mercoledì 23 marzo 2022

La vicenda di Papa Onorio in un pregevole pamphlet anti-infallibilista dell'Ottocento (parte II)

Mons. De Hefele
Presentiamo in traduzione la seconda parte del pregevole opuscolo anti-infallibilista redatto in latino come "documento di posizione" in occasione dei lavori del Concilio Vaticano I da mons. Joseph de Hefele (1809-1893), sintetizzando quanto presentato dal vescovo stesso in una più ampia opera in tedesco uscita in contemporanea. De Hefele fu docente di Patristica e Storia della Chiesa all'Università di Tubinga, autore di una fondamentale edizione critica dei Padri Apostolici e di una apprezzabile e monumentale Storia dei Concili della Chiesa in sette volumi.

Nella seconda sezione del suo opuscolo l'Autore si dedica alla refutazione delle obiezioni che molti teologi infallibilisti hanno mosso nei secoli per contrastare la verità dei fatti riguardanti Papa Onorio. Particolarmente estese sono la confutazione dell'opinione del Baronio, che inventa un'improbabile e insostenibile avvenuta falsificazione degli atti conciliari per scagionare il papa eretico, e di quella del teologo francese de Margerie, il quale ardisce a tal punto rivoltare la verità storica, arrivando temerariamente a proporre che il Concilio Costantinopolitano II avrebbe asserito l'infallibilità papale. L'Autore, smentite con acribia e precisione documentaria tutte le siffatte tesi pseudo-storiche, conclude dimostrando così che gli atti del VI Concilio Ecumenico e la prassi indiscussa della Chiesa negano in ogni modo la tesi ultramontana dell'infallibilità e dell'ingiudicabilità del papa.

C.J. De Hefele, Causa Honorii Papae, Neapoli, De Angelis, 1870, 28 pp. Trad. it. di Nicolò Ghigi ©

LA CAUSA DI ONORIO PAPA

Sezione seconda

Svariati autori hanno cercato, per quanto possibile, di sminuire la forza e il valore dei fatti e degli argomenti che abbiamo riportati nella prima Sezione.

 I. Già il trascrittore della lettera di Onorio a Sergio, l'Abate romano Giovanni, in una sua epistola indirizzata all'Imperatore dei Greci [sic] Costantino Eraclio, affermò che in quella lettera di Onorio nulla affatto veniva detto circa la volontà divina in Cristo, ma piuttosto si negava la volontà peccaminosa, e si rivendicava al massimo la buona volontà umana in Cristo, la quale sarebbe quell'ἕν θέλημα di cui parla Onorio; ma della volontà divina Onorio non avrebbe detto nulla, dacché rispondea soltanto a quanto gli era stato dimandato da Sergio (Mansi, t. X, p. 739). Allo stesso modo in seguito Papa Giovanni IV, secondo successore di Onorio, cercò di ripulire il suo predecessore (Mansi, l.c., p. 682 s.). Ma siffatta asserzione, per parlar chiaramente, non è affatto vera; infatti:

a) Sergio stesso dichiara a chiare lettere che "il termine δύο ἐνέργειαι è di scandalo, poiché ne conseguirebbe che si debba stabilire che vi siano in Cristo due volontà tra loro opposte, cioè la divina volontà, che volle soffrire, e l'umana, che volle resistere alla passione" (Mansi, t. XI, p. 534). Si capisce adunque chiaramente che Onorio abbia parlato circa la volontà umana e divina, e pertanto è manifestamente vana e falsa l'asserzione dell'Abate Giovanni, con la quale egli sostenne che Onorio avesse del tutto taciuto circa la volontà divina in Cristo, dacché nemmanco Sergio l'avea menzionata.

b) E' certamente vero che Onorio neghi la volontà umana peccaminosa in Cristo, e ciò non si allontana dalla verità; ma per questo è sufficiente che dica: "rimane dunque nell'umana natura di Cristo soltanto la buona volontà umana, che si conforma in tutto alla volontà della natura divina", ma Onorio rischiosamente prosegue: "perciò soltanto una volontà vi è in Cristo", che asserisce esser la divina. Ciò appare più chiaro del sole dai fatti seguenti: Onorio opina che Cristo, dicendo "non sia fatta la mia volontà ma la tua", non avrebbe parlato in senso proprio e ovvio, ma riguardo noi, cioè affinché noi eseguiamo non la nostra volontà ma quella di Dio. E Onorio non avrebbe affatto potuto parlare in questa maniera, se avesse ritenuto che oltre alla divina volontà in Cristo vi fosse pure la buona volontà umana.

