venerdì 22 giugno 2018

L'Ufficio Divino Bizantino - 1. Il Mesonittico

In virtù della veglia degli angeli, della lode silenziosa
del riposo e della pace della mente,
della glorificazione divina e della Risurrezione,
alla sera del sabato è risorto il Signore;
e in virtù della Sua Seconda Venuta
che tutti noi fedeli aspettiamo,
quando ci risveglierà dalla morte come dal sonno
ed Egli, lo Sposo delle anime,
come ha detto, verrà nel mezzo della notte,
e a noi converrà essere svegli.

San Simeone di Tessalonica


Il Mesonittico (greco Μεσονυκτικόν), propriamente significante “ufficio di mezzanotte”, è la prima ora canonica del giorno secondo il rito bizantino, che risponde a quanto intima il salmo 118: media nocte surgam et confiteor tibi. Rappresenta inoltre la preghiera di Nostro Signore nell'orto degli Ulivi, avvenuta intorno alla metà della notte.


Quest’ufficiatura ha una chiara origine monastica: infatti, i monaci solevano trascorrere l’intera notte tra veglia e preghiera, come ancora si pratica nei monasteri del Monte Athos. Questo ufficio dunque, che iniziava a mezzanotte, nemmeno cinque ore dopo la Compieta (1), era anticamente composto da numerosissimi salmi e preghiere, che accompagnavano la lode del monaco nelle ore di buio fino all’alba, quando la veglia si concludeva con il canto del Mattutino e la celebrazione della Divina Liturgia. Nei secoli l’ufficiatura fu ridotta notevolmente: San Simeone il Nuovo Teologo menziona un ufficio in cui si recita il salmo 118 e che viene detto privatamente dai monaci nelle proprie celle prima di recarsi nel katholikòn a cantare il Mattutino. Attualmente, è un ufficiatura non più lunga della Compieta, che viene pubblicamente celebrata nei monasteri insieme a Mattutino e Ora Prima, formando il primo dei tre grandi “aggregati liturgici” prescritti dal Typikòn. Gran parte delle preghiere del Mesonittico vengono poi usate pure dai laici nella preghiera privata del mattino, almeno secondo la tradizione greca (l’uso dei fedeli russi ne prende solo talune, intervallandovi però numerose preghiere extraliturgiche composte da Santi).

Il tono dell’ufficio è penitenziale (2), ma non sono infrequenti gli accenni di speranza; inoltre, il tema su cui s’insiste maggiormente è quello ispirato alla parabola evangelica del servo vigile, che sarà ricompensato in quanto trovato sveglio dal padrone al tempo opportuno. San Marco d’Efeso parla del Mesonittico in questi termini: “L’inizio di tutti gl’inni e le preghiere a Dio del giorno è il tempo della preghiera di mezzanotte. Infatti, sorgendo dal sonno per recitarla, noi rappresentiamo la trasformazione delle nostre vite dalle tenebre alla vita, la quale, grazie a Cristo, è libera e luminosa, nella quale noi iniziamo a rendere culto a Iddio. Per questo sta scritto che il popolo che sedea tra le tenebre vide una gran luce (Isaia IX,2)”.

L’ufficiatura si ordina pressoché in tal modo:
  • Preghiere iniziali (3)
  • Tropari trinitari e preghiere di ringraziamento
  • Salmo 50 e un kàthisma del salterio (vide infra)
  • Credo Niceno e Tropari (vide infra)
  • Preghiera di S. Mardario e due preghiere di S. Basilio Magno (la prima delle quali si omette dal Lunedì Santo al 21 settembre)
  • Benedizione e, in Quaresima, preghiera di S. Efrem il Siro
  • Δεῦτε προσκυνήσωμεν, salmo 120, salmo 133, Trisagio e Pater
  • Tropari penitenziali e d’intercessione per i defunti
  • Preghiera per i defunti
  • Preghiere conclusive, litania e congedo

Infra la settimana, il kathisma (porzione) del salterio che viene letto durante la celebrazione del Mesonittico nei monasteri è il XVII, contenente il salmo 118. I tropari che si cantano invece sono quelli “dello Sposo”, riferentesi alla succitata parabola, gli stessi che vengono cantati nel Mattutino “dello Sposo” dei primi giorni della Settimana Santa.
Il sabato, imperocché il salmo 118 è già letto durante il Mattutino, si dice invece il IX kathisma (salmi 64-69), e si impiegano tropari differenti. Inoltre, ove in Quaresima si direbbe la preghiera di S. Efrem, al sabato si aggiunge sempre una preghiera di S. Eustrato.
Anche la domenica il salmo 118 è letto al Mattutino: indi, viene cantato un Canone alla Santissima Trinità composto da S. Teofane (4); inoltre, si omettono le preghiere dal salmo 120 in giù, sostituite da più brevi preghiere alla Santissima Trinità composte da S. Gregorio del Sinai e San Marco il Monaco, immediatamente seguite dalle preghiere conclusive, dalla litania e dal congedo.

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NOTE di Traditio Marciana

(1) Si noti che le ore di sonno sono in realtà assai meno di cinque, poiché appena terminata la compieta il monaco, nella propria cella, deve recitare la “preghiera degl’inchini”, recitando la preghiera del cuore e facendo piccole prostrazioni in un numero compreso tra 200 e 400 a seconda dell’anzianità. Terminata tale preghiera, può dormire per il tempo rimasto fino alla mezzanotte, quando viene suonata la tavola per chiamare i monaci alla veglia notturna. Questa era la prassi più antica dei monasteri bizantini, e tutt’oggi si osserva in molti monasteri dell’Athos. Alcuni monasteri addirittura uniscono la Compieta agli uffici notturni, risultandone una veglia che nei giorni di festa può durare fino a tredici ore.

 (2) Una caratterizzazione penitenziale degli uffici mattutini non è ignota nemmeno al rito occidentale: infatti, le Lodi (che altro non sono che la parte terminale del Mattutino, non potendo mai essere separate da quest’ultimo nell’ufficiatura corale) iniziavano con il salmo 50 fino alle riforme del Breviario di San Pio X (che conservò questa peculiarità solo per l’ufficio quaresimale, d’Avvento e dei giorni di digiuno), e, nei giorni che non hanno rango doppio, l’ufficio dell’Ora Prima si caratterizza per il canto di alcuni versetti nuovamente dal salmo 50 e la recita del Confiteor con le debite assoluzioni.

(3) Intendesi per “preghiere introduttive” il canone di preghiere che apre qualsiasi servizio liturgico bizantino, nonché qualsiasi sessione di preghiera personale. Ne riportiamo di seguito il testo:
Ἱερεὺς Εὐλογητὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, πάντοτε, νῦν, καὶ ἀεί, καὶ εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων.
Ἀναγνώστης Ἀμήν.
Ἱερεὺς Δόξα σοι ὁ Θεός, δόξα σοι.
Βασιλεῦ Οὐράνιε, Παράκλητε, τὸ Πνεῦμα τῆς Ἀληθείας, ὁ Πανταχοῦ Παρὼν καὶ τὰ Πάντα Πληρῶν, ὁ Θησαυρός τῶν Ἀγαθῶν καὶ Ζωῆς Χορηγός, ἐλθὲ καὶ σκήνωσον ἐν ἡμῖν καὶ καθάρισον ἡμᾶς ἀπὸ πάσης κηλῖδος καὶ σῶσον, Ἀγαθὲ τὰς ψυχὰς ἡμῶν.
Ἀναγνώστης Ἀμήν. Ἅγιος ὁ Θεός, Ἅγιος Ἰσχυρός, Ἅγιος Ἀθάνατος, ἐλέησον ἡμᾶς (ἐκ γ')
Δόξα... Καὶ νῦν...
Παναγία Τριάς, ἐλέησον ἡμᾶς. Κύριε, ἱλάσθητι ταῖς ἁμαρτίαις ἡμῶν, Δέσποτα, συγχώρησον τὰς ἀνομίας ἡμῖν. Ἅγιε, ἐπίσκεψαι καὶ ἴασαι τὰς ἀσθενείας ἡμῶν, ἕνεκεν τοῦ ὀνόματός σου.
Κύριε, ἐλέησον, Κύριε, ἐλέησον, Κύριε, ἐλέησον.
Δόξα... Καὶ νῦν...
Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς, ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου, ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου, γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ, καὶ ἐπὶ τῆς γῆς. Τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον, καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα ἡμῶν, ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν, καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ.
Ἱερεὺς Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία... 
Ἀμήν.
Κύριε ἐλέησον ιβ'
Δόξα... Καὶ νῦν...
Δεῦτε προσκυνήσωμεν καὶ προσπέσωμεν τῷ βασιλεῖ ἡμῶν Θεῷ.
Δεῦτε προσκυνήσωμεν καὶ προσπέσωμεν Χριστῷ τῷ βασιλεῖ ἡμῶν Θεῷ.
Δεῦτε προσκυνήσωμεν καὶ προσπέσωμεν αὐτῷ, Χριστῷ τῷ βασιλεῖ καὶ Θεῷ ἡμῶν.

