mercoledì 5 dicembre 2018

L'antica Sequenza in onore di San Nicola

Tra i testi liturgici indubbiamente più particolari e poetici in cui accade d'imbattersi studiando gli antichi messali, vi sono sicuramente le sequenze. Elemento non originario della liturgia romana, iniziarono a essere aggiunte in ambiente franco-germanico nel IX secolo, con una funzione inizialmente non dissimile dai tropi del Kyrie, ovverosia quella di aiutare la memorizzazione delle longissimae melodiae che ornavano i melismi allelujatici. Il nome stesso, sequentia, indica letteralmente "le cose che seguono", cioè le note (e le parole associatevi) che seguivano l'alleluja, sicché il Bona le definisce "un'appendice del canto allelujatico".
La soppressione della quasi totalità delle sequenze durante la riforma piana del XVI secolo, se può spiegarsi con motivi pratici per via della proliferazione enorme di questi testi (alcuni autori ne contano addirittura cinquemila!) che avrebbe reso difficile realizzare quell'uniformità cercata dai riformatori tridentini, creò nondimeno un vuoto notevole nel patrimonio liturgico occidentale. Una cosa che appare subito a chiunque confronti altri riti, come il bizantino, al romano, è la grande scarsità di testi liturgici di carattere agiografico sui santi. Mentre le ufficiature bizantine abbondano di poetiche composizioni patristiche che lodano le virtù specifiche di ogni santo, rimembrandone la vita e i miracoli, patrimonio innodico sviluppatosi nei grandi monasteri dell'Oriente cristiano, nel rito romano la quasi totalità dei testi per gli uffici dei santi sono passi scritturali vagamente attinenti alle qualità condivise dal santo, fatta eccezione per le feste maggiori e le feste romane più antiche (vedansi le antifone delle Laudi delle feste di S. Cecilia o S. Clemente) che posseggono testi propri sul modello orientale. Le sequenze supplivano a questa mancanza, andando a svolgere lo stesso ruolo agiografico degli stichirà bizantini. A ciò si deve aggiungere il fatto che le sequenze costituivano un patrimonio storico e letterario nient'affatto indifferente, testimonianza della versificazione latina medievale, del passaggio dal metro quantitativo a quello accentuativo (per fare un esempio noto, il Dies irae è composto in tetrametri trocaici, in cui però sulla prima sillaba di ogni piede cade l'accento "meccanico" della parola, e non l'ictus da porre sulla vocale lunga), della comparsa della rima come artificio poetico (sconosciuta alla poesia classica). Una riscoperta di questo corpus innodico liturgico è dunque un passo necessario al recupero delle antiche tradizioni del Cristianesimo occidentale.

In questa festa di S. Nicola, Vescovo di Myra in Licia, Confessore e Taumaturgo, proponiamo il testo dell'antica sequenza a lui dedicata, Congaudentes exultemus, anticamente attribuita al canonico, liturgista e compositore Adamo di San Vittore (1112-1192), allievo di Ugo di San Vittore e contemporaneo di Riccardo di San Vittore. L'appellativo "di San Vittore" si rifà ovviamente al nome dell'abbazia ove prestavano servizio, la famosa abbazia di San Vittore presso Parigi. Gli storici moderni tendono a far risalire tale Sequenza ad un secolo addietro, comunque nell'ambito del cenobio di San Vittore, particolarmente prolifico quanto a produzione musicale.

Traslazione delle Reliquie di S. Nicola in Bari

La trascrizione e la traduzione (entrambe a cura di Nicolò Ghigi) sono state eseguite sul Messale Aquilejese [Missale Aquileyensis Ecclesiae, Venetiis, 1517, fol. 129], la cui versione presenta alcune minime differenze rispetto ad altri testi pervenutici (in nota vengono raffrontati i codici madrileno [Madrid, Bibl. Nacional 19421, fol. 81; d'ora in poi M] e barese [Bari, Archivio della Basilica di S. Nicola, Graduale Prosario, V.85, f. 288v-290; d'ora in poi B]).



[ex Missali Aquileyensis Ecclesiæ, 1517]


Congaudentes exultemus vocali concordia. Ad beati Nicolai votiva[1] sollemnia. Qui in cunis adhuc jacens servando jejunia. A mammilla[2] coepit summa promereri gaudia. Adolescens amplexatur litterarum studia. Alienus et immunis ab omni lascivia. Felix confessor cujus fuit dignitatis vox de coelo nuncia. Per quam profectus[3] præsulatus sublimatur ad summa fastigia. Erat in ejus animo pietas eximia: et oppressis impendebat multa beneficia. Auro per eum virginum tollitur infamia atque patris earundem levatur inopia. Quidam nautæ navigantes et contra fluctuum sævitiam luctantes pæne navi dissoluta. Jam de vita desperantes in tanto[4] positi periculo clamantes voce omnes dicunt una. O beate Nicolae nos ad portum maris trahe de mortis angustia. Trahe nos ad portum maris: tu qui tot auxiliaris pietatis gratia. Dum clamarent nec incassum ecce quidam dicens adsum ad vestra præsidia. Statim aura datur grata et tempestas vi[5] sedata quieverunt maria. Ex ipsius tumba manat unctionis copia. Quæ infirmos omnes sanat per ejus suffragia. Nos qui sumus in hoc mundo vitiorum in profundo jam passi naufragia. Gloriose Nicolae ad salutem portum trahe ubi pax et gratia. Ipsam nobis unctionem impetres a Domino[6] prece pia. Qua sanavit lesionem multorum patrantium immania[7]. Cujus festum celebrantes gaudeant per sæcula. Et coronet eos Christus[8] post vitæ curricula. Amen [dicant omnes] [9].

Traduzione italiana

Rallegrandoci insieme, esultiamo a una sola voce per la festa solenne del beato Nicola, che, ancora nella culla, osservando i digiuni, fin dal seno materno iniziò a meritare i gaudi supremi. In gioventù si dedicò agli studi letterari, estraneo e immune da ogni vizio. Questo beato confessore, la cui dignità fu annunziata da una voce dal cielo,  per via di questa se ne partì, e divenuto vescovo fu sommamente esaltato. Aveva in animo una straordinaria pietà: e a vantaggio degli oppressi prestò molti benefici. Grazie a lui, con dell’oro fu cancellato il disonore delle vergini, e fu alleviata la povertà del loro padre. Alcuni marinai che stavano navigando e lottavano contro l’impeto dei flutti, con la nave quasi distrutta, ormai senza speranza di sopravvivere, trovandosi in un così grande pericolo, tutti gridano a una sola voce: “O beato Nicola, liberaci dalla stretta della morte, conducendoci al porto del mare. Conducici al porto del mare: tu che aiuti molte persone con la grazia della tua carità”. Mentre gridavano, e non invano, ecco che apparve qualcuno che diceva: “Sono qui per difendervi”. Subito il vento si fece dolce, e la tempesta fu a forza placata, e i mari si calmarono. Dalla sua tomba scorre abbondante un unguento che in virtù della sua intercessione guarisce tutti gl’infermi. O glorioso Nicola, conduci noi, che, avendo  ormai fatto naufragio in questo mondo ci troviamo nell’abisso dei vizi, al porto della salvezza, dove vi sono pace e grazia. Ottienici dal Signore quello stesso unguento con la tua devota preghiera, con il quale guaristi le ferite di molti che compivano azioni inumane. Si rallegrino nei secoli quanti celebrano la festa di questo santo, e Cristo conceda loro la corona [della santità] al termine delle vicissitudini della vita. Amen.



[1] B: festiva
[2] M: a papillis; B: a papilla
[3] M e B: provectus
[4] M: tanti
[5] M e B: fit
[6] B: impetret ad Dominum
[7] M e B: multorum peccaminum in maria
[8] M: coronet ejus Christus; B: coronet eos Deus
[9] Dicant omnes è probabilmente rubrica, anche se riportata in nero nel manoscritto, errore tipico e più volte ricorrente in esso; M: Alleluja.




Esecuzione della sequenza secondo testo e notazione di ambito germanico
(il codice da cui è tolta non è riportato nel video, dunque ignoro quale sia).

martedì 4 dicembre 2018

San Saba il Santificato, Archimandrita

IN SANCTA PATRIARCHALI PRIMATIALI
METROPOLITANA ARCHIDIOECESI VENETIARVM

5 decembris
S. Sabbae abbatis


duplex - paramenta alba - missa "Os justi" cum oratione propria 
2a oratio de feria - Gloria - praef. communis

