mercoledì 6 dicembre 2017

S. Messa sulle reliquie di S. Nicola - comunicato e resoconto

La mattina di mercoledì 6 dicembre il reverendo don Paolo Rakic, del clero di Trieste, ha cantato Messa nella festa di S. Nicola di Myra sull'altare che conserva le di lui reliquie, nella bella e misconosciuta chiesa di S. Nicolò del Lido di Venezia.


La Messa, che ha visto la partecipazione di un numero di persone relativamente buono, considerati il luogo e l'orario alquanto scomodi, è stata organizzata dalla direzione del nostro sito, che ne ha curato particolarmente il servizio liturgico, con l'aiuto dei ministranti che normalmente servono la Messa antica a Venezia e collaborano con le nostre iniziative; il canto invece è stato curato da amici del Comitato S. Canziano, che si occupa abitualmente dell'organizzazione Messa antica a Padova.

Ringraziamo contestualmente, oltre al celebrante e a tutti coloro che hanno curato gli aspetti suddetti della celebrazione, la Compagnia di S. Antonio che ha collaborato all'organizzazione, il parroco don Giancarlo Jannotta per la concessione della chiesa, il sagrestano, e il parroco degli Alberoni don Lucio Panizzon, che ha assistito coralmente alla S. Messa.
Speriamo che questa iniziativa, fondamentale per rivitalizzare il culto di reliquie veneziane importantissime ma pressoché dimenticate, potrà essere ripetuta l'anno prossimo, e possa essere accompagnata da altre iniziative che porteranno nuovamente il culto tradizionale sugli altari delle più importanti chiese venete.

L'altare di S. Nicolò in fase di preparazione.
Per la S. Messa, il presbiterio è stato riportato nelle sue condizioni originali, spostando l'altare posticcio versus populum, gli amboni e gli altri oggetti della Messa postconciliare. La nobile semplicità del santuario tridentino risplendeva come il degno scrigno dell'umile vescovo S. Nicola.

martedì 5 dicembre 2017

San Nicola di Mira, vescovo e confessore, il taumaturgo

Riportiamo la lunga ed esaustiva biografia del Santo Vescovo Nicola scritta da padre Gerardo Cioffari O.P., grande ed esperto studioso dell'Oriente Cristiano.

Icona di S. Nicola di produzione cretese

San Nicola è uno dei santi più venerati ed amati al mondo. Egli è certamente una delle figure più grandi nel campo dell’agiografia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui quanto a universalità e vivacità di culto.
Ogni popolo lo ha fatto proprio, vedendolo sotto una luce diversa, pur conservandogli le caratteristiche fondamentali, prima fra tutte quella di difensore dei deboli e di coloro che subiscono ingiustizie. Egli è anche il protettore delle fanciulle che si avviano al matrimonio e dei marinai, mentre l’ancor più celebre suo patrocinio sui bambini è noto soprattutto in Occidente.

La Patria di San Nicola

San Nicola nacque intorno al 260 d.C. a Patara, importante città della Licia, la penisola dell’Asia Minore (attuale Turchia) quasi dirimpetto all’isola di Rodi. Oggi tutta la regione rientra nella vasta provincia di Antalya, la quale comprende, oltre la Licia, anche l’antica Pisidia e Panfilia.
Nell’antichità i due porti principali erano proprio quelli delle città di San Nicola: Patara, dove nacque, e Myra, di cui fu vescovo.
Prima dell’VIII secolo nessun testo parla del luogo di nascita di Nicola. Tutti fanno riferimento al suo episcopato nella sede di Myra, che appare così come la città di San Nicola. Il primo a parlarne è Michele Archimandrita verso il 710 d.C., indicando in Patara la città natale del futuro grande vescovo. Il modo semplice e sicuro con cui riporta la notizia induce a credere che la tradizione orale al riguardo fosse molto solida.
Di Patara parla anche il patriarca Metodio nel testo dedicato a Teodoro e ne parla il Metafraste. La notizia pertanto può essere accolta con elevato grado di probabilità.

L'infanzia

Di S. Nicola di Bari, si sa ben poco della sua infanzia. Le fonti più antiche non ne fanno parola. Il primo a parlarne è nell’VIII secolo un monaco greco (Michele Archimandrita), il quale, spinto anche dall’intento edificante, scrive  cheNicola sin dal grembo materno era destinato a santificarsi. Sin dall’infanzia dunque avrebbe cercato di mettere in pratica le norme che la Chiesa suggerisce a chi si avvia alla vita religiosa.
Nicola nacque nell’Asia Minore, quando questa terra, prima di essere occupata dai Turchi, era di cultura e lingua greca. La grande venerazione che nutrono i russi verso di lui ha indotto alcuni in errore, affermando che sarebbe nato in Russia. Non è mancato chi lo facesse nascere nell’Africa, a motivo del fatto che a Bari si venerano alcune immagini col volto del Santo piuttosto scuro (“S. Nicola nero”). In realtà, Nicola nacque intorno all’anno 260 dopo Cristo a Patara, importante città marittima della Licia, penisola della costa meridionale dell’Asia Minore (oggi Turchia). Nel porto di questa città aveva fatto scalo anche S. Paolo in uno dei suoi viaggi.
Il fatto che l’Asia Minore fosse di lingua e cultura greca, sia pure all’interno dell’Impero Romano, fa sì che Nicola possa essere considerato “greco”. Il suo nome, Nikòlaos, significa popolo vittorioso, e, come si vedrà, il popolo avrà uno spazio notevole nella sua vita.
Da alcuni episodi (dote alle fanciulle, elezione episcopale) si potrebbe dedurre che i genitori, di cui non si conoscono i nomi, fossero benestanti, se non proprio aristocratici. In alcune Vite essi vengono chiamati Epifanio e Nonna (talvolta Teofane e Giovanna), ma questi, come vari altri episodi, si riferiscono ad un monaco Nicola vissuto (480-556) due secoli dopo nella stessa regione. Questo secondo Nicola, nato a Farroa, divenne superiore del monastero di Sion e poi vescovo di Pinara (onde è designato anche come Sionita o di Pinara).
Amante del digiuno e della penitenza, quando era ancora in fasce, Nicola era già osservante delle regole relative al digiuno settimanale, che la Chiesa aveva fissato al mercoledì ed al venerdì. Il suddetto monaco greco narra che il bimbo succhiava normalmente il latte dal seno materno, ma che il mercoledì ed il venerdì, proprio per osservare il digiuno, lo faceva soltanto una volta nella giornata.
Man mano che il bimbo cresceva, dava segni di attaccamento alle virtù, specialmente alla virtù della carità. Egli rifuggiva dai giochi frivoli dei bambini e dei ragazzi, per vivere più rigorosamente i consigli evangelici. Molto sensibile era anche nella virtù della castità, per cui, laddove non era necessario, evitava di trascorrere il tempo con bambine e fanciulle.

La dote alle fanciulle

Carità e castità sono le due virtù che fanno da sfondo ad uno egli episodi più celebri della sua vita. Anzi, a questo episodio si sono ispirati gli artisti, specialmente occidentali, per individuare il simbolo che caratterizza il nostro Santo. Quando si vede, infatti, una statua o un quadro raffigurante un santo vescovo dell’antichità è facile sbagliare sul chi sia quel santo (Biagio, Basilio, Gregorio, Ambrogio, Agostino, e così via). Ed effettivamente anche in libri di alta qualità artistica si riscontrano spesso di questi errori. Il devoto di S. Nicola  ha però un segno infallibile per capire se si tratta di S. Nicola o di uno fra questi altri santi. Un vescovo che ha in mano o ai suoi piedi tre palle d’oro è sicuramente S. Nicola, e non può essere in alcun modo un altro Santo. Le tre palle d’oro sono infatti una deformazione artistica dei sacchetti pieni di monete d’oro, che sono al centro di questa storia.
L’episodio si svolge a Mira, città marittima ad un centinaio di chilometri da Patara, ove probabilmente Nicola con i suoi genitori si era trasferito. Secondo alcune versioni i suoi genitori erano morti ed egli era divenuto un giovane pieno di speranze e di mezzi. Secondo altre, i genitori erano ancora vivi e vegeti e Nicola dipendeva ancora da loro. Quale che sia la verità, alle sue orecchie giunse voce che una famiglia stava attraversando un brutto momento. Un signore, caduto in grave miseria, disperando di poter offrire alle figlie un decoroso matrimonio, aveva loro insinuato l’idea di prostituirsi allo scopo di raccogliere il denaro sufficiente al matrimonio.
Alla notizia di un tale proposito, Nicola decise di intervenire, e di farlo secondo il consiglio evangelico: non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra. In altre parole, voleva fare un’opera di carità, senza che la gente lo notasse e lo ammirasse. La sua virtù doveva essere nota solo a Dio, e non agli uomini, in quanto se fosse emersa e avesse avuto gli onori degli uomini, avrebbe perduto il merito della sua azione. Decise perciò di agire di notte. Avvolte delle monete d’oro in un panno, uscì di casa e raggiunse la dimora delle infelici fanciulle. Avvicinatosi alla finestra, passò la mano attraverso l’inferriata e lasciò cadere il sacchetto all’interno. Il rumore prese di sorpresa il padre delle fanciulle, che raccolse il denaro e con esso organizzò il matrimonio della figlia maggiore.
Vedendo che il padre aveva utilizzato bene il denaro da lui elargito, Nicola volle ripetere il gesto. Si può ben immaginare la gioia che riempì il cuore del padre delle fanciulle. Preso dalla curiosità aveva cercato invano, uscendo dalla casa, di individuare il benefattore. Con le monete d’oro, trovate nel sacchetto che Nicola aveva gettato attraverso la finestra, poté fare realizzare il sogno della seconda figlia di contrarre un felice matrimonio.
Intuendo la possibilità di un terzo gesto di carità, nei giorni successivi il padre cercò di dormire con un occhio solo. Non voleva che colui che aveva salvato il suo onore restasse per lui un perfetto sconosciuto. Una notte, mentre ancora si sforzava di rimanere sveglio, ecco il rumore del terzo sacchetto che, cadendo a terra, faceva il classico rumore tintinnante delle monete. Nonostante che il giovane si allontanasse rapidamente, il padre si precipitò fuori riuscendo ad individuarne la sagoma. Avendolo rincorso, lo raggiunse e lo riconobbe come uno dei suoi vicini. Nicola però gli fece promettere di non rivelare la cosa a nessuno. Il padre promise, ma a giudicare dagli avvenimenti successivi, con ogni probabilità non mantenne la promessa. E la fama di Nicola come uomo di grande carità si diffuse ancor più nella città di Mira.

