sabato 18 maggio 2019

II Pellegrinaggio della Tradizione delle Venezie "alla Salute" - sabato 15 giugno


Il prossimo sabato 15 giugno si terrà in Venezia, presso la Basilica Santuario di S. Maria della Salute, il II Pellegrinaggio della Tradizione delle Venezie, organizzato dal Circolo Traditio Marciana in collaborazione col Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum.

Alle ore 11, all'altar maggiore del seicentesco Santuario Basilicale, il m. rev. mons. Marco Agostini, del clero veronese, officiale della segreteria di stato vaticana e cerimoniere papale, canterà la S. Messa solenne "in terzo" del Sabato delle Tempora di Pentecoste. Al termine della Divina Liturgia, saranno supplichevolmente intonate, ai piedi dell'icona della Madonna Mesopanditissa (Mediatrice di Pace), le Litanie della Beata Vergine secondo la consuetudine della Ducale Basilica di S. Marco.

Per chi lo desiderasse, è organizzato un pranzo in un ristorante nei pressi della Basilica. Essendo i posti limitati, è necessaria la prenotazione, da effettuarsi per email (traditiomarciana@gmail.com) oppure telefonicamente (+39 348 803 5141, Alessandra).

mercoledì 15 maggio 2019

San Giovanni Nepomuceno, ieromartire

IN SANCTA PATRIARCHALI PRIMATIALI
METROPOLITANA ARCHIDIOECESI VENETIARVM

16 maji
S. Joannis Nepomuceni
presbyteris et martyris
Cleri et Civitatis Venetiarum patroni 


duplex majus - paramenta rubra - missa propria "Dedit mihi" 
2a oratio de S. Ubaldo Ep. et Conf. - Gloria - praef. paschalis

***

Giovanni di Nepomuk, secondo le cronache, nel 1393 era vicario generale dell'arcidiocesi di Praga e che il 20 marzo dello stesso anno, su ordine di re Venceslao IV di Boemia, fu gettato nella Moldava e vi affogò.

Giovanni era il figlio di Velflin, un cittadino di Pomuke. Compiuti studi in utroque jure prima  Praga e poi a Padova, divenne canonico a Sant’Egidio di Praga nel 1389 e poi parroco della Chiesa di San Gallo, canonico della cattedrale di San Vito e arcidiacono di Saaz. Dopodiché, l’arcivescovo di Praga lo volle come vicario generale, e in questa qualità egli si oppose a re Venceslao IV di Boemia, Imperatore del Sacro Romano Impero, il quale aveva vietato di nominare un novo abate per il monastero di Kladruby, dopo la morte del precedente, per installarvi un proprio favorito. Venceslao rispose ordinando l'imprigionamento del vicario generale, del vicario della cattedrale, il prevosto Venceslao di Meissen, dell'assistente dell'arcivescovo e successivamente anche del decano dei canonici della cattedrale. I quattro furono anche torturati il 4 marzo e tre di loro furono indotti a cedere alle richieste del re; Giovanni tuttavia resistette fino all'ultimo. Gli fu fatto subire ogni tipo di tortura, inclusa la bruciatura dei fianchi con torce, ma neppure questo lo indusse all'obbedienza. Alla fine, il 20 marzo 1393, il re ordinò di metterlo in catene, condurlo attraverso la città e gettarlo nel fiume Moldava. Tale vicenda è rinovellata nel documento di accusa contro il re, presentato a papa Bonifacio IX il 23 aprile 1393 dall'arcivescovo Giovanni di Jenštejn, che andò a Roma con il nuovo abate di Kladruby. Il luogo della sua esecuzione, sul Ponte Carlo, è luogo di venerazione e viene ricordato da una lapide. Secondo la credenza popolare toccando la lapide con la mano sinistra si avrà fortuna per i successivi 10 anni.

Alcuni annali storici scritti 60-80 anni dopo la sua morte attribuiscono il martirio a cause molto diverse. Secondo questa tradizione Giovanni Nepomuceno sarebbe anche stato confessore della regina Giovanna di Baviera ed il re, avendo dei dubbi sulla fedeltà della stessa, gli aveva chiesto di rivelare quanto detto in confessione dalla regina. Giovanni non aveva accettato di violare il segreto delle confessioni e perciò venne fatto gettare nella Moldava, dove annegò. Il mattino seguente il corpo venne ritrovato sulle rive del fiume circondato da una strana luce; ciò sarebbe accaduto il 16 maggio del 1383. Questa versione divenne di gran lunga la più popolare, e S. Giovanni Nepomuceno fu eletto a speciale patrono del clero di molte città (tra cui quella di Venezia), e venerato quale martire del sigillo sacramentale della Confessione. Questo condizionò anche la sua rappresentazione iconografica: è spesso raffigurato con l'abito dei canonici (veste talare, cotta, almuzia e berretta), la palma del martirio e, talvolta, il crocifisso; porta un'aureola con cinque stelle in ricordo di quelle che, secondo la leggenda, apparvero quando venne gettato nella Moldava; in genere è raffigurato con il dito sulle labbra, a ricordare il sigillo sacramentale, ed è accompagnato da un angelo nel medesimo atteggiamento.

