sabato 31 agosto 2019

Note sul materialismo e il razionalismo nella liturgia

Mi è stata raccontata non molto tempo fa la vicenda di un vescovo italiano che, trovatosi costretto in una parrocchia a celebrare ad orientem per via dell'orientamento non modificabile dell'altare, si è letteralmente messo a sbraitare durante la messa deprecando tale cosa. Al di là del quadretto piuttosto patetico, ciò induce a riflettere particolarmente sul significato della celebrazione versus populum, un significato che contrasta non solo con la prassi ma anche con la dottrina tradizionale cristiana.

Ci sono almeno due ideologie che hanno indotto i novatori cattolici (ma una cosa simile sta avvenendo pure nel mondo ortodosso: cercando su internet si troveranno delle immagini di preti greci che sciaguratamente hanno montato dei tavolini avanti all'iconostasi per celebrarvi coram populo) a compiere una scelta che in tal modo stravolge l'orientamento antico: il comunitarismo e il materialismo. Tali innovazioni chiaramente non si sono manifestate solamente sull'orientamento dell'altare, ma, prima ancora, sulla sua separazione effettiva dall'aula; esattamente un anno fa scrivevo un articolo (QUI) sulla storia della segregazione tra Santuario e navata, distinzione fisica che rispecchia una distinzione sacramentale di origine apostolica. 

La prima ideologia, erede della concezione protestante del sacerdozio universale (o battesimale) [1], secondo la quale il popolo "concelebra" con i sacri ministri l'ufficio liturgico, stravolge il concetto di segregazione tra clero e popolo testé esposto. Significativamente, poi, l'atto liturgico non viene più rivolto a Dio, verso quale tutto il popolo si rivolgeva guidato dal sacerdote, ma racchiuso nell'autocelebrazione della comunità. Queste critiche sono tuttavia molto note, e molto spesso citate non solo negli ambienti più strettamente tradizionali, ma anche in quelli più vagamente conservatori.

Decisamente meno affrontato è il problema del razionalismo, non secondariamente per il fatto che trattasi di un problema scomodo: radici razionaliste nell'impostazione della liturgia si ritrovano ben prima del Concilio Vaticano II, e affondano le proprie radici nel basso Medioevo e nell'epoca tridentina. Si possono individuare in modo abbastanza semplice, perché a un occhio allenato e liturgicamente e dottrinalmente tali elementi alloctoni rispetto alla concezione patristica sulla quale si è strutturato il rito romano nei primi secoli appaiono subito in tutta la loro alterità.
Per spiegarli, dobbiamo fare una promessa filosofica. Al razionalismo si accompagna pressoché sempre il materialismo; i razionalismi spirituali di stampo idealista nascono relativamente tardi e risentono del clima particolare del tardo Settecento e primo Ottocento, e non influiscono in modo prepotente sull'ambiente ecclesiastico come il razionalismo classico e materialista aveva fatto nei secoli passati. Una grande disputa tra materialità e spiritualità la vediamo a Costantinopoli nel XIV secolo: è quella tra Barlaam di Calabria e Gregorio Palamas, nella quale la dottrina delle separazione delle energie dalle essenze divine, sostenuta dal secondo e accettata generalmente nella Chiesa Ortodossa, è invece fortemente avversata dal primo. Le istanze del monaco di Seminara, che non a caso era forte sostenitore della riunione tra le Chiese, erano di fatto quelle della Chiesa latina, ed è significativo che questa fosse una delle prime dottrine che i Pontefici di Roma chiedevano agl'Imperatori di accettare quando questi si presentavano coll'intento (sovente puramente politico, per ottenere aiuti militari dall'Occidente,  anche se non mancavano sovrani seriamente convinti come Giovanni V, del resto figlio di una nobile cattolica) di convertirsi e in tal modo riunire le chiese. Del resto il razionalismo in questa materia contaminò già S. Agostino con la dottrina dell'esclusività delle cause seconde, è visibile nell'Aquinate (che pure cerca di moderarsi, ma non può prescindere troppo dalla tradizione agostiniana) quando si parla della grazia soprannaturale ma creata. Il risultato è che oggi possono esserci preti cattolici (da me personalmente uditi) che in predica affermano con fermezza che non esiste nel modo più assoluto altro mezzo con cui si trasmette la Grazia all'infuori dei Sacramenti, di mezzi materiali. Questa considerazione è abbastanza pericolosa, e ci pone davanti ad alcuni problemi: sicuramente dobbiamo dire che i Sacramenti siano mezzi privilegiati della Grazia, ma possiamo realmente dire che siano gli unici? Risulterebbe allora difficile capire la vita di S. Maria Egiziaca, che in vita sua fece appena due Comunioni e una confessione, ma nella quale oggettivamente la grazia non poté che sovrabbondare nei suoi quarant'anni di peregrinazione nel deserto; nessun eremita, anche se prete, celebrava abitualmente l'Eucaristia fino ai tempi di Pio XII; i fedeli stessi, fino a Pio X almeno, facevano poche volte all'anno la comunione, seguendo una prassi tradizionalmente consolidata. I Sacramenti sono parte importante, cuore taluni dicono, della vita della Chiesa, e devono essere "usati" dal Cristiano, ma non ne possono essere la totalità: una tale accentuata materialità ridurrebbe a zero l'azione dello Spirito [2]. Gli effetti di tale materialismo sacramentale sono evidenti: meglio dire quattro messe basse piuttosto che una messa solenne, meglio fare la Comunione ogni giorno, etc. etc. [3].
La materializzazione della Religione la vediamo anche nella corrispondenza cercata dalla devozione per ogni elemento spirituale con uno materiale: le Stazioni della Via Crucis materializzano la Passione Redentrice; il Sacro Cuore materializza l'amore di Dio, e via così. La spiritualità della Chiesa viene però così annientata da una brama di toccare, di vedere, di considerare con la ragione e non con il cuore.

Dopo questa lunga digressione, torniamo in tema liturgico, soffermandoci sulla brama di vedere poc'anzi menzionata. L'abolizione delle separazioni, così come il voltare l'altare verso il popolo, rispondono a questa brama di vedere. Ma già il Concilio di Trento accontentava questa brama di vedere, ordinando che le iconostasi e i tramezzi che separavano il Santuario dall'aula venissero ridotte a basse balaustre, che mantenevano il significato teologico della segregazione, ma non garantivano l'invisibilità dei Sacri Misteri. Ma i mirabili eventi che avvengono durante la liturgia, e particolarmente durante l'Eucaristia, li percepiamo anzitutto con il cuore, con l'interiorità spirituale, e non con l'intelligibilità razionale. Specialmente nei luoghi dove era trascurata l'adeguata istruzione religiosa, in alcune parti dell'Europa Occidentale, il popolo poteva non capire questo, e l'assenza di segni materiali poteva indurli ad accogliere eresie contro la Presenza Reale; questo fenomeno negativo fu però combattuto in modo sbagliato, non curando l'istruzione spirituale di queste persone, ma cercando di rendere visibile il Mistero, con le elevazioni dopo le parole "della Consacrazione", eseguite con l'esplicita intenzione di ostendere al popolo i Santi Doni [3], oppure con l'Adorazione Eucaristica, che riduce la pienezza salvifica del Mistero alla contemplazione visiva dell'ostia (peraltro separata dal calice) [4].
Come sempre, quando per sanare una situazione critica si viene meno all'esattezza della legge, di fatto si avalla l'errore minore e lo si lascia incautamente proliferare [5]: così nei secoli le pratiche materialiste vennero accettate e finanche sponsorizzate dall'autorità ecclesiastica. Particolarmente interessante è la storia dell'icona della Madonna "di sotto gli organi", opera duecentesca attribuita a Berlinghiero Berlinghieri e custodita nel Duomo di Pisa [a sinistra]; fino alla fine del XVIII secolo essa rimase completamente velata, e tali veli non venivano tolti nemmeno quando l'icona veniva portata in processione per le vie della città. Cionondimeno i pisani, pur non avendo materialmente mai visto il soggetto, le serbavano immutata e viva devozione, cosa che appare a dir poco incomprensibile alle menti di chi si è ormai assuefatto al razionalismo moderno.

