venerdì 10 luglio 2020

Καὶ ἐκεῖ ποῦ 'ναι ἡ Ἁγία Σοφία, μὲς τοὺς λόφους τοὺς ἐπτά


 Nell’indifferenza generale dell’Occidente, da diverse settimane circolava la notizia, diventata ufficiale questo pomeriggio, che Santa Sofia sarebbe ritornata ufficialmente una moschea. La decisione del governo rientra in un programma di re-islamizzazione della Turchia, in direzione opposta alla svolta laicista operata dal generale Atatürk tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso: proprio Atatürk nel 1935 aveva fatto chiudere il tempio al culto islamico, anche se è da dire che di fatto dai turchi musulmani è sempre stata considerata moschea e trattata come tale anche negli ultimi decenni: già dal 2013, comunque, i muezzin cantano l’invito alla preghiera islamica dai minareti della Grande Chiesa.

Inutili sono stati i tentativi di mediazione e le proteste del Patriarca Ecumenico, del Patriarca di Tutte le Russie Kirill e delle autorità civili russe. C’è da dire che pure la situazione precedente, ovvero quella del museo, costituiva una prevaricazione del sacro edificio, che fu costruito con lo scopo preciso e unico di ospitare il culto cristiano. Sorgeva del resto a Costantinopoli, la prima città al mondo in cui furono costruite alla sua fondazione solo chiese cristiane (eccetto un piccolo tempio della Fortuna, comunque chiuso nel giro di pochi decenni), progettata da un imperatore cristiano per essere la capitale dell’Impero Cristiano. Santa Sofia, la chiesa della Divina Sapienza, ha rappresentato per secoli il centro del Cristianesimo bizantino: le sue centinaia di chierici, il suo complesso cerimoniale, le liturgie patriarcali alla presenza ieratica dell’Imperatore, erano il simbolo del binomio perfetto che per secoli ha retto l’Impero Romano. Spogliata di gran parte delle sue ricchezze dalla barbarie dei Franchi nel 1204, continuò a rappresentare il cuore della Città fino alla sua caduta, quel triste martedì 29 maggio del 1453.


Un racconto tradizionale greco narra che quando i soldati ottomani fecero irruzione nel santo tempio, si stava celebrando la Divina Liturgia. La cosa è alquanto plausibile, dacché l’imperatore aveva dato ordine che continue liturgie fossero offerte durante l’assedio (un modo di affrontare le tragedie molto diverso, sicuramente più cristiano, rispetto a quello oggi dimostrato persino da certi ecclesiastici occidentali…). Durante la proscomidia, quando irruppero i nemici, il sacro calice fu portato al cielo da ali d’angelo: allo stupore dell’arciprete, dal cielo fu risposto che in questo modo la Divina Comunione è stata protetta dall’impeto degl’infedeli; fu inoltre promesso che questo santo calice ritornerà quando nuovamente le sante preghiere saranno udite in quel tempio, nella Grande Chiesa. Questo calice sarebbe, secondo alcune tradizioni, il Santo Graal (esistono altre versioni minoritarie, per esempio che l’arciprete sarebbe fuggito col calice e poi affondato in mare per consacrare per sempre a Cristo il Bosforo). Ma quel che conta è la grande promessa: prima o poi, Santa Sofia tornerà a essere un tempio cristiano. Questa è l’unica cosa che il Cristiano deve sperare e attendere.

Se infatti il falso culto dei maomettani profana una chiesa, non meno essa è profanata da impieghi “laici”, cioè per tutto ciò che non sia il culto della Divina Maestà. Qualche anno fa a Venezia ci fu una grandissima protesta per la trasformazione temporanea (in occasione di una biennale d’arte) della chiesa dell’abbazia della Misericordia a Cannaregio in una moschea; protesta giustissima, accompagnata da numerose funzioni di riparazione che ottenne la revoca della concessione del luogo agli islamici (che a quanto pare non erano mai stati autorizzati a trasformarlo in luogo di culto maomettano). Oggi quella medesima chiesa, comprata da una società di eventi, è impiegata per dei festini alla moda, con gli altari utilizzati come banconi per le bibite se non peggio; eppure nessuno si lamenta. Molti, purtroppo, hanno scambiato tutto ciò per una battaglia di civiltà, una battaglia culturale, in cui il problema della trasformazione della chiesa in moschea è uno schiaffo culturale all’Occidente, piuttosto che alla religione Cristiana: per questo la trasformazione in tempio del divertimento, della cultura laica profanatoria e dissacrante, non disturba queste persone. Allo stesso modo, non si può lamentare la riconversione di Santa Sofia in moschea senza deplorarne anche l’uso laico.

Non siamo qui per difendere una civiltà o una cultura: siamo chiamati a difendere la fede in Cristo dei Cristiani pii e ortodossi. Ed è per questo che si deve continuare a sperare e a pregare che Dio si degni di stornare da noi la sua ira, e riconsegni Santa Sofia e Costantinopoli nelle mani dei Cristiani.

Una canzone greca che rammenta la tradizione della scomparsa del santo Calice

Le parole del titolo dell'articolo ("E là dov'è Santa Sofia, sui suoi sette colli...") sono i primi versi della 113a strofa dell'Inno alla Libertà di Dionysios Solomos: in questa e nella successiva si descrive come la maledizione di Dio (ἡ κατάρα τοῦ Θεοῦ) spazzi via da Santa Sofia i corpi senz'anima dei turchi (ὅλα τ' ἄψυχα κορμιά), perché da lì li raduni il fratello della Luna (il diavolo).

domenica 5 luglio 2020

La Laus Angelorum Magna

di Luca Farina

Un testo liturgico dimenticato è quello della Laus Angelorum Magna, una sorta di espansione della collazione di versetti che va sotto il nome di Gloria in excelsis. Anticamente si trovava nel Breviario Ambrosiano, da cui riportiamo il testo, evidenziando per praticità le parti che differiscono dal testo della Messa che conosciamo: “Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Laudamus te, hymnum dicimus tibi. Benedicimus te. Glorificamus te: adoramus te. Gratias tibi agimus propter magnam gloriam tuam, Domine Deus, rex caelestis, Deus Pater omnipotens, Jesu Christe, sancte Spiritus. Domine Deus, Filius Patris: Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, suscipe deprecationem nostram. Qui sedes ad dexteram Patris, miserere nobis: miserere nobis, subveni nobis, dirige nos, conserva nos, munda nos, pacifica nos. Libera nos ab inimicis, a tentationibus, ab haereticis, ab arrianis, a schismaticis, a barbaris: quia tu solus sanctus, tu solus Dominus, tu solus Altissimus, Jesu Christe, in gloria Dei Patris cum sancto Spiritu in saecula saeculorum. Amen.”

Fino al 1582, quando San Carlo Borromeo lo espunse dal Breviario Ambrosiano, era cantato alla fine dell’Ufficio Mattutino dopo il Psalmus in directum (salmo senza antifona che segue i salmi laudativi nell’uso ambrosiano) per poi essere seguito dall’inno Splendor Paternae Gloriae. Il Mattutino si concludeva con il canto dei 12 Kyrie e una processione.

Il testo della Laus ha una storia filologicamente interessante: il testimone più antico che la tramanda è nell’Antifonario di Bangor, manoscritto irlandese in latino databile tra il 680 ed il 690. Il nome deriva dall’omonima abbazia situata nell’Irlanda del Nord, dove fu allestito: in seguito arrivò all’abbazia di San Colombano di Bobbio (fondata dal Santo che si formò proprio a Bangor). Nel 1609, con l’acquisto da parte del cardinale Federigo Borromeo, arrivò alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, dove si trova tutt’ora. Fu pubblicato per la prima volta da Ludovico Antonio Muratori nel 1695. Gli studi sul manoscritto furono approfonditi massimamente dal professor Ezio Franceschini, ordinario di Letteratura Latina Medievale presso l’Università Cattolica di Milano, di cui poi divenne rettore.

E’ curioso notare che la Laus sia prevista, secondo le rubriche del manoscritto, ad vesperum et matutinam. Questo aumenta le analogie con la Dossologia del rito greco, che viene cantata al termine dell’Orthros, dopo i salmi laudativi, e poi nuovamente subito dopo i salmi dell’Apodeipnon (Compieta). Essa esiste in due redazioni, una Grande (Megali) e una Piccola (Mikra), con variazioni nei versetti salmici che seguono la dossologia vera e propria: la prima si canta al Mattutino delle domeniche e feste, la seconda ai Mattutini di grado liturgico minore e sempre a Compieta.

A causa della sua presenza, per tutta l’età medievale, nella liturgia milanese, la Laus Angelorum Magna è considerata tipicamente ambrosiana, tant’è che il maestro Giovanni Vianini la definisce “il più antico canto ambrosiano”, da cui, secondo i musicologici, deriva la melodia del cosiddetto Gloria more ambrosiano.
La Laus fu reintrodotta dopo la riforma liturgica postconciliare per l’Ufficio delle Letture dei giorni non festivi, cioè nella posizione in cui nei giorni festivi si canta il Te Deum. Questa collocazione è ampiamente imprecisa: il Te Deum giunse a Milano solo a metà del XV secolo, e fu posto, conformemente all’uso romano, tra Mattutino e Laudi; la Laus Angelorum era invece alla fine delle Laudi, esattamente come il suo corrispettivo greco. Il testo fu peraltro epurato da quegli elementi “politicamente scorretti” (difesa dagli eretici, scismatici, ariani e barbari) e fu integrato con quella che il liturgista don Norberto Valli chiama “sticologia salmica”, similmente al Te Deum e alle Dossologie greche. Di seguito il testo, con le indicazioni delle “aggiunte”:

Gloria in excelsis Deo, * et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Laudamus te, hymnum dicimus tibi, * benedicimus te, adoramus te, glorificamus te. Gratias tibi agimus propter magnam gloriam tuam, * Domine Deus, rex caelestis. Deus Pater omnipotens, * Iesu Christe et sancte Spiritus. Domine Deus, * Filius Patris Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, * suscipe deprecationem nostram; qui sedes ad dexteram Patris, * miserere nobis. Miserere nobis, subveni nobis, dirige nos: * conserva nos, munda nos, pacifica nos. Libera nos ab inimicis, * a tentationibus. [espunte politically correct, ndr] Quia tu solus sanctus, * tu solus Dominus, tu solus Altissimus,Jesu Christe, * in gloria Dei Patris cum sancto Spiritu. Per singulos dies benedicimus te, * et laudamus nomen tuum in æternum, et in sæculum sæculi. [Ps 144:2] Dignare, Domine, die isto, * sine peccato nos custodire. [ex Te Deum] Benedictus es, Domine, * doce me iustitias tuas. [Ps 118:12] Vide humilitatem meam et laborem meum * et dimitte omnia peccata mea. [Ps 24:18] Eructabunt labia mea hymnum, * hymnum Deo nostro. [Ps 118:171a; cf. 39:4] Vivet anima mea et laudabit te, * et iudicia tua adiuvabunt me. [Ps 118:175] Erravi sicut ovis, quae perierat: * require servum tuum, quia mandata tua non sum oblitus. [Ps 118:176] Cito anticipent nos misericordia tua, Domine,+ quia pauperes facti sumus nimis, * adiuva nos, Deus salutaris noster. [Ps 78:8b-9a] Benedictus es, Domine, Deus patrum nostrorum, * et laudabilis et gloriosus in sæcula sæculorum. Amen. [Dan 3:52a]”


domenica 28 giugno 2020

Alcune risposte ai "pizzomerlettari" criticoni

Archbishop Warham
shocked the Canons of Sarum
by wearing lace
all over the place

E. L. Maskell, Pi in the High

A quanto pare, se in questo bel carme inglese i canonici di Salisbury erano scioccati dal femminilizzante merletto del nuovo Arcivescovo, il nostro post dell'altro giorno ha ottenuto il medesimo effetto su tanti "tradizionalisti" italiani. In modo veramente inaspettato, il noto rotocalco tradizionalista "Messa in Latino" ha ripreso (qui) stralci del nostro articolo, suscitando l'indignazione generale di molti pizzomerlettari in tutta Italia...