Sono stati rinvenuti quattro documenti contemporanei che concernono il martirio del Nepomuceno.
  • Il documento di accusa contro il re, presentato a papa Bonifacio IX il 23 aprile 1393 dall'arcivescovo Giovanni di Jenštejn che andò a Roma con il nuovo abate di Kladruby.
  • Pochi anni più tardi l'abate Ludolf di Sagan lo elenca sia nel catalogo degli Abati di Żagań (Sagan)[4] completato nel 1398, che nel trattato De longævo schismate, lib. VII, c. xix.
  • Un quarto riscontro documentario è fornito dal Chronik des Deutschordens, una cronaca dei Cavalieri dell'Ordine Teutonico che fu compilata da Giovanni di Posilge, che morì nel 1405.
  • L'arcivescovo Giovanni di Jenštejn, nella sua accusa summenzionata (all'art. 26), chiama Giovanni di Nepomuk, "santo martire"; nella biografia di Jenštejn, scritta dal suo cappellano, Giovanni di Nepomuk è descritto come gloriosum Christi martyrem miraculisque coruscum.

È chiaro che i suoi contemporanei già avevano cominciato a onorare come martire e santo il vicario generale messo a morte dal monarca per aver difeso la legge e l'autonomia della Chiesa cattolica. Ciò, inoltre, rende verosimile il fatto che il corpo di Giovanni Nepomuceno sia stato recuperato sulle rive della Moldava e seppellito nella cattedrale di Praga, dove infatti, com'è provato da documenti più tardivi, veniva venerato. Nella sua Chronica regum Romanorum, completata nel 1459, Tommaso Ebendorfer (d. 1464) riferisce che il re Venceslao aveva affogato nella Moldava il sacerdote confessore di sua moglie, indicato come Magister Jan, perché aveva affermato che «...solamente colui che governa bene è degno del nome di Re» e si era rifiutato di violare il segreto della confessione. Questa è la prima fonte che indica come motivo della condanna a morte il rifiuto della violazione del segreto confessionale. Il cronista che parla di un solo Giovanni, affogato su ordine del re Venceslao, evidentemente si riferisce al Giovanni di Pomuk messo a morte nel 1393. Nelle altre cronache scritte nella seconda metà del XV secolo troviamo regolarmente, come motivo dell'esecuzione di Giovanni, l'aver rifiutato di riferire al re quello che la regina aveva detto in confessione.

Il testo Istruzioni per il Re di Paolo Žídek (sc. Giorgio di Podebrady), completato nel 1471, contiene ancora maggiori dettagli. Vi si afferma che il re Venceslao sospettava di sua moglie, che era solita confessarsi da Magister Jan, e aveva fatto appello a quest'ultimo per ottenere il nome del suo amante. Il re ordinò che Giovanni fosse affogato per il suo rifiuto di parlare.

In queste antiche cronache non viene indicato il nome della regina o alcuna data dell'avvenimento. Nel 1483 il decano della cattedrale di San Vito, Giovanni di Krumlov, indica come data della morte del santo il 1383, anno in cui era ancora in vita la prima moglie di Venceslao, Giovanna (che morì nel 1389). Potrebbe trattarsi di un errore di trascrizione.

Nel suo Annales Bohemorum lo storico boemo V. Hájek di Libočany (morto nel 1553), è il primo a parlare di due Jan di Nepomuk, che furono messi a morte per ordine del re Venceslao: uno, il confessore della regina martirizzato per essersi rifiutato di violare il segreto confessionale, fu gettato nella Moldava nel 1383; l'altro, ausiliare Vescovile di Praga, venne affogato nel 1393 perché aver confermato l'elezione del monaco Albert come Abate di Kladruby.

Gli storici del sedicesimo e diciassettesimo secolo danno dettagli più leggendari del martirio universalmente accettato di Giovanni perché si rifiutò di violare il segreto confessionale. Bohuslav Balbinus, S.J., nel suo Vita b. Joannis Nepomuceni martyris fornisce il resoconto più completo. Vi si riferisce con molti dettagli come il 16 maggio 1383 (questa data già era stata riportata in cronache più antiche) Giovanni di Nepomuk, poiché si rifiutò di rivelare al re le confessioni della Regina Giovanna, fu gettato nella Moldava per ordine del sovrano ed affogò.

Secondo Venceslao Hajek di Libocany, storico boemo del Cinquecento, esistettero due personaggi distinti con lo stesso nome, il predicatore di corte che venne ucciso nel 1383 per non aver rivelato le confessioni della regina e l'ausiliario vescovile di Praga, che venne fatto uccidere nel 1393 per aver confermato l'elezione dell'Abate di Kladruby Alberto, in contrasto con il volere del monarca. In tempi successivi gli storici hanno ritenuto più probabile l'esistenza di un unico personaggio storico, il vicario-generale assassinato nel 1393 e che la controversia sia nata per un errore del decano della cattedrale di San Vito, Giovanni di Krumlov, che nel 1483 trascrisse per errore il 1383 come data della morte del santo.