Nicola è eletto vescovo

Intorno all’anno 300 dopo Cristo, anche se il cristianesimo non era stato legalizzato nell’Impero e non esistevano templi cristiani, le comunità che si richiamavano all’insegnamento evangelico erano già notevolmente organizzate. I cristiani si riunivano nelle case di aristocratici che avevano abbracciato la nuova fede, e quelle case venivano chiamate domus ecclesiae, casa della comunità. Per chiesa infatti si intendeva la comunità cristiana. E questa comunità partecipava attivamente all’elezione dei vescovi, cioè di quegli anziani addetti alla cura e all’incremento della comunità nella fede e nelle opere. Questi divenivano capi della comunità e la rappresentavano nei concili, cioè in quelle assemblee che avevano il compito di analizzare e risolvere i problemi, e quindi di varare norme che riuscissero utili ai cristiani di una o più province.
Solitamente erano eletti dei presbiteri (sacerdoti), laici che abbandonavano lo stato laicale per consacrarsi al bene della comunità. L’imposizione delle mani da parte dei vescovi dava loro la facoltà di celebrare l’eucarestia, e questo li distingueva dai laici. Non mancano però casi, e Nicola è uno di questi, in cui l’eletto non è un presbitero, ma un laico. Il che non significa che passava direttamente al grado episcopale, ma che in pochi giorni gli venivano conferiti i vari ordini sacri, fino al presbiterato che apriva appunto la via all’episcopato.
In questo contesto ebbe luogo l’elezione di Nicola, che lo scrittore sacro descrive in una cornice che ha del miracoloso. Essendo morto il vescovo di Mira, i vescovi dei dintorni si erano riuniti in una domus ecclesiae per individuare il nuovo vescovo da dare alla città. Quella stessa notte uno di loro ebbe in sogno una rivelazione: avrebbero dovuto eleggere un giovane che per primo all’alba sarebbe entrato in chiesa. Il suo nome era Nicola. Ascoltando questa visione i vescovi compresero che l’eletto era destinato a grandi cose e, durante la notte, continuarono a pregare. All’alba la porta si aprì ed entrò Nicola. Il vescovo che aveva avuto la visione gli si avvicinò e chiestogli come si chiamasse, lo spinse al centro dell’assemblea e lo presentò agli astanti. Tutti furono concordi nell’eleggerlo e nel consacrarlo seduta stante vescovo di Mira.
L’episodio forse avvenne diversamente, anche perché, come si è detto, all’elezione dei vescovi partecipava sempre il popolo. Ma l’agiografo, vissuto in un’epoca in cui i vescovi avevano un potere più autonomo rispetto al laicato, narrando così l’episodio intendeva esprimere due concetti: Nicola fu fatto vescovo da laico e la sua elezione era il risultato non di accordi umani, ma soltanto della  volontà di Dio.

La persecuzione di Diocleziano

Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano mise fine alla sua politica di tolleranza verso i cristiani e scatenò una violenta persecuzione. Questa durò un decennio, anche se i momenti di crudeltà si alternarono con momenti di pausa. Nel 313 gli imperatori Costantino e Licinio a Milano si accordarono sulle sfere di competenza, prendendosi il primo l’occidente, il secondo l’oriente. Essi emanarono anche l’editto che dava libertà di culto ai cristiani. Sei anni dopo (319), in contrasto con la politica costantiniana filocristiana, Licinio riaprì la persecuzione contro i cristiani.
Nelle fonti nicolaiane antiche (anteriori al IX secolo) non si trova alcun riferimento alla persecuzione. Considerando però che il vescovo di Patara Metodio affrontò coraggiosamente la morte, sembra probabile che anche il nostro Santo abbia dovuto patire il carcere ed altre sofferenze, non ultima quella di vedere il suo gregge subire tanti patimenti. 
Alcuni scrittori, come il Metafraste verso il 980 d.C., specificavano che Nicola aveva sofferto la persecuzione di Diocleziano, finendo in carcere. Qui, invece di abbattersi, il santo vescovo avrebbe sostenuto ed incoraggiato i fedeli a resistere nella fede e a non incensare gli dèi. Il che avrebbe spinto il preside della provincia a mandarlo in esilio. Autori successivi hanno voluto posticipare la persecuzione patita da Nicola, individuandola in quella di Licinio, piuttosto che in quella di Diocleziano. Ciò per ovviare al fatto che durante la persecuzione Nicola era già vescovo e, secondo loro, sarebbe stato consacrato vescovo fra il 308 ed il 314.
Lo storico bizantino Niceforo Callisto, per rendere più viva l’impressione di un Nicola vicino al martirio e con i segni delle torture ancora nelle carni, scriveva: Al concilio di Nicea molti splendevano di doni apostolici. Non pochi, per essersi mantenuti costanti nel confessare la fede, portavano ancora nelle carni le cicatrici e i segni, e specialmente fra i vescovi, Nicola vescovo dei Miresi, Pafnuzio e altri.

Il Concilio di Nicea

L’imperatore Costantino, con la sua politica a favore dei cristiani, il 23 giugno dell’anno 318 emanava un editto col quale concedeva a coloro che erano stati condannati dalle normali magistrature di presentare appello al vescovo. Ma, mentre la Chiesa con simili provvedimenti si rafforzava nella società pagana, ecco che un’opinione intorno alla natura di Gesù Cristo come Figlio di Dio (se uguale o inferiore a quella del Padre) suscitò una polemica tale da spaccare l’impero in due partiti contrapposti. A scatenare lo scisma fu il prete alessandrino Ario (256-336), coetaneo di S. Nicola. Per risolvere la questione e riportare la pace l’imperatore convocò la grande assemblea (concilio) a Nicea nel 325.
Data l’ubicazione in Asia Minore ben pochi furono i vescovi occidentali che vi presero parte, mentre quelli orientali furono quasi tutti presenti. Qualcuno ha voluto mettere in dubbio la partecipazione di Nicola a questo primo ed importantissimo concilio ecumenico. Ma se è vero che il suo nome (come quello di S. Pafnuzio) non compare in diverse liste, è anche vero che compare in quella redatta da Teodoro il Lettore verso il 515 d.C., ritenuta autentica dal massimo studioso di liste dei padri conciliari (Edward Schwartz).
Una delle preghiere più note della liturgia orientale si rivolge a Nicola con queste parole: O beato vescovo Nicola, tu che con le tue opere ti sei mostrato al tuo gregge come regola di fede e modello di mitezza e temperanza, tu che con la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e col tuo amore  per la povertà le ricchezze celesti, intercedi presso Cristo Dio per farci ottenere la salvezza dell’anima.
Questa antica preghiera viene solitamente collegata proprio al ruolo svolto da Nicola al concilio di Nicea. Alla carenza di documentazione sulle sue azioni a Nicea suppliscono alcune leggende, la più nota delle quali (attribuita in verità anche a S. Spiridione) è quella del mattone. Dato che a provocare lo scisma era stato Ario, che non ammetteva l’uguaglianza di natura fra il Dio creatore e Gesù Cristo, il problema consisteva nel dimostrare come fosse possibile la fede in un solo Dio se anche Cristo era Dio. Considerando poi che la formula battesimale inseriva anche lo Spirito Santo, Nicola si preoccupò di dimostrare la possibilità della coesistenza di tre enti in uno solo. Preso un mattone, ricordò agli astanti la sua triplice composizione di terra, acqua e fuoco.  Il che stava a significare che la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non intaccava la verità fondamentale che Dio è uno. Mentre illustrava questa verità, ecco che una fiammella si levò dalle sue mani, alcune gocce caddero a terra e nelle sue mani restò soltanto terra secca.
Ancor più nota a livello popolare è la leggenda dello schiaffo ad Ario, legata all’usanza dei pittori di raffigurare agli angoli in alto il Cristo e la Vergine in atto di dare l’uno il vangelo l’altra la stola. Secondo questa leggenda Nicola, acceso di santo zelo, udendo le bestemmie di Ario che si ostinava a negare la divinità di Cristo, levò la destra e gli diede uno schiaffo. Essendo stata riferita la cosa a Costantino, l’imperatore ne ordinò la carcerazione, mentre i vescovi lo privavano dei paramenti episcopali. I carcerieri dal canto loro lo insultavano e beffeggiavano in vari modi. Uno di loro giunse anche a bruciargli la barba. Durante la notte Nicola ebbe la visita di Cristo e della Madonna che gli diedero il vangelo (segno del magistero episcopale) e la stola o omophorion (segno del ministero sacramentale). Quando andò per celebrare la messa, indotto da spirito di umiltà, Nicola evitò di indossare i paramenti vescovili, ma alle prime sue parole ecco scendere dal cielo la vergine con la stola e degli angeli con la mitra. Ed appena terminata la celebrazione ecco rispuntargli folta la barba che la notte precedente i carcerieri gli avevano bruciata.
Queste però sono tutte leggende posteriori, poiché, a parte la sua presenza in quel concilio (sull’autorità di Teodoro il Lettore ed alcune liste del VII-VIII secolo), non si sa nulla di ciò che fece Nicola a quel concilio. Certo è che fu dalla parte di Atanasio e dell’ortodossia, altrimenti la liturgia non l’avrebbe chiamato regola di fede.