(4) L’uso di cantare di domenica il Canone trinitario di S. Teofane è assai prossimo a quello latino di aggiungere ai salmi dell’Ora Prima, nelle domeniche in cui non si commemora nessun officio di rango doppio o di ottava, il canto del Simbolo trinitario di Sant’Atanasio.

giovedì 21 giugno 2018

La Sacra Liturgia: sue divisioni

Pubblichiamo di seguito l'introduzione che il beato Cardinal Schuster, Abate e Arcivescovo di tutta Milano, fa alla sua grande opera sulla liturgia (Liber Sacramentorum), nella quale si propone di dare qualche nozione di studio comparato delle liturgie, suddividendole e per aspetto rituale (per quale scopo si compone una data liturgia) che per origine etnico-storica. Su quest'ultimo punto lo Schuster presenta sovente delle debolezze, caratteristiche per verità della quasi intera produzione di storia della liturgia degli ultimi due secoli, sia dovute a un certo romanocentrismo (in realtà assai meno presente nell'arcivescovo ambrosiano che in altri autori contemporanei), che a una generale ricostruzione (più fantasiosa che documentaria) delle origini della liturgia sulla base di aspetti spirituali e devozionali, piuttosto che storici e filologici (le pur ricche citazioni degli antichi testi liturgici sono sovente fraintese, non adeguatamente interpretate e contestualizzate). Cionondimeno, l'opera in sé resta comunque straordinaria per vastità e profondità; e finanche questa introduzione didattico-programmatica, pur con tutte le succitate problematiche, risulta una traccia assai utile per coloro che, volendo approcciarsi allo studio della Sacra Liturgia, bisognano di apprendere il metodo necessario all'analisi storica e filologica dei testi sacri.


La Sacra Liturgia: sue divisioni

L'ambito della liturgia non la cede in vastità a nessuna altra scienza, giacché abbraccia le prime origini dell'umanità, le sue relazioni essenziali col Creatore, la Redenzione, i Sacramenti, la Grazia, l'escatologia cristiana, quanto insomma v'ha di più sublime, di più esteticamente perfetto, di più necessario ed importante al mondo. Per ragione di metodo, questo vasto campo può tuttavia essere diviso e ripartito in varie sezioni, ognuna delle quali comprende un lato e un aspetto particolare e determinato della religiosità cattolica. Il prospetto potrebbe essere il seguente:


Come scienza, la sacra liturgia ha i suoi canoni, le sue leggi, le sue suddivisioni, al pari di tutte le altre scienze, e particolarmente della teologia positiva, cui è affine così per metodo che per scopo. Essa, infatti, si propone lo studio sistematico del culto cristiano, distinguendo e classificando le varie formole liturgiche giusta il tipo che distingue ciascuna famiglia, ordinandole secondo la diversa data di redazione, istituendo esami e confronti fra i vari tipi, affine di rintracciare in essi il loro comune schema d' origine. È soltanto così che si possono ricondurre a uno stipite comune, delle liturgie apparentemente irriducibili, come ad esempio la Romana, la Gallicana e l'Ispanica ; senza di che, non si riuscirebbe a comprendere come l'unità del Simbolo della Fede non avesse avuto come immediata
conseguenza la primitiva unità della sua espressione liturgica. Invece, studi recenti ed indagini minuziose e pazienti, hanno scoperto in tutte le liturgie, anche le più diverse fra di loro, un sustrato comune; talora un identico concetto viene espresso con formole rituali ed un linguaggio affatto differente, ma oramai non può dubitarsi più che le liturgie orientali ed occidentali derivano tutte da un
identico ceppo, assai antico, che forma come la base e il fulcro dell' unità cattolica nel culto ecclesiastico.

Tra le fonti per lo studio della sacra liturgia, altre sono dirette, altre indirette. Alla prima specie, appartengono le pubblicazioni antiche e recenti delle anafore orientali e dei vari sacramentari latini. Recentemente il principe Massimiliano di Sassonia ha intrapreso la pubblicazione a fascicoli dei vari testi delle messe orientali, Siro-Maronita, Caldaica, Greca, Armena, Siriaco-Antiochena, ma non mancano delle buone illustrazioni e dei commenti a quasi tutti i libri liturgici orientali finora editi Tra le fonti occidentali, una menzione speciale meritano i sacramentari Leoniano, Gelasiano, Gregoriano, gli Ordines Romani, il Missale Gothicum, quello Gallicano antico e i libri liturgici mozarabici. Le varie liturgie, tenendo conto del loro sviluppo cronologico e delle loro relazioni etnografiche, possono raggrupparsi approssimativamente nella maniera seguente:


Questo schema rappresenta esclusivamente le grandi linee di classificazione delle varie famiglie liturgiche, e talvolta i riavvicinamenti che propone hanno un valore puramente approssimativo, come nel caso di far dipendere da Roma tutte le altre liturgie latine.


Tratto da: Ildefonso Schuster, Liber Sacramentorum, vol. 1, cap. 1
Schemi digitalizzati dall'originale.

mercoledì 20 giugno 2018

L'Introito - P. Nikolaus Gihr

Tratto da: Das Heilige Messopfer – Dogmatisch, liturgisch und aszetisch erklärt – Klerikern und Laien gewidmet, 17a -19a edizione, ed. Herder, Freiburg im Breisgau 1922 (imprimatur: Friburgi Brisgoviae, die 24 Decembris 1921), cap. 36

1. In alcuni formulari della Messa troviamo una dicitura che richiede una breve spiegazione. Per esempio: Statio ad S. Petrum (Stazione a S. Pietro); Statio ad S. Caeciliam (Stazione a S. Cecilia). Queste parole indicano la relativa chiesa in cui, un tempo, nei giorni stabiliti, dopo la processione, il clero e i fedeli facevano sosta e celebravano il Sacrificio eucaristico. Le Stazioni, infatti, costituivano una forma di devozione per cui, nei giorni prestabiliti, il popolo si radunava per celebrazioni particolarmente solenni in chiese prescelte della città di Roma.
L’insieme della celebrazione comprendeva tre fasi: il radunarsi in una chiesa, la processione verso la chiesa della Stazione e la celebrazione della S. Messa. S’incominciava quando il clero e il popolo si erano radunati nella chiesa di partenza, dove il celebrante dava inizio alla celebrazione con il canto dei salmi ed una preghiera. Questa adunanza preparatoria si chiamava Collecta. Di lì ci si avviava, in processione, verso la chiesa della Stazione; il vessillo con la croce precedeva la processione, per via si cantavano salmi e, in vista della chiesa da raggiungere, le litanie dei santi, per cui le stesse processioni ebbero il nome di Litaniae. Di solito nella Chiesa Stazione il Papa pronunciava un’omelia e celebrava il Sacrificio della Messa.
Molto spesso alla devozione delle Stazioni si aggiungevano il digiuno e delle penitenze: ciò avveniva durante l’Avvento, la Quaresima e nei giorni Quatember e di Vigilia. Qui e là anche in particolari occasioni per implorare l’allontanamento di castighi divini e disgrazie; per es., la peste, la fame o la guerra. Altre volte per celebrare un evento gioioso, come quando la ricorrenza cadeva in una domenica o in un giorno di festa, oppure nelle annuali celebrazioni di santi famosi.
Assai spesso si celebrava la Stazione nelle sette principali chiese di Roma le quali, data la presenza delle sacre spoglie di numerosi martiri, erano talmente grandi da poter accogliere un gran numero di fedeli. All’origine le chiese delle Stazioni non erano fissate in anticipo ma, di volta in volta, si annunciava in singoli giorni dove si sarebbe tenuta la Stazione seguente. Gregorio Magno elevò la solennità delle Stazioni, le limitò a determinati giorni e le legò per sempre a certe chiese. Le fece includere nel Sacramentario, dal quale, in seguito passarono nel Messale. L’attuale ordinamento delle Stazioni è, in gran parte, quello da lui stabilito: in seguito, solo poche chiese ottennero la nomina di Stazione dai papi successivi. Dopo il trasferimento della loro residenza in Avignone (1305 ovvero 1309), i papi non parteciparono più alle Stazioni. Tuttavia, ancora ai nostri giorni, le celebrazioni nelle chiese-Stazione sono tenute con grande solennità; in quelle giornate, soprattutto nella Quaresima, i fedeli vi accorrono in gran numero per venerare le reliquie esposte e per lucrare le indulgenze aggiunte alla Stazione. La grande processione penitenziale del giorno di S. Marco (25 aprile), e le piccole processioni attraverso le campagne nei tre giorni che precedono l’Ascensione, sono, verosimilmente, analoghe alle antiche Solennità delle Stazioni. Come Tertulliano presuppone, il vocabolo Statio è passato dal gergo militare in quello ecclesiastico. Le adunanze celebrative, e gli esercizi dei cristiani, come sopra descritti, furono chiamati “Stazioni” perché avevano similitudini col servizio persistente dei combattenti. In quanto “guerrieri di Gesù Cristo”, i fedeli volevano far la guardia nella Casa di Dio, per difenderla contro le insidie e gli attacchi del nemico infernale. Perciò prolungavano quelle sante assemblee con digiuni, preghiere, letture e canto dei salmi fino alle tre del pomeriggio. Celebrando le Stazioni con un simile impegno, i fedeli si fortificavano e aumentavano le loro energie, al fine di non essere sconvolti nelle sofferenze e nelle battaglie della vita, per non divenire vacillanti, ma piuttosto “per poter resistere alle insidie del diavolo, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove”. In questa maniera essi volevano adempiere al grido di battaglia dell’Apostolo, che tutti esorta “a rivestirsi dell’armatura di Dio”, cioè “lo scudo della fede, l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito: cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi” (Ef. 6,11-18).

