martedì 3 febbraio 2026

Le ordinazioni episcopali della FSSPX del 1988 e del 2026 e quelle dei GOC del 1937 e del 1960-62. Appunti canonistici.

La presente nota è scritta quale commento "a caldo" dell'evento annunziato per il prossimo 1° luglio. Disamine più approfondite potranno seguire.

di Nicolò Ghigi

E' recentissima notizia che il superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani, abbia dato disposizione ai vescovi di detta fraternità di procedere alla consacrazione di nuovi vescovi, stante il perdurante stato di necessità, eguale a quello che portò alle consacrazioni effettuate da mons. Lefebvre e mons. De Castro Mayer nel 1988. Il comunicato è molto stringato, ma annunzia verso il finale "spiegazioni complementari sulla situazione attuale e sulla decisione" nei prossimi giorni, che si presume dettaglieranno la questione dello stato di necessità (ma la ripubblicazione nel 2023 sul sito del distretto d'Italia dell'articolo L’apostolato della FSSPX e lo “stato di necessità”, apparso previamente in «La Tradizione Cattolica», 21-3 [76] (2010), pp. 18-24, è già sufficientemente illustrativo). Sicuramente ad aggravare l'urgenza della decisione è la senescenza di mons. Fellay e mons. de Galarreta, ultimi due vescovi rimasti dopo la dipartita di mons. Tissier de Mallerais e la scissione (e recente dipartita) di mons. Williamson, il quale peraltro, con la consacrazione a una sola mano di Jean-Michel Faure, è di fatto caduto in una situazione canonica diversa.

Tralasciando il fatto alquanto turbativo della normale gerarchia sacramentale della Chiesa per cui la decisione venga presa da un presbitero che comanda ai vescovi di conferire un sacramento che a essi unicamente compete (ma che del resto è conseguenza necessaria della sovrapposizione, all'autorità sacramentale, di una autorità giurisdizionale distinta da essa, avvenuta nella chiesa latina: gli ordini religiosi, dal francescanesimo in giù, ne sono una conseguenza, ma la conseguenza maggiore è il caso del laico eletto papa, che dispone di autorità giurisdizionale universale e immediata già prima della sua ordinazione all'episcopato!), la questione su cui si presume si concentrerà il dibattito nei prossimi mesi sarà se lo stato di necessità del 1988 perduri oggi pure. La legittimità delle ordinazioni di Lefebvre all'epoca era stata del resto difesa da molti canonisti, non ultimo il celebre Gerald Murrey, che nella sua tesi di licenza sostenne la legittimità della presunzione dello stesso pur discordando circa la sua esistenza oggettiva. Alcuni già hanno obiettato che oggi la messa tridentina è diffusa su tutta la terra grazie a svariate istituzioni e molti preti pienamente comunicanti e obbedienti al regnante pontefice, cosa che nell' '88 non esisteva, a eccezione di qualche singolo prete peraltro perseguitato dai propri superiori. Ma questo non significa nulla per la posizione della Fraternità, che nel succitato articolo esprime chiaramente quale è la causa prima dello stato di necessità: l'impossibilità della corretta professione di fede. Questa impossibilità caratterizza tutte le messe degli istituti ex Ecclesia Dei e ad mentem dei motu proprio Summorum Pontificum e Traditionis Custodes, come è ben spiegato da M. Tranquillo, La professione di Fede e il sospetto di eresia, in in «La Tradizione Cattolica», 24-3 [86] (2013), pp. 16 ss. e Id., La nuova messa e la professione di fede, in «La Tradizione Cattolica» 30-2 [110] (2019), pp. 6-16; il quale articolo, se inteso sensu obvio, indica la pericolosità per la fede sostanzialmente di TUTTE le messe non celebrate entro il quadro giuridico-istituzionale della FSSPX, nonostante il fatto che alcuni seguaci dell'autore della nota testé citata si profondano nell'esercizio eccettuativo (come i giovani oratori che si esercitavano nell’arte retorica difendendo l’innocenza di Paride), individuando i più disparati cavilli che possano far sì che una messa eccepisca dal summentovato anatema, arrivando a giustificare la legittimità di messe di preti biritualisti (sic!, adducendo a pretesto il non essere donatisti, e ritenere dunque un mero "peccato privato" il celebrare quella che è da loro considerata una testimonianza pubblica contro la fede, cioè il rito "pericoloso" del CV2!) o persino ad mentem TC con la scusa che tale mens sarebbe oggetto di una qualche sorta di restrizione mentale (per esempio, non confacendosi all'obbligo dell'uso dei libri del '62: ma la violazione di un cavillo di un contratto non invalida l'accettazione generale del contratto; oppure sostenendo che non vi sia intima accettazione del contratto: ma il vescovo neolatino che concede la messa e la chiesa pretende assicurazione formale del contrario, e la taqiyya è un elemento del diritto coranico, non di quello cattolico, e la restrizione mentale stretta è sempre un peccato, cfr. i decreti del Sant'Uffizio SD 2126-2128).