c) L'Abate Giovanni nella sua apologia di Onorio ha giustificato soltanto un suo errore (ossia l'asserzione ἕν θέλημα); ha taciuto invero dell'altro suo errore, per cui egli ha rigettato il termine specificatamente ortodosso δύο ἐνέργειαι. Da questa macchia Giovanni non ha avuto la presunzione di ripulire Onorio.

d) Del resto, la summenzionata difesa di Onorio già al tempo in cui fu redatta dall'Abate Giovanni non godé di approvazione nella stessa città di Roma; conosciamo un solo uomo degno di menzione che l'abbia approvata, S. Massimo Abate. Diversamente, i Legati della Sede Apostolica al VI Concilio Ecumenico, quando si trattava di imporre l'anatema contro Onorio, non ardirono affatto intentare una difesa di tal schiatta, per stornare dalla Sede romana una sì grave sciagura. Ma neppure Leone II, né i suoi Successori in alcun momento sembrano aver dato alcun valore alla scusante elaborata da Giovanni.

II. Quello stesso Abate Giovanni sostenne in oltre che la prima epistola di Onorio a Sergio fosse stata corrotta nel testo, e il VI Concilio Ecumenico avesse giudicato dei documenti falsati. Invero, nel VI Concilio Ecumenico non fu letta pubblicamente soltanto la traduzione greca dell'epistola di Onorio, ma prima della traduzione greca fu letto l'esemplare latino autentico della medesima lettera a Sergio, portata dall'archivio patriarcale, e la traduzione fu sollecitamente collazionata col testo originale punto per punto dai Deputati romani [oltre ai tre Legati propriamente detti (Cardinali) il Papa insieme al Sinodo da lui previamente celebrato aveva inviato al Concilio Ecumenico altri tre Deputati]. "Similmente fu presentata... la lettera latina autentica di Onorio, allora Papa di Roma, a Sergio... insieme alla traduzione, e la lettera latina medesima fu collazionata da Giovanni, reverendissimo vescovo della città di Porto, che fu uno del concilio dell'Antica Roma" (Mansi, t. XI, p. 547). Forse che è probabile che i Legati e i Deputati della Sede Apostolica abbiano ignorata l'autentica epistola di Onorio, o abbiano a tal punto collaborato nel produrre un esemplare corrotto? Forse che Papa Leone II e i suoi successori non si sono accorti in alcun modo che negli atti del sesto Concilio Ecumenico, che si conservavano pure a Roma, si trovasse una lettera di Onorio dolosamente corrotta? Dovrebbe per altro quell'Abate Giovanni indicare il luogo specifico che egli asserisce esser stato viziato dai Greci. E' vero, e infatti dice che la versione greca avesse le parole "in Cristo vi fu semplicemente una volontà", ma il vocabolo "semplicemente" sarebbe fittizio. Ma nell'esemplare greco, per così dire ufficiale, che ci è pervenuto, questo passaggio non è interpolato. Può darsi che in altri apografi (privati) di detta epistola vi fossero delle corruzioni di tal schiatta. Ma al Concilio, come abbiamo visto, fu presentato il testo della lettera originale e la sua traduzione verificata dagli stessi deputati pontifici.

III. Nel XVI secolo il Cardinal Baronio ha intentato una nuova strada per ripulire Onorio da quella macchia. La sua opinione è questa: poco prima della convocazione del VI Concilio, Teodoro patriarca di Costantinopoli fu deposto dalla sede in quanto favorevole al Monotelismo, e al suo posto era stato promosso Giorgio. Ma, morto Giorgio non molto dopo la fine del VI Concilio Ecumenico, avvenne che Teodoro fu ripristinato nella pristina carica. Senza dubbio (!) - aggiunge il Baronio - il VI Concilio Ecumenico aveva pronunziato l'anatema pure su Teodoro, ma una volta ricuperata la sede patriarcale si cancellò il suo nome dagli atti, e in suo luogo si inserì dolosamente il nome di Onorio, scrivendo ΟΝΩΡΙΟΝ in luogo di ΘΕΟΔΩΡΟΝ, aggiungendo al contempo negli atti del Concilio tutti quei passi che trattano di Onorio, e segnatamente quelle due lettere di Onorio e le (finte) discussioni tenute su di esse dal Concilio (ad esempio, la collazione del testo greco con quello latino). Di conseguenza, il Baronio è stato costretto a dichiarare molte altre parti come spurie, molteplici versi, e la gran parte degli atti sinodali.