La perniciosità di tali ideologie è evidente a chiunque le studi minimamente, e i loro devastanti effetti appariranno tremendamente palesi. Purtroppo, in un modo che sempre più sponsorizza questi errori, del resto già profondamente radicati nella consuetudine, molto difficile appare separarsene, ritornando alla fedeltà alla Tradizione autentica della Chiesa di Cristo.

[1] Bisogna guardarsi da questo errore così come dal suo opposto, il clericalismo; la Chiesa è fatta anche di laici, che hanno il loro ruolo fondamentale nella sua costituzione, e anche nei suoi atti liturgici. Ma, come detto, essi devono restare ben separati (che non vuol dire inferiori!) dai sacerdoti, che sono tali perché hanno una consacrazione che permette di ministrare le cose sacre, i Sacramenti.
[2] Taluni reputano il progressivo sminuire lo Spirito nella Chiesa latina una conseguenza del Filioque, anche se l'interpretazione di ciò non è univoca (si pensi che Barlaam di Calabria, che alcuni teologi ebbero a definire più tomista dell'Aquinate e col suo antienergismo era massime sostenitore di una forma di materialismo, era comunque un monaco ortodosso, che rigettava dunque convintamente il filioquismo).
[3] Molti tradizionalisti criticano il fatto che nel rito moderno il sacerdote, anche quando celebra a Oriente, si debbe voltare al popolo per le due elevazioni. A questa obiezione i sostenitori attenti del rito moderno rispondono che in questo modo si rende meglio la natura dell'atto, che è una ostensione piuttosto che una elevazione. Non hanno tutti i torti: l'unica vera elevazione, antichissima, è quella alla fine del Canone, e che sia una elevazione e non un'ostensione si capisce dal fatto che nelle rubriche tridentine il sacerdote qui eleva i Doni all'altezza dei propri occhi, verso la Croce, e non al cielo per mostrarli. Tuttavia qui vediamo ancora una volta la problematicità sostanziale del rito moderno: anziché rimediare a quegli errori di concezione che si erano diffusi nei secoli attorno al rito tradizionale (che nella forma esprime invece l'ortodossia patristica), li avalla e adatta pure la forma a tali errori. Si tornerà su questo discorso.
[4] Non si vuole qui negare in modo assoluto la possibilità, ad esempio, della Benedizione Eucaristica, che è una prassi molto più antica dell'Adorazione e ha le sue ragioni teologiche; si contestano piuttosto altre prassi come l'Adorazione perpetua, le Quarant'ore, o anche solo l'Adorazione senza nessun altro atto liturgico, che snaturano il Sacramento e lo rendono oggetto appunto di un vedere razionalista.
[5] Stessa cosa avviene a livello morale: si pensi, esempio fra tanti, all'introduzione del divorzio nei paesi di tradizione cattolica. L'istituto viene introdotto per sanare situazioni problematiche (mariti che picchiano le mogli [o viceversa], tradimenti etc.), ma la sua esistenza fa sì che la gente poi vi ricorra senza reale necessità (oggi a migliaia avvengono i divorzi per cause realmente minime e insignificanti). Stesso discorso può farsi per la concessione del secondo matrimonio ai preti, recentemente rilasciato in modo generale dal Fanar. Nella tradizione cristiana, l'atteggiamento di economia è sempre disposto in modo personale, per il caso individuale, e non in modo generale, proprio per evitare questi problemi.

martedì 20 agosto 2019

Il valoroso Metropolita greco Ambrogio di Kalavryta annuncia le sue dimissioni: ritratto di un vescovo coraggioso

Apprendiamo dal portale greco Romfea (QUI) che domenica scorsa, al termine della Divina Liturgia, Sua Eminenza il Metropolita Ambrogio di Kalavryta, della Chiesa Ortodossa di Grecia, conosciuto per le sue schiette critiche all'anarchia regnante nella Chiesa e nella società, ha annunciato le sue dimissioni. Esse sono state sottoposte al Santo Sinodo nella giornata di ieri, per iniziare il processo di nomina del successore. Egli ha spiegato in un'intervista il giorno successivo che il suo ritiro è dovuto all'avanzare dell'età e al venir meno delle forze, avendo egli ormai 81 anni.
Riprendiamo la notizia, servendoci anche del piccolo elogio di questo vescovo pubblicato dal portale russo Pravoslavie.ru (QUI), per offrire ai lettori il ritratto di un pastore coraggioso e saldo nella fede, una figura di vescovo purtroppo pressoché introvabile da decenni nel mondo cattolico.

S.E. Ambrogio nel 1978
Il Metropolita Ambrogio, difatti, non rinunciò mai a proclamare con forza la Verità. Egli ha spesso pubblicamente parlato e scritto dei danni che le autorità atee in Grecia hanno portato alla Chiesa e alla nazione. Egli scrisse poi una lettera a Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo circa i problemi dell'ecumenismo al Concilio di Creta del 2016, e non si è fatto problema a redarguire pubblicamente persino il primo ministro.

Egli si è pronunciato contro l'anti-canonica invasione del territorio della Chiesa Ortodossa Ucraina da parte del Patriarcato di Costantinopoli.

Nell'ottobre del 2017, il Metropolita Ambrogio ordinò che le campane di tutte le chiese della sua diocesi suonassero ogni giorno per una settimana a lutto, in segno di protesta contro la legge "sul riconoscimento legale dell'identità di genere", che ha semplificato il processo per il cambio legalizzato di sesso, permettendo a chiunque dai 15 anni in su (sic!) il cambio solo mediante notifica alle autorità competenti.

Sua Eminenza ha sofferto insulti e persecuzioni in questi anni, per via delle sue salde posizioni ortodosse. Egli fu portato in tribunale e condannato a 7 mesi di prigione per "discorsi d'odio e incitamento alla violenza" contro gli "omosessuali", a cagione di un articolo postato su un blog pubblico nel 2015 nel quale egli condannava tali comportamenti contro natura, proprio mentre il parlamento stava votando in favore delle unioni civili omosessuali.

Nella sua lettera di dimissioni, il Metropolita Ambrogio ha ringraziato Iddio dell'opportunità di aver subito persecuzione a cagione del Suo nome, secondo il motto evangelico: Beati qui persecutionem patiuntur propter justitiam, quoniam ipsorum est regnum coelorum. Beati estis cum maledixerint vobis et dixerint omne malum adversus vos propter nomen meum: gaudete et exultate, quoniam merces vestra copiosa est in coelis.

lunedì 5 agosto 2019

XLVII Convegno di Instaurare a Fanna il 22 agosto


Giovedì 22 agosto 2019
Santuario di Madonna di Strada, Fanna (PN)
Costituzionalismo, ordine politico, bene comune

Programma
ore 9,00   -  Arrivo dei partecipanti. Iscrizione al convegno.
ore 9,15 - Celebrazione della santa Messa in rito romano antico e canto del «Veni Creator»
ore 10,45 - Apertura dei lavori. Saluto di Instaurare ai partecipanti. Introduzione ai lavori.
ore 11,00 - Prima relazione: «La dottrina politica cattolica di fronte al costituzionalismo: problemi di ieri e di oggi»
del prof. Miguel AYUSO, Ordinario nell’Università Comillas di Madrid, Presidente emerito dell’Unione
Internazionale Giuristi Cattolici.
ore 12,00 -  Interventi e dibattito.
ore 13,00 - Pranzo.
Ore 15,30 -  Ripresa dei lavori. Seconda relazione: «L’ordine politico e il problema del bene comune nella dottrina
dell’americanismo» del prof. John RAO, docente all’Università St. John di New York.
Ore 16, 15 - Terza relazione: «Critica alla Costituzione repubblicana e proposta di Costituzione di Carlo Francesco
D’Agostino» del dott. don Samuele CECOTTI, cultore di Filosofia politica.
ore 17,00 - Interventi e dibattito.
Ore 17,30 - Chiusura dei lavori. 

