di "Nick"
Nota di TM: Pubblichiamo - con minimi interventi editoriali - il seguente contributo di un nostro nuovo collaboratore, dedicato alle riprese patristiche e conciliari della metafora paolina della Chiesa come "corpo" di Cristo (1 Cor. 12, 27), di cui Cristo naturalmente è il capo. La rassegna è particolarmente utile perché si concentra sulle interpretazioni ecclesiologiche di tale figura, piuttosto che su quelle mistico-eucaristiche altrettanto numerose, fornendoci esempi interessanti volti a dimostrare come il capo di tali membra, che secondo lo stesso S. Paolo è Cristo, possa sì ammettere altri "capi", ma sempre in senso puramente metaforico all'interno di una metafora sociale molto antica, appellativo o non esclusivamente romano e non certo primaziale come si è talvolta voluto intendere.
Tra le varie asserzioni dei Latini riguardo la presenza nei sette concili ecumenici di affermazioni in favore della supremazia del pontefice romano, non di rado viene citato il II Concilio Niceno, svoltosi nel 787, essendo papa di Roma Adriano I e patriarca di Costantinopoli Tarasio, convocato dall’imperatrice Irene e suo figlio Costantino V (che in futuro tornerà all'eresia iconoclasta "come un cane al suo vomito").
Senza entrare troppo negli avvenimenti antecedenti al Concilio, quest’ultimo aveva la funzione di condannare ufficialmente la furia iconoclasta e ripristinare l’apostolico ed ortodosso utilizzo delle icone e la loro venerazione. Tale obiettivo fu perseguito non senza difficoltà in Occidente, in quanto, a seguito della lettura da parte del sovrano Carlo Magno degli atti del concilio, esso venne rigettato poiché ritenuto a favore dell’idolatria: la reazione più forte fu quella del sinodo di Francoforte del 794, che rifiutò esplicitamente il Concilio [1] del 787 e la produzione dei celebri “Libri Carolini”.
Va sottolineato che i resoconti degli atti del Concilio sono stati continuamente oggetto di dibattito e congetture riguardante la loro integrità, e tutt’oggi la questione è certamente aperta [2]. Ciò che si sa, dunque, ci proviene da Anastasio il Bibliotecario, il quale tradusse nuovamente gli atti greci in epoca Foziana [3]. Spiegazioni circa le discrepanze tra i manoscritti greci e quello latino ci giungono da Anastasio stesso, che scrive:
"Da questo punto fino alla fine di questa lettera il codice greco non contiene [questo testo]. I Greci infatti - poiché in quel medesimo tempo [Tarasio] era stato fatto patriarca di Costantinopoli partendo dallo stato laicale - affinché egli non sembrasse pubblicamente rimproverato dalla Sede Apostolica, e affinché non si offrisse agli eretici un pretesto per opporsi a lui come a uno degno di biasimo, e per questo motivo non venisse preclusa l'utilità del concilio a cui partecipava, non permisero che le cose che seguono - sia riguardo al non dover promuovere i laici [all'episcopato], sia riguardo alla confutazione delle altre presunzioni - fossero lette nel concilio o inserite negli atti. (Mansi, XII, 1073-1074)
E ancora, in un marginale:
«Anche da questo punto, presso i Greci, sono state rimosse molte cose che tuttavia, così come furono inviate, si trovano nell'archivio della Chiesa Romana, e sono menzionate nell'altra edizione» (Mansi, XII, 1081-1082)
Lo stesso Mansi qui aggiunge nelle note dell'edizione degli Atti la conferma della differenza tra i due manoscritti:
“Oltre a ciò, si deve anche osservare che questa lettera di Adriano, tradotta in greco, non corrisponde pienamente alla stessa lettera latina che Anastasio qui riporta."
E successivamente:
“"Dall'edizione vulgata, ma la versione greca riporta [le cose] in modo di gran lunga diverso".
Ciò su cui si vuole incentrare questo articolo, però, è la presenza di un epiteto che il Pontefice attribuisce alla sede romana nella sua lettera diretta al Patriarca Tarasio, trasmessa anche in versione greca, che recita così:
“Noi
invece, proprio come era contenuto nel loro divino decreto, abbiamo inviato con
grande desiderio e grandissima gioia sacerdoti a noi cari, approvati e
prudenti, affinché le sacre immagini siano ristabilite in quelle regioni
secondo l'antico ordine.