Invero quest'ipotesi estremamente audace, e destituita di qualsiasi solido fondamento, già da lungo tempo è stata confutata persino dai teologi romani; così il Mamachi (Originum et antiq., t. VI, p. 5), il Ballerini (De vi ac ratione Primatus, p. 306), e in più il professor Palma, prelato domestico del Pontefice, che fu ucciso al Quirinale dai nemici mentre restava al fianco di Pio IX (Praelectiones hist. eccles., t. II, pars I, p. 149, Romae 1839). Per ricordare un sol fatto: i Legati romani ritornarono a casa da Costantinopoli con la loro copia degli atti del VI Concilio, prima che quel Teodoro fosse restituito alla dignità patriarcale. Il suo predecessore Giorgio, infatti, come testimonia lo storiografo bizantino Teofane, sopravvisse per altri tre anni dalla fine del VI Sinodo Ecumenico, cioè almeno fino all'anno 683. In quale modo dunque Teodoro avrebbe potuto adulterare pure quell'esemplare degli atti che si conservava a Roma? Avrebbe forse potuto modificare gli atti nell'archivio di Costantinopoli, ma non affatto quelli che già erano stati portati a Roma, ad Antiochia, ad Alessandria, etc. (furono infatti preparati cinque esemplari degli atti del Concilio, destinati alle cinque sedi patriarcali). Ma nemmeno la rasura del luogo indicato sarebbe stata così semplice come vuol persuadercene il Baronio, allorché non si tratta della singola parola ΟΝΩΡΙΟΝ , ma di intere righe che erano ivi apposte. A ciò si aggiunge il fatto che il diacono e notaio Agatone, che svolgeva le funzioni di segretario al VI Concilio Ecumenico, espressamente annota: "Furono anatemizzati Sergio e Onorio" (Combefis, Novum actuar., t. II, p. 204; Mansi, t. XII, p. 190).

Stando così le cose, nessuno potrebbe realmente stupirsi del fatto che altri uomini dotti, ai quali pur premeva di ripulire e rivendicare la memoria di Onorio, han creduto di dover intraprendere una via diversa dal metodo del Baronio. Soltanto uno, il gesuita Damberger nella sua storia sincronica, abbondante di supposizioni arbitrarie (t. II, p. 119 ss.), risuscitò quasi immutata l'ipotesi del Baronio; e non solo non la migliorò affatto, ma pure la restituì peggiore, e in nessun luogo la rese meritevole di approvazione.

IV. Poco soddisfatto dall'ipotesi del Baronio, il Bellarmino ne propose un'altra (Lib. IV de Rom. Pontif., c. 2), e parimenti Turrecremata (De Eccl., c. 93) e Giuseppe Simone Assemani (Biblioth. juris orient., t. IV, p. 113), sostenendo che "il VI Concilio Ecumenico ha condannato sì Onorio come eretico; ma ha commesso un errore di fatto, un errore possibile e scusabile, forsanche inevitabile, essendo stati proposti al Concilio degli esemplari viziati delle epistole di Onorio. Detti autori dunque si sono dedicati a una nuova distinzione, al modo dei Giansenisti, tra questione di diritto e di fatto, assumendo al contempo l'asserzione dell'Abate Giovanni Romano, che aveva scritto la lettera di Onorio. Ma è cosa certissima che, come abbiamo sopra dimostrato, al Concilio fu presentato l'esemplare originale latino delle lettere di Onorio, e i Deputati romani hanno attentamente controllato se la traduzione greca concordasse pienamente con l'originale latino. Laonde non si può certo negare che il Concilio abbia pronunziato la propria sentenzia su Onorio informato da atti genuini. E ciò era contenuto manifestamente in questi atti, cioè che Onorio:
a) ha proibito il termine specificatamente ortodosso δύο ἐνέργειαι, e
b) ha prescritto il termine specificatamente eretico ἕν θέλημα
era senza dubbio infetto dalla macchia dell'eresia, e sonava eretico; e proprio queste asserzioni, e non già l'opinione interiore di Onorio, ha fornito al Concilio la base per giudicare la causa.

