giovedì 1 agosto 2019

Tra primato e giurisdizione: una fonte cronachistica medievale

Cristo consegna il Pastorale a un Vescovo:
segno che la giurisdizione viene direttamente
da Dio (miniatura del Beato Angelico)
Le tristi vicende che stanno coinvolgendo la Chiesa Ortodossa in Ucraina, di cui abbiamo anche su questo sito parlato, riportando notizie e commenti autorevoli, hanno -com'è noto- origine dalla pretesa di primato avanzata dal Patriarca di Costantinopoli, sulla scorta di alcune aberranti affermazioni teologico-ecclesiologiche (come quelle del metropolita Elpidophoros o del metropolita Zizioulas) le quali andrebbero a replicare, o meglio a superare persino le pretese primaziali avanzate dal Papato Romano dopo il 1870 [1]. Per comprendere tuttavia come la Chiesa nei secoli passati affrontava faccende del genere, cioè come la Tradizione e i Sacri Canoni si pongono davanti a eventi di tale sconcertante portata, può essere utile analizzare un episodio rimontante al X secolo che ci viene narrato dal cronista medievale Rodolfo il Glabro, monaco di Cluny.

Dopo aver provocato un po' dovunque, nel corso di varie battaglie, grandi spargimenti di sangue umano, preso dal terrore dell'inferno, [Folco d'Angiò] si recò al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Da quello sfrontato che era, se ne tornò pieno d'esultanza, e per qualche tempo lasciò la consueta ferocia divenendo più umano. Progettò allora di costruire una chiesa in uno tra i terreni migliori di sua proprietà, e sistemarvi una comunità di monaci che si adoprassero giorno e notte per la salvezza della sua anima. E poiché non lasciava nulla al caso, cominciò a interpellare un gran numero di religiosi sui santi alla cui memoria gli convenisse dedicare quella chiesa perché pregassero il Signore onnipotente per l'assoluzione della sua anima. Tra gli altri anche sua moglie, che era persona di grande saggezza, gli consigliò di adempiere al voto fatto celebrando la memoria di quelle potenze celesti che l'autorità dei testi sacri colloca più in alto, i Cherubini e i Serafini. Aderendo all'idea con entusiasmo, egli fece costruire una bellissima chiesa nel distretto di Tours, a un miglio di distanza dal castello di Loches.

Conclusa presto la costruzione della basilica, inviò subito un messaggio all'arcivescovo di Tours, Ugo, nella cui diocesi era stata fondata la chiesa, perché venisse a consacrarla com'egli aveva stabilito. Ma quello non si mosse, spiegando di non poter trasmettere al Signore, per mezzo di tale consacrazione, il voto di un uomo che si era impadronito di tanti beni e di tanti servi appartenenti alla chiesa madre della sua diocesi; gli sembrava opportuno che Folco restituisse prima quanto aveva ad altri sottratto ingiustamente, e solo dopo offrisse a Dio, giusto giudice, le proprietà che intendeva consacrargli. Quando i messaggeri gli riferirono tutto questo, Folco, tornando alla solita ferocia, reagì con grave collera alla risposta del vescovo, giunse ad aperte minacce contro di lui, e infine spinse i suoi calcoli più in alto che poté: si caricò di monete d'oro e d'argento e partì alla volta di Roma. Qui riferì a Papa Giovanni [XVIII] la ragione del suo viaggio, espose le sue richieste e gli fece ricchissimi doni. L'altro mandò senza indugio con Folco a consacrare la basilica uno di quelli che nella chiesa del beato Pietro principe degli Apostoli sono detti cardinali, di nome Pietro, e gli ordinò di eseguire, senza lasciarsi intimorire, qualunque cosa Folco avesse reputato giusto, come se gliene venisse l'autorità dal pontefice romano. Quando la cosa si riseppe, tutti i vescovi della Gallia compresero che una tale sacrilega temerarietà era dipesa da cieca ingordigia, e che l'uno con le sue rapine e l'altro con l'accettarne il frutto avevano provocato un nuovo scisma nella Chiesa di Roma. La deprecazione fu universale, perché appariva del tutto inammissibile che il titolare della sede apostolica violasse per primo le disposizione apostoliche e canoniche, soprattutto dopo che era stato ribadito da molte autorità, e fin dai tempi antichi, che nessun vescovo poteva esercitare un simile diritto nelle diocesi altrui, salvo che non lo ordinasse o non lo tollerasse il vescovo locale.