Ma la
vostra santità suggerisca prontamente a quegli stessi piissimi e trionfanti
imperatori che, prima di tutto, quel falso concilio - che fu tenuto senza la
Sede Apostolica, in modo disordinato e privo di logica, contro la tradizione
dei venerabili padri e contro le divine immagini - sia anatemizzato alla
presenza dei nostri apocrisari; e ogni zizzania sia sradicata dalla Chiesa, e
si compia la parola del Signore nostro Gesù Cristo: «Poiché le porte degli
inferi non prevarranno contro di essa»; e ancora: «Tu sei Pietro, e su questa
pietra edificherò la mia Chiesa, e a te darò le chiavi del regno dei cieli. E
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato anche nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli».
La sede
di lui risplende esercitando il primato su tutto il mondo intero, e sussiste
come capo di tutte le Chiese di Dio. Per cui lo stesso beato apostolo Pietro,
pascendo la Chiesa per comando del Signore, non lasciò nulla di disunito, ma
detenne sempre e tuttora detiene il primato. Al quale, se aderiredesidera
aderire la vostra santità, e si adopera per custodire intatta e incontaminata,
dal profondo del cuore e con sincerità di mente, la sacra e ortodossa norma
della nostra Sede Apostolica (che è capo di tutte le Chiese di Dio),
affinché essa sussista come realmente ortodossa e devota a Dio, offra anzitutto
all'onnipotente Dio questo sacrificio: ossia che, a nome nostro, supplichi le
sublimi vestigia dei suddetti piissimi e da Dio incoronati nostri grandi
imperatori, e li scongiuri al cospetto di Dio, per il Suo terribile giudizio,
affinché ordinino di restaurare e stabilire nel loro antico stato le sacre
immagini in quella stessa città regia conservata da Dio, e in ogni altro luogo,
conservando la tradizione di questa sacra e santissima nostra Chiesa Romana, e
perseguitando e detestando l'errore dei malvagi e degli eretici attraverso la
vostra battaglia e la vostra fedele sollecitudine;”
È assolutamente plausibile pensare che papa Adriano, come i successivi ottant’anni e il pontificato di papa Nicola I dimostreranno, potesse avere intenzione di sottolineare, in un certo modo, la posizione di privilegio che la Sede Apostolica deteneva ed aveva detenuto in precedenza. Ma basta un titolo come quello che vediamo a dichiarare in maniera inequivocabile la supremazia del Vescovo di Roma in tutto e per tutto? Proviamo a contestualizzare.
Storicamente, è effettivamente stato attribuito il titolo di “capo” alla Sede Romana, anche in Oriente. Si potrebbe scrivere altri articoli da svariate migliaia di parole sulle motivazioni sulla base delle quali questo titolo di primato onorifico fosse stato attribuito alla Sede Apostolica, ma non sarà ciò che verrà trattato nel suddetto articolo. Ciò su cui si vuole concentrare è il contesto attorno alla comparsa del termine ed alle occasioni principali del suo uso, spesso sottolineate dai Latini.
Altra premessa che sarebbe necessario fare riguarda l’uso molto più comune del termine “capo”. Chiunque si metta a leggere i Padri dei primi secoli troverà innumerevoli volte attribuito il titolo a Cristo stesso; numericamente molto di più di quanto si trovi al Pontefice Romano. È chiaro che nella visione latina ciò non ha alcun valore poiché il Papa stesso, ovviamente con vari discrimina sul modo, rappresenterebbe Cristo stesso, dunque il titolo sarebbe praticamente interscambiabile.
Inoltre, chiunque abbia una base minima di cultura classica sa perfettamente che nel mondo romano precristiano era già stata utilizzata in maniera espressiva questa metafora, ossia nell’episodio celebre della fuga dei plebei da Roma, e la riconciliazione coi patrizi grazie a Menenio Agrippa, nel 494 a.C.
