Tuttavia, occorrerebbe specificare a quale Pentecostario greco si faccia riferimento. Tralasciando qui la complessa e ancora largamente inesplorata tradizione manoscritta del Triodio fiorito (che in questo aspetto tuttavia non offre alcun appiglio ai novatori, sia ben chiaro), la storia editoriale moderna di tale libro liturgico è assai nota, a partire dalle prime edizioni a stampa dell’inizio del XVI secolo, con le successive integrazioni di Nicola Malaxos, e infine con le edizioni veneziane del finire del secolo che funsero anche da base per la correzione della versione slava durante le riforme nikoniane. In tutte queste stampe antiche non troviamo riferimento veruno a una celebrazione «pasquale», ma soltanto l’ordinaria funzione che combina elementi feriali e festivi. Lo stesso possiamo dire per tutte le edizioni del XVII e del XVIII secolo. Ancora, nel 1837 Bartolomeo di Koutloumousiou mise sotto il torchio presso la stamperia di Francesco Andreola un’edizione “corretta” del Pentecostario, facente parte di un più ampio progetto di revisione dei libri liturgici portata avanti dal dotto monaco: anche in questo però troviamo di nuovo soltanto l’ufficiatura tipica. Tuttavia, nella prima riedizione del suo Pentecostario, data alle stampe nel 1848 presso la tipografia Phoinix sempre a Venezia, viene introdotta un’appendice in cui si forniscono alcune ulteriori variazioni, «secondo l’uso della Grande Chiesa di Cristo», cioè secondo l’uso invalso nella chiesa patriarcale di san Giorgio al Fanar nell’ultimo periodo della turcocrazia. Tra queste variazioni si trovano: la sostituzione delle antifone tipiche con quelle pasquali per tutta le domeniche di Pasqua; la sostituzione delle stichire anatoliche alle Lodi delle medesime domeniche con le stichire di Pasqua. L’ultima innovazione è proprio l’introduzione di questa nuova ufficiatura per l’apodosi di Pasqua: a p. 164, all’inizio della sesta settimana, è riportata una nota che avverte della presenza di due ordini di celebrazione, e termina affidandosi alla scelta del lettore: ποίησον ὡς βούλει περὶ αὐτῶν (“fa’ come vuoi riguardo a esse”). In effetti, solo pochi anni, nel 1838, era uscito il Typikon di Costantino Protopsalte, primo tentativo di mettere per iscritto le usanze (sovente decadenti e spesso liturgicamente insensate) in uso al Fanar in quegli anni, dove si ritrovano esattamente tali indicazioni, inclusa l’inedita struttura dell’apodosi di Pasqua: è evidente che Bartolomeo apportò le aggiunte alla riedizione del suo Pentecostario proprio dopo aver letto il volume di Costantino. Nel 1888 l’arcicantore del Fanar Giorgio Violakis dà alle stampe il proprio tipico, che costituisce una revisione e un’ulteriore evoluzione di quello del predecessore, ove tali innovazioni si ripetono, peraltro con alcune minime variazioni (l’ora nona che precede il vespro dell’apodosi di Pasqua è logicamente ordinaria per Costantino, è già pasquale per Violakis); purtroppo, com’è noto, questo tipico ha avuto enorme influenza su tutte le chiese ellenofone e non solo, venendo adottato integralmente o parzialmente, nonostante l’enorme quantità di errori e innovazioni in esso contenute.