Dopo la canonizzazione del Nepomuceno il suo culto si diffuse rapidamente anche a Venezia: come detto, fu eletto patrono del clero della città, e anche i gondolieri lo venerano come proprio patrono. Una statua, attribuita a Giovanni Marchiori è presente sul Canal Grande all'imbocco del canale di Cannaregio: molte statue dedicate al Santo erano infatti erette in prossimità dei fiumi, a ricordare il suo martirio.
Nel sestiere di San Polo, nella chiesa omonima, sopra l'entrata, vi è un lunettone ad affresco (purtroppo mutilo) raffigurante San Giovanni Nepomuceno; nella stessa chiesa è conservata nella cappella dedicata al santo la pala d'altare di Giambattista Tiepolo raffigurante san Giovanni Nepomuceno in adorazione della Madonna col Bambino ed un'altra tela del figlio Giandomenico raffigurante il martirio del santo (quella riportata in cima all'articolo). È da annotare che in questo sestiere fino agli anni cinquanta del Novecento vi era, nel giorno della ricorrenza del santo, una fiera lungo le calli adiacenti la Chiesa di San Polo e nel campo antistante. Restando a Venezia la presenza del santo boemo è capillare in molti edifici di culto: Santi Apostoli, Santo Stefano, San Niccolò dei Mendicoli, San Geremia, San Martino, ecc. 

 Statua di S. Giovanni Nepomuceno a Venezia (Canale di Cannaregio)

Statua di S. Giovanni Nepomuceno a Praga (Ponte Carlo)

***

Deus, qui ob invictum beati Joannis sacramentale silentium nova Ecclesiam tuam martyrii corona decorasti: da, ut ejus exemplo et intercessione, ori nostro custodiam ponentes, beatis, qui lingua non sunt lapsi, annumeremur. Per Dominum.

O Dio, che per via dell'invitto silenzio sacramentale del beato Giovanni hai decorato la tua Chiesa con una nuova corona del martirio: concedi che, in virtù del suo esempio e della sua intercessione, custodendo la nostra bocca, siamo annoverati tra quei beati che non commisero peccati di lingua. Per il Signor nostro...

(Colletta di S. Giovanni Nepomuceno)

martedì 14 maggio 2019

Pellegrinaggio a Concordia Sagittaria sabato 25 maggio

La Compagnia di S. Antonio, insieme alla sezione pordenonese di Una Voce Italia, si recherà il prossimo sabato 25 maggio in pellegrinaggio a Concordia Sagittaria (sede vescovile fino al 1970, nonché residenza fino al 1586, della diocesi oggi rinominata di Concordia-Pordenone dopo il trasferimento dell'Ordinario in quest'ultima città occorso negli anni '70) per la venerazione dei Santi Martiri Concordiesi Donato, Secondiano, Romolo e compagni.

Concordia è infatti figlia di Aquileja nella Fede, e, negl'intenti della Compagnia, questo secondo pellegrinaggio si pone come una nuova tappa di avvicinamento proprio ad Aquileja, dove ci si ritroverà il 21 settembre per il III° Pellegrinaggio della Tradizione Marciana.

Il pellegrinaggio si svolgerà con il seguente programma:

14.30  Ritrovo sul sagrato della Cattedrale (di fronte all'edicola della Madonna), benedizione dei pellegrini, breve cammino devozionale e recita del S. Rosario in Cattedrale

15.30  S. Messa in rito romano antico presso l'altare dei Ss. Martiri Concordiesi e venerazione delle reliquie degli stessi

Al termine ci si potrà intrattenere nella casa canonica per un sobrio momento conviviale.

Il Circolo Traditio Marciana aderirà all'iniziativa, collaborando al servizio all'altare.

Di seguito il comunicato ufficiale degli organizzatori.

****



Rex gloriose Martyrum,
corona confitentium,
qui respuentes terrea
perducis ad celestia.


Cari pellegrini,

la Compagnia di SantAntonio, insieme agli amici di UNA VOCE -Pordenone, si prepara a raggiungere la seconda tappa del proprio itinerario di Fede, passando per i luoghi più significativi per la devozione e pietà cristiane tra Veneto orientale e il Friuli, e che ci porterà ad Aquileia sabato 21 settembre, per il III Pellegrinaggio della Tradizione Marciana.

Dopo il pellegrinaggio al Santuario di Madonna del Monte di Aviano, del 22 dicembre scorso, ci avvicineremo alla nostra meta fermandoci in preghiera a Concordia Sagittaria, a fine mese, il prossimo sabato 25 maggio.

Nellantica città romana Iulia Concordia, fondata nel 42 a. C. sullincrocio tra Via Annia e Via Postumia e diventata sede di unimportante fabbrica di sagittae (frecce) per lesercito romano, la Fede attecchì fin dai primi secoli dellera cristiana grazie al messaggio evangelico che rapidamente si propagò in quella zona dalla vicina Aquileia. La Fede si diffuse soprattutto tra i soldati della guarnigione di stanza, come dimostrano i simboli cristiani apposti in numerose arche funerarie del sepolcreto delle milizie.

Nel 304 Concordia subì le persecuzioni anti cristiane dellimperatore Diocleziano ed ebbe i suoi martiri: la tradizione vuole che il loro numero fosse di 72 e che il luogo del martirio fosse al limite della città romana sulla sponda destra del Lemene, presso la porta orientale, dove ora sorge un sacello. Essi appartenevano per la maggior parte allesercito. Di alcuni si è tramandato il nome: Donato, Romolo, Secondiano, Giusto, Silvano. I loro corpi furono raccolti da alcuni uomini religiosi e le ossa, in seguito, furono custodite, fino ad oggi, nella cattedrale, nella cappella attuale: cappella che fu poi ampliata e dotata di una Confessio come nelle basiliche romane, dal parroco don Celso Costantini. Nel 1904 le ossa furono racchiuse in unurna preziosa. Nel 1450 la festa fu fissata al 17 febbraio.