L'eretico Teognide

Il silenzio degli antichi scrittori sul ruolo di Nicola a quel concilio si spiega forse col fatto che Nicola ebbe un atteggiamento diverso da quello del capo del partito cattolico ortodosso, Atanasio di Alessandria. Pur avendo un carattere altrettanto energico, Nicola era più sensibile alla ricomposizione dell’armonia nella Chiesa. Non si fermava come Atanasio alla difesa ad oltranza delle fede, ma tentava anche tutte le vie per riportare gli erranti (eretici) nel grembo della Chiesa. Un atteggiamento che dovette apparire ad Atanasio come troppo incline al compromesso, e di conseguenza non degno di essere ricordato fra i difensori della fede. Questa “damnatio memoriae” da parte di Atanasio (che pure menziona molti vescovi) si spiega anche col fatto che quasi certamente Nicola militava politicamente nel “partito” opposto. Mentre infatti Atanasio parla di Ablavio, prefetto di Costantino, come “amato da Dio”, l’antico biografo di Nicola lo definisce “perverso e malvagio” (come ritiene anche il grande storico Eusebio di Cesarea e tutti gli storici pagani). Né la cosa deve sorprendere più di tanto. Anche oggi infatti persone degnissime militano politicamente su versanti opposti.
Che in S. Nicola si incontrassero il grande amore per la retta fede col grande amore dell’armonia nella Chiesa, è testimone S. Andrea di Creta, il quale scrive: Come raccontano, passando in rassegna i tralci della vera vite, incontrasti quel Teognide di santa memoria, allora vescovo della Chiesa dei Marcianisti. La disputa procedette in forma scritta fino a che non lo convertisti e riportasti all’ortodossia. Ma poiché fra voi due era forse intervenuta una sia pur minima asprezza, con la tua voce sublime citasti quel detto dell’Apostolo  dicendo: “Vieni, riconciliamoci, o fratello, prima che il sole tramonti sulla nostra ira”.
Nonostante il riferimento ai Marcianisti (talvolta è scritto Marcioniti), il vescovo Teognide è quasi certamente il vescovo di Nicea al tempo del Concilio di cui si è parlato. Simpatizzante dell’eretico Ario, Teognide si lasciò tuttavia convincere e alla fine firmò gli atti del concilio. Quasi certamente Nicola si era messo in contatto con lui già in precedenza e dovette avere un certo ruolo nel farlo decidere a firmare gli atti. In realtà Teognide successivamente non mutò atteggiamento verso Atanasio, che continuò ad avversare decisamente. Dopo un esilio di tre anni in Gallia, al ritorno continuò a criticare il termine “consustanziale” col quale Atanasio e la Chiesa definivano il rapporto fra Padre e Figlio. Nel 336 contribuì a fare esiliare S. Atanasio.
Come si può vedere, l’antichità cristiana non fa eccezione. Anche all’interno di sostenitori della retta fede si formarono “partiti” diversi. Il che comportò persino giudizi contrapposti sul piano della spiritualità. E’ il caso di Teognide, da S. Andrea di Creta ritenuto di “santa memoria”, da altri pur sempre un eretico. Ed è il caso di Teodoreto (storico della Chiesa), dalla chiesa greca considerato un eresiarca, dalla russa un “beato” (blažennyj). Ed è pure il caso del patriarca Anastasio (729-752), dalla chiesa latina ritenuto un iconoclasta, da quella greca “di santa memoria” perché pentito, dopo essere stato salvato proprio da S. Nicola dall’annegamento.

Il tempio di Diana

Costantino aveva lasciato libertà di culto ai pagani, tuttavia è chiaro che almeno a partire dal 318, coi poteri giurisdizionali ai vescovi, i cristiani ebbero uno spazio privilegiato all’interno dell’impero. Non pochi vescovi, e sembra che Nicola sia stato fra di essi, si impegnarono per quanto possibile a cancellare dalle loro città i segni della religione pagana fino ad abbattere alcuni templi. La tradizione ci fa vedere Nicola impegnato in tal senso. Andrea di Creta nel suo celebre Encomio di S. Nicola, rivolgendosi al nostro Santo esclama: Hai dissodato, infatti,  i campi spirituali di tutta la provincia della Licia, estirpando le spine dell’incredulità. Con i tuoi insegnamenti hai abbattuto altari di idoli e luoghi di culto di dèmoni abominevoli e al loro posto hai eretto chiese a Cristo. Pur rimanendo molto vicino al testo di Andrea, Michele Archimandrita, “concretizzava” l’opera di Nicola facendo riferimento non alle armi della parola e dell’insegnamento, ma a vere e proprie spranghe di ferro per abbattere il tempio di Diana, che si ergeva imponente. Era questo il maggiore di tutti i templi sia per altezza che per varietà di decorazioni, oltre che per presenza di demoni.
Che Michele Archimandrita si fosse documentato su fonti miresi dirette è dimostrato proprio da queste sue parole. Se non avesse fatto ricorso a tali documenti difficilmente avrebbe potuto sapere di questo ruolo preminente del tempio di Diana. Dopo recenti scavi archeologici è risultato infatti che nel 141 questo tempio era stato restaurato ed ampliato dal mecenate licio Opramoas di Rodiapoli. Una conferma, questa, che quanto dice il monaco Michele riflette i racconti che si narravano a Mira nell’VIII secolo.
E’ probabile che la verità sia quella di Andrea di Creta, che ci mostra un Nicola che abbatte il paganesimo con le armi della parola. Tuttavia, a giudicare dal carattere energico del vescovo di Mira (dimostrato in altre occasioni), non è impossibile che sia avvenuto secondo il racconto dell’Archimandrita. Ciò che li accomuna, ed era una credenza molto diffusa a livello popolare, è il particolare dei demoni che abitavano in questi templi pagani, per cui quando questi venivano demoliti, i demoni venivano a trovarsi senza un tetto ed erano costretti a cercarsi altre dimore.

Carestia e grano

Il santo vescovo era impegnato però non soltanto nella diffusione della verità evangelica, ma anche nell’andare incontro alle necessità dei poveri e dei bisognosi. La parola della fede era seguita dalla messa in pratica della carità.
Al tempo del suo episcopato mirese scoppiò una grave carestia, che mise in ginocchio la popolazione. Pare che Nicola prendesse varie iniziative per sovvenire ai bisogni del suo gregge, e l’eco di queste attraversò i secoli, rimanendo nella memoria dei Miresi. Una leggenda lo vede apparire in sogno a dei mercanti della Sicilia, suggerendo loro un viaggio sino alla sua città per vendere il grano, ed aggiungendo che lasciava loro una caparra. Quando i mercanti si resero conto di aver avuto la stessa visione e trovarono effettivamente la caparra, subito fecero vela per Mira e rifornirono la popolazione di grano.
Ancor più noto è l’episodio delle navi che da Alessandria d’Egitto fecero sosta nel porto di Mira. Nicola accorse e, salito su una delle navi, chiese al capitano di sbarcare una certa quantità di grano. Quello rispose che era impossibile, essendo quel grano destinato all’imperatore ed era stato misurato nel peso. Se fosse stato notato l’ammanco avrebbe potuto passare i guai suoi. Nicola gli rispose che si sarebbe addossato la responsabilità, e alla fine riuscì a convincerlo. Il frumento fu scaricato e la popolazione trovò grande sollievo, non solo perché si procurò il pane necessario, ma anche perché arò i terreni e seminò il grano che restava e poté raccoglierlo anche negli anni successivi. Quanto alle navi “alessandrine”, queste giunsero a Costantinopoli e, come il capitano aveva temuto, il tutto dovette passare per il controllo del peso. Quale non fu la sua gioia e meraviglia quando vide che il peso non era affatto diminuito, ma era risultato lo stesso della partenza delle navi da Alessandria.
Questo miracolo è all’origine non solo di tanti quadri che lo raffigurano, ma anche di tante tradizioni popolari legate al pane di S. Nicola. A Bari, anche per facilitarne il trasporto nei paesi d’origine, ai pellegrini che giungono nel mese di maggio vengono date “serte” di taralli, tenuti insieme da una funicella.

Nicola salva tre innocenti

Tutti gli episodi sinora narrati hanno subìto l’incuria del tempo. Essi venivano narrati dai miresi e da nonni a nipoti giunsero fino all’VIII-IX secolo. Il lungo travaglio orale fece loro perdere i connotati della “storia” per apparire piuttosto come “tradizione” o come “leggenda”. I nomi dei protagonisti delle vicende si perdettero quasi del tutto. E’ vero che in tante Vite di S. Nicola si trovano i nomi dei genitori, dello zio archimandrita, del suo predecessore sulla cattedra di Mira, del nocchiero che l’avrebbe condotto in pellegrinaggio in Egitto e in Terra Santa, e così via. Ma si tratta di nomi che nulla hanno a che fare col nostro Nicola. Bisogna rassegnarsi alla realtà che, ad eccezione del concilio di Nicea e del vescovo Teognide, nessun nome compare nella vita del nostro Santo prima della storia dei tre innocenti salvati dalla decapitazione.
Questa storia, insieme a quella successiva dei generali bizantini (Praxis de stratelatis), è il pezzo forte di tutta la vicenda nicolaiana. Nell’antichità, per esprimere il concetto che questa narrazione era la più importante di tutte quelle che riguardavano S. Nicola, spesso non veniva indicata come Praxis de stratelatis (racconto intorno ai generali) ma semplicemente come Praxis tou agiou Nikolaou (storia di S. Nicola), quasi che tutti gli altri racconti non rivestissero alcuna importanza a paragone con questo.
In occasione della sosta di alcune navi militari nel porto di Mira, nel vicino mercato di Placoma scoppiarono dei tafferugli, in parte provocati proprio dalla soldataglia che sfogava così la tensione di una vita di asperità. In quei disordini le forze dell’ordine catturarono tre cittadini miresi, i quali dopo un processo sommario furono condannati a morte. Nicola si trovava in quel momento a colloquio con i generali dell’esercito Nepoziano, Urso ed Erpilio, i quali gli stavano dicendo della loro imminente missione militare contro i Taifali, una tribù gotica che stava suscitando una rivolta in Frigia. Invitati da S. Nicola, i generali riuscirono a fare riportare l’ordine. Ma ecco che alcuni cittadini accorsero dal vescovo, riferendogli che  il preside Eustazio aveva condannato a morte quei tre innocenti.
Seguito dai generali, Nicola prese il cammino per Mira. Giunto al luogo detto Leone, incontrò alcuni che gli dissero che i condannati erano nel luogo detto Dioscuri. Nicola procedette così fino alla chiesa dei santi martiri Crescente e Dioscoride. Qui apprese che i condannati erano già stati portati a Berra, il luogo ove solitamente venivano messi a morte i condannati. Ben sapendo che solo lui, in quanto vescovo, avrebbe potuto fermare il carnefice, accelerò il passo e vi giunse, aprendosi la strada fra la folla che faceva da spettatrice. Il carnefice era già pronto, e i condannati stavano già col collo sui ceppi, quando Nicola si avvicinò e tolse la spada al carnefice.
Avendo liberato gli innocenti dalla decapitazione, Nicola si recò al palazzo del preside Eustazio, entrandovi senza farsi annunciare. Giunto dinanzi al preside l’apostrofò accusandolo di ingiustizie, violenze e corruzione. Quando minacciò di riferire la cosa all’imperatore, Eustazio rispose che era stato indotto in errore da due notabili di Mira, Simonide ed Eudossio. Ma Nicola, senza contestare il particolare, gli rinfacciò nuovamente la corruzione e, giocando sulle parole, gli disse che non Simonide ed Eudossio, ma  Crisaffio (oro) e Argiro (argento) l’avevano corrotto. Avendo così ristabilita la verità e la giustizia, Nicola non infierì ma perdonò al preside pentito.