Introito della festa di S. Enrico martire

2. Mentre l’immutabile forma dell’Introito costituisce l’introduzione generale a tutta la Messa, l’Introito mutabile, invece, apre in particolare la principale parte mutabile della liturgia della Messa. “Quando viene intonato l’Introito, sembra che una voce solenne echeggi per chiamare a raccolta gli uditori, affinché prendano spiritualmente parte al Santo Sacrificio. L’impressione che genera questo canto cambia secondo i momenti e le feste: esso certamente suona sempre come un invito ad unirsi alla celebrazione ricordando la morte del Signore; ma anche l’entrata del Signore in Gerusalemme suscita nuovi sentimenti, e altri ancora il suo attraversamento del torrente Cedron, benché in ambedue gli episodi la meta fosse la stessa” (Marbach, 109). A questo punto non si tocca ancora direttamente il Sacrificio: l’Introito deve, in primo luogo, preparare i presenti alla celebrazione del Sacrificio vero e proprio, suscitando in essi santi pensieri, pie aspettative e buoni propositi, così da renderli degni della celebrazione dei Divini Misteri. In modo conforme a ciò, esso è composto da letture e insegnamenti, da cui la fede viene ravvivata e rinforzata; inoltre, dalla preghiera e dal canto, che risveglia e nutre la devozione: fede e raccoglimento sono necessari soprattutto per una santa celebrazione dei Sacri Misteri. Queste preghiere, canti e letture normalmente mutano, seguendo il progredire e il carattere dell’anno liturgico, perché devono manifestare convenientemente l’idea della liturgia del giorno, o della festa, che è il motivo principale della celebrazione del Santo Sacrificio.

a) In questa sua forma attuale, l’Introito è un canto tratto da un salmo abbreviato al massimo: è composto di un solo verso, unito al Gloria Patri, che (come solitamente i salmi interi) viene iniziato e concluso con un’antifona. L’antifona è presa soprattutto dal Salterio, qualche volta anche dai libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, o, in pochi casi, composta apposta dalla Chiesa stessa. Non sempre, ma di solito, all’antifona segue l’inizio, cioè il primo verso di un salmo. Nel tempo gaudioso Pasquale si aggiungono due, e qui e là, anche tre Alleluia. In quelle Messe dove il salmo Judica manca, si omette anche il Gloria Patri dopo il verso del salmo. Nel Gloria Patri, questa solenne lode della Santissima Trinità, risuona un tono di gioia. Perciò viene esclusa nelle Messe Tempora della Passione e della Settimana Santa, come anche nella Messa Requiem, per significare la dolorosa tristezza e afflizione della Chiesa. La Messa del Sabato Santo, e la Messa principale della Vigilia di Pentecoste, cioè quella preceduta dalle Profezie (con o senza consacrazione dell’acqua battesimale) non hanno l’Introito. In quei giorni, ai canti, alle preghiere e alle letture seguono le Litanie dei Santi; alla conclusione, mentre il coro intona solennemente il Kyrie, si procede dalla sagrestia verso l’altare per celebrare la Messa Solenne, perciò non è necessario cantare ancora l’Introito. In questo caso vale ancora oggi la consuetudine medioevale per cui il canto dell’Introito accompagnava l’entrata in chiesa del celebrante. Da molto tempo, invece, vige la regola che l’Introito sia intonato quando il sacerdote, coi suoi chierichetti, ha raggiunto l’altare e ha dato inizio alle preghiere sugli scalini (“Staffelgebet”). Il Graduale Vaticano (1908) ritorna di nuovo all’uso originale e prescrive d’iniziare con l’Introito mentre il celebrante si dirige verso l’altare.
Il termine “Introitus” ha un significato plurimo nella liturgia.
 a) All’origine descriveva l’ingresso solenne del celebrante nella chiesa, poi il tragitto dalla sagrestia all’altare;
b) analogamente, il canto alternato del coro comprendente numerosi versi di salmi, uniti ad un’antifona, veniva cantato durante l’ingresso del celebrante,
c) oppure, talvolta, la sola antifona appartenente al canto corale,
d) e, in senso lato, l’antifona e il verso del salmo assieme al Kyrie, al Gloria e alla Colletta.
Il sacerdote, mentre recita le prime parole dell’Introito, si fa il segno della croce; così come fa sempre all’inizio, indipendentemente dai formulari della Messa, mutevoli secondo i giorni e le feste. Nelle Messe per i defunti egli non si fa il segno di croce ma lo fa sul Messale (super librum quasi aliquem benedicens - Rubr.) mentre implora dal Signore l’eterno riposo e la Luce Eterna per i defunti. Questo segno di croce non è certamente indirizzato al libro, ma alle povere anime, cioè vuole significare che la pienezza della benedizione del Sacrificio possa raggiungerle. L’Introito viene letto sulla parte sinistra dell’altare – cosiddetta dell’Epistola – con le mani giunte sul petto, per voler significare e manifestare il sentimento di preghiera del sacerdote.

b) È superfluo, quindi, spiegare ulteriormente il significato e lo scopo dell’Introito. Poiché esso avvia le feste particolari, o la celebrazione del giorno, appartiene alle parti mobili del rito della Messa, ed è perciò da considerare sotto gli stessi punti di vista del verso del Graduale, dell’Offertorio e della Comunione.
Questi quattro componenti appartengono a quei canti con cui il coro – a nome del popolo – accompagna in forma sublime il dramma divino del Sacrificio Eucaristico. Nella loro forma attuale, non sono che piccoli resti dei grandi canti che abbracciavano interi salmi, ovvero versi di salmi in numero indefinito, cantati mentre il celebrante si avviava all’altare (Introitus), o, dopo la lettura dell’Epistola (Graduale), o mentre i fedeli presentavano le loro offerte (Offertorium), o mentre essi ricevevano la santa comunione (Communio). Nel V secolo questi canti furono introdotti nella Chiesa romana. Ma non furono introdotti tutti nel medesimo tempo; il canto del Graduale è probabilmente il più antico, mentre invece il salmo dell’Introito il più recente. Gregorio Magno aveva già accorciato questi canti corali, come si può evincere dal suo antifonario; più tardi furono semplificati ancora di più, come si constata nei Messali odierni.
Ovviamente, i salmi, o le parti del salmo, non sono stati scelti arbitrariamente o a caso, ma piuttosto inseriti nei singoli formulari della Messa in base ad un preciso criterio. Il motivo principale che ha guidato questo inserimento è stato l’anno liturgico, con le sue feste e periodi da santificare; ossia, l’occasione e il motivo che danno luogo al Sacrificio. La celebrazione del Sacrificio della Messa è intimamente legata e interconnessa con il movimento dell’anno liturgico, ordinato in maniera misteriosa e meravigliosa. Sacrificio e preghiera, Messale e breviario, armonizzano l’uno con l’altro, si completano a vicenda e fanno assieme la piena celebrazione liturgica delle sante feste e dei tempi. Come la preghiera delle ore del sacerdote, così anche il formulario delle Messe ha come scopo quello di dare l’impronta caratteristica della festa, o di esprimere i pensieri base dei giorni festivi e della settimana, e di renderli ovunque comprensibili. Ne consegue che le parti mutevoli dei canti del formulario della Messa devono essere scelte in riferimento alle feste o alla celebrazione del giorno. Ciò è da tener presente come stella guida, per dare ai canti corali – presi dalle Scritture – un rapporto e un senso mistico-liturgico in maniera disinvolta, appropriata, edificante.
Qui bisogna menzionare anche una restrizione facilmente comprensibile. Il contenuto delle parti cantate si accorda alla stagione liturgica, quando questa ha un carattere particolarmente marcato. Ciò vale per l’Avvento, la Passione e il tempo pasquale; meno per la Quaresima. Per quest’ultima – a differenza dell’Avvento – è stata istituita una propria Messa per ogni giorno. Ora, poiché nel Salterio – particolarmente usato per l’Introito di questo tempo – non erano reperibili tutti i testi penitenziali adatti, nella scelta ci si è spesso adattati a canti d’implorazione di ogni tipo. Ne consegue che si incontrano parecchi canti delle Messe quaresimali di nuovo nelle domeniche dopo Pentecoste. Qui si osserva che, fino alla 17° domenica dopo Pentecoste, l’Introito è preso di volta in volta in sequenza ordinata dal salmo che segue il precedente. Per la celebrazione delle feste si può facilmente reperire nella Bibbia testi di canti perfettamente adatti.
Quanto finora detto è da applicarsi in particolare all’Introito. Il suo contenuto è tanto ricco e così vario quanto lo è l’intero anno liturgico della Chiesa: gioia, giubilo, tristezza, dolore, lamento, speranza, nostalgia, timore, glorificazione, ringraziamento, supplica e perdono. In breve: tutti i sentimenti religiosi da cui l’anima, nel corso dell’anno liturgico, dovrebbe essere presa, trovano nell’entrata (Introito) espressione corta e forte. L’Introito sembra essere “la chiave di tutta la Messa: unico nella sua essenza, si unisce a tutte le nostre necessità, sia che noi impetriamo il perdono o che vogliamo dire grazie, se vogliamo chiedere l’allontanamento del male o pregare per una benedizione. Talvolta questo verso d’introduzione ha un tono forte e gioioso - Gaudeamus omnes in Domino; poi profondo e lamentoso - Miserere mihi, Domine, quoniam tribulor; nel periodo Pasquale l’Alleluia risuona ovunque come il gioioso suono delle campane; nel tempo di Passione perfino il Gloria Patri è taciuto, e intervengono malinconia e tristezza; nelle feste dei santi sono menzionate le loro virtù e i loro trionfi; e se è una festa di Nostro Signore, allora si annuncia il mistero da contemplare” (Wieman).
È proprio attraverso l’Introito che spesso si ha – per così dire – la disposizione di spirito per avvicinarsi – il giorno in cui si celebrano – ai singoli avvenimenti della storia della salvezza o a un mistero della fede. L’Introito è il breve riassunto di quanto può nascere in pensieri e sentimenti; esso è ciò che dice: è l’ingresso appropriato e avvincente. Esso non offre luce e pensieri solamente all’intelletto: da esso fluiscono stimoli al sentimento e al cuore. Per questo motivo l’Introito non è in primo luogo materia di lettura, ma un pezzo da canto, è una lode; e per poterlo accogliere con la sua forza animatrice, non dovremmo leggerlo, ma cantarlo o ascoltarlo cantato, oppure, addirittura, pensarlo cantato. Ciò che commuove il cuore è da cantarsi, e viceversa: il canto muove ed esalta il cuore, tocca le corde dell’anima facendole vibrare e risuonare – l’anima si trasforma in un’arpa risonante (Reck).
L’Introito intona, come una “ouverture di colori sgargianti”, il tono del giorno liturgico e della celebrazione della Messa. La corda così toccata poi echeggia ripetutamente tra spazi più ristretti o più ampi, nel canto d’inizio, nell’Offertorio e nel verso della Comunione. Dal momento che anche le preghiere variabili e le letture istruttive armonizzano con questi pezzi cantati, risuona, attraverso tutto il formulario della Messa, un tono uniforme: l’idea della festa o il pensiero del giorno.