Ma, rimanendo in epoca Cristiana, è possibile un’altra interpretazione, in accordo con i Padri, che potrebbe quantomeno mettere in dubbio la visione suprematista. Per analizzarla occorre partire dalla lettera che i Padri riunitisi al Concilio di Calcedonia mandarono a S. Leone riguardo alla sua mancata approvazione del Canone 28:
“E vi informiamo inoltre che abbiamo deciso anche altre
cose per la buona gestione e la stabilità delle questioni ecclesiastiche,
essendo convinti che la vostra santità le accetterà e le ratificherà, una volta
esserne stata informata. La consuetudine a lungo prevalente, che la santa
Chiesa di Dio a Costantinopoli aveva di ordinare i metropoliti per le province
d'Asia, del Ponto e della Tracia, l'abbiamo ora ratificata con i voti del
Sinodo, non tanto per conferire un privilegio alla Sede di Costantinopoli,
quanto per provvedere al buon governo di quelle città, a causa dei frequenti
disordini che sorgono alla morte dei loro vescovi, trovandosi sia il clero che
i laici senza una guida e turbando l'ordine ecclesiastico. E questo non è
sfuggito alla vostra santità, in particolare nel caso di Efeso, che vi ha
spesso causato fastidio. Abbiamo anche ratificato il canone dei 150 santi Padri
riunitisi a Costantinopoli al tempo del grande Teodosio di santa memoria, il
quale stabilisce che dopo la vostra santissima e Apostolica Sede, la Sede di
Costantinopoli debba avere la precedenza, essendo collocata al secondo posto:
poiché siamo convinti che, con la vostra consueta cura per gli altri, abbiate
spesso esteso quel prestigio apostolico che vi appartiene anche alla chiesa di
Costantinopoli, in virtù della vostra grande disinteressata generosità nel
condividere tutti i vostri beni con i vostri congiunti spirituali. Pertanto,
degnatevi, santissimo e beatissimo padre, di accettare come vostro proprio
desiderio e come elemento favorente il buon governo le cose che abbiamo
deliberato per la rimozione di ogni confusione e la conferma dell'ordine
ecclesiastico. Poiché i delegati della vostra santità, i piissimi vescovi
Pascasino e Lucenzio, e con loro il molto devoto presbitero Bonifacio, hanno
tentato con veemenza di opporsi a queste decisioni, spinti dal forte desiderio
che anche quest'opera buona prendesse le mosse dalla vostra previdenza,
affinché l'instaurazione del buon ordine, così come quella della Fede, fosse
attribuita al vostro merito. Noi, infatti, tenendo nel debito conto i nostri
devotissimi imperatori amanti di Cristo, che di ciò si rallegrano, l'illustre
senato e, per così dire, l'intera città imperiale, abbiamo ritenuto opportuno
cogliere l'occasione della riunione di questo Sinodo ecumenico per la ratifica
del vostro onore, e abbiamo corroborato con fiducia questa decisione come se
fosse stata avviata da voi con il vostro consueto zelo paterno, sapendo che
ogni successo dei figli ridonda a gloria del padre. Di conseguenza, vi
supplichiamo: onorate la nostra decisione con il vostro assenso e, come noi
abbiamo espresso al capo il nostro accordo sulle cose onorevoli, così anche il
capo adempia per i figli ciò che è conveniente. In questo modo infatti
si renderà il dovuto rispetto ai nostri pii Imperatori, che hanno ratificato
come legge il giudizio della vostra santità, e la Sede di Costantinopoli
riceverà la sua ricompensa per aver sempre mostrato tale lealtà verso di voi
nelle questioni religiose e per essersi così zelantemente legata a voi in pieno
accordo. Ma affinché sappiate che non abbiamo fatto nulla per favoreggiamento o
per odio, bensì guidati dalla Volontà Divina, vi abbiamo reso noto l'intero
ambito dei nostri atti per rafforzare la nostra posizione e per ratificare e
stabilire ciò che abbiamo operato.” (Ep. S. Synodi Chalcedonensis ad Ss. papam Romanae Ecclesiae Leonem (XCVIII): PL 54, 1087-1100)
Certamente la reazione di S. Leone a questa esortazione dei Padri del Concilio non fu positiva. In ogni caso, però, va specificato che le risposte che il Papa diede ad Anatolio, patriarca di Costantinopoli, ed a Marciano Augusto, imperatore, non contengono affatto una condanna della figura retorica e dell’esortazione, come se nessuno potesse permettersi di esortare o condannare un Papa, ma soltanto della natura della richiesta: ossia che, a detta di Papa Leone, niente avrebbe potuto opporsi ai canoni Niceni ed a ciò che è stato stabilito dai Padri precedentemente. Tecnicamente questo, come tanti altri da parte latina per quanto concerne singole espressioni particolari utilizzati in scritti patristici e conciliari, sarebbe un “argomentum e silentio”, ma ciò si applicherebbe specularmente anche all’espressione utilizzata da papa Adriano per sé stesso al Concilio secondo Niceno.