Un giorno di maggio si radunò una grandissima folla per assistere alla consacrazione della chiesa. La grande maggioranza dei presenti era là convenuta perché costretta col terrore da Folco a prender parte al trionfo del suo orgoglio; tra i vescovi intervennero per necessità soltanto quelli che erano oppressi sotto il suo potere. Il giorno stabilito fu iniziata con grande magnificenza la cerimonia della consacrazione; quando si concluse, e venne celebrato secondo l'uso il rito della messa, ciascuno tornò a casa propria. Ma quello stesso giorno, verso l'ora nona, mentre il cielo, percorso da dolci venti, appariva da ogni parte sereno, d'un tratto sopraggiunse da mezzogiorno un terribile uragano, che si abbatté sulla chiesa, la riempì di un turbine di vento e la scosse a lungo con violenza, finché tutta la travatura cedette sfasciando i soffitti, e così l'intera copertura della sommità occidentale del tempio rovinò a terra. Il fatto fu risaputo da molti in quella regione, e non vi furono dubbi che il voto era stato reso vano dall'arroganza e dalla temerarità; fu un chiaro segno per ognuno, al presente e in futuro, che cose del genere non si dovevano ripetere. Perché, se il pontefice della Chiesa di Roma è ritenuto degno di venerazione più d'ogni altro in tutto il mondo per l'autorità della sede apostolica, non per questo gli è consentito di violare il tenore delle disposizioni canoniche. Ora, siccome ciascun vescovo della chiesa ortodossa, come sposo della propria diocesi, reca in sé con pari dignità l'immagine del Salvatore, così a nessuno di essi in generale è lecito intervenire nelle diocesi di altri con atti di prepotenza.

(Rodolfo il Glabro, Historiarum libri, II, 5-7, trad. di Giovanni Orlandi, ed. Fondaz. Lorenzo Valla, 1989)

L'esposizione, commentata secondo lo stile dei cronisti medievali, è cristallina, e il fatto ricorda preoccupantemente le vicende odierne. E' persino inutile discutere, come fa P. Lamma (in Momenti di storiografia cluniacense, Roma, 1961, p. 57, nota 2) del "tono episcopalista" di Rodolfo contrapposto alla polemica antivescovile della tradizione strettamente cluniacense: ci sono dei fatti, ovvero la rivolta di alcuni vescovi di fronte a un atto scismatico del pontefice romano, che non lasciano adito a interpretazioni, e ci danno una visione limpida di come la Chiesa del primo millennio condannasse severamente atti di prevaricazione della giurisdizione che ogni singolo vescovo ha direttamente da Cristo (si evince nel testo). E se la contestazione dell'ingerenza nel territorio di altri vescovi è diretta qui al Papa di Roma (che si riconosce essere primus per onore tra i vescovi di tutto il mondo), quanto più dovrà applicarsi alle altre sedi?
Nei procellosi tempi odierni, è necessario tenere avanti a sé gl'insegnamenti dei Padri e dei maestri della Tradizione, perché solo seguendo i canoni apostolici e millenari della Chiesa si potrà serbare intatto il depositum fidei (che non è separato dalla componente ecclesiologica) della Chiesa di Cristo.

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NOTE:
[1] Certamente l'affermazione di una primazia della sede romana, almeno in Occidente, data agli ultimi decenni del primo millennio, ovvero dal consolidamento dell'alleanza franco-romana, e già nel Dictatus Papae di Gregorio VII del 1075 si possono ravvisare segni della pretesa universalità del Papato. Tuttavia, si è ancora molto lontani dalla quella figura di Rex in re spirituali che si affermerà dopo il Vaticano I (guarda caso in coincidenza con la perdita di ogni regalità in re temporali): mi ha sempre colpito che nel Museo delle Religioni di Pietroburgo il Cattolicesimo sia diviso in due sezioni, quella pre-Pio IX e quella post-Pio IX, e solo in quest'ultima sezione sia pieno di oggetti posseduti dai papi, di loro immaginette etc. (oltre che di immagini del Sacro Cuore e di altre devozioni diffuse negli ultimi due secoli): ciò è segno che, almeno vista dall'esterno, sussiste una notevole differenza tra questi due momenti della storia della Chiesa.

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