domenica 17 giugno 2018

Pellegrinaggio alla Salute: resoconto e fotografie (aggiornato)

Sabato 16 giugno, per le cure di Traditio Marciana e del Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, si è svolto alla Basilica di S. Maria della Salute in Venezia il pellegrinaggio dei coetus fidelium del Triveneto.


Mons. Marco Agostini, del clero veronese, officiale della segreteria di Stato e cerimoniere pontificio, ha cantato Messa solenne all'altar maggiore del Santuario basilicale. La liturgia è stata preceduta dal canto delle litanie alla Beata Vergine secundum consuetudinem ducalis Basilicae S. Marci Venetiarum, in tono patriarchino; al termine della stessa, è stata venerata e offerta al bacio dei cristiani presenti la reliquia dell'ulna di Sant'Antonio da Padova, custodita nel medesimo Santuario.

Un coro composto da studenti dei Conservatori di Venezia e Castelfranco ha eseguito la Messa a tre voci di William Byrd (1540-1623) e il proprio gregoriano della Messa Salve Sancta Parens. Sono stati inoltre eseguiti altri canti della tradizione gregoriana e patriarchina, il Recercar con obligo di cantar la quinta parte del Frescobaldi e il responsorio antoniano Si quaeris miracula secondo la notazione originaria (1233) custodita presso la Basilica del Santo di Padova. Il ricco accompagnamento organistico, con l'esecuzione dei pezzi dei maestri marciani dal XVII secolo in poi, è stato curato dall'organista titolare della Basilica della Salute, la M.a Paola Talamini.

Il circolo Traditio Marciana si è occupato del servizio all'altare. Si ringraziano, per la collaborazione a vario titolo, la Fraternità Sacerdotale San Pietro di Venezia, il Circolo Liturgico Pio VII, la sezione pordenonese dell'Associazione Una Voce Italia.

Di seguito si pubblicano il servizio fotografico della celebrazione.



























giovedì 14 giugno 2018

Le Regole di San Basilio

Insieme a San Benedetto, si può sicuramente asserire che colui che giocò il ruolo maggiore nella diffusione del monachesimo, tanto Orientale quanto Occidentale, fu San Basilio, di cui oggi ricorre la memoria.

Convinto sostenitore del monachesimo cenobitico e della necessità che il monaco fosse sacerdote, egli fondò numerosi monasteri e stese quattro regole (Morales, fusius tractatae, brevius tractatae, ad monachos), seguite poi da molti cenobi. Troviamo monasteri basiliani anche in Salento, dove s'impiantarono sfuggendo alle persecuzioni iconoclaste di Leone VII Isaurico nel VIII secolo. La presenza tutt'oggi di questo monachesimo bizantino anche in Italia è uno dei segni più evidenti dello stretto legame intercorrente tra Oriente e Occidente cristiani. Nella chiesa rupestre materana di S. Maria di Hydris, per esempio, sono raffigurati vicini santi orientali e occidentali dei primi secoli, i cui attributi però (vesti liturgiche, modo di benedire, etc.) sono sovente scambiati tra loro, fondendoli in un unico armonico contesto. Nella città dei sassi sono molte le influenze reciproche tra Oriente e Occidente che si possono notare: come l'immagine tipicamente orientale della Glykophilousa, che ricorre anche in quelle chiese rupestri che facevano parte di complessi monastici latini.

Tornando alla regola basiliana, delle quattro che egli compose, la prima è generale (indica i precetti morali per chiunque) e la quarta riassuntiva: il nucleo principale delle istruzioni per il monaco si trovano nelle Regole fusius tractatae (55 articoli di ordine morale ed etico) e nelle Regole brevius tractatae, che spiegano invece come debba comportarsi il monaco di fronte a determinate situazioni: vogliamo proporre di seguito qualche estratto dalle sue regole, senza certo alcuna pretesa di completezza (vogliamo esortare anzi a leggere questi testi veramente edificanti e fruttuosi dal punto di vista spirituale), ma inducendo a un leggero confronto con la "nuova morale", mondana e moderna.

Dalle Regulae brevius tractatae

DOMANDA 4: Se qualcuno anche per piccoli peccati mette in angustia i fratelli dicendo: «Dovete fare penitenza», non è forse egli stesso senza misericordia e non distrugge forse la carità?
RISPOSTA: Poiché il Signore ha affermato con forza: Né uno iota né un apice della legge passerà prima che tutto si compia (Mt 5,18), e ha dichiarato: Gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio di ogni parola oziosa che avranno detto (Mt 12,36), non possiamo disprezzare nulla, quasi fosse piccola cosa. È detto: Chi disprezza una cosa, sarà da essa disprezzato (Pr 13,13).
E ancora, quale peccato si oserà chiamare piccolo quando l’Apostolo ha dichiarato: Trasgredendo la legge, insulti Dio? (Rm 2,23)
Se poi il pungolo della morte è il peccato, non questo o quello, ma evidentemente in modo indeterminato ogni peccato, allora è senza misericordia chi tace, non chi riprende: così come è senza misericordia chi lascia il veleno in qualcuno che sia stato morso da una bestia velenosa, non quello che lo toglie. È questi che distrugge la carità. Sta infatti scritto: Chi risparmia il bastone, odia suo figlio; chi ama, ha cura di castigare (Pr 13,24).

DOMANDA 23: Quali parole rendono un discorso «ozioso»?
RISPOSTA: In generale, ogni parola che non contribuisca all’adempimento di ciò che è nostro dovere nel Signore, è oziosa.
E tale è il pericolo di una simile parola che, quand’anche sia bene ciò che si dice, e non sia tuttavia ordinato all’edificazione della fede, chi ha parlato non è affatto al sicuro a motivo della bontà del suo discorso, ma anzi, per non aver ordinato il suo parlare all’edificazione, egli rattrista lo Spirito Santo di Dio.
L’Apostolo ha insegnato chiaramente questo dicendo: Non esca dalla vostra bocca nessuna parola viziosa, ma piuttosto ogni parola buona per l’edificazione della fede, per dare grazia a chi ascolta (Ef 4,29); e aggiunge: E non contristate lo Spirito Santo di Dio; nel quale siete stati sigillati (Ef 4,30).
E c’è forse bisogno di dire quale grande male sia il contristare lo Spirito Santo di Dio?

DOMANDA 43: In che modo bisogna dar retta a chi sveglia per la preghiera?
RISPOSTA: Se qualcuno riconosce il danno che viene dal sonno — poiché in esso l’anima non ha neppure percezione di se stessa — e conosce invece il guadagno della veglia e soprattutto la gloria sovreminente dell’avvicinarsi a Dio per la preghiera, darà retta a chi sveglia — sia per la preghiera che per qualsiasi altra ubbidienza — come a un uomo che gli fa benefici grandi e superiori a ogni desiderio.