La conseguenza della visione testé rappresentata è quella che viene sovente espressa dalla formula parafrasata "extra fraternitatem nulla salus", che corrisponde sostanzialmente all'identificazione dei confini della Chiesa con quelli della Fraternità. Lo stesso sembra difatti suggerire Pagliarani nel suo comunicato, laddove afferma che «È solo nella Chiesa di sempre e nella sua costante Tradizione che troviamo la garanzia di essere nella Verità, di continuare a predicarla e a servirla»: da tali parole si può inferire che la “Chiesa di sempre” sia un ente distinto dalla “Chiesa di oggi”, e che la Fraternità incarnerebbe tale “Chiesa di sempre”. La medesima posizione è stata espressa da Pagliarani del resto in molteplici altre pubbliche dichiarazioni, ed è patrimonio comune dei fedeli “tradizionalisti”, come si può render conto chiunque leggendo i varî blog in cui essi esprimono disordinatamente le proprie posizioni. Se però la Fraternità è, sostanzialmente, la vera chiesa, per quale ragione essa mantiene comunione con un gruppo di chierici, cioè la Chiesa cattolica ufficiale, che essa considera essere in buona sostanza una falsa chiesa? La risposta viene ancora una volta dagli scritti apologetici della Fraternità (che costituiscono la gran parte della produzione editoriale della Fraternità, secondo la consueta necessità delle sette minoritarie di dover giustificare se stesse: se si visiterà la libreria del Cimitero Rogozhkoe la situazione sarà pressoché la stessa), per esempio M. Tranquillo, Risposte ad alcune domande sulla situazione della Chiesa, in «La Tradizione Cattolica» 28-3 [104] (2017), e Id., Permanenza del papato, permanenza della Chiesa, in «La Tradizione Cattolica» 25-1 [90] (2014), pp. 29 ss. In somma, questi e molti altri saggi vogliono mostrare la assoluta necessità della permanenza del papato, contro ogni tesi sedevacantista o sedeprivazionista, in quanto secondo il dogma novatore e inaudito del Vaticano I il papato è la fonte assoluta di ogni giurisdizione. Senza il papa, e dunque senza la giurisdizione, la Chiesa non esisterebbe più; che il papa sia eretico poco importa (in barba al canone apostolico che scomunica chiunque comunichi – e dunque commemori – uno scomunicato: ma i canoni apostolici sono stati aboliti dai latini in quanto non compaiono nel CJC1917!), in quanto i suoi atti non sono validi perché “incapace di usare il proprio potere” arbitrario e assoluto conferitogli dal Vat.1 e dalle altre innovazioni consimili (cosiddetta “tesi di Lomazzo”, da alcuni ritenuta una forma di sedevacantismo con la sede piena pro bono pacis; in realtà una forma di protestantesimo col papa: il papa c’è, ma io mi arrogo il diritto di decidere per il suo foro interno); dunque è un papa marionetta, i cui atti non sono validi né efficaci né universali né infallibili, ma la cui presenza fittizia “serve soltanto a render valide le confessioni del prete della FSSPX”, per citare una arguta critica del sedeprivazionista (o forse sedevacantista simpliciter ormai) don Ricossa. Confessioni che, peraltro, il papa stesso non riconosce come valide e legittime (lasciando stare la misericordiosa concessione di Bergoglio, che l’avrebbe volentieri concessa pure alle pastore metodiste), in quanto avvengono fuori dalla giurisdizione, che a questo sacramento è necessaria.