Così, seppur sempre mantenendosi accanto la stampa della funzione secondo l’ordine antico, in tutte le edizioni successive del Pentecostario si ritrova anche la nuova ufficiatura dell’apodosi di Pasqua, che viene adottata da tutti i tipici greci moderni, con l’unica eccezione di quelli impressi presso il Sinai, ove si segue il tipico originale di san Saba e del tipico di Giorgio Rigas, che dissente dalla pratica greca moderna pur non conoscendone bene la storia e ne discute alcuni problemi in un articolo poi raccolto nei suoi Ζητήματα Τυπικοῦ. Se ancora nel Novecento i typika manoscritti dei monasteri athoniti riportavano l’ufficiatura soltanto secondo la sua forma antica (per esempio quello di Dionysiou del 1909, p. 525), negli ultimi decennî, soprattutto con l’arrivo delle nuove fraternità a partire dagli anni ’70 che hanno introdotto costumi recenziori vigenti nel mondo, si è passati ad adottare anche sul Sacro Monte la nuova forma dell’apodosi di Pasqua, che è peraltro l’unica presente nel Typikon di Vatopedi (ormai ben poco athonita nel suo contenuto) pubblicato nel 2023.
Dunque abbiamo anzitutto visto che tale forma di officiatura non è affatto «greca», ma piuttosto «neogreca» o meglio «fanariota», e non si ritrova nei libri liturgici greci prima di 170 anni fa. Or si guarderà al senso di tale ordine di celebrazione.
Anzitutto, sin dalla stampa del 1848 si cerca di spiegare la ragione dell’introduzione di questa nuova forma di celebrazione, ossia per rendere la conclusione della festa di Pasqua simile alla conclusione delle altre feste del Signore e della Madre di Dio, in cui si ripete esattamente l’ufficiatura del giorno della festa. Ora, il termine «apodosi» indica letteralmente il «mettere via» una festa, e cioè specificatamente smettere di cantare gl’inni liturgici a essa relativi, che si sono invece aggiunti alle officiature quotidiane nel periodo del dopo-festa. L’apodosi può avere diverse durate, anche se la più comune è otto giorni, secondo una prassi già risalente all’antico ebraismo di ritenere sacro il numero di otto, ben illustrata dall’erudito occidentale Bartolomeo Gavanto nello studio delle ottave latine, che sono qualcosa di assimilabile, premesso all’Ottavario Romano del 1628. L’apodosi può avere poi diverse forme: meno note, ma egualmente prescritte dal tipico, sono infatti le apodosi di alcune feste minori come quelle dei Ss. Pietro e Paolo e delle due feste del Battista, che prevedono l’aggiunta di alcuni inni in loro onore semplicemente nel giorno successivo alla festa, peraltro non coincidenti con quelli della festa vera e propria.
A sua volta, l’espressione «tempo pasquale», in tutti i riti storici della cristianità, indica varî e distinti periodi di tempo, che conservano in maniera differente aspetti proprî dell’ufficiatura pasquale e peculiari rispetto all’ordine comune delle funzioni. In senso largo e concettuale, il tempo pasquale è l’insieme di tutte le ufficiature incluse nel Triodio fiorito; le caratteristiche propriamente liturgiche comuni a questo periodo così ampio sono poche, quali ad esempio la prescrizione di non inginocchiarsi. In senso più stretto, termina appunto all’apodosi, cioè alla vigilia dell’Ascensione, quando si depongono alcune caratteristiche pasquali che si sono cantate in tutti i giorni successivi (come il triplice Cristo è risorto all’inizio delle funzioni); ma la maggior parte delle caratteristiche pasquali, come le ore, l’assenza di salterio etc., si erano già deposte al sabato della settimana luminosa. La settimana luminosa, in effetti, costituisce la vera ottava di Pasqua, di sette giorni così come quella di Natale e di Pentecoste, in cui si ripete tale e quale l’ufficiatura del giorno, mutando soltanto le stichire attraverso il canto di tutto il sistema risurrezionale dell’ottoeco; al sabato non si compie una vera e propria apodosi, perché la Risurrezione non cessa mai per la Chiesa. Alla domenica di Tommaso, infatti, si segna l’inizio di una nuova Pasqua (antipasqua), quella delle domeniche di tutto l’anno: la festa di Pasqua in senso proprio è già terminata. A motivo tuttavia della permanenza di Nostro Signore sulla terra per quaranta giorni, si mantengono alcuni elementi pasquali ancora per tutti i giorni seguenti, che si depongono definitivamente il giorno avanti l’Ascensione, che in effetti in molti tipici manoscritti antichi, e ancora nell’edizione greca più recente del Tipico di san Saba, è chiamata non già «apodosi di Pasqua», ma «apodosi del Cristo è risorto», indicando cioè che questo è l’ultimo giorno in cui si canta il tropario pasquale, e nulla più. Il ripetere l’incipit e la conclusione pasquale delle ufficiature maggiori, dove si canta molte volte il tropario, è esattamente dovuta a questo fatto. Nei libri liturgici slavi, tanto nel Tipico quanto nel Triodio, non esiste alcuna indicazione del termine «apodosi» al mercoledì della VI settimana.