DOMANDA 301: E se uno dice: «La mia coscienza non mi accusa»?
RISPOSTA: Ciò accade anche per i mali del corpo. Ci sono molti mali che non vengono percepiti dai malati: e tuttavia essi credono più all’esame dei medici di quanto non badino alla propria insensibilità. Allo stesso modo avviene per i mali dell’anima, cioè per i peccati: anche se uno non si accusa da se, perché non si accorge del peccato, deve tuttavia credere a quelli che possono vedere meglio di lui ciò che lo riguarda. E questo ce lo hanno mostrato i santi apostoli quando, pur essendo pienamente certi della propria sincera disposizione d’animo nei confronti del Signore, tuttavia, nel sentir dire: Uno di voi mi tradirà (Mt 26,21), credettero piuttosto alla parola del Signore e domandavano tutti: Sono forse io, Signore? (Mt 26,22) Più chiaramente ancora ci ammaestra il santo Pietro che, con ardente umiltà, ricusava il servizio che gli rendeva il Signore e Dio e maestro, ma, pienamente certo della verità delle parole del Signore, quando si sentì dire: Se non ti lavo, non hai parte con me, disse: Signore, non i piedi soltanto, ma anche le mani e la testa (Gv 13,8-9).

DOMANDA 302: Bisogna prelevare qualcosa dalla cassa per darlo ai bisognosi di quelli «di fuori»?
RISPOSTA: Il Signore ha detto: Non sono stato mandato che per le pecore perdute della casa d’Israele (Mt 15,24), e: Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini (Mt 15,26). Dunque, non è necessario prendere ciò che è stato preparato per coloro che sono consacrati a Dio e consumarlo per chiunque.
Se si dà però la possibilità che si realizzi la parola detta dalla donna lodata per la sua fede, cioè: Sì, Signore, e infatti i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro signori (Mt 15,27), allora la cosa è lasciata al giudizio dell’economo, col comune consenso di coloro che, dopo di lui, hanno un’autorità. Questo perche, dalla sua sovrabbondanza, il sole sorga sui cattivi e sui buoni, come sta scritto (Mt 5,45).


Dalle Regulae fusius tractatae

DOMANDA 6: Della necessità di vivere nella solitudine
R.: Per aiutare l’anima a concentrarsi, occorre abitare nella solitudine.
È pericoloso, infatti, rimanere fra quelli che vivono senza alcun timore di Dio e disdegnano di osservare perfettamente i suoi comandamenti. Salomone ce lo insegna dicendo: “Non ti associare a un collerico e non praticare un uomo iracondo, per non abituarti alle sue maniere e procurarti una trappola per la tua vita” (Pr 22,24-25); ugualmente dice l'Apostolo: “Perciò uscite di mezzo a loro e separatevi, dice il Signore” (2 Cor 6,17).
Se temiamo di essere tentati dagli occhi e dagli orecchi, e di abituarci lentamente al peccato, se temiamo per la nostra anima il pericolo mortale che ci sarebbe conservando nella memoria le cose viste o le parole udite, se vogliamo inoltre perseverare nella preghiera continua, cominciamo per prendere la decisione di abitare in solitudine.
Così riusciremo, forse, a sfuggire all’abitudine presa di vivere come stranieri ai comandamenti di Cristo: e non è sufficiente un tenue lotta per vincere una pratica rafforzata dal tempo. Forse anche arriveremo a cancellare le tracce del peccato, grazie ad una preghiera instancabile e la meditazione dei comandamenti divini, preghiera e meditazione alle quali è impossibile dedicarsi in mezzo alla folla, fonte di molteplici distrazioni e di preoccupazioni temporali.
E la parola di Cristo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso” (Lc 9,23), chi potrebbe mai osservarla pur restando fra loro? Poiché è rinunciando a noi stessi e prendendo la croce di Cristo che dobbiamo seguirlo.
Ma la rinuncia è la dimenticanza completa delle cose temporanee ed il sacrificio della propria volontà, sacrificio molto difficile, per non dire del tutto impossibile a chi vive tra gli uomini.
Prendere la propria croce e seguire Cristo è anche una cosa difficile in un mondo così confuso. Poiché prepararsi a morire per Cristo, essere mortificato, come conviene alle membra sulla terra, essere pronto a resistere agli attacchi lanciati contro di noi a causa del nome di Cristo, conservarsi distaccati della vita presente: in questo consiste prendere la propria croce, ma vi troviamo molti ostacoli, se perseveriamo nella vita ordinaria.
Tra le tante cose anche ciò: quando l’anima ha sotto gli occhi la massa dei peccatori, non trova più l'occasione di osservare i propri peccati, né di fare penitenza, nel pentimento, per le sue mancanze. Essa si paragona ai più grandi colpevoli e si immagina di avere della virtù. In seguito, sottratta dalle difficoltà e dalle preoccupazioni della vita ordinaria ad un pensiero molto più degno: quello di Dio. Ed essa così perde, con la gioia e l’allegria spirituale, la felicità di gradire le delizie del Signore e gustare la dolcezza delle sue parole. Non potrà più dire: “Mi sono ricordato del Signore e sono stato nella gioia” (Sal 76,4), e neanche: “Come sono dolci le tue parole al mio palato, sono per la mia bocca preferibili al miele” (Sal 118, 103). Infine si abitua a disprezzare completamente i giudizi divini, e, per essa, nulla di più triste né di più disastroso!

DOMANDA 8 Della rinuncia. Occorre in primo luogo rinunciare a tutto prima di dedicarsi in quel modo a Dio?
R. - Il nostro Signore Gesù Cristo ha spesso insistito vivamente: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinunci sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24), ed ancora: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33). Ci sembra dunque esigere la rinuncia più completa.
Certamente, abbiamo rinunciato soprattutto al demonio ed alle passioni della carne, noi che abbiamo respinto i peccati nascosti, le parentele di sangue, le frequentazioni umane ed ogni pratica di vita in contraddizione con la pratica perfetta e salutare del Vangelo.
E, cosa più necessaria ancora, è a sé stesso che rinuncia colui che “si è svestito dell’uomo vecchio con le sue azioni” (Col 3,9), di quell’uomo vecchio che “si corrompe seguendo le passioni ingannevoli” (Ef 4,22). Egli rifiuta dunque tutte le affezioni mondane capaci di mettere ostacolo alla perfezione che prosegue, considera come suoi genitori veri coloro che l’hanno generato in Cristo con il Vangelo (1 Cor 4,15), e come fratelli coloro che hanno ricevuto lo stesso Spirito d'adozione. Infine, considera le ricchezze come cosa estranea a lui, come in realtà lo sono.
In una parola, come potrebbe ancora entrare nelle preoccupazioni mondane colui che dice, seguendo l’Apostolo: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”? (Gal 6,14). Poiché Cristo ha voluto fino all'estremo il disprezzo della sua vita e la rinuncia a sé, quando ha detto: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce”, aggiungendo: “e mi segua”, (Mt.16, 24) ed ancora: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26).
La rinuncia completa consiste dunque nel non tenere più alla vita, ma considerasi sempre come condannati a morte, in modo da non confidare più su di sé (2 Cor 1,9).
Si comincia con l'abbandono delle cose esteriori, come le ricchezze, la vanagloria, la compagnia degli uomini, l'attrazione delle cose inutili.
È di ciò che ci hanno dato l'esempio i santi apostoli di Cristo: Giacomo e Giovanni che lasciano loro padre Zebedeo e anche la loro barca con cui guadagnavano da vivere; Matteo, che si alza del suo banco da gabelliere per seguire Gesù, non soltanto a scapito dei suoi interessi, ma ancora a dispetto delle sanzioni che incombevano su di lui e sui suoi parenti da parte dei magistrati, perché lasciava indebitamente incompiuta la riscossione delle imposte. Quanto a Paolo, il mondo era crocifisso per lui, e lui lo era al mondo (Gal 6,14).
Così colui che è animato da un desiderio imperioso di seguire Cristo non può tenere più conto di nulla in questa vita: né degli affetti verso genitori ed amici, nel momento in cui questi si oppongono ai precetti del Signore, poiché è allora che si applicano le parole: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, ecc …” (Lc 14,26); né del timore degli uomini, quando questo lo induce a deviare dal vero bene, come l’hanno fatto eccellentemente i Santi che hanno detto: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (At 5,29); né infine delle prese in giro con i cui cattivi affliggono i buoni, poiché non occorre lasciarsi vincere dal disprezzo.
Se si vuole conoscere più esattamente e più chiaramente con quale ardore amavano Cristo coloro che lo seguirono, ci si ricordi di ciò che l'Apostolo disse parlando di sé stesso per istruirci: “Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo” (Fil 3,4-8).
In realtà - parlando con audacia, ma anche con verità -  se è ai peggiori rifiuti del corpo, a ciò che noi rigettiamo con disprezzo e da cui ci allontaniamo con premura, che san Paolo paragona perfino i vantaggi accordati per un certo tempo alla Legge, se diventano ostacoli alla conoscenza di Cristo, alla giustizia in lui ed alla trasformazione nella sua morte, che dire di ciò che è stato stabilito dagli uomini?
Ma che bisogno c’è di appoggiarci alle nostre argomentazioni o agli esempi dei santi? Possiamo citare le affermazioni del Signore stesso e con esse confondere l’anima timorosa, poiché egli parla chiaramente e senza possibile contraddizione: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo, dice “ (Lc 14,33). Ed altrove: “Se vuoi essere perfetto …”, quindi continua: “Va’, vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri …”, dopo di ché aggiunge: “e vieni! Seguimi!” (Mt 19,21).
Per chi sa comprendere, la parabola del mercante vuole ovviamente significare la stessa cosa: “Il regno dei cieli, dice Gesù, è simile ad un mercante che va in cerca di pietre preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti suoi averi e la compra” (Mt 13, 45-46).
La pietra preziosa designa indubbiamente qui il regno dei Cieli, ed il Signore ci mostra che è impossibile ottenerlo, se non abbandoniamo tutto ciò che possediamo: ricchezza, gloria, nobiltà di nascita e tutto ciò che tanti altri ricercano avidamente.
Il Signore lo ha dichiarato, è del resto impossibile occuparsi adeguatamente di ciò che si fa, quando lo spirito è sollecitato da oggetti diversi: “Nessuno può servire due padroni” (Mt 6,24), ha detto, ed ancora: “Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24).
È per questo che il tesoro che è nel cielo è il solo che possiamo scegliere a cui unire il nostro cuore: “Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21) Se ci riserviamo dunque dei beni terrestri o delle ricchezze caduche, il nostro spirito vi rimane nascosto come nel fango ed il nostro cuore resta incapace di contemplare Dio; diventa insensibile ai desideri degli splendori celesti e dei beni che ci sono promessi. Ma, questi beni, possiamo ottenerli soltanto se un'ardente aspirazione ci porta a richiederli incessantemente e ci rende leggero lo sforzo per raggiungerli.
Praticare la rinuncia è dunque, lo abbiamo mostrato, affrancarsi dei legami di questa vita terrestre e momentanea, e liberarsi dagli eventi umani, per essere più in grado di andare nella via che conduce a Dio. È liberarsi dagli ostacoli per potere possedere ed utilizzare di questi beni più pregevoli di cui è detto: “più preziosi dell’oro, di molto oro fino” (Sal 18,11).
Riassumendo, significa trasportare il cuore umano nella vita del cielo, in modo che si possa dire: “La nostra cittadinanza infatti è nei cieli” (Fil 3,20), e soprattutto è iniziare ad assimilarci a Cristo, che si è fatto povero per noi, da “ricco” che era (2 Co 8,9), ed a cui dobbiamo somigliare se vogliamo vivere conformemente al Vangelo.
Quando dunque potremo avere la contrizione del cuore e l'umiltà dello spirito, o affrancarci dalla collera, dalla tristezza, delle preoccupazioni e, insomma, da tutte le dannose passioni del cuore, se restiamo nell'ambito delle ricchezze e delle preoccupazioni della vita che sono in relazione con le antecedenti passioni?
In breve, perché colui che non vuole neppure mettersi in pena per il necessario, come gli alimenti e l'abito, si lascerebbe trattenere dalle maligne preoccupazioni della ricchezza, come spine che verrebbero ad ostacolare la produttività del seme che il seminatore divino getta nelle nostre anime? Poiché il Signore ha detto: “(Il seme) caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione” (Lc 8,14).


