martedì 7 novembre 2017

7 novembre (25 ottobre) 1917: il terrore bolscevico s'impadroniva della Madre Russia

Per approfondire il fatto storico: https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_d%27ottobre


Esattamente cento anni fa, il 7 novembre (25 ottobre secondo il calendario giuliano) 1917, le guardie rosse, ovverosia i ribelli bolscevichi armati, animati dalle prave idee socialiste, marxiste e comuniste, guidati dall'empio Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, occupavano i punti strategici di Pietrogrado e proclamavano decaduta l'autorità zarista e instaurato il governo del Soviet. Iniziavano a delinearsi le prime fasi del governo del terrore che attanaglierà la Russia e minaccerà l'Europa almeno fino agli anni Novanta del secolo scorso. Così aveva infatti predetto anche la Madonna a Fatima, che men di un mese prima era apparsa per l'ultima volta: "Se non si convertirà, la Russia diffonderà i suoi errori nel mondo". Ed infatti, il secolo XX è stato dominato dagli empi errori del comunismo, che si sono diffusi in tutte le nazioni e moltissimi danni hanno apportato a milioni di anime.

L'anno successivo, il 17 luglio, il legittimo zar Nicola II Romanov fu rinchiuso nella cantina della sua prigionia ad Ekaterinburg insieme alla sua famiglia, ed ivi fucilato, e i suoi resti furono disciolti nell'acido. Di questa e di tante altre violenze si rese colpevole il regime più sanguinario e anticristiano della Storia, sulla cui coscienza pesano oltre 100 milioni di vittime, e che purtroppo ancor oggi trova appoggio, per quanto  non sempre a maggioranza (Deo gratias!), in ogni strato della popolazione e in ogni angolo della terra. Non ci sono parole per descrivere l'empietà del comunismo (abbiamo provato a raccogliere qui le dichiarazioni dei Sommi Pontefici in materia).

Però, possiamo spendere qualche parola per commentare il fatto che dalle nostre autorità, politiche ed ecclesiastiche, non una parola è stata spesa per ricordare l'efferatezza, la disumanità, l'empietà e la barbarie di un regime, di una rivoluzione e di un'ideologia che sono state tra le armi più efficaci del demonio per tentare, indarno, di distruggere la Chiesa di Nostro Signore, e che purtroppo continuano a diffondersi ancor oggi, spesso senza nemmeno trovare il doveroso pubblico osteggio, e a minacciare la stabilità dei popoli e delle anime. E allora, ci permettiamo di riportare (fonte Asianews) l'unica voce che si è levata a commentare in modo cristiano (e con riferimenti molto interessanti a tutto il veleno introdotto dalle deliranti ideologie anticristiane europee tra XVIII e XIX secolo) l'Apocalisse bolscevica.

Kirill: L’Apocalisse bolscevica causata dal tradimento dell’intellighentsija

Il patriarca ortodosso di Mosca è fra le poche voci che cercano di approfondire le cause storiche della Rivoluzione d’Ottobre, a 100 anni dallo scoppio. In generale i russi preferiscono le soap-opera delle rievocazioni storiche piene di intrighi e di amanti del passato zarista. L’anima russa inquinata dall’occidente illuminista.


Mosca (AsiaNews) - Oggi 7 novembre si compie il giubileo secolare della Grande Rivoluzione d’Ottobre, l’evento drammatico e apocalittico che ha cambiato la storia della Russia e, in buona parte, del mondo intero. Dopo un anno di stentati dibattiti e imbarazzate rievocazioni, la Russia riesce infine ad archiviare lo spettro che agita le sue notti e offusca lo sguardo al futuro.

Si potrebbe dire che la discussione più accesa dell’anno giubilare nel Paese ha riguardato il vacuo film “Matilda”, che in realtà è poco più di una trasposizione cinematografica dei cliché da soap-opera, con ricostruzioni in costume di intrighi e amori di corte del passato. Dai Tudor ai Borgia, nelle serie tv occidentali, alla sequela di rievocazioni che ogni giorno passano dagli schermi tv, i russi sono ansiosi di recuperare la loro storia dopo tanta censura sovietica. E si godono a vedere rappresentanti gli elmi dei variaghi normanni, le crudeltà di Ivan il Terribile e i dubbi amletici di Boris Godunov, per passare in rassegna le vicissitudini degli zar Romanov, dal grande Pietro I alle tante donne di potere del Settecento, passato agli annali come “il secolo degli amanti”, soprattutto quelli della zarina Caterina.

Invece, la rivoluzione e il tetro regime comunista, pur rappresentando una grandezza perduta e continuamente rimpianta, non eccitano la fantasia dello spettatore. E le riflessioni appena più approfondite del pettegolezzo, come quelle dei pochi filosofi o dei leader religiosi, non certo dei politici, sono cadute nell’indifferenza generale.

Solo il patriarca ortodosso Kirill (Gundjaev), la guida morale del post-comunismo, ha provato di nuovo nei giorni scorsi a richiamare i motivi che portarono la Russia a rinnegare la propria storia, e a suo parere anche la sua vocazione. Rivolgendosi al popolo dopo una liturgia nella cattedrale dell’Assunzione al Cremlino, il capo della Chiesa russa ha osservato che “nella congiuntura politica di 100 anni fa, se non ci facciamo condizionare dai punti di vista ideologici, possiamo vedere e capire molte cose. L’inizio delle malattie nazionali, che hanno portato a quella catastrofe, va fatto risalire non a uno, o cinque o 10 anni prima, ma come minimo ad almeno 200 anni prima, e forse anche di più, quando cominciarono a frantumarsi le fondamenta spirituali della vita della nostra società più elevata, la cosiddetta élite”. Il patriarca ha voluto così ribadire la tesi classica della pubblicistica ortodossa, secondo cui tutto è iniziato con la “pseudomorfosi” dell’anima russa, come ebbe a dire il teologo Georgij Florovskij dopo la rivoluzione.

A rovinare l’autentica vocazione cristiana della Russia fu l’ingresso degli influssi dell’Occidente, la scolastica latina prima e le filosofie illuministe poi, quando “le persone hanno venduto la propria anima e la propria ragione a ciò che veniva da fuori senza alcuno spirito critico, trasformando e rieditando sotto l’influsso di queste idee la propria fede, la propria visione del mondo, il proprio sguardo sulle cose”. I portatori di questa infezione, la classe dirigente a cui Kirill fa riferimento, non sarebbero tanto i politici o gli aristocratici, ma la cosiddetta intelligentsija, termine latino russificato, per indicare gli intellettuali “traditori” che hanno sviato il popolo dalla retta via.

Tale giudizio rievoca le riflessioni dei filosofi religiosi esiliati dalla Russia dopo la rivoluzione, come Berdjaev e Bulgakov, Frank e Losskij e tanti altri, imbarcati nel 1922 sulla cosiddetta “nave dei filosofi” che diede vita alla grande cultura dell’emigrazione russa in Francia e nel mondo intero. In Italia, per esempio, si trasferì il poeta e filosofo Vjačeslav Ivanov, discepolo di Vladimir Solov’ev, che si convertì al cattolicesimo per testimoniare la necessità di respirare con “due polmoni” del cristianesimo d’oriente e d’occidente e vincere il secolarismo illuminista in tutte le sue dimensioni.

Lo stesso patriarca Kirill ha infine ammonito che la Chiesa in questi due secoli è stata ridotta al silenzio, non solo dalle persecuzioni comuniste, ma prima ancora dalla mentalità moderna che la vuole confinata nella sfera intima della coscienza. Secondo Kirill, “anche oggi ci sono determinati poteri nella società, che non vogliono che la Chiesa proclami la verità al suo popolo… ci dicono: andate nelle vostre chiese e chiudete le porte, e lì fate quello che vi pare”.


P.S.: preghiamo ardentemente per la Russia, acciocché uno dei Paesi ove più che mai il Cristianesimo sta ritornando con forza a regnare sul mondo ateo e senza Dio, e in particolare la Chiesa Russa scismatica, possa riconoscere i suoi vetusti errori, e ritornare membro vivo entro al Corpo Mistico di Nostro Signore, nell'unità del solo Pastore. 

domenica 5 novembre 2017

Note sui "progressi" ecumenici in materia liturgica

Solo un breve post per ricordare, se sono vere le voci su una presunta "Messa Ecumenica" che presto verrà celebrata in comunione con gli eretici protestanti, che, stando alle opinioni della maggior parte dei teologi, riprese da Pio XI nella Mortalium animos, la celebrazione di un rito eretico all'interno di una chiesa Cattolica è peccato gravissimo per chiunque lo permetta o vi assista, e, secondo molti, sconsacra ipso facto la chiesa. Non è infatti possibile di seguire contemporaneamente la dottrina cattolica della S. Messa e di accettare quella protestante sottesa alla santa cena: anche a ciò si può applicare l'insegnamento evangelico di Nostro Signore "nemo potest duobus dominis servire: aut enim unum odio habebit et alterum diliget, aut unum sustinebit et alterum contemnet" (Matth. VI, 24)

Orbene, la Messa Ecumenica, per essere dottrinalmente accettabile dai protestanti, deve contenere almeno le seguenti eresie (non si esclude potrebbero esserne incluse altre, per esempio a riguardo della Grazia, della Verginità e della Divina Maternità della Madonna, del culto dei Santi, le quali però sarebbero solo accessorie al vero problema di tale celebrazione, che non è più la S. Messa), condannate dai Canoni del Concilio Tridentino:
- negazione del Sacerdozio ministeriale
- negazione del dogma della Transustanziazione
- negazione della natura sacrificale della S. Messa

