giovedì 25 giugno 2020

Pizzi e merletti

L'espressione pizzi e merletti è sovente utilizzata in Italia in modo spregiativo: precipuamente la usano i modernisti per accusare la vezzosità di certuni tradizionalisti; ma la usano anche i "tradizionalisti" duri e puri per criticare chi, anziché perdere tempo a commentare ogni parola del Papa o a denunciare qualche complotto massonico-mondialista, preferisce occuparsi seriamente di tradizione liturgica.

La cosa ironica è che, dal canto opposto, proprio questi "tradizionalisti" fanno uso abbondante e smodato di pizzi e merletti, a differenza dei liturgisti seri; ai primi si può ben aggiungere la schiera dei "conservatori" che si sciolgono davanti a preti e vescovi che indossano un camice in pizzo di Cantù o a una pianeta, incuranti dell'ortodossia o meno di quello che stanno celebrando così parati. Ma se costoro studiassero un po', scoprirebbero che non sempre qualche centimetro di pizzo in più è un bene. Anzi!

Raffigurazione del Sacerdote del
Tempio di Gerusalemme in abiti
rituali. Si noti la tunica.
Partendo da un giudizio puramente estetico, che un pizzo raffazzonato, grossolano e di scarsa qualità, come la maggioranza di quelli che si vedono in giro, è quanto di più inguardabile possa esserci (magari unito a orride pianete francesi di plastica), passiamo a un livello più profondo. Un bel pizzo, magari antico, può essere esteticamente gradevole, ma non per questo liturgicamente più sensato.

Guardiamo al significato del camice, per esempio: esso è la candida veste lavata nel sangue dell'Agnello e perciò detto anche alba, ed è la veste di colui che compie il sacrificio. Essa compare in numerosi culti pre-cristiani, e pure nel culto templare ebraico, con cui il culto cristiano ha chiare relazioni di dipendenza: Ruperto di Deutz (XII secolo) lo considera l'equivalente della Kethonet (כֻּתֹּנֶת), la tunica dei sacerdoti che prestavano servizio nel Tempio di Gerusalemme. Nell'Esodo, al capo XXVIII, leggiamo che questa tunica dev'essere di lino puro, e coprire l'intero corpo dal collo ai piedi, con maniche fino ai polsi.

Un antiestetico, oltreché antiliturgico,
camice con ampio decoro in tulle
I decreti della Sacra Congregazione insistono nel ribadire fortemente il materiale del camice, cioè il puro lino, combattendo ogni consuetudine contraria; anche le altre prescrizioni devono pertanto essere seguite, e come l'amitto copre accuratamente la parte del collo, così il camice stesso deve scendere sino ai piedi. Naturalmente, il camice finisce là dove finisce il lino: la parte di pizzo è decorazione che non fa parte del camice. Dunque, se un piccolo bordo di merletto alla fine delle maniche e dell'orlo può essere una decorazione accettabile per ingentilire il camice (ingentilimento che non dovrebbe trasformarsi in una femminilizzazione, visto che in molti paesi il pizzo è parte esclusiva dell'abbigliamento muliebre), un pizzo che scende dal ginocchio snatura il camice rendendolo una tunichetta, e non è pertanto accettabile per compiere la Santa Azione. Un decreto della Sacra Congregazione del 16 giugno 1893 ammette (tolerari posse) che un camice possa avere il pizzo dalla cintura in giù: si tratta nondimeno di un palese caso di decadenza liturgica del tardo Ottocento [1]. Merletti ascellari o, peggio, camici interamente di tulle come mi è purtroppo capitato di vedere, oltre a essere un'offesa al buon gusto e alla sobrietà romana, rientrano a pieno titolo nei defectus in celebratione Missae; qualcuno direbbe sotto pena di peccato mortale, altri proporrebbero un rogo, che tra l'altro il tulle dovrebbe ben alimentare (ironia).

Altro antichissimo abuso, molto diffuso in Italia, è l'uso di indossare nei giorni di maggior festa un camice il cui pizzo sia accompagnato da un tessuto a fondo colorato, sovente rosso. Ciò appare permesso da un decreto datato 12 luglio 1892 (coevo al precedente citato, e dunque nel medesimo spirito antiliturgico); tale decreto, però, parlando del rocchetto su cui pure era fatta la medesima domanda, specifica subito che il colore dev'essere il medesimo della talare di chi lo indossa. Non si vede perché per il camice debba essere diverso: e dunque il fondo rosso sconviene assai al semplice prete. Per inciso, un decreto precedente vietava assolutamente la detta prassi [2].