DOMANDA 17: Occorre moderarsi anche nel ridere
R. - Ecco un punto molto trascurato e tuttavia ben degno di una speciale attenzione da parte di quelli che praticano l'ascetismo.
Consegnarsi al riso rumoroso e smodato è un segno d'intemperanza e prova che non si è capaci di controllare se stessi, né di reprimere la frivolezza del cuore con la santa ragione. Non è sconveniente mostrare l'illuminarsi di gioia dell’anima con un allegro sorriso, come indica questo proverbio della Scrittura: “Un cuore lieto dà serenità al volto” (Pr 15,13), ma scoppiare dalle risa e scuotere il corpo  suo malgrado, non è di chi ha un cuore tranquillo, sicuro o padrone di sé stesso.
Questo genere di riso, L’Ecclesiaste lo rifiuta anche come se fosse il grande avversario della stabilità dell’anima: “Del riso ho detto: «Follia!»” (Qo 2,2), e: “perché quale il crepitio dei pruni (che ardono) sotto la pentola tale è il riso degli stolti.” (Qo 7,6).
Il Signore stesso ha voluto provare tutte le sensazioni inseparabili dalla natura umana e mostrare la sua virtù quale esempio nella fatica o nella compassione verso gli infelici ma, come la attestano i resoconti evangelici, non ha mai ceduto al riso; invece egli deplora quelli che ridono. (Lc 6,25).
Non lasciamoci tuttavia fuorviare dall'equivoco, poiché la Scrittura chiama spesso ridere la gioia del cuore ed il piacere causato da diverse specie di beni; così esclama Sara: “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio” (Gn 21,6), di stesso Gesù detto: “Beati voi, che ora piangete, perché riderete” (Lc 6,21), e Giobbe: “Colmerà di nuovo la tua bocca di sorriso” (Gb 8,21). Tutte queste espressioni riguardano la gioia che si fonda sulla contentezza dell’anima.
Se qualcuno è dunque al di sopra delle passioni, non subisce l'attrazione del piacere, o almeno non gli cede, ma si domina con fermezza in presenza di ogni piacere nocivo, costui si controlla perfettamente, ed è evidente che comportandosi così si allontanerà da ogni peccato. Vi sono delle circostanze in cui occorre astenersi dalle cose permesse e necessarie alla vita, ed è così quando l'interesse di un fratello lo richiede, come dice l'Apostolo: “Se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne (Ndt: qui sta parlando della carne consacrata agli idoli)” (1 Cor 8,13). Egli aveva la facoltà di vivere del Vangelo (Ndt: ovvero delle ricompense dovute a chi predica il Vangelo), ma non ne fece uso per la paura di ostacolare questo stesso Vangelo di Cristo. (1 Cor 9,12).
La temperanza è la distruzione del peccato, l’annullamento delle passioni, la mortificazione del corpo, fino nelle sue voglie ed nei suoi desideri, il principio della vita spirituale e l'impegno verso i beni eterni, poiché spezza in sé stessa lo stimolo del piacere. Il piacere è, infatti, la grande esca del male che rende noi uomini così propensi al peccato e dal quale ogni anima è attirata verso la morte come da un amo. Non facendosi indebolire da esso, né curvare sotto il suo giogo si sfugge, grazie alla temperanza, ad ogni peccato. Tuttavia se, dopo essergli sfuggiti nella maggior parte delle occasioni, gli si cede, fosse anche per una sola volta, non si è temperanti, così come non è in buona salute colui che è colpito da una sola malattia e così come non è libero colui che è dominato da un solo padrone ed anche per una sola volta.
Le altre virtù, perché si esercitano nel segreto dell’anima, appaiono poco agli occhi degli uomini, mentre chi possiede la temperanza è riconosciuto subito da quelli che incontra. Così come la corpulenza ed i bei colori caratterizzano l'atleta, così la magrezza ed il pallore che derivano dalle privazioni fanno riconoscere il cristiano poiché, essendo atleta di Cristo, è nell'indebolimento del corpo che vince il suo nemico e mostra fin dove può sostenere i combattimenti spirituali, secondo queste parole: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10).
Quanto è utile il solo vedere la condotta del temperante! Non appena usufruisce, ed in piccole dosi, di ciò che è necessario, si alza rapidamente da tavola per affrettarsi al lavoro, come per rendere alla natura un servizio che gli pesa e crucciandosi del troppo tempo che vi occorre dedicare. Credo proprio che nessun discorso potrebbe toccare il cuore di chi è schiavo del suo ventre e portarlo a convertirsi, quanto un solo incontro con chi è temperante.
Ecco, mi sembra, ciò che vuole dire mangiare e bere per la gloria di Dio: significa fare in modo che, anche a tavola, le nostre buone azioni risplendano per glorificare nostro Padre, che è nei cieli.

venerdì 8 giugno 2018

Sui rischi della devozione al Sacro Cuore

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Pompeo Batoni, Sacro Cuore
Questo breve articolo mira a ricordare come una delle devozioni cattoliche maggiormente diffuse nell'età moderna, ossia quella al Sacro Cuore di Gesù, sia in realtà potenzialmente assai pericolosa e nasconda notevoli rischi antispirituali. Non che sia una devozione in sé anticattolica, e anzi le si deve moltissima gratitudine essendo assurta a simbolo del legittimismo tradizionalista contro la società post-giacobina, soprattutto in Francia. Tuttavia, qualora questa devozione non venga adeguatamente conosciuta dal punto di vista teologico e rettamente interpretata, nasconde velenosissime insidie.