I generali liberati dalla prigione

Edificati dal comportamento del santo vescovo, i tre generali ripresero il mare e raggiunsero la Frigia, ove riuscirono a sottomettere le forze ribelli all’impero. Un po’ per il successo dell’impresa un po’ perché Nepoziano era parente dell’imperatore, il loro ritorno a Costantinopoli avvenne in un’atmosfera di vero e proprio trionfo. Tuttavia la gloria e gli onori durarono poco, perché queste sono spesso accompagnate da gelosie ed invidie.
Per malevoli suggerimenti del diavolo, ben presto si formò un partito avverso a Nepoziano e compagni. I componenti di questo partito riuscirono a coinvolgere il potente prefetto Ablavio, il quale convinse l’imperatore che i tre generali stavano complottando per rovesciarlo dal trono. Convinto o meno dell’attendibilità della notizia, Costantino preferì non correre rischi, e li fece mettere in prigione. Dopo alcuni mesi i seguaci di Nepoziano si stavano organizzando su come liberare i generali. Per cui i loro avversari, col denaro promesso a suo tempo, tornarono da Ablavio e lo convinsero a suggerire all’imperatore un provvedimento più drastico. Infatti, Costantino diede ordine di sopprimerli quella notte stessa.
Appresa la notizia, il carceriere Ilarione corse ad avvertire i generali, che furono presi da grande angoscia. Sentendosi prossimo alla morte, Nepoziano si sovvenne dell’intervento in extremis del vescovo Nicola a favore dei tre innocenti. Allora levò al Signore questa preghiera: Signore, Dio del tuo servo Nicola, abbi compassione di noi, grazie alla tua misericordia e all’intercessione del tuo servo Nicola. Come, per i suoi meriti, hai avuto compassione dei tre uomini condannati ingiustamente salvandoli da sicura morte, così ora rida’ la vita anche a noi, mosso a misericordia dall’intercessione di questo santo vescovo.
Il Signore esaudì la preghiera di Nepoziano, fatta propria dai compagni. Quella notte S. Nicola apparve in sogno all’imperatore minacciandolo: Costantino, alzati e libera i tre generali che tieni in prigione, poiché vi furono rinchiusi ingiustamente. Se non fai come ho detto, conferirò con Cristo, il re  dei re, e susciterò una guerra e darò in pasto i tuoi resti a fiere ed avvoltoi. Spaventato, Costantino chiese chi fosse: Sono Nicola, vescovo peccatore, e risiedo a Mira, metropoli della Licia.
Nicola apparve minaccioso anche ad Ablavio, e quando l’imperatore lo mandò a chiamare, entrambi pensarono ad un’opera di magia. Mandarono a prendere i tre generali per chiedere spiegazioni. Il colloquio aveva preso il binario della “magia”, quando Costantino chiese a Nepoziano se conoscesse un tale di nome Nicola. Nepoziano si illuminò, accorgendosi che la sua preghiera era stata esaudita. E narrò tutto all’imperatore, che seduta stante ne ordinò la liberazione. Anzi, volle che andassero a Mira a ringraziare il santo vescovo ed a portargli da parte sua preziosi doni, fra cui un Vangelo tutto decorato d’oro e candelieri ugualmente d’oro. Altri autori aggiungono che giunti a Mira si tagliarono i capelli in segno di gratitudine e di devozione verso il Santo.

La riduzione delle tasse    

E’ difficile dire quanto ci sia di vero e quanto sia stato il parto della fantasia di un popolo consapevole di aver avuto un “progenitore” ed un difensore. Per i Miresi Nicola era colui che aveva riportato la retta fede, la giustizia ed il benessere alla loro città. Non per nulla, secondo la testimonianza sia della Vita Nicolai Sionitae sia dell’Encomio di Andrea di Creta, essi istituirono la festa delle “rosalie del nostro progenitore S. Nicola”.
Fra le tante iniziative del Santo a favore della popolazione, intorno al VII secolo si narrava il suo intervento per fare ridurre le tasse per i Miresi (Praxis de tributo).
E’ nota a diversi storici la tendenza di Costantino a gravare le popolazioni dell’impero con tasse esorbitanti. Ed anche se i cristiani cercavano delle attenuanti, i pagani come Zosimo ricordavano che Costantino era costretto a una pesante politica tributaria a causa della sua eccessiva prodigalità. L’anonimo scrittore che compose l’Epitome de Caesaribus descriveva così la sua politica tributaria: Per dieci anni eccellente, nei dodici anni successivi predone, negli ultimi dieci fu chiamato pupillo per le eccessive prodigalità.
Quando anche la città di Mira si trovò a dover pagare tasse esorbitanti, i rappresentanti del popolo si rivolsero a Nicola affinché scrivesse all’imperatore. Nicola fece di più. Partì alla volta di Costantinopoli e chiese udienza. L’anonimo scrittore qui si lascia prendere la mano e, non tenendo conto che Nicola era vissuto al tempo di Costantino, immagina i vescovi della capitale che gli rendono omaggio riunendosi nel tempio della Madre di Dio alle Blacherne, chiedendogli la benedizione. A parte l’esagerazione di una simile accoglienza, quel tempio sarebbe stato costruito un secolo dopo la morte del Santo.
L’abbellimento agiografico si nota anche al momento dell’arrivo di Costantino. Prima che cominciasse il colloquio, l’imperatore gettò il suo mantello ed ecco che questo, incrociando un raggio di sole, rimase sospeso ad esso. Il prodigio rese timoroso e benevolo l’imperatore. Quando Nicola gli riferì come i Miresi fossero oppressi dalle tasse, chiedendogli di apportare una sensibile riduzione, l’imperatore chiamò il notaio ed archivista Teodosio, e secondo il desiderio di Nicola operò una netta  riduzione a soli cento denari.
Nicola prese la carta su cui era registrata questa concessione e legatala ad una canna, la gettò in mare. Per volere di Dio la canna giunse nel porto di Mira e pervenne nelle mani dei funzionari del fisco, i quali furono molto sorpresi ma si adeguarono. Intanto però a Costantinopoli i consiglieri di Costantino fecero notare all’imperatore che forse la concessione era stata un tantino esagerata. Per cui l’imperatore chiamò nuovamente Nicola per correggere la somma della tassa che i Miresi dovevano pagare. Il Santo gli rispose che da tre giorni la carta era pervenuta a Mira. Essendo ciò impossibile, Costantino promise che se le cose stavano veramente così avrebbe confermato la precedente concessione. I nunzi, da lui inviati per verificare quel che era accaduto, tornarono e riferirono che Nicola aveva detto la verità. Mantenendo la promessa, l’imperatore confermò la concessione.

La morte del Santo

Considerando la tradizione secondo la quale era già anziano al tempo del concilio di Nicea, con ogni probabilità il nostro Santo morì in un anno molto prossimo al 335 dopo Cristo. Come della sua nascita, anche della sua morte non si sa alcunché. Gli episodi e i particolari che si leggono in alcune Vite non riguardano il nostro Nicola, ma un santo monaco vissuto due secoli dopo nella stessa regione.

domenica 3 dicembre 2017

Dominica I Adventus

Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confíde, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
Vias tuas, Dómine, demónstra mihi: et sémitas tuas édoce me.
Glória Patri. Sicut erat.
Ad te levávi ánimam meam...

A te ho innalzato l'anima mia, mio Dio, in te confido, non arrossirò: e non prevarranno su di me i miei nemici: e infatti tutti quelli che ti aspettano non saranno confusi.
Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi cammini.
Gloria al Padre. Come era.
A te ho innalzato l'anima mia...

(Antiphona ad introitum)

Con questa domenica la Chiesa entra in un nuovo anno liturgico, e contemporaneamente inizia il tempo dell'Avvento, un periodo di penitenza, di conversione, di vigilanza, in preparazione alla solenne commemorazione della prima venuta di Nostro Signore sulla terra, ricordandoci pure dell'attesa della imminente seconda venuta, quando egli verrà qual giudice a giudicare i vivi e i morti. L'Avvento è un tempo che va disegnandosi a Roma attorno al VI secolo ad opera di S. Gregorio Papa (così Benedetto XIV e molti altri), riprendendo delle tradizioni precedenti diffuse in tutto l'ecumene Cristiano, raccomandazioni al digiuno e all'osservazione di una "Quaresima" in preparazione del Santo Natale, andando a fissarsi attorno al IX secolo (come testimoniano gli scritti, tra gli altri, di Amalario e S. Nicolò I Papa) come un periodo di quattro settimane di mitigata penitenza. In questo periodo, la liturgia si veste di viola, si levano i fiori dall'altare, l'organo tace, come in Quaresima; non è per verità un periodo di digiuno e astinenza, ma nondimeno è richiesta ai fedeli una certa penitenza, essendo un tempo di meditazione ed ascesi, esercizio spirituale in preparazione del Natale.

La domenica Ad te levavi (detta anche Aspiciens a longe dall'inizio del primo responsorio del Mattutino) dimostra fin dalle prime parti dell'ufficio divino il carattere di attesa che sarà proprio di tutto l'Avvento: Regem venturum Dominum, venite adoremus! è l'antifona che viene ripetuta nel cuore della notte all'inizio dell'Ufficio, durante il quale inizia la lettura continuativa, che si protrarrà per tutti i quaranta giorni, del libro del Profeta Isaia (scritto probabilmente attorno al VIII secolo a.C.), il quale predisse con estrema precisione i caratteri del Messia. Tutte le antifone a tutte le ore dell'Ufficio mutano in ragione di questo tempo, riprendendo quei dolci versetti dell'Antico Testamento che descrivono l'Emmanuele veniente con potenza sulla terra.
La Stazione di oggi è a S. Maria Maggiore. È sotto gli auspici di Maria, nell'augusta Basilica che onora la Culla di Betlemme, e che perciò è chiamata negli antichi monumenti S. Maria ad Praesepe, che la Chiesa Romana ricomincia ogni anno il Ciclo sacro, volendo anche simbolicamente avvicinarsi alla Natività di Nostro Signore.