Il card. Burke indossa un camice di dubbia liturgicità durante un pontificale a Ravenna (con dei divani scuoiati francesi rococò al posto delle dalmatiche, il cui effetto nella paleocristiana basilica di S. Apollinare rasenta il ridicolo)
Camici conformi alla tradizione e al significato liturgico continuano a essere vestiti dai monaci di Le Barroux.

Molti purtroppo legano il camice senza pizzo agli orrori moderni decorati a gigliuccio: questi sono veri e propri orrori, oltreché per l'antiesteticità del gigliuccio (il tessuto piano proprio non piace?) e per i discutibili colli quadrati con cui sono armati per far risparmiare al prete modernista la fatica di mettere l'amitto (delle zip meglio non parlare), in quanto sono quasi sempre non di lino, e dunque illeciti, nonché spesso di fattura grossolana e inguardabile.
Ci si potrebbe allora chiedere come decorare il camice nelle occasioni più solenni. La soluzione ci viene dalla prassi medievale, che tra l'altro trova conferma pure nelle prescrizioni veterotestamentarie. Nell'Esodo leggiamo che la tunica del Sommo Sacerdote, a differenza di quella degli altri sacerdoti che era semplice, era dotata di ricami e fregi. Nel Medioevo si provvide a decorare il camice con aurifregi sulle maniche, sul collo (caputium o cappino) e sulle parti inferiori del camice (grammata), elementi ancora in uso nella metropolia ambrosiana. Molto spesso questi aurifregi erano prodotti a parte in vari colori, in modo da potersi apporre poi sul camice a seconda dell'occasione liturgica, creando effetti decorativi e pratici molto simili agli epimanikia bizantini (stringere il camice sulle maniche per facilitare i gesti liturgici). Gli sticari bizantini, poi, sono usualmente decorati con un leggero bordo aurifregiato sul fondo, giammai con pizzi o altri vezzi che a un occhio orientale appaiono quanto mai femminili. Gli aurifregi sono una forma di decorazione del camice rispettosa della tradizione e delle prescrizioni sacre, non muliebre ed esteticamente piacevole, che dovrebbe più largamente essere recuperata in Occidente.

Il compianto mons. Amodeo indossa aurifregi sulle maniche e grammata sul ginocchio (molto simile all'epigonation bizantino, anche se diversa ne è l'origine) per un pontificale ambrosiano. Purtroppo l'uso di un camice con pizzo rende poco sensato l'impiego di questi bei decori medievali. Poco sopportabile il tulle del camice del suddiacono.

In questo bozzetto che indica i nomi dei paramenti bizantini (in greco popolare), vediamo il camice (sticharion) bizantino, con il decoro aurifregiato sul fondo, gli epimanikia sulle maniche, e senza merletti femminili.
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NOTE

[1] Nell'indice generale, il responso è riportato con questa definizione: Alba ornata fimbriis seu reticulo a cingulo deorsum licet Canonis uti solemnioribus diebus. Poiché il quesito infatti riguardava una prassi dei Canonici dell'Arcidiocesi di Goa, si potrebbe arguire che la concessione, di per sé antiliturgica, non sia estendibile ad altre occasioni.

[2] Traggo questa informazione dalla Catholic Encyclopedia del 1914 s.v. "Alb"; essa tuttavia non cita tale precedente decreto, né mi è stato possibile rintracciarlo dall'indice dei Decreta authentica, presumibilmente perché, essendovi un decreto posteriore in senso contrario, la menzione del precedente è stata omessa.

11 commenti:

  1. Buona sera, articolo come sempre molto istruttivo. Lei parla di aurifregi che impreziosiscono il camice: ricordo un bellissimo dipinto del pittore tedesco Mathias Grunewald, una pala rappresentante i Santi Erasmo e Maurizio. Il santo vescovo viene rappresentato parato da messa pontificale con ricchissimi paramenti. Se si osserva il camice proprio in prossimita' del bordo inferiore si vede un quadrato di di stoffa che sembra in broccato applicato al lino bianco. Potrebbe essere che sia proprio uno di quegli aurifregi di cui parla? E se si, in quel caso porta ricamato lo stemma del cardinale Alberto di Brandeburgo, significa che non centrano questi decori con il colore liturgico del giorno?