Vero è che i tagli non rendevano giustizia all'articolo, ma la qualità dei commenti che vi sono stati apposti non può che far sorridere, per non piangere vista la tragica situazione del mondo tradizionale. A detta di alcuni, il nostro articolo sarebbe calvinista: non ho mai letto che Calvino avesse parlato dei pizzi sui camici, anzitutto perché nel Cinquecento non si usavano, e anche perché per i suoi "servizi" religiosi certo non servivano albe.
A detta di altri, saremmo semplicemente dei pauperisti: peccato che non abbiano letto la parte sugli aurifregi, che non sono certo patacche pauperiste, ma coniugano la preziosità con l'eleganza e soprattutto con il corretto significato degl'indumenti liturgici.
Altri dicono che noi parteggiamo per la sciatteria moderna: ma quando mai? Certamente alla sciatteria moderna non si risponde con un pizzo a macchina ancora più sciatto (qualcuno in risposta all'articolo ha pubblicato un'orrida foto su Instagram, in cui si vede una inguardabile cotta interamente di pizzo plastico artificiale a disegni... la risparmio ai miei lettori).
Altri si limitano a ribadire il costume italico, invocando (letteralmente) 30 centimetri di pizzo sulle maniche e 50 sull'orlo.
Altri ancora, con il classico argomento ad Papam, sostengono che siccome Pio XI e Pio XII hanno indossato camici col pizzo allora la cosa sarebbe sacrosanta: costoro sosterranno che è cosa sacrosanta rinnegare Nostro Signore, siccome l'ha fatto san Pietro (che costoro chiamerebbero più volentieri "primo Papa" piuttosto che "Apostolo").
Senza nemmeno commentare quelli che si sono limitati a poche parole di riprovazione (forse perché si rischierebbe di denigrare il costosissimo merletto di Cantù del loro rocchetto?) o a chi, dall'alto del suo diploma di istituto professionale, ha detto il nostro articolo essere scritto da ignoranti (che strani ignoranti che citano le fonti), espando brevemente la citazione da Esodo XXVIII, 39-40: Stringesque tunicam bysso, et tiaram byssinam facies, et balteum opere plumarii. Porro filiis Aaron tunicas lineas parabis et balteos ac tiaras in gloriam et decorem. Qualcuno, cambiamdo il verbo stringo in texo, ha cercato di far credere che le tuniche fossero di bisso: nulla di più falso! Gli orli (ciò è chiaro dal greco della Septuaginta: καὶ οἱ κοσυμβωτοὶ τῶν χιτώνων ἐκ βύσσου) sono di bisso, la tunica è linea, come detto chiaramente al v. 40.

Prima della considerazione finale, en passant rispondo a un tale che scrive: I responsabili veneziani del sito, vistosamente e orgogliosamente ribelli e disobbedienti alle norme liturgiche regolate dal Motu Proprio Summorum Pontificum... 
La redazione di MiL non ha pubblicato ancora la mia semplice risposta a quel commento: "Le norme liturgiche sono stabilite dalla Quo primum tempore". E sì, siamo orgogliosi di essere tra i pochi in Italia che difendono apertamente l'autentica tradizione liturgica romana, non intaccata dalle riforme del XX secolo, e non si accodano a "libri liturgici del 1962", "forma straordinaria" e quant'altro.

La considerazione finale è che aver provocato tanto scandalo in nome della liturgia non può che aver fatto piacere. Fu pure la parola di Nostro Signore a portare scandalo, del resto. Solamente rende molto tristi, al di là dell'astio nei commenti che sono una costante del poco caritatevole mondo "tradizionalista" che bazzica su certi siti, notare che tale putiferio si sia scatenato attorno a dei pizzi. A quanto pare, abbiamo toccato nel cuore certa gente. E siccome "là dove è il tuo tesoro, ivi è pure il tuo cuore", abbiamo scoperto che per molti il tesoro della Chiesa non sono la sua Fede apostolica e la sua Divina Liturgia, ma del brutto tessuto femminilmente agghindato... Dio liberi!

Per permettere ai miei lettori di rifarsi gli occhi, allego qualche bella foto tratta dal Ceremonial Pictured in photographs delle Alcuin Club Publications, che mostra perfettamente le decorazioni medievali del camice reimpiegate nell'uso liturgico anglo-romano nel XX secolo. Ringrazio per avermele segnalate Mr. Alan Robinson, il quale mi ha pure fatto conoscere la poesia con cui apro l'articolo.





L'intero set fotografico si può visualizzare quiQui invece sono state ricreate modernamente a colori.

Quos in petra apostolicæ confessionis solidasti

Questo sabato si è osservato il digiuno della vigilia anticipata dei Santi Pietro e Paolo, della gran festa che oggi celebriamo, della Pascha aestivale della Chiesa Romana. Nella Messa della vigilia, cantata dopo Nona, inginocchiatisi tutti gli astanti, il celebrante ha cantato questa colletta:

Praesta, quaesumus, omnipotens Deus: ut nullis nos permittas perturbationibus concuti; quos in apostolicae confessionis petra solidasti. Per Dominum...

Queste parole non possono che portarci a considerare i famosi versetti evangelici che ascolteremo nella messa odierna: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. Sopra quale pietra sarà edificata la Chiesa di Cristo? La risposta ce la dà la colletta della vigilia, presente già nel Sacramentario Gregoriano: sulla pietra della confessione di fede di san Pietro, di quel Tu es Christus, Filius Dei vivi che Pietro pronuncia ex persona omnium Apostolorum (cfr. S. Girolamo, Liber III Commentariorum in Matth. cap. 16). La pietra su cui poggia la Chiesa, nella sua comprensione antica, è la Fede degli Apostoli nella divinità di Nostro Signore, sulla quale le potenze degl'Inferi non prevarranno. Così interpretano il passo S. Giovanni Crisostomo (Omelia IV sopra Matteo), Eusebio Alessandrino, S. Gregorio Nisseno (De Adventu Domini), S. Gregorio Magno (Epistola a Teodolinda, Epistola a Eulalio), S. Giovanni Damasceno (De Transfiguratione Domini) e molti altri...

I Santi Pietro e Paolo reggono insieme la Chiesa, nell'iconografia tradizionale bizantina
L'antico primato d'onore della Sede Romana, "la più grande, più antica e meglio conosciuta delle Chiese" come la chiama S. Ireneo di Lione, era garantito non tanto dal fatto che il suo Vescovo fosse successore di un Principe degli Apostoli, come del resto lo erano parimenti il Patriarca di Antiochia e quello di Alessandria, bensì perché nell'Urbe si trovavano i corpi beatissimi dei Principi degli Apostoli, un pignus honoris ineffabile per la Città che dal sangue del loro martirio era stata consacrata. Questo primato d'onore era tenuto in gran conto dalla Chiesa antica, che al Vescovo di Roma si rivolgeva per sanare le dispute teologiche interne più accese: laonde la frase di S. Agostino, Roma locuta, causa finita. La ragione di questa funzione di "tribunale d'ultima istanza" era nel fatto che a Roma mai era venuta meno la fede apostolica (a Roma, non nel Papa, come ci dimostra la vicenda di Onorio), particolarmente al tempo dell'iconomachia, quando nell'eresia iconoclasta era caduta pure la sede costantinopolitana, che nel V secolo, per la ragione puramente contingente di essere sede imperiale, da infima arcidiocesi senza nemmeno eredità apostolica era stata proclamata dal Concilio di Calcedonia seconda solo a Roma per onore. Del resto, Ubi Petrus, ibi Ecclesia dice S. Ambrogio: dov'è la Fede di san Pietro, quella confessione di fede che è riconosciuta come fondamento della Chiesa, ivi è veramente la Chiesa di Dio. Sull'intendimento di questa frase torneremo tra poco.

Non trattiamo qui la storia e l'evoluzione del papato né del papismo, sul quale libri sono stati scritti e altri ne servirebbero, ma accenniamo molto brevemente a un fatto: quand'è che quella petra confessionis di cui ci parla la colletta della vigilia è diventata una petra personae, ha portato a riconoscere, contro l'intendimento antico, un primato diverso alla figura di san Pietro? Tra il X e l'XI secolo, la Chiesa Romana si trova ad affrontare un complesso perniciosissimo di problemi: simonia, nicolaismo, immoralità del clero, Eigenkirchentum (la proprietà privata delle chiese da parte dei loro fondatori)... la Chiesa viveva i suoi secoli oscuri nella corruzione, invischiata nel complesso sistema feudale e di fatto parte di questo sistema, caratterizzato dalla sottomissione della Chiesa al potere laico. La sede romana, poi, era diventata il puro oggetto di contesa tra le fazioni nobiliari della città. La risposta a questa decadenza fu la nota Riforma gregoriana, così chiamata da Gregorio VIII (Ildebrando di Soana), ma in realtà iniziata qualche decennio prima sotto Leone IX. Il movimento cluniacense aveva gettato le basi per una seria riforma morale del clero (che portò a una "monasticizzazione" dell'intero clero latino, introducendo definitivamente l'obbligo del celibato del clero, che non sarà tuttavia pienamente osservato sino all'età tridentina), ma il centro della politica dei riformatori era un altro: far ruotare attorno all'autorità papale la rinascita della libertas Ecclesiae. Per rispondere all'inesorabile crisi, si decise di elevare la figura papale a qualcosa che non era mai stato prima, a un monarca della Chiesa. Lo scopo indubbiamente nobile di liberare la Chiesa dall'influenza dei poteri laici (che in un sistema feudale avevano un'influenza tutt'altro che positiva, a differenza del sistema imperiale d'Oriente) fu portato avanti attraverso la creazione del primo papismo. Sotto Gregorio VII sentiamo per la prima volta mettere in atto la Petrusmystik, cioè un'identificazione totale tra il Papa regnante e san Pietro, per cui ancora oggi certi papolatri anziché dire "il Papa N. ha detto", dicono "Pietro ha detto". Il passo del Vangelo di cui abbiamo parlato sopra, in tale contesto, assume un'interpretazione del tutto diversa: le chiavi date a S. Pietro non gli erano più date ex persona omnium Apostolorum come dice S. Girolamo, bensì a Pietro solo, commendandogli a lor dire l'intera autorità. E il Papa non era più banalmente un successore di San Pietro sul trono romano, come i suoi colleghi antiocheni e alessandrini: era bensì Pietro stesso, detentore del medesimo potere straordinario che ora si attribuiva all'Apostolo, la cosiddetta plenitudo potestatis.