La comunità cristiana poté godere finalmente della pace con leditto di tolleranza dellimperatore Costantino del 313 e fiorì rapidamente. Tra i Cristiani spiccano i nomi di Paolo monaco, che fu segretario di san Cipriano vescovo di Cartagine ( 258), e Rufino della gens Tyrannia, teologo e scrittore ecclesiastico, sodale di san Gerolamo e poi suo avversario nella disputa su Origene.

Nel 389 Cromazio, vescovo di Aquileia, consacrò la nuova Basilica Apostolorum, che accolse le reliquie di Giovanni il Battista, di San Giovanni Evangelista, SantAndrea, San Tommaso e di San Luca, che provenivano da Costantinopoli. La costruzione della chiesa coincise con lerezione della nuova diocesi concordiense, che fu posta sotto il patronato di santo Stefano protomartire.
Questanno ricorre dunque lanniversario dei 1630 anni della consacrazione della cattedrale e della costituzione della diocesi.

La cattedrale, che subì le conseguenze della devastazione attilana nel 452, continuò ad essere officiata fino a grande colluvium aquae del 587, che annientò quasi totalmente lassetto demico della regione.

Una nuova chiesa sorse nellVIII secolo e infine con il X secolo fu eretta la cattedrale che in qualche misura è sopravvissuta fino ad oggi. Nel 1168 il vescovo Regimpoto fece edificare il Battistero, affrescato con un ciclo di pitture di notevole importanza iconografica e storica.

Allinterno dellattuale Cattedrale, proclamata Santuario diocesano il 17 febbraio 2018 dal Vescovo di Concordia - Pordenone Giuseppe Pellegrini, si trova la cappella dedicata ai Santi Martiri Concordiesi, che costituisce il transetto sinistro delledificio. Nella cappella è conservato il tesoro della Chiesa concordiense, cioè numerose reliquie di santi e di martiri, oltre allampolla con il liquido che venne effuso dalle ossa dei Martiri nel 1870.

Ai piedi dellaltare dei Martiri ci metteremo in preghiera supplicandoli, affinché il Signore ci conceda il coraggio e la forza di testimoniare sempre la Fede e di tramandarla incorrotta alle future generazioni.

Come di consueto il pellegrinaggio è aperto a tutti e inizierà alle ore 14.30 dal sagrato della Cattedrale, di fronte alledicola dedicata alla Beata Vergine Maria posta allangolo tra Via Claudia e Via Carneo.

Percorso un breve tratto a piedi ci recheremo in Cattedrale per la recita del Santo Rosario e alle 15.30 inizierà la Santa Messa in Rito Romano Antico, alla quale seguirà la venerazione dei santi Martiri.

Al termine ci ritroveremo presso la Casa Canonica per un momento conviviale.
Vi attendiamo numerosi.

In corde Matris,

Compagnia di SantAntonio - UNA VOCE Pordenone

giovedì 2 maggio 2019

La sodomia era accettata dagli antichi Greci?

Il tema presentato nel titolo ricopre indubbiamente un certo interesse, in quanto la narrazione generica che viene evulgata sul mondo antico tende, negli ultimi due secoli, a presentare la sodomia come atto comune presso gli Antichi; taluni hanno poi naturalmente usato questa supposizione per screditare i principi morali della Religione Cristiana che vieterebbero qualcosa di naturale.

La risposta a questa questione è decisamente complessa, e deve partire sicuramente dalla definizione di "naturale". In senso filosofico, "naturale" è ciò che è conforme alla legge eterna: nella quadripartizione tomistica del diritto, lo jus naturale è difatti la partecipatio legis aeternae in rationali creatura. Già nella formulazione aristotelica, il "naturale" dunque riguarda solo la "creatura razionale", cioè l'uomo, nella misura in cui egli è l'unica creatura in grado di pensare in modo complesso, cioè di elaborare e attuare la lex aeterna, costituita da principi assoluti (Kierkegaard li definirebbe "scandali") non rispondenti necessariamente (anzi, quasi mai) all'istinto. In teologia classica, infatti, quando l'istinto, che è distintivo dell'anima sensitiva, per Aristotele propria degli animali, prevale sulla ratio della legge eterna, l'uomo in tal guisa umilia la sua dignità razionale e regredisce a bestia: è questa una delle conseguenze più notevoli del peccato originale. In questo significato, la parola "naturale" implica un giudizio, perché non si limita ad osservare una realtà, ma la elabora intellettualmente, conferendole un senso e un posto all'interno di una costruzione più ampia e razionale.
In senso biologico, "naturale" è banalmente qualcosa che si manifesta nella natura: è un criterio cioè puramente osservativo, descrittivo, che non implica un giudizio.
In questo modo, tuttavia, diventa assolutamente insensata la pretesa di certuni paladini dei "diritti moderni" di giustificare alcuni atti perché "naturali": essi confondono ripetutamente i piani, poiché parlano di qualcosa di naturale in senso biologico (dicono infatti ad esempio che gli atti "omosessuali" sono diffusi tra gli animali...) e subito poi lo traslano in un senso pseudo-filosofico (...e quindi sono giusti). Ma la trasposizione risulta chiaramente falsa e illogica. La summenzionata posizione è facilmente smentibile nel momento in cui si espongono tutti quegli atti che sono biologicamente naturali, praticati da animali, ma finanche da taluni consorzi umani (verbigrazia, il cannibalismo), che nemmeno il corrotto giudizio dei contemporanei si sognerebbe di classificare come giusti.

