutare l'accusa. Il Montenegro risulta essere sin dalla scorsa primavera "una polveriera di contagi", con un tasso altissimo di contagi per popolazione. Sul presunto focolaio, che secondo il Corriere potrebbe contare "migliaia di persone", non ci sono dati certi ma solo supposizioni e illazioni: lo stesso Patriarca Ireneo e il nuovo amministratore della diocesi montenegrina il vescovo Ioannichio, che sono poi risultati positivi, potrebbero essersi contagiati in molteplici altre occasioni, se la circolazione del virus è tale.


Un bel video "in memoriam" del Patriarca Ireneo

L'articolo non riserva particolari parole per la scomparsa del Patriarca Ireneo, nemmeno per menzionare i dati provenienti dall'ospedale militare in cui egli era ricoverato, riportati dal sito patriarcale, che affermano come le condizioni al momento del ricovero fossero decisamente buone per l'età molto avanzata del protogerarca che aveva compiuto 90 anni a fine agosto, e che la morte sia avvenuta per insorte complicazioni cardiovascolari. Si limita a dire, non pago, che le sue "sfarzose" esequie, tenutesi nella meravigliosa cattedrale di San Saba recentemente completata a Belgrado e ospitante il più grande mosaico del mondo, sarebbero state un'altra occasione di contagio. Ma a essere particolarmente tragica è la conclusione: "In Montenegro le celebrazioni ortodosse, in cui tra l’altro i fedeli bevono vino consacrato da un cucchiaio comune, vanno avanti indisturbate e seguono la linea «negazionista» della Chiesa ortodossa serba, nonostante l’arresto — che si intendeva esemplare — degli otto vescovi a maggio".

Non è solo la denigrazione della Divina Comunione (passi ritenerla veicolo di contagio, visto che come detto lo pensano ormai quasi tutti i cattolici, ma si riconoscerà che le parole con cui è descritta sono a dir poco offensive), né la reiterata accusa di "negazionismo" a una Chiesa che cerca soltanto di compiere il suo dovere celebrando i divini uffici e supplicando la misericordia divina, in uno Stato che ha attuato delle forti politiche anticristiane, a partire dal sequestro di molte proprietà ecclesiastiche, contro le quali il metropolita Amfilochio aveva indefessamente lottato. Ciò che più stupisce è la giustificazione, se non l'incoraggiamento, ad atti criminali come l'arresto di vescovi, "rei" di aver celebrato i Divini Misteri rifiutando i divieti posti in violazione della libertà di culto e delle necessità spirituali del popolo. In Italia ci fu, e giustamente, una certa indignazione quando le forze dell'ordine irruppero nella chiesa ove un parroco stava adempiendo al suo ufficio e celebrando un funerale alla presenza di tredici persone; grande indignazione vi fu in Grecia, quando il metropolita Serafino di
Cerigo fu portato in questura (e poi rilasciato) per aver celebrato le funzioni della Domenica delle Palme a porte aperte e in presenza dei fedeli. Nei paesi tuttavia dove le forze anticristiane al governo possono agire con più sfacciataggine, si è giunti a conseguenze ben più gravi e ignobili, che è indegno veder difese e anzi lodate dalla stampa nostrana.

Restando vicini alla Chiesa Serba per questo vergognoso attacco, al Patriarca Ireneo, al metropolita Amfilochio, al vescovo Teofane di Kazan (Russia) e al vescovo Barnaba di Salamina (Cipro), recentemente scomparsi: Æterna memoria! Αἰωνία ἡ μνήμη! Bѣ́чнаѧ па́мѧть!

P.S. Apprendiamo che il 91enne Arcivescovo di Tirana, Anastasio, anch'egli ricoverato e positivo al coronavirus, è stato oggi dimesso dall'ospedale. Deo gratias.

venerdì 20 novembre 2020

In festo Praesentationis B. Mariae Virg.

Σήμερον τὰ στίφη τῶν Πιστῶν συνελθόντα, πνευματικῶς πανηγυρίσωμεν, καὶ τὴν θεόπαιδα Παρθένον καὶ Θεοτόκον, ἐν Ναῷ Κυρίου προσαγομένην, εὐσεβῶς ἀνευφημήσωμεν·τὴν προεκλεχθεῖσαν ἐκ πασῶν τῶν γενεῶν, εἰς κατοικητήριον τοῦ Παντάνακτος Χριστοῦ, καὶ Θεοῦ τῶν ὅλων, Παρθένοι, λαμπαδηφοροῦσαι προπορεύεσθε, τῆς Ἀειπαρθένου τιμῶσαι, τὴν σεβάσμιον πρόοδον, Μητέρες, λύπην 
πᾶσαν ἀποθέμεναι, χαρμονικῶς συνακολουθήσατε, ὑμνοῦσαι τὴν Μητέρα  τοῦ Θεοῦ γενομένην, καὶ τῆς χαρᾶς τοῦ κόσμου τὴν πρόξενον. Ἅπαντες οὖν χαρμονικῶς, τὸ χαῖρε σὺν τῷ Ἀγγέλῳ ἐκβοήσωμεν, τῇ Κεχαριτωμένῃ, τῇ ἀεὶ πρεσβευούσῃ, ὑπὲρ τῶν ψυχῶν ἡμῶν.