Leggendo il Dictatus papae, possiamo trovare diverse frasi problematiche in tal senso. Esse non erano certamente pensate in un'ottica di imposizione della sede romana su altre sedi (i contatti con l'Oriente in quel preciso momento storico erano minimi), bensì sull'impero germanico. Quando si parlava della Chiesa Romana come sola da Dio fondata, e unico termine della cattolicità, probabilmente non si comprendeva la portata di queste affermazioni. Verso la fine del secolo, Papa Innocenzo III sostituì la tradizionale formula Vicario di S. Pietro con Vicario di Cristo, un titolo che prima spettava solo all'Imperatore Romano (quello di Costantinopoli). Dopo i Papi della riforma gregoriana, vinta definitivamente la lotta per le investiture contro l'impero tedesco, il papismo sembrò acquietarsi per un po'. Sui rapporti con l'Oriente la Prima Crociata ebbe effetti devastanti, ma l'atteggiamento dei Papi fu molto moderato. Ademaro di Le Puy, legato di Urbano II alla Crociata, insisté particolarmente perché le terre conquistate tornassero all'Impero, e perché fossero riconosciuti i legittimi Patriarchi ortodossi sui troni di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme (con i quali, peraltro, la comunione non era rotta, visto che lo scisma del 1054 era uno dei molti che capitavano in passato e riguardava unicamente le due sedi di Roma e Costantinopoli), cosa che i Baroni non fecero, imponendo patriarchi latini e feudalizzando i territori mediorientali.

La plenitudo potestatis fu per lungo tempo un principio teorico piuttosto che pratico... anche passato il Medioevo con i suoi antipapi, passato il Concilio di Costanza con la sua fondamentale bolla Haec sancta, in Occidente sopravvissero sempre delle Chiese nazionali, come quella di Francia, o quella Veneziana, che costituirono un freno alle tendenze papiste anche molto dopo il Concilio di Trento e nonostante l'azione dei Gesuiti (in questo eredi dei primi ordini religiosi non monastici, che nel XIII secolo sorsero proprio per sostenere la centralità romana, sfuggendo alla soggezione dei vescovi locali). Ci volle la Rivoluzione Francese per eradicare dalla Storia ogni chiesa nazionale, e ci vollero poi Pio IX e l'eresia dell'ultramontanismo ottocentesco per creare un'immagine completamente distorta del Papa, creando una figura in grado di cambiare a suo arbitrio la Tradizione della Chiesa, modificando la liturgia e la dottrina. Del resto Pio IX stesso disse: "La tradizione sono io". E Pio X e Pio XII lo misero in pratica con le loro riforme liturgiche. Del resto, tutto ciò non può far altro che sfociare nell'eresia della papolatria che oggi vediamo trionfare, tra tradizionalisti e modernisti allo stesso modo...

Almeno, fino al 1968, la colletta della vigilia della gran festa dei Patroni dell'Urbe restò un monito dell'antica concezione della Chiesa.

U.S.

giovedì 25 giugno 2020

Pizzi e merletti

L'espressione pizzi e merletti è sovente utilizzata in Italia in modo spregiativo: precipuamente la usano i modernisti per accusare la vezzosità di certuni tradizionalisti; ma la usano anche i "tradizionalisti" duri e puri per criticare chi, anziché perdere tempo a commentare ogni parola del Papa o a denunciare qualche complotto massonico-mondialista, preferisce occuparsi seriamente di tradizione liturgica.

La cosa ironica è che, dal canto opposto, proprio questi "tradizionalisti" fanno uso abbondante e smodato di pizzi e merletti, a differenza dei liturgisti seri; ai primi si può ben aggiungere la schiera dei "conservatori" che si sciolgono davanti a preti e vescovi che indossano un camice in pizzo di Cantù o a una pianeta, incuranti dell'ortodossia o meno di quello che stanno celebrando così parati. Ma se costoro studiassero un po', scoprirebbero che non sempre qualche centimetro di pizzo in più è un bene. Anzi!

Raffigurazione del Sacerdote del
Tempio di Gerusalemme in abiti
rituali. Si noti la tunica.
Partendo da un giudizio puramente estetico, che un pizzo raffazzonato, grossolano e di scarsa qualità, come la maggioranza di quelli che si vedono in giro, è quanto di più inguardabile possa esserci (magari unito a orride pianete francesi di plastica), passiamo a un livello più profondo. Un bel pizzo, magari antico, può essere esteticamente gradevole, ma non per questo liturgicamente più sensato.

Guardiamo al significato del camice, per esempio: esso è la candida veste lavata nel sangue dell'Agnello e perciò detto anche alba, ed è la veste di colui che compie il sacrificio. Essa compare in numerosi culti pre-cristiani, e pure nel culto templare ebraico, con cui il culto cristiano ha chiare relazioni di dipendenza: Ruperto di Deutz (XII secolo) lo considera l'equivalente della Kethonet (כֻּתֹּנֶת), la tunica dei sacerdoti che prestavano servizio nel Tempio di Gerusalemme. Nell'Esodo, al capo XXVIII, leggiamo che questa tunica dev'essere di lino puro, e coprire l'intero corpo dal collo ai piedi, con maniche fino ai polsi.

Un antiestetico, oltreché antiliturgico,
camice con ampio decoro in tulle
I decreti della Sacra Congregazione insistono nel ribadire fortemente il materiale del camice, cioè il puro lino, combattendo ogni consuetudine contraria; anche le altre prescrizioni devono pertanto essere seguite, e come l'amitto copre accuratamente la parte del collo, così il camice stesso deve scendere sino ai piedi. Naturalmente, il camice finisce là dove finisce il lino: la parte di pizzo è decorazione che non fa parte del camice. Dunque, se un piccolo bordo di merletto alla fine delle maniche e dell'orlo può essere una decorazione accettabile per ingentilire il camice (ingentilimento che non dovrebbe trasformarsi in una femminilizzazione, visto che in molti paesi il pizzo è parte esclusiva dell'abbigliamento muliebre), un pizzo che scende dal ginocchio snatura il camice rendendolo una tunichetta, e non è pertanto accettabile per compiere la Santa Azione. Un decreto della Sacra Congregazione del 16 giugno 1893 ammette (tolerari posse) che un camice possa avere il pizzo dalla cintura in giù: si tratta nondimeno di un palese caso di decadenza liturgica del tardo Ottocento [1]. Merletti ascellari o, peggio, camici interamente di tulle come mi è purtroppo capitato di vedere, oltre a essere un'offesa al buon gusto e alla sobrietà romana, rientrano a pieno titolo nei defectus in celebratione Missae; qualcuno direbbe sotto pena di peccato mortale, altri proporrebbero un rogo, che tra l'altro il tulle dovrebbe ben alimentare (ironia).

Altro antichissimo abuso, molto diffuso in Italia, è l'uso di indossare nei giorni di maggior festa un camice il cui pizzo sia accompagnato da un tessuto a fondo colorato, sovente rosso. Ciò appare permesso da un decreto datato 12 luglio 1892 (coevo al precedente citato, e dunque nel medesimo spirito antiliturgico); tale decreto, però, parlando del rocchetto su cui pure era fatta la medesima domanda, specifica subito che il colore dev'essere il medesimo della talare di chi lo indossa. Non si vede perché per il camice debba essere diverso: e dunque il fondo rosso sconviene assai al semplice prete. Per inciso, un decreto precedente vietava assolutamente la detta prassi [2].

Il card. Burke indossa un camice di dubbia liturgicità durante un pontificale a Ravenna (con dei divani scuoiati francesi rococò al posto delle dalmatiche, il cui effetto nella paleocristiana basilica di S. Apollinare rasenta il ridicolo)
Camici conformi alla tradizione e al significato liturgico continuano a essere vestiti dai monaci di Le Barroux.

Molti purtroppo legano il camice senza pizzo agli orrori moderni decorati a gigliuccio: questi sono veri e propri orrori, oltreché per l'antiesteticità del gigliuccio (il tessuto piano proprio non piace?) e per i discutibili colli quadrati con cui sono armati per far risparmiare al prete modernista la fatica di mettere l'amitto (delle zip meglio non parlare), in quanto sono quasi sempre non di lino, e dunque illeciti, nonché spesso di fattura grossolana e inguardabile.
Ci si potrebbe allora chiedere come decorare il camice nelle occasioni più solenni. La soluzione ci viene dalla prassi medievale, che tra l'altro trova conferma pure nelle prescrizioni veterotestamentarie. Nell'Esodo leggiamo che la tunica del Sommo Sacerdote, a differenza di quella degli altri sacerdoti che era semplice, era dotata di ricami e fregi. Nel Medioevo si provvide a decorare il camice con aurifregi sulle maniche, sul collo (caputium o cappino) e sulle parti inferiori del camice (grammata), elementi ancora in uso nella metropolia ambrosiana. Molto spesso questi aurifregi erano prodotti a parte in vari colori, in modo da potersi apporre poi sul camice a seconda dell'occasione liturgica, creando effetti decorativi e pratici molto simili agli epimanikia bizantini (stringere il camice sulle maniche per facilitare i gesti liturgici). Gli sticari bizantini, poi, sono usualmente decorati con un leggero bordo aurifregiato sul fondo, giammai con pizzi o altri vezzi che a un occhio orientale appaiono quanto mai femminili. Gli aurifregi sono una forma di decorazione del camice rispettosa della tradizione e delle prescrizioni sacre, non muliebre ed esteticamente piacevole, che dovrebbe più largamente essere recuperata in Occidente.

Il compianto mons. Amodeo indossa aurifregi sulle maniche e grammata sul ginocchio (molto simile all'epigonation bizantino, anche se diversa ne è l'origine) per un pontificale ambrosiano. Purtroppo l'uso di un camice con pizzo rende poco sensato l'impiego di questi bei decori medievali. Poco sopportabile il tulle del camice del suddiacono.