***

Il nostro santo Padre e Teoforo Saba, l’angelo nella carne e il colonizzatore del deserto di Palestina, nacque nel piccolo borgo di Mutalaski in Cappadocia, nel 439. Dall’età di otto anni, avendo compreso la vanità di tutte le cose di questo mondo e con il cuore bruciante per Dio, entrò al monastero di Flaviano, situato non lontano da lì. Malgrado tentativi della sua famiglia per farlo tornare indietro, perseverò e iniziò rapidamente tutte le osservanze monastiche, in particolare la temperanza e la recitazione col cuore del salterio. Un giorno mentre lavorava in giardino, ebbe voglia di mangiare una mela. Ma avvicinatosi per staccarla dall’albero dominò con energia la tentazione della gola dicendo: "Bello a vedersi e buono a mangiarsi era il frutto che mi donò la morte attraverso Adamo. Adamo preferì ciò che era bello ai suoi occhi carnali e diede più soddisfazione al suo ventre che alle gioie spirituali. Non andiamo dunque nel torpore del sonno spirituale a dimenticare gli splendori della temperanza". Gettando la mela a terra e calpestandola con i piedi, riportò la vittoria sulla cupidigia e fino alla morte non mangiò mai più mele. Il giovane ragazzo era così risoluto ed aveva raggiunto tale maturità che dedicava alle fatiche del digiuno e della veglia come gli asceti più esperti e superava tutti i suoi compagni per l’umiltà, l’obbedienza ed il suo controllo di se stesso.
Dopo aver trascorso dieci anni in questo monastero ottenne dal suo superiore la benedizione di andare a Gerusalemme (456). Attirato dalla fama del venerabile Eutimio, Saba lo supplicò con lacrime di prenderlo tra i suoi discepoli, ma il santo anziano lo inviò al monastero di san Teoctisto perché non aveva l’abitudine di accettare dei giovani ancora sbarbati tra i rudi anacoreti del deserto.
Modello di rinuncia alla sua volontà e di umiltà, Saba consacrava sotto la direzione di Teoctisto, tutto il giorno al servizio dei fratelli e trascorreva le sue notti a glorificare Dio. Egli era così perfetto in tutte le sue virtù, che san Eutimio lo chiamò “il giovane anziano”.
Alla morte di san Teoctiso (469) ottenne il permesso di ritirarsi solitario in una grotta situata a poca distanza dal cenobio. Egli trascorreva i cinque giorni della settimana senza prendere alcun nutrimento, a pregare senza interruzione intrecciando foglie di palma per occupare il suo corpo e ritornava al monastero per partecipare alla liturgia e al pasto dei fratelli, il sabato e la domenica. Durante la grande Quaresima (dal 14 gennaio alla domenica delle Palme), san Eutimio aveva l’abitudine di condurlo con lui al deserto di Rouba per esercitarsi alle più alte virtù, incontrando Dio nel silenzio e l’essenza di tutte le consolazioni. Egli pervenne così all’altezza dei grandi atleti della fede e, dopo la morte di san Eutimio, andò definitivamente a ritirarsi i queste solitudini implacabili per affrontare combattendo singolarmente Satana ed i suoi servitori, avendo come unica arma il segno di Croce e l’invocazione del santo Nome di Gesù.
Dopo quattro anni trascorsi nel deserto, fu guidato da un angelo verso una grotta situata sopra un burrone sulla riva sinistra del Cedron. qui trascorse cinque anni nella contemplazione, poi, assicurato da Dio che il tempo era venuto, cominciò ad accettare discepoli. Egli procurava celle in una delle numerose caverne dei dintorni e insegnava loro attraverso l’esperienza, l’arte della vita solitaria. Poiché i suoi discepoli aveva raggiunto il numero dei settanta, alla preghiera del Santo, Dio fece sgorgare per la loro consolazione una sorgente d’acqua viva nel burrone. Per gli uffici liturgici comuni, i fratelli si riunivano in una vasta grotta a forma di chiesa, che era stata scoperta da san Saba guidato da una colonna di fuoco. La Lavra si ingrandì senza sosta, centocinquanta solitari si erano riuniti, e un gran numero di pellegrini vi accorrevano incessantemente per ritrovale la salute e offrire doni, grazie ai quali era necessario soddisfare tutte le necessità, evitando che i monaci fossero obbligati a mescolarsi nella confusione ed ai tumulti del mondo. Malgrado il suo desiderio di sfuggire al sacerdozio, l’umile Saba fu costretto ad accettare di essere ordinato prete, all’età di cinquantatré anni per garantire il buon ordine della sua truppa spirituale.
Il grande numero di discepoli non gli impedì tuttavia di perseverare nell’amore della vita solitaria e, ogni anno, fedele all’abitudine del suo padre san Eutimio, si ritirava nel deserto profondo per la Grande Quaresima. Fu in una di queste occasioni che si installò su una collina infestata di demoni, chiamata Castellion, e, dopo averla purificata con la sua preghiera, vi fondò un nuovo monastero cenobitico, riservato a monaci già molto esperti. Per coloro che arrivavano rinunciando al mondo, fondò un terzo stabilimento, a nord della lavra, affinché si abituassero alla vita ascetica e alla recitazione dei salmi. Egli non lasciava dimorare nella solitudine se non i monaci più esperti che avevano acquisito il discernimento e la vigilanza sui loro pensieri nonché un cuore umile e una rinuncia perfetta alla propria volontà. Quanto ai giovani ancora imberbi li inviava a formarsi al cenobio di san Teodosio.
In questo periodo, poiché la numerosa popolazione monastica di Palestina era turbata dalle macchinazioni degli eretici monofisiti che si opponevano al Concilio di Calcedonia, il patriarca di Gerusalemme, Sallustio, nominò san Teodosio e san Saba archimandriti ed esarchi di tutti i monasteri dipendenti della Città Santa: Teodosio per i cenobiti e Saba per gli anacoreti e i monaci che dimoravano nelle celle dentro le lavre. Questo irriducibile nemico dei demoni era pieno di dolcezza e affabilità verso gli uomini. È così che, allorché per ben due volte alcuni monaci si rivoltarono, il santo anziano si ritirò, senza cercare di giustificarsi o imporre la sua autorità e non accettò di riprendere la sua carica se non per le insistenze del patriarca.
Avendo acquisito la beneamata impassibilità e incessantemente fissato a Dio, san Saba tranquillizzava gli animi selvatici, guariva i malati e, con la preghiera, attirava le piogge benefiche sulla regione tormentata dalla siccità e dalla carestia. Egli fondò altri monasteri cosicché, oltre alla sua funzione di esarca dei solitari, era l’egumeno si sette comunità. Questo calamizzatore del deserto guidava con saggezza le legioni dei combattenti spirituali e si sforzava di mantenerle nell’umiltà e nella fede. Nel 512, fu inviato con altri monaci a Costantinopoli, presso l’imperatore Anastasio (491 – 518) favorevole alla parte monofisita, per sostenere la fede ortodossa e ottenere degli alleggerimenti fiscali in favore della Chiesa di Gerusalemme. Il povero e umile eremita dai vestimenti a brandelli, scacciato dalla guardia del palazzo come un mendicante, fece sull’imperatore una forte impressione e, durante il lungo soggiorno nella capitale, il sovrano amava farlo venire al suo cospetto per approfittare dei suoi insegnamenti. Al ritorno in Palestina dovette combattere accanitamente contro le imprese del patriarca eretico di Antiochia, Severo. Nel 516, quest’ultimo, dopo aver attirato nuovamente l’imperatore nelle file degli errore, arrivò a far espellere Elia dal seggio di Gerusalemme, ma, istigati da Saba e Teodosio, i monaci si riunirono in più di seimila per convincere il suo successore, Giovanni, a lottare in difesa del Concilio di Calcedonia. Poiché in seguito a questa manifestazione l’imperatore si preparava ad usare la forza, Saba gli inviò, a nome di tutti i monaci di Terra Santa, una audacissima petizione. Lo stesso anno (518) Anastasio morì e, grazie a Dio, la fede fu confermata dal nuovo imperatore Giustino I (518 – 527), che ordinò di piazzare il Concilio di Calcedonia nei santi dittici. San Saba fu allora inviato a Scitopoli e Cesarea per annunciare di persona la vittoria, tra la felicità generale.
Nel 531, a seguito della sanguinosa rivolta dei Samaritani, l’anziano fu inviato di nuovo a Costantinopoli, presso il pio Giustiniano (527 – 565), al fine di ottenere il suo aiuto e la sua protezione. Di ritorno, profetizzò all’imperatore la riconquista di Roma e d’Africa, nonché la vittoria definitiva sul monofisismo e l’origenesimo, che doveva fare la gloria del suo regno.
Accolto con gioia a Gerusalemme, questo infaticabile servitore di Dio, trovò ancora il tempo di fondare il monastero detto “di Geremia”, prima di ritirarsi definitivamente alla Grande Lavra. All’età di novantaquattro anni cadde ammalato e si addormentò nel Signore la domenica 5 dicembre 532. Il suo corpo, miracolosamente conservato incorrotto, fu in seguito deposto nella Lavra alla presenza di una folla immensa di monaci e di laici. Trasferito a Venezia al tempo dei Crociati, è stato recentemente restituito al suo monastero. La Lavra di San Saba, divenuta in seguito monastero cenobitico, ha avuto un posto di primo piano nella storia del monachesimo e della Chiesa di Palestina. Un gran numero di santi lì sono fioriti: san Giovanni Damasceno, san Cosma di Maiuma, santo Stefano, san Andrea di Creta etc.

Le reliquie di San Saba, nel katholikòn della Lavra, ove riposano dal 1965

La cappella della Chiesa di S. Antonin a Venezia, ove si custodiva il corpo del Santo Abate, portate da Acri nel XIII secolo, secondo il Dandolo, o addirittura nel X secondo Marin Sanudo.

***

Σάββα θεόφρον, τῶν Ἀγγέλων Ἰσοστάσιε, ὁμόσκηνε Ὁσίων, συνόμιλε Προφητῶν, Μαρτύρων Ἀπόστόλων συγκληρονόμε, φῶς τὸ ἀνέσπερον, ὁ νῦν κατοικῶν, οὗ ταῖς φρυκτωρίαις, λαμπόμενος ταῖς θείαις, τῷ ἀκροτάτῳ τῶν ἐφετῶν, ὁ παρεστὼς παρρησίᾳ λελαμπρυσμένος, καὶ ἐνηδόμενος αὐτοῦ ταῖς θεωρίαις, καὶ ἐντρυφῶν αὐτοῦ, τῷ κάλλει ἀνενδότως, Χριστὸν ἱκέτευε, Χριστὸν δυσώπει Ὅσιε, δωρηθῆναι τῇ Ἐκκλησίᾳ ὁμόνοιαν, εἰρήνην, καὶ μέγα ἔλεος.

Saba di mente divina, simile agli angeli, compagno dei santi, consorte dei profeti, coerede dei martiri e degli apostoli, ora che abiti la luce senza tramonto, illuminato dai suoi divini fulgori, stando franco e risplendente presso l’apice di ogni desiderio, lieto per la contemplazione di lui, stabilmente godendo della sua bellezza, supplica Cristo, implora Cristo, o santo, perché siano donate alla Chiesa la concordia, la pace e la grande misericordia.

(I stichiròn prosòmio del Vespero bizantino di S. Saba)

sabato 1 dicembre 2018

Note storiche, liturgiche e ascetiche sull'Avvento

L'Avvento incipiente si configura come uno dei grandi periodi di ascesi dell'anno nell'ortoprassi cristiana. E' un periodo di meditazione e di raccoglimento, austero. Di origine monastica, l'ascesi dell'Avvento era anticamente caratterizzata dal digiuno, e ancora lo è nella prassi bizantina, mentre in quella occidentale, secondo il card. Lambertini, i fedeli sono stati sollevati dall'obbligo di digunare in Avvento, pur restando comandato loro compiere un percorso ascetico in questo periodo. Ancorché nettamente meno severo della Quaresima, è nondimeno un periodo di conversione e di penitenza, di esercizio (àskesis) spirituale e fisico, di purificazione per meglio accogliere il Signore che arriva. L’Avvento è una lunga vigilia, una veglia, un periodo di vigilanza che ci prepara per l’arrivo di Cristo, il Re dei Re che inizia il suo regno con la sua umile nascita a Betlemme.
Per meglio comprendere la duplice natura, di attesa e di penitenza, dell'Avvento, sarà d'uopo ripercorrere anzitutto le vicende storiche che portarono alla costituzione di questo tempo, indi le caratteristiche liturgiche di questo periodo e infine riflettere spiritualmente sull'ascesi richiesta da esso.