Avvertenze

Il convegno è aperto a tutti gli «Amici di Instaurare». Non è prevista alcuna quota d’iscrizione. I partecipanti avranno a loro carico solamente le spese di viaggio e quelle del pranzo che sarà consumato al Ristorante «Al Giardino» di Fanna a prezzo convenzionato. Si prega, a questo proposito, di dare la propria adesione scrivendo all’indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org entro il giorno 14 agosto 2019. L’adesione è necessaria al fine di favorire l’organizzazione.
Non è permessa la distribuzione di alcuna pubblicazione né la registrazione dei lavori del convegno senza la preventiva autorizzazione della Direzione del convegno.
I giornalisti devono essere accreditati. A tal fine essi debbono scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org
Il santuario di Madonna di Strada è facilmente raggiungibile con propri mezzi: si trova sulla strada che da Spilimbergo porta a Maniago, pochi chilometri prima di quest’ultimo centro. Chi si servisse dell’autostrada deve uscire dalla stessa a Portogruaro, prendere la direzione di Pordenone e proseguire (senza uscire dall’autostrada a Pordenone) fino a Sequals. A Sequals girare a sinistra in direzione di Maniago e proseguire per una decina di chilometri: sulla sinistra, come indicato dai cartelli stradali, si trova il santuario di Madonna di Strada.
Al fine di favorire l’organizzazione del convegno è gradita la segnalazione della propria partecipazione anche da parte di chi non partecipasse all’incontro conviviale.
Per comunicazioni e informazioni si prega di scrivere al citato indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org 

Breve nota introduttiva

Il convegno non è destinato a «tecnici», vale a dire a cultori specialistici della questione. L’incontro, infatti, sarà un’occasione per esaminare
la questione in termini culturali. I lavori mostreranno innanzitutto la genesi di una dottrina, i suoi sviluppi, le sue aporie. Soprattutto
evidenzieranno i problemi «satellitari» al costituzionalismo: concezione della libertà e dei diritti umani, questione della legalità e della
legittimità, il liberalismo e la sua «naturale» evoluzione, i rapporti fra potere spirituale e temporale. Si tratta di temi di grande attualità
e dalla decisiva incidenza sulle scelte quotidiane individuali e collettive. Oggi la dottrina del costituzionalismo è in crisi. I suoi effetti
rilevanti. Soprattutto sono attuali le conseguenze apportate dal costituzionalismo per quel che attiene al problema del bene comune. La
dottrina del costituzionalismo è «costretta» a identificare, in ultima analisi, l’ordine politico con l’ordine positivo costituzionale (nell’ipotesi
migliore, quindi, con i limiti e gli spazi di libertà residuale rispetto alle esigenze della convivenza; perciò con un ordine «anarchico»). Essa
rappresenta un ostacolo insormontabile per il bene comune (classicamente inteso). Nei secoli passati la dottrina del costituzionalismo è
stata «costretta», da una parte e in una prima fase, a delineare (soprattutto nel continente europeo) il bene comune come bene pubblico,
portando – la tesi può apparire assurda, ma assurda non è – talvolta al totalitarismo, considerato (erroneamente) rimedio all’individualismo.
Nella versione «americana» essa ha portato, conservando e nello stesso tempo segnando (coerentemente rispetto alle posizioni più
radicali della dottrina protestante) una «svolta», verso una forma di rinnovato ed accentuato individualismo, dissolutore della stessa
concezione del bene che si è fatto esclusivamente «privato».
La considerazione della questione «Costituzionalismo, ordine politico, bene comune» offrirà l’occasione per la presentazione della critica
alla Costituzione repubblicana di Carlo Francesco D’Agostino (di cui ricorre il ventennale della morte) e per l’illustrazione del suo progetto
di Costituzione conforme all’ordine naturale, il quale si allontana dalla dottrina del costituzionalismo come storicamente impostosi.

Suggerimento

A chi volesse previamente approfondire la questione oggetto del convegno si consiglia la lettura dei seguenti libri, alcune copie dei quali saranno comunque disponibili presso
il Santuario di Madonna di Strada in occasione dell’incontro:
M. AYUSO, Costituzione. Il problema e i problemi, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2019.
D. CASTELLANO, De Christiana Republica. Carlo Francesco D’Agostino e il problema politico (italiano), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2004.
S. CECOTTI, Della legittimità dello Stato italiano. Risorgimento e Repubblica nell’analisi di un polemista cattolico, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012.

giovedì 1 agosto 2019

Tra primato e giurisdizione: una fonte cronachistica medievale

Cristo consegna il Pastorale a un Vescovo:
segno che la giurisdizione viene direttamente
da Dio (miniatura del Beato Angelico)
Le tristi vicende che stanno coinvolgendo la Chiesa Ortodossa in Ucraina, di cui abbiamo anche su questo sito parlato, riportando notizie e commenti autorevoli, hanno -com'è noto- origine dalla pretesa di primato avanzata dal Patriarca di Costantinopoli, sulla scorta di alcune aberranti affermazioni teologico-ecclesiologiche (come quelle del metropolita Elpidophoros o del metropolita Zizioulas) le quali andrebbero a replicare, o meglio a superare persino le pretese primaziali avanzate dal Papato Romano dopo il 1870 [1]. Per comprendere tuttavia come la Chiesa nei secoli passati affrontava faccende del genere, cioè come la Tradizione e i Sacri Canoni si pongono davanti a eventi di tale sconcertante portata, può essere utile analizzare un episodio rimontante al X secolo che ci viene narrato dal cronista medievale Rodolfo il Glabro, monaco di Cluny.

Dopo aver provocato un po' dovunque, nel corso di varie battaglie, grandi spargimenti di sangue umano, preso dal terrore dell'inferno, [Folco d'Angiò] si recò al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Da quello sfrontato che era, se ne tornò pieno d'esultanza, e per qualche tempo lasciò la consueta ferocia divenendo più umano. Progettò allora di costruire una chiesa in uno tra i terreni migliori di sua proprietà, e sistemarvi una comunità di monaci che si adoprassero giorno e notte per la salvezza della sua anima. E poiché non lasciava nulla al caso, cominciò a interpellare un gran numero di religiosi sui santi alla cui memoria gli convenisse dedicare quella chiesa perché pregassero il Signore onnipotente per l'assoluzione della sua anima. Tra gli altri anche sua moglie, che era persona di grande saggezza, gli consigliò di adempiere al voto fatto celebrando la memoria di quelle potenze celesti che l'autorità dei testi sacri colloca più in alto, i Cherubini e i Serafini. Aderendo all'idea con entusiasmo, egli fece costruire una bellissima chiesa nel distretto di Tours, a un miglio di distanza dal castello di Loches.

Conclusa presto la costruzione della basilica, inviò subito un messaggio all'arcivescovo di Tours, Ugo, nella cui diocesi era stata fondata la chiesa, perché venisse a consacrarla com'egli aveva stabilito. Ma quello non si mosse, spiegando di non poter trasmettere al Signore, per mezzo di tale consacrazione, il voto di un uomo che si era impadronito di tanti beni e di tanti servi appartenenti alla chiesa madre della sua diocesi; gli sembrava opportuno che Folco restituisse prima quanto aveva ad altri sottratto ingiustamente, e solo dopo offrisse a Dio, giusto giudice, le proprietà che intendeva consacrargli. Quando i messaggeri gli riferirono tutto questo, Folco, tornando alla solita ferocia, reagì con grave collera alla risposta del vescovo, giunse ad aperte minacce contro di lui, e infine spinse i suoi calcoli più in alto che poté: si caricò di monete d'oro e d'argento e partì alla volta di Roma. Qui riferì a Papa Giovanni [XVIII] la ragione del suo viaggio, espose le sue richieste e gli fece ricchissimi doni. L'altro mandò senza indugio con Folco a consacrare la basilica uno di quelli che nella chiesa del beato Pietro principe degli Apostoli sono detti cardinali, di nome Pietro, e gli ordinò di eseguire, senza lasciarsi intimorire, qualunque cosa Folco avesse reputato giusto, come se gliene venisse l'autorità dal pontefice romano. Quando la cosa si riseppe, tutti i vescovi della Gallia compresero che una tale sacrilega temerarietà era dipesa da cieca ingordigia, e che l'uno con le sue rapine e l'altro con l'accettarne il frutto avevano provocato un nuovo scisma nella Chiesa di Roma. La deprecazione fu universale, perché appariva del tutto inammissibile che il titolare della sede apostolica violasse per primo le disposizione apostoliche e canoniche, soprattutto dopo che era stato ribadito da molte autorità, e fin dai tempi antichi, che nessun vescovo poteva esercitare un simile diritto nelle diocesi altrui, salvo che non lo ordinasse o non lo tollerasse il vescovo locale.