Queste eresie effettivamente possono essere già sottese al Novus Ordo: la natura sacrificale non compare nella definizione di Messa uscita dai documenti del Consilium, e questi stessi documenti si riferiscono di preferenza al "Sacerdozio battesimale", per esempio. Lo stesso Bugnini, in fondo, disse che voleva un rito che non "urtasse la sensibilità dei fratelli separati". Il protestante Max Thurian, uno degli "osservatori" voluti presenti dalla Commissione ai propri lavori, dichiarò dopo l'uscita del Messale riformato che non vi sarebbe stato alcun impedimento, in futuro, per i protestanti di celebrare la Santa Cena coi cattolici. Identicamente un vescovo anglicano disse che dal punto di vista teologico non vi sono differenze sostanziali tra il Novus Ordo e il rito eretico anglicano. Ora, se queste preoccupanti dichiarazioni sembrano sancire l'eterodossia del Novus Ordo, è da considerare che i Pontefici degli ultimi cinquant'anni hanno, più o meno bene, confermate le verità fondamentali della dottrina cattolica sulla S. Messa, applicandole anche e soprattutto al Novus Ordo, il quale dunque, se per se stesso è di ortodossia quantomeno dubbia, è usato in senso ortodosso dalla Chiesa degli ultimi cinquant'anni (almeno de jure, poiché sono molti i casi di sacerdoti modernisti i quali applicano una lettura eterodossa dei testi della Nuova Messa, consacrando dunque in modo invalido). Usando la filosofia aristotelica, potremmo dire che nella Messa di Bugnini ci sono molte eresie in potenza, avvegnaché nessuna in atto.

Dunque, l'introduzione di una "Messa Ecumenica" potrebbe riprendere gran parte dei testi del Novus Ordo Missae: in essi vi sono in potenza tutte le eresie che abbiamo citato poc'anzi, comprese quelle "accessorie": per esempio, sono divenuti facoltativi i nomi dei Santi nel Canone Romano (e le altre anafore non li contengono del tutto); nel Confiteor sono soppressi i nomi propri dei Santi e l'avverbio semper davanti a Virginem Mariam; nelle collette scompaiono i riferimenti ortodossi al peccato e alla grazia, trovandosi invece testi ambigui che si prestano a letture protestanti o addirittura pelagiane (la qual cosa è avvenuta anche nelle letture della Messa, in cui vengono omessi i passi più significativi per l'interpretazione cattolica delle Scritture e vengono invece presentati, spesso con funzionali omissis, quelli che più aprono all'ambiguità verso il luteranesimo); etc.
La differenza sostanziale rispetto al rito attuale sarebbe che tutte queste eresie passerebbero in atto. Come? Per esempio, con l'abolizione definitiva del Canone Romano, con l'omissione della distinzione tipografica tra parole del Canone e parole consecratorie (la qual cosa è già in embrione, considerando che nel Messale di Paolo VI alcune parole non necessarie alla consacrazione sono grassettate come lo fossero, e viceversa le due necessarie Mysterium fidei sono posposte e non evidenziate), con l'annullamento delle prerogative sacerdotali (attraverso "eccezioni pastorali", il toccare i vasi sacri, e financo il toccare e distribuire la Santissima Eucaristia, possono già essere svolti da laici; il diventare in atto sarebbe, per esempio, rendere tutto ciò de jure la norma ineludibile), etc.
Sarebbero peraltro modifiche della sola mentalità con cui viene effettuato il rito, e per tale motivo sarebbe anche molto difficile notare la differenza tra la Messa che viene oggi celebrata a maggioranza, con un testo dubbio ma con una credenza de jure ortodossa, e quella che sarà forse celebrata un domani, con lo stesso testo dubbio ma con una credenza de jure eretica.

E' certo però che questa "Messa Ecumenica" non sarebbe un rito cattolico, non sarebbe un rito valido, comporterebbe l'apostasia, lo scisma e l'eresia da parte di chi lo celebra, da chi lo promuove e parzialmente di chi lo assiste (se lo fa coscientemente). Per quanto riguarda il rischio che le chiese vengano sconsacrate, questa non è certezza, ma opinione; nel caso fosse corretta, sarebbe urgente di preservare le chiese in cui si celebra il vero rito cattolico da qualsiasi contaminazione con i riti eretici, in modo che la Santa Messa possa continuare a essere celebrata e la Santissima Eucaristia a essere riposta in un luogo consacrato dalla Santa Madre Chiesa.

Si potrebbe obbiettare che questa "Messa Ecumenica" è probabilmente solo una bufala. In fondo concordo: non vedo elementi che possano far pensare all'introduzione di un rito del genere, almeno in tempi brevi. Eventuali "liturgie ecumeniche" celebrate in giro per il mondo possono essere ricondotte a un'iniziativa personale dei sacerdoti che hanno commesso quell'atto di apostasia, e non a un volere preciso e codificato della gerarchia. Volevo soltanto fare una piccola ricapitolazione teologica della faccenda, senza prospettare realmente questo rischio, dal momento che è ampiamente discussa in questi giorni negli ambienti tradizionali.

E' certamente però un fatto, e non una improbabile supposizione, che per il V Centenario della Riforma molti Cattolici, spesso su invito dei loro stessi pastori, abbiano scelto di assistere e partecipare a Liturgie protestanti. Anche questo è un atto di parziale apostasia. Il Canone 2360 del Codice di Diritto Canonico (1917) stabilisce che chi partecipa a una funzione celebrata da eretici dev'essere sospettato di eresia. Altri canoni precedenti vietano la partecipazione attiva alle liturgie eretiche, come può essere lo svolgere un qualche servizio liturgico (suonare, cantare, rispondere etc.), o anche solamente pensare di trovarsi in presenza di un culto veramente reso a Dio (cfr. Theologia moralis dal Padre Dominucus Pruemmer). E' ammessa solo la presenza formale e materiale in occasioni come matrimoni, funerali, etc. Nemmeno si parla poi, tanto era inconcepibile per la mente di un Cattolico fino a non molti anni fa, di ricevere i Sacramenti degli eretici, i quali non sono nemmeno realmente Sacramenti, essendo stato compromesso il significato mistico dei due riconosciuti dagli eretici (precisamente, la natura di remissione del peccato originale per quanto concerne il Battesimo e la vera e sostanziale trasformazione del pane e del vino in Corpo, Sangue, Anima e Divinità di NSGC per quanto concerne l'Eucaristia). San Pio V dice poi che non è nemmeno possibile di pregare il Dio Cattolico, in un modo Cattolico, insieme a dei protestanti o all'interno di templi protestanti, per non confondere la voce dei fedeli con il raglio degli asini.

Da notare che San Pio V, viceversa, dice che è possibile, senza sanzione alcuna, di pregare il Dio Cattolico all'interno di una chiesa dei greci scismatici. Alcuni teologi addirittura dicono che non è di per sé illecita l'assistenza alle liturgie dei greci scismatici, e nemmeno il ricevere benedizioni da essi. Ovviamente, precisano i teologi, la persona può permettersi di fare ciò solo se è di provata fede cattolica, e se è lontanissimo il pericolo di scandalo pubblico o, peggio, di scisma da parte di costui. Diversamente, si dovrebbe essere sospetti di scisma nel partecipare a liturgie scismatiche. Questo si basa principalmente sul fatto che i greci scismatici non negano alcunché riguardo ai sette Sacramenti, celebrano una liturgia perfettamente ortodossa e valida, e hanno una valida successione apostolica, ancorché tutto ciò sia fatto in modo illegittimo. Per quest'ultimo motivo, infatti, è sicuramente un gravissimo illecito di ricevere i Sacramenti da un greco scismatico, per il fatto che, anche se sono Sacramenti validi, sono dati da qualcuno che non ha ricevuto dalla Santa Chiesa l'autorità di conferirli.
Aggiungo, da parte mia, che le considerazioni di questi teologi si rivelano secondo me quanto mai opportune: essendo conscio di voler restare nel seno della Chiesa Cattolica, rigettando qualsiasi scisma, può essere oggettivamente un peccato di assistere a liturgie che rendono un vero culto a Dio, ancorché privo di merito perché celebrato al di fuori della Chiesa, quando i miei Vescovi e i miei Papi celebrano e mi ingiungono di partecipare a una liturgia che obbiettivamente (cfr. Il rito romano antico e nuovo di don Pietro Leone) rende a Dio un culto compromesso, offensivo, quasi blasfemo, e intriso di possibili eresie?

Confronto liturgico (altare, liturgia, consacrazione)

La Messa Cattolica di rito latino





La Divina Liturgia ortodossa





La nuova Messa cattolica (Messale del 1969)




La santa cena protestante





Non è difficile trovare similitudini e differenze...

giovedì 2 novembre 2017

Absolutio super tumulum

Nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nonché in tutte le Messe da Requiem pubbliche e cantate, la tradizione latina prevede lo svolgimento della suggestiva cerimonia dell'Absolutio super tumulum.
Questo rito di antichissima origine, in realtà, che richiama la raccomandazione che si dà al sepolcro durante i funerali, ma che per estensione si pratica anche absente cadavere, non è una vera e propria assoluzione sacramentale, ancorché abbia assunto questo nome. Ciò è evidente anche dal fatto che il sacerdote non traccia alcun segno di croce per benedire il tumulo.