La Messa di questa prima domenica, tuttavia, a differenza dell'Ufficio che concentra tutti i suoi poetici testi sulla prima venuta, è tutta incentrata sulla seconda venuta, quella del Giudizio. E infatti è apertamente escatologica l'Epistola di S. Paolo ai Romani, che ci ricorda che è già l'ora di destarci dal sonno, imperocché la nostra salvezza (la trionfale venuta di Cristo) è più vicina rispetto a quando iniziammo a credere. Sì: assai poco manca alla venuta di Cristo, ed essa può sopravvenire da un giorno all'altro, quando meno l'uomo se l'aspetta. E San Paolo ci garantisce che essa è vicina, anche se il tempo degli uomini è certamente diverso dal tempo di Dio, e pertanto, chi ha voluto individuare una data precisa per il Giudizio, ha sempre fallato. Dunque, la notte del nostro peccato è finita attraverso l'opera redentrice di Nostro Signore sulla Croce, ed ora è sempre più vicino il giorno luminoso in cui ai giusti sarà data l'eterna beatitudine che han meritata, e ai dannati la punizione sempiterna che spetta loro. In vista di questo giorno, che potrebbe coglierci in ogni momento, quia nescimus diem neque horam qua Dominus venturus sit, S. Paolo ci esorta a gettar via da noi le opere delle tenebre, i peccati, le impurità, e a rivestirci di un'armatura di luce, di carità, di grazia. Ci esorta a camminare come alla luce del sole, non nelle empietà e nelle ubriachezze, non tra litigi e invidie, ma ci invita a rivestirci di Nostro Signore Gesù Cristo stesso, a prendere su di noi il suo dolce e soave giogo che potrà condurci alla salvezza per le nostre anime. Meravigliosamente descrive questa pericope l'atteggiamento che il Cristiano dovrà imparare durante l'Avvento, a guisa di modello per tutta la vita: è un atteggiamento di morigeratezza, di sobrietà, in cui evitare il più possibile il peccato, e anzi detestarlo, accostarsi al Sacramento della Confessione, schivare tutte le occasioni che potrebbero distrarre la nostra anima dalla ricerca dei beni celesti e dalla preparazione necessaria al giudizio implacabile che la riguarderà. Ed ecco, appunto, che tutta la liturgia delle prime due settimane di Avvento è un invito a considerare l'imminenza della seconda venuta, e ad esser pronti (estote parati! ci raccomanda Nostro Signore stesso) a ricevere questa visita terribile e gloriosa, il Dies irae. Al contempo, essa è anche un invito a discipliare il nostro animo, per poterlo disporre a godere il massimo beneficio spirituale dalle festività natalizie, rendendo il nostro cuore simile a un meraviglioso Presepe che attende che il Signore Gesù in persona venga a visitarlo la Notte di Natale.

Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam: et salutáre tuum da nobis
Mostraci o Signore la tua misericordia: e donaci il tuo Salvatore.
(Graduale)

Sullo stesso tema è anche il Vangelo di questa domenica, la pericope di Luca XXI sul Giudizio Finale, la versione di Luca dello stesso lungo brano che si è letto la domenica precedente nella versione di Matteo. E dunque, poiché tutta la nostra vita tende a un'attesa del Regno e a una ricerca dei suoi tesori, la Chiesa ha voluto che lo stesso Vangelo venisse letto all'inizio e alla fine dell'Anno liturgico, ricordandoci quale sia lo scopo unico del Cristiano. E ascoltando le parole con cui Gesù descrive il giorno in cui saran scosse le potestà dei cieli, il Gueranger ci invita a pregare così in questo tempo di Avvento: "Dobbiamo dunque aspettarci di veder giungere d'improvviso la tua terribile Venuta, o Gesù! Presto tu verrai nella tua misericordia per coprire le nostre nudità, come veste di gloria e d'immortalità; ma tornerai un giorno, e con sì terrificante maestà che gli uomini saranno annientati dallo spavento. O Cristo, non perdermi in quel giorno d'incenerimento universale. Visitami prima nel tuo amore. Voglio prepararti la mia anima. Voglio che tu nasca in essa, affinché il giorno in cui le convulsioni della natura annunceranno il tuo avvicinarsi, possa levare il capo, come i tuoi fedeli discepoli che, portandoti già nel cuore, non temevano affatto la tua ira."


La Chiesa Bizantina, avendo mantenuto pressoché intatti i costumi liturgici e l'ortoprassi del IV secolo, non ha una collezione di uffici propri per il tempo di Avvento (si prosegue infatti fino a Natale la lettura del Vangelo secondo S. Luca iniziata qualche settimana prima, secondo il ciclo annuale), se non qualche riferimento al Natale nei testi degli uffici dei Santi; cionondimeno, osserva un lungo periodo di preparazione alla festa, dal 15 novembre (giorno seguente alla festa di S. Filippo secondo il Calendario greco, il che giustifica il nome popolare di "Quaresima di S. Filippo") al 24 dicembre, e dunque di 40 giorni come la Quaresima, chiamandolo appunto "Quaresima del Natale", che viene santificato anch'esso attraverso il digiuno e la penitenza. Si tratta però di un digiuno molto meno rigoroso che nella Quaresima della Pasqua (ancorché vietati carne, uova e latticini, per la maggior parte dei giorni è lecito di prendere olio, vino e pesce), giustificato dal fatto che la succitata è una venerabile istituzione apostolica, mentre la Quaresima del Natale è di istituzione monastica (la stessa motivazione fu addotta in Occidente per abbandonare, nel secolo, la pratica del digiuno dell'Avvento, al qual proposito mons. Lambertini ci ricorda come tuttavia i fedeli non siano minimamente per ciò dispensati anche dalla meditazione e da tutte quelle pratiche destinate a mettere in uno stato di preparazione alla grande festa della Nascita di Gesù Cristo).

giovedì 30 novembre 2017

Il decadimento del culto delle reliquie in Occidente


Vorrei aprire questa breve riflessione con un articolo di diversi mesi fa, che traduco qui dal sito Pravoslavie.ru:

Una parte delle reliquie del grande S. Nicola, il taumaturgo, stanno per arrivare in Russia oggi, dalla Cattedrale Cattolica di S. Nicola a Bari, in Italia, ove sono custodite le reliquie del Santo fin dal 1087. Le reliquie saranno accolte a Mosca con gran cerimonia, al suono delle campane nelle oltre 600 chiese della città.
Questo è un evento unico, dappoiché, come si è detto prima, per gli ultimi 930 anni le reliquie sono state conservate in una Basilica Cattolica a Bari, e non hanno mai lasciato la città. Ogni anno, centinaia di pellegrini Russi e fedeli Ortodossi da tutto il mondo si recano a Bari per venerare le sacre reliquie del grande vescovo e santo taumaturgo. Grazie all'imminente visita delle sue reliquie, ancora più fedeli avranno l'opportunità di venerarle.
I responsabili hanno prelevato la nona costola del Santo Gerarca, situata proprio vicino al cuore, dal reliquiario sotto l'altare nella cappella della cripta della basilica italiana. La zona del cuore fisico è molto importante per la Tradizione Ortodossa, poiché è il luogo ove si trova anche il cuore spirituale, quello che è in grado di comunicare con Dio. [...] Dopo la sigla del documento [tra il metropolita Hilarion e l'arcivescovo di Bari, ndr], le reliquie saranno sistemate in una speciale arca, dal peso di circa 18 chilogrammi e ricoperta di foglia d'oro, fabbricata nei laboratori della Chiesa Russa. Il reliquiario avanzerà in una solenne processione attraverso la città di Bari fino all'aeroporto, per essere trasportata in volo sino all'aeroporto Vnukovo di Mosca, accompagnato dal Metropolita Hilarion. Le reliquie saranno accolte dal Patriarca Kirill e dal clero moscovita durante la Veglia in onore di S. Nicola alla Cattedrale di Cristo Salvatore. [...] La notizia della visita delle reliquie di S. Nicola in Russia ha provocato grande eccitazione tra i fedeli, e secondo le stime ufficiali si attendono più pellegrini di quanti siano giunti a Mosca per la visita di altre importanti reliquie. Nel 2011, oltre tre milioni di Russi hanno venerato la Cintura della Madre di Dio, portata dal Monastero Vatopedi del Monte Athos. L'attesa per venerare la sacra reliquia arrivò a durare ben 26 ore. Oltre un milione di persone da Russia, Ucraina e Bielorussia, poi hanno venerato i Doni dei Magi nel dicembre 2014, portati dal Monastero di S. Paolo del Monte Athos.

Ora, quest'anno un'altra grande reliquia è stata portata dall'Italia in un paese ortodosso, e precisamente la Grecia, quella di S. Elena conservata a Venezia; anche lì, nonostante le polemiche postume e non del tutto infondate sulla strumentalizzazione della cosa, è stato per me sorprendente vedere le quantità di onori tribuiti al corpo della Santa da parte del clero orientale, tanto qui in Italia che al loro arrivo in Grecia, e la folla sterminata di fedeli radunatisi per salutarlo. Non mi pare di ricordare che eventi del genere siano avvenuti in Italia o in altre parti dell'Europa Occidentale negli ultimi anni, o, almeno, non hanno avuto una tale copertura mediatica, né tantomeno un afflusso di pellegrini e fedeli pari a quelli di cui si è parlato sopra.
Ho in mente una scena di quando, tredicenne, visitai per la prima volta Parigi: arrivato nella Cattedrale di Notre Dame, mi misi alla ricerca della preziosissima reliquia della Corona di Spine di Nostro Signore, ivi giunta dopo la conquista latina di Costantinopoli del 1204. Non senza difficoltà e  con mia grande sorpresa, alfine scoprii che era custodita nel Tesoro, e che veniva esposta alla venerazione (in un altare laterale e nascosto) solo il primo venerdì del mese. Ma anche in quell'occasione, quasi nessuno si reca a venerare la Sacra Reliquia: i turisti continuano il loro tour passando davanti al sacro vestigio e ignorandolo totalmente; tra i fedeli locali pochi accorrono alla venerazione. Ora, c'è un bel libro scritto recentemente da un romanziere veneziano, incentrato sulla ricerca, per salvarle dall'imminente conquista turca, delle reliquie della Passione di Nostro Signore custodite nelle chiese costantinopolitane: ebbene, quel libro descrive benissimo il senso di rispetto profondo che incutevano quelle reliquie in quei secoli, per cui persino un giudeo aveva timore ad avvicinarsi ad esse! Oggi, quelle stesse reliquie vengono bellamente ignorate, almeno nel mondo occidentale!