Un giorno di maggio si radunò una grandissima folla per assistere alla consacrazione della chiesa. La grande maggioranza dei presenti era là convenuta perché costretta col terrore da Folco a prender parte al trionfo del suo orgoglio; tra i vescovi intervennero per necessità soltanto quelli che erano oppressi sotto il suo potere. Il giorno stabilito fu iniziata con grande magnificenza la cerimonia della consacrazione; quando si concluse, e venne celebrato secondo l'uso il rito della messa, ciascuno tornò a casa propria. Ma quello stesso giorno, verso l'ora nona, mentre il cielo, percorso da dolci venti, appariva da ogni parte sereno, d'un tratto sopraggiunse da mezzogiorno un terribile uragano, che si abbatté sulla chiesa, la riempì di un turbine di vento e la scosse a lungo con violenza, finché tutta la travatura cedette sfasciando i soffitti, e così l'intera copertura della sommità occidentale del tempio rovinò a terra. Il fatto fu risaputo da molti in quella regione, e non vi furono dubbi che il voto era stato reso vano dall'arroganza e dalla temerarità; fu un chiaro segno per ognuno, al presente e in futuro, che cose del genere non si dovevano ripetere. Perché, se il pontefice della Chiesa di Roma è ritenuto degno di venerazione più d'ogni altro in tutto il mondo per l'autorità della sede apostolica, non per questo gli è consentito di violare il tenore delle disposizioni canoniche. Ora, siccome ciascun vescovo della chiesa ortodossa, come sposo della propria diocesi, reca in sé con pari dignità l'immagine del Salvatore, così a nessuno di essi in generale è lecito intervenire nelle diocesi di altri con atti di prepotenza.

(Rodolfo il Glabro, Historiarum libri, II, 5-7, trad. di Giovanni Orlandi, ed. Fondaz. Lorenzo Valla, 1989)

L'esposizione, commentata secondo lo stile dei cronisti medievali, è cristallina, e il fatto ricorda preoccupantemente le vicende odierne. E' persino inutile discutere, come fa P. Lamma (in Momenti di storiografia cluniacense, Roma, 1961, p. 57, nota 2) del "tono episcopalista" di Rodolfo contrapposto alla polemica antivescovile della tradizione strettamente cluniacense: ci sono dei fatti, ovvero la rivolta di alcuni vescovi di fronte a un atto scismatico del pontefice romano, che non lasciano adito a interpretazioni, e ci danno una visione limpida di come la Chiesa del primo millennio condannasse severamente atti di prevaricazione della giurisdizione che ogni singolo vescovo ha direttamente da Cristo (si evince nel testo). E se la contestazione dell'ingerenza nel territorio di altri vescovi è diretta qui al Papa di Roma (che si riconosce essere primus per onore tra i vescovi di tutto il mondo), quanto più dovrà applicarsi alle altre sedi?
Nei procellosi tempi odierni, è necessario tenere avanti a sé gl'insegnamenti dei Padri e dei maestri della Tradizione, perché solo seguendo i canoni apostolici e millenari della Chiesa si potrà serbare intatto il depositum fidei (che non è separato dalla componente ecclesiologica) della Chiesa di Cristo.

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NOTE:
[1] Certamente l'affermazione di una primazia della sede romana, almeno in Occidente, data agli ultimi decenni del primo millennio, ovvero dal consolidamento dell'alleanza franco-romana, e già nel Dictatus Papae di Gregorio VII del 1075 si possono ravvisare segni della pretesa universalità del Papato. Tuttavia, si è ancora molto lontani dalla quella figura di Rex in re spirituali che si affermerà dopo il Vaticano I (guarda caso in coincidenza con la perdita di ogni regalità in re temporali): mi ha sempre colpito che nel Museo delle Religioni di Pietroburgo il Cattolicesimo sia diviso in due sezioni, quella pre-Pio IX e quella post-Pio IX, e solo in quest'ultima sezione sia pieno di oggetti posseduti dai papi, di loro immaginette etc. (oltre che di immagini del Sacro Cuore e di altre devozioni diffuse negli ultimi due secoli): ciò è segno che, almeno vista dall'esterno, sussiste una notevole differenza tra questi due momenti della storia della Chiesa.

mercoledì 31 luglio 2019

La Processione della Santa e Vivificante Croce

Il primo giorno del mese di Agosto, tutta la Chiesa, da Oriente a Occidente, fa memoria dei santi sette fratelli Maccabei, del loro maestro Eleazaro e della loro madre Salomè, portatori di passione per aver osservato con invitta fede la legge del Signore a onta dell’imperio del crudele sovrano seleucide Antioco IV Epifane. Si tratta, come abbiamo notato anche qui, dell’unica festa di santi veterotestamentari presente nel calendario romano.

Tuttavia, mentre dalla Chiesa Romana questo giorno fu dedicato alla memoria della miracolosa liberazione per mano di un Angelo del suo fondatore san Pietro dalle carceri ove era rinchiuso, festa pertanto detta “di S. Pietro in vincoli”, con particolare solennità serbata nella chiesa dell’Urbe così intitolata, ove venerasi la reliquia delle catene che trattenevano il santo apostolo, le Chiese d’Oriente invece consacrarono questo giorno alla terza memoria annuale della Santa, Preziosa e Vivificante Croce del Salvatore (dopo l’Esaltazione il 14 settembre e la memoria fattane la III domenica di Quaresima; la Chiesa greca non osservò mai la festa dell’Invenzione, particolarmente celebrata dalla Chiesa latina).

Le origini della festa odierna, detta della “Processione della Vivificante Croce” sono da ricercarsi nella tradizione prettamente costantinopolitana di percorrere le strade della Capitale con il Sacro Legno affine di scacciarne i morbi, sendo l’estate – e specialmente il mese di agosto – il periodo peggiore, più incline alla diffusione di malattie, per il clima del Bosforo. Leggiamo nell’Horologion greco del 1897: “A causa delle malattie che si verificano nel mese di agosto, era consuetudine in passato portare il Venerabile Legno della Croce per le vie e le piazze di Costantinopoli, al fine della santificazione della città, e per il sollievo dalle malattie. Alla vigilia, [la Reliquia della Vera Croce] veniva prelevata dal Tesoro Imperiale e posta sull'altare della Grande Chiesa di Santa Sofia. Da questa festa fino alla Dormizione della Santissima Madre di Dio, si portava in processione la Croce per tutta la città, offrendola alla venerazione della gente. Questa è altresì la Processione della Venerabile Croce".

Questa festa viene celebrata con particolare enfasi dalle chiese slave, in quanto, secondo la tradizione tramandata dalle Cronache russe del XVI secolo, il 1° agosto ricorre inoltre l'anniversario del Battesimo della Rus', ovvero della conversione del gran principe Vladimiro di Kiev e di tutta la Rus alla Vera Fede, nel 988. Su come venisse celebrata questa ricorrenza, abbiamo la testimonianza dell' "Ordine degli Uffici nella Santa, Cattolica e Apostolica Grande Chiesa della Dormizione", compilato per ordine Patriarca di Mosca e di tutta la Rus' Filarete nel 1627: "Il giorno della Processione della Venerabile Croce c'è una processione in Chiesa per la santificazione dell'acqua e per l'illuminazione del popolo, in tutte le città e in tutti i luoghi". 

Con minor solennità, in questo giorno è ritenuta pure la festa delle icone del Misericordiosissimo Salvatore e della Tuttasanta Madre di Dio, istituita in occasione dei prodigi compiuti dalle icone di Cristo e della Sua Genitrice durante una battaglia combattuta nel 1164 dal santo principe Andrea Bogoljubskij contro i bulgari.

Nella prassi comune, seguendo lo schema della festa dell'Esaltazione della Santa Croce, dopo la Grande Dossologia del Mattutino viene intronizzata al centro della chiesa la Croce, venerata dai fedeli al canto degli appropriati inni; quindi si celebra la Divina Liturgia, seguita dalla solenne benedizione dell'Acqua, con eventuale processione. In taluni luoghi suole pure benedirsi il miele novello.