Un’altra occasione in cui viene sottolineata, con l’uso di metafore fisiche come il cuore, la mente e lo stesso corpo, l’importanza dell’accordo nella Fede Apostolica Ortodossa la si ritrova durante il III Concilio Ecumenico, dove leggiamo da papa Celestino:
“Essi hanno seminato il seme della fede. Questa sarà la nostra cura: che la venuta del nostro grande Padre di famiglia, al quale solo per certo è assegnata questa pienezza degli Apostoli, possa trovare un frutto incorrotto e moltiplicato. Poiché il vaso di elezione ci dice che non è sufficiente piantare e irrigare, se Dio non dà la crescita. Dobbiamo dunque sforzarci in comune per custodire la fede che è giunta fino a noi oggi, attraverso la Successione Apostolica. Poiché ci si aspetta che camminiamo secondo l'Apostolo. Siamo unanimi, pensando la stessa cosa, poiché questo è proficuo: non facciamo nulla per contesa, nulla per vana gloria; siamo in tutte le cose di una sola mente, di un solo cuore, quando la fede, che è una sola, viene attaccata. L'intero collegio soffra e sia in lutto insieme a noi.[…] Sapete quale elmo protegga il nostro capo, quale corazza avvolga il nostro petto: voi guide non avete occupato soltanto ora gli accampamenti ecclesiastici.” (Coelestinus I Papa, Ep. ad Synodum Ephesinam (XVIII): Mansi, IV, 1285-1286)
E ancora:
“Ora, poiché ci rallegriamo per il risanamento del passato, ci conviene stare in guardia per il futuro, affinché le cose che sono state recise non possano germogliare sempre di più: poiché è inevitabile che, in qualunque luogo si trovi questa peste, le membra del nostro corpo ne vengano tormentate, e che per la nostra tolleranza si alimentino mali peggiori dei primi. Abbiamo scritto alla Clemenza Imperiale affinché la malattia venga allontanata il più possibile dalla sede della salute. Abbiamo infatti saputo che costui è ritornato ad Antiochia e che gli è stata concessa la possibilità di vivere là, da dove era venuto.” (Coelestinus I Papa, Ep. post damnationem Nestorii ad Synodum Ephesinam scriptam: ibidem)
Altra occasione in cui viene esplicitata la necessaria collaborazione e sinfonia di Fede ortodossa tra i vari membri della Chiesa quale parametro non negoziabile per l’armonia, la si trova durante il II concilio Costantinopolitano (V ecumenico), dove troviamo questo scambio tra papa Vigilio ed i Vescovi del Concilio:
“Ieri Vigilio ha inviato Servusdei, un reverendissimo suddiacono
della Chiesa di Roma, e ha invitato Belisario, Cetego, come anche Giustino e
Costantino, gli illustrissimi consoli, così come i vescovi Teodoro, Ascida,
Benigno e Foca, a venire da lui poiché desiderava dare tramite loro una
risposta all'Imperatore. Essi sono venuti, ma sono prontamente ritornati e
hanno informato il piissimo signore, dicendo: «Abbiamo fatto visita a Vigilio,
il religiosissimo vescovo, ed egli ci ha detto: “Vi ho chiamati per questo
motivo, affinché sappiate quali cose sono state fatte nei giorni passati. A
questo fine ho scritto un documento sui disputati Tre Capitoli, indirizzato al
piissimo Imperatore; siate così gentili da leggerlo e da portarlo alla sua
Serenità.” Ma quando abbiamo udito questo e abbiamo visto il documento scritto
per la vostra serenità, gli abbiamo detto che non potevamo in alcun modo
ricevere alcun documento scritto per il piissimo Imperatore senza il suo
ordine. “Avete però dei deaconi per il recapito dei messaggi, attraverso i
quali potete inviarlo.” Egli, tuttavia, ci ha detto: “Ora sapete che ho redatto
il documento.” Ma noi vescovi gli abbiamo risposto: “Se la vostra
beatitudine è disposta a riunirsi insieme a noi, ai santissimi Patriarchi e ai
religiosissimi vescovi, e a trattare dei Tre Capitoli e a dare, in unione con
tutti noi, una forma adeguata alla fede ortodossa, come hanno fatto i Santi
Apostoli, i santi Padri e i quattro Concili, vi terremo come nostro capo,
come un padre e un primate. Ma se la vostra santità ha redatto un documento
per l'Imperatore, avete dei messaggeri, come abbiamo detto; inviatelo tramite
loro.” E quando ha sentito queste cose da noi, ha mandato Servus Dei, il suddiacono,