1. Storia dell'Avvento

Non è noto da quando s'iniziò a osservare un periodo di preparazione per il Natale, che poi assumerà in Occidente il nome di Adventus (la prima attestazione è nei Capitolari di Carlo il Calvo, al sesto capitolo, che sono dell'864). Sappiamo che il Natale iniziò a festeggiarsi nel corso del IV secolo, e siamo certi dell'esistenza della "quaresima di Natale" dal V secolo circa; il Concilio di Tours nel 567 prescrive ai monaci di digiunare ogni giorno more quadragesimali dal primo giorno di dicembre fino al Natale. Ancorché alcuni commentatori lo facciano rimontare agli Apostoli, la cosa pare sospetta, sicché realmente non sappiamo con precisione quale sia stata l'origine storica dell'Avvento.
San Gregorio di Tours (in Historia Francorum) ci riferisce che attorno al 480 il vescovo Perpetuo decretò che dal giorno di S. Martino (11 novembre) sino a Natale i fedeli digiunassero tre volte alla settimana, anziché due come avveniva consuetamente. Ma non è dato sapere se si trattasse dell'istituzione di una nuova pratica, o piuttosto del richiamo all'osservanza di un costume già introdotto da tempo. Secondo alcuni storici, fino alla metà del VI secolo non si ritrovano testimonianze di un digiuno natalizio al di fuori della diocesi di Tours.
Troviamo quindi il nono canone del I Concilio di Mâcon, tenutosi nel 583 e valevole per quasi tutta la Francia, il quale ordina che, durante i 43 giorni che separano la festa di S. Martino dal Natale, si digiuni il lunedì, il mercoledì, il venerdì, e sacrificium celebrabitur ritu quadragesimali. Rabano Mauro pure attesta l'esistenza di questa Quaresima di S. Martino, e molti iniziarono a seguire pratiche più rigorose di quelle prescritte a Macon, digiunando ogni giorno come era stato richiesto ai monaci. E' interessante però notare che nei testi di ambito romano, come nelle omelie di S. Gregorio il Grande, pur trovandosi riferimenti all'Avvento liturgico, non si menziona mai il digiuno. La diffusione in tutto l'Occidente di questa prassi pare nondimeno essere avvenuta nei secoli successivi (S. Beda il Venerabile la menziona per le isole britanniche; un diploma di Astolfo [metà del VIII secolo] per la penisola italica; tale digiuno è inoltre menzionato tra quelli osservati da tutta la Chiesa nella lettera che Papa S. Nicola I rivolge ai convertiti Bulgari).

Nel basso Medioevo il costume pare ormai attestato: S. Pier Damiani parla ancora di una quaresima di 40 giorni di digiuno prima della Natività; nondimeno, leggiamo nella bolla di canonizzazione di S. Luigi di Francia che "lo zelo con cui [egli] osservò il digiuno [di Natale] era un costume ormai più non praticato dai Cristiani". Tant'è che in quei secoli il digiuno fu ridotto, avendo il suo nuovo inizio nella festa di S. Andrea (30 novembre), come già proponevano autori come Raterio di Verona e Abbondio di Fleury. Pare comunque che questo digiuno fosse realmente limitato alla sola astinenza: così il Concilio di Selingstadt (1122), che lo prescrive pei soli chierici, e il Concilio di Salisbury (1281), che lo limita addirittura ai monaci. Tuttavia, Innocenzo III attesta che a Roma questo digiuno si praticasse per intero da tutti ancora nel Trecento, e un'identica nozione possiamo avere per la Francia, secondo quanto ci riferisce il Rationale divinorum officiorum di Guillaume Durand.

L'affievolirsi della pratica si attesta però in tempi brevi: Papa Urbano V, salito al soglio nel 1362, obbligò i membri della sua corte a osservare l'astinenza in questo periodo -segno che non veniva più osservato, non stabilendo più però alcun obbligo per gli altri chierici, né tanto meno pei laici.
Come detto, l'insegnamento definitivo può essere quello dato dal bolognese card. Prospero Lambertini, poi Papa Benedetto XIV, il quale conferma che, pur essendo digiuno e astinenza imposti solo ai religiosi in questo periodo, nondimeno ogni fedele è tenuto a osservare pratiche di mortificazione e ascesi per degnamente prepararsi alla venuta di Nostro Signore Gesù Cristo.

Sull'origine del digiuno nelle altre tradizioni non occidentali, non è dato sapere granché. I commentatori greci fissano la sua origine nella pratica monastica del VI secolo, ma senza portare testimonianze rilevanti. Nella pratica bizantina il digiuno inizia dopo la festa di S. Filippo (15 novembre), ed è nettamente meno rigido della Quaresima, dacché pur vietandosi ogni giorno carne, uova e latticini, sono spesso permessi olio, vino e pesce, anche per via delle numerose feste importanti che cadono in questo tempo.
Un simile digiuno è attestato pure nella Chiesa Armena (principiante il 19 novembre) e in quella Copta, in cui però si osserva un altro piccolo digiuno tre giorni prima dell'inizio di quello d'Avvento, per commemorare il miracolo del movimento del monte Mukattam per opera di S. Simone il Conciatore, occorso nel 975.

2. Storia liturgica dell'Avvento

Dai Sacramentari Gregoriani, pare che anticamente in Roma l'Avvento, inteso stavolta come collazione di uffici propri preparatori alla festa del Natale, abbracciasse cinque domeniche (una simile indicazione è riportata pure nei sacramentari gelasiani, del VII secolo, mentre in quelli leoniani, del VI secolo, non se ne ha traccia; presto iniziano a comparire pure le ufficiature dei giorni delle Tempora d'Avvento). Già nel X secolo la quasi totalità dei commentatori (tra gli altri, Amalario di Metz, S. Nicola I Papa, Bernone di Reichenau e Reterio di Verona) attesta che gli uffici liturgici dell'Avvento si celebrano per sole quattro domeniche.

La Chiesa ambrosiana conta ancor oggi sei settimane nella sua liturgia dell'Avvento; il Messale gotico o mozarabico mantiene la stessa usanza. Per la Chiesa gallicana, i frammenti che Dom Mabillon ci ha conservati della sua liturgia non ci attestano nulla a questo riguardo; ma è naturale pensare con questo studioso la cui autorità è rafforzata anche da quella di Dom Martène, che la Chiesa delle Gallie seguisse su questo punto, come su tanti altri, le usanze della Chiesa gotica. L'Avvento di quattro settimane, sul modello romano, pare nondimeno attestato in molti luoghi: nel Patriarcato di Aquileja la durata per esempio era tale, ma si aggiungevano degli uffici propri per tutti i mercoledì e venerdì d'Avvento, e non solo quelli delle Tempora. 

I testi romani per l'Avvento sono squisitamente poetici e ricchi di riferimenti all'Antico Testamento, particolarmente nelle ufficiature delle ore canoniche, con le loro dolci antifone; benché si celebrino numerosi uffici di Santi, che mantengono le loro proprie gioiose caratteristiche, la liturgia domenicale è resa austera dall'assenza del Gloria. Sull'addobbo delle chiese, gli autori non sono concordi: taluni propongono di seguire le indicazioni (chiare) per la Quaresima, altri chiamano in causa il carattere mite della penitenza dell'Avvento per permettere il suono dell'organo e i reliquiari sull'altare. Il Gavanto sostiene che in Avvento bisognerebbe comunque dimostrare una certa morigeratezza, evitando di decorare gli altari con fiori e reliquiari molto preziosi.
A partire dal XIII secolo circa, il colore liturgico dell'Avvento in Occidente è divenuto il viola; interessante è notare che Papa Innocenzo III ritenesse il nero il colore adatto alla celebrazione di questo tempo (colore sconosciuto alla prassi romana antica, tant'è che non è impiegato nemmeno per le ferie quaresimali laddove moltissimi riti occidentali lo preferiscono). Storicamente dunque pare esser stata preferita la tesi di Durando di Saint-Pourçain, che lamentava la scelta del Pontefice esponendogli le ragioni del viola. Alla terza domenica d'Avvento, la Gaudete, fu poi assegnato il color rosaceo per analogia colla quarta domenica di Quaresima. Alcuni usi locali, come quello di Sarum in Inghilterra o quello mozarabico, fin dall'VIII secolo propendevano per paramenti colorati con una sorta di blu, detto poi blu di Sarum. Anche altre tradizioni locali prediligevano per l'Avvento un viola tendente al blu, mentre per la Quaresima se ne impiegava uno tendente al rosso; in epoca tridentina fu precisato che però il viola prescritto dalle rubriche è uno solo, ed eventuali distinzioni d'intensità non hanno relazione colle norme liturgiche.

La liturgia bizantina non presenta di per sé un insieme di officiature proprie del tempo d'Avvento; alcuni monasteri in Russia presero l'usanza di celebrare in questo periodo le liturgie dei presantificati, come in Quaresima, e celebrare le ore canoniche secondo il rito quaresimale; questa nonpertanto era pratica sconosciuta alla Chiesa Greca e ai suoi libri liturgici: in essi gli unici elementi che richiamano la preparazione alla Natività sono alcune antifone proprie riferite al Natale che si cantano nelle feste e nelle domeniche che cadono dopo il 21 novembre.
Il carattere proprio di questo periodo di avvicinamento al Natale è dato pure dalla disposizione delle feste dei santi: in queste settimane vengono commemorati ad esempio i profeti dell'Antico Testamento che previdero l'Incarnazione, tra i quali Abdia (19 novembre), Naum (1 dicembre), Abacuc (2 dicembre), Sofonia (3 dicembre), Aggeo (16 dicembre), Daniele e i tre giovani (17 dicembre).
La domenica che cade tra l'11 e il 17 dicembre è dedicata ai Patriarchi, da Adamo in poi (Set, Enoch, Noè, Abramo, Giacobbe, Re Davide e molti altri), rammentando così la discendenza di Gesù Cristo. La domenica successiva, quella che cade immediatamente prima di Natale, è, in strettissima relazione colla precedente, dedicata ai Santi Padri, cioè a tutti i giusti, uomini e donne, vissuti dalla Creazione del mondo sino a San Giuseppe. Il vangelo di questa domenica è la Genealogia di Cristo tolta da S. Matteo.
La preparazione prossima al Natale inizia il 20 dicembre, data a partire dalla quale si cantano quotidianamente gl'inni natalizi, e in alcune tradizioni (quella russa ad esempio) s'impiegano già paramenti e addobbi festivi. Questa lunga vigilia culmina con la celebrazione della paramonì (παραμονή), la vigilia vera e propria, il 24 dicembre, con i suoi uffici propri (la Grande Compieta, le Ore Regali...) e il suo strettissimo digiuno.