Ἡ φύσις τῶν βροτῶν, συνεόρταζε πᾶσα, καὶ σκίρτα μυστικῶς· τοῦ Σταυροῦ γὰρ τὸ ξύλον, προτίθεται σήμερον, ἰατρεῖον ἀδάπανον, τοῖς προστρέχουσι, μέτ' εὐλαβείας καὶ πόθου, καὶ δοξάζουσι τὸν ἐν αὐτῷ προσπαγέντα, Χριστὸν τὸν φιλάνθρωπον.

Tutta la stirpe dei mortali festeggia e misticamente si allieta: oggi infatti il legno della Croce è recato quale gratuita medicina per coloro che vi si accostano con fede e devozione, e glorificano il Cristo filantropo che ad essa fu confitto.

(Catisma della I sticologia del Mattutino)

mercoledì 24 luglio 2019

Giustiniano chiuse veramente l'Accademia di Atene?

Viviamo in un mondo in cui dilaga la propaganda ideologizzata in funzione anti Cristiana, talora con diffamazioni che scadono nel ridicolo: proprio oggi leggevo sulla "guida autorizzata dalla Regione Puglia" a Castel del Monte che Papa Gregorio IX avrebbe scomunicato Federico II dopo la VI Crociata perché questa "è stata risolta dall'Imperatore senza spargimento di sangue, mentre i papi di quei secoli volevano a tutti i costi il sangue e la morte degli innocenti" [il valore storico di questo giudizio, a prescindere dai dati omessi sull'alleanza turco-normanna, è palesemente inferiore a zero, bollando quale macchina del fango propagandistica). Occupiamoci ora però di una questione più sottile, un dato spesso insegnato anche nelle scuole, la cui falsità non di rado sfugge anche ai dotati di una certa onestà intellettuale (quelli per capirci che criticano la baggianata dei roghi dell'Inquisizione e via discorrendo): la presunta soppressione dell'Accademia di Platone nel 529 ad opera dell'Imperatore Giustiniano. Testo tratto da qui, trad. di p. Atanasio M. Giorgi (qui).



Il mondo moderno ha molti miti, in buona parte inventati da circoli illuministi nel XVIII secolo con lo scopo di sporcare l'immagine della Cristianita'. Uno di questi e' la chiusura forzata da parte di Giustiniano imperatore, nel VI secolo, della celebre Accademia platonica di Atene, nell'anno 529 dopo Cristo. Eppure, l'Accademia era da molto tempo in decadenza, e si era trasformata, al tempo dell'Imperatore, piu' in una degradante missione pagana piuttosto che in un centro culturale.

Come leggiamo dalla celebre Enciclopedia Britannica [1]:

Platone ebbe a prendere una porzione di terreno e vi edifico' l'Accademia [...] Legalmente, la Scuola platonica era un centro religioso con lo scopo della venerazione delle Muse... l'Accademia era circondata da un giardino recintato, al quale potevano accedere solo i membri dell'Accademia e le persone selezionate dal Direttore. Vi si organizzavano sacrifici, liturgie e banchetti festivi in onore delle Muse.

Sebbene nei libri di Storia si parli sempre di Giustiniano come di un perfido distruttore di templi, gli storici sono contraddetti dai documenti, come per esempio il Codice Legislativo del 530 promulgato da Giustiniano a Beirut e ad Atene nel quale si proibisce il paganesimo ma non l'insegnamento della Filosofia, considerata da san Basilio come propedeutica al Cristianesimo. Lo storico contemporaneo di Giustiniano, Procopio, non menziona affatto la proibizione dell'insegnamento filosofico nelle Scuole [2]. Sempre Procopio nella sua Storia Segreta ci informa del fatto che Giustiniano, per riformare l'istituzione ormai decadente dell'Accademia, confisco' alcune loro proprieta' a fini di ripristinare l'insegnamento delle Scienze nella citta'.

Secondo teorie piu' moderne [3] la Scuola chiuse per fallimento e mancanza di studenti nel 560 d.C. Ad Alessandria d'Egitto il pagano Olimpiodoro pote' insegnare filosofia e culti pagani fino al 565 d.C. [4]. San Teodoro, arcivescovo di Canterbury nel VII secolo, era un greco con competenze in matematica e astronomia, il quale aveva studiato ad Atene proprio sul finire del secolo precedente.

L'Accademia chiuse alla fine del Cinquecento per mancanza di allievi, secondo le teorie piu' moderne.

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NOTE

1) Encyclopedia PAPYROS-LAROUSSE-BRITTANICA, Volume 6, under the entry: “Academy”

2) Su Procopio e il Codice Legislativo, cfr. F. Gregorovius, Ιστορία των Αθηνών - History of Athens, Marasli Library, Athens 1904, vol.1, page 122

3) Paolo Cesaretti, “Θεοδώρα˙ η άνοδος μιας αυτοκράτειρας” Theodora: the rise of an Empress, Oceanis Publications, page 240

4) Sture Linnér, Ιστορία του Βυζαντινού Πολιτισμού, History of the Byzantine Civilization, Govostis Publications, page 93

venerdì 19 luglio 2019

Il culto di S. Elia Profeta nella tradizione occidentale

Mentre in Oriente sempre è rimasto vivo il culto dei Santi dell’Antico Testamento, onorati nella liturgia con feste loro proprie (quelle di molti profeti, ad esempio, si trovano collocate dal calendario bizantino nel mese di dicembre, per evidenziare il legame tra la loro predicazione e l’avvento del Salvatore), questi nell’Occidente hanno avuto nei secoli una minor considerazione. Certo, l’iconografia occidentale ha per secoli continuato a rappresentare scene dell’Antico Testamento, e in molti affreschi i profeti e i patriarchi attorniano l’immagine di Dio, proprio come nell’uso tradizionale russo i dodici profeti e i dodici patriarchi hanno un loro posto stabilito nella corte celeste raffigurata dall’iconostasi; certo, nel Canone Romano viene menzionata l’oblazione pura di Abele, il sacrificio di Abramo e quello del sommo sacerdote senza genealogia Melchisedec; certo, nei giorni tramandati dalla tradizione come loro transito il Martirologio Romano contiene l’elogio dei profeti e dei patriarchi. Nondimeno, possiamo notare la differenza di culto dando un semplice sguardo al Calendario liturgico: mentre dozzine di Santi della Prima Alleanza hanno una propria celebrazione liturgica nel calendario bizantino, in quello romano trovano posto solo i Fratelli Maccabei, commemorati il 1° agosto, e alcuni santi “parzialmente neotestamentari” (come li definì Silvio Tramontin), cioè i santi progenitori del Signore Gioacchino e Anna. Tale differenza si amplifica se si considera il numero di chiese dedicate ai santi veterotestamentari in Oriente, di fronte alla quasi totale assenza di esse in Occidente.

Si è parlato di quasi totale assenza, perché un’eccezione notevole c’è, ed è Venezia, che in virtù del suo stretto legame con l’Oriente ha, sin dai tempi più remoti (si consideri il Kalendarium della Chiesa Veneta dell’XI secolo), conservato il culto dei santi veterotestamentari, dedicando loro numerose chiese urbane e celebrando le loro feste. Giambattista Galliccioli, nelle sue Memorie della Chiesa Veneta, c’informa che nel 1764 il Patriarca Giovanni Bragadin avesse composto degli offici propri per i santi dell’Antica Legge venerati nelle Venezie, ma che altri testi propri fossero in uso sin dal XII secolo. Nella sua lista, il Galliccioli include S. Geremia al 1° maggio (1), S. Giobbe al 10 maggio, S. Daniele al 21 luglio, S. Samuele al 20 agosto, S. Mosè al 4 settembre, S. Simeone profeta all’8 ottobre (2), S. Lazzaro risuscitato al 17 dicembre (3). A questi si aggiunge la memoria di S. Zaccaria padre del Battista, celebrata il 5 novembre, il cui officio era stato però composto già nel 1761.