Già questa corretta concezione permette di capire come mai sia insensato riprendere in questo giorno, dopo oltre un mese in cui non si è fatto, le forme celebrative proprie della Pasqua che si sono lasciate già parecchi giorni prima. A questo si aggiungono, naturalmente, altri problemi, come l’omissione del canone della vigilia dell’Ascensione, opera di bellissima poesia che finisce per perdersi del tutto, o l’interruzione della sticologia settimanale a Vespro e Mattutino, cosa che non avviene mai se non – per grandissima eccezione – nella sola settimana di Pasqua. Il riprendere poi esattamente l’ufficiatura di Pasqua comporta ulteriori difficoltà: per esempio, quella già criticata da Giorgio Rigas di cantare le stichire risurrezionali del tono primo esattamente come a Pasqua, laddove tutto il Pentecostario si fonda sulla ripetizione settimanale delle stichire risurrezionali del tono corrispondente alla settimana, e dunque nel nostro caso del quinto, che viene interrotto inspiegabilmente per importare stichire pertinenti al ciclo ordinario di un’altra settimana. Altro elemento di totale insensatezza è il canto del «Quanti in Cristo» al posto del Trisagio alla Divina Liturgia, che è prescritto in alcuni giorni dell’anno in cui in antichità si celebravano i battesimi: ma non si è mai dato nella storia che alla vigilia dell’Ascensione si celebrassero battesimi, per i quali si attendeva invece la vicina Pentecoste, dove in effetti il canto battesimale è prescritto.
L’introduzione di questa nuova ufficiatura dunque, oltre a dimostrare una certa inadeguatezza e ignoranza liturgica da parte di coloro che l’hanno introdotta, ha completamente alterato nei fedeli la percezione del corretto susseguirsi delle festività di questo importante periodo dell’anno, fornendo la falsa concezione che la Pasqua «si concluda», e ha inserito nella celebrazione di questo giorno elementi del tutto estranei all’ordinario e corretto scorrimento del ciclo liturgico, sopprimendo invece del tutto le ufficiature proprie di questo giorno, cioè della vigilia dell’Ascensione. Dunque fin qui abbiamo visto che essa è completamente inopportuna, e non dovrebbe essere in alcun modo seguita. Ma, almeno per la Chiesa Russa, essa è anche illegittima: i moderni manuali liturgici del Patriarcato, infatti, facendo riferimento alla prassi invalsa, rimandano come giustificazione a una nota contenuta nel calendario ecclesiastico del 1929, edito dal metropolita Sergio (Starogorodski), in cui si riteneva possibile adottare questa pratica nelle chiese parrocchiali. In quell’anno, tuttavia, il metropolita Sergio non era riconosciuto quale legittimo sostituto del luogotenente patriarcale né dal Santo Sinodo della Chiesa all’Estero, né da buona parte dei vescovi in patria (il metropolita Giuseppe di Leningrado aveva definito Sergio nientemeno che un “usurpatore dell’autorità ecclesiastica”). Pertanto, l’introduzione di questo costume deteriore, avvenuta in Russia soltanto pochi decennî fa e diffusasi soprattutto in epoca sovietica, non ha alcuna base per essere ammessa; tale pratica dovrebbe essere abbandonata nelle chiese in Russia, e non introdotta in quelle in Europa, secondo la prassi della nostra Chiesa all’Estero, che si è sempre mantenuta fedele al tipico originale.
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