Purtroppo, la storia delle reliquie ignorate mi fa pensare alla mia città di Venezia, in cui sono le spoglie mortali di innumerevoli santi: S. Atanasio, S. Barbara, S. Isodoro di Chio, S. Simeone Profeta, S. Donato, S. Fosca, S. Giovanni Elemosinario, S. Lorenzo Giustiniani, S. Rocco, S. Caterina da Siena, S. Giovanni Crisostomo, ovviamente S. Marco, S. Lucia, S. Nicola (circa metà del corpo, e completano esattamente quanto manca alle reliquie baresi), S. Elena, finanche S. Stefano protomartire, e moltissimi altri. Ebbene, quante tra queste sono oggetto di pellegrinaggio e venerazione? Quasi nessuna. La quasi totalità di chi ci passa davanti (e non dico tra i turisti o i visitatori, ma tra i residenti) nemmeno sa della loro esistenza!

O meglio, qualcuno che sa della loro esistenza, e che anzi si reca a venerarle da assai lungi, vi è: gli Ortodossi, specialmente i Russi. La parrocchia del Patriarcato di Mosca a Venezia è la realtà che più spesso si reca nei luoghi ove sono custodite queste sacre reliquie, celebrandovi sopra molebny, akathisti, Divine Liturgie... Più modestamente (più che altro perché non è una novità che tutti sono benaccetti nelle chiese cattoliche, tranne i tradizionalisti) vi è la FSSP veneziana, che ha celebrato occasionalmente su alcune delle reliquie custodite in città, come quelle di S. Lucia, e che non manca di offrire al bacio dei fedeli, nelle grandi feste, quelle poche che la Chiesa di S. Simeon Piccolo custodisce (reliquiari dei SS. Simeone e Giuda e S. Dorotea, e pochi frammenti di S. Marco, S. Lorenzo Giustiniani, S. Rocco e S. Pio X...). Mi ha sorpreso molto di vedere un gruppetto di pellegrini ucraini, giunti in tarda serata nella chiesa dove servo quotidianamente la Messa antica, che hanno letteralmente supplicato di poter venerare le poche reliquie dei Santi Titolari, non cessando poi più di ringraziare di aver potuto ricevere una benedizione con esse.

Personalmente, ritengo che la perdita del culto delle reliquie sia uno dei segni più visibili della protestantizzazione del cattolicesimo moderno postconciliare. Non dimentichiamoci che Lutero definiva il culto delle reliquie come "infondato, rischioso e non consigliato" (cfr. articoli di Smalcalda), Calvino addirittura come "idolatria", e che innumerevoli reliquie conservate nel Nord Europa andarono distrutte nel XVI secolo ad opera della furia protestante... Pertanto è di fondamentale importanza che i cattolici tradizionalisti dimostrino come il culto delle reliquie sia qualcosa che per secoli ha caratterizzato la fede e la devozione della Chiesa, e che il loro valore spirituale è incalcolabile. Mi sono preso l'impegno di recarmi, nelle feste dei Santi le cui reliquie sono conservate a Venezia, a venerare le loro spoglie e a recitare dinnanzi ad esse i Vespri o altri uffici in loro onore. Il coronamento dovrebbe essere riuscire a far celebrare la S. Messa antica (ho iniziato quest'anno a S. Nicola, che vorrei diventasse un appuntamento annuale; nei prossimi tempi cercherò di estendere l'iniziativa ad altre reliquie) su quante più possibile, perché i gloriosi Santi possano tornare a essere venerati così come lo sono stati per secoli, fino a 50 anni fa. E' un compito che però non posso certo assolvere da solo, ma richiede la partecipazione e l'impegno di tutti i cattolici che sono fedeli alla devozione di sempre.

Ad majorem Dei gloriam!

martedì 28 novembre 2017

S. Messa a Trieste in suffragio del Card. Caffarra

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo avviso giuntoci dagli amici triestini.


Giovedì 21 dicembre, presso la chiesa parrocchiale della Beata Vergine del Soccorso (Sant’Antonio Vecchio), piazzetta Santa Lucia 2, Trieste, sarà celebrata alle ore 18 e 30, secondo la forma straordinaria del Rito Romano, Santa Messa in suffragio dell’anima del defunto Eminentissimo Cardinale Carlo Caffarra, Principe di Santa Romana Chiesa, Arcivescovo emerito di Bologna e primo Presidente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia.


Celebrerà il M.to Rev. parroco don Paolo Rakic, l’Orazione funebre sarà tenuta dal Rev. Sac. don Samuele Cecotti.
Il coro accompagnerà l’azione liturgica con la Messa da Requiem di Perosi, all’organo il m° Cossi.

Quanti desiderano pregare per l’anima del grande Pastore e teologo cattolico, coraggioso e strenuo difensore della santità del matrimonio, sono invitati ad assistere alla Santa Messa di suffragio ed ad unirsi spiritualmente al Santo Sacrificio Eucaristico offerto a Dio per il defunto Cardinale.


S. Messa a San Nicolò del Lido

Mercoledì 6 dicembre 2017

ore 11

S. Messa cantata in rito antico
nella Festa di S. Nicola da Myra, vescovo e confessore

presso la Chiesa di S. Nicolò del Lido di Venezia
ove si custodiscono le Reliquie del Corpo del Santo


Indicazioni di mezzi per raggiungere la chiesa:
Vaporetto linea 5.1 (alle 9:44 dalla Stazione "C" e alle 9:48 da P.le Roma "E") oppure linea 6 (alle 9:59 da P.le Roma "E") fino alla fermata "Lido S. Maria Elisabetta" (circa 35 minuti)
Autobus linea "A" da S. M. Elisabetta (alle 10:30 o alle 10:50) fino alla fermata "S. Nicolò Chiesa" (la 8a fermata, circa 9 minuti)

lunedì 27 novembre 2017

Novena e Officio a San Nicola

Pubblichiamo di seguito, in preparazione alla festa del Santo Vescovo Nicola, tra i Santi più venerati dell'Oriente e dell'Occidente Cristiani, una preghiera da recitarsi in forma novendiale e, dal rito grecom l'Ufficio paracletico a San Nicola.
Notasi che nella Novena potrebbe benissimo sostituirsi "Bari" con "Venezia", essendo custodita presso la Chiesa di S. Nicolò del Lido circa metà del corpo del Santo; su queste preziose quanto ignorate reliquie (vedi qui) sarà celebrata questo 6 dicembre una S. Messa in rito tridentino, il cui avviso sarà pubblicato a breve su questo sito.


NOVENA

Siate misericordioso, o uomo di Dio e servo fedele di Cristo, anche verso di noi, sia ora che nel secolo a venire. In Voi, infatti, abbiamo riposto la nostra speranza e a Voi rivolgiamo la nostra preghiera. Fra tutti, esseri visibili e invisibili, siete apparso il più degno di onore. Felice davvero è la città di Bari e sacra è la chiesa nella quale il Signore Iddio Vi glorifica, e dove l’Altissimo santifica Voi, suo servo fedele. Voi siete, infatti, per tutti i cristiani il soccorritore e il difensore, liberandoci da tutti i nostri pericoli e da tutti i nostri mali. E Vi preghiamo ancora, o Santo beatissimo, che avete potere e audacia presso il Signore, di intercedere per noi che sempre festeggiamo la Vostra ricorrenza e osserviamo la Vostra festa, affinché veniamo salvati tramite le Vostre preghiere, per la grazia e la misericordia dell’unigenito Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. Per Lui e con Lui sia gloria e potenza, onore e adorazione al Padre, insieme allo Spirito Santo, buono e vivificatore, ora e sempre e per i secoli dei secoli. Amen.
Gloria Patri (ter)


ΚΑΝΩΝ ΠΑΡΑΚΛΗΤΙΚΟΣ
ΕΙΣ ΤΟΝ ΕΝ ΑΓΙΟΙΣ ΠΑΤΕΡΑ ΗΜΩΝ ΝΙΚΟΛΑΟΝ Ἀρχιεπισκόπου Μύρων τῆς Λυκίας τὸν ταυματουργὸν

Ποίημα Γερασίμου Μοναχοῦ Μικραγιαννανίτου

Testo greco originale

Il sacerdote: Benedetto il nostro Dio, in ogni tempo, ora e sempre e nei secoli dei secoli.
Il lettore: Amen.

Salmo 142
Signore, esaudite la mia orazione, porgete le orecchie alle mie suppliche secondo la Vostra verità: esauditemi secondo la Vostra giustizia. E non entrate in giudizio col Vostro servo: dappoiché nessun vivente sarà riconosciuto per giusto al Vostro cospetto. Perché il nemico ha perseguitata l'anima mia: ha umiliata la mia vita fino alla terra. Mi ha confinato in luoghi tenebrosi, come i morti di gran tempo, ed è involto nell'affanno il mio spirito, il mio cuore si è conturbato dentro di me. Mi son ricordato dei giorni antichi: ho meditate tutte le opere Vostre; meditava le cose fatte dalle Vostre mani. A Voi io stesi le mani mie: l'anima mia è a Voi come una terra priva di acque; esauditemi prontamente, o Signore: è venuto meno il mio spirito. Non rivolgete la Vostra faccia da me, perché sarei simile a que' che scendono nella fossa. Fate ch'io senta al mattino la Vostra misericordia, perché in Voi ho sperato. Fatemi conoscere la via che ho da battere, perché a Voi ho elevata l'anima mia. Liberatemi, o Signore, dai miei nemici, a Voi son ricorso: insegnatemi a far la Vostra volontà, poiché mio Dio siete Voi. Il Vostro spirito buono mi condurrà per diritto cammino: pel nome Vostro, o Signore, mi darete vita secondo la Vostra equità. Trarrete dalla tribolazione l'anima mia, e per Vostra misericordia manderete dispersi i miei nemici. E dispergerete tutti coloro che affliggono l'anima mia, perché Vostro servo son io.