3. Spunti di ascetica per l'Avvento


Nei tempi moderni, l'ascesi costituisce quasi una sfida, una dura prova a cui è sottoposta la nostra tendenza a una generale rilassatezza e semplificazione che rischia di toccare anche la sfera religiosa. Per poter seguire però con obbedienza i precetti stabiliti dall'ortoprassi, è giovevole conoscere i vantaggi spirituali del digiuno di Natale, il suo scopo e le sue funzioni.

Amma Teodora, una delle Madri del Deserto, diceva che "non è la disciplina spirituale, o la veglia, che ci salvano, se non vi è una genuina umiltà. Infatti, vi era un monaco che cacciava i demoni e soleva dir loro:
'Cosa ti ha fatto uscire? E' stato il digiuno?' ed essi rispondevano: 'Noi non mangiamo né beviamo'
Gli diceva: 'La veglia?' ed essi: 'Noi non dormiamo'.
'Il ritiro dal mondo', ed essi rispondevano: 'Noi esistiamo pure nel deserto'.
'Cosa vi ha fatto uscire allora', ed essi risposero: 'Nulla ci discaccia fuorché l'umiltà'.
Vedi dunque che l'umiltà è vittoriosa sui demoni?"

La vittoria spirituale sui demoni non è certo cosa che accade solo nel deserto o nei monasteri, ma avviene quotidianamente negli umili di cuore. Come i demoni stessi sono stati costretti ad ammettere, loro non mangiano, non dormono, non vivono in città lussuriose e amene (e infatti, forse con sorpresa di taluni, il luogo dove più spesso si manifestano è il deserto, come c'insegnano del resto le vite dei Padri). Non è dunque la pratica in sé che vince i demoni, ma l'umiltà che si conquista attraverso questa pratica ascetica.

Se l'ascesi fosse solo obbedire ciecamente a dei precetti, che vantaggio spirituale ci sarebbe? Anche i demoni lo fanno! Ma la vera lotta spirituale, praticata dai santi monaci ma doverosa per tutti i Cristiani, e di suscitare, conservare e sviluppare, attraverso l'ascesi, l'umiltà, un cuore umile. Difatti i demoni non hanno umiltà, e non possono nemmeno abitare in un cuore umile, perché nei cuori umili Iddio si compiace! E infatti dice l'Altissimo, "che abita l'eternità, il cui nome è Santo: Io abito in un luogo alto e santo, e con colui che è di spirito contrito e umile, per ravvivare lo spirito degli umili e per rianimare il cuore del contrito" (Isaia 57,15).

Il digiuno di Natale non è semplicemente obbedire a una serie di regole alimentari (che infatti, in Occidente sono state tolte per i semplici laici, lasciando a ciascuno l'obbligo però di individuare col proprio padre spirituale una via ascetica per santificare questo tempo), sibbene il suo scopo è preparare un cuore umile in cui Nostro Signore Gesù Cristo nascente possa trovare un luogo ove abitare. L'umiltà purifica il nostro cuore, attraverso l'ascesi, il digiuno e il sacramento della penitenza.

"Ogni confessione genuina rende umile l'anima. Quando prende la forma di ringraziamento, insegna all'anima che è stata guidata dalla grazia di Dio. Quando prende la forma di accusa dei propri peccati, insegna all'anima che la colpa delle cattive azioni è della propria deliberata indolenza.
La confessione ha infatti due forme. La prima è ringraziare per le benedizioni ricevute; la seconda è mettere luce ed esaminare gli errori che abbiamo commesso. S'impiega il termine "confessione" sia per il ringraziamento per le benedizioni che abbiamo ricevuto per grazia divina, sia per l'ammissione dei peccati che abbiamo commessi per nostra colpa. Entrambe le forme sono infatti sorgenti di umiltà. Chi infatti ringrazia Dio per le grazie ricevute, e chi esamina se stesso per le offese compiute, sono entrambi umiliati. Il primo giudica se stesso indegno di quanto gli è stato donato; il secondo implora perdono pei propri peccati." (S. Massimo il Confessore, Filocalia)

martedì 27 novembre 2018

Catechesi sul Giudizio Universale

di padre Joseph Kramer

Esistenza del Giudizio generale

1. Poche verità sono più spesso o più chiaramente proclamate nella Scrittura che quella del giudizio generale. Ad essa i profeti dell'Antico Testamento si riferiscono quando parlano del "Giorno del Signore" (Gioele 3: 4; Ezechiele 13: 5; Isaia 2:12), in cui le nazioni saranno convocate in giudizio. Nel Nuovo Testamento la seconda Parusia, o venuta di Cristo come Giudice del mondo, è una dottrina spesso ripetuta. Lo stesso Salvatore non solo predice l'evento, ma ritrae graficamente le sue circostanze (Matteo 24:27; 25:31.). Gli Apostoli danno un posto di primo piano a questa dottrina nella loro predicazione (Atti 10:42, 17:31) e scritti (Romani 2: 5-16; 14:10; 1 Corinzi 4: 5; 2 Corinzi 5:10; 2 Timoteo 4: 1; 2 Tessalonicesi 1: 5; Giacomo 5: 7). Oltre al nome Parusia (parusia), o Avvento (1 Corinzi 15:23; 2 Tessalonicesi 2:19), la Seconda Venuta è anche chiamata Epifania, epifania o Apparizione (2 Tessalonicesi 2: 8; 1 Timoteo 6:14; 2 Timoteo 4: 1; Tito 2:13), e Apocalisse o Rivelazione (2 Tessalonicesi 2: 7; 1 Pietro 4:13). Il tempo della Seconda Venuta è detto "quel giorno" (2 Timoteo 4: 8), "il giorno del Signore" (1 Tessalonicesi 5: 2), "il giorno di Cristo" (Filippesi 1: 6 e 2: 16), "il giorno del Figlio dell'uomo" (Luca 17:30), "l'ultimo giorno" (Giovanni 6: 39-40).

2. La credenza nel giudizio generale ha prevalso in ogni momento e in tutti i luoghi della Chiesa. È contenuto come un articolo di fede in tutti i credi antichi: "Salì in cielo, da lì verrà per giudicare i vivi e i morti" (Credo degli Apostoli). Verrà di nuovo con gloria per giudicare sia i vivi che i morti "(Credo di Nicea)." Di lì verrà per giudicare i vivi e i morti, alla cui venuta tutti gli uomini devono risorgere con i loro corpi e devono rendere conto delle loro azioni "(Credo di S. Atanasio) universale. La testimonianza patristica di questo dogma del giudizio universale è chiara e unanime.

Segni che devono precedere il Giudizio generale

Le Scritture menzionano alcuni eventi che devono aver luogo prima del giudizio finale. Queste predizioni non erano intese come indicazioni del tempo esatto del giudizio, poiché, come dice Cristo, quel giorno e quell'ora sono noti solo al Padre e arriveranno quando meno se lo aspettano. I segni devono prefigurare l'ultimo giudizio e mantengono la fine del mondo presente nelle menti dei cristiani, senza tuttavia eccitare inutili curiosità.
I teologi di solito elencano i seguenti sette eventi come segni del giudizio finale:
Predicazione generale della religione cristiana
Riguardo a questo segno il Salvatore dice: "E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, per una testimonianza a tutte le nazioni, e allora verrà il compimento" (Matteo 24:14). Secondo la maggioranza degli interpreti, Cristo sta parlando della fine del mondo.

Una grande apostasia

Per quanto riguarda questo evento, San Paolo ammonisce i Tessalonicesi (2 Tessalonicesi 2: 3) che non devono essere terrorizzati, come se il giorno del Signore fosse vicino, perché deve prima venire una grande apostasia. Per i Padri e gli interpreti la grande apostasia vuol dire una grande riduzione del numero dei fedeli attraverso l'abbandono della religione cristiana da parte di molte nazioni. Alcuni commentatori citano come conferma di questa credenza le parole di Cristo: "Ma tuttavia il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà, pensi, fede sulla terra?" (Luca 18: 8).
Il regno di Anticristo
Nel passaggio sopra menzionato (2 Tessalonicesi 2: 3 ss.) San Paolo indica come un altro segno del giorno del Signore, la rivelazione dell'uomo del peccato, il figlio della perdizione. "L'uomo del peccato" qui descritto è generalmente identificato con l'Anticristo, il quale, dice San Giovanni (1 Giovanni 2:18), arriverà negli ultimi giorni. Sebbene su questo argomento prevalga molta oscurità e divergenza di opinione, è generalmente ammesso dai precedenti e da altri testi che prima della Seconda Venuta sorgerà un potente avversario di Cristo, che sedurrà le nazioni con le sue meraviglie e perseguiterà la Chiesa.
Straordinarie perturbazioni della natura
Le Scritture indicano chiaramente che il giudizio sarà preceduto da turbamenti insoliti e terrificanti dell'universo fisico (Matteo 24:29, Luca 21: 25-26). Le guerre, le pestilenze, le carestie e i terremoti predetti in Matteo 24: 6.  - le calamità degli ultimi tempi.

La conflagrazione universale

Negli scritti apostolici ci viene detto che la fine del mondo sarà determinata da una conflagrazione generale, che tuttavia non annienterà la creazione presente, ma cambierà forma e aspetto (2 Pietro 3: 10-13; 1 Tessalonicesi 5: 2; Apocalisse 3: 3 e 16:15). Le scienze naturali mostrano la possibilità che una tale catastrofe sia prodotta nel normale corso degli eventi, ma i teologi tendono generalmente a credere che la sua origine sarà del tutto miracolosa.

La tromba della risurrezione

Diversi testi del Nuovo Testamento menzionano una voce o una tromba che risveglierà i morti alla risurrezione (1 Corinzi 15:52; 1 Tessalonicesi 4:15; Giovanni 5:28). Secondo San Tommaso (Supplemento 86: 2) vi è riferimento in questi passaggi o alla voce o all'apparizione di Cristo, che causerà la risurrezione dei morti.