Un Catafalco addobbato in modo massimamente solenne

L'elemento più caratteristico per lo svolgimento di questo rito è il Catafalco, la struttura posta davanti all'altare, nella navata principale della Chiesa, sopra cui è eretto il tumulo. La parola catafalco, secondo i più, deriva da captare palcum ("attirare lo sguardo su un luogo elevato", etimologia incerta); trattasi di una struttura in legna a base tronco-piramidale, rivestito di tessuto nero damascato e decorato. Tra le decorazioni più comuni vi erano i classici teschi con le tibie incrociate, oppure le clessidre alate, che ricordano lo scorrere inesorabile del tempo. Su di questa base era posta la bara (all'interno della quale, anche se senza salma, poteva esser posto un teschio simbolico, che in alcuni casi veniva posto anche in modo visibile davanti all'intera struttura), sul cui coperchio veniva ulteriormente innestata una sfera lignea dorata con una scultura lignea a forma di colomba con le ali aperte. Il tutto può misurare fino a 5-6 metri di altezza e 3-4 di larghezza: queste dimensioni che facevano svettare la struttura verso l'alto sono simbolo della dipartita al cielo dell'anima del defunto. Ai lati del Catafalco si pongono 4 o 6 candelabri d'argento od ottone (detti "aste"), anche 8 o 12 per i Requiem di maggior solennità. In molte chiese vi era la consuetudine di erigere un Catafalco massimamente grande e solenne per la commemorazione dei morti, e lasciarlo in Chiesa per tutto l'Ottavario (fino al 9 novembre). In alcuni luoghi si usava anche ergere un grande leggìo con dei ceri ardenti vicino al tumulo, da cui si cantassero ogni sera, dopo i Vespri del giorno, i Vespri dei defunti.

Terminata la Messa dei defunti secondo il formulario prescritto, il sacerdote, accompagnato dal diacono e dal cerimoniere, va a porsi davanti al Catafalco, mentre il suddiacono va dietro di esso, reggendo alta la Croce, accompagnata dagli accoliti coi ceri accesi. Intanto, il coro inizia a cantare il bellissimo responsorio Libera me, Domine. Questo componimento ecclesiastico, che si canta anche durante il Mattutino dei defunti alla IX lezione, è tra i più poetici di tutto il rito romano, ed ha attirato gl'interessi di molti compositori che si sono in esso cimentati, tra cui ricordiamo il recente Lorenzo Perosi, autore di una versione estremamente suggestiva.

Libera me Domine, de morte æterna, in die illa tremenda. * Quando coeli movendi sunt et terra: dum veneris judicare sæculum per ignem.
V. Tremens factus sum ego et timeo, dum discussio venerit, atque ventura ira. Quando coeli movendi sunt et terra:
V. Dies illa, dies iræ, calamitatis et miseriæ dies magna et amara valde. Dum veneris judicare sæculum per ignem.
V. Requiem æternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis
Libera me Domine...

Liberatemi, o Signore, dalla morte eterna, in quel giorno terribile. * Quando dovran esser scossi i cieli e la terra, finché verrete a giudicare il mondo nel fuoco.
V. Divento tremebondo e ho paura, mentre si avanzano il giudizio e l'ira futura. Quando dovran esser scossi i cieli e la terra:
V. Quel giorno, giorno d'ira, di calamità e di miseria, giorno grande e assai luttuoso! Finché verrete a giudicare il mondo nel fuoco.
V. Il riposo eterno donate a loro, o Signore, e la luce perpetua ad essi risplenda.
Liberatemi, o Signore...

Quindi, viene cantato un triplice Kyrie eleison, e il Sacerdote intona il Pater Noster. Mentre tutti proseguono segretamente l'Orazione Dominica, il Sacerdote gira attorno al tumulo aspergendolo con acqua benedetta. Poi, riceve il turibolo fumigante, con l'incenso che aveva benedetto mentre il coro cantava, e gira nuovamente attorno al tumulo incensandolo.

Ritornato al suo posto e riconsegnato il turibolo al turiferario che continuerà ad agitarlo per diffondere il soave profumo nella Chiesa, canta i versicoli e l'Orazione conclusive.

V. Et ne nos indùcas in tentatiónem.
R. Sed libera nos a malo.
V. A porta inferi.
R. Erue, Dómine, ànimam ejus (animas eorum).
V. Requiésca(n)t in pace.
R. Amen.
V. Dómine, exàudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V.  Dóminus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.

Orémus. Absolve, quæsumus, Domine, animam fámuli tui N. (fámulæ tuæ N. vel amimas famulorum tuorum) ab omni vinculo delictorum: ut in resurrectionis gloria inter Sanctos et electos tuos resuscitatus respìret (resuscitata respìret vel resuscitati respìrent). Per Christum Dóminum nostrum.
R. Amen.

V. E non induceteci in tentazione.
R. Ma liberateci dal male.
V. Dalle porte dell'Inferno.
R. Salvate, o Signore, l'anima sua (le anime loro).
V. Riposi(no) nella pace.
R. Amen.
V. Signore, ascoltate la mia preghiera. 
R. E il mio grido giunga a Voi. 
V.  Il Signore sia con voi. 
R. E pure con il tuo spirito.

Preghiamo. Assolvete, ve ne preghiamo, o Signore, l'anima del servo vostro N. (della serva vostra N. oppure le anime dei vostri servi) da ogni vincolo dei suoi peccati: acciocché nella gloria della Risurrezione viva di nuovo tra i Santi e gli eletti vostri. Per Cristo Signore nostro.
R. Amen.

I sacri ministri ritornano dunque in silenzio in sagrestia, mentre i fedeli passano a rendere una preghiera al Catafalco, pregando così perché le anime dei defunti commemorati possano lasciare i tormenti del Purgatorio e raggiungere la felicità celeste.

Il Rito dell'Assoluzione al Tumulo durante un Requiem Solenne celebrato alla SS. Trinità dei Pellegrini a Roma

mercoledì 1 novembre 2017

In festo Omnium Sanctorum

Nel presente post è possibile ascoltare e seguire le parti del Proprium gregoriano della Messa della Festa di Tutti i Santi.

INTROITUS
Tono I

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei
Ps. XXXII. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in saecula saeculórum. Amen
Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei

Allietiamoci tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi: della cui solennità si rallegrano gli Angeli e lodano insieme il Figlio di Dio.
Esultate, o giusti, nel Signore: ai retti s'addice la lode.
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio e ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
Allietiamoci tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi: della cui solennità si rallegrano gli Angeli e lodano insieme il Figlio di Dio.


GRADUALE
Tono I

Ps. XXXIII, 10 et 11
Timéte Dóminum, omnes Sancti ejus: quóniam nihil deest timéntibus eum.
V. Inquiréntes autem Dóminum, non defícient omni bono.

Temete Iddio, voi tutti suoi Santi: poiché nulla manca a coloro che lo temono.
Coloro infatti che cercano il Signore non saranno privi di nessun bene.


ALLELUJA
Tono VIII

Allelúja, allelúja.
Matth. XI, 28 Veníte ad me, omnes, qui laborátis et oneráti estis: et ego refíciam vos. Allelúja.

Alleluia, alleluia.
Venite a me, voi tutti che siete affaticati e gravati: e io vi ristorerò. Alleluia.


OFFERTORIUM
Tono I

Sap. III, 1 et 2 et 3
Justórum ánimæ in manu Dei sunt, et non tanget illos torméntum malítiæ: visi sunt óculis insipiéntium mori: illi autem sunt in pace, allelúja.

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, e non li toccherà la sofferenza della malignità: agli occhi degli stolti parvero morire: essi invece sono nella pace, alleluia.



COMMUNIO
Tono I

Matth. V, 8-10
Beáti mundo corde, quóniam ipsi Deum vidébunt; beáti pacífici, quóniam filii Dei vocabúntur: beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam, quóniam ipsórum est regnum coelórum.

Beati i mondi di cuore, poiché essi vedranno Dio; beati i pacifici, poiché saran chiamati figli di Dio; beati coloro che soffrono persecuzione a cagione della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli.

martedì 24 ottobre 2017

Contro Lutero

In relazione all'articolo recentemente apparso su La Civiltà Cattolica (qui), ai numerosi apprezzamenti pubblicamente espressi dai vertici della Chiesa nei confronti dell'eresiarca Martin Lutero, e all'approssimarsi del cinquecentesimo anniversario dell'affissione delle 95 Tesi, il documento che diede inizio all'opera contestatoria dell'agostiniano apostata, pubblichiamo l'estratto di un libro di catechesi, circa la reale natura del pensiero di Lutero.



In questi tempi caratterizzati da grande ignoranza e radicale confusione, quando anche agli uomini della Chiesa cattolica dei più alti livelli piace lodare ed inneggiare Martin Lutero, vorremmo brevemente esporre e valutare la sua teologia.

I La teologia di Martin Lutero

La teologia di Martin Lutero nei suoi tratti principali si può sintetizzare in quattro sue dottrine: Sola Scriptura, Sola Fides, Sola Gratia, e Solus Deus14 Vogliamo rivolgere uno sguardo su queste dottrine alla luce della Fede cattolica.