Nonostante quanto appena scritto, proprio a Venezia manca la celebrazione (così come il titolo) del santo veterotestamentario forse più venerato in tutto l’Occidente: Elia profeta. Il 20 luglio, giorno tradizionalmente ritenuto della sua morte, e sua memoria nel Martirologio Romano, a Venezia si celebra infatti con solennità la festa di S. Margherita Megalomartire d’Antiochia, parte delle cui reliquie sono custodite in città (4).

Ad aver diffuso il culto del santo profeta in Occidente, oggi patrono di molte città e paesi in tutta Europa, è stato senza dubbio l’Ordine del Carmelo, che, com’è noto, facendo rimontare l’origine del proprio ordine monastico all’esperienza eremitica iniziata proprio da Elia sul Monte Carmelo, lo venera come dux ac pater, tributandogli quotidiano onore nel proprio officio, menzionandolo nel Confiteor della messa, e celebrando la di lui solenne memoria proprio il 20 luglio.

Nel Breviario proprio dei Carmelitani Scalzi, i quali hanno recepito come base il Rito Romano, la festa, celebrata sub ritu duplici I classis cum octava communi, inizia con il Vespero festivo, nel quale ai salmi del Comune dei Confessori non Vescovi si inframmezzano antifone proprie tratte dai passi dei Libri dei Re che narrano la vita del santo profeta. Il capitolo è tratto dall’Ecclesiastico, 48, 1-2, nel quale si fa memoria della predicazione di Elia Profeta, paragonato al fuoco, e della sua parola, paragonata a una fiaccola ardente; l’inno è proprio, il Nunc juvat celsi. L’antifona al Magnificat è tratta dal profeta Malachia (4,5-6), e dice così: Ecce, ego mittam vobis Eliam Prophetam, antequam veniat dies Domini magnus et horribilis. Et convertet cor patrum ad filios, et cor filiorum ad patres eorum. Il fatto che la figura di Elia ricorra anche negli scritti profetici e sapienziali successivi è indice dell’importanza capitale di questa figura, posto nella scrittura come primus prophetarum, e nel quale molti non per nulla identificavano il Messia. L’orazione, nella sua parte elogiativa, fa memoria del miracoloso transito del Profeta, trasportato in cielo igneo curru, e che per tal motivo secondo una tradizione popolare, abbenché mai ufficialmente approvata dalla Chiesa, non sia mai morto (5). Viene poi commemorata solo l’Ottava privilegiata della Madonna del Carmine.

Oltre al già menzionato Nunc juvat celsi dei I Vespri e all’Audiat miras dei II Vespri, la pietà carmelitana dedica altri due inni al proprio capostipite: il Te magne rerum Conditor al Mattutino e il Pergamus socii tollere alle Laudi. L’antifona al Benedictus è tratta dall’epistola di S. Giacomo (5, 17-18), che magnifica Elia, homo similis nobis in passibilibus, ricordando uno dei suoi miracoli, ovvero la siccità e la successiva pioggia da lui invocate con la preghiera. La figura etimologica oratione oravit contenuta nel testo, con il verbo che viene di lì a poco ripetuto (et rursum oravit), focalizza l’attenzione sulla preghiera come elemento centrale nella vita contemplativa del monaco carmelitano. Oltre all’Ottava della Madonna del Carmine, ad laudes tantum (e nelle messe private), si commemora S. Girolamo Emiliani.

Alla Messa, l’introito è lo stesso brano di Malachia cantato ai Vespri; parimenti, la lezione è un’estensione del brano sapienziale impiegato come Capitolo. Il Graduale è tolto dal salmo 144, e ancora pone l’accento sull’importanza della preghiera, ricordando che il Signore prope est omnibus invocantibus eum e deprecationem eorum exaudiet et salvos faciet eos. Il carme allelujatico è invece tolto dal terzo libro dei Re (18, 36. 38), ed è costituito dalle parole (Domine Deus, ostende hodie quia tu es Deus Israel, et ego servus tuus) pronunziate da Elia profeta per supplicare il Signore di mostrare la sua potenza, cosa ch’Egli farà, talché cecidit ignis Domini, et voravit holocaustum. Il Vangelo è chiaramente quello della Trasfigurazione, in cui appunto Elia appare insieme a Mosè sul Tabor per affiancare la luminosa manifestazione della Divinità del Salvatore. All’offertorio è cantato per antifona il brano di S. Giacomo impiegato alle Laudi, mentre l’orazione sopra le oblate mette in correlazione l’olocausto dedicato a Dio da Elia (cfr. III Re 18,38) con il sommo sacrificio di Cristo.

Il Canone è introdotto dal Prefazio proprio del Santo Profeta, elegante panegirico che magnifica le imprese del santo, in virtù della cui parola caelum continuit, mortuos excitavit, tiranno percussit, sacrilegos necavit, vitaeque monasticae fondamenta constituit, e prosegue narrandone con ispirati verbi il suo miracoloso transito, e lo esalta quale Praecursor venturus secundi adventus Jesu Christi Domini nostri. L’antifona della Comunione è tolta anch’essa dal terzo libro dei Re (19, 8), in cui Elia si rifocilla prima di ascendere al monte di Dio: il paragone che s’instaura è sublime, nella misura in cui il monaco comedit et bibit il Corpo e il Sangue di Cristo, Sacramento eccelso che lo conduce alla vetta spirituale. Tale comparazione è pressoché esplicitata dall’orazione dopo la Comunione.

Ai II Vespri le antifone sono diverse da quelle dei primi, pur mantenendo il medesimo tema e sfruttando le medesime fonti. Dopo l’inno Audiat miras, per antifona viene cantato un brano del terzo libro dei Re commemorante un altro miracoloso evento della vita di Elia, quand’egli per turbinem ascende in cielo: Tulit Elias pallium suum, et percussit aquas Jordanis, quae divisae sunt in utramque partem, et transierunt ipse et Eliseus per siccum: et ascendit Elias per turbinem in caelum.

E’ interessante notare che i Carmelitani dell’Antica Osservanza, i quali hanno mantenuto invece il loro rito proprio, impiegano dei testi sostanzialmente diversi dai loro fratelli riformati per questa grande festa. L’introito è tolto dal salmo Zelo zelatus sum, come per tutti i servi devoti del Signore; nel Graduale si narra l’ascensione di Elia al Carmelo e di com’egli venne miracolosamente nutrito; il carme allelujatico, di composizione ecclesiastica, si dimanda: quis potest similiter gloriari tibi?, commemorando alcuni dei suoi più noti miracoli. L’offertorio è però uguale a quello in uso presso gli Scalzi, mentre per Communio i Calzati impiegano il brano di Malachia che i Riformati adoperano per introito.

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NOTE

 (1) Commemorato nella festa dei SS. Filippo e Giacomo Apostoli; l’ufficio era in uso solo nella parrocchiale di S. Geremia, che lo celebrava come patrono, con rito doppio di I classe. Triste è notare che lo scorso anno la Chiesa di S. Geremia, oramai nota solo perché destinata a custodia delle spoglie di S. Lucia dopo la distruzione della chiesa dedicata alla martire siracusana, ha definitivamente mutato il proprio titolo in “Santuario di S. Lucia”, venendo meno così proprio uno di quei caratteri peculiari della Chiesa Veneta, quale il culto per i santi veterotestamentari.

(2) Dal 1806, solo commemorato nella festa della Dedicazione della Cattedrale, fuorché nella chiesa di S. Giobbe in Cannaregio, ove era celebrato con rito doppio di I classe.

(3) Cristoforo Tentori, nelle sue Osservazioni sopra le Memorie del Galliccioli, contesta la classificazione di S. Lazzaro quale santo veterotestamentario, argomentando col fatto che secondo la Tradizione (“è cosa trita, e notoria”) egli fu Vescovo della Chiesa di Cristo, e pertanto la Tradizione avesse assegnato alla sua memoria alcune parti dal Comune dei Vescovi. Parimenti, giusta la retta opinione del Tentori, sono da considerarsi neotestamentari S. Marta e S. Maria Maddalena, dacché han vissuto parte della loro vita sotto la Nuova Legge, mentre i già citati santi come Simeone Profeta, S. Gioacchino, S. Anna, S. Zaccaria etc. sono da considerarsi veterotestamentari (o “parzialmente neotestamentari” per il Tramontin) perché morirono prima dell’abolizione della Vecchia Legge.