Il problema centrale è il sentimentalismo in cui può scadere questa devozione. Essenzialmente, la devozione al Sacro Cuore è un modo particolare di venerare la Passione Redentrice di Nostro Signore. Ora, noi sappiamo che già la semplice devozione alla Passione, a partire dal francescanesimo e dal Tardo Medioevo, ha subito nel mondo latino una pericolosa deviazione sentimentale; nella devozione al Sacro Cuore si aggiunge il rischio di venerare il Sacro Cuore come "oggetto", come parte del corpo di Cristo, come "cuore di carne": questa cardiolatria potrebbe veramente definirsi nestoriana, in quanto seiunge irrimediabilmente la natura umana (il cuore, se nella Scrittura esprime la volontà, nell'immaginario dal XVII secolo in poi rappresenta piuttosto la sede del sentimento, che è emblema di umanità finita) da quella divina di Nostro Signore.

Scrive infatti S. Atanasio: Noi non adoriamo una creatura, ma il Creatore d'ogni cosa, il Verbo Incarnato, e anche se la carne è, presa separatamente, parte delle cose create, quella assunta da Dio è stata resa Dio stesso. Noi non adoriamo il Corpo separato dal Verbo, così come allo stesso modo non separiamo il Verbo dal corpo quando lo veneriamo. Noi riconosciamo il Logos in carne e ossa quale Dio. (Ep. ad adelph., 3)

In questo scritto, ci limiteremo a fare qualche semplice considerazione sulla genesi della devozione al Sacro Cuore, lasciando al lettore di trarre le conclusioni che più riterrà opportune.

La devozione al Sacro Cuore compare nella fine del 1600 negli ambienti dei Gesuiti, i quali hanno sempre teso ad enfatizzare l'umanità di Cristo. Questa nuova devozione faceva parte del progetto gesuitico di rendere più semplice e accessibile la religione ai fedeli, per andare a costruire quello che essi stessi chiamavano il Cristianesimo minimale. I Gesuiti si erano già resi protagonisti dell'introduzione di altre tendenze antispirituali: per esempio, oltre alle questioni sulla ricezione dell'Eucaristia già citate in questo blog, insistevano sulla sufficienza del pentimento in punto di morte (la qual cosa è assolutamente vera dal punto di vista teologico, ma forse risulta inopportuno propugnarla come fonte migliore di salvezza, come soleva opportunisticamente fare qualcuno...), oppure alla casuistica, sistema morale lassista che riconduceva le singole azioni peccaminose a un complesso predeterminato e precodificato di casi, le classificava e le valutava in modo tale da ridurre la colpa e la conseguente pena del peccatore. Tale sistema, denunciato da Pascal nelle sue Lettere provinciali (le quali, benché all'Indice, furono accuratamente lette e impiegate in funzione antigesuitica da diversi Papi), fu ripetutamente condannato dal Sant'Uffizio e dai Pontefici (1665, 1679, etc.)

Il primo a parlare di questo culto fu il gesuita La Colombiere (+ 1682) il quale fu il confessore di S. Maria Margherita Alacoque (+ 1690). Come conferma lui stesso, il confessore diffuse solamente delle rivelazioni private che suor Alacoque riceveva nella sua cella nei momenti di solitudine. Le narrazioni di suor Maria furono poi raccolte e pubblicate dal vescovo Languet, un gesuita, nella città di Soissons. Nonostante il clero diocesano, leggendo il libro, fosse disgustato, ormai era stato dato alle stampe ed era impossibile fermare la diffusione che pareva inarrestabile. Papa Clemente XIV nel 1772 comunque condannò fermamente il libro e la devozione.

Maria Alacoque aveva raccontato di aver ricevuto la rivelazione sul Sacro Cuore nel modo seguente.
Mentre si preparava per la venerazione del Santissimo, Gesù le era apparso e le aveva confidato che voleva che la Chiesa fondasse una nuova festività, dopo il Venerdì dopo il Corpus Domini, "se davvero l'amava". Gesù le avrebbe chiesto di avvicinare Le Colombiere e convincerlo a diffondere la devozione, "per far godere il mio cuore" le avrebbe detto. Suor Maria avrebbe riferito la visione al confessore, aggiungendo anche: "Il Cristo ha grandi prospettive per il vostro Ordine (Gesuiti)". Maria spendeva intere notti in colloqui col suo Gesù mentre l'interesse per questo piccolo officio cresceva ovunque. Suor Maria donò il proprio cuore a Gesù con un documento scritto, firmato col sangue. Un giorno Cristo le disse, secondo i suoi racconti, che Maria era divenuta erede del Suo cuore nei secoli. Un giorno, Dio le avrebbe permesso di appoggiare la testa sul Suo petto, per poi appoggiare la Sua sul petto di lei. Un altro giorno ancora, suor Maria prese un coltello e incise sul proprio seno, a grandi lettere, il Nome di Gesù. Il clero era scandalizzato, ma il popolino era invece colpito da questo strano rapporto, che non si esita a definire sentimentale.
Il Vescovo Languet riferisce anche di "promesse matrimoniali" tra Gesù e suor Maria, culminate con un fidanzamento e un matrimonio "reali". Languet concesse la pubblica recita delle orazioni al Sacro Cuore i primi venerdì del mese.
I Gesuiti sfruttarono grandemente la devozione al Sacro Cuore per portare la loro teologia nelle masse, ma, nonostante, le pressioni della Compagnia del Gesù, la richiesta di creare una Festa del Sacro Cuore fu rigettata dalla Congregazione dei Riti nel 1697. Per trent'anni l'Ordine diffuse con immagini, medagliette, libretti questa nuova devozione pietistica. Nel 1729 il card. Prospero Lambertini, responsabile per la Congregazione dei Riti, uomo di grande cultura, rifiutò ancora una volta l'istituzione della festa commentando: " E perché allora non la Festa degli Occhi di Cristo? O del Cuore di Maria, magari?" l'ingenuo futuro papa Benedetto XIV non poteva sapere che si sarebbe davvero istituita una devozione anche per il cuore di Maria.
Papa Clemente XIII, amico dei Gesuiti, tentò invece di proporre questa devozione a Roma: pare invece che l'ambiente curiale fosse tutt'altro che favorevole. Nel 1765 Clemente permette una Festa al Cuore di Cristo, a livello locale, ma non inteso "fisicamente", ma come "espressione dell'Amore per l'umanità che mosse Dio a prendere carne". Tant'è vero che vietò assolutamente la raffigurazione di immagini sacre con il solo Cuore di Cristo, esortando piuttosto a compiere queste devozioni davanti a immagini della Passione. Tali indicazioni furono naturalmente da subito disattese, e soprattutto grazie alla gran copia di stampe e santini raffiguranti Cristo che offre il proprio cuore, in modo veramente molto carnale, la gente iniziò a interpretare in modo sentimentale e rischioso questa devozione.

La devozione, che Clemente XIV cercò ovviamente ma invano di fermare, ottenne un qualche rilievo all'interno mondo cattolico negli anni successivi, quando iniziò ad essere usata dai gruppi politici fedeli alla Tradizione Cattolica e monarchica in contrasto con il giacobinismo (Pio VI e Pio VII l'incoraggiarono privatamente), e quando essa assunse il suo massimo significato in questo contesto anzitutto politico, Pio IX poté elevarla ai massimi onori all'interno del culto cattolico, esaltando anche agli onori della santità Maria Margherita Alacocque.

Infine, una nota liturgica. Uno degli strumenti che più di tutti contribuirono alla trasformazione della devozione al Sacro Cuore in un culto sentimentale e carnale, fu la riforma dei testi dell'Ufficio Divino della festa, occorsa per volontà di Pio XI. Gl'inni, le letture, le omelie patristiche, le antifone... tutto fu cambiato: tutti i testi che si riferivano alla Passione di Cristo furono sostituiti da altri creati appositamente, inediti, ambigui. Un esempio tra tutti, il primo che s'incontra leggendo il Breviario, ossia l'antifona dell'Invitatorio del Mattutino
Forma "tradizionale": Christum pro nobis passum, venite adoremus (Venite, adoriamo Cristo, che patì per noi).
Forma di Pio XI: Cor Jesu amóre nostri vulnerátum veníte, adorémus (Venite, adoriamo il Cuore di Gesù, ferito per amore nostro).
Una forma esprime la devozione a Cristo Uomo-Dio nella sua interezza, e della sua Passione nella totalità; l'altra può essere pericolosamente interpretata come l'adorazione di un membro singolo del Corpo di Cristo, per di più accompagnata dal termine amor (che quasi mai s'incontra nei testi scritturali e liturgici, ove si preferisce il termine caritas per indicare l'amore di Dio) che apre a rischiose prospettive sentimentaliste...

venerdì 1 giugno 2018

Frequenza e condizioni della Santa Comunione

E' abbondantemente diffusa in Occidente ai nostri giorni, ormai da quasi un secolo, la pratica di accostarsi alla Santa Comunione quotidianamente o comunque tutte le volte che si assiste alla Santa Messa. Addirittura, il codice di diritto canonico riformato, seguendo istanze di chiara matrice protestante, ammette come norma una seconda e come eccezione una terza Comunione quotidiana, quando era considerato anticamente peccato grave fare più di una Comunione in un giorno. Tutto ciò sembra che rientri in una mentalità per cui conta il numero di Comunioni fatte, che sia il più alto possibile, e che bisogni quasi per forza comunicarsi ogni volta che si va a Messa. In Oriente, come ben sappiamo, la situazione è molto diversa, e le Comunioni sono molto più rare (una norma non scritta dell'Ortodossia Russa, per esempio, ne prevede 4 all'anno). Questo mi induce all'urgenza di fare una breve trattazione sulla frequenza e sulle condizioni della Santa Comunione.