V. Ancora un altro metodo per risolvere la questione di Onorio è stato assai recentemente seguito dal de Margerie, professore di filosofia a Nancy, nell'opuscolo "Le Pape Honorius (contra P. Gratry), Paris 1870". La sua argomentazione è la seguente:

1. Papa Agatone ha dichiarato in due lettere l'infallibilità del Romano Pontefice;

2. Il VI Concilio Ecumenico ha solennemente riconosciuto queste lettere di Agatone, e con esse l'infallibilità del Papa.

3. Perciò non sarebbe stato affatto possibile che il medesimo Concilio avesse condannato come eretico papa Onorio in senso proprio.

Consideriamo dunque una per una codeste asserzioni e conclusioni:

1. Nella prima lettera indirizzata all'Imperatore, che papa Agatone consegnò ai suoi Legati diretti al VI Concilio Ecumenico, afferma le seguenti cose: "godendo della sua (di Pietro) protezione, questa chiesa apostolica (quella romana) giammai è caduta dalla via della verità in qualsiasi parte dell'errore... Questa è infatti la vera regola della fede (cioè il dioteletismo) che, nelle fortune e nelle avversità, questa madre spirituale (cioè la chiesa di Roma) ha vivamente mantenuto e difeso, non avendo - per grazia di Dio onnipotente - mai errato dalla tradizione apostolica, né mai essendo stata soggetta alle innovazioni degli eretici, etc." (Mansi, t. XI, pp. 239-242). Dichiara dunque papa Agatone che "la chiesa romana non è mai caduta in errore"; e aggiunge il fatto storico che questa provata costanza della chiesa romana nella fede universale deriva dalla protezione di san Pietro. Dell'infallibilità, invero, non parla, né affronta in alcun modo la questione, se il caso di Onorio possa o meno essere congruente con la sua tesi generale (riguardante l'ortodossia della sede romana sino ad allora costantemente serbata). Ci sia permesso di osservare:
a) che si possa sostenere l'infallibilità della chiesa romana senza per questo sostenere l'infallibilità personale del papa; e
b) che queste due asserzioni, "Onorio ha prescritto una formola eterodossa" e "La chiesa romana non è mai stata affetta dall'errore monotelitico", possono ben coesistere e conciliarsi.
Ancora giova aggiungere che Agatone stesso impugna la dottrina di Onorio, e infatti
a) insegna apertamente e direttamente che in Cristo si devono distinguere due volontà; e
b) interpreta assai rettamente le parole della Sacra Scrittura citate da Onorio, "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà", in favore del dioteletismo (Mansi, t. XI, p. 246), mentre di contro Onorio cercava di contrastare la loro autorità di prova del dioteletismo.
Lo stesso si può dire dell'altra epistola, parimenti consegnata all'Imperatore, che i Legati del Pontefice portavano con sé, corredata dalla sottoscrizione di Papa Agatone e di 125 vescovi. Pur essa contiene l'affermazione che la chiesa romana non sarebbe giammai caduta in eresia (Mansi, l.c., p. 287), e ciò che si è detto poco fa riguardo a tale affermazione vale pur qui. Mi stupisco dunque, né si può capire in che modo e con che diritto il sig. Margerie possa considerare questa seconda epistola come un'istruzione data ai Legati pontifici; una tale idea non potrebbe venire in mente a nessuno che l'abbia letta tutta. Considerati tutti questi punti, non appare affatto veritiero ciò di cui vuol persuaderci il Margerie, ossia che papa Agatone abbia asserito l'infallibilità personale del romano Pontefice.

2. Non meno della prima, pure la seconda asserzione del signor de Magerie [non] concorda con la verità quando egli dice che "il VI Concilio Ecumenico confermò questa affermazione di Agatone sull'infallibilità del Papa"; nel trattare la presente materia, sembra decisamente che gli sia mancata una più accurata conoscenza degli atti del Concilio; infatti

a) Afferma che "entrambe le epistole del pontefice furono lette per la prima volta nella IV sessione del VI Concilio Ecumenico, il giorno 17 novembre 680" (p. 51), ma tale sessione si era già svolta il 15 novembre.