"Il segno del Figlio dell'Uomo che appare nei cieli"

In Matteo 24:30, questo è indicato come il segno che precede immediatamente l'apparizione di Cristo per giudicare il mondo. Con questo segno i Padri della Chiesa generalmente comprendono l'apparizione nel cielo della Croce su cui è morto il Salvatore o di una meravigliosa croce di luce.

Circostanze che accompagnano il Giudizio generale

Tempo

Come detto sopra, i segni che precedono il giudizio non forniscono un'indicazione accurata del momento in cui avverrà (Marco 13:32). Quando i discepoli chiesero al Salvatore: "Signore, vuoi che in questo momento ristabilisca il regno in Israele?" Rispose: "Non è per te che tu sappia i tempi o i momenti che il Padre ha messo in suo potere" (Atti 1: 6-7). L'incertezza del giorno del giudizio è continuamente sollecitata da Cristo e dagli Apostoli come incentivo alla vigilanza. Il giorno del Signore verrà "come un ladro" (Matteo 24: 42-43), come un lampo che appare all'improvviso (Matteo 24:27), come una trappola (Luca 21:34), come il Diluvio (Matteo 24:37).

Luogo del giudizio

Tutti i testi in cui si fa menzione della Parusia, o Seconda Venuta, sembrano implicare abbastanza chiaramente che il giudizio generale avrà luogo sulla terra. Alcuni commentatori deducono da 1 Tessalonicesi 4:16 che il giudizio si terrà nell'aria, il nuovo essere portato nelle nuvole per incontrare Cristo; secondo altri la profezia di Gioele (3: 1 ss.) pone l'ultimo giudizio nella Valle di Giosafat.

Il Giudice

Che questo giudizio sia attribuito a Cristo, non solo come Dio, ma anche come Uomo, è espressamente dichiarato nella Scrittura; poiché sebbene il potere di giudicare sia comune a tutte le Persone della Trinità, tuttavia è attribuito specialmente al Figlio, perché a Lui anche in modo speciale è ascritta la saggezza. Ma che Cristo come uomo giudicherà il mondo è confermato da Cristo stesso (Giovanni 5: 26-28). Alla seconda venuta Cristo apparirà nei cieli, seduto su una nuvola e circondato dalle schiere angeliche (Matteo 16:27, 24:30, 25:31). Gli angeli serviranno il giudice (Matteo 24:31). Gli eletti aiuteranno Cristo in una capacità giudiziaria (1 Corinzi 6: 2). La vita dei giusti sarà di per sé una condanna dei malvagi (Matteo 21:41), la cui punizione sarà approvata pubblicamente. Ma gli Apostoli saranno giudici del mondo poiché la promessa di sedere su dodici troni per giudicare le dodici tribù di Israele (Matteo 19:28) sembra implicare una reale partecipazione all'autorità giudiziaria. Secondo un'opinione molto probabile, questa prerogativa è estesa a tutti coloro che hanno adempiuto fedelmente i consigli del Vangelo (Matteo 19: 27-28). Non si sa nulla del modo in cui verrà esercitata questa autorità delegata. San Tommaso congettura che i più grandi santi faranno conoscere la frase di Cristo agli altri (Supplemento 88: 2).

Chi sarà giudicato

Tutti gli uomini, sia buoni che cattivi, secondo il Simbolo Atanasiano, appariranno nel giudizio per rendere conto delle loro azioni. Gli angeli e i demoni non saranno giudicati direttamente, poiché il loro destino eterno è già stato fissato.

Oggetto del Giudizio

Secondo i teologi il giudizio abbraccerà tutte le opere, buone o cattive, perdonate come pure i peccati imperdonati, ogni parola oziosa (Matteo 12:36), ogni pensiero segreto (1 Corinzi 4: 5). Con l'eccezione di Pietro Lombardo, i teologi insegnano che anche i peccati segreti dei giusti saranno resi manifesti, affinché il giudizio possa essere completo e che la giustizia e la misericordia di Dio possano essere glorificati. Ciò non farà soffrire o imbarazzare i santi, ma aggiungerà alla loro gloria, proprio come il pentimento di San Pietro e Santa Maria Maddalena è per questi santi una fonte di gioia e onore.

Forma del Giudizio

La procedura del giudizio è descritta in Matteo 25: 31-46 e nell'Apocalisse 20:12. I commentatori vedono in quei passaggi descrizioni allegoriche intese a trasmettere in modo vivido il fatto che nel giudizio finale la condotta e i deserti di ciascun individuo saranno resi evidenti non solo alla propria coscienza, ma alla conoscenza del mondo riunito. È probabile che non si pronuncino parole nel giudizio, ma che in un istante, attraverso un'illuminazione divina, ciascuna creatura comprenderà completamente la propria condizione morale e quella di ogni altra creatura (Romani 2:15). Molti credono, tuttavia, che le parole della frase: "Vieni, benedetto", ecc. E "Allontanati da me", ecc. Saranno veramente indirizzate da Cristo alla moltitudine dei salvati e dei perduti.

Risultati del Giudizio generale

Con l'adempimento della sentenza pronunciata nel giudizio finale, i rapporti e le relazioni del Creatore con la creatura trovano il loro culmine, sono spiegati e giustificati. Essendo compiuto lo scopo Divino, la razza umana raggiungerà, come conseguenza, il suo destino finale. Il regno di Cristo sull'umanità sarà il seguito del Giudizio Generale.

mercoledì 21 novembre 2018

La traduzione del Gloria: problematiche sottese a Lc 2,14

Notizia recentissima e suscitante un malcelato scalpore è il già preannunziato cambiamento della traduzione italiana in uso nella liturgia riformata del Pater e del Gloria, resi, a detta della Conferenza Episcopale Italiana, "più fedeli al testo evangelico".

Sull'inopportunità della nuova traduzione del Pater si è già detto e scritto molto nei siti e nei giornali cattolici, citando i commenti dei Padri e dei Dottori della Chiesa in sostegno della traduzione più lineare del ne nos inducas in tentationem. Senza scomodare sì ampi commentari, leggere i quali è comunque opera meritoria per la nostra formazione, sarebbe bastato riportare alla mente alcuni passi scritturali molto conosciuti: per esempio, il brano evangelico in cui Nostro Signore fu portato dallo Spirito nel deserto "per essere tentato", oppure il fatto che Iddio ci metta alla prova "come oro nel crogiuolo", richiamato in Sapienza 3,6, Giobbe 23,10 e altri passi ancora. San Paolo stesso afferma che Dio "darà la tentazione e il modo di uscirne". Ma, ancora più semplicemente, sarebbe bastata una minima conoscenza della lingua latina (e prima ancora di quella greca): i Vangeli riportano il termine εἰσενέγκῃς, congiuntivo aoristo del verbo εἰσφέρω, letteralmente "portare dentro"; l'equivalente latino (condivide infatti la radice indoeuropea *bher, idea di "portare", e il prefisso ingressivo) sarebbe infero, rispetto al quale induco (lett. "condurre dentro") presenta una sfumatura già più moderata. E, volendo, basterebbe conoscere anche soltanto la lingua italiana, esulando un po' dall'impiego stereotipato, semplicistico e sovente erroneo che se ne fa oggi, per rendersi conto che indurre, al di là della sfumatura quasi di atto subdolo cui lo colleghiamo ai nostri giorni, ha una gamma di significati ben più ampia.

Invocare la fedeltà al testo originario e la conoscenza delle lingue classiche appare tuttavia inutile di fronte alla CEI, le cui traduzioni sono sempre state caratterizzate da un'abbondante quantità di errori. Tra i più noti, un pro multis che diventa "ecumenicamente" per tutti e un ut intres sub tectum meum che diventa di partecipare alla tua mensa (traduzioni che farebbero sorridere e piangere al contempo qualsiasi insegnante di ginnasio le trovasse scritte dall'alunno in versione).
La stessa traduzione del Pater ne contiene almeno uno palese e grossolano, ancorché diffuso già in passato, ossia quello di leggere malo come ablativo di malum (per fare una battuta, almeno non hanno tradotto "liberaci dalla mela"!), quando assai più probabilmente (quasi certamente, se confrontiamo con il greco, in cui πονηρὸς,-ὰ,-ὸν [nel testo al gen. πονηροῦ] indica preferibilmente un essere, piuttosto che una cosa) è ablativo del maschile malus, cioè il Maligno. E questo solo per soffermarci all'errore evidente, senza entrare nell'annosa questione della doppia valenza di ἐπιούσιος (quotidiano e sovrasostanziale), sulla quale sono stati scritti libri interi.

Proprio però una pretesa fedeltà al testo originale di fronte invece all'errore e alla mistificazione evidenti del testo stesso impone di fare una riflessione, per quanto breve, anche sull'altro testo liturgico modificato in detto frangente, ovverosia il Gloria in excelsis. La cosiddetta "dossologia maggiore", che non è altro che una collazione di versetti più o meno in sequenza, si è storicamente presentata sotto molte forme: il testo latino presenta alcune aggiunte rispetto a quello greco, ma si ferma a in gloria Dei Patris, mentre il secondo prosegue con altri numerosi versetti; il rito aquilejese, giusto per citarne uno, prevedeva ben due forme di dossologia maggiore, di cui una contenente un rafforzamento del concetto trinitario con l'aggiunta di un et Sancte Spiritus, e l'altro con il tropo Mariae filius, riservato alle feste della Madonna. Tuttavia, un versetto è sicuramente inalienabile e certo, ovverosia il primo, tolto direttamente dal Vangelo (S. Luca 2,14). Eppure, i novatori-traduttori hanno voluto andare a toccare proprio quello!

Il discorso attorno a questo versetto, e particolarmente al sostantivo εὐδοκία(ς) (rarissimo nella prosa cristiana antica, hapax nella Sacra Scrittura) è quantomai complesso; partiamo intanto dal testo latino: tanto quello geronimiano (IV sec.), quanto quello della Vetus Itala (II-III sec.) e persino la pessima "ritraduzione" (se così si può chiamare) fatta negli anni '50 sono concordi nell'affermare: et in terra pax hominibus bonae voluntatis, con un normalissimo genitivo di qualità, ch'è stato comunemente tradotto nelle lingue nazionali di buona volontà.
Lessi uno studio paralinguistico che giustificava la traduzione (già circolante da decenni) amati dal Signore, in cui dunque gli uomini diventano oggetto della benevolenza di Dio, appellandosi alla diatesi del verbo greco δοκέω (onde il deverbativo εὐδοκία); tale lettura mi è parsa alquanto imprecisa, anzitutto perché nessun elemento mi fa supporre la passività del termine, in secondo luogo perché (cosa che lo stesso studio era costretto ad ammettere) se anche fosse passivo, nessun elemento se non un'improbabile interpretazione ad sensum determinerebbe il soggetto, e soprattutto perché sarebbe difficilmente giustificabile (anche tirando in ballo i semitismi) trasformare un genitivo qualitativo in una sorta di proposizione relativa passiva.
Se volessi indicare in greco negli uomini in cui si compiace, forte dei modelli a me noti, impiegherei di preferenza un participio chiaramente passivo (magari esplicitando pure l'agente) e soprattutto l'articolo! Se anche supponessimo per semitismo che un genitivo possa indicare un'idea più complessa, e ammesso (e non concesso) che si debba intendere il termine passivamente, in assenza di articolo non è usualmente possibile in greco rendere una determinazione selettiva, dunque in ogni caso amati dal Signore non dovrebbe restringere il campo a una sola parte dell'umanità (qui in realtà può esserci anche altra lettura, vide infra).