In questo bozzetto che indica i nomi dei paramenti bizantini (in greco popolare), vediamo il camice (sticharion) bizantino, con il decoro aurifregiato sul fondo, gli epimanikia sulle maniche, e senza merletti femminili.
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NOTE

[1] Nell'indice generale, il responso è riportato con questa definizione: Alba ornata fimbriis seu reticulo a cingulo deorsum licet Canonis uti solemnioribus diebus. Poiché il quesito infatti riguardava una prassi dei Canonici dell'Arcidiocesi di Goa, si potrebbe arguire che la concessione, di per sé antiliturgica, non sia estendibile ad altre occasioni.

[2] Traggo questa informazione dalla Catholic Encyclopedia del 1914 s.v. "Alb"; essa tuttavia non cita tale precedente decreto, né mi è stato possibile rintracciarlo dall'indice dei Decreta authentica, presumibilmente perché, essendovi un decreto posteriore in senso contrario, la menzione del precedente è stata omessa.

25 giugno - Apparizione di S. Marco

Beati sunt qui te viderunt,
et in amicitia tua decorati sunt, alleluja.

(Antifona al Magnificat dei Vespri)


Beatíssimi Evangelístæ Marci córpore Venétias transláto et in basílica in ejus honórem constrúcta depósito, áccidit ut per annos ducéntos sexagínta sex ubi illud quiésceret nescirétur. Cumque nemo hujus rei cónscius inveníri potúerit, post diligentíssimam inquisitiónem triduánum indíctum est jejúnium, quod ab ómnibus in contritióne cordis observátum fuit. Quarta die, quæ fuit vigésima quinta Júnii, ad dictam basílicam clerus, dux popúlusque supplicántium ritu convenére; ibíque, recitátis litaníis ac multis effúsis lácrimis et oratiónibus, Deus, qui consolátur fidéles in omni tribulatióne, locum, in quo pretiósum pignus latúerat, benigníssime declarávit. Scissis enim marmóribus colúmnæ circumpósitis, arca, in qua corpus claudebátur, in conspéctu ómnium appáruit, et ecclésia suavíssimo odóre perfúsa est. Incredíbile dictu quanta fúerit ómnium lætítia, quæ lácrimæ et gratiárum actiónes hoc benefícium sint subsecútæ. Apparitiónis igitur dies, et máxima totíus civitátis gratulátio, ecclesiástico offício ac solémni cultu quotánnis celebrántur.

Trasferitosi il corpo del beatissimo Evangelista Marco a Venezia, e collocatolo nella basilica costruita in suo onore, accadde che per duecentosessantasei anni s'ignorasse ove esso riposasse. Imperocché non s'era potuto trovare nessuno che fosse a conoscenza della sua ubicazione, dopo una ricerca assai meticolosa, fu indetto un digiuno di tre giorni, che fu da tutti osservato con cuore contrito. Il quarto giorno, ch'era il venticinque di giugno, il clero, il doge e il popolo convennero alla predetta basilica in veste di supplici; ed ivi, recitate le litanie e versate molte lacrime e innalzate molte preghiere, Iddio, che consola i fedeli in ogni tribolazione, manifestò con gran benevolenza il luogo ove erano giaciute le preziose spoglie. Tagliati infatti i marmi che circondavano una colonna, l'arca in cui era racchiuso il corpo apparve alla vista di tutti, e la chiesa si riempì di un soavissimo profumo. E' incredibile a dirsi quanto grande fu la letizia di tutti, e quante lacrime e azioni di grazie susseguironsi a tal beneficio. Pertanto, il giorno dell'Apparizione, e la grandiosa esultanza dell'intera città, vengono annualmente celebrati con l'ufficio ecclesiastico e il culto solenne.

(IV lezione del Mattutino)

Felix regio, quae tantum digna fuit habere patronum:
Ad cujus nutum lapides scinduntur, marmora latenti virtute franguntur,
insensibilia Spiritu Sancto intrinsecus operante prosiliunt.
V. Et in motu et apparitione ipsius sanctissimi corporis
de medio petrarum quidam sonus gloriosissimus consonuit. R. Ad cujus.

Felice il paese che fu degno di avere un sì grande patrono:
a un cui cenno si spezzano le pietre, per forza nascosta si rompono i marmi,
e la materia inerte, operandovi lo Spirito Santo all'interno, prende vita.
V. E nel movimento e nell'apparizione del suo santissimo corpo,
dalle pietre un gloriosissimo suono risuonò. R. A un cui cenno.

(IV Responsorio del Mattutino secondo l'uso della Ducale Basilica)

lunedì 22 giugno 2020

Conoscere l'Ufficio - I suffragi

Questo breve articolo vuole essere il primo di una serie, non a pubblicazione regolare, con lo scopo di approfondire singole parti dell'Ufficio Divino, quello romano in primis ma non escludendo altri usi occidentali e orientali.

Cominciamo parlando dei Suffragi, detti anche Commemorazioni comuni. Si tratta appunto di commemorazioni "fisse", in aggiunta a quelle eventualmente occorrenti quel giorno, da farsi sempre negli uffici di minor rango liturgico (dal Semidoppio in giù), a Lodi e a Vespro. Lo scopo di queste commemorazioni è quello di chiedere la quotidiana intercessione della Beata Vergine e dei Santi Patroni. Lo schema utilizzato per un suffragio è quello di una qualsiasi commemorazione: antifona, versetto e orazione.

1. I suffragi in età pre-tridentina

I suffragi nascono in età medievale come segno della grande pietà del tempo verso i Santi, specialmente i patroni dei luoghi o quelli particolarmente venerati dalla tradizione contadina. In quest'epoca, ovviamente, i suffragi erano molti e vari: i libri d'ore riportano numerosissimi suffragi, ma questi non erano certo cantati tutti, ma molto più realisticamente erano presi ad libitum dalla lista. Per limitarci a due esempi cronologicamente molto vicini all'età tridentina, un Breviario stampato nel 1550 in Francia contiene suffragi alla Santissima Trinità, alle sue singole persone, al Santo Volto, al Santo Nome, alla beata Vergine, e poi a numerosissimi santi (27 in tutto), alcuni dei quali specificatamente francesi come san Mellone o san Ludovico, e infine un suffragio de omnibus sanctis; un Libro d'Ore ad usum romanum stampato ad Anversa nel 1524 contiene suffragi alla beata Vergine, a S. Michele, al Battista, a S. Giovanni Evangelista, ai Ss. Pietro e Paolo, a S. Giacomo, a S. Andrea, a tutti gli Apostoli, a S. Stefano, a S. Cristoforo, a S. Lorenzo, a S. Sebastiano, a S. Dionigi, a S. Antonio abate, a S. Martino, a S. Nicola, a S. Claudio, a S. Rocco, a S. Anna, a S. Maria Maddalena, a S. Caterina, a S. Margherita e a S. Barbara. Come si può notare, in molti casi si tratta dei santi cari alla tradizione religiosa medievale; le antifone riportati per questi suffragi sono molto lunghe, e in taluni casi sono pezzi delle rispettive Sequenze o addirittura Sequenze intere. A questi suffragi in molti libri si accompagnavano inframmezzate delle orationes devotae, che non avevano un preciso scopo liturgico; anche i Messali erano pieni di queste orazioni, che spesso riflettevano la pietà del compilatore, e che furono tutte espunte dall'edizione di Pio V nel 1570, con l'eccezione di quelle contenute dopo la Praeparatio ad Missam e la Gratiarum actio post Missam.

2. I suffragi nel Breviario Tridentino

Nell'edizione piana del 1568 i suffragi vengono definitivamente fissati in numero di quattro: essi sono de Cruce, de sancta Maria, de Apostolis e de Pace.  Il testo, sparso tra le Lodi del lunedì e i Vespri del sabato, è il seguente (grafia e accenti sono quelli di un Breviario "moderno", per facilità di copia):

De cruce

Ant. Per signum Crucis de inimícis nostris líbera nos, Deus noster.
V. Omnis terra adóret te, et psallat tibi.
R. Psalmum dicat nómini tuo, Dómine.

Oratio                 Orémus.
Perpétua nos, quǽsumus, Dómine, pace custódi, quos per lignum sanctæ Crucis redímere dignátus es.

De sancta Maria

Ant. Sancta María succúrre míseris, juva pusillánimes, réfove flébiles, ora pro pópulo, intérveni pro clero, intercéde pro devóto femineo sexu: séntiant omnes tuum juvámen, quicúmque célebrant tuam sanctam commemoratiónem.
V. Ora pro nobis sancta Dei Génitrix.
R. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

Oratio                 Orémus.
Concéde nos fámulos tuos, quǽsumus, Dómine Deus, perpétua mentis et córporis sanitate gaudére, et gloriósa beátæ Maríæ semper Vírginis intercessióne, a præsénti liberári tristítia, et ætérna pérfrui lætítia.

De Apostolis

Ant. ad Vesperas. Petrus Apostolus et Paulus doctor gentium ipsi nos docuerunt legem tuam, Domine.
V. Constitues eos principes super omnem terram.
R. Memores erunt nominis tui Domine.

Ant. ad Matutinum. Gloriósi príncipes terræ, quómodo in vita sua dilexérunt se, ita et in morte non sunt separati.
V. In omnem terram exívit sonus eórum.
R. Et in fines orbis terræ verba eórum.

Oratio                 Orémus.
Deus, cujus déxtera beátum Petrum ambulantem in flúctibus, ne mergeretur, eréxit, et coapostolum ejus Paulum tértio naufragantem de profúndo pelagi liberávit: exáudi nos propítius, et concéde; ut amborum méritis, æternitátis glóriam consequámur.

De Pace

Ant. Da pacem Dómine in diébus nostris, quia non est álius, qui pugnet pro nobis, nisi tu Deus noster.
V. Fiat pax in virtúte tua.
R. Et abundántia in túrribus tuis.

Oratio                 Orémus.
Deus, a quo sancta desidéria, recta consília, et justa sunt ópera: da servis tuis illam, quam mundus dare non potest, pacem; ut et corda nostra mandátis tuis dédita, et hóstium sublata formidine, témpora sint tua protectióne tranquilla. Per Dominum.

La rubrica fa intendere che il Suffragio della Croce è da dirsi unicamente nelle ferie, e non nelle feste semplici o semidoppie; esso, peraltro, è generalmente stampato, anche nelle edizioni successive, separato dagli altri. Viceversa, il Suffragio della Beata Vergine si dice solo nelle feste semidoppie, poiché nei giorni di rango minore il Piccolo Ufficio della Beata Vergine deve essere obbligatoriamente premesso a quello del giorno; dall'Ottava dell'Epifania alla Purificazione, il suo verso e la sua orazione sono sostituite da V. Post partum e Deus qui salutis aeternae. Il suffragio degli Apostoli, indirizzato ai Patroni della Chiesa Romana Pietro e Paolo, presenta un'interessante doppia antifona, diversa per il Vespro e per le Lodi (che nel Breviario di S. Pio V sono, giusta tradizione, una parte del Mattutino, e dunque è riportata come ad Matutinum, mentre nelle edizioni moderne diventerà ad Laudes), cosa non comune nei libri d'ore pre-tridentini; l'orazione e le antifone sono quelle dell'Ottava, che meglio si adattano a una commemorazione comune rispetto a quelle della festa, strettamente legate al dies. L'ultimo suffragio è quello della Pace, che i lettori appassionati di musica medievale conosceranno, dacché da qualche anno l'antifona Da pacem circola su YouTube sotto il titolo di Chant of the Crusades, con una melodia tra l'altro che è esattamente quella degli antifonari tridentini, a eccezione di qualche vocalizzo e di uno stile gutturale volutamente impiegato ad effetto in questi video.