b) "Tre settimane dopo, durante la VI sessione (trois semaines après, à la sixième session) tutti i vescovi, eccetto uno, approvarono votando singolarmente la lettera sinodale di Agatone", afferma Margerie (p. 21). Ma la sessione VI si tenne non tre settimane dopo la IV, ma addirittura il 12 febbraio 681, trascorsi dunque almeno 3 mesi; infine ciò che riferisce Margerie non accadde affatto in detta VI sessione, sibbene nella VIII, il 7 marzo 681. Cosa dunque si fece nella VIII sessione? Forse che l'epistola di Atagone fu approvata dal Concilio in tutto il suo contenuto? Nient'affatto. Difatti:

a) Nel VI Concilio Ecumenico fu anzitutto esaminato se la dottrina di Agatone (dioteletismo) godesse dell'autorità dei padri antichi. Infatti, Giorgio Arcivescovo di Costantinopoli e primo dei votanti testimoniò: "Controllando i libri dei santi... padri che si custodiscono nel mio venerabile atriarchio, ho trovato che tutte le testimonianze dei santi patri... che Agatone ha citati in favore del dioteletismo... sono consone etc., e pertanto le approvo e così professo". I Padri conciliarj dunque esaminarono dapprincipio la sentenza di Agatone, e non la reputarono affatto infallibile senza indugio.

b) I Padri conciliarj, dipoi, non approvarono l'intero contenuto di detta epistola, né specialmente i suoi elogi alla chiesa romana, ma soltanto la dottrina dioteletica profferita nell'epistola in questione.

c) Cosa abbia pensato d'altra parte il Sinodo dell'affermazione storica di Agatone che "la chiesa romana non è mai caduta in errore", forse si può dedurre dal fatto che nello stesso spirito con cui lodò Agatone, sottopose Onorio all'anatema.

d) Se pertanto il signor Margerie così giudica il discorso riportato nella XVIII seessione: "Il est, je pense, impossible d'imaginer une approbation plus solenelle et plus explicite à un énoncé plus distinct de la dotrine infallibiliste", non noi, ma gli atti stessi gli possono rispondere. Il Concilio in questo discorso non fa assolutamente menzione della infallibilità pontificia, ma, avendo avanti agli occhj soltanto il dioteletismo proposto da Agatone, ha dichiarato: "Pietro ha parlato per mezzo di Agatone" (Mansi, l.c., p. 666), e poche righe prima aveva detto: "Sottoponiamo all'anatema Teodoro, Sergio, etc., e con loro Onorio... nella misura in cui li ha seguiti in questa [eresia]". Di conferma di una qualche pretesa infallibilità pontificia non si troverebbe giammai la minima traccia.

Dimostrata adunque l'inconsistenza del fondamento di tutta l'argomentazione del sig. de Margerie, dobbiamo por fine alla nostra dissertazione; ma per comprendere più accuratamente il carattere e lo spirito del suo opuscolo, varrà la pena di analizzarlo ancora un po' nel dettaglio. Il fatto gravissimo che si pone contro Onorio è quello contenuto nella sua affermazione, con la quale egli asserisce che in Cristo via sia una sola volontà (ἕν θέλημα), sicché ha positivamente affermato un'eresia. Invero, il signor De Margerie, per persuaderci che tale passaggio sarebbe spurio e interpolato, non osa affermarlo apertamente, ma da parte sua non omette di sollevare un sospetto sull'autenticità del passo in questione, e agisce quasi come se si sia impossessato di una nuova prova con cui dar credito a tale sospetto, chiamando in testimonio l'Abate Massimo, autore del secolo VII (pp. 29 ss. e 45 ss.), che raccoglie l'asserzione dell'Abate romano Giovanni, cioè che:
a) il testo dell'epistola di Onorio fosse stato corrotto dai Greci, e
b) che Onorio abbia parlato soltanto di una volontà umana in Cristo (quella buona).
L'Abate Giovanni e il suo pedissequo seguace Massimo non negano in alcun modo, come abbiamo visto, che Onorio abbia fattivamente usato il termine ἕν θέλημα, addirittura confermano che tale termine compaia nella sua lettera, confermano dico, scusando questa caduta di Onorio, sostenendo che avrebbe parlato soltanto dell'unica (buona) volontà umana in Cristo, e tacendo invece di quella divina. Ma che questa scappatoia sia vana l'abbiamo già sopra considerato.

3. Dopoché il sig. Margerie aveva affermato che il VI Concilio Ecumenico avesse decretato l'infallibilità del Papa, egli ritenne assai necessario di dover interpretare in un altro senso e mitigare tutte quelle frasi e parole del Concilio che impongono l'anatema all' "eretico" Onorio. E poiché chi cerca trova, anche il sig. Margerie ha trovato che la parola "eretico", quando impiegata nei confronti di Onorio, non avrebbe mai il significato proprio di eretico, e così pure per le espressioni consimili (p. 57). Noi, però, quei passi con cui il VI Concilio Ecumenico e molti Romani Pontefici, nonché altri Sinodi ecumenici posteriori hanno pronunziato la propria sentenza riguardo Onorio li abbiamo acclusi sopra (nella prima sezione), ai quali piaccia al lettore volgere di nuovo la propria attenzione.