Difatti, i vescovi della Fraternità, in quanto ordinati senza il mandato papale, non hanno ricevuto giurisdizione (nemmeno quella di una sede titolare: cioè sono vescovi di nulla, vescovi per sacramento ma non per giurisdizione, il che conferma l’assurdo di separare le due autorità, mentre è chiaro sin dall’età apostolica che il vescovo è in quanto capo, o meglio supervisore, di una comunità visibile e determinata geograficamente); e nondimeno si fregiano impropriamente di tutti gli attributi della giurisdizione, ossia il conferimento delle cresime (che per i latini è prerogativa episcopale; ma tale ingiusta restrizione è aborrita dalla Nostra Chiesa, cfr. e.g. S. Fozio, Encyclica (Ep. II), ed. Laourdas-Westerink, I, pp. 42-43), degli ordini sacerdotali, e in generale l’uso di pontificare al trono e con l’uso del pastorale! E così di giurisdizione son privi i preti da loro ordinati, e pure i nuovi vescovi che ordineranno non saranno diversi da costoro, perpetrando ulteriormente l’abuso, e dal punto di vista cattolico l’illegittimità e financo lo scisma (che, come spiega il Dict. Theol. Cath. s.v., è proprio “la disobbedienza al Romano Pontefice, e non già la negazione principiale della sua autorità”).

Tutto questo complesso è giustificato dall’etichetta già più volte richiamata dello stato di necessità. Quest’ultimo è tuttavia un concetto alquanto fumoso del diritto canonico, e si può dire che gran parte della discussione canonistica attorno a quest’ultimo si debba proprio ai varî movimenti tradizionalisti del dissenso, che lo interpretano ovviamente in modo diverso (lo stato di necessità è la giustificazione addotta pure dai sedevacantisti, i quali sostengono però che esso eccettui pure l’esistenza medesima dell’unica fonte di giurisdizione, mentre per i lefebvriani come detto eccettua il ricevere giurisdizione da questa fonte, ma non la sua esistenza: cioè basta che la giurisdizione, che è una persona per i latini, esista; poi il mio pezzetto me lo prendo io anche se quella non vuole!). Cosa sia lo stato di necessità resta dunque poco chiaro, come poco chiari ne sono i confini. Ma soprattutto resta poco chiaro chi dovrebbe dichiararlo: mons. Lefebvre? I suoi preti? I singoli fedeli? Ma che autorità hanno per fare ciò? In una religione in cui ogni autorità su questa terra (ivi inclusa quella secolare!) dipende da una sola persona, cioè il papa, come può qualcun altro arrogarsi l’autorità di dichiarare qualcosa contro il papa? Da qui tutta la discussione sul papa eretico e l’ipotesi della sua deposizione, su cui molti amano cianciare ma che in verità nessuno ha mai risolto perché, soprattutto dopo il Vat.1, costituisce un’aporia insuperabile.