(4) San Girolamo Emiliani, santo veneziano, nel Calendario Romano al 20 luglio, nell’urbe lagunare è celebrato l’8 febbraio, giorno del suo transito.


(5) Alcuni commentatori, cercando di giustificare quest’affermazione di fede popolare, ipotizzarono ch’egli e Mosè non fossero morti perché sarebbero dipoi dovuti comparire sul Tabor al momento della Trasfigurazione, dando dunque una lettura prettamente e sanamente cristologica al fatto.

mercoledì 17 luglio 2019

Messe votive in occasione dei pellegrinaggi

Specialmente negli ultimi anni, fioccano numerose le lodevoli iniziative di pellegrinaggi “della Tradizione” nei Santuari e nei luoghi di culto più cari alla Cristianità, culminanti con la celebrazione del Divin Sagrifizio nella forma tradizionale della liturgia romana. Se tali iniziative sono da salutare come ammirevoli e meritorie, non sempre impeccabile è tuttavia l’organizzazione liturgica degli stessi per quanto concerne l’osservanza scrupolosa delle rubriche, e particolarmente di quale messa si debba celebrare. Ciò avviene a detrimento del pellegrinaggio stesso, venendo meno quell’esattezza delle sacre cerimonie che, giusta le parole dell’insigne liturgista padre Giuseppe Baldeschi, “dà tale risalto e maestà all’ecclesiastiche funzioni, che ne restano eccitati a divozione non meno i fedeli che i nemici stessi della cattolica religione”.

Imperciocché usualmente tali pellegrinaggi si tengono in sabato, in quanto in tal data è possibile una maggior partecipazione dei fedeli, si è ampiamente diffusa la pratica di celebrare indistintamente una messa votiva della Beata Vergine Maria, essendo il sabato il giorno tradizionalmente dedicato dalla devozione occidentale agli esercizi di pietà in onore della Madre di Dio, sovente appellata, e non di rado in modo generalista e scorretto, come “messa di S. Maria in sabato”. Questa scelta, che di norma si compie per l'influsso che il devozionismo da un paio di secoli almeno esercita sulla liturgia (1), è da riprovare in tutti quei (numerosissimi) casi in cui detta messa votiva sia proibita dalle rubriche.

In sabbatis non impeditis festo duplici vel semiduplici, octava, vigilia, feria Quadragesimae vel Quatuor Temporum, vel officio alicujus Dominicae, quae supersit, in praecedens Sabbatum translato, dicitur Missa de sancta Maria secundum varietatem temporum, ut in fine Missalis ponitur. (2)

Queste indicazioni (riportate in Rubricae generales Missalis Romani, IV) sono da seguirsi scrupolosamente. La ricorrenza di S. Maria in sabato, si noti inoltre, è dotata di un proprio ufficio e sostituisce in toto l’ufficio della feria del sabato in cui non ricorra alcuno dei casi sopraelencati. Non è dunque propriamente una “messa votiva”, quantunque sottostia a molteplici delle norme ad esse relative, e ciò si può intuire dal fatto che in essa sia previsto il canto del Gloria, a differenza di quanto avviene in tutte le altre messe votive, comprese quelle che tengono il posto della messa conventuale.

Altro discorso, ben distinto dalla memoria di S. Maria in sabato, è la “messa votiva della Madonna”, che può celebrarsi in qualsiasi giorno (e non solo in sabato), purché rispettando la seguente e limitativa norma, che si applica a tutte le messe votive, in onore di Nostro Signore, della Madre di Dio, della Trinità, dello Spirito Santo o di un qualsiasi santo iscritto nel Martirologio (3):

Missae votivae cantatae, etiam pro re non gravi, permittuntur quandocumque non occurrit Officium duplex, vel Dominica quaevis, licet anticipata vel, etiam quoad Officium, reposita;
[…]
Prohibentur:
1. In feria IV cinerum et feriis Majoris Hebdomadae
2. In vigiliis Nativitatis, Epiphaniae et Pentecostes;
3. Infra Octavas Nativitatis, Epiphaniae, Paschatis, Ascensionis, Pentecostis et Corporis Christi, aliasque octavas alicubi privilegiatas ;
4. Diebus octavis simplicibus, etiamsi tantum commemoratis ;
5. Diebus, in quo primo resumitur missa Dominicae impeditae;
6. In ecclesiis unam tantum missam habentibus, diebus Rogationum, si fiat processio, et ubi cujuslibet missae conventualis onus urgeat, cui per alios sacerdotes satisfieri nequeat. (4)

Si osserva che queste rubriche si riferiscono alla messa cantata (essendo questa generalmente celebrata in occasione di pellegrinaggi); per la messa privata le rubriche sono più restrittive, e includono nella proibizione tutte le vigilie, le ferie delle Quattro Tempora, le ferie d’Avvento dal 17 al 23 dicembre inclusive, tutta la Quaresima e il lunedì delle Rogazioni.

Come si noterà, per poter celebrare una messa votiva occorre scegliere un giorno in cui ricorra un ufficio al massimo semidoppio, e tali giorni costituiscono una minima parte del Calendario Romano.  La restrizione è ancora maggiore dopo l'aggiornamento del 1962, dacchè il doppio e il semidoppio confluiscono nella III classe, e la messa votiva è proibita nelle feste di detta classe.

A ciò si aggiunga che –dacché le rubriche richiedono comunque, anche quando permessa, una causa ragionevole per celebrare la messa votiva– la logica e il buonsenso impongono, nel caso in cui si faccia un pellegrinaggio verbigrazia a un Santuario della Santa Croce oppure di alcuni Santi Martiri, di celebrare (sempre se consentito dalle suddette rubriche) la messa votiva del titolo del Santuario in cui ci si reca, e non già quella della Madonna per pura devozione. Questa scelta, benché non sia esplicitamente indirizzata da rubrica veruna, si può ricavare dalla norma di seguito esposta.

Moltissimi luoghi di pellegrinaggio, in virtù del gran numero di pellegrini affluentivi, hanno ottenuto dalla Santa Sede il permesso di celebrare al suo interno una “messa votiva del Santuario”. Tale possibilità, concessa ab immemorabili per alcuni luoghi (essempligrazia, i luoghi della vita di Nostro Signore in Terra Santa, che hanno messe votive proprie speciali), è menzionata espressamente nel Codice delle Rubriche del 1960. Nelle Rubricae generales Missalis Romani dell’edizione del 1962, cap. VI, par. C, tit. X, nn. 375-376, la messa votiva celebrata in questi luoghi pii è classificata come di II classe secondo il nuovo Codice delle Rubriche, ed è quella del titolo del Santuario. Talora, se il titolo fosse stato un mistero della vita del Signore o della Madonna, veniva concesso di celebrare la messa votiva di quel mistero (cosa ordinariamente vietata): per esempio, il mistero della Presentazione della Vergine nella Basilica della Salute in Venezia. Tale concessione è comunque strettamente legata al luogo e a un permesso esplicito, tuttavia ci fornisce alcune indicazioni di carattere generale (per esempio, il fatto che la messa votiva del santuario sia quella del titolo).