E subito si canta a cori alternati, con i propri stichi:
Iddio è il Signore, e a noi è apparso, benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Stico I. Confessate il Signore, e invocate il nome suo santo.
Iddio è il Signore, e a noi è apparso, benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Stico II. Tutte le genti mi han circondato, ma nel nome del Signore le ho sconfitte.
Iddio è il Signore, e a noi è apparso, benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Stico I. Presso il Signore è accaduto ciò, ed è un prodigio a' nostri occhi.
Iddio è il Signore, e a noi è apparso, benedetto colui che viene nel nome del Signore.

Tropario. Tono IV.
Alla venerabilissima icona del Santo Gerarca ci prosterniamo fedeli, e noi, stretti tra molti peccati, gridiamo a lui: Affrettatevi, o Nicola, Gerarca del Signore, e, per le vostre sacre intercessioni presso al buon Dio,  da ogni pericolo, afflizione, distruzione e terribile tormento, liberateci tutti.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio e ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

Della Vergine Maria
Νοn taceremo mai, o Madre di Dio, di dire le vostre potenze, noi indegni: se infatti voi non ci aveste protetto colla vostra intercessione, chi ci avrebbe liberati da siffatti perigli? Chi poi ci avrebbe servati liberi sino ad ora? Non ci allontaneremo da voi, o Signora: voi infatti sempre salvate i vostri servi da tutti i pericoli.

Salmo 50
Abbiate misericordia di me, o Dio, secondo la Vostra grande misericordia, e secondo le molte operazioni di Vostra misericordia cancellate le mie iniquità. Lavatemi ancor più dalla mia iniquità e mondatemi dal mio peccato, perocché io conosco la mia iniquità e il mio peccato mi sta sempre davanti. Contro di voi solo peccai, e il male feci dinnanzi a Voi: affinché Voi siate giustificato nelle vostre parole, e riportate vittoria quando siete chiamato a giudizio. Imperocché ecco che io nelle iniquità fui concepito, e nell'iniquità mi concepì la mia madre. Ed ecco che Voi avete amato la Verità: Voi svelaste a me gl'ignoti occulti misteri di Vostra sapienza. Voi mi aspergerete coll'issopo e sarò mondato: mi laverete e sarò bianco più che la neve. Mi farete sentir parola di letizia e di gaudio, e le ossa umiliate tripudieranno. Rivolgete la Vostra faccia da' miei peccati, e cancellate tutte le mie iniquità. In me create, o Dio, un cuore mondo, e lo spirito retto rinovellate nelle mie viscere. Non rigettatemi dalla Vostra faccia e non togliete da me il Vostro santo Spirito. Rendetemi la letizia del Vostro Salvatore, e per mezzo del benefico Spirito confortatemi. Insegnerò le vostre vie agl'iniqui, e gli empi a Voi si convertiranno. Liberatemi dal reato del sangue, o Dio, Dio di mia salute, e la mia lingua canterà con gaudio la vostra giustizia. Signore, Voi aprirete le mie labbra e la mia bocca annunzierà le Vostre lodi. Imperocché se un sacrifizio Voi aveste voluto, l'avrei offerto: Voi non vi compiacerete degli olocausti. Sacrifizio a Dio lo spirito addolorato: il cuore contrito e umiliato nol disprezzerete Voi, o Dio. Colla buona volontà Vostra, siate benefico, o Signore, verso Sion, affinché stabilite sieno le mura di Gerusalemme. Voi accetterete allora il sacrifizio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti: allora porteranno de' vitelli sopra il vostro altare.

I Ode. Tono IV plagale.

Per le vostre preghiere, o Santo Nicola, supplicate il Signore, dissipate la nube tenebrosa del mio scoramento, o Beatissimo, ché siete ripieno di grazie e letizia, poiché state al cospetto del Re di ogni cosa.

Circondato d'ogni parte dalle violente ondate delle mie passioni, e dalla tempesta dei miei pensieri, scosso nell'anima, guidatemi per le vostre preghiere al porto sereno de' voleri di Cristo, acciocché possa glorificarvi, o Nicola.

Compagno degli Apostoli e dei Santi, consacrato, e ripieno in ogni parte dello splendore divino, coloro che oggi si prostrano alla vostra venerabile icona, rendeteli partecipi della luce con le vostre preghiere, o Beatissimo Nicola.

Della Vergine Maria. Voi che ci mostrate tra le viscere, o Pura, il fuoco intollerabile, vi prego con fede, salvatemi dalla Geenna, e liberatemi del castigo che mi spetta per la moltitudine dei miei peccati, per le vostre benaccette orazioni.

III Ode.


Affinché vi lodiamo e vi veneriamo come vi si addice, per le vostre orazioni, o Beato Nicola, concedeteci la pace.

Quietate, o Nicola, per le vostre ardenti intercessioni, i morbi che contro di noi sono scagliati, ve ne preghiamo.

Liberatemi per le vostre suppliche, o Nicola, che son circondato di passioni e tentazioni, e perigli moltissimi, e salvatemi.

Della Vergine Maria. Vi ho, o Immacolata, qual difesa della mia vita e fortezza inespugnabile: perciò non temo d'andare incontro a' pericoli della vita sfrontata.

IV Ode.


Pei molti miei vizi e le mie molte mancanze, son caduto; affrettatevi a liberarmi, o Venerabile, con le vostre intercessioni presso al Signore.

Voi che faceste scampare i tre innocenti dalla morte, affrettatevi a liberarmi, o Nicola, dal giudizio sempiterno.

Degno di condanna, nella negligenza vivo io miserabile; per le vostre orazioni guidatemi a un ricovero di penitenza, o Nicola.

Della Vergine Maria. Purificate me insudiciato e fate risorgere me morto, o Madre di Dio sempre vergine, voi che generaste colui che ha data la vita a coloro che erano morti.

V Ode.


Con mente ferma, al Dio celeste ascendeste, presso il quale riceveste la grazia di grandi prodigi, o Beato Nicola: perciò liberate noi, i vostri servi, dalle sventure e dai tormenti.

Nella vostra divina memoria, vi allietano, o Nicola, l'adunarsi dei sacerdoti e il danzare dei fedeli, che godono dei vostri prodigi, e vivono con gioia, e ti celebrano quale giusto, e ti invocano quale grandissimo difensore.

Risplendente della luce divina, il vostro cuore rassomiglia veramente al Paradiso, che il Signore ci ha acquistati col legno della vita: e voi pregatelo, o Padre, acciocché i vostri servi possan godere del Paradiso, del vostro gaudio e della vostra gloria.

Della Vergine Maria. Io ripongo in voi, o Vergine, tutte le speranze della mia salute: perciò vi prego, non sprezzate gravemente me che son naufragato in un mare di disgrazie, ma offritemi la vostra mano, come fè con Pietro il Figliuol vostro , e salvatemi.

VI Ode.


Si scatena la tempesta dei pericoli, ma non ha forza di sommergermi, o Beato: avendo infatti sempre voi come nocchiero, vengo portato a un porto tranquillo, e mi affretto insino al cielo, grazie a voi, o Gerarca Nicola.

Perdonate ai vostri servi, o Beatissimo, e concedete loro la salute: poiché voi siete buono e benevolo verso i fratelli, dalle afflizioni e dalle tribolazioni liberateci, per le vostre intercessioni presso Dio, o Nicola dal senno divino.

Siccome appaio dalla morte liberato, come prima gl'innocenti, o Padre e condottiero, così anche ora, o Nicola, liberateci da ogni sventura, per le vostre sante suppliche, acciocché possiamo amorevolmente celebrare la vostra memoria.

Della Vergine Maria. O Amante del bene, per la vostra ardente supplica, me, da peso gravato, liberate ora dalla mia indolenza, e non lasciate che il vostro servo vada a morir nel peccato, poiché infatti vi ho assegnata a difesa e guida della mia vita.

Risguardate con benevolenza, o Beato Nicola, e per le vostre intercessioni dispergete ogni tribolazione dalle anime nostre e dei nostri familiari.

Della Vergine Maria.
O Pura, che negli ultimi giorni avete generato il Verbo svelato attraverso la parola, pregate, poiché possedete la materna franchezza nel parlare.

Il sacerdote fa la commemorazione di coloro pei quali si dice l'ufficio. Poi si dice:

Condacio. Tono IV.
Cogli splendori de' vostri prodigi, o Nicola, fate celestialmente tutto rilucere, e dissipate la caligine delle tribolazioni, e distruggete la strada delle tribolazioni, imperocché voi siete il nostro più ardito difensore.

E subito si dice il Prokimeno. Tono IV.
I vostri sacerdoti, o Signore, si rivestiranno di giustizia, e i vostri Santi si rallegreranno.
Stico. Esulteranno i Santi nella gloria, e si rallegreranno nei loro giacigli.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni (X, 1-9)

Disse il Signore ai Giudei ch'eran venuti da lui: In verità, in verità io vi dico, chi non entra per la porta, ma vi sale per altra parte, è ladrone e assassino: ma quegli che entra per la porta, è pastore delle pecorelle. A lui apre il portinajo, e le pecorelle ascoltano la sua voce, ed egli chiama per nome le sue pecorelle, e le mena fuora. E quando ha messe fuora le sue pecorelle, cammina innanzi ad esse: e le pecorelle lo seguono, perché conoscono la sua voce. Ma non vanno dietro a uno straniero, anzi fuggon da lui: perché la voce non conoscono degli stranieri. Questa similitudine fu detta loro da Gesù; ma quelli non compresero che egli dicesse loro. Disse allora loro nuovamente Gesù: In verità, in verità vi dico, che io son porta alle pecorelle. Quanti son venuti, son tutti ladri e assassini, e le pecorelle non li hanno ascoltati. Io son la porta: chi per me passerà sarà salvo, ed entrerà, e uscirà, e troverà pascolo.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Per le preghiere del Gerarca, o Signore misericordioso, cancellate la moltitudine delle mie imputazioni!
Com'era nel principio e ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen. Per le preghiere della Madre di Dio, o Signore misericordioso, cancellate la moltitudine delle mie imputazioni!
Stico: O Signore misericordioso, abbiate misericordia di me, o Dio, secondo la vostra grande misericordia, e secondo la moltitudine delle vostre compassioni, cancellate la mia iniquità.

Prosomio. Tono II plagale.

Tutta la vita trascorro nella negligenza, e mi affretto al termine, misero e inutile, o Buonissimo, soltanto portando i fardelli insopportabili di azioni malvagie: o misericordioso, dissipateli per la sconfinata Vostra misericordia, e concedetemi compunzione e salutare conversione, in virtù delle benaccette intercessioni di San Nicola, o Dio, che Vi porto qual mio intercessore presso di Voi, insieme a Colei che Vi ha generato.