Nel Tempo Pasquale, non si fa nessuna delle commemorazioni sopraddette, ma si fa, anche nelle feste semplici e semidoppie, un'unica commemorazione della Croce:

Ant. ad Vesperas. Crucem sanctam subiit, qui infernum confregit, accinctus est potentiae, surrexit die tertia.

Ant. ad Matutinum. Crucifixus surrexit a mortuis, et redemit nos, alleluja, alleluja.

V. Dicite in nationibus, alleluja.
R. Quia Dominus regnavit a ligno, alleluja.

Oratio                 Orémus.
Deus qui pro nobis Filium tuum Crucis patibulum subire voluisti, ut inimici a nobis expelleres potestatem: concede nobis famulis tuis; ut resurrectionis gloriam consequamur. Per eundem.

Dopo il suffragio degli Apostoli, il Breviario Tridentino inserisce questa breve rubrica: Deinde, ubi consuevit fieri, fit commemoratio de patrono Ecclesiae, postremo de Pace. Nell'edizione clementina questa rubrica diventa: Deinde de Patrono vel Titulari Ecclesiae fit commemoratio consueta. Non appare del tutto chiaro se il Patrono e il Titolare della Chiesa, nel Breviario del 1602, siano due commemorazioni distinte (visto il significato tanto disgiuntivo quanto correlativo di vel): a prima vista parrebbe di no, ma i decreti della Sacra Congregazione in materia sono per secoli molto vaghi, limitandosi a impedire che si commemorassero il Patrono della Cattedrale e il Patrono del Regno, a stabilire quale fosse il titolare nel caso dei Missionari, e a discernere cosa fare in caso di titoli particolari della chiesa (es. la Sacra Famiglia o il SS. Sacramento) [1]. L'uso, indubbiamente, portava a fare più di una commemorazione: i Breviari degli Ordini religiosi riportano stabilmente la commemorazione del fondatore e quella dei santi più importanti dell'Ordine [2], in aggiunta a quella del Patrono o Titolare; in un Breviarium ad usum cleri Civitatis et Patriarchatus Venetiarum del 1797 vengono riportate ben cinque commemorazioni per effetto della rubrica che prescrive il suffragio de Patrono vel Titulari [3].

Un chiarimento arriva solo con un decreto della Sacra Congregazione, il n° 4043, datato 27 giugno 1899, nel quale al capo VIII si afferma: (N)ulla [commemoratio] de Patrono loci, vel Dioeceseos, vel Provinciae, vel Regni, vi rubricae facienda est; nisi contraria vigeat consuetudo. Dunque il sensus obvius della rubrica vuole una sola commemorazione in questo punto, ma come visto la consuetudine ha disposto il contrario. Il medesimo decreto, del resto, al capo I rammenta l'obbligatorietà della commemorazione del Titolare della Chiesa, quamvis iam soleat fieri commemoratio Patronorum loci vel regionis. La commemorazione del Titolare è comunque da farsi, non obstante quacumque consuetudine contraria, etiam immemorabili; come visto, invece, il Breviario di Pio V prescriveva detta commemorazione ubi consuevit, e non come un obbligo. In ogni caso, queste tardive precisazioni della Congregazione resteranno in vigore poco più di una decina d'anni, scomparendo i suffragi nella loro forma classica nelle riforme del 1911-13.

Nel frattempo, al novero dei suffragi obbligatori per tutta la Chiesa, era stato aggiunto quello di S. Giuseppe, eletto Patrono della Chiesa Universale nel 1870, da dirsi dopo quello della beata Vergine e con antifone diverse a Lodi e a Vespro.

La pratica dei suffragi, tuttavia, nei fatti era nettamente diminuita, poiché la moltiplicazione delle feste doppie e delle ottave, entrambi giorni in cui i suffragi venivano omessi, aveva alquanto ridotto il numero di occorrenze in cui essi si dovessero cantare. Che la pigrizia del clero, poi, sentisse queste commemorazioni come un peso poco sopportabile, appare se guardiamo gli Officia propria ad usum cleri Civitatis et Patriarchatus Venetiarum del 1863: dei cinque suffragi "locali" prescritti dal Proprio di nemmeno un secolo prima, tre sono ora accorpati in unico suffragio de aliis sanctis patronis.

Prima di passare alla riforma dei suffragi nel XX secolo, occorre menzionare che pure il Piccolo Ufficio della Beata Vergine, che faceva parte della recita quotidiana dell'Ufficio nei giorni non occupati da feste di nove lezioni, avesse un suo suffragio, de omnibus sanctis, la cui antifona è tratta dall'omonimo suffragio che si trova alla fine di molti libri pretridentini, come quello menzionato sopra, e la cui orazione è duplice, una ai Ss. Pietro e Paolo e una a tutti i santi.

3. I suffragi dalla riforma di S. Pio X in poi

Con la riforma del 1911-13, anche i Suffragi vennero modificati; l' "insopportabile peso" di 4-6 suffragi venne ridotto attraverso l'introduzione di un unico suffragio de sanctis, comprendente anche la beata Vergine (il cui Piccolo Ufficio, del resto, non viene più recitato nei giorni minori). L'orazione di questo suffragio è una delle due orazioni de tempore della Messa durante l'anno, A cunctis, nella quale vengono menzionati la Vergine, San Giuseppe dal 1870, i santi Pietro e Paolo e il santo titolare della chiesa. La pace non viene più richiesta (o forse è inclusa nella clausola secura alla fine dell'orazione?), e la sua bella antifona Da pacem di cui sopra è pertanto obliata. In tempo pasquale il suffragio è quello della Croce tempore paschali come in precedenza, ma stranamente la bellissima antifona del Vespro Crucem sanctam subiit è soppressa, e in suo luogo è ripetuta quella delle Laudi.

Questo unico suffragio resterà in vigore fino al 1956, quando sarà abolito dalla Riforma di Pio XII, cancellando definitivamente un tratto caratteristico della pietà medievale, che era sopravvissuto attraverso i secoli e aveva costituito un tratto così peculiare dell'Ufficio Divino romano. In chiusura, vale la pena di notare che nella Divina Liturgia bizantina, al Piccolo Ingresso, dopo l'apolytikio della festa o della domenica e quello delle commemorazioni occorrenti (i 62isti potrebbero prendere nota), si canta quello del santo titolare della chiesa. Il Typikon non ne menziona altri, ma per mia esperienza nelle parrocchie segue spesso l'apolytikio dei santi particolarmente venerati nel luogo. Molto spesso questo viene eseguito anche a Vespro e a Mattutino, dove il Typikon di per sé prevede solamente il tropario del giorno e quello di eventuali commemorazioni. Ovviamente, come i suffragi si omettono nelle feste doppie, nelle feste maggiori dell'anno si canta solo l'apolytikio della festa, ripetuto tre volte.

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NOTE

[1] La raccolta completa degl'interventi della Sacra Congregazione in materia, fatte salve le eventuali omissioni nell'indice che lamentava il Gromier, si ha in Index generalis rerum occurentium in decretis Sacr. Rituum Congregationis per tria priora authenticae collectionis volumina digestis, vol. V, Romae, ex Typographia Polyglotta, 1901, s.v. "Suffragia Sanctorum", pp. 474-476.

[2] A titolo di esempio, i Minori aggiungevano il suffragio di S. Francesco e quello de omnibus sanctis Ordinis nostri; i Carmelitani solo un suffragio de sanctis Ordinis, ma suffragi di S. Elia, S. Teresa e S. Giovanni della Croce dovevano essere aggiunti in una recita privata prima del sonno. Il Breviario Domenicano, invece, ha un suffragio variabile di giorno in giorno (la beata Vergine la domenica, S. Domenico il martedì, S. Tommaso il mercoledì, etc.).

[3] Questi cinque sono: di S. Giuseppe (ordinato per decreto del Patriarca Federico Giovannelli nel 1797), di S. Marco Evangelista (per decreto del Concilio di Egidio Patriarca di Grado [XIV sec.] e costituzione del Patriarca Andrea Bondimier [XV sec.]), di S. Lorenzo Giustiniani (un tempo ad libitum, de praecepto dal 1691 per decreto del Patriarca Giovanni Badoer), dei Ss. Ermagora e Fortunato (per decreto del Concilio di Egidio Patriarca di Grado e costituzione del Patriarca Andrea Bondimier), e infine del Titolare della Chiesa.

lunedì 15 giugno 2020

Il culto di san Vito martire a Venezia

Anonimo tedesco, Martirio dei Ss. Vito,
Modesto e Crescenza
, 1450 circa
Il martire lucano San Vito, ricordato dalla Chiesa il 15 giugno insieme ai suoi compagni nel martirio Modesto e Crescenza, gode di culto in tutto l'orbe, essendo venerato come uno dei quattordici santi ausiliatori; è però sicuramente particolare quello che gli viene tributato dalla Città di Venezia.

La devozione di Venezia per san Vito origina da un fatto storico: il 15 giugno 1310 è infatti ricordato come il giorno in cui fu sventata la congiura di Bajamonte Tiepolo contro la Repubblica. Gioverà qui rinnovellare brevemente la vicenda: la storiografia veneta tramanda che detta congiura fu ordita dai nobili Bajamonte Tiepolo, Marco Querini e Badoero Badoer per instaurare una nuova forma di governo, di tipo dinastico-signorile come nelle altre città italiane, sopprimendo così l'ordinamento repubblicano. In realtà i fatti sono più complessi, perché queste tre nobili famiglie si trovavano alleate al ceto borghese che aspirava a una maggior partecipazione alla gestione della cosa pubblica, che gli era stata interdetta nel 1297 dal doge Perazzo Gradenigo con la famosa "Serrata del Maggior Consiglio", che vietò l'ascesa di homines novi al più importante collegio magistratuale veneziano. A questo si aggiungeva una contesa personale tra la famiglia dogale e i Querini, essendo stato Marco accusato dal doge della sconfitta patita da Venezia nella guerra di Ferrara. Nel corso del 1309 ci furono vari scontri armati tra le fazioni che allora, tra rivalità familiari e diversi modelli di Stato proposti, si contendevano il dominio della vita politica della Repubblica. Marco Querini pensò allora che l'unica soluzione per instaurare una nuova forma di governo sarebbe stata un colpo di stato. Richiamato dall'esilio volontario il suocero Bajamonte Tiepolo, iniziò a ordirsi la congiura. Al termine delle riunioni in casa Querini, i congiurati fecero il punto:
Havudo che havè Baiamonte l'aviso del socero se ne venne a Venetia, et subito poi redutto in casa del Querini tutti li amisi et parenti et partesani, se comenzò un'altra volta a trattar dei molti desordeni et del tristo governo della città; et dette e proposte molte cose, fu concluso che vivendo il dose non se podeva far operation alcuna che fosse bona et che podesse proseguir l'effetto che volevano, ma troncado et tolto via quel capo, facile cosa saria introdur nova forma di governo che fosse più gratta et più accetta all'universal, anzi reintrodur e tornar un'altra volta la vechia con la qual s'haveva governado la città dal suo principio fin ai tempi presenti.  (Daniele Barbaro, Cronache, 25)
Gabriel Bella, La congiura del Tiepolo, seconda metà del XVIII sec.