che ora attende la risposta della tua serenità. E quando la sua Pietà venne a
sapere di ciò, ordinò, tramite i suddetti uomini più religiosi e gloriosi,
il suddetto suddiacono, di portare questo messaggio al più religioso
Vigilio. Lo invitammo a incontrare insieme i beatissimi patriarchi
e altri vescovi religiosi, e con loro in comune per esaminare e
giudicare i Tre Capitoli. Ma dato che hai rifiutato di farlo, e dici che
solo tu hai scritto da solo in parte sui Tre Capitoli; Se li avete
condannati, in conformità con ciò che avete fatto prima, abbiamo già molte
affermazioni simili e non ne abbiamo bisogno di altre; Ma se ora hai
scritto qualcosa di contrario a queste cose che hai fatto prima, ti sei
condannato con la tua stessa scrittura, poiché ti sei allontanato
dalla dottrina ortodossa e hai difeso l'impietà. E come può
aspettarsi che riceviamo un documento del genere da lei?” (Conc. Const. II, act. VII: Mansi, IX, 349-350)
Ma andiamo a vedere cosa dicono gli Apostoli ed i Padri a riguardo. Partiamo con il canone XXXV degli Apostoli, che ci dà una specifica importante:
“I vescovi di ogni nazione devono sapere chi sia il primo tra di loro, e stimarlo come loro capo, e non fare alcuna cosa di grande importanza senza il suo consenso; ma ciascuno gestisca soltanto le questioni che riguardano la propria diocesi e i luoghi ad essa soggetti. Ma neppure costui faccia alcunché senza il consenso di tutti; poiché è in questo modo che vi saràunanimità, e Dio sarà glorificato per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo.”(Joannou, Les Canons Des Synodes Particuliers [Fonti disciplinae antiquae I.2], Grottaferrata 1962, p. 24)
Procediamo poi con S. Clemente Romano, papa del II secolo d.C., alla comunità Corinzia:
“È giusto dunque, fratelli, che seguiamo tali esempi; poiché sta scritto: «Unitevi ai santi, perché coloro che si uniscono a loro saranno resi santi». E di nuovo, in un altro luogo, dice: «Con l'uomo innocente ti mostrerai innocente, con l'uomo eletto sarai eletto, e con l'uomo perverso ti mostrerai perverso». Uniamoci dunque agli innocenti e ai giusti, poiché costoro sono gli eletti di Dio. Perché vi sono tra voi contese, tumulti, divisioni, scismi e guerre? Non abbiamo un solo Dio e un solo Cristo? Non c'è un solo Spirito di grazia riversato su di noi? E non abbiamo una sola chiamata in Cristo? Perché dividiamo e dilaniamo le membra di Cristo, e suscitiamo contese contro il nostro stesso corpo, giungendo a un tale livello di follia da dimenticare che «siamo membra gli uni degli altri»?” (PG 1, 60-61)
Lo stesso veniamo ribadito poco dopo sempre dallo stesso:
“Lottiamo dunque, uomini e fratelli, con ogni energia come
suoi soldati, in conformità ai Suoi santi comandamenti. Consideriamo coloro che
prestano servizio sotto i nostri generali, con quale ordine, obbedienza e
sottomissione eseguono le cose che vengono loro ordinate. Non tutti sono
prefetti, né tribuni, né centurioni, né cinquantarchi, o simili, ma ciascuno
nel proprio grado esegue le cose ordinate dal re e dai generali. I
grandi non possono sussistere senza i piccoli, né i piccoli senza i grandi. Vi
è una sorta di unione integrata in tutte le cose, e da ciò deriva un reciproco
vantaggio. Prendiamo come esempio il nostro corpo: la testa non è nulla senza i
piedi, e i piedi non sono nulla senza la testa; anzi, persino i membri più
piccoli del nostro corpo sono necessari e utili all'intero corpo. Ma tutti
lavorano armoniosamente insieme e sono sottomessi a un'unica e comune regola
per la preservazione di tutto il corpo.” (PG 1, 282-283)
Sempre per rimanere nel II secolo, ma spostandoci in territorio greco abbiamo la testimonianza di Clemente Alessandrino (considerato santo dagli Occidentali fino al 1586, quando fu rimosso dal martirologio romano), che ci testimonia sempre la medesima metafora corporale applicata alla Chiesa:
“Altrove il Signore, nel Vangelo secondo Giovanni, ha espresso questo tramite simboli, quando ha detto: «Mangiate la mia carne e bevete il mio sangue»; descrivendo chiaramente per mezzo di una metafora la proprietà dissetante della fede e della promessa, per mezzo della quale la Chiesa - proprio come un essere umano composto da molte membra - viene rinfrescata e cresce, ed è saldata e unita da entrambe: dalla fede, che è il corpo, e dalla speranza, che è l'anima; così come il Signore [è composto] di carne e sangue. Poiché in realtà il sangue della fede è la speranza, nella quale la fede è custodita come da un principio vitale. E quando la speranza si estingue, è come se il sangue scorresse fuori, e la vitalità della fede viene distrutta.” (Clemens Alex., Paedagogus, Lib. I, Cap. VI: PG 8, 205-206)
Successivamente abbiamo S. Giustino, nei suoi dialoghi con Trifone, che accenna, ovviamente in un discorso più ampio, a questa composizione multipolare e corporale:
“Ma quando il brano parla come se provenisse dalle labbra di molti, dicendo: «Abbiamo predicato davanti a Lui», e aggiunge: «come un bambino», ciò significa che gli empi si sottometteranno a Lui, obbediranno al Suo comando e che tutti diventeranno come un unico bambino. È una cosa che potete osservare nel corpo: sebbene le membra siano numerose, tutte sono chiamate “una” e costituiscono un unico corpo. Infatti, una repubblica e una chiesa, sebbene composte da molti individui, sono di fatto come una sola, chiamate e indicate con un unico nome. (Justinus, Dialogus cum Triphone judaeo, cap. XLII: PG 6, 565-566)”
Passiamo invece al celebre S. Cipriano di Cartagine, vissuto nel III secolo, che cita esplicitamente la presenza delle membra del corpo di Cristo:
“Ciò che non è né giusto né lecito fare è che venga fondata un’altra chiesa; che i membri di Cristo vengano lacerati; che l’unica mente e l’unico corpo del gregge del Signore vengano lacerati da una rivalità che divide. Vi supplico affinché, in ogni caso, non continui in voi quella lacerazione illecita della nostra fratellanza; ma, ricordando sia la vostra confessione sia la tradizione divina, possiate tornare alla Madre da cui siete partiti; da cui siete giunti alla gloria della confessione con la gioia della stessa Madre.” (Cyprianus, ep. XLIII: PL 6 339-340)
Anche S. Ignazio, vissuto a cavallo tra il I e il II secolo, ci dà una testimonianza di questo intendimento:
“Evitate gli errori mortali dei doceti. Fuggite, dunque,
quelle malvagie propaggini [di Satana], che producono frutti portatori di
morte, dei quali chiunque ne assaggi muore all’istante. Questi uomini, infatti,
non sono la piantagione del Padre. Se lo fossero, infatti, apparirebbero come
rami della croce, e il loro frutto sarebbe incorruttibile. Attraverso di essa
Egli vi chiama, mediante la Sua passione, in quanto membri Suoi. Il capo,
quindi, non può esistere da solo, senza le sue membra; Dio, che è [il
Salvatore] stesso, avendo promesso la loro unione.” (Ignatius Antiochenus, Ad Romanos, Cap. XI, PG 5, 683-684)
***
D'altra parte, è molto facile trovare parecchie espressioni all'interno di simili riferimenti ecclesiologici che possono essere interpretate come suggerimenti di presunte supremazie vescovili; ne elenchiamo qualche esempio:
“Ho aperto la bocca e ho aspirato lo Spirito, e mi dono
interamente allo Spirito, con le mie azioni e le mie parole, con la mia
inazione e il mio silenzio; che Egli solo mi sostenga e mi guidi, e muova sia
la mano che la mente e la lingua dove è giusto e secondo la Sua volontà; e le
freni come è giusto e opportuno. Sono uno strumento di Dio, uno strumento
razionale, uno strumento accordato e suonato da quell’abile artista che è lo
Spirito. Ieri la Sua opera in me era il silenzio. Ho meditato sull’astensione
dal parlare. Oggi Egli suona nella mia mente? Le mie parole saranno ascoltate,
e mediterò sull’esprimersi. Non sono né così loquace da desiderare di parlare
quando Egli è incline al silenzio, né così riservato e ignorante da mettere una
guardia davanti alle mie labbra quando è il momento di parlare: ma apro e
chiudo la mia porta secondo la volontà di quella Mente, di quel Verbo e di
quello Spirito, che è un’unica Divinità. Parlerò dunque, poiché mi è stato
chiesto. E parlerò sia al buon pastore qui presente, sia a voi, suo santo
gregge, come ritengo sia meglio sia per me parlare, sia per voi ascoltare oggi.