Questi sono solo alcuni dei problemi evidenti della nuova traduzione; se volessimo però fare realmente quello che non hanno fatto i traduttori della CEI, cioè andare a vedere i testi originali, ci accorgeremmo che la lezione Δόξα ἐν ὑψίστοις Θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, abbondantemente oggi spacciata per originale, non compare che in un'edizione di critica filologica quale il Novum Testamentum Graece di Eberhard Nestle (Münster, Institut für neutestamentliche Textforschung, 1898), rivista nel '27 dal figlio Erwin e poi nel '52 da Kurt Aland (onde la sigla Nestle-Aland con cui s'indica comunemente questa edizione critica). Essa raccoglieva le osservazioni critiche di numerosi filologi; relativamente a Luca 2 si rifaceva all'interpretazione (originale e unica) di Konstantin von Tischendorf (+1874), teologo e filologo di Lipsia, che dallo studio di alcuni manoscritti sinaitici e delle citazioni patristiche suppose di dover leggere l'ultima parola di Luca 2,14 come il genitivo εὐδοκίας (sua argomentazione tra le più solide fu che gli antichi traduttori latini della Scrittura dovessero avere di fronte un genitivo per aver tradotto tutti concordemente bonae voluntatis).

Tutti le edizioni precedenti si rifanno però alla lezione che potremmo a buon diritto considerare corretta quantomeno per l'importanza ricoperta nella Storia della Chiesa e per il consenso unanime avuto per secoli (principio di Tradizione), tuttora ufficiale nella Bibbia e nella liturgia della Chiesa Greca, che recita: Δόξα ἐν ὑψίστοις Θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκία. Il discusso genitivo risulta essere quindi un nominativo! Il versetto suonerebbe dunque così: Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace sulla terra e benevolenza tra gli uomini.
Questa è indubbiamente una lectio facilior, che in filologia verrebbe a priori scartata o comunque guardata con sospetto e sottovalutata rispetto alla lectio difficilior (per un principio che, pur da cultore di filologia, mi ha sempre fatto sorridere e, a leggere Luciano di Samosata, pare facesse sorridere già nel II secolo d.C.). Tuttavia lo studio della Sacra Scrittura non può assimilarsi a quello degli altri testi antichi, perché s'inserisce nell'alveo di una Tradizione di origine apostolica e divina, tràdita sino a noi attraverso i Padri, che è di valore estremamente superiore a qualsiasi ragionamento filologico (anche perché, viste le bizzarre posizioni di molti [presunti] filologi biblisti dell'ultimo secolo, ci sarebbe di che riscrivere l'intera Bibbia e buttare a mare buona parte del sostrato scritturale della nostra Fede...).

La quasi totalità delle traduzioni antiche della Sacra Scrittura (prescindendo da quella slava, che rispecchia i testi costantinopolitani del IX secolo) segue la lezione appena presentata. Tra tutte, segnalo la Bibbia di Re Giacomo (1611), che riporta: Glory to God in the highest, and on earth peace, good will toward men; e la Bibbia di Giovanni Diodati (1649): Gloria a Dio ne’ luoghi altissimi, Pace in terra, Benivoglienza inverso gli uomini. Anche se queste versioni afferiscono all'ambito riformato, sono imprescindibili testi di studio per chiunque affronti l'annosa questione della traduzione di testi biblici, soprattutto per la ratio e il modus operandi encomiabilmente preciso che vi fu dietro (il calvinista ginevrino Diodati non era certo gran teologo, nemmeno a detta degli eretici, ma era un eccellente e dotto linguista, peraltro uno dei pochi al tempo ad avere conoscenza profonda dell'ebraico, e la sua traduzione, ancora una volta a prescindere dall'eretica e pietistica interpretazione teologica che ne dà nelle note, è sempre stata riconosciuta dagli accademici come un lavoro filologico di magistrale portata e straordinaria accuratezza).

A questo punto, sciolte le questioni filologiche, è d'uopo ripercorrere brevemente le vicende storiche. Come molte delle "libere interpretazioni" delle versioni CEI della Scrittura (quelle presentate all'inizio sono le più note perché fanno parte della liturgia, ma la Bibbia CEI è zeppa di traduzioni a dir poco fantasiose), queste novità non sono frutto di un'invenzione originale, ma sono ricalcate da traduzioni protestanti recenti (le quali, a differenza di quelle antiche, sono prive di metodo linguistico affidabile, e sono volte principalmente a veicolare concetti teologici distorti): in Italia per esempio la Bibbia tradotta dal valdese Luzzatti nel 1927 presenta: pace in terra fra gli uomini ch’Egli gradisce!; e nella più o meno coeva Riveduta inglese si legge: on earth peace among men in whom he is well pleased.

Onde potrebbero esserci anche delle obiezioni teologiche da muovere alla nuova e discussa traduzione. Infatti, a seconda che gli amati dal Signore siano intesi in senso ampliativo o restrittivo, siamo di fronte a due posizioni dottrinali diverse e ambedue problematiche:
a) Se amati dal Signore è ampliativo, s'inserisce in quella corrente di "buonismo teologico" che in realtà prelude all'universalismo per cui viene meno il dogma extra Ecclesiam nulla salus, dacché tutti gli uomini sarebbero amati dal Signore.
b) Se invece è restrittivo (questa pare non essere la lettura che viene data oggi dai nuovi traduttori, ma probabilmente era quella di Luzzatti), si conforma alla dottrina calvinista dell'elezione incondizionata, per cui Dio ha già scelto alcuni da salvare (quelli che ama e che sono destinati a essere salvati; cfr. dottrina della perseveranza dei santi) e altri da dannare (quelli che non ama, e dunque ai quali non si applica il frutto della Redenzione, cfr. dottrina della redenzione limitata). Una dichiarazione di protestantesimo estremo abbastanza palese.
In ambo i casi, viene meno un concetto della dottrina ortodossa che invece (sia o meno la traduzione esatta, come abbiamo detto) l'espressione agli uomini di buona volontà rendeva appieno, cioè la sinergia necessaria tra la grazia divina e l'azione degli uomini (che ovviamente parte dalla volontà) perché questi ultimi raggiungano la salvezza ottenuta loro dal Cristo.

Infine, possiamo fare una riflessione sulla base che spinge i novatori a modificare il testo del Gloria, così come quello del Padre Nostro, che è una base tristemente umana e razionale che va contro l'essenza del Cristianesimo e la Rivelazione. San Paisios l'Athonita diceva che tutti gli errori del mondo cristiano in Occidente si possono ricondurre a uno solo: il razionalismo. In altre parole, il ragionare umanamente sulla Rivelazione anziché viverla, sino a modificarla per rendere "umana essa stessa". Come scrive qui un amico riferendosi alle modifiche al Pater: "Queste riforme indicano un profondo VUOTO di spiritualità, ossia di vita in Cristo, vuoto colmato da soli ragionamenti che appiattiscono e svuotano la rivelazione. Siamo peggio che nell'eresia, almeno nelle eresie storiche c'era rispetto almeno per qualcosa..."

martedì 20 novembre 2018

Presentazione della Vergine al Tempio - Madonna della Salute

Σήμερον τῆς εὐδοκίας Θεοῦ τὸ προοίμιον,
καὶ τῆς τῶν ἀνθρώπων σωτηρίας ἡ προκήρυξις.
Ἐν Ναῷ τοῦ Θεοῦ τρανῶς ἡ Παρθένος δείκνυται,
καὶ τὸν Χριστὸν τοῖς πᾶσι προκαταγγέλλεται.
Αὐτῇ καὶ ἡμεῖς μεγαλοφώνως βοήσωμεν·
Χαῖρε τῆς οἰκονομίας τοῦ Κτίστου ἡ ἐκπλήρωσις.

Quest'oggi è il preludio della benevolenza di Dio,
l'annunzio della salvezza degli uomini.
Nel Tempio di Dio agli occhi di tutti si mostra la Vergine
e a tutti preannunzia il Cristo.
A lei pur noi acclamiamo a gran voce:
Salve, o compimento del disegno salvifico del Creatore!
(Apolytikio della festa)


Σήμερον τὰ στίφη τῶν Πιστῶν συνελθόντα,
πνευματικῶς πανηγυρίσωμεν,
καὶ τὴν θεόπαιδα Παρθένον καὶ Θεοτόκον,
ἐν Ναῷ Κυρίου προσαγομένην, εὐσεβῶς ἀνευφημήσωμεν·
τὴν προεκλεχθεῖσαν ἐκ πασῶν τῶν γενεῶν,
εἰς κατοικητήριον τοῦ Παντάνακτος Χριστοῦ, καὶ Θεοῦ τῶν ὅλων,
Παρθένοι, λαμπαδηφοροῦσαι προπορεύεσθε,
τῆς Ἀειπαρθένου τιμῶσαι, τὴν σεβάσμιον πρόοδον,
Μητέρες, λύπην πᾶσαν ἀποθέμεναι, χαρμονικῶς συνακολουθήσατε,
ὑμνοῦσαι τὴν Μητέρα τοῦ Θεοῦ γενομένην,
καὶ τῆς χαρᾶς τοῦ κόσμου τὴν πρόξενον.
Ἅπαντες οὖν χαρμονικῶς, τὸ χαῖρε σὺν τῷ Ἀγγέλῳ ἐκβοήσωμεν,
τῇ Κεχαριτωμένῃ, τῇ ἀεὶ πρεσβευούσῃ, ὑπὲρ τῶν ψυχῶν ἡμῶν.