  1. Sola ScripturaLa prima dottrina, Sola Scriptura (sola la Scrittura), afferma che la Fede si basa solo sulla Sacra Scrittura, e che la Sacra Scrittura stessa interpreta la Sacra Scrittura (che significa in effetti poi che l'interpretazione è demandata alla persona che la legge), mentre la Chiesa Cattolica, in una dichiarazione del Concilio di Trento (s.4) ripresa nel Concilio Vaticano I (s.3 c.2), insegna, come abbiamo sopra evocato, che la Fede si basa sulla Rivelazione Divina (chiamata anche il Depositum Fidei), e comprende non la sola Sacra Scrittura (la parte scritta del Depositum Fidei), ma anche la 'Tradizione' (la parte orale del Depositum Fidei). L'autorità sul Depositum Fidei non la possiede la singola persona, bensì la Chiesa. La Chiesa ha stabilito quali sono i Libri che appartengono alla Sacra Scrittura e la Chiesa interpreta questi Libri e i dati della Tradizione orale per stabilire i dogmi della Fede. Un esempio di un dogma dichiarato dalla Chiesa sulla base della Sacra Scrittura è l'Ascensione; un esempio di un dogma dichiarato dalla Chiesa sulla base della Tradizione orale è l'Assunzione.
  2. Sola Fides
    La Seconda dottrina, Sola Fides (sola la Fede) afferma che per la salvezza sia necessaria solo la Fede, e non la Fede e le opere come insegna la Chiesa. A questo riguardo il sacro Concilio di Trento (s.6 c.10) cita le parole seguenti dell'epistola di san Giacomo (2. 24): ‘Vedete che l'uomo viene giustificato dalle opere e non solo dalla Fede’. Orbene, per la salvezza sono necessarie sia la Fede sia la Carità (o le opere di Carità), e mentre i falsi ecumenisti agiscono come se bastasse solo la Carità, Martin Lutero pretende che basti solo la Fede. L’azione di Lutero nei riguardi dell'epistola di San Giacomo, che riporta chiaramente la dottrina Cattolica, fu quella di cancellarla dal suo nuovo canone della Sacra Scrittura definendola semplicemente una ‘epistola di paglia’. Da ciò vediamo come Lutero fosse meno motivato dalla Sacra Scrittura che dai suoi propri presupposti soggettivi. Lo stesso vale per altre parti della Bibbia da lui cancellate. Bisogna inoltre tenere a mente che Lutero intende la Fede in un senso ben diverso da quello cattolico. Per Lutero la Fede consiste nella fiducia che Dio nella Sua misericordia perdonerà l'uomo a causa di Cristo, mentre la Chiesa insegna che la Fede consiste nell'accettare la Rivelazione sull'autorità di Dio che la rivela. Lutero comunque perse completamente la Fede cattolica già al primo momento quando rinnegò un articolo di Fede, perché, come abbiamo fatto notare nel capitolo scorso, chi nega anche un solo articolo di Fede nega l'autorità di Dio che l'ha rivelato.
  3. Sola GratiaCon la terza dottrina, Sola Gratia (sola la Grazia), Lutero afferma che col Peccato Originale la natura umana si fosse totalmente corrotta, e così l'uomo divenisse incapace di conoscere la verità religiosa e di agire liberamente o moralmente, cosicché la Grazia non potesse guarire l'uomo, ma solo coprire la sua peccaminosità. La Chiesa, invece, insegna che la natura umana è solo caduta e ferita, e può essere guarita dalla Grazia; l'uomo può conoscere la verità e possiede il libero arbitrio con cui collabora con la Grazia per agire moralmente, anche se ciò implica per lui spesso una grande lotta.
  4. Solus DeusLa quarta dottrina, Solus Deus (solo Dio), significa che la Salvezza viene direttamente da Dio e non attraverso la Chiesa, il Sacerdozio, i Sacramenti, l'intercessione della Beatissima Vergine Maria e dei Santi. Lutero pretende che l’accesso a Dio avvenga direttamente. Non riconosce l'intima unione fra Dio e la Chiesa: Dio nella Sua divinità e Dio nella Persona di Nostro Signore Gesù Cristo.
          a) Dio infatti, in virtù della Sua Maestà sublime e divina, ha stabilito un ordine gerarchico in tutte le cose, sia naturali che sovrannaturali, sia in terra che in Cielo, sia in Purgatorio che in Inferno; e attraverso questo ordine gerarchico ed intermediario opera per i Suoi scopi ineffabili. Quanto alla Redenzione, opera mediante il Fiat della Beatissima Vergine Maria; mediante l'Incarnazione, la Passione, e la Morte del Suo Divin Figlio; e, riguardo al particolare punto in discussione, mediante la Santa Chiesa Cattolica e i suoi Sacramenti.
         b) Dio inoltre, nella Persona di Nostro Signore Gesù Cristo, prolunga la Sua vita terrena ed il Suo operare terreno nella Sua Chiesa: la Sua vita terrena nella Chiesa quale Suo Corpo Mistico, ed il Suo operare attraverso i Sacramenti dove Egli opera in prima Persona. L'esempio più sublime e glorioso del Suo operare è indubbiamente la Santa Messa dove continua ad offrirSi e ad immolarSi al Padre in ogni momento del giorno e della notte in una santa Messa qualche parte nel mondo, e lo farà fino alla fine dei tempi.
             Di fatto Lutero professa solo due Sacramenti: il Battesimo, e ciò che a lui piacque definire come ‘la cena’ in sostituzione della Santa Messa, a cui nega la natura sacrificale.
*

Ecco dunque una breve sintesi della dottrina di Martin Lutero contenuta nei quarantuno Articoli condannati dal Papa Leone X con la ‘Damnatio in globo’ nella Bolla ‘Exsurge Domine’ 1520, ‘rispettivamente come eretici o scandalosi, o falsi od offensivi degli animi pii, o atti a sedurre le menti dei semplici’.

II La Natura Eretica della Teologia di Lutero

Ora, secondo il Codice di Diritto Canonico (CIC 1981 Can. 751) che abbiamo citato sopra, ‘Vien detta Eresia, l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa …’. Avendo negato delle verità della Fede, Martin Lutero è eretico, dunque, ossia un eretico formale. Anzi, in virtù della quantità di eresie che ha concepito ed insegnato, il numero di sette protestanti che ha generato, e il danno che in seguito ha recato alla Chiesa cattolica, merita di essere chiamato ‘Eresiarca’, o principe degli eretici, o piuttosto l'Eresiarca per eccellenza.

III Il Fallimento della Teologia di Lutero

Vogliamo adesso mostrare brevemente come fallisce la teologia di Lutero.
  1. Con le parole 'Sola Scriptura', rigetta il ruolo della Chiesa riguardo la Sacra Scrittura, ma rigettando il ruolo della Chiesa, rigetta la Sacra Scrittura stessa perché la Chiesa ce ne fornisce il vero significato.
  2. Con le parole 'Sola Fides', rigetta il ruolo delle buone opere, ma rigettando le buone opere rigetta anche la Fede perché la Fede senza le opere è morta (San Giacomo 2. 17).
  3. Con le parole 'Sola Gratia' rigetta il ruolo del libero arbitrio, ma così facendo rigetta anche la Grazia, perché la Grazia santificante (prescindendo dal caso del Battesimo degli Infanti) è essenzialmente una collaborazione con il libero arbitrio.
  4. Con le parole 'Solus Deus' rigetta il ruolo della Chiesa, ma così facendo rigetta anche Dio perché la Chiesa ci dà l'accesso a Dio, e la Chiesa è, in un certo senso Dio, nella forma del Corpo Mistico di Cristo.
In altri termini, nel voler ricercare l’essenza della Sacra Scrittura, della Fede, della Grazia e di Dio, Lutero in effetti li separa dalle altre realtà con cui sono necessariamente legate, ossia la Chiesa (Docente), le opere, il libero arbitrio, e la Chiesa (Santificante); e così facendo finisce per perderne l’essenza. In tutti questi quattro casi Lutero, rigettando elementi della Fede, smarrisce la comprensione della Rivelazione intera, come anche gli Ebrei, rigettando il Messia, smarrirono la comprensione della Rivelazione intera, giacché il Messia ne è la chiave. Così le parole del Signore si verificano per Lutero come si erano verificate per gli Ebrei: ‘a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha’ (Mt.13,12).

IV L'Essenza della Teologia di Lutero

Se volessimo riassumere in una sola parola tutta la teologia di Martin Lutero questa sarebbe ‘soggettivismo’. Piuttosto di sottomettersi all'autorità della Chiesa per conoscere l'oggetto della Fede, per conoscere la vera interpretazione della Fede, nonché per accettare la Fede, Lutero preferisce stabilire da se stesso l'oggetto della Fede (ossia la Sacra Scrittura) e la sua vera interpretazione, e sostituisce l'atto di Fede (che secondo la Chiesa Cattolica consiste, come già detto, nell’accettare il corpo dei dogmi cattolici oggettivi) con uno stato mentale prettamente soggettivo assunto dalla persona nel proprio rapporto con Dio. La radice psicologica del soggettivismo sembra essere il pesante senso di colpa di Lutero che ritroviamo anche nella formulazione della sua dottrina di una natura umana totalmente corrotta.

Come mostra Romano Amerio in Iota Unum, questo soggettivismo viene espresso chiaramente nel suo Articolo 29, citato da san Pio X nella enciclica Pascendi : ‘Ci è dato un mezzo per snervare l'autorità dei Concili e contraddire liberamente ai loro atti e per proclamare liberamente tutto quello che ci sembra vero’. In questo senso le quattro dottrine sopra evocate si possono esprimere più accuratamente 'Solus Martin Lutero'.

V. L’Eredità di Lutero

L'eredità di Lutero la troviamo non solo nelle sette protestanti, ma da circa cinquant’anni anche in seno della stessa Chiesa Cattolica e nella mentalità moderna in generale. Tra i cattolici d’oggi, l’eredità di Lutero (e del Protestantesimo) la troviamo nelle dottrine, talvolta mescolate con dottrine cattoliche, sull’autointerpretazione della Sacra Scrittura, in quegli atteggiamenti del concepire la Chiesa come istituzione di uomini e come ‘peccatrice’, e del concepire la Santa Messa come ‘cena commemorativa’ ove il sacerdote funge meramente da ‘presidente’.

Riscontriamo inoltre un soggettivismo radicale diffuso tra cattolici che non riescono a comprendere che la Fede è oggettivamente vera, e che la devono proclamare ed insegnare come tale, e invece cercano la comunione con altre confessioni o religioni nel nome di un Ecumenismo indefinito e vago; un soggettivismo radicale che si oppone ai concetti di dogma, eresia, ed anatema; un individualismo che cerca un diretto rapporto con Dio in tutto, prescindendo dalla Chiesa, dal sacerdozio o dai Sacramenti, in particolar modo santa Messa domenicale e Confessione.