Infine, bisogna trattare della messa votiva pro re gravi et causa simul publica, cioè quella che può liberamente celebrarsi in qualsiasi giorno fuorché nelle feste doppie di I classe, nelle domeniche di I classe, nelle ferie privilegiate (Ceneri e Settimana Santa), nelle vigilie di Natale e Pentecoste e nella commemorazione di tutti i fedeli defunti. Moltissime messe votive oggidì celebrate in occasione di pellegrinaggi vel similia rispondono teoricamente alle rubriche della messa pro re gravi; tuttavia, questa messa non si può celebrare a discrezione del singolo sacerdote, ma presuppone dei requisiti:

1. Res gravis: i decreti della Sacra Congregazione dei Riti affermano esservi questo requisito quando implorandum sit divinum auxilium in urgenti aliqua necessitate, aut gratiae agendae pro insignibus beneficiis obtentis. Il motivo grave condiziona anche la scelta della messa votiva: se questa vien cantata per implorare l’aiuto divino, potrebbe essere logico cantare una delle numerose messe votive pro quacumque necessitate contenute alla fine del Messale. Se invece è di ringraziamento, alla messa votiva (della Trinità, dello Spirito Santo, della B.V.M. o di un qualsiasi santo iscritto nel Martirologio) dovrebbe aggiungersi l’orazione pro gratiarum actione.
2. Causa publica: per definire questa condizione sfruttiamo l’interpretazione che ne dà il liturgista barnabita Bartolomeo Gavanto, ovvero che la causa sia pubblica an pertineat, vel per se, vel per accidens, notabiliter ad communitatem, vel saltem ejus partem. Un pellegrinaggio che coinvolga una notevole quantità di fedeli dunque soddisferebbe a questo requisito.
3. Mandatus vel consensus Ordinarii loci: non è possibile cantare una messa votiva pro re gravi senza il permesso, almeno implicito, dell’Ordinario locale; sarebbe un abuso farlo in assenza di questo. Il parroco può permettere la messa votiva per causa grave nella sua parrocchia senza ricorrere al Vescovo solo se detta causa sia imminente e non vi sia tempo di contattare l’Ordinario.

Occorre infine rilevare alcuni importati aspetti concernenti l’ordinamento della messa votiva: la messa privata, così come quella cantata pro re non gravi, vengono celebrate senza il Gloria e il Credo, con il tono feriale e il Benedicamus Domino in fine: uniche eccezioni sono la messa votiva degli Angeli e la messa di S. Maria in sabato, che hanno il Gloria; tuttavia si è visto che quest'ultima non è esattamente una messa votiva. La messa votiva pro re gravi invece ha il Gloria (se previsto dall’ordinamento della messa: se si tratta, ad esempio, di una messa contra paganos, in paramenti viola, non avrà l’Inno Angelico) e il Credo, e s’impiegherà il tono festivo. Tuttavia, il Codice delle Rubriche del 1960 ha apportato una modifica a questo punto, limitando il Credo alle sole messe votive di I classe (cioè quelle in occasione della Dedicazione di una Chiesa, di un Congresso Eucaristico, oppure di tridui, ottavari, centenari e altre consimili celebrazioni straordinarie indette dall’Ordinario); per chi segue dunque il messale del 1962, tanto la messa votiva pro re gravi, quanto la messa votiva “del Santuario”, essendo ambedue di II classe, vanno cantate senza il Credo.

Nelle precedenti righe si è trattato essenzialmente dei casi principali in cui può imbattersi l'organizzatore di pellegrinaggi: la casistica delle messe votive è molto variegata e complessa e non è certo esaurita da tale trattazione, che non menziona ad esempio le messe degli sposi, le messe votive permesse il primo giovedì (in onore di Cristo Sommo Sacerdote) e il primo venerdì (in onore del S. Cuore) del mese ove si tengano particolari esercizi di pietà, le solennità esterne, gli anniversari, etc. etc. Tuttavia, i lineamenti generali e i principi fondamentali sono stati espressi con chiarezza.

Confidando nell’ampio accoglimento tanto delle norme cogenti quanto dei principi di buonsenso testé espressi, ci permettiamo in ultima istanza di segnalare come il culto liturgico sia scandito temporalmente da un Calendario, ovvero da un Proprio del Tempo e da un Proprio dei Santi, il cui armonico disporsi lungo l’anno costituisce un ripercorrersi della Storia della Salvezza cui l’atto liturgico è imprescindibilmente legato. Perciò, a nostro modesto avviso, fatta salva la sussistenza di peculiari necessità, non dovrebbe indiscriminatamente preferirsi la celebrazione delle messe votive a quella delle messe del giorno, sibbene effettuarsi una ponderata valutazione, che tenga conto anche del Calendario particolare della Diocesi e della Chiesa in cui si celebra la messa (5), affine di celebrare la messa che risponda maggiormente allo spirito della Sacra Liturgia.

La messa del giorno celebrata in occasione di un pellegrinaggio alla Basilica della Salute in Venezia

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NOTE

1. Questo dà origine a una commistione tra il culto privato e il culto pubblico, non rispettando la superiorità che quest’ultimo deve avere sul primo; tale confusione di piani può portare a scivolare nell’eresia pietistica, che porta a considerare la devozione privata come superiore al culto pubblico e ufficiale della Chiesa.

2. "Ne' sabati non impediti da una festa doppia o semidoppia, da un'ottava, una vigilia, una feria di Quaresima o delle Quattro Tempora, o dall'ufficio di una Domenica sopravanzata traslato nel sabato antecedente, si dice la messa di santa Maria secondo la diversità dei tempi, come indicato nel messale".

3. Sono invece proibite, senza esplicito indulto, le messe votive dei beati.

4. "Le messe votive cantate, anche per causa non grave, sono permesse ogniqualvolta non occorra un officio doppio, o una qualche Domenica, pur anche anticipata o, per quanto concerne l'Ufficio, riposta; [...] Sono invece proibite: 1) Il mercoledì delle Ceneri e nelle ferie della Settimana Santa; 2) Nelle vigilie di Natale, Epifania e Pentecoste; 3) Fra l'ottave del Natale, dell'Epifania, della Pasqua, dell'Ascensione, di Pentecoste e del Corpus Domini, e fra l'altre ottave privilegiate del luogo; 4) Nei giorni d'ottava semplice, ancorché siano soltanto commemorati; 5) Nei giorni in cui si riassume per la prima volta la messa di una Domenica impedita; 6) Nelle chiese ove si tiene una sola messa, nei giorni delle Rogazioni, qualora si faccia la processione, e dove viga obbligo di messa conventuale, che non può esser soddisfatto da altri sacerdoti."
Trattasi di un sunto delle istruzioni contenute in Additiones et Variationes in rubricis Missalis Romani, II, riportato in Kalendarium liturgicum in Archidioecesi Cracoviensi A.D. 1923 servandum.

5. In alienis ecclesiis vel oratoriis Missa regulariter debet omnino convenire cum Officio loci, non autem celebrantis. Di ciò si deve tener conto anche nel considerare se sia possibile dire una messa votiva: oggi 17 luglio è sicuramente possibile dire una messa votiva ove si celebra S. Alessio, che è di rito semidoppio, ma non già a Venezia, ove celebrasi la Traslazione di S. Marina con rito doppio maggiore.

venerdì 12 luglio 2019

Pellegrinaggio a Lazfons il 27 luglio

Una Voce Bolzano organizza anche quest'anno il secondo pellegrinaggio al Santuario della S. Croce di Lazfons, sopra Chiusa (BZ), che pregiasi d'essere il più alto d'Europa (2.311 metri sovra il livello del mare).

Il pellegrinaggio è previsto per sabato 27 luglio p.v., con partenza alle ore 7.45 dal parcheggio di Kühhof sopra Lazfons. Alle ore 11 il rev. don Paolo Crescini, parroco di Salorno, canterà la messa in rito tradizionale all'altare del Santuario.

È gradita conferma della partecipazione, particolarmente per la possibilità di partecipare al pranzo che seguirà la liturgia. Quanti non riuscissero a completare l'intero percorso del pellegrinaggio a piedi, ovvero non fossero in grado di presentarsi al punto di ritrovo all'orario stabilito, possono percorrere in auto parte del tragitto, sino al rifugio di Chiusa/Klausnerhütte. È richiesta, per usufruire di tale possibilità, comunicazione tempestiva entro il 15 luglio, affin d'ottenere il necessario permesso dalla Guardia Forestale.

Contatti:
unavocebozen@yahoo.it
+39 338 170 2367 (Enea Capisani)

domenica 30 giugno 2019

Immagini del Corpus Domini a Pordenone

Domenica 23 giugno 2019, fra l'Ottava del Corpus Domini, presso la Chiesa della Santissima Trinità in Pordenone è stata cantata, per le cure della locale sezione di Una Voce Italia, la messa votiva della solennità esterna del Corpus Domini, seguita dalla tradizionale processione per le vie attorno alla chiesa.

Ha celebrato i sacri riti mons. Bernardino Del Col, canonico della Basilica dell'Immacolata Concezione di Lourdes, cappellano dell'ospedale di Pordenone.