Oggi noi, moltitudini dei fedeli qui convenute,
celebriamo spiritualmente una solennità,
e acclamiamo devotamente la Vergine, figlia di Dio e Deipara,
che viene condotta nel Tempio del Signore:
la prescelta fra tutte le generazioni
per essere dimora di Cristo, Re universale e Dio di tutte le cose;
O vergini, fate strada recando lampade,
per onorare l'augusto cammino della sempre Vergine;
O madri, deposta ogni tristezza, seguitela con gioia,
inneggiando a colei che è divenuta Madre di Dio,
e causa della gioia del mondo intero.
Tutti dunque con gioia insieme all'Angelo cantiamo l'Ave
alla piena di grazia, a colei che sempre intercede per le anime nostre.
(Poema di Sergio Aghiopolita, sec. VIII)

***

Come ogni anno, nella Festa della Presentazione della Beata Vergine Maria al tempio, la città di Venezia rinnova il suo voto solenne alla Madonna della Salute, per la cui benigna intercessione la città lagunare fu salvata dalla terribile epidemia di peste bubbonica del 1630-31.

Il tempio votivo della Madonna della Salute progettato da Baldassare Longhena
e consacrato il 21 novembre 1687 in ringraziamento alla Madonna della Salute

L'accensione dei ceri votivi in onore della Madonna

L'icona della Μεσοπαντιτίσσα (o Μεσοϋπαπαντίσσα), la "Mediatrice di Pace",
giunta da Candia nel 1670 e venerata nella Basilica di S. Maria della Salute a Venezia.
Nel tondo si trova la scritta Unde origo, inde salus, da cui il noto titolo di "Madonna della Salute"
(Venezia "nacque" il 25 marzo, festa dell'Annunciazione, quindi ebbe la sua origine dalla Madonna, e in Ella avrà anche la sua salvezza)

lunedì 19 novembre 2018

La sessualità nella disciplina morale dei Padri

Riportiamo di seguito le discipline patristiche (dai Canoni dei Concilj Ecumenici e del Patriarca di Costantinopoli Giovanni IV il Digiunatore), in materia di sessualità, soprattutto riguardo le penitenze e mortificazioni prescritte a coloro che hanno commesso peccati carnali. Risulta particolarmente interessante l'ultimo paragrafo, anche nell'ottica della querelle sorta, ormai due anni fa, in seguito all'esortazione apostolica Amoris Laetitia.

1. I peccati carnali.

E’considerato peccato carnale ogni uso della sessualità al di fuori del Mistero del Matrimonio e ogni uso della sessualità, che, seppur all’interno del Matrimonio, non sia finalizzato all’unione fra gli sposi.

I pensieri impuri ai quali si acconsente sono da considerare peccati. “ L’acconsentimento è la causa dell’inizio delle punizioni “ (Canone 7, di San Giovanni il Digiunatore). “La lotta contro i pensieri carnali è meritevole sia della corona [ cioè del premio] , sia della punizione “ (Canone 6, di San Giovanni il Digiunatore ).” Se l’anima si sottomette alle inclinazioni cattive [della carne, acconsentendo ai pensieri carnali e impuri ] è punita, se [resiste e ] vince, riceve il premio”.
“ Se un fedele, che è stato tentato in sogno, chiede se è conveniente permettergli di comunicarsi o meno , la risposta è : se è soggetto al desiderio della donna, non è conveniente; ma se è la tentazione di Satana, che a causa di questo motivo cerca di allontanarlo dal comunicarsi con i Misteri divini, è conveniente permettergli di comunicarsi, perché il tentatore non cesserà in quel periodo, quando è conveniente permettergli di comunicarsi, di attaccarlo “ (Canone 12 di Timoteo Alessandrino).

"Gli assalti dei desideri carnali attraverso il pensiero nel cuore non sono punibili, essendo peccati non ancora commessi “ (Canone 4, di Giovanni il Digiunatore).
“L’accondiscendenza ai pensieri carnali si purifica con 12 metanie” (Canone 5, di San Giovanni il Digiunatore).
Il IV Canone del Concilio locale di Neocesarea, stabilisce che “ Se una persona ha sentito il desiderio per una donna e ha concepito il convincimento di giacere con lei ma questo suo desiderio non si è attualizzato, sembra che lui sia stato salvato dalla grazia”. Se questo non si concretizza per impedimenti esterni, ma perché il pensiero non è arrivato fino ad acconsentire all’atto, quindi “fino alla morte “ - come lo interpreta Zonaras - deve essere punito dal suo padre spirituale per l’aver acconsentito al solo pensiero.
“Colui che è stato profanato dall’emissione di seme, durante il sonno, si esclude per un giorno dalla Comunione e si crede che si purifica da questa profanazione cantando il Salmo 50 e facendo 49 metanie (Canone 8, di San Giovanni il Digiunatore , ma anche Canone 4 Dion. Alex.; Canone 1 di Atanasio; Canone 12 Timoteo Alessandrino)

“Ma colui che viene profanato da sveglio dalla perdita di seme, gli si impedisce di comunicarsi per 7 giorni e, in ognuno di questi giorni, canti il Salmo 50 e faccia 49 metanie „ (Canone 9 di Giovanni il Digiunatore , ma anche Canone 4 Dion. Alex.; 1 Atanasie; 12 Timoteo Alessandrino).

Masturbazione : “ Colui che si masturba sarà punito con 40 giorni di xirofagia – mangiando, cioè, solo cibo asciutto – e 100 metanie ogni giorno” (Canone 10, di San Giovanni il Digiunatore ).

Masturbazione in due : “ La profanazione assieme con altri, come fanno coloro che praticano la masturbazione in due, viene punita con la penitenza indicata per la masturbazione per 80 giorni “ (Canone 11, di San Giovanni il Digiunatore ).

Atti riconducibili alla masturbazione: “Ricevono la stessa epitimia tra le donne, quelle che si sono baciate e palpeggiate con gli uomini, ma non sono arrivate alla penetrazione” (Canone 13, di San Giovanni il Digiunatore ).

Masturbazione in coloro che appartengono al clero : Se qualcuno del clero, prima della consacrazione, è caduto nella passione di Malachia [masturbazione ], non può essere curato altro che impedendogli, innanzitutto, l’accesso al sacerdozio, ricevendo poi un’epitimia appropriata e così, dopo, permettergli l’accesso al sacerdozio. Ma se si è infiammato per questa passione dopo aver ricevuto la consacrazione sacerdotale, per un anno gli venga interdetta la celebrazione e venga punito con le epitimie dovute, ritorni al sacerdozio. Ma se, dopo aver conosciuto il peccato, fa questo una seconda volta o una terza fa questo, gli venga impedita la celebrazione e passi fra i laici (Canone 12 di Giovanni il Digiunatore ).

"Colui che ha rapporti sessuali completi con la propria fidanzata, prima del Matrimonio, secondo San Basilio il Grande , deve essere scomunicato per 11 anni ; noi diciamo che per 2 anni , dopo l’ora Nona , mangi cibo asciutto e faccia, ogni giorno, 300 metanie . Se però è negligente, in questo, assolva le prescrizioni decise dai Padri” (Canone 25, di Giovanni il Digiunatore).
Balsamone estende l’applicazione della sanzione della deposizione, a proposito del 70esimo canone di San Basilio, per il cunnilingus, cioè per la contaminazione o profanazione delle labbra che va oltre il bacio appassionato e che si produce in seguito all’uso delle labbra della vulva della donna come di una coppa. Ciò riguarda, quindi, più in generale, i palpeggiamenti, la masturbazione e il sesso orale, nonché ovviamente il rapporto sessuale vero e proprio : tutti questi atti non escludono semplicemente, per un certo periodo di tempo, dalla celebrazione della Liturgia ma comportano, appunto, la deposizione allo stato laicale.

Il 59esimo Canone di San Basilio il Grande, prevede che colui che ha peccato di incontinenza e si è profanato con la lussuria “[…] rimarrà escluso dalla partecipazione ai Misteri per sette anni: due saranno di pianto, e due saranno trascorsi assieme a coloro che ascoltano [ nel pronaos], due in ginocchio, e per uno solo anno assieme all’assemblea [nel naos] ; l'ottavo anno egli sarà ammesso alla Comunione […] “. E’ peccato di incontinenza o lussuria il rapporto eterosessuale tra due persone libere, così come specifica il IV Canone di San Gregorio di Nissa . Se una delle due persone in questione o entrambe non sono libere si tratta di adulterio, che è punito con una pena maggiore. Sono parimenti considerati adulterio la pederastia e il rapporto con gli animali, entrambi contro natura e per questo adulterini. (Altri riferimenti: Canoni 48 e 61 degli Apostoli; 87, 93, 98 del Concilio di Trullo; Canone 20 del Concilio di Ancira; Canoni 1 e 8 del Concilio di Neocesarea; Canone 102 del Concilio di Cartagine; Canoni 3, 7, 9, 18, 21, 31, 37, 38, ,39, 58, 59, 59, 60, 62, 63, 77 di Basilio il Grande ).
Il Canone 4to di Grigorio di Nyssa esclude dalla Comunione per 18 anni per chi commette atti di lussuria con uomini, ma il Canone 62 di Basilio il Grande per 15 anni. Noi riteniamo che per tre anni debba essere escluso dalla Comunione, piangendo e digiunando, e mangiando cibo secco verso sera e facendo 200 metanie al giorno. Ma se si da all’ozio [ alla negligenza rispetto a queste indicazioni] allora osservi i 15 anni di penitenza per l’intero periodo ( Canone 29 di Giovanni il Digiunatore . Si vedano anche i Canoni 7, 62 di Basilio il Grande; Canone 4 di Gregorio di Nissa).

“Le violazioni subite attraverso lo stupro sono senza colpa. Così, anche la schiava, se è violentata dal padrone, non deve essere incolpata “ ( Canone 49 di San Basilio il Grande) . Questo Canone assolve da qualunque colpa quelle donne che sono costrette al peccato, trovandosi sotto il dominio di altri [ violenza carnale e stupro ].
“Se un presbitero, prima della sua ordinazione, ha commesso peccato di commistione carnale e dopo la sua ordinazione lo confessa, non può più officiare “ (Canone 9 del Primo Concilio, Ap. cc. XXV, LXI; cc. IX, X di Neocaesarea; cc. III, V, VI di Theophilus).