Si riscontrano elementi protestanti particolarmente nel ‘movimento carismatico’ dentro la Chiesa Cattolica fin quanto questo costituisce un allontanamento da Chiesa, Dogmi, e Sacramenti, verso la sperimentazione del rapporto diretto con Dio.

Questi elementi sono presenti specialmente in quel gruppo carismatico conosciuto come ‘il Cammino Neocatecumenale’ che sostiene la peccaminosità radicale dell'uomo; nega la vera natura della Chiesa, il sacerdozio sacramentale, la natura sacrificale della Santa Eucarestia in favore di una concezione di ‘cena’ o festeggiamento; nega la Presenza Reale, almeno nei frammenti del Santissimo Sacramento; proibisce la santa Comunione sulla lingua; riserva dubbi sulla Transustanziazione; disconosce il Sacramento della Penitenza; e insegna l'autointerpretazione della Sacra Scrittura (o almeno professava tutte queste eresie o pratiche modernizzanti fino - lo speriamo - alle modifiche impostegli recentemente dalla Santa Sede)

Luteranesimo e protestantesimo, per quanto al loro rapporto con la mentalità moderna, fanno parte, o promuovono, quella grande corrente di soggettivismo che spianò la strada a Cartesio, all'idealismo, alla filosofia moderna in generale, e che allontana il mondo da Dio e dal Vero, dal Bene, e dal Bello, verso l'ateismo ed il nichilismo.

Alla luce di queste considerazioni risulta difficile trovare il motivo per cui un cattolico possa lodare Martin Lutero.

VI I Presunti Meriti di Lutero

Alcuni lodano Martin Lutero per una sua sincerità, fiducia, chiarezza su cui basa le sue dottrine, e la sua coscienziosità, ma tali qualità non hanno alcun valore se non si rapportano alla realtà oggettiva: il Vero oggettivo, ed il Bene oggettivo. Tuttavia per Lutero non fu così, perché nella sua dottrina egli sostituisce la verità oggettiva con la sincerità; recide fiducia, chiarezza, e coscienziosità dai criteri oggettivi che a queste danno valore: recide la fiducia dall'autorità di Dio e della Chiesa, recide la chiarezza dalle proprietà intrinseche della verità, e recide la coscienziosità dalla legge morale oggettiva a cui è ordinata. Ne consegue che sincerità, fiducia, chiarezza, e coscienziosità divengano meri stati mentali soggettivi dell'individuo e moralmente indifferenti. Questi elementi rappresentano così solamente ulteriori manifestazioni del suo radicale soggettivismo.

Altri lodano Martin Lutero per aver attaccato gli abusi morali del Clero e della Gerarchia del suo tempo, anche se Lutero non potrà certo essere proposto come modello di moralità cristiana essendo sacerdote cattolico agostiniano 'sposato' con una suora religiosa, che ebbe a dire: ‘Pecca fortiter, sed crede fortius: Pecca pure fortemente, ma sii ancora più forte nella tua Fede’.

In ogni caso il danno prodotto da certi uomini della Chiesa fu sicuramente inferiore a quello causato da Lutero: non tanto per la guerra civile che scatenò in Germania e per la divisione religiosa di tutta Europa, quanto per il danno recato ad innumerevoli anime immortali con la sua sfigurazione della Fede Cattolica.

No, il vero bene scaturito dalla Riforma di Martin Lutero è quello che Dio, nella Sua misericordia infinita, si è degnato di trarre da tanti e così grandi mali: il grande bene che fu il Sacro Concilio di Trento, che ha codificato e stabilito per sempre il Rito Romano antico e ha definito dogmaticamente la Fede Divina e Cattolica sulla Sacra Scrittura, sulla Tradizione, sul Peccato Originale, sulla Giustificazione tramite Fede e opere, sui meriti, sui sette Sacramenti, sul Purgatorio, sul Culto dei Santi e sulle Indulgenze, così che tutti i Cattolici di tutte le epoche successive potessero godere di quell'inesauribile fonte di grazia e di santità che è il Rito Romano antico, e che potessero conoscere queste Verità eterne, accettarle in spirito di devota sottomissione e umiltà, e vivere secondo queste alla gloria del Dio Trino ed Uno e per la salvezza delle loro anime. Amen. 

Tratto dal libro "La fede e l'eresia" di un Sacerdote cattolico

venerdì 20 ottobre 2017

La Santa Messa XII - Dal Pater Noster alla Comunione

Pubblicazione precedente: http://traditiomarciana.blogspot.com/2017/09/la-santa-messa-xi-dallunde-et-memores.html

XLIII. L'Orazione Domenicale


Introducendola con delle magnifiche parole, che ci ricordano che abbiamo ricevuto questa preghiera direttamente dalle labbra di Nostro Signore, la Chiesa a questo punto prescrive di recitare il Pater Noster, detto per l'appunto anche Orazione Domenicale, perché dettata da Gesù Cristo medesimo. La posizione di questa preghiera nel rito romano è sempre stata la medesima, perché la ritroviamo in tutti i documenti; in origine, così come ancora oggi in tutti gli altri riti orientali e occidentali, essa seguiva la frazione del pane, che avveniva subito dopo la fine del Canone. S. Gregorio Magno, tuttavia, ritenendo che la Preghiera del Signore facesse parte del Canone, spostò la Frazione dopo di essa, invertendo l'ordine più antico.
La preghiera del Signore, in tal modo, quasi congiunge la parte precedente, nella quale la ragione primaria del Sacrificio è Sanctificetur nomen tuum, con la parte susseguente nella quale s’intende principalmente la santificazione dell’uomo tramite la SS. Eucaristia, Panem nostrum quotidianum. La preghiera del Signore, “sommario di tutto il Vangelo” (Tertulliano), secondo S. Girolamo è recitata nella Liturgia per istituzione dello stesso Signore: “Così insegnò ai suoi discepoli, perché quotidianamente nel Sacrificio del suo Corpo osino dire: Pater noster, qui es in coelis, etc.”.

Nell'Orazione Domenicale noi facciamo sette petizioni a Dio, tre per la sua gloria e quattro per le nostre necessità:
  1. Sanctificetur nomen tuum: chiediamo che a Dio e al suo Santo Nome siano rese la gloria e l'onore che gli si addicono
  2. Adveniat regnum tuum: chiediamo che sia instaurato al più presto il suo Regno, nel quale egli manifesterà la sua regalità su tutto e su tutti
  3. Fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra: chiediamo che le azioni degli uomini siano conformi alla volontà divina, così come lo sono quelle degli angeli nei cieli
  4. Panem nostrum quotidianum da nobis hodie: chiediamo di cibarci del nostro pane quotidiano, intendendo sì quello materiale, il nostro sostentamento, cui Dio provvede perché "sa di cosa abbiamo bisogno", ma soprattutto quello spirituale, la SS. Eucaristia, il corpo di Nostro Signore, il pegno per la vita eterna, che abbiamo davanti sull'altare.
  5. Dimitte nobis debita nostra: chiediamo la remissione dei nostri peccati, impegnandoci al contempo a rimettere egualmente ai nostri fratelli i torti che avessimo subito, siccome Iddio ci comandò: "dimittite et dimittimini".
  6. Ne nos inducas in tentationem: chiediamo a Dio di preservarci dalla tentazione demoniaca, alla quale egli talvolta acconsente d'esporci affinché possiamo esser provati e meritare le celesti ricompense, ma che è sempre una facile occasione di peccato contro la sua Maestà
  7. Libera nos a malo: chiediamo a Dio di liberarci dall'azione del Maligno, del Demonio che continuamente ci tenta e ci spinge al male, e indirettamente anche dal male che avessimo commesso su suo proditorio consiglio.
Alla fine il Sacerdote risponde in segreto Amen, del quale il Catechismo Romano: “La Chiesa nel Sacrificio della Messa, quando si recita la preghiera domenicale, non attribuì l’incarico di dire Amen ai ministri inferiori ai quali tocca di dire sed libera nos a malo, ma la riservò allo stesso Sacerdote, il quale, come interprete tra Dio e gli uomini, risponde al popolo che Dio è placato”.

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutione formati audemus dicere:

Pater noster, qui es in caelis, Sanctificetur nomen tuum. Adveniat regnum tuum. Fiat voluntas tua, sicut in coelo et in terra. Panem nostrum quotidianum da nobis hodie. Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Et ne nos inducas in tentationem: 
R. Sed libera nos a malo. 
V. Amen.

Preghiamo: istruiti ai salutari precetti e formati alla divina istituzione, osiamo dire:

Padre nostro, che siete nei cieli, sia santificato il nome vostro. Venga il vostro regno. Sia fatta la vostra volontà, siccome in cielo pure in terra. Dateci oggi il pane nostro quotidiano. E rimetteteci i nostri debiti, siccome noi pure li rimettiamo ai nostri debitori. E non induceteci in tentazione:
R. Ma liberateci dal male. 
V. Amen.