All'alba di domenica 14 giugno 1310, i congiurati agirono. Il piano prevedeva di occupare rapidamente le zone di Rialto e San Marco, espugnare il Palazzo Ducale e uccidere il doge Gradenigo: nel frattempo Badoero Badoer sarebbe giunto dalla terraferma con rinforzi. La giornata tempestosa non aiutò le schiere dei congiurati, soprattutto bloccando i rinforzi da terra che non giunsero mai; tradizionalmente, tuttavia, la vittoria è attribuita alla rotta dei rivoltosi in seguito alla morte accidentale del vessillifero Bajamonte. La cosiddetta vecia del morter, un'anziana donna di nome Giustina (o Lucia) Rossi che viveva alle Mercerie (non distante dalla Torre dell'Orologio di S. Marco), attirata dal trambusto alla finestra, si sarebbe affacciata, lasciando però così cadere il suo mortaio proprio sulla testa del Tiepolo, uccidendolo e facendogli perdere il vessillo con la scritta Libertas. L'episodio è quasi sicuramente leggendario, ma fu utilizzato dalla propaganda veneziana per dimostrare la fedeltà del popolo alla Repubblica: proprio per esortare a detta fedeltà nei confronti della Repubblica, in seguito alla congiura del Tiepolo si diffuse l'uso delle "bocche del Leone", in cui i cittadini potevano infilare segretamente (ma non anonimamente) accuse contro qualunque crimine, da sottoporre ai magistrati. Come che sia, la congiura fallì [1], e, per celebrare la conservazione della pubblica libertà, il giorno di S. Vito fu solennemente dichiarato di festa ob rempublicam conservatam.

Sopra l'arcata della casa che fu della vecia del morter è apposta questa lapide a bassorilievo in memoria dell'eroico gesto della signora. A lei e ai suoi discendenti fu garantito un affitto calmierato a 15 ducati annui in perpetuo per la casa (che apparteneva ai Procuratori di S. Marco), e il permesso di esporre il gonfalone ogni anno il 15 giugno. Un simile privilegio fu concesso anche alla Scuola della Carità, attiva nel respingere il tentativo di colpo di stato, sul pennone eretto per l'occasione in Campo S. Luca, teatro principale dello scontro. La rivolta del Tiepolo ha profondamente influenzato la storia di Venezia, e ne resta traccia visibile nella sua toponomastica e nei suoi monumenti.

Esisteva in città, nel sestiere di Dorsoduro, nei pressi della zona ora detta dell'Accademia, una chiesa parrocchiale dedicata ai santi Vito e Modesto, vulgo di S. Vio, sita nell'omonimo campo e fondata secondo tradizione nel 912 dalla famiglia Vido [2]; per l'occasione, il sacro edificio, che versava in pessimo stato, fu restaurato, ampliato e dotato di una torre campanaria: lo si adornò con i marmi della casa di Bajamonte Tiepolo a Sant'Agostin, che fu infatti distrutta, e sulle cui rovine fu eretta una colonna infame [3]. Anche il campo fu ampliato, in modo da poter ospitare una solenne processione, e talché il doge potesse giungervi in veste rossa ed ermellino col Bucintoro, al termine di una sontuosa regata. Alla processione prendevano parte il clero della Ducale Basilica, le Scuole Grandi, le nove Congregazioni del Clero, e il capitolo dei canonici di S. Pietro di Castello. Dopo la solenne liturgia in chiesa, un grande banchetto era offerto in campo a tutti coloro che avessero preso parte alla pubblica celebrazione (particolarmente celebre fu quello offerto dal doge Andrea Gritti nel 1532) [4].

La chiesa di S. Vio nella storica mappa del de' Barbari (1500). La chiesa è posta trasversalmente all'isola di S. Vio, tra il rio omonimo e il rio delle Torreselle. L'abside appare inglobato nel nucleo di abitazioni circostanti. Il campanile, edificato nel 1315, ha forma quadrangolare e piuttosto tozza. Il Canal Grande è alla destra di chi guarda la mappa, e si vede bene la porzione di campo costruita (distruggendo alcuni edifici) per offrire un maggior plateatico allo stesso in tale direzione.
Con la fine della Repubblica, terminò la processione e scemò il culto al santo per la cui intercessione questa era stata preservata dagli attacchi contro il suo ordine: la chiesa, che oltre a reliquie dei santi Titolari si vantava del corpo della beata Contessa Tagliapietra (ora a S. Maurizio), fu purtroppo chiusa nel 1808 per effetto delle soppressioni napoleoniche, venduta a pezzi e infine distrutta cinque anni dopo. Nel 1864 la pietà di tal Gaspare Biondetti Crovato volle far edificare una più piccola cappella, sempre dedicata al martire di Marzara, nel medesimo luogo, reimpiegando - come ci spiega il Tassini - i materiali della chiesa originale. Anche la cappella fu tuttavia chiusa durante il secolo scorso, ed ora è malauguratamente utilizzata come abitazione privata.

Lo sconsacrato oratorio di S. Vito edificato nel 1864, ancora visibile in Campo. E' orientato a 90° rispetto alla chiesa precedente, e non ne condivide il terreno di fondazione (a sinistra della Calle della Chiesa, a sua volta a sinistra del palazzo bianco che si vede in questa foto), che è invece occupato dalla St. George Church degli anglicani, costruita nel 1926.

Ai santi Vito e compagni martiri era dedicata una chiesa anche nell'isola di Burano, divenuta sede di un monastero nel corso del secolo XVI, quando ivi si trasferirono le monache benedettine di Noale, minacciate dalle guerre che la Serenissima doveva affrontare contro i nemici nel suo dominio da tera [5]. La chiesa fu chiusa nel medesimo anno della parrocchia urbana ai medesimi santi titolata, e di lì a poco distrutta.

Disegno a penna ottocentesco della scomparsa chiesa di S. Vito a Burano, custodito negli archivi del Museo Correr.

La festa di S. Vito e compagni martiri era celebrata nella Città e nel Patriarcato con rito doppio, e tale è ancora nell'ultimo proprio patriarcale precedente alla riforma piana, quello pubblicato del Card. Patriarca Trevisanato del 1872. Le lezioni agiografiche del II Notturno sono le medesime che nel Breviario Romano (la terza, chiaramente mancando nel romano, è dall'omelia 47 de Sanctis di S. Agostino, dal Comune di più martiri). Propria è invece l'omelia sul Vangelo (S. Luca X) letta nel III Notturno, che è tratta dagli scritti di S. Beda il Venerabile (Lib. III in Lucam, cap. 42). La memoria di questa festa che tanto importante fu per la Repubblica sembra però consumarsi ulteriormente nel tempo: nel proprio redatto dal card. Patriarca La Fontaine nel 1913 in conformità alle nuove norme stabilite dalla bolla Divino Afflatu non è prevista alcuna particolarità per detta festa, che dunque viene celebrata con rito semplice come nel resto dell'orbe.
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NOTE

[1] Ed ebbe notevoli conseguenze sulla vita della Repubblica, basti pensare che in conseguenza d'essa fu istituito nientemeno che il Consiglio dei Dieci. Ma questo ora non attiene la nostra trattazione: per approfondimenti si segnalano S. ROMANIN, Storia documentata di Venezia, tomo III, Venezia, Naratovich, 1835, pp. 5-24 e soprattutto 25-49 sulla congiura; pp. 52-79 sul Consiglio dei Dieci; A. DA MOSTO, I dogi di Venezia, Venezia, 1939, pp. 95-130.

[2] Così riportano il Sanudo e altri cronachisti. Il Sansovino però ne attribuisce il patrocinio alla famiglia Magno, citata anche dal Sanudo; alcuni cronachisti menzionano pure la famiglia Balbi. Cfr. F. CORNER, Notizie storiche delle chiese e dei monasteri di Venezia e Torcello, Padova, Stamperia del Seminario, 1735, pp. 428-432.

[3] Le famiglie dei congiurati furono sottoposte a una vera e propria damnatio memoriae: i palazzi dei capi della rivolta furono distrutti, e in tutta la città furono erasi gli stemmi delle famiglie Querini e Tiepolo, che dovettero mutare da allora le proprie insegne araldiche.

[4] cfr. G. TASSINI, Curiosità veneziane ovvero origini delle denominazioni stradali di Venezia, Venezia, Grimaldo, 1872, pp. 776-778.

[5] cfr. F. CORNER, op. cit., pp. 603-605

venerdì 12 giugno 2020

Il voto della Serenissima Repubblica al Santo di Padova

Heros nitenti desuper
Caeli coruscat lumine;
Quo se beatam praedicat
Custode, tellus Adriae.

Il campione di fulgida luce
risplende dall'alto del cielo,
e d'averlo come patrono
si bea la terra d'Adria.