Venuto meno il criterio di naturalità, si potrebbe chiudere la questione; in realtà è interessante analizzare la parte più prettamente storica: era la sodomia accettata presso gli Antichi Greci? Se parlando delle tribù indigene delle Antille (le quali appunto praticavano il cannibalismo) si può banalmente premettere che il loro stato d'irredenzione permetteva lo svilupparsi delle pratiche più turbi, è maggiormente difficile applicare questo ragionamento agli Antichi Greci, nella misura in cui essi erano -giusta i Padri d'Occidente- i depositarj dei Semina Verbi, nonché la cui cultura costituisce ineluttabilmente il fondamento della Cristianità (da Lisbona a Vladivostok, e da Amburgo ad Alessandria d'Egitto). Tuttavia, possiamo affermare che la società della Grecia classica non accettava in alcun modo la sodomia. Si deve infatti nettamente distinguere il fatto che fosse praticata (come lo è sempre stato, anche nei secoli più moralisti; ma del resto anche l'omicidio si è sempre praticato) da quello che fosse socialmente e culturalmente accettata. Il carattere morale della società non dipende dalla moralità dei suoi singoli individui.

In soluzione dei predetti dubbj, mi permetto di tradurre un intervento in merito del prof. Dimitrios Michmizos, docente presso l'Università della Tessaglia, nonché apprezzato filosofo e cultore di Storia Greca. Un intervento simile potrebbe farsi anche per quanto riguarda l'Antica Roma, basta vedere, per esempio, cosa ne pensano Marziale e Giovenale dei sodomiti.

Contrariamente a quanto potreste aver sentito, l'omosessualità non fu mai accettata dalle culture antiche. Il caso più emblematico è la Grecia classica.

I Greci erano consci del fatto che l'omosessualità esistesse, e riconoscevano che potesse essere un'inclinazione transitoria, ma certamente non un modo di vivere in società. La nozione che i Greci classici accettassero l'omosessualità tra adulti [questo è fondamentale: la pederastia, costume che anche gli omosessualisti odierni rifiutano, era praticata all'interno di ristrette cerchie aristocratiche, ma l'omosessualità tra adulti, cioè come condotta sessuale ordinaria, era inconcepibile, ndt] è un mito, generato e propagato soprattutto dall'aristocrazia britannica, che, tra XVIII e XIX secolo, si dedicava agli "studi classici": essendo nobili oziosi, tuttavia, la maggior parte si avvicinava ai testi a casaccio, in isolamento culturale e con occhiali in stile vittoriano, pervenendo così, il più delle volte, a risultati erronei.

Nel V secolo a.C. ad Atene, per esempio, era costume che un uomo di potere attraesse numerosi seguaci, sia femmine che maschi, tutti sgomitanti per il suo favore e, in cambio, offerenti ogni tipo di favore fisico per assicurarselo. Nondimeno, la società Greca trattava questi pedissequi con il peggior disprezzo, come immorali arrampicatori sociali.

Questo è il motivo per cui Aristofane, il famoso commediografo, quando voleva insultare Socrate nella sua commedia "Nuvole", lo chiama "evriproctos", che si può tradurre "dal largo sfintere", intendendo così ch'egli fosse un μαλακός, cioè un omosessuale effeminato e passivo. [è importante notare che la distinzione di sesso, nella cultura greco antica, è molto marcata, e nell'atto sessuale l'uomo è sempre la parte attiva, la donna la parte passiva; quale immoralità più grande per un maschio prendere parte passivamente all'atto?, ndt]

Durante la sua breve egemonia sulla Grecia, la città-stato di Tebe aveva uno speciale distaccamento, il Battaglione Sacro, formato da 150 coppie di amasi. Questi erano forti guerrieri, famosi per essere una delle poche unità a esser riuscite a vincere gli Spartani un aperta battaglia. Nel 338 a.C., Tebe si scontrò con l'esercito di Filippo di Macedonia e suo figlio Alessandro III (che fu poi chiamato il Grande) a Chronea. L'armata oplitica tradizionale tebana non durò a lungo, e cadde sotto i colpi della nuova falange macedone. Nondimeno, il Sacro Battaglione resisté sul campo e combatté eroicamente fino all'ultimo uomo, guadagnando il rispetto di Filippo. Per onorare i suoi avversari caduti, il re macedone fece costruire un monumento al loro sacrificio, dichiarando, secondo lo storico Plutarco: "Che muoia chiunque sospetti che questi uomini abbiano mai fatto o subito qualcosa di sconveniente". S'intenda: morire in battaglia difendendo i propri altari e le proprie case è la morte più onorevole per un greco. Quindi, la necessità di un tale chiarimento, anche dopo una morte così onorevole, rivela quanto negativamente l'omosessualità fosse considerata in tutta la Grecia in quel momento.