Perché avete implorato che qualcuno condividesse la fatica del vostro pastore?
Poiché il mio discorso inizierà da te, o capo caro e onorato,
degno di quello di Aronne, sul cui viso scorre quell’unguento spirituale e sacerdotale
che ricopre la sua barba e le sue vesti.” (Gregorius Theologus, Oratio
XII: PG 35, 843-844)
Abbastanza eloquente è, anche, l’orazione che lo stesso S. Gregorio tenne in onore della morte di S. Atanasio a Costantinopoli il 2 maggio del 380:
“Così educato e formato - come dovrebbero esserlo anche oggi coloro che sono chiamati a presiedere il popolo e a guidare il potente corpo di Cristo, secondo la volontà e la prescienza di Dio, che pone le fondamenta delle grandi opere con largo anticipo -, egli fu investito di questo importante ministero e reso uno di coloro che si avvicinano al Dio che si avvicina a noi, ritenuto degno del sacro ufficio e del rango e, dopo aver attraversato l’intera serie di ordini, gli fu affidato, per farla breve, il governo supremo sul popolo, in altre parole, la cura del mondo intero: né posso dire se abbia ricevuto il sacerdozio come ricompensa della virtù, o per essere la fonte e la vita della Chiesa”.(ibid., 1087-1088)
Un altro scritto significativo lo troviamo in s. Gerolamo, nella Contra Joannem Hierosolymitanum, cap. XXXVII, che scrive:
“Giovanni scrive al vescovo Teofilo un'apologia, la cui introduzione suona così: "Voi certamente, come uomo di Dio ornato di grazia apostolica, avete su di voi la sollecitudine per tutte le Chiese, specialmente per quella che si trova a Gerusalemme, sebbene voi stesso siate distratto da innumerevoli ansie per la Chiesa di Dio a voi sottoposta". Questa è sfacciata adulazione e un tentativo di concentrare l'autorità nelle mani di un singolo individuo. Voi, che chiedete regole ecclesiastiche, che fate uso dei canoni del Concilio di Nicea e rivendicate autorità su chierici che appartengono a un'altra diocesi e che vivono attualmente con il proprio vescovo, rispondete alla mia domanda: Che cosa ha a che fare la Palestina con il vescovo di Alessandria?” (PL 23, 389-390)
Lo scritto risale agli ultimi anni del IV secolo, in piena controversia origenista. San Girolamo e Sant’Epifanio di Salamina accusarono il vescovo Giovanni II di Gerusalemme di seguire l'eresia di Origene. Per difendersi, Giovanni cercò l'appoggio e la mediazione di Teofilo, potente patriarca di Alessandria d'Egitto, attribuendogli poteri di giurisdizione e supervisione straordinaria su tutta la Chiesa.
Abbiamo poi la lettera inviata a papa Damaso da parte dei vescovi riunitisi a Costantinopoli che dice:
“Anche questa legittima ordinazione ha ricevuto la sanzione del Concilio Generale. Riguardo alla Chiesa di Gerusalemme, madre di tutte le Chiese, rendiamo noto che il reverendissimo e religiosissimo Cirillo ne è il vescovo, il quale fu tempo fa ordinato canonicamente dai vescovi della provincia e ha combattuto in diversi luoghi una buona battaglia contro gli ariani. Chiediamo alla vostra reverenza di rallegrarsi per ciò che è stato così rettamente e canonicamente stabilito da noi, per l'intervento dell'amore spirituale e sotto l'influsso del timore del Signore, il quale vince i sentimenti umani e rende l'edificazione delle Chiese più importante delle grazie o dei favori individuali.” (Mansi, III, 587-588). La stessa espressione che indica Gerusalemme come "madre delle Chiese" è usata dalla stichira vesperale della domenica del tono I nel rito bizantino, assurgendo - secondo il ben noto motto lex credendi legem statuat supplicandi - a verità pressoché dogmatica.