(Breviario Romano-Serafico, Inno del
Vespro della festa di S. Antonio di Padova)

Pietro Liberi, Venezia supplica S. Antonio per il felice esito della guerra di Candia, 1652-56,
Basilica di S. Maria della Salute (Venezia)

Tra i santi che hanno illustrato la terra veneta figura indubbiamente S. Antonio di Padova; il suo culto non è tuttavia legato alla sola città di Antenore, ma è ben radicato anche a Venezia, ove risulta venerato sin dal XIII secolo [1], e della quale egli è Patrono secondario. Al santo taumaturgo, ogni anno la città lagunare scioglie un solenne voto nella Basilica della Salute, ove si custodisce una preziosa reliquia dell'ulna del santo. Così mons. Antonio Niero rammenta l'origine del patrocinio antoniano su Venezia:
Giovanni Grimani, già podestà di Padova, il 27 febbraio 1651, proponeva per il buon esito della guerra e protezione dell'armata, di erigere un altare al santo in Basilica della Salute o in quella di S. Marco, con qualche effige o piccola reliquia e visita annuale del doge. Discussa la cosa ed approvata il 29 dello stesso mese, fu dato incarico ai Rettori di Padova di ottenere una reliquia del santo. Le difficoltà opposte dai Padovani non furono da poco; alla fine la reliquia fu concessa ed entrò in città il 9 giugno, per la via del Brenta, con un corteo fastoso puntualmente descritto dai cronisti, ed accolta come si soleva fare per i grandi personaggi. Dal reliquiario di S. Marco, dov'era stata collocata, fu condotta con processione solenne dal Doge, dal Senato, dal Clero e popolo lungo un ponte di barche gettato sul Canalgrande, sino in Basilica della Salute il 13 dello stesso mese.
Progettò l'altare il Longhena, proto della basilica; nel 1656 era già compiuta la pala commissionata al pittore padovano Pietro Liberi; l'anno dopo l'altare era ormai terminato.
Quasi vent'anni dopo in altra circostanza la Repubblica godette del patrocinio del santo, in seguito alla cessazione della peste che aveva colpito l'armata veneziana nell'assedio di Castelnuovo, onde con decreto senatoriale del 5 luglio 1687 fu incaricato il Bonacina di lavorare in isbalzo la scena in una tavola votiva assegnata all'altare del santo.
Dopo il 1651, il doge si recava ogni anno il 13 giugno in processione alla Salute, in manto chermisi e d'oro con mozzetta ad udire la Messa e venerare la reliquia. Caduta la Repubblica il voto continuò sino al 1954, quando prima fu abolito il ponte ed ora con decreto patriarcale in data 5 dicembre 1963 la festa è stata traslata in chiesa a S. Moisè.
A. NIERO, "I santi Patroni", in Culto dei Santi a Venezia, "Biblioteca Agiografica Veneziana 2", Venezia, Studium, 1965, pp. 81-82.
L'altare di S. Antonio del Longhena alla Salute, parato a festa per la solennità antoniana. Oltre al meraviglioso paliotto in oro a sbalzo e preziosi, si noti il tronetto per l'esposizione della reliquia.

La reliquia dell'ulna di S. Antonio venerata durante una Messa solenne
in rito tradizionale celebrata alla Basilica della Salute nel giugno 2018.

Circa le modalità di scioglimento del voto, dacché la festa cade quasi sempre infra un'Ottava privilegiata (come quest'anno quella del Corpus Domini), leggiamo negli Ordo storici del Patriarcato di Venezia: "Oggi, nella Patriarcale Basilica, dopo Terza si canta la Messa del giorno. Dopo Nona si compie una Processione da parte del Capitolo Patriarcale e del Clero delle Nove Congregazioni [2] alla Basilica di S. Maria della Salute, e ivi per adempiere al voto della Città - nell'anno 1687 - si canta la Messa di S. Antonio di Padova Confessore, Patrono delle Venezie - cappella canonicale - con la partecipazione dell'autorità municipale. Si dice il Gloria, una sola orazione, il Credo, e alla fine l'Evangelo di S. Giovanni. Nella medesima Chiesa tutti i Piovani della Città, da sé o per interposto, a norma delle Costituzioni Sinodali, sono obbligati a celebrare".

La rubrica ivi riportata si riferisce chiaramente a una situazione successiva alla caduta della Repubblica, visto che il doge è rimpiazzato dall'autorità municipale e si parla solo del Capitolo Patriarcale e non di quello della Basilica Ducale, e antecedente all'abolizione del ponte votivo, che Niero attesta essere avvenuta nel 1954, in concomitanza con la soppressione di molti altri ponti votivi che ornavano la città in occasione delle sue grandi feste (i due soli sopravvissuti allo scempio furono quello della Salute il 21 novembre e quello del Redentore la terza domenica di luglio). La traslazione della festa a S. Moisè di cui parla Niero non pare essere durata troppo a lungo, perché sin dagli anni '80 vediamo tornare annualmente il Patriarca a celebrare alla Basilica della Salute, seppur senza processione [3]. L'Ordo commette un errore facendo risalire il voto al 1687, anno della consacrazione della Basilica, mentre esso già da trentasei anni era stato compiuto (del resto nella Basilica si celebrava annualmente sin dal 1631 il 21 novembre il solenne scioglimento del voto alla Madonna in occasione della pestilenza di quell'anno, nonostante l'edificio dovesse ancor essere completato e dedicato). Alcuni Ordo, infine, riportano anche la possibilità che in ogni chiesa urbana venga celebrata in questo giorno una messa votiva solenne al Santo.

La statua lignea di S. Antonio (1450) all'altare del santo nella Basilica dei Frari. Il disegno del nuovo altare, che andava a sostituire un precedente ligneo quattrocentesco a sua volta eretto su un altare duecentesco sempre dedicato al santo patavino, è anche qui di Baldassarre Longhena.

Alla Basilica dei Frari S. Antonio compare pure nella celeberrima Pala Pesaro di Tiziano, dipinta tra il 1519 e il 1526 per ringraziare la Madre di Dio della vittoria di Santa Maura ottenuta da Venezia contro i Turchi nel 1502. L'intera basilica francescana è piena di immagini del Santo: Niero menziona, oltre alle già viste, una statua goticizzante in facciata; una nel barco del Gambelli (1475?); rilievo nel coro del Canozzi; ancona di A. Vivarini (1468); tela di anonimo del secondo quattrocento; statua lignea in sacrestia; tela del tintorettesco Floriano (1600) nel monumento Garzoni; del Rosa nel 1670, ivi; del Pittoni (1728) ivi; di G. Einz nel 1670 sotto l'organo; tra i santi francescani di B. Licinio (1489-1559); episodi della vita nella vetrata absidale del Beltrami (1907).
Altro luogo di devozione veneziana al santo, oltre alla già citata Basilica di S. Maria Gloriosa dei Frari, dei francescani conventuali, è la chiesa di S. Francesco della Vigna a Castello, dei minori, dove tradizionalmente ogni anno si compie una solenne processione con il simulacro ligneo del santo, accompagnata da una sagra popolare (forme di festeggiamento molto amate che accompagnavano quasi tutte le feste patronali della città sin da tempi antichi, come evinciamo dai ritratti che ne fanno i vedutisti del Settecento).

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NOTE

[1] Alla Basilica dei Frari l'erezione del primo altare in onore del Santo patavino risale al 1255. La celebrazione cittadina della festa è attestata, oltreché nelle lettere dei legati apostolici e nelle cronache dei pellegrini veneziani a Padova, nei messali marciani, e in taluni vi è pure iscritta la festa della Traslazione delle reliquie al 15 febbraio. Curiosamente, in uno di questi messali, datato al 1323, l'introito è quello dei Dottori della Chiesa, benché S. Antonio non lo sia stato ufficialmente dichiarato fino al secolo scorso. Una tradizione popolare priva di fondamento storico vuole che il Santo abbia soggiornato in città poco prima della sua morte, ospite della famiglia Civran.

[2] Le Nove Congregazioni di cui parla la rubrica, dette anche "chieresìe" dai veneziani, sono nove pie società del clero urbano, la prima delle quali fu istituita secondo la tradizione nel X secolo dal santo doge Pietro I Orseolo, dedite al reciproco sostegno economico tra confratelli, al suffragio di quanti tra essi sono defunti, e alla decorosa e solenne celebrazione delle maggiori feste cittadine. In età repubblicana le Congregazioni erano svincolate dall'obbedienza tanto al Patriarca quanto al Primicerio, e dipendevano esclusivamente dal Consiglio dei Dieci. Le congregazioni, ancora esistenti e il cui numero nonario si completò nel 1291, sono quella di S. Michele Arcangelo, di S. Maria Mater Domini, di S. Maria Formosa, dei Santi Ermagora e Fortunato, di S. Canciano, di S. Polo, di S. Silvestro, di S. Luca e di S. Salvador.

[3] C'è da sperare che questa antica e venerabile tradizione possa essere ripristinata, vista la devozione che ancora nutre il popolo veneto per il Santo di Padova. Nel 2019, dopo oltre sessant'anni di oblio, con felice decisione la giunta municipale di Venezia ha disposto che tornasse ad erigersi il ponte votivo che collega le Fondamente Nuove all'isola cimiteriale di S. Michele nell'ottavario dei morti. Ora, al termine dell'epidemia del Coronavirus, il rettore della Salute e altri parroci urbani hanno pubblicamente auspicato il ritorno del ponte votivo a S. Antonio. Chissà che presto anche questo ponte, insieme magari ad altri ancora, possa tornare a significare la pietà dei veneziani per le proprie feste religiose.

BIBLIOGRAFIA DI APPROFONDIMENTO

Le vicende della guerra di Candia per il voto e la traslazione delle reliquie a Venezia sono in V. PIVA, Il Tempio della Salute eretto per voto de la Repubblica Veneta, XXVI-X-MDCXXX, Venezia 1930, pp. 55-66.
Documentazione d'archivio in p. DAVIDE DA PORTOGRUARO O.F.M. CAPP., L'altare votivo della Repubblica Veneta a S. Antonio di Padova, in: Il Santo, IV (1931), pp. 1-30 dell'estratto.

Note liturgiche - Traslazione o solennità esterna?

Ogni anno, tra maggio e giugno giungono puntuali gli strafalcioni liturgici di tanti "tradizionalisti" che sui loro blog annunziano festanti celebrazioni per la "festa traslata del Corpus Domini" (ovvero dell'Ascensione). A beneficio di costoro e di tutti ripercorriamo qui dunque brevemente i concetti di traslazione e di solennità esterna.

La traslazione delle feste

Dicesi traslazione di una festa il suo spostamento in un giorno diverso da quello proprio a causa della coocorrenza in tal data di una festa di maggior grado. Le norme di questo caso sono trattate nell'apposita rubrica De translatione festorum, stampata in capo al Breviario Romano. Un caso emblematico è la festa dell'Annunciazione, quando cade durante la Settimana Santa: essa viene dunque traslata, con la sua Messa e tutto il suo Ufficio, al primo giorno libero, cioè il lunedì dopo l'Ottava di Pasqua. Il 25 marzo invece si farà solo l'ufficio della feria della Settimana Santa occorrente, omessa ogni menzione dell'Annunciazione [1]. A traslarsi è la festa meno nobile (termine tecnico della tabella delle precedenze), e nel caso di concorrenza tra una ricorrenza del Temporale e una del Santorale è ovviamente sempre quest'ultima a traslarsi, in quanto il Temporale è indissolubilmente legato al suo giorno proprio, che varia in relazione al ciclo pasquale.