L'uso della comunione quotidiana venne incoraggiato soprattutto da San Pio X, e iniziò a diffondersi veramente e completamente solo negli anni '40. Non che fosse mai stato ufficialmente vietato, ma vi erano certo delle date limitazioni. Partiamo dal fatto che la liturgia anticamente era solo domenicale e dunque, se nei primissimi secoli l'intero popolo accedeva alla Sacra Mensa ad ogni Messa, non praticava comunque più di una Comunione settimanale; già però il Crisostomo, S. Ambrogio, S. Agostino e S. Girolamo ci attestano dello scemare della frequenza della S. Comunione, gli ultimi due non senza una nota di approvazione. La Santa Chiesa cercò tuttavia di evitare che questo scemare diventasse un'astensione troppo lunga dal quella sorgente di vita che è il Corpo di Cristo, e perciò col Concilio Lateranense IV (1215) stabilì il precetto della Comunione Pasquale, riprendendo le decisioni di alcuni sinodi locali precedenti, primo tra tutti quello di Agde del 506 (che prevedeva l'obbligo della Comunione anche a Natale e Pentecoste). L'idea che sta alla base della rarefazione delle Comunioni è sostanzialmente il riconoscimento dell'abisso che separa Iddio e gli uomini, del mysterium tremendum che è la Transustanziazione, della nostra condizione caduta ed indegna; un assioma medievale insegna che una Comunione frequente è segno di mancanza di rispetto, una Comunione rara è segno di grande riverenza nei confronti del Sacramento (cfr. Pietro di Blois): in quell'epoca infatti si diffusero pratiche devozionali preparatorie alla ricezione del Sacramento molto rigide (per esempio, mangiare di magro per tre giorni, uso ancor oggi praticato officiosamente dai romeni). A Cluny, per esempio, le Consuetudines prescrivevano che alla Messa domenicale si consacrassero appena cinque ostie, in modo che quelli che lo volevano potessero comunicarsi. Quindi il numero di coloro che si comunicavano era molto basso.

Il tutto viene teologicamente spiegato da San Tommaso nella sua Summa Theologica [III, q. 80]. Alla domanda "E' bene comunicare ogni giorno?" risponde con una formola che porta a sconsigliare la Comunione: "La Comunione quotidiana è lodevole quando serve a nutrire il fervore senza venir meno al rispetto, ma, dacché spesse volte nella maggioranza degli uomini vi sono molti impedimenti a questa devozione, non è utile per tutti gli uomini di accostarsi quotidianamente al Sacramento".

Veniamo ora alle voci apparentemente contrarie, ossia i decreti del Concilio di Trento. Frequenter suscipere possint recita un documento della XIII sessione, riferendosi alla ricezione della Santa Comunione; nella XXII rimarca che "desidererebbe certo, il Sacrosanto Sinodo, che in ogni Messa i fedeli che sono presenti si comunicassero non solo con l’affetto del cuore, ma anche col ricevere sacramentalmente l’Eucaristia". Ora, queste indicazioni, piuttosto che consigliare indiscriminatamente la Comunione quotidiana, vorrebbero evitare alcune pratiche opposte che si erano diffuse per una generalizzazione ed esagerazione del rispetto reverenziale per la Santa Comunione, che aveva portato, exempli gratia, al distribuire la Comunione solo il giorno di Pasqua (cfr. alcuni scritti della beata Camilla da Varano, XV secolo), o a dover a richiedere uno speciale permesso per una Comunione "frequente" (intendendo con ciò quindicinale o settimanale tutt'al più), come accadde a Santa Teresa e a San Luigi Gonzaga.
Viceversa, al di là di questo rigorismo eccessivo che caratterizza i secoli XV-XVI e che sia San Bernardino da Siena che l'autore dell'Imitatio Christi cercano di smorzare, alla fine del Settecento (soprattutto in opposizione ai Giansenisti, i quali pur nella loro terribile eresia avevano un gran rispetto per il Sacramento), i Gesuiti iniziarono a diffondere, soprattutto in Francia, la pratica di una Comunione quantomai frequente. Questo fu, come moltissime iniziative antispirituali di cui si rese protagonista la Compagnia di Gesù tra XVII e XVIII secolo: si racconta che un prete romano, giunto a Parigi e avendo visto che la Comunione veniva distribuita pressoché ad ogni Messa, tornato nell'Urbe riferì che in Francia "si era persa la Fede".

Può dirsi dunque che il primo documento ufficiale che veramente propugna la Comunione quotidiana è il decreto di Papa San Pio X Sacra Tridentina Synodus del 20 dicembre 1905, che recita: "Sua Santità, nella sollecitudine e zelo da cui è animato, avendo grandemente a cuore che il popolo cristiano sia attratto moltissimo al Sacro Banchetto, con molta frequenza ed anche tutti i giorni [...] La Comunione frequente e quotidiana, essendo sommamente desiderata da Cristo Signore e dalla Chiesa cattolica, sia resa accessibile a tutti i fedeli, di ogni ordine e condizione". Queste indicazioni saranno poi riportate dallo stesso Pontefice nel Catechismo che porta il suo nome.

Dopo aver fornito questo accurato quadro storico, veniamo a trarre qualche conclusione. Non vogliamo certo scadere nelle esagerazioni che talvolta comparvero nella nostra storia, argomentando che sia cosa malvagia di fare soventi Comunioni. Semplicemente, vogliamo far presente di come sia molto difficile, quasi impossibile per riprendere S. Tommaso, almeno per chi vive nel secolo, di avere quotidianamente soddisfatte le condizioni per fare una fruttuosa Comunione. Dunque, conviene piuttosto di farne un numero minore (la Comunione settimanale è un traguardo comunque alto, a modesto avviso, per un laico).

Ora, per accostarsi al Divin Sacramento vi sono tre condizioni dette "necessarie", che sono riportate nel Catechismo e sono:
1) Essere in stato di grazia (ovverosia non avere peccati mortali non confessati);
2) Essere completamente digiuni dalla mezzanotte;
3) Aver consapevolezza di Chi si va a ricevere.
In assenza di una di queste condizioni, la Comunione si dice sacrilega, reca gravissima offesa a Iddio ed è peccato mortale per chi l'ha compiuta.

Vi sono poi delle altre condizioni, le quali strettamente non sono necessarie per la Comunione. Esse sono, ad esempio, essersi confessato de' propri peccati veniali, aver detto delle preghiere preparatorie alla ricezione del Sacramento, fare il doveroso ringraziamento dopo averlo ricevuto... Chi facesse la Santa Comunione senza aver adempiuto a queste condizioni non commetterebbe assolutamente peccato mortale, ma sicuramente sarebbe assai inferiore il beneficio spirituale che si ricaverebbe dalla Comunione, nonché in taluni casi vi sarebbe una modesta offesa al Signore (non eccedendo certamente il peccato veniale, trattandosi più frequentemente di semplice imperfezione), specialmente per la noncuranza cui l'abitudine può portare colui che suole comunicarsi frequentemente senza un'adeguata preparazione spirituale.
Per quanto riguarda i peccati veniali sulla propria coscienza, vero è che la Comunione è un viatico che cancella i peccati veniali; tuttavia, San Simeone il Metafraste (monaco e innografo bizantino del X secolo) paragona l'Eucaristia a un fuoco che brucia i lievi peccati dell'anima, la quale tuttavia rischia di essere bruciata quando questi sieno troppo numerosi.
Infine, sul digiuno: bisogna essere assai cauti ad indulgere alla riduzione pacelliana del digiuno eucaristico a tre ore. Questa fu infatti pensata essenzialmente per quegli che debba comunicarsi durante una celebrazione serale (cosa che la tradizione aborre); in generale, a meno che delle circostanze gravi non lo rendano necessario, sarebbe opportuno di comunicarsi la mattina e rispettando la normativa prescritta dalla Tradizione. Taluni solgono praticare l'astinenza almeno il giorno prima della Santa Comunione: imperocché il giorno maggiormente indicato per accostarsi al Sacro Banchetto è la domenica, e il Sabato è un giorno di astinenza a norma di diritto canonico, non dovrebbe risultare ostico al fedele di prepararsi adeguatamente con pie rinunzie all'importante incontro spirituale con Cristo vivo nell'Eucaristia.


Esortiamo pertanto tutti a riconsiderare il proprio modo di accostarsi alla Santa Comunione: non già si cerchi una riduzione forzosa della frequenza (beato quegli che è in grado di aver frequentemente tutte le disposizione, necessarie e consigliate, per accostarsi alla Mensa del Signore), ma una sempre maggiore preparazione fisica e spirituale alla ricezione del Corpo di Cristo, uno dei momenti più rimarchevole della vita di fede del Cristiano.

Ad majorem Dei gloriam!