Il Sacerdote: Salvate, o Signore, il Vostro popolo, e benedite la Vostra eredità, risguardate la vostra famiglia con misericordia e compassione. Rialzate la fronte dei Cristiani e mandateci le vostre copiose misericordie, per le preghiere della nostra Signora, la Madre di Dio e sempre Vergine Maria, per la potenza della Santa e Vivificante Croce, per le intercessioni delle beate ed incorporee potenze celesti, per le suppliche del venerabile e glorioso Profeta, Precursore e Battista Giovanni, dei santi, gloriosi e benedetti Apostoli, dei nostri Padri tra i Santi, i grandi Gerarchi e maestri ecumenici Basilio il Grande, Gregorio il Teologo, Giovanni Crisostomo, Atanasio, Cirillo, Giovanni l'Elemosinario, Patriarchi di Alessandria, Nicola di Mira, Spiridione, dei gloriosi e grandi martiri Giorgio, Demetrio, Teodoro di Tiro e Teodoro il Soldato, dei sacerdoti e martiri Caralampo ed Eleuterio, dei gloriosi e vittoriosi Martiri, dei Santi Padri nostri portatori di Dio, dei santi e giusti progenitori di Dio Gioacchino ed Anna, e di tutti i Santi, Vi preghiamo, o Signore, grandemente misericordioso, ascoltate noi peccatori che Vi preghiamo, e abbiate misericordia di noi.

VII Ode.


Liberatore di coloro che sono per mare voi siete, o Nicola, e difesa delle vedove, riparo degli orfani, benefattore dei poveri: perciò liberate noi pure dai perigli per le vostre preghiere.

O Nicola, mirabilmente operate, poiché, lontano pel mare e in ogni dove, sempre rapido ad accorrere, vi affrettate nei confronti di chi soffre, e li liberate da tribolazioni e perigli.

Di sventure d'ogni sorta e di perigli vi mostrate qual medico, o tre volte beato Nicola: pertanto, guarite la malattia dell'anima mia, e gagliardia donatele, per le vostre divine suppliche.

Della Vergine Maria. Alzate le vostre mani, o Vergine, verso a Iddio, Re misericordioso, e dalle terribili sventure, dai perigli e dalle tribolazioni, per la vostra potente intercessione, liberate i vostri servi.

VIII Ode.


Ora i vostri servi, sprofondati nel baratro delle sventure, liberateli, o Nicola, donandoci la liberazione da queste in virtù delle vostre suppliche.

Poiché con grandi gioie, o Beato, godete di gloria ne' cieli, salvate per le vostre preghiere coloro che vi lodano.

Risplendente della luce inaccessibile, o Padre, rafforzate le anime di que' che son nella tribolazione, liberateci da ogni caligine di sventure.

Della Vergine Maria. Voi avete potere, o Vergine, presso a colui che avete generato nella forza, il compassionevole Salvatore del Mondo: pertanto, ricorro all'ardente vostro aiuto.

IX Ode.


Tutta la Creazione riconosce, o Beato Nicola, il mare delle tue virtù e dei tuoi prodigi: pertanto pure si allieta, invocandoti qual protettore.

O Beatissimo Nicola, salvate dai pericoli i vostri servi che vi glorificano con fede, poiché siete stato imitatore del Signore, degno di compier miracoli.

Pei divini splendori celesti di vostre gioie, o Beato padre Nicola, salvateci per vostra intercessione, e proteggeteci.

Della Vergine Maria. O Maria Madre di Dio, rendete buona la mia anima, in rovina a cagion del peccato, e fatemi partecipe de' beni sempiterni.

E' cosa giusta beatificare veramente Voi, o Madre di Dio, la sempre Beata, l'Immacolata, la Madre del Nostro Dio, Voi che siete più venerabile dei Cherubini e di gran lunga più gloriosa dei Serafini, la vera Madre di Dio, noi Vi magnifichiamo.

Megalinari.
O Beato Nicola, assisteteci ora, nostro difensore e custode, e dalla multiforme rovina liberateci tutti, per terra e per mare, noi che gridiamo ardentemente a te e ti magnifichiamo.

Rallegratevi, gloria intramontabile dei Padri, gloria della Trinità, regola pura di vita, protettore dei fedeli e dei naufraghi, aiuto e protezione, Padre Nicola.

Nelle tribolazioni vi abbiamo qual medico, nei pericoli qual liberatore, tutore degli orfani, benefattore dei ricchi, salvatore per mare, sostegno nella tribolazione, o sapiente Nicola.

Vi abbiamo ottenuto quale custode degli orfani e delle vedove, curatore degli afflitti, benefattore dei poveri, liberatore dei prigionieri, salvatore dei naviganti, o Beatissimo e sapiente Nicola.

O tutte schiere degli Angeli, Precursore di Cristo, o Dodici Apostoli, o Santi tutti, insieme alla Madre di Dio, intercedete per la nostra salvezza.

Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbiate misericordia di noi! (tre volte)

Apolytikio. Tono IV.
Modello di fede, e icona di mitezza, maestro di temperanza, mostraste a noi, vostro gregge, la verità delle opere: pertanto vi acquistaste con l'umiltà la grandezza, con la povertà la ricchezza. O Padre e Gerarca Nicola, intercedete a Cristo Dio, acciocché sian fatte salve le anime nostre.

Il sacerdote fa la commemorazione, poi fa il congedo dicendo il seguente prosomio.

Riceveste grazia presso Dio, aiutate tutti colle vostre guarigioni, per coloro che accorrono sotto la vostra protezione, o San Nicola, fuggite i demoni, gl'incurabili mali, tutti curate con la vostra protezione. Pertanto noi pure vi preghiamo, intercedete al Signore acciocché sian liberati da ogni periglio coloro che vi lodano.

Accettate le preghiere dei vostri servi, o Regina, e liberateci da ogni tribolazione e necessità.
Ogni mia speranza in voi ripongo, o Madre di Dio, offritemi scampo sotto la vostra protezione.

Il sacerdote: Per le preghiere dei nostri santi padri, o Signore Gesù Cristo, Iddio, abbiate misericordia di noi e salvateci. Amen.

sabato 25 novembre 2017

Le tristi sorti della Chiesa di S. Caterina a Venezia

La Chiesa di cui si parla in questo post è una chiesa misconosciuta di Venezia, sconsacrata da decenni, ma a cui sono particolarmente legato poiché si trova all'interno del complesso del mio liceo.



L'esterno e l'interno della Chiesa


Essa fu iniziata dai frati del Sacco (Ordine della Penitenza di Gesù Cristo) che s'insediarono in quest'area, allora paludosa, all'inizio del XIII secolo. I religiosi non riuscirono a finirla a causa della soppressione del loro ordine, avvenuta nel 1274. Da tale anno l'edificio passò in varie mani, da un ricco mercante che lo regalò a Botolotta Giustinian, che a sua volta lo donò a un gruppo di monache agostiniane, che la dedicarono a santa Caterina d'Alessandria. Terminata nel XV secolo, dotata di una struttura a tre navate con soffitto a carena di nave e coro pensile per le monache, la chiesa ricoprì una certa importanza nei secoli della Repubblica, dacché in occasione della ricorrenza di santa Caterina, il doge si recava qui per festeggiare la festa dei Dotti.
Negli anni '70 un incendio avvenuto durante dei lavori di manutenzione devastò la chiesa. Molte delle opere d'arte contenute nell'edificio andarono perdute: tuttavia lo Sposalizio di S. Caterina, l'opera forse più importante, andò salva in quanto era temporaneamente ospitata dalle Gallerie dell'Accademia, dove si trova tuttora. Altre opere minori che si trovavano al suo interno furono trasferite in altre sedi, principalmente negli Uffici Patriarcali di Venezia.



Della chiesa rimangono tre opere superstiti. La prima è il famosissimo ciclo Vita di santa Caterina, del 1585 circa, di Tintoretto che attualmente si trova nel palazzo Patriarcale, al cui centro era posta la pala del Veronese Nozze di santa Caterina. Infine, sempre al palazzo Patriarcale si trova la tela di Palma il Giovane La madre di santa Caterina consulta i saggi per le nozze della figlia.



Essendo oggi la festa di S. Caterina d'Alessandria, invito tutti i lettori a offrire una preghiera di riparazione per intercessione della Santa, viste le cose abominevoli che vengono fatte in questo edificio che, pur sconsacrato a causa di un danno materiale, resta comunque un edificio costruito secoli fa per il culto Cattolico. La Chiesa è infatti oggi usata principalmente per ospitare esposizioni della Biennale d' "arte" (sfido qualunque persona di buon gusto a definirla arte!), alcune delle quali decisamente non adatta al luogo (fino a qualche mese fa vi era un'installazione audiovideo, che non ho visto, ma era preceduta da un cartello: "vietato ai minori", e passando dinnanzi all'edificio si udivano strani e perversi romori...). Ancor peggio tuttavia è l'utilizzo che viene fatto dalla scuola stessa quando si tratta di organizzare il famosissimo FoscaMUN, simulazione delle conferenze dell'ONU, in cui gli studenti più esterofili possono divertirsi a confrontarsi coi loro compagni di altre prestigiose scuole private (laiche) di tutto il mondo, esercitandosi nella gestione degli organi massonici di controllo mondiale, seguendo l'esempio della "casta" di studenti (tutti rigorosamente tesserati all'Interact, versione giovanile del Rotary) che da anni organizza la faccenda. A parte il dolore che mi arreca il fatto che tutto ciò venga organizzato in un liceo classico, e addirittura venga ad avere prevalenza sulle lezioni, il fatto più grave e blasfemo è che l'ex-chiesa di S. Caterina venga usata come location per la cena di gala con cui si concludono le sessioni di questo FoscaMUN, cena di gala che dovrebbe avere più propriamente il titolo di "festino alcolico", in cui studenti d'ogni dove si ubriacano e si danno alle danze e agli atti più sfrenati, sotto l'occhio non troppo sobrio di alcuni professori.

Ah, Santa Caterina, vergine tempio della purezza in nome di Dio, con quali empietà è profanato il tuo tempio!
O tempora, o mores!
Exsurgat Deus, et dissipentur inimici ejus!



Sancta Catharina Alexandriae, ora pro nobis!