I chierici che commettono il peccato mortale [fino alla consumazione dell’atto, secondo Zonaras ] , anche se sono degradati dal loro rango, non devono essere esclusi dalla società dei laici. Perché "La tua vendetta non esiga la pena due volte per lo stesso reato" ( Canone 32 di San Basilio il Grande, Ap C. XXV, Cc IV, XXI del 6to Concilio Ecumenico; C XXXV del Concilio di Cartagine, Cc III, XVII, XXXII, LI di San Basilio il Grande).Interpretazione. Vi è un peccato mortale e un peccato non mortale, dice San Giovanni Evangelista (nella sua Prima Lettera, 5: 16-17). Così, secondo altri Padri, e soprattutto secondo Metrophanes il vescovo di Smirne nella sua interpretazione dell’ Epistola, una diversa interpretazione deve essere data al peccato mortale da quella data al peccato non mortale. Secondo Zonaras un peccato mortale è quello che ha raggiunto la fase di realizzazione e di attualizzazione, di essere, vale a dire, un peccato mortale, mentre un peccato che non è mortale è un peccato che non ha raggiunto il punto di realizzazione e attualizzazione, ma si è fermato al punto di consenso o manifestazione della volontà di commettere il peccato in questione (si veda il Canone IV di Neocesarea). Così l'attuale Canone afferma che tutti i chierici che commettono un peccato mortale sono suscettibili di essere deposti, ma non devono essere esclusi dalla comunità - o, parlando in modo più esplicito – devono stare alla destra a pregare insieme con i laici, in accordo con quel passo della Scrittura che dice: "Tu non esigerai la stessa vendetta due volte per lo stesso reato." Tali chierici, tuttavia, non hanno il diritto alla Comunione, nel senso che no possono essere partecipi dei divini Misteri. Leggi anche il Canone Apostolico XXV e il Canone III dello stesso San Basilio.

Colui che pecca carnalmente rimarrà escluso dalla Comunione per sette anni, che siano due di pianto, due assieme agli ascoltatori [nel pronaos durante le funzioni liturgiche ] e due in ginocchio [durante le funzioni liturgiche ] e per l’ultimo anno assieme ai laici [ nel naos] ; l'ottavo anno egli sarà riammesso alla Comunione.( Canone 59 di Basilio il Grande, anche Canone 29 di San Basilio il Grande e Canone 4 di San Gregorio di Nissa). Interpretazione. Questo Canone prescrive che chi pecca carnalmente si astenga dai Misteri per sette anni. Durante i primi due di questi egli resterà nel pianto; durante i successivi due dovrà ascoltare in compagnia con gli altri ascoltatori (o audients); per ulteriori due anni dovrà stare in ginocchio; per un anno, poi, starà insieme con i fedeli; e l'ottavo anno gli dovrà essere accordato il diritto a partecipare alla Comunione. Si veda anche il Canone XXII dello stesso San Basilio il Grande.
Per chi sposa e ha rapporti carnali con un parente, il canone 54 del Sesto Concilio prevede 7 anni di penitenza, dopo aver cancellato il contratto di matrimonio. Secondo il canone LXVIII (68) di San Basilio, tuttavia, tali rapporti devono essere trattati allo stesso modo della pena di adulterio, cioè 15 anni di penitenza.

2. Comunione agli sposati in chiesa

In generale, sono considerati peccati di incontinenza o lussuria quei rapporti sessuali tra persone legittimamente sposate che non rispettano le seguenti indicazioni generali: gli sposati dovrebbero, di comune accordo, astenersi dai rapporti sessuali per attendere alla preghiera e al digiuno. In merito a queste indicazioni, San Gregorio di Nazianzo, che si riferisce genericamente a questi periodi, come i periodi dedicati alla preghiera, afferma che questa astinenza periodica deve essere “[…] costruita su un consenso mutuo per attendere insieme alla preghiera, la più preziosa delle attività […] “, e precisa: “[…] Questa non è una legge [ nel senso che lui non vuole imporre una legge ] , ma un consiglio […] “ (Discorso, XL,18).
“Domanda. Se una donna si unisce di notte con suo marito, o un uomo con la propria sposa, e si fa la Liturgia, è conveniente che si Comunichino o no ? Risposta. Non è conveniente, perché l’Apostolo dice esplicitamente che non venga meno uno all’altra se non per reciproco accordo, durante il periodo opportuno, per dedicarsi alla preghiera e poi si uniscano di nuovo, per non essere tentati da Satana alla dissolutezza (I Cor. 7, 5) ( Continenza per la Comunione - Canone 5 di Timoteo Alessandrino ).
“[…] Per le relazioni con le donne, la regola del giudizio è che esse siano ordinate alla procreazione. Se dunque si mira al piacere, si giudica male, erigendo a bene ciò che non lo è affatto, e, conseguenza necessaria, si abusa della donna [ o del proprio corpo] nell’unirsi a lei […] “ ( San Massimo il Confessore). Come lui, Clemente d’Alessandria sottolinea che gli sposi in tutto, nei rapporti sessuali come nel prendere i pasti – e in ciò va inquadrato anche il digiuno - e nel regolarsi per il riposo notturno, non devono agire sotto l’impulso del desiderio: siamo infatti – dice – figli della volontà non del desiderio.
Il 13 Canone di Timoteo, prevede che coloro che sono legittimamente sposati " sarebbe opportuno che si astenessero dai rapporti sessuali il Sabato e la Domenica, poiché in questi giorni si eleva al Signore il Sacrificio spirituale " . La Grande Pravila di Matei Basarab del 1652, una raccolta e interpretazione dei Canoni, per difendere la Romania dalle influenze calviniste e cattoliche dell’epoca :" Non si deve impedire all’uomo e alla donna di unirsi fisicamente, ad esclusione di quando si devono preparare alla preghiera e alla Santa Comunione " ( Pravila Mare, 170 ) . San Simeone di Tessalonica istruisce coloro che sono sposati, così : " Dobbiamo sapere che coloro che si uniscono attraverso il Matrimonio si sono legati a Dio e sono puri, per la chiamata di Colui che è Puro. Per questo, devono conservare il Matrimonio esente da profanazione e vivano in pace e devozione . Coloro che si sono uniti a Dio con onore, purezza e amore, preservino la loro unione in un pensiero unanime, in pace, come un grande dono, perché ne risponderanno davanti a Dio assieme agli altri doni divini ricevuti, avendo cura dei propri corpi e delle loro anime. Perché solo in questo modo Dio sarà con loro: Che crescano i figli nel Timore di Dio ( Efeseni 6, 4 ) , che facciano elemosina e si redimano [liberino] " ( San Simeone di Tessalonica, op. cit., cap. 262 ) .
La Pravila Mare di Matei Basarab, al cap. 170, riporta queste indicazioni per la purezza fisica degli sposi: " Lo sposo e la sposa non si trovino nel desiderio carnale né sabato, né perché in questi giorni, più che negli altri, si serve la divina Liturgia. Sabato per le anime dei defunti e domenica per la Resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Questo avvenga con l’intesa di entrambi, cioè che sia di reciproco accordo e secondo la volontà del marito e della moglie " . Ancora il Grande Molitfelnical Mare, detto Trebnic, al quale afferisce anche l’Eucologio Barberini , pagina 519, prescrive per la continenza fisica degli sposi: "Nei Quattro Digiuni , così come mercoledì e venerdì, quale segno di amore per Dio “ . Così, i giorni di astinenza dai rapporti sessuali, per gli sposi, sono mercoledì, venerdì, sabato, domenica e tutti i giorni di digiuno e di festa dell’anno. Gli sposi devono avere due giorni di purificazione prima di andare in chiesa nei giorni di festa, ma, quando vogliono comunicarsi, oltre i quattro periodi di digiuno, devono osservare almeno una settimana di purificazione prima di ricevere i Purissimi Doni e tre giorni dopo la Santa Comunione .
Quindi sono giorni di astinenza il mercoledì ed il venerdì, i sabati e le domeniche, il giorno della Decapitazione di Giovanni Battista (29 agosto), il giorno dell’Elevazione della Santa Croce (14 settembre), i giorni di festa che vanno da Pasqua fino alla Domenica di Tommaso (la Settimana della Luce) , da Natale al Battesimo e in tutte le feste dell’anno. In alcuni casi ho visto includere, tra i giorni nei quali non si potrebbero avere rapporti anche il lunedì, se si intende osservare il digiuno anche in questo giorno, ma non ho ancora trovato un preciso riferimento canonico .

Il Canone 65 di Giovanni il Digiunatore (Unione contro natura [sodomia] con la propria moglie) :” Se qualcuno pratica la sodomia con la propria moglie, si applica una penitenza di 8 anni, mangiando cibo asciutto [xirofagia] dopo l’Ora Nona e facendo 200 metanie al giorno .

3. Comunione ai conviventi (caso per caso)

Il 98esimo canone del Concilio Quinisesto , considera come matrimonio adulterino, quindi da equiparare all’adulterio, per il quale sono previsti 15 anni di penitenza, come detto, i matrimoni avvenuti tra due persone delle quali una fosse, in precedenza, fidanzata, in chiesa, con un’altra persona, vivente al momento del matrimonio, e con la quale si era scambiata gli anelli ed il bacio, consacrando, come detto, questi gesti, in chiesa.
Il caso di matrimonio con eretici è considerato come concubinato e da invalidare se intervenuto dopo il Battesimo della parte ortodossa. Se, invece, al momento del matrimonio erano tutti e due eretici ed uno è divenuto dopo ortodosso, allora può essere mantenuto.
Le ragazze che, senza il consenso e l’accordo del padre fuggono con gli uomini sono colpevoli di fornicazione. Ma se è possibile che si riconcilino con i genitori possono essere riammesse alla Comunione, ma non direttamente; esse devono, al contrario, essere sottomesse ad una penitenza di tre anni.
Interpretazione. Il presente Canonico prescrive che tutte le fanciulle e le vergini che sono sotto il controllo e l'autorità del padre e fuggono dietro gli uomini, o, in altre parole, volontariamente e di propria iniziativa si sono offerte ai loro amanti, sono colpevoli di fornicazione e non possono essere sposate legittimamente. Ma se in seguito i genitori di tali vergini si riconciliano ed accordano il loro consenso che i rapitori o gli amanti delle loro figlie convivano con loro, sembrerebbe che quello che è successo all'inizio della vicenda può essere sanato, e che il loro stato di fornicatori può essere modificato in legittimo Matrimonio. Tuttavia, quando gli uomini e le donne fanno cose del genere, non devono essere perdonati subito e immediatamente ottenere il permesso di partecipare della Comunione, ma devono osservare un canone penitenziale di tre anni (Canone 38 di Basilio il Grande) .