XLIV. Embolismo

Subito dopo, il sacerdote prosegue segretamente la preghiera, sviluppandone la settima petizione, con la formula detta embolismo (letteralmente, "intercalazione"). In essa si chiede precisamente la liberazione:
  • Dai mali passati, di cui permangono gli effetti nelle cose sensibili, nella macchia della coscienza, nell'obbligo della pena da scontare o nella debolezza al bene. Benedetto XIV legge dunque quest'espressione come sinonimo di "peccati".
  • Dai mali presenti, da quelli che noi soffriamo presentemente, che Benedetto XIV rettamente identifica nelle tentazioni.
  • Dai mali futuri, da quelli imminenti in qualche pericolo futuro, che Dio potrebbe risparmiarci per la sua clemenza. Benedetto XIV particolarmente vede in ciò le pene che l'anima avrà da subire, siano esse temporali o eterne.
Nella preghiera poi il sacerdote, chiedendo l'intercessione della Beata Vergine e dei Santi Apostoli Pietro, Paolo e Andrea (inusuale aggiunta alla coppia di Apostoli che compare nella maggior parte delle preci latine), supplica Dio di concederci benignamente la pace, intendendo sia quella interna (il peccato), sia quella esterna (il turbamento). Intanto, si fa un segno di Croce con la patena, la quale, secondo la bella lettura del Quarti, significa la pietra posta sul sepolcro, e dunque [in questo momento] risveglia la memoria alla Morte di Cristo, dalla quale, redenti dai nemici, abbiamo ottenuta la pace. Il prete bacia poi la patena, per comunicare ad essa, ma soprattutto per la venerazione dello strumento ch'è atto a contenere il Corpo Sacratissimo di Nostro Signore Gesù Cristo.

XLV. Fractio panis e Commixtio

A questo punto, si compie un gesto estremamente importante nell'economia liturgica, perché riproduce esattamente ciò che fece Cristo durante l'Ultima Cena, la frazione del pane. Con il nome di Fractio panis, un tempo, si designava l'intera liturgia eucaristica. Il sacerdote mette la patena sotto l'Ostia, scopre il calice, prende l'Ostia e, tenendola al di sopra del calice, la rompe nel mezzo, dicendo intanto la conclusione dell'orazione precedente (Per eundem Dominum). Ripone allora sulla patena la parte che tiene nella mano destra; rompe una particella dell'altra metà che tiene nella mano sinistra, allora pone ugualmente sulla patena la parte dell'Ostia che aveva nella mano sinistra, e, tenendo al di sopra del calice la piccola particella che ha staccata, dice a voce alta: Per omnia sacula saeculorum. Il popolo, approvando la sua domanda e aderendo ad essa, risponde Amen. Allora, facendo tre volte il segno di croce sul calice con la particella che tiene sempre tra le dita, augura la pace di Cristo al popolo: la Chiesa non perde di vista la pace che ha domandato, e approfitta di quest'occasione per riparlarne.

La frazione dell'Ostia, secondo la mistica tradizionale, rappresenta la morte di Nostro Signore Gesù Cristo, mentre la sua commistione nel Calice ricorda la sua Risurrezione, quando Corpo e Sangue, un tempo lacerati della ferita, si riunirono nel Dio eternamente vivo. Si spezza sul Calice, perché, come argomenta il teologo Gabriel Biel, nel ferimento del Corpo di Cristo, il Sangue subito si versò dal Corpo. La Santa Ostia, poi, si divide in tre parti in onore della SS. Trinità, oppure, secondo i più, a imitazione della tripartizione del Corpo mistico di Cristo (militante, purgante e trionfante). L'Aquinate infatti: “La frazione dell’Ostia significa tre cose: primo ovviamente la stessa divisione del Corpo di Cristo fatta nella Passione; secondo la distinzione del Corpo Mistico secondo i diversi stati [Chiesa Militante, Purgante e Trionfante]; terzo la distribuzione delle grazie che provengono dalla Passione di Cristo”

Infine, la Commixtio, che è detta anche Consecratio, da non intendersi, secondo i più recenti liturgisti, nel senso di Consacrazione sacramentale; qui questa parola significa semplicemente "ricongiungimento di cose sacre" (Gueranger). Tuttavia, la scuola tridentina, e il Bellarmino tra i primi, sono di parere opposto: "Questa consacrazione null’altro è che una nuova significazione sacramentale: come infatti si dice esser consacrato ciò che acquista significazione sacramentale, così anche si dice essere di nuovo consacrato ciò che acquista un’altra significazione sacramentale. Infatti per quella commistione è significata la Risurrezione del Signore… infatti nella Risurrezione la Carne del Signore si congiunse nuovamente col suo Sangue. E così in quella commistione si fa una consacrazione, quando quelle specie, che divise rappresentano la Morte di Cristo, ora congiunte tra sé rappresentano la Risurrezione del Signore" (De Missa II).
La commixtio è detta anche dai vari teologi "Sacra Unione" o "Sigillo dei Misteri". Si è detto che questa raffigura la Risurrezione di Cristo, e dunque giustamente poi il sacerdote dà la pace al popolo, siccome il Risorto salutò i discepoli dando la pace; S. Tommaso aggiunge che anche i tre segni di Croce sul Calice sono una figura dei tre giorni che intercorrono tra la Morte e la Risurrezione.

Interessante è notare che la Chiesa Greca ha una doppia commistione: da una parte il Corpo che viene gittato nel Sangue, donde non verrà più levato perché sarà così somministrato ai comunicandi; dall'altra, dell'acqua bollente (detta ζέον), tenuta a riscaldare su un braciere nel Santuario, viene ministrata in quantità minima all'interno del Sangue di Cristo. Quest'uso bizzarro simboleggerebbe l'ardore dello Spirito Santo comunicato ai fedeli con la partecipazione al banchetto eucaristico, ma non fu introdotto prima del XIV secolo, ed è guardato con sospetto dai liturgisti romani, perché si rischia di corrompere il Sangue di Nostro Signore con vile sostanza.

XLVI. Agnus Dei e Pace



L'Agnus Dei è la speciale triplice invocazione con cui il sacerdote saluta la Vittima prima di prepararsi ad accostarvisi: questa è contemporaneamente cantata dal coro, perché anche i fedeli salutino solennemente la Vittima alla quale presto comunicheranno. L’Agnello indica il Salvator nostro, tramite Isaia, Giovanni Battista, e più spesso Giovanni Evangelista nell’Apocalisse; “Agnello” per l’innocenza, la mansuetudine, l’obbedienza e l’immolazione. Pare che questa litania, in cui si supplica l'Agnello di Dio condotto al macello di avere pietà della nostra miseria, sia di origine orientale, e sia stata introdotta a Roma nel VIII secolo da Papa Sergio I. L'ultima invocazione fu cambiata in dona nobis pacem, probabilmente per la vicinanza dello scambio di pace (vide infra), anche se alcuni videro in ciò un simbolismo, come S. Isidoro ("introduce l’orazione per il bacio della pace, perché tutti, con carità riconciliati tra loro, comunichino degnamente al Sacramento del Corpo e Sangue di Cristo"), o i liturgisti moderni come il Gueranger ("la terza volta aggiunge: Dona nobis pacem, perché l'Eucaristia, come abbiamo già detto, è il Sacramento della pace, per il quale tutti i fedeli si trovano riuniti").
Nelle Messe dei defunti, invece di miserere nobis, si dice: dona eis requiem, e la terza volta si aggiunge sempiternam, per esprimere chiaramente il carattere di quanto si dimanda per le anime dei fedeli trapassati: non già l'unione nella pace, ma il riposo nella pace eterna.

A questo punto, il Sacerdote, dopo aver recitato l'Orazione della Pace, bacia l’altare, che è la fonte della pace fra cielo e terra, frutto del Sacrificio, e con un abbraccio rituale, dà il bacio di pace al diacono, che la trasmette al suddiacono, il quale la trasmette agli altri membri del clero.
È uno dei riti più antichi della Messa, e un tempo la pace veniva trasmessa anche ai fedeli; poi, per ragioni di decenza, la pace si trasmise ai fedeli con uno strumento, cioè si dava da baciare una tavoletta con un’immagine sacra, cosa che si fa ancora in alcune circostanze. Una volta secondo l’esempio di Cristo e degli Apostoli (“salutatevi con un santo bacio”) la pace si dava con un bacio, dal XIII sec. soltanto con un abbraccio oppure con l’ “osculatorium” o “strumento della pace”, cioè per una piccola tavola sulla quale era scolpita o dipinta l’immagine del Crocifisso o della B. M. V. o di qualche Santo. Con questo rito la Chiesa intende unire i fedeli sia a Dio sia tra loro nel vincolo della carità e della pace, perché ricevano con frutto la Comunione sacramentale o spirituale. “Il popolo è preparato con la pace etc. Infatti questo è il Sacramento dell’unità e della pace. Ma nelle Messe dei defunti, nelle quali il Sacrificio è offerto non per la presente pace ma per il riposo dei morti, la Pace è omessa” (S. Tommaso)
Abbiamo già fatto notare che non si da la pace nelle Messe dei defunti: la medesima cosa si osserva il Giovedì Santo per protestare contro il bacio di Giuda, col quale Nostro Signore fu tradito e consegnato ai suoi nemici. Tale cerimonia si omette ugualmente il Sabato Santo, mantenendo così l'antico costume che si praticava quando la Messa si celebrava di notte: il gran numero dei neofiti avrebbe potuto esser occasione di confusione. E poi il Signore non rivolse ai suoi discepoli riuniti le parole Pax vobis, se non alla sera della Risurrezione. Per questo la Chiesa, volendo rispettare le più piccole circostanze della vita del suo celeste Sposo, omette nella Messa del Sabato Santo il canto dell'Agnus Dei, che richiederebbe il dona nobis pacem, e tralascia anche la cerimonia del bacio di pace, che non si riprende se non alla Messa del giorno di Pasqua. (Gueranger)

XLVIII. Orazioni preparatorie alla Comunione e Comunione del Sacerdote

Poi, il celebrante legge dal Messale altre due preghiere, di origine medievale (X secolo circa) per prepararsi alla ricezione del SS. Sacramento. In queste orazioni commemora tutta la missione salvifica di Nostro Signore Gesù Cristo, e benché indegno di comunicare al Suo Corpo Sacratissimo e al Suo Sangue Preziosissimo, lo supplica affinché le Sacre Specie non gli tornino a condanna (siccome ammonisce San Paolo nella lettera ai Corinzi: Qui enim manducat et bibit indigne, judicium sibi manducat et bibit), ma gli siano al contrario di giovamento per la vita sempiterna.