Oggi noi, moltitudini di fedeli qui convenuti, celebriamo spiritualmente una solennità, e piamente acclamiamo la Vergine, figlia di Dio e Deipara, che viene condotta al tempio del Signore, la prescelta da tutte le generazioni,  per essere dimora di Cristo, Re e Dio di tutte le cose. O vergini, fate strada recando lampade, per onorare l’augusto incedere della sempre Vergine. O madri, deposta ogni tristezza, seguitela piene di gaudio, per celebrare colei che è divenuta Deipara, causa della gioia del mondo. Tutti dunque, insieme con l’angelo, con gioia gridiamo Salve alla piena di grazia, a colei che sempre intercede per le anime nostre.
(Doxastikon del Vespro, di Sergio Aghiopolita)


Come ogni anno, nella Festa della Presentazione della Beata Vergine Maria al tempio, la città di Venezia rinnova il suo voto solenne alla Madonna della Salute, per la cui benigna intercessione la città lagunare fu salvata dalla terribile epidemia di peste bubbonica del 1630-31.

L'icona della Μεσοπαντιτίσσα (o Μεσοϋπαπαντίσσα), la "Mediatrice di Pace",
giunta da Candia nel 1670 e venerata nella Basilica di S. Maria della Salute a Venezia.
Nel tondo si trova la scritta Unde origo, inde salus (Venezia "nacque" il 25 marzo, festa dell'Annunciazione, quindi ebbe la sua origine dalla Madonna, e in Ella avrà anche la sua salvezza).

Oratio.

Oremus. Deus, qui sanctam Dei Genitricem templum Spiritus Sancti post triennium in templo Domini praesentari voluisti: praesta quaesumus: ut qui ejus praesentationis festa veneramur: ipsi templum in quo habitare digneris efficiamur. Per eundem... in unitate ejusdem.
Oremus. Deus, cujus misericórdiae non est númerus, et bonitátis infinítus est thesáurus: piíssimae majestáti tuae pro collátis donis grátias ágimus, tuam semper cleméntiam exorántes; ut, qui peténtibus postuláta concédis, eósdem non déserens, ad praémia futúra dispónas. Per Dominum nostrum.

Preghiamo. O Dio, che volesti che la santa Genitrice di Dio, tempio dello Spirito Santo, fosse presentata nel tempio del Signore compiuti i tre anni: concedi, te ne preghiamo, che celebrando la festa della sua presentazione, siamo noi stessi resi un tempio in cui tu ti degni di abitare. Per il medesimo ... nell'unità del medesimo.
Preghiamo. O Dio, la cui misericordia è sconfinata ed infinito è il tesoro della cui bontà, ringraziamo la tua piissima maestà per i doni concessi, supplicando sempre la tua clemenza; affinché tu, che concedi ai postulanti quanto chiedono, non abbandonandoli li prepari ai premi futuri. Per il Signore nostro.

lunedì 9 novembre 2020

Note storiche circa il digiuno dell'Avvento

Nella tradizione orientale, l'Avvento, detto più comunemente Quaresima o Digiuno di Natale (Νηστεία Χριστουγέννων) non è un tempo liturgico vero e proprio. Solo le ultime due domeniche prima della Natività, rispettivamente la Domenica dei Progenitori e la Domenica pre-natalizia o "di tutti i giusti", hanno un tema direttamente collegato alla sopravveniente solennità; le domeniche precedenti completano il ciclo delle letture dal Vangelo di S. Luca che hanno caratterizzato l'ultima parte del tempo dopo la Pentecoste, solo aggiungendo al Piccolo Ingresso il kontàkion proeòrtion della Natività a partire dal 26 novembre (ossia da dopo l'apodosi della Presentazione della Deipara al Tempio, che come altre ottave "minori" della Madre di Dio dura solo quattro giorni). L'unica variazione liturgica che dovrebbe accompagnare questo tempo, poiché legata al digiuno, è la celebrazione della Grande Compieta, che tuttavia è decaduta dalla prassi, salvoché alla vigilia di Natale.