E alla comune obiezione, che porta il Simposio e le relazioni amorose ivi descritte, come esempio contrario, si consideri che nella lingua greca vi sono quattro livelli di amore, non tutti fisici. Non certo fisico era l'amore platonico, dove l'amore rappresenta la forza vitale che muove il pensiero, costituendo un tramite tra la dimensione terrena e quella sovrasensibile delle idee nell'Iperuranio. Talora ci possono essere dei fraintendimenti dovuti a errori di troduzioni: ce ne sono persino in alcune versioni della Bibbia, figurarsi in un testo filosofico di difficile accesso.

Si pensi anche al fatto che, in tutta la letteratura greca classica, dall'Iliade e l'Odissea alla lirica, alla prosa e ai testi scientifici di età ellenistica, non c'è una singola descrizione, esplicita o implicita, di un atto omosessuale, quando invece vi sono abbondanti descrizioni di atti eterosessuali.

martedì 30 aprile 2019

Cronaca e immagini della Festa di S. Marco a S. Simon

Lunedì 29 aprile, festa traslata di San Marco Evangelista, Patrono principale della Città e del Patriarcato di Venezia, nonché un tempo totius Reipublicae nostrae, trasferita quest'anno a motivo dell'Ottava Pasquale, presso la Chiesa di San Simon Piccolo in Venezia è stata solennemente cantata una Messa "in terzo" secondo l'antico messale. Al termine della Divina Liturgia, al canto dell'inno Jam nostra pronis auribus, dal repertorio marciano in onore del Patrono, è stata piamente venerata e incensata una reliquia del glorioso Santo, con cui ha il celebrante dipoi benedetto il popolo, e che è stata infine offerta al bacio dei Cristiani presenti.

Ha officiato i Sacri Riti il rev. padre Jean Cyrille Sow FSSP, parroco della SS. Trinità dei Pellegrini in Roma, già cappellano di S. Simon Piccolo dal 2014 al 2017, assistito dal rettore di S. Simon padre Joseph Kramer FSSP, in qualità di diacono, e dal rev. don Francesco Marini, del clero della Diocesi di Verona, parroco di Padenghe sul Garda (BS), in qualità di suddiacono.

L'organizzazione della liturgia e il servizio all'altare sono stati curati dal Circolo Traditio Marciana.
Il canto della funzione (Kyriale II Fons Bonitatis, prescritto dal Liber Usualis per le feste più solenni), nonché il ricco accompagnamento organistico, sono stati eseguiti dal m° Massimo Bisson.

















domenica 28 aprile 2019

Benedizioni resurrezionali (Εὐλογητάρια Ἀναστάσιμα)

Nel Mattutino, secondo il rito bizantino, terminata la lettura della porzione del Salterio prescritta, con i suoi Kathismata [1] e il Polieleo [2], nelle domeniche, vengono cantati dei tropari detti Εὐλογητάρια Ἀναστάσιμα, che potremmo pressapoco tradurre come "Benedizioni resurrezionali"; in realtà, la prima parola è intraducibile, in quanto significherebbe "piccoli Εὐλογητός", laddove quest'ultima è la parola con cui inizia il verso del salmo 118 che inframmezza i vari tropari. Nell'uso slavo sono conosciuti come Ангельский собор, cioè "Il consesso degli Angeli", dalle prime parole del primo tropario.
Tale testo liturgico sottolinea il carattere pasquale della domenica, giorno della Risurrezione del Signore, ripercorrendo poeticamente gli eventi che la marcarono: la discesa agl'Inferi, la visita delle donne mirofore, lo stupore degli Apostoli...
Ancora pervasi del gaudium paschale che ha caratterizzato tutta questa testé conclusa Ottava di Pasqua, e che per altri 43 giorni ci accompagnerà sino all'Ascensione di Nostro Signore al cielo, proponiamo di seguito il testo dei predetti tropari, in quattro lingue (i testi ufficiali in greco e in slavo ecclesiastico [traslitterato nei caratteri moderni]; traduzioni ufficiose nostre in italiano e latino).

_____________________________
NOTE

[1] Tropari che si accompagnano alla recita dei Salmi.
[2] Canto dei salmi 134 e 135, così chiamato per il ricorrere sovente all'interno di questi della parola έλεος, cioè misericordia, accompagnato dall'incensamento di tutta la chiesa.