Attribuire la dichiarazione dello stato di necessità al singolo fedele (che comunque è tenuto a scegliere di ricevere i sacramenti dai preti della Fraternità, se vuole salvarsi) implica poi l’esistenza di un concetto definito come “coscienza della Chiesa”, attribuita al popolo fedele di Dio (“pleroma”, pienezza). Benché la storia anche occidentale sia piena di dimostrazioni di tale coscienza, è stato intento preciso del cattolicesimo eliminarla completamente dal proprio orizzonte teologico; e nel momento in cui si è risolto in un solo “atomo”, cioè il papa, tutto il “pleroma”, che bisogno c’è di quest’ultimo? Tanto più se è composto da laici, che per i cattolici sono disprezzati come “chiesa discente”, e debbono solo tacitamente ubbidire ai dettami della “chiesa docente” (ancorché i laici “tradizionalisti” siano tutt’altro che taciti, obbedienti e rispettosi: atteggiamenti che in tempi più felici avrebbero valso per loro come minimo una censura, se non un sospetto di protestantesimo). Dunque la coscienza del fedele, ma pure del singolo prete o vescovo, non ha nessuno spazio nell’ecclesiologia latina tradizionale, e qui cade il problema essenziale per tutto il tradizionalismo cattolico.

A tal proposito, può essere utile comparare i fatti con una situazione simile che accadde nella nostra Chiesa Ortodossa, in cui invece la coscienza della Chiesa è e rimane custode ultimo e primario del deposito della fede, ossia la formazione del movimento vecchio-calendarista in Grecia nel corso del XX secolo. Tutto ebbe inizio con l’accettazione da parte della gerarchia della Chiesa di Grecia, nel 1924, del calendario ecclesiastico latino voluto dal patriarca massone Melezio Metaxakis: se il calendario in sé non costituisce un eresia (ma come minimo scisma sì, in quanto violazione della tradizione immutata della chiesa), eretizzante era indubbiamente il proposito di Melezio, cioè cercare l’unione con gli eretici (anglicani in primis). Inizialmente, la resistenza fu effettuata soltanto da laici, che avevano ben chiaro il loro ruolo di “coscienza della Chiesa”, e solo nel 1935 ottennero tre vescovi a guida del loro movimento. Questi presto procedettero all’ordinazione, nel 1937, di quattro nuovi vescovi, per garantire la continuità della gerarchia, mentre lo stato già prendeva in atto misure persecutorie contro i cristiani fedeli al vecchio calendario (ben più dure e sanguinose delle persecuzioni mai subite da alcun tradizionalista cattolico negli ultimi sessant’anni, inclusi almeno un paio di martiri), e costituirono un sinodo. Questo sinodo fu praticamente distrutto dalle persecuzioni, dalle defezioni (alcuni tornarono alla chiesa di stato; uno, Matteo di Vrestheni, si separò dagli altri e credendosi l’unico vescovo rimasto sulla terra ordinò a una sola mano, come Williamson, altri vescovi) e dalla morte naturale dei suoi membri; l’ultimo a partirsene fu uno dei fondatori, Crisostomo di Florina, che morì senza poter ordinare nuovi vescovi, in quanto era rimasto solo, e non voleva violare il canone apostolico che richiede almeno due consacranti. Il rimasto clero allora si rivolse alla Chiesa Russa all’Estero, dove trovò l’aiuto prima di Serafino di Chicago (per l’intercessione di S. Giovanni di San Francisco), che insieme a Teofilo di Detroit ordinò nel 1960 l’archimandrita Acacio Pappas all’episcopato, e due anni dopo quest’ultimo, insieme a Leonzio del Cile, ordinò altri quattro vescovi, da cui ha origine l’odierna linea episcopale GOC. Tali ordinazioni furono pienamente riconosciute dalla Chiesa all’Estero con decreto sinodale sotto l’impulso del metropolita Filarete alcuni anni dopo. Su di esse, si veda l’ottimo e ricchissimo studio di Clemente di Gardicio, Ἐπίσκοπος Μαγνησίας Χρυσόστομος Νασλίμης (1910–1973). Ἀκατάβλητος Ἀγωνιστὴς Πίστεως καὶ Ὑπομονῆς, vol. II, Athina 2020, pp. 64-259.