Nondimeno, un periodo di quaranta giorni precedenti la festa, stabilito come esatto parallelo temporale della Quaresima maggiore di Pasqua, è consacrato al digiuno preparatorio per accogliere la natività secondo la carne del Salvatore. Tale digiuno pare originato attorno al V-VI secolo, sebbene le prime testimonianze scritte si trovino soltanto negli scritti di S. Anastasio il Sinaita nel secolo successivo. Ancora Teodoro Balsamone, patriarca di Alessandria nel XII secolo, si riferisce a tale digiuno come "ἐπταήμερον", cioè "di sette giorni", ma è probabile si riferisca soltanto alla fase più intensa del digiuno, quella che inizia il 18 dicembre e fino al 24 richiede un regime pienamente quaresimale. Più leggera è la preparazione che va dal 15 novembre al 17 dicembre, durante la quale è permesso il pesce, tranne che il lunedì, il mercoledì e il venerdì (alla festa della Presentazione è sempre permesso). Questa regola, tuttavia, è contestata da taluni come una forma posteriore di alleggerimento del digiuno, volendo una supposta regola originaria solo la licenza d'olio tutti i giorni tranne che nei tre predetti, e il pesce solo nel σαββατοκυρίακον, un regime dunque pressoché quaresimale. In assenza di una legge definita, e venendo questi digiuni tramandati per via consuetudinaria e spesso in versioni differenti, non siamo in grado di stabilire quale di queste posizioni sia quella storicamente provata.

Il digiuno, ad ogni modo, inizia il 15 novembre, festa di S. Filippo Apostolo nel calendario greco, ed è per questo popolarmente detto "Quaresima di S. Filippo".

La Natività di Cristo
(Ὡρολόγιον Μέγα διορθωθὲν παρὰ Γεωργίου Κωνσταντίνου, Venetia, Theodosiou, 1764)

In Occidente abbiamo testimonianze del digiuno avventizio a partire dalla stessa epoca e della stessa durata. S. Gregorio di Tours, che scrive alla fine del VI secolo, riferisce che il vescovo della sua stessa sede S. Perpetuo, vissuto circa un secolo prima, prescriveva il digiuno, ovvero l'astinenza dai prodotti di origine animale e il consumo di un solo pasto, il lunedì, il mercoledì e il venerdì di ogni settimana a partire dalla gran festa di S. Martino (11 novembre). Tale regola è confermata dal can. 9 del Concilio di Mâcon, che aggiunge la prescrizione di celebrare il Divin Sacrificio ritu quadragesimali nello stesso periodo. I Capitolari carolini, le Institutiones di Rabano Mauro, i diplomi del re longobardo Astolfo e molte altre fonti confermano che nell'VIII secolo la prassi era universalmente diffusa in Occidente, con minime variazioni sulla data d'inizio, che sovente era fatta coincidere con una grande festa locale che cadesse intorno a quei giorni di novembre.

La nascita di tale digiuno è, si noti, completamente indipendente dall'istituzione dell'Avvento come tempo liturgico, cioè come complesso di ufficiature proprie, che, a Roma, è istituito secondo la tradizione per volontà di S. Gregorio, dalla durata di quattro o cinque settimane. La non originarietà di questo tempo si può intuire dall'apparente continuità del ciclo di lezioni evangeliche tra la fine del tempo dopo la Pentecoste e l'inizio dell'Avvento. Se altre comunità locali, come la Chiesa Ambrosiana, mutuarono il concetto di "tempo d'Avvento" applicandolo alla durata del digiuno, e dunque facendo iniziare digiuno e tempo liturgico dalla domenica successiva alla festa di S. Martino, il contrario avvenne nella Chiesa Romana, dove la lettera di Papa Niccolò I al Khan Boris dei Bulgari (867) attesta un digiuno di sole quattro settimane. Questo rilassamento non pare tuttavia generalizzarsi, sendoché nell'XI secolo due insigni testimoni ci attestano la prosecuzione dell'uso antico, uno letterario, e cioè gli scritti di Pier Damiani, e uno documentario, ossia il Kalendarium Venetum XI saeculi, che fissa l'initium Quadragesimae al 6 novembre, giorno in cui la Chiesa Veneta faceva memoria del grande martire tessalonicese S. Demetrio. A un rilassamento più grave tuttavia va incontro questa prassi ascetica nei secoli del basso Medioevo occidentale, dove i concili tedeschi del XII secolo (particolarmente Selingstadt nel 1122) sembrano suggerire che il digiuno fosse diventato obbligatorio soltanto per i chierici; e, se una diffusione generale del digiuno in Italia e Francia è attestata nel secolo seguente da Papa Innocenzo III e dal Rationale divinorum officiorum di Guglielmo Durando, nel XIV secolo la restrizione dell'obbligo digiunale ai soli chierici della corte papale, senza vincolo alcuno per gli altri chierici e i laici, è sancita definitivamente da una bolla di Urbano V datata 1362.