Dette queste orazioni, il Sacerdote genuflettendo adora il Sacramento. “L’adorazione qui è segnatamente prescritta come atto che dispone in maniera prossima alla Comunione. Poi, alzandosi dice: Panem cœlestem accipiam etc. per esprimere la fame e il fervente desiderio di questo Pane Celeste, con ciò dispone meravigliosamente l’anima a ricevere da esso una perfetta nutrizione e abbondanza dello spirito… e non aspetta di proferire eretto quelle parole, ma le pronunzia mentre si alza perché esprima un desiderio più fervente" (Quarti) Quindi, profondamente inchinato, tenendo la S. Ostia sulla patena, si batte tre volte il petto, proferendo con grande fede e umiltà le parole del Centurione del Vangelo, che Gesù Cristo stesso lodò: Domine non sum dignus! Inizia queste invocazioni ad alta voce e le prosegue segretamente, per richiamare l'attenzione del popolo; nell'uso francese, anche il campanello suonato tre volte richiama l'attenzione dei fedeli in questo momento. Poi, tracciando un segno di Croce con la S. Ostia e pregando perché la Comunione al Corpo di Nostro Signore gli sia di custodia all'anima nel viaggio verso la vita eterna, assume con reverenza la Specie. Dionigi Cartusiano insegna che il Sacerdote "deve ricevere [la S. Comunione] con grande affetto e somma riverenza, senza aver fretta ma ripensando ardentissimamente ai benefici di Cristo, specialmente l’Incarnazione, Passione, il suo amore per noi, tanta degnazione e liberalità per la quale si è degnato essere con noi e di farsi manducare da noi”. Per questo le rubriche del Messale prescrivono al prete di restare un poco nella meditazione del Santissimo Sacramento ricevuto, il quale ringraziamento si accompagna all'atto di grazie per eccellenza che ci è tramandato dalla Scrittura, il salmo CXV, in cui si rendono le dovute grazie a Dio per tutti i benefici che nel suo Corpo ci ha comunicati.
"Prendendo poi il Sacro Calice, quasi si risponde dopo essersi interrogato: dice Calicem salutaris accipiam etc., cioè il Calice della salvezza o di Cristo Salvatore. E poiché con questo Sangue ha ricevuto gli stessi beni, per entrambi dice nomen Domini invocabo. Laudans invocabo Dominum et ab inimicis meis salvus ero. È infatti il singolare potere di questo Sangue, che fa fuggire lontano i demoni e gli altri nemici spirituali, perché la Redenzione è stata fatta “col Prezioso Sangue di Cristo, dell’Agnello immacolato e incontaminato”; è il Sangue adombrato nel sangue dell’agnello pasquale, del quale unti gli stipiti, l’angelo sterminatore passava oltre". (Commentatori varj)
Il Papa, secondo gli usi antichi, dà una parte dell’Ostia al diacono e una al suddiacono; ugualmente, dopo aver comunicato al Preziosissimo Sangue tramite la fistula (una cannuccia d’oro), ne lascia una parte ai medesimi ministri.

XLIX. La Comunione dei fedeli


Subito dopo la sua Comunione, il Sacerdote l’amministra ai fedeli che lo desiderassero, la qual cosa era per verità divenuta sempre più rara nel corso dei secoli, tanto che i Padri Tridentini vollero inserire nei decreti questa frase: “Il Sacrosanto Sinodo desidererebbe certo che in ogni Messa i fedeli presenti si comunicassero non solo spiritualmente, mediante il desiderio, ma anche col ricevere sacramentalmente l’Eucarestia” (canone XXII, Concilio di Trento). In ogni caso, solo a partire dal Pontificato di S. Pio X i fedeli iniziarono a ricevere frequentemente (settimanalmente o taluni quotidianamente) la S. Eucaristia, mentre molti Cattolici Orientali si attengono ancor oggi al costume medievale di comunicarsi una-due, massime tre, volte all'anno.
Il rito della Comunione dei fedeli di per sé non fa parte della Messa, ma è un rito a sé stante contenuto nel Rituale Romanum, che può dunque esser officiato a questo punto della Santa Liturgia, ma anche al di fuori di essa, in qualsiasi momento ve ne fosse la necessità. Indubbiamente, però, il momento più opportuno per la distribuzione della S. Eucaristia è proprio il culmine della Divina Liturgia, durante la quale alla Consacrazione di questo stesso Santo Corpo si è assistiti con devozione.

Poiché la purità dell’anima, l’umiltà con la fiducia è un’ottima disposizione per ricevere il Dio tre volte Santo (“cor contritum et humiliatum, Deus, non despicis”), alla S. Comunione viene premesso il Confiteor, seguito come sempre da Misereatur e Indulgentiam, ovverosia dall'assoluzione intercessoria che agisce ex opere operantis, col segno di Croce, per la cui potenza è data la remissione dei peccati. Intanto, se il SS. Sacramento è custodito nel Tabernacolo, il sacerdote apre quest'ultimo e, con copia di venerazioni e genuflessioni, estrae il Santissimo e lo pone sull'altare.
Indi, voltosi al popolo tenendo in mano la pisside e mostrando la S. Ostia, pronuncia le parole con cui il Battista additò per la prima volta il Salvatore, additando così ai fedeli il cibo salutare, il Corpo di Nostro Signore. I ministri, dunque, ripetono tre volte la preghiera del Centurione (vide supra) battendosi altrettante volte il petto; anche il sacerdote dice questa preghiera, e lo fa a nome di tutti i fedeli comunicandi che, per ignoranza o altro, non potessero dire almeno sottovoce questa invocazione preparatoria per la S. Comunione.
Avviene dunque la distribuzione della S. Ostia  ai fedeli, devotamente inginocchiati alla balaustra, le donne col capo velato. Sulla balaustra è stata stesa una tovaglia, poiché diventa la mensa cui i fedeli ricevono la Divina Eucaristia, e sotto di essi il diacono o un ministrante regge un piattino, affinché, se l'Ostia dovesse cadere, non venga profanata. Così il De Carpo descrive questo santo momento: "Porgendo a ciascuno il SS. Sacramento [il Sacerdote] fa con Esso un segno di Croce sulla pisside, per benedire il comunicante, o per indicare che questo è lo stesso Corpo di Cristo che fu affisso sulla Croce. Una volta prima della Comunione, era gridato ad alta voce: Sancta Sanctis (che si fa ancora oggi nella Chiesa Greca), e il popolo acclamava: Unus Sanctus, unus Dominus Jesus ; allora il Sacerdote dando la S. Eucaristia ai singoli diceva: Corpus Christi, ed i singoli rispondevano: Amen. La formula odierna, notevolmente più lunga, è di origine relativamente tarda, ma meglio esprime il salutare valore della S. Comunione Sacramentale. Un tempo c’era un triplice modo con cui i laici comunicavano alla specie del vino: o il Diacono accostava il Calice alla loro bocca, o suggevano la sacra specie dal Calice con una canna o “fistula” (la quale oggi spetta solo al Papa, vide supra, ndr), o infine, dopo il XII sec., il Corpo del Signore era cominciò a essere universalmente dato ai fedeli intinto nel Vino consacrato. A partire dal secolo successivo, però, per evitare profanazioni, si preferì evitare di somministrare il Prezioso Sangue ai laici, facendoli comunicare alla sola Ostia. I Concili di Costanza (1425) e di Trento (nel 1562), essendo l’intero Cristo presente sotto ciascuna Specie, hanno dichiarato la non necessità della Comunione sub utraque specie ed anzi hanno evidenziato la possibilità di scandali o sacrilegi. Essa, ciononostante, non è vietata, e previa speciale autorizzazione episcopale può essere somministrata ai fedeli. Presso i Greci vige invece tuttora l'uso antico di comunicare al Corpo intinto del Sangue, distribuito mediante un cucchiaino, secondo un uso che in Oriente raccomandava già S. Giovanni Crisostomo (IV secolo).

mercoledì 11 ottobre 2017

Il Concilio di Efeso e la Divina Maternità di Maria

Nel 1931, quindici secoli esatti dopo la chiusura del Concilio di Efeso, terzo dei Concilii Ecumenici, Papa Pio XI volle istituire solennemente per l'11 ottobre, la data per l'appunto della definizione finale delle verità di fede stabilite in quel consesso, o per meglio dire la data della conferma delle decisioni già prese il 22 giugno dello stesso anno, la festa della Divina Maternità della Beata Vergine Maria.


Il Concilio d'Efeso fu convocato per il 7 giugno 431 dall'Imperatore Teodosio II, con l'accordo di Papa Celestino I, su richiesta del Patriarca di Alessandria S. Cirillo, il quale aveva avuto molto a che scontrarsi con le tesi eretiche propugnate da Nestorio. Infatti, nel pieno dei dibattiti cristologici sulle due nature di Nostro Signore, si trovò ad avere particolare successo la tesi del nestorianesimo, la quale, pur sostenendo la coesistenza di due nature in Gesù Cristo, a differenza dunque del monofisismo, negava l'unione ipostatica tra di esse, ritenendole completamente separate: l'uomo-Cristo era solo Θεόφορος, portatore di Dio, perché portava in sé l'essenza del Λόγος divino, non condividendosi però con lui totalmente. La più grande conseguenza di questa tesi era avvertibile in campo mariologico, e dunque anche nel culto mariano: essendo la natura umana di Cristo disgiunta da quella divina, solo la prima era stata generata dalla Vergine Maria, la quale era dunque Χριστοτόκος, genitrice di Cristo, e nulla più. L'eresia nestoriana rischiava tuttavia di catalizzare gran parte del mondo cristiano, dopo che, nel 428, l'eresiarca era stato nominato Patriarca di Costantinopoli, e ciò spinse il campione d'ortodossia S. Cirillo a perorare la causa del Concilio anzi all'Imperatore.