Ed ultimo, ma non per importanza, citiamo varie occasioni in cui Alcuino di York, altrimenti teologo di spicco della nuova dottrina carolingia poi adottata da tutta la chiesa romana, si rivolge a Carlo Magno in questo modo:
“. La terza è la dignità regale, nella quale la disposizione del Signor nostro Gesù Cristo vi ha stabilito rettore del popolo cristiano: eccellente rispetto alle altre predette dignità per potenza, più fulgida per sapienza, più sublime per la dignità del regno.”
“Ecco, in te solo riposa, inclinata, l'intera
salvezza delle Chiese di Cristo. Tu sei il vendicatore dei delitti, tu il
rettore di coloro che errano, tu il consolatore dei fermenti, tu l'esaltazione
dei buoni. Non è forse vero che nella sede romana, dove un tempo era
sfolgorata la religione della massima pietà, proprio lì sono emersi i casi di
estrema empietà? Essi stessi, accecati nei loro cuori, hanno accecato il
proprio capo. Lì non sembra esservi né timore di Dio, né sapienza, né carità.
Quale bene potrà esservi là dove non si trova nessuna di queste tre cose? Se in
essi vi fosse il timore di Dio, non avrebbero osato; se vi fosse sapienza, non
avrebbero mai voluto; se vi fosse carità, non lo avrebbero fatto in alcun modo”
“Nulla di queste cose potrà sfuggire alla tua
sapienza. Poiché sappiamo bene che tu sei mirabilmente istruito sia nelle sacre
Scritture sia nelle storie profane. Da tutte queste cose ti è stata data da Dio
una piena scienza, affinché per mezzo tuo la santa Chiesa di Dio sia governata,
esaltata e conservata in mezzo al popolo cristiano.”
“Ecco che cosa è stato fatto della sede apostolica nella città principale, nella dignità più eccellente: tutte queste cose vengono riservate soltanto al vostro giudizio; affinché, col prudentissimo consiglio della sapienza a voi data da Dio, con moderata considerazione siano corrette le cose che sono da correggere, e siano conservate quelle che sono da conservare; e le cose che la divina pietà ha benevolmente compiuto, siano innalzate a lode del nome di Colui che ha salvato il suo servo e lo ha liberato dalla persecuzione di una esecranda infedeltà. La vostra sapientissima prudenza d'animo, poiché tutto comprende, faccia e compia ciò che conviene alla situazione, sia nel fare il bene, sia nel vendicare [punire il crimine], ciò che piace a Dio, affinché in voi sia mostrata a tutti la buona volontà, e questa sia lodata e amata […]Rivolgendo anche a Lui lodi inniche,a Colui che al mondo ha donato, nel nostro tempo,un tale Rettore, sotto la guida della sacra giustizia” (Epp. XCV-XCVI, 300-305)
Concludendo: è chiaro che la Sede Romana avesse il dovuto
onore e rispetto tra le sedi apostoliche, ma detrarre una totale supremazia di
essa sull’orbe Cristiano in base ad una sola parola pronunciata da uno stesso
Pontefice in un Concilio Ecumenico rimane una mossa azzardata e quantomeno
discutibile.
[1] Hefele, Concil., § 398; Di ciò ci viene data conferma da Anastasio stesso nella sua prefazione, dove viene scritto:"Infatti, ciò che il presente concilio insegna sull'adorazione delle venerabili immagini, anche questa vostra Sede Apostolica, come indicano diversi scritti, lo ha sostenuto fin dall'antichità, e la Chiesa universale lo ha sempre venerato e lo venera tuttora: ad eccezione soltanto di alcuni Galli (i Franchi), ai quali evidentemente non è stata ancora rivelata l'utilità di queste cose. Essi dicono infatti che non si deve adorare una qualsiasi opera delle mani dell'uomo; come se non fosse opera delle mani dell'uomo il codice dei Vangeli, che ogni giorno baciano e adorano, o ancor più il venerabile calice, che senza dubbio non negheranno essere opera delle mani dell'uomo.”(Mansi, IV, 1714)