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  2. Se non mi sbaglio il buon pittore ha rappresentato pure gli aurifregi sui polsi: si intravvede quello di sinistra tra il manipolo e la chiroteca che pero' non pare salire fin sull' avambraccio ma pare coprire solo la mano come un semplice guanto bianco. Quadro stupendo anche se poco iconico visto che il sant' Erasmo ha le fattezze, pare, del Cardinale di Brandeburgo che se non erro fu il committente della pala per la collegiata di Aschaffenburg...

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  3. Nel quadro di cui parla si vede proprio la grammata quadrata sull'orlo del camice. E si vede anche il cappino aurifregiato sull'amitto. L'aurifregio sulla manica non lo distinguo bene, perché la dalmatica ha le maniche molto lunghe.

    La decorazione comunque in antico non era strettamente legata al colore liturgico, ma era generalmente dorata (aurifregio, appunto): poi, come detto, si iniziarono a rendere conformi al colore liturgico, anche man mano che l'uso di questi venne regolarizzato nei vari usi locali. In una famosa foto del card. Schuster che dà la benedizione col Sacramento, si vede la grammata coordinata col piviale, evidentemente rosso (anche se la foto è in bianco e nero); cercando sul web troverà una foto di mons. Amodeo a Venezia con aurifregi e grammata violacei.

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    1. Ho imparato altre cose, grazie mille. Basandomi sull' iconografia pare che queste guarnizioni del camice fossero frequenti, almeno fino all' inizio del '500. Poi, le rappresentazioni di santi in paramenti sembrano non avere più tali ornamenti che acquistano una foggia più tridentina. Il Sant' Ambrogio nella pala dei Milanesi ai frari ha la grammata, mentre il Piazzetta mette a San Filippo nella chiesa della fava ha un camice che pare "tridentino". Segno che forse tali ornamenti nel frattempo fossero caduti in disuso?
      Ultima considerazione: interessante vedere come anche nei paramenti oltre che in molte altre cose si vede una stretta parentela, nonostante le foggie diverse, tra il significato dei paramenti tanto nel rito greco quanto nel rito latino. Si direbbe segno di un principio comune ai due riti che si vede pure in questi dettagli. Ancora grazie.

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  4. P.s. grazie anche per averci ricordato la memoria dell' invenzione delle reliquie smarrite del nostro caro Santo Patrono.

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  5. A quanto pare il nostro articolo, ripreso con nostra grande sorpresa da una notoria testata "tradizionalista", ha scioccato molte persone... uno degl'insulti più morbidi tra quelli ricevuti è stato di essere calvinisti. I più moderati si limitavano a dire di rifarsi a un costume del XIX secolo. Contenti loro...

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    1. Ho letto l' articolo ripreso dal blog "messa in latino". Non capisco perché parlino nei commenti di calvinismo e diano ai tradizionali veneziani l' appellativo di "ribelli". Mi scuso ma sono ignorante di queste faccende, come su molte altre cose di materia liturgica tradizionale.
      Giordano.

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    2. Perché parlino di calvinismo è un bel mistero. Per quanto riguarda l'aggettivo "ribelli", invece, è perché non seguiamo i "libri liturgici del 1962", cioè la forma straordinaria del nuovo rito, ma preferiamo rifarci a quelli della autentica tradizione liturgica romana, non intaccati dalle riforme degli anni '50 e '60.

      In ogni caso, a breve farò un commento sull'incresciosa vicenda.

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    3. L' impressione,da uno che abitualmente va alla messa "ordinaria", e' che in certi ambienti si tenga più a una estetica barocca che non alla Tradizione in senso lato (benche' io apprezzi molto l' arte barocca). Sono giunto a interessarmi delle forme liturgiche ante Vaticano II tramite i racconti di nonna e devo dire anche attraverso la familiarita' con l' arte bizantina e ultimamente anche scoprendo interessanti affinita' tra arte e liturgia bizantina e rito romano antico. Vedo che da ignorante non devo essermi molto sbagliato visto che anche lei fa spesso questi paralleli oriente-occidente. Detto questo non voglio polemizzare per carità, non ho conoscenze a sufficienza per affrontare un dibattito.

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    4. secondo me perchè uno dei principi del 'calvinismo liturgico' era il noto detto 'tutto ciò che non è vietato nella Bibbia è permesso, tutto ciò che non è comandato nella Bibbia è vietato' alcuni commentatori possono aver fatto un parallelo

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    5. Ho i miei dubbi che quella sorta di commentatori conosca i principi del calvinismo; lo usa solo come slogan, secondo me perchè ha malamente interpretato in senso pauperista l'articolo. Penso che sia ovvio, poi, che nell'articolo non si intende certo usare la Bibbia come unica auctoritas possibile in campo liturgico...

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