Εὐλογητάρια Ἀναστάσιμα

Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.
Τῶν Ἀγγέλων ὁ δῆμος, κατεπλάγη ὁρῶν σε, ἐν νεκροῖς λογισθέντα, τοῦ θανάτου δὲ Σωτήρ, τὴν ἰσχὺν καθελόντα, καὶ σὺν ἑαυτῷ τὸν Ἀδὰμ ἐγείραντα, καὶ ἐξ ᾍδου πάντας ἐλευθερώσαντα.
Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.
Τί τὰ μύρα, συμπαθῶς τοῖς δάκρυσιν, ὦ Μαθήτριαι κιρνᾶτε; ὁ ἀστράπτων ἐν τῷ τάφῳ Ἄγγελος, προσεφθέγγετο ταῖς Μυροφόροις. Ἴδετε ὑμεῖς τὸν τάφον καὶ ἤσθητε· ὁ Σωτὴρ γὰρ ἐξανέστη τοῦ μνήματος.
Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.
Λίαν πρωΐ, Μυροφόροι ἔδραμον, πρὸς τὸ μνῆμά σου θρηνολογοῦσαι· ἀλλ' ἐπέστη, πρὸς αὐτὰς ὁ Ἄγγελος, καὶ εἶπε· θρήνου ὁ καιρὸς πέπαυται, μὴ κλαίετε, τὴν Ἀνάστασιν δὲ Ἀπόστόλοις εἴπατε.
Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.
Μυροφόροι γυναῖκες μετὰ μύρων ἐλθοῦσαι, πρὸς τὸ μνῆμά σου Σῶτερ ἐνηχοῦντο, Ἀγγέλου τρανῶς, πρὸς αὐτὰς φθεγγομένου. Τί μετὰ νεκρῶν, τὸν ζώντα λογίζεσθε; ὡς Θεὸς γὰρ ἐξανέστη τοῦ μνήματος.
Δόξα... Τριαδικὸν
Προσκυνοῦμεν Πατέρα, καὶ τὸν τούτου Υἱόν τε, καὶ τὸ ἅγιον Πνεῦμα, τὴν ἁγίαν Τριάδα, ἐν μιᾷ τῇ οὐσίᾳ, σὺν τοῖς Σεραφίμ, κράζοντες· τὸ Ἅγιος, Ἅγιος, Ἅγιος εἶ Κύριε.
Καὶ νῦν ... Θεοτοκίον
Ζωοδότην τεκοῦσα, ἐλυτρώσω Παρθένε, τὸν Ἀδὰμ ἁμαρτίας, χαρμονὴν δὲ τῇ Εὔᾳ, ἀντὶ λύπης παρέσχες, ῥεύσαντα ζωῆς, ἴθυνε πρὸς ταύτην δέ, ὁ ἐκ σοῦ σαρκωθείς Θεὸς καὶ ἄνθρωπος.
Ἀλληλούϊα, Ἀλληλούϊα, Ἀλληλούϊα Δόξα σοι ὁ Θεός. (ἐκ γ')

Ангельский собор

Благословен еси, Господи, научи мя оправданием Твоим.
Ангельский собор удивися, зря Тебе в мертвых вменившася, смертную же, Спасе, крепость разоривша, и с собою Адама воздвигша, и от ада вся свободша.
Благословен еси, Господи, научи мя оправданием Твоим.
Почто мира с милостивными слезами, о ученицы, растворяете? Блистаяйся во гробе Ангел мироносицам вещаше: видите вы гроб и уразумейте, Спас бо воскресе от гроба.
Благословен еси, Господи, научи мя оправданием Твоим.
Зело рано мироносицы течаху ко гробу Твоему рыдающыя, но предста к ним ангел и рече рыдание время преста, не плачите, воскресение же апостолом рцыте.
Благословен еси, Господи, научи мя оправданием Твоим.
Мироносицы жены, с миры пришедшыя ко гробу Твоему, Спасе, рыдаху, ангел же к ним рече глаголя: что с мертвыми живаго помышляете; яко Бог бо воскресе от гроба.
Слава Отцу и Сыну, и Святому Духу.
Поклонимся Отцу и Его Сынови и Святому Духу, Святей Троице во едином существе с Серафимы зовуще: Свят, Свят, Свят еси Господи.
И ныне и присно и во веки веков. Аминь.
Жизнодавца рождши, греха, Дево, Адама избавила еси, Радость же Еве в печали место подала еси. Падшия же от жизни к сей направи, из Тебе воплотивыйся Бог и Человек.
Аллилуиа, аллилуиа, аллилуиа, слава Тебе, Боже. (трижды)

Benedizioni Resurrezionali

Benedetto sei tu, o Signore, insegnami i tuoi giudizi.
Il consesso degli Angeli sbigottì nel vederti annoverato fra i morti, ma poi, o Salvatore, distruggere la potenza della morte, e risollevar teco Adamo, e molti liberare dagl'Inferi.
Benedetto sei tu, o Signore, insegnami i tuoi giudizi.
Perché mescete compassionevolmente il miro alle lacrime, o Discepole? Gridò l'Angelo rifulgente nella tomba alle Mirofore. Guardate voi stesse la tomba, e comprendete: il Salvatore difatti è risorto dal sepolcro.
Benedetto sei tu, o Signore, insegnami i tuoi giudizi.
Di primo mattino, le Mirofore si affrettarono al tuo sepolcro cantando a lutto: ma si fece lor incontro l'Angelo, e disse: E' cessato il tempo del lutto, non piangete, ma riferite agli Apostoli la Risurrezione.
Benedetto sei tu, o Signore, insegnami i tuoi giudizi.
Le donne Mirofore giunte col miro al tuo sepolcro, o Salvatore, piangevano, quando disse lor chiaramente l'Angelo: Perché contate tra i morti Colui che vive? Iddio infatti è risorto dal sepolcro.
Gloria... Della Trinità
Adoriamo il Padre, e il suo Figlio, e lo Spirito Santo, la Santa Trinità, in una sola sostanza, gridando insieme ai Serafini: Santo, Santo, Santo sei, o Signore.
E ora ... Della Madre di Dio
Partorendo il Datore di vita, o Vergine, riscattasti Adamo dal peccato, e offristi a Eva la gioia al posto del dolore: quanti erano caduti dalla vita, a essa li ha ricondotti colui che da te si è incarnato, Dio e uomo.
Alleluia, alleluia, alleluia. Gloria a te, o Dio. (tre volte)