Persino il sig. Margerie fatica alquanto poi nel voler dimostrare che papa Onorio non avrebbe giammai parlato ex cathedra (p. 42). Che cosa straordinaria! Se infatti, come si sostiene, le epistole di Onorio più volte menzionate non contengono nulla che sia detto a sproposito o falsamente, è del tutto superfluo sollevare la questione se egli abbia parlato ex cathedra oppure no. Chi infatti non potrebbe capire quanto sia difficile discernere quando in definitiva si debba ritenere che un Papa abbia parlato ex cathedra. Il sig. Margerie ci propone due criterj dai quali si potrebbe capirlo:

a) Se il papa pronunzia in modo positivo una qualche affermazione come articolo di fede, cosa che Onorio non avrebbe fatto. Ma forse che non ha detto in modo positivo: "affermiamo che vi sia una sola volontà del Signore Gesù Cristo" (Mansi, t. XI, p. 539). E ancora: "Noi dalla Sacra Scrittura abbiamo compreso non l'esistenza di una o due operazioni del Signore Gesù Cristo, ma che egli ha operato in molti modi" (l.c., p. 542). Forse che Onorio non propone questo a credersi? Addirittura ammonendo alla fine della lettera: "Questo predichi insieme a noi la vostra fraternità, esortandovi a evitare di parlare di una singola o di una duplice operazione, come indotto da queste nuove voci etc." (Mansi, t. XI, p. 543). Ancor più chiaramente nella seconda lettera: "Per quanto pertiene al dogma ecclesiastico... dobbiamo... definire... che nel mediatore non vi siano una o due operazioni distinte". Ordunque, Onorio certo pronunziò in modo positivo la propria tesi, e la propose a credersi.

b) Si obietta dipoi che Onorio non l'avrebbe prescritto al mondo intero, la qual cosa nel pensiero del sig. Margerie costituisce l'altro criterio della locuzione ex cathedra (p. 43). Non so proprio se sia assolutamente necessario che un'affermazione che si debba intendere come emanata ex cathedra debba esser rivolta a tutta la Chiesa. In tal caso, neppure quella celeberrima epistola dommatica di Leone I a Flavio potrebbe dirsi esser stata emanata ex cathedra. Tuttavia, non v'è dubbio che Onorio intendesse e volesse che la Chiesa universale credesse a ciò ch'egli avea proposto nel suo insegnamento (e non già la sola chiesa Costantinopolitana).

Infine, il sig. Margerie concede che il VI Concilio Ecumenico abbia giudicato papa Onorio, e lo abbia condannato con parole severe, ma - ritiene il sig. Margerie - soltanto a causa della sua negligenza, "mauvaise administration" (p. 47). Ma come si potrebbe ciò conciliare con quell'antico assioma, per cui il sig. Margerie parimenti e strenuamente si batte: "la prima sede non è giudicata da alcuno" (cfr. pp. 24 e 60)? Se tale assioma esponesse una regola del diritto comunemente accettata già nella chiesa antica, come avrebbe potuto il VI Concilio giudicare papa Onorio?

Inoltre, tanto il Corpus juris canonici, quanto tutti gli autorj del medioevo affermano che "il Papa può esser giudicato e condannato per la sola eresia". Già Adriano II (sec. IX) ebbe a dire: "Sebbene infatti l'anatema a Onorio fu dichiarato dagli orientali dopo la morte, bisogna tuttavia sapere che egli era accusato di eresia, per la qual sola cosa è lecito resistere agli atti dei superiori". Che dunque, chiedo, avrebbe detto papa Adriano dell'asserzione del sig. Margerie che Onorio sarebbe stato giudicato dal Concilio per la sola "mauvaise administration"?