In conclusione, essendo la Veneta Chiesa già entrata nel suo digiuno da pochi giorni, e apprestandosi a farlo anche le altre chiese d'Occidente e d'Oriente che seguono la tradizione ascetica antica e ne rigettano l'oblio bassomedievale, non ci resta che augurare a tutti copiosi frutti d'ascesi e penitenza in vista della gran festa della Natività del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo secondo la carne.


Bibliografia:
S. KOUTSA, Ἡ νηστεία τῆς Ἐκκλησίας, Athina, Apostolikì Diakonia, 2007, pp. 88-92
P. GUERANGER, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 21-26
S. BORGIA, Kalendarium Venetum saeculi XI ex cod. ms. membranaceo Bibliothecae S. Salvatoris Bononiae, in Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta, II, Romae, apud Gregorium Settarium, 1773, p. 465. 

lunedì 2 novembre 2020

L'assoluzione al tumulo secondo l'uso del Patriarcato delle Venezie

Nell'odierna commemorazione dei fedeli defunti, mettiamo a disposizione dei nostri lettori il testo dell'assoluzione al tumulo secondo l'uso del Patriarcato di Venezia. Tale rituale, sviluppatosi in autonomia nella città lagunare (la chiesa madre di Aquileia utilizzava infatti un rituale a sua volta diverso), restò in uso fino a tutto il secolo XIX almeno, comparendo in appendice ai Breviari stampati nella città lagunare, e venendo il suo uso, in luogo dell'assoluzione "romana" con il Libera me, attestato in quel secolo medesimo dal padre Giovanni Diglich (Rito veneto antico detto patriarchino, Venezia, Rizzi, 1823, p. 26). Il testo, con le rubriche "integrate" rispetto alla loro scarna forma cinquecentesca utilizzando per modello quelle dell'ultima edizione del Messale Romano (1920), e la notazione del responsorio sono tratti dall'edizione Ravani, impressa a Venezia nel 1554, del Sacerdotale juxta S. Romanae Ecclesiae et aliarum ecclesiarum <ritum> di Alberto Castellano, e si riferiscono al rito di assoluzione da compiersi nel settimo, trigesimo e anniversario dei defunti; il rito funebre praesente cadavere presenta dei testi ancora diversi, sempre riportati dal Castellano.

Durante la messa solenne da morto seguita dall'assoluzione al tumulo, dopo aver cantato il Postcommunio, nell'uso veneziano il celebrante si voltava verso il tumulo e pronunciava la seguente orazione:

Adesto, quaesumus, Domine, supplicationibus nostris; et pias aures tuas ad preces nostras inclinare digneris: ut nos de throno majestatis tuae clementer exaudias, et orationem famulatus nostri dignanter admittas. Te invocamus, Domine sancte, Pater omnipotens, aeterne Deus, pro anima famuli tui N. quem (hodierna die) de hac luce vocare dignatus es; ut jubeas ei praeparari paradisi tui loca virentia; non exurat eum flamma ignis crudelis gehennae, quia propterea Dominus noster Jesus Christus Filius tuus in ligno Crucis, sub Pontio Pilato, pati dignatus est: ut animas, quae per Adae transgressionem perierant, sua sancta Resurrectione, ab inferis claustris liberaret. Confundantur ergo gehennae janitores, et ministri nequitiae erubescant. Deducant eam Angelicae Potestates in sinu Patriarcharum Abrahae, Isaac et Jacob patrum nostrorum, consequatur a tua potentia paratam electis jucunditatem, et a dextris hereditate adepta laetetur: ut cum dies illa tremendae agnitionis tuae advenerit, una cum sanctis et electis tuis, qui tibi placuerunt, resurgere mereatur ad indulgentiam, non ad poenam. Et animam illam, quam fontis unda perfudit et chrisma salutis inunxit, non sinas flammarum ardoribus cruciari, nec peccatorum vinculis alligari, sed liberam redde Paradiso tuo; per indulgentiam pietatis tuae, quia tuam clementiam, dum in hoc saeculo constitit, non negavit. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
V. Requiem aeternam dona eis, Domine.
R. Et lux perpetua luceat eis.
V. Requiescant in pace.
R. Amen.
V. Animae omnium fidelium defunctorum, per misericordiam Dei, requiescant in pace. Amen.

Quindi proseguiva con la lettura del Vangelo di S. Giovanni, e poi all'assoluzione (da Missae in agenda defunctorum, Venetiis, Balleoni, 1704).

N.B.: Le scansioni delle pagine seguenti sono protette da copyright; costituiscono inoltre una edizione operativa e provvisoria per l'uso nelle chiese, e non un'edizione critica né del testo né della musica.