S. Cirillo d'Alessandria
Ciò che permise la risoluzione in tempi rapidi del Concilio di Efeso fu un imprevisto, che fece ritardare diversi dei partecipanti: gli stessi legati del Papa di Roma arrivarono dopo la data prevista, e il Patriarca Cirillo fremeva per l'apertura delle sessioni. Il concilio fu definitivamente aperto il 21 giugno, due settimane esatte dopo, quando a mancare ormai erano solo Giovanni Antiocheno e gli altri vescovi siriani, ossia la quasi totalità dei nestoriani che avevano diritto a prender parte al Concilio. Vista la situazione favorevole, S. Cirillo, in qualità di presidente, decise di aprire le sessioni. La prima si tenne il giorno successivo: il Patriarca Alessandrino e il Papa Romano presentarono una loro professione di fede, e chiesero ai Padri di confrontarla con quella nestoriana: essi conclusero che la prima era decisamente più aderente al Credo niceno rispetto alla seconda, che fu rigettata. Nei giorni immediatamente successivi, i Padri accolsero come verità di fede la tesi sostenuta da S. Cirillo in una sua lettera privata a Nestorio, nella quale per la prima volta compariva il termine di Θεοτόκος, genitrice di Dio, dacché la Beata Vergine avea partorito "Dio come uomo". Successivamente, 197 Padri firmarono il decreto di condanna delle tesi di Nestorio come gravemente eretiche.

Il 26 giugno, quando giunsero Nestorio e Giovanni, trovarono la situazione precipitata, e si affrettarono dunque a convocare un conciliabolo che condannasse come eretici Cirillo e Memnone di Efeso, suo grande sostenitore. Le tensioni tra i nestoriani e i cattolici, che si ripercuotevano non solo nella conduzione di due sinodi separati (intanto, il 31 luglio anche le ultime due dichiarazioni di fede erano state firmate dai Padri Efesini), ma anche sulla popolazione locale, pure essa divisa tra ortodossi ed eretici, andarono avanti senza eventi sostanzialmente determinanti, sinché l'11 ottobre l'Imperatore Teodosio stesso sancì la fine dei lavori del Concilio, venendo conseguentemente approvati e pubblicati gli otto canoni e i dodici anatematismi elaborati durante i cinque mesi di lavoro.

Dopo il Concilio di Efeso, il nestorianesimo fu proclamato fuorilegge da Teodosio II all'interno dell'Impero: gli eretici fuggirono in maggior parte nel vicino Impero Sasanide, dove fu ufficialmente adottato il culto nestoriano (sinodo di Seleucia, 486), che perdurò nei secoli, conoscendo una massiccia evangelizzazione sino alla Cina, e sopravvisse anche all'ondate islamiche, resistendo tuttora in alcune Chiese Orientali, come quella Caldea, separate, indipendenti ed eterodosse, ancorché una parte di esse nel XV secolo ammendò i propri errori e si riconciliò alla Chiesa Cattolica.

Icona della SS. Theotokos,
come si evince dal nomen sacrum
ΜΡ ΘΥ, stante per Μήτηρ Θεοῦ,
ossia "la Madre di Dio".
Il titolo di Θεοτόκος è probabilmente uno dei più cari alla spiritualità bizantina e orientale, essendo quello con cui più spesso è invocata la Beata Vergine; non bisogna tuttavia dimenticare che nella preghiera mariana occidentale per eccellenza, l'Ave Maria, si contiene comunque l'equivalente espressione Mater Dei. La festa della Divina Maternità, che come accennavamo all'inizio si celebra l'11 ottobre nel Rito Romano, è festeggiata anche dalle altre Chiese Orientali e Occidentali, ancorché in date diverse: nel rito bizantino e in quello ambrosiano, exempli gratia, si celebra attorno al Natale di Nostro Signore, subito dopo nell'uso greco e subito prima in quello milanese.

ATTI DEL SACROSANTO CONCILIO DI EFESO (excerpta)

Sentenza di condanna di Nestorio:

Il santo sinodo disse: oltre al resto, poiché l'illustrissimo Nestorio non ha voluto né ascoltare il nostro invito né accogliere i santissimi e piissimi vescovi da noi mandati abbiamo dovuto necessariamente procedere all'esame delle sue empie espressioni. Avendo costatato dall'esame delle sue lettere, dagli scritti che sono stati letti, dalle sue recenti affermazioni fatte in questa metropoli e confermate da testimoni, che egli pensa e predica empiamente, spinti dai canoni dalla lettera del nostro santissimo padre e collega nel ministero Celestino, vescovo della chiesa di Roma, siamo dovuti giungere, spesso con le lacrime agli occhi, a questa dolorosa condanna contro di lui. Gesù Cristo stesso, nostro signore, da lui bestemmiato ha definito per bocca di questo santissimo concilio che lo stesso Nestorio è escluso dalla dignità vescovile e da qualsiasi collegio sacerdotale.

6 Canoni:

I. Scomunica per apostasia ai metropoliti che parteggiano per le tesi del pelagiano Celestio
II. Scomunica per apostasia ai vescovi che ritrattassero la condanna sottoscritta a Nestorio
III. Svincolamento dei chierici ortodossi dall'obbedienza ai vescovi nestoriani
IV. Deposizione e scomunica per apostasia dei chierici nestoriani
V. Conferma della deposizione per i chierici deposti dai vescovi ortodossi e reintegrati da Nestorio
VI. Scomunica per chiunque disattendesse a quanto stabilito dal Santo Concilio Efesino

2 Dichiarazioni conclusive:

I. Conferma della fede stabilita dal Concilio Niceno e anatema su chiunque si allontani da essa, con condanna della setta dei Messaliani.
II. Conferma dei diritti delle suddivisioni ecclesiastiche (Patriarcati e Provincie).

12 Anatematismi:

I. Se qualcuno non confessa che l'Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne, il Verbo fatto carne, sia anatema.
II. Se qualcuno non confessa che il Verbo del Padre assunto in unità di sostanza l'umana carne, che egli è un solo Cristo con la propria carne, cioè lo stesso che è Dio e uomo insieme, sia anatema.
III. Se qualcuno divide nell'unico Cristo, dopo l'unione le due sostanze congiungendole con un semplice rapporto di dignità, cioè d'autorità, o di potenza, e non, piuttosto con un'unione naturale, sia anatema.
IV. Se qualcuno attribuisce a due persone o a due sostanze le espressioni dei Vangeli e degli scritti degli apostoli, o dette dai santi sul Cristo, o da lui di se stesso, ed alcune le attribuisce a lui come uomo, considerato distinto dal Verbo di Dio, altre, invece, come convenienti a Dio, al solo Verbo di Dio Padre, sia anatema.
V. Se qualcuno osa dire che il Cristo è un uomo portatore di Dio, e non piuttosto Dio secondo verità, come Figlio unico per natura, inquantoché il verbo si fece carne e partecipò a nostra somiglianza della carne e del sangue, sia anatema.
VI. Se qualcuno dirà che il Verbo, nato da Dio Padre è Dio e Signore del Cristo, e non confessa, piuttosto, che esso è Dio e uomo insieme, inquantoché il Verbo si è fatto carne (43) secondo le Scritture, sia anatema.
VII. Se qualcuno afferma che Gesù, come uomo, è stato mosso nel Suo agire dal Verbo di Dio, e che gli è stata attribuita la dignità di unigenito, come ad uno diverso da lui, sia anatema.
VIII. Se qualcuno osa dire che l'uomo assunto dev'essere con-adorato col Verbo di Dio, con-glorificato e con-chiamato Dio come si fa di uno con un altro (infatti la particella con che accompagna sempre queste espressioni, fa pensare ciò), e non onora, piuttosto, con un'unica adorazione l'Emmanuele, e non gli attribuisce una unica lode, in quanto il Verbo si è fatto carne, sia anatema.
IX. Se qualcuno dice che l'unico Signore Gesù Cristo è stato glorificato dallo Spirito, nel senso che egli si sarebbe servito della sua potenza come di una forza estranea, e che avrebbe ricevuto da lui di potere agire contro gli spiriti immondi, e di potere compiere le sue divine meraviglie in mezzo agli uomini, sia anatema.
X. La divina Scrittura dice che il Cristo è divenuto pontefice e apostolo della nostra confessione, e che si è offerto per noi in odore di soavità a Dio Padre. Perciò se qualcuno dice che è divenuto pontefice e apostolo nostro non lo stesso Verbo di Dio, quando si fece carne e uomo come noi, ma, quasi altro da lui, l'uomo nato dalla donna preso a sé; o anche se qualcuno dice che ha offerto il sacrificio anche per sé, e non, invece, solamente per noi (e, infatti, non poteva aver bisogno di sacrificio chi noia conobbe peccato), sia anatema.
XI. Se qualcuno non confessa che la carne del Signore è vivificante e (che essa è la carne) propria dello stesso Verbo del Padre, (e sostiene, invece, che sia) di un altro, diverso da lui, e unito a lui solo per la sua dignità; o anche di uno che abbia ricevuto solo la divina abitazione; se, dunque, non confessa che sia vivificante, come abbiamo detto inquantoché divenne propria del Verbo, che può vivificare ogni cosa, sia anatema.
XII. Se qualcuno non confessa che il Verbo di Dio ha sofferto nella carne, è stato crocifisso nella carne, ha assaporato la morte nella carne, ed è divenuto il primogenito dei morti (47), inquantoché, essendo Dio, è vita e dà la vita, sia anatema.