NOTA DELL'AUTORE

Recentemente a Roma è uscito un libello pei tipi della Civiltà cattolica, contenente "Alcuni monumenti riguardanti la causa di Onorio". A chiunque vorrà confrontare le notule che vi sono aggiunte con gli argomenti da noi sopra presentati apparirà chiaro che queste sono di assai poco valore e invalide a ripulire Onorio [delle sue accuse]. Aggiungerò una sola cosa: perché l'autore di quel libello ha del tutto taciute quelle parole del VI Concilio Ecumenico: "il diavolo ha disseminato l'eresia per mezzo di Onorio" (Mansi, l.c., p. 635)?

4 commenti:

  1. Grazie per questo articolo molto denso ma anche molto chiaro. Dunque il concilio ecumenico pronunzio' l' anatema contro papa Onorio. Mi domando in che stato doveva essere la chiesa romana con il suo primo gerarca in stato di anatema, cioè anche la chiesa presieduta da papa Onorio si deve considerare caduta in eresia visto che fu in comunione col suo vescovo caduto in anatema? Se così fosse si dovrebbe pensare che, almeno una volta, la chiesa romana è caduta in eresia.

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  2. Giova ricordare, ancorché con qualche giorno di ritardo, che lo stesso Cardinale von Hefele accettò e pubblicò il decreto dogmatico del Concilio il 10 Aprile 1871.
    Prima del Concilio il Cardinale scrisse il testo riportato su questo sito basandosi sulle sue ottime conoscenze storiche e sull'interpretazione che ne traeva. La pubblicazione di questo testo era perfettamente legittima, e direi anche opportuna, prima della definizione dogmatica, ma avrebbe certamente perso spessore dopo il Concilio.
    Non che i fatti storici possano essere contraddetti, ma evidentemente si può arrivare ad una più profonda interpretazione e comprensione di tali fatti.

    In un discorso per il funerale del Cardinale, furono riportate queste parole, che lo stesso von Hefele riferì ad un altro vescovo nel 1890: "È vero che parteggiai per l'opposizione [alla proclamazione dell'infallibilità papale]. Ma in tal modo esercitai un mio diritto, poichè la questione era proposta per la sua discussione. Tuttavia, quando la decisione fu presa, continuare ad opporvisi sarebbe stato incoerente con tutto il mio passato. Avrei messo la mia infallibilità personale al posto dell'infallibilità della Chiesa".

    Questo, semplicemente per completezza di quanto riportato nell'articolo

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  3. Caro Alessandro:
    E' vero che von Hefele finì per accettare il decreto (cos'altro poteva fare? altrimente avrebbe dovuto diventare veterocattolico oppure ortodosso, e non credo che volesse), ma i fatti raccontati e valutati nel suo opusculo rimangono, e resta il fatto che non possono conciliarsi con la dottrina sul papato in vigore dal 1870.

    D'altra parte ho trovato qualche giorno fa un articolo di un personaggio tradizionalista americano, che defendeva che il VI Concilio Ecumenico fosse caduto nell'errore e che Roma no lo accettò mai. La falsità è così patente da non meritare commenti.

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  4. Certamente, quello che intendevo è in realtà abbastanza in linea con quello che ha replicato lei.
    Prima della definizione dogmatica il cardinale ricostruì con scrupolo e precisione i fatti storici, e ne trasse una conclusione anti-infallibilista. Dopo la definizione dogmatica i fatti storici, chiaramente, restano esattamente così com'erano prima, ma non è più possibile trarre conclusioni su di essi senza considerare il dogma.
    O meglio, per uno storico è possibile continuare a credere che Onorio insegnò ex cathedra qualcosa di eretico, ma non per un cattolico.

    Di fatti, come lei nota, altri teologi anti-infallibilisti, molto vicini al pensiero di von Hefele, rifiutarono il dogma uscendo appunto per questo dalla comunione con Roma e divenendo veterocattolici. Il Cardinale però non li seguì in questo, comprendendo che l'infallibilità di un Concilio Ecumenico (poichè va tenuto presente che non fu Pio IX a proclamare la sua stessa infallibilità in quanto papa) deve essere posta al di sopra dell'opinione personale, per quanto fondata questa possa sembrare.

    In sintesi quindi, è un fatto che papa Onorio abbia insegnato una dottrina eretica, ma è un’interpretazione di von Hefele che egli lo abbia fatto ex cathedra con intenzioni dogmatiche. Interpretazione che, alla luce del dogma, i cattolici hanno il dovere di ritenere erronea.

    Poi, che la proclamazione dell’infallibilità del papa abbia portato a diverse tendenze poco felici nella concezione della Chiesa e del papato, è un altro discorso, sul quale concordo con lei e con i curatori del sito.

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