Nelle rubriche stabilite con la bolla Divino Afflatu, la traslazione interessa unicamente le feste doppie di I e II classe. Nel Breviario Tridentino, tuttavia, tutte le feste di nove lezioni (cioè semidoppie e doppie [2]) impedite dovevano essere traslate nel primo giorno disponibile. Se questo sistema garantiva che nessuna festa venisse omessa e ben funzionava coll'assai leggero calendario cinquecentesco, l'ingolfamento dello stesso con molteplici feste doppie, sommate a quelle dei propri locali che facevano intervenire numerose traslazioni perpetue, lo rese un sistema veramente difficile da sostenere: un caso limite è rappresentato dalla traslazione, nel calendario dei Carmelitani dell'antica osservanza, della festa di S. Maria Maddalena al 9 settembre (49 giorni dopo il suo proprio 22 luglio, che cade infra l'ottava privilegiata della Madonna del Carmelo). Per ovviare a questo problema, con la riforma di Leone XIII del 1884, si stabilì che solo le feste doppie maggiori e di I o II classe, e quelle dei Dottori della Chiesa si sarebbero traslate: non più dunque si sarebbero traslate, ma solo commemorate nel giorno della loro occorrenza, feste semidoppie e doppie minori. Come detto, il numero di feste traslande fu ulteriormente limitato da Pio X.
Quest'ultimo intervento crea qualche problema nel momento in cui ci si trova davanti a un caso come quello di ieri: festa del Corpus Domini, che non ammette commemorazioni (come molte altre feste doppie di I classe del ciclo temporale), coincidente con S. Barnaba, doppio maggiore. Un santo indubbiamente importante, apostolo, come Barnaba, non potendosi commemorare né dovendosi traslare, viene quest'anno completamente omesso, tranne laddove per ragioni di patrocinio si veneri con rito doppio di I o II classe, nel qual caso sarebbe traslato al sabato dopo l'ottava del Corpus Domini [3].

E' da notare, inoltre, che quando una festa viene traslata, la traslazione si riferisce sì alla totalità dell'ufficio, ma della sola festa, non di sua vigilia od ottava. La vigilia resta celebrata nel suo giorno proprio, così come l'ottava: dell'ottava si fa commemorazione nel suo giorno naturale "ut si festum non fuisse translatum" (caso di S. Giorgio traslato al 26 aprile per occorrenza con feste pasquali: la sua ottava [chiaramente nei luoghi dove ne gode] resta il 30 aprile); se però la festa fosse traslata a un giorno successivo alla sua ottava (ad esempio, S. Giorgio al 4 maggio), quest'ultima del tutto si omette. Questo, ovviamente, fatti salvi i privilegi locali, come quello celebre concesso da Pio VII a Venezia in occasione della sua elezione al romano pontificato, avvenuta eccezionalmente nel monastero lagunare di S. Giorgio Maggiore, di traslare l'intera ottava di S. Marco insieme alla festa quando ciò occorresse.

La rubrica dice che le traslazioni avvengono in primam diem liberam: ovviamente, com'è evidente alla logica, s'intende il primo giorno libero dopo la festa. Nel 1960 s'introduce la deliberata eccezione per cui la festa di S. Giuseppe, se impedita dalla Settimana Santa, è anticipata anziché posticipata. A quanto pare, questa eccezione alla logica sta prendendo molto piede nella confusione moderna (cfr. questo bizzarro responso della "congregazione del culto divino").

Un discorso che dovrebbe essere affrontato a parte, e non senza difficoltà, è quello dell'ordine in cui si celebrano una serie di feste traslate dello stesso grado (l'anno scorso a un amico sacerdote capitò di dover traslare a causa delle concomitanti feste pasquali e dunque riordinare nella settimana dopo la domenica in Albis il patrono della Diocesi, la dedicazione della Cattedrale, la festa di S. Marco e il patrono della propria chiesa, situazione indubbiamente peculiare): caso in cui si mescolano criteri di precedenza liturgica (non ultimo il predetto della "nobiltà") e di ordine cronologico.

La solennità esterna.

Dicesi solennità esterna la messa votiva di una festa celebrata in una domenica diversa dal giorno proprio secondo norme speciali che lo consentono. Andiamo a spiegare meglio questa frase piuttosto oscura.

La solennità esterna, anzitutto, è qualcosa che riguarda il beneficio dei fedeli e non l'osservanza delle norme liturgiche. La traslazione di una festa è una legge liturgica che si deve osservare obbligatoriamente da tutto il clero di una Chiesa particolare o della Chiesa universale; la solennità esterna riguarda le chiese con concorso di fedeli che si trovano in date situazioni che ora andremo a descrivere.

Feste molto sentite dal popolo, o molto importanti, o addirittura di precetto in seguito al diffondersi di costumi produttivisti e anticristiani, non possono in alcuni luoghi essere celebrate con concorso di tutto il popolo a causa del concomitante giorno lavorativo. E' il caso emblematico dell'Ascensione e del Corpus Domini in Italia. Queste feste restano celebrate pienamente, con Messa e Ufficio, nei loro giorni propri (nei casi sopraddetti il sesto giovedì dopo Pasqua e il giovedì dopo la Domenica della Trinità); tuttavia, a beneficio dei fedeli, è permessa in una data domenica (nei casi summenzionati quella fra l'Ottava) la celebrazione di una messa votiva solenne della festa. Il giorno liturgico, tuttavia, resta quello corrente: la domenica fra l'Ottava del Corpus Domini resta la domenica, e non diventa la festa del Corpus Domini. A parte la messa votiva celebrata a beneficio del popolo, le altre messe dovranno essere della domenica (Factus est), e della domenica sarà parimenti l'Ufficio. Anche nella stessa messa votiva della festa dovrà essere commemorata la domenica occorrente (e, secondo le rubriche di Pio X, se ne leggerà il Vangelo in fine [4]).

Altri casi in cui è permessa la messa votiva della solennità esterna, oltre ai due succitati, sono, per esempio, la festa patronale di una chiesa o di un luogo o i santi Pietro e Paolo; S. Pio X permise inoltre di celebrare una messa votiva della solennità esterna delle feste un tempo assegnate fissamente a una domenica, e da lui invece spostate a un giorno fisso (per esempio, la Madonna del Rosario dalla prima domenica di ottobre al 7 dello stesso mese): in questi casi, la domenica prescelta per la messa votiva è quella stessa cui un tempo era assegnata fissamente la festa.

La messa votiva della solennità esterna, si è detto, avviene a beneficio dei fedeli: nei paesi ove il Corpus Domini è festa civile, sarebbe privo di senso celebrare detta messa votiva; come parimenti laddove, festa civile o meno, il concorso dei fedeli è ampio anche alla funzione nel giorno infrasettimanale, decadrebbe la publica causa (sempre richiesta dalle messe votive solenni) per poterla celebrare esternamente in domenica.

Dal Kalendarium Sanctae patriarchalis primatialis metropolitanae Ecclesiae Venetiarum pro A.D. MCMXXXVI, Venetiis, 1935, p. 101. La rubrica spiega molto bene regole e senso della festa esterna dei Sette Dolori della Madre di Dio (prima di Pio X assegnati fissamente alla terza domenica di settembre). Al di là del privilegio delle chiese ove vi fossero confraternite dell'Addolorata, sono da notare le ultime parole: Missae tamen Convent(uales) et Paroch(iales) diei omnino debent ut in Calend(ario). Le messe liturgicamente più importanti devono seguire il calendario, non la festa esterna.
Sperando che queste semplici note possano giovare a tutti, e confidando dunque di non dover più leggere di "messe tridentine della festa traslata del Corpus Domini", non posso però astenermi dal rimarcare che diciture come quella testé censurata dimostrano, oltreché al nefando influsso del nuovo rito e dei suoi bizzarri spostamenti di feste alla domenica [5], la grande ignoranza liturgica (nei suoi più semplici e basilari principi) che caratterizza buona parte del mondo tradizionalista; ignoranza che purtroppo debbo qui a malincuore rimarcare, avendo avuto a leggere di processioni delle rogazioni celebrate il "giovedì, venerdì e sabato prima dell'Ascensione" (ovvero, correttamente, il giorno dell'Ascensione e il venerdì e il sabato nella sua Ottava), o avendo avuto a sentire da persona auto-dichiaratasi grande liturgista che "traslandosi l'Ascensione alla domenica, a una messa di matrimonio celebrata il sabato [correttamente fra l'ottava] commemoriamo la vigilia"... Dio liberi!

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NOTE

[1] Romanamente: nel costume ambrosiano, stranamente, si commemora anche nel giorno proprio la festa traslata, ma questo è irrilevante al momento.

[2] La distinzione delle doppie in minori, maggiori, di II classe e di I classe, com'è noto, risale all'edizione clementina del 1602, ed è assente dal Breviario di Pio V.

[3] A Venezia, la chiesa urbana di S. Barnaba a Dorsoduro godeva di uno speciale privilegio, menzionato nel Calendario Patriarcale del 1936 (in cui si ha il caso sopra descritto), per cui la festa patronale si traslava al giorno seguente, benché all'interno di un'ottava privilegiata. La rubrica generale menziona solo la festa di S. Giovanni Battista come insignita di tale privilegio in caso di occorrenza con il Corpus Domini.

[4] In precedenza, le messe votive richiedevano sempre il Vangelo di S. Giovanni in fine, anche qualora una domenica o una feria speciale fosse commemorata.

[5] Lo spostamento di molte feste a una domenica fissa era un pallino del vescovo toscano accusato di giansenismo Scipione de' Ricci (1741-1810), che convocò il Sinodo di Pistoia, ma era una prassi largamente diffusa in età post-tridentina quella di assegnare delle feste a domeniche fisse; alcune di queste erano accettabili, altre decisamente meno perché soffocanti il già compresso ufficio domenicali: tra quelle meno accettabili si menzionano indubbiamente i molti titoli devozionali ("della purità", "delle rose", etc.) della Madonna localmente e diffusamente onorati. Né i sinodali di Pistoia né altri pensarono mai però di spostare feste del Temporale a una domenica fissa: ci pensò però Pio X, col motu proprio De diebus festis del 1911, che spostò proprio il Corpus Domini con tanto di ottava alla domenica seguente: decisione ribaltata appena 22 giorni dopo da un decreto della Sacra Congregazione dei Riti; curiosamente, in Divino Afflatu, appena due anni dopo il precedente motu proprio, Papa Sarto si muove in direzione completamente opposta, assegnando a giorni fissi - come detto - le feste precedentemente occupanti delle domeniche. Riteniamo comunque che i "tradizionalisti" poco liturghi si rifacciano nei loro errori al rito nuovo (che, per decisione dei fantomatici enti definiti "conferenze episcopali", ha spostato in alcuni luoghi d'imperio l'Ascensione e il Corpus Domini alle domeniche successive, rimpiazzando i giovedì con semplici e inesistenti ferie), e non a una decisione del 1911 rimasta in vigore meno di un mese; tra l'altro, di spostare l'Ascensione, che non può che essere di giovedì essendo 40 giorni dopo Pasqua, mai era balenato a nessun sano di mente in quasi 2000 anni... miracoli della modernità...