Qual è la differenza tra lo “stato di necessità” che compulse i fedeli greci del vecchio calendario e quelli della Fraternità? La differenza non sta nella situazione in cui si trovarono o nel modo in cui agirono, ma nell’ecclesiologia fondante delle due Chiese. I laici greci avevano non solo il diritto, ma il dovere di opporsi alle innovazioni e di difendere le tradizioni; simile dovere avevano i tre vescovi che presero la retta posizione nel 1935, così come era loro dovere assicurare la continuità della successione apostolica: pur senza negare la validità di quella dei neocalendaristi, cosa che i floriniti mai fecero, era necessario separarsi dalla comunione con gli eretizzanti, ancorché non ancora condannati sinodalmente come eretici, in quanto ciò è prescritto dal canone 15 del Sinodo primosecondo dell’861-62. Similmente, certo è un fatto straordinario, e per certe categorie illecito, l’aver ordinato vescovi senza il consenso della suprema autorità ecclesiastica della zona (cioè il Sinodo) nel 1937, così come pure l’aver proceduto da parte dei vescovi della ROCOR a ordinazioni fuori dai confini canonici della propria Chiesa; ma questo era giustificato eccome dallo stato di necessità che ogni fedele, ordinato o laico che sia, ha diritto e dovere di determinare in accordo con i canoni, i padri e la tradizione. I vescovi GOC, poi, dispongono tutti di giurisdizione ordinaria, in quanto la giurisdizione è trasmessa nel momento stesso dell’ordinazione sacramentale (perché non ne è disgiunta) sopra la comunità di fedeli che ha eletto o ricevuto quel vescovo come proprio pastore, ed è semmai soltanto confermata amministrativamente dall’autorità superiore: l’autorità superiore è il sinodo, ma essa stessa non è sussistente per qualche divina disposizione, ma è formata dal basso, cioè dall’accordo dei vescovi di varie comunità di una stessa regione (come possono essere appunto i confini di uno stato), che si riuniscono, individuano un protos/portavoce, e amministrano in modo coordinato il loro territorio, in perfetto accordo con le disposizioni del can. 34 degli Apostoli. Gerarchie parallele, d’altra parte, sono esistite eccome nella storia, e anche santi le hanno fondate e appoggiate, già in epoca antica: sono esistite persino nella chiesa occidentale (si pensi allo Scisma d’Occidente), ancorché poi il papato le abbia rilette in modo diverso, ignorando la portata di certi fatti o persino il dettato di un documento da esso stesso proclamato quale  il decreto Haec Sancta del concilio di Costanza, che già Martino V volle rigettare.

Mons. Lefebvre aveva compreso il problema della crisi dell’autorità nella chiesa, ma l’urgenza lo spinse a prendere decisioni rapide e azioni concrete, per fronteggiare le difficoltà dell’ora presente. Non elaborò mai una teoria critica dell’autorità, né una giustificazione canonistica completa delle proprie azioni: forse non sarebbe stato in grado, ma non era nemmeno il suo scopo. In quarant’anni, tuttavia, la Fraternità ha sviluppato ragionamenti inevitabilmente contradditorî, anfibolici e tesi soltanto all’autogiustificazione, poiché non ha saputo discordarsi da quella che era l’ingombrante ecclesiologia papale in vigore negli anni ’50, benché il modernismo – se ci fosse stata bisogno di ulteriore prova – ne abbia mostrato pienamente la pericolosità. La difficile situazione in cui si trova la Fraternità, ondeggiante tra il mantenere intatta la professione di fede da essa ritenuta corretta, dovendo quindi evitare ogni obbedienza e contatto con una gerarchia eretica o eretizzante, con la quale nondimeno si mantiene la comunione eucaristica, e il riconoscere dunque l’esistenza di quest’ultima da cui in ultima sostanza dipende la propria esistenza, è forse una delle migliori dimostrazioni dell’aporia insolubile dell'ecclesiologia romano-papista.