Benedictiones Resurrectionales

Benedictus es, Domine, doce me justificationes tuas.
Obstupuit coetus Angelorum te in mortuis numeratum videns, Salvator autem mortis diruentem virtutem, ac tecum Adam extollentem, multosque ab Inferis liberantem.
Benedictus es, Domine, doce me justificationes tuas.
Ut quid miserabiliter, Discipulae, myrrham lacrymis miscetis? Refulgens in sepulchro clamavit Angelus Myrophoris. Videte ipsae sepulchrum, et intelligite: quia enim Salvator de monumento surrexit.
Benedictus es, Domine, doce me justificationes tuas.
Primo mane ad sepulchrum cucurrerunt gementes Myrophorae: sed obvenit eis Angelus dicens: Tempus cessavit maeroris: ne fleritis, Resurrectionem vero Apostolis annuntiate.
Benedictus es, Domine, doce me justificationes tuas.
Myrophorae mulieres cum ad sepulchrum cum myrrha pervenissent, lugebant, ut dixit eis Angelus plane: Quare in mortuis Viventem numeratis? Surrexit enim Deus de sepulchro.
Gloria... De SS. Trinitate
Adoremus Patrem et Filium ejus et Spiritum Santum, Sanctam Trinitatem in una essentia, cum Seraphim clamantes: Sanctus, Sanctus, Sanctus es Domine.
Et nunc... De Beata Virgine
Vitae pariens Largitorem, redemisti Virgo, Adam de peccato, gaudium Evae pro dolore obtulisti; eosque qui de vita ceciderunt, ad eam redigit qui de te incarnatus, Deus atque homo.
Alleluja, alleluja, alleluja. Gloria tibi Domine (ter)



Cogliamo l'occasione per porgere gli auguri di una Santa Pasqua di Risurrezione a quanti seguono il computo niceno per il calcolo della stessa.

Χριστὸς ἀνέστη! Ἀληθῶς ἀνέστη!

lunedì 22 aprile 2019

Perché cantiamo i testi liturgici?

Un utilissimo contributo del noto e apprezzato professore americano Peter Kwasniewski circa l'importanza e il significato del canto dei testi liturgici, che meriterebbe d'esser fatto leggere a qualche "tradizionalista" poco tradizionale che sostiene che la messa letta (naturalmente "dialogata", come piace ai vari estimatori della liturgia anni '50) sia equivalente o addirittura migliore (sic!) della messa cantata...

di Peter Kwasniewski

In tutte le religioni del mondo, si troverà che vengono cantati i testi sacri. Una convergenza tanto sorprendente suggerisce che v'è un naturale collegamento tra la venerazione della divinità e il canto dei testi relativi ai riti sacri; ovvero, c'è una connessione basata sulla natura dell'uomo, della parola e del canto.

La filosofia del cantare i testi religiosi

Questa pratica universale deriva da un senso intuitivo, per cui le cose sacre e i sacri sentori che le accompagnano non possono essere raccontati come le cose ordinarie e quotidiane, ma debbono essere elevate a un livello più alto attraverso la modulazione musicale, oppure nascoste nel silenzio. I riti autentici, pertanto, tendono ad alternare silenzi (per la meditazione, oppure durante azioni simboliche) e canto (che può essere o meno accompagnato da altre azioni).

Gli atti di culto pubblico sono resi più solenni, e il loro contenuto è più facile da approcciare e memorizzare, venendo cantati dal clero, dai cantori, dal coro e dal popolo. Inoltre, il contrasto tra il canto (massima vetta dell'espressione mana) e il silenzio (una sospensione deliberata e "apofatica" del discorso) colpisce molto più del contrasto tra il parlare e il non parlare. Il primo rassomiglia al formarsi e al frangersi delle onde dell'oceano, mentre il secondo appare più come accendere e spegnere una lampadina.

Parlare è un atto in primis discorsivo e istruttivo, destinato all'ascoltatore, mentre il canto, che può con maggior facilità unire molte voci in un solo corpo, è capace di essere in più foriero di sensazioni spirituali e di un significato che trascende quello delle parole, incrementando grandemente il potere penetrante delle parole stesse. Vediamo questo specialmente nei melismi dei canti, le lunghe elaborazioni melodiche su di una singola sillaba, che danno voce a sensazioni e aspirazioni interiori che la parola non può completamente esprimere.

Nessuno ha commentato in modo più profondo del filosofo della musica Victor Zuckerkandl circa il potere mistico del canto, che unisce tra loro chi canta, e unisce il soggetto all'oggetto. Nel suo libro L'Uomo Musicista, pubblicato pei tipi dell'Università di Princeton nel 1973, egli scrive:

"La musica è appropriata, è d'aiuto quando è richiesto l'abbandono di sé, quando l'Io va oltre se stesso, quando soggetto e oggetto si uniscono insieme. Le tonalità musicali sembrano costituire un ponte che rende possibile, o almeno facilita, l'attraversamento dell'abisso che separa i due. (24-25)
[...]
Cantare è l'espressione naturale e appropriata del gruppo, della solidarietà degl'individui facenti parte del gruppo. Se questo è il caso, possiamo supporre che il canto esprime essenzialmente non l'individuo ma il gruppo; più precisamente, esprime l'individuo nella misura in cui questi è membro del gruppo; ancor più precisamente, esprime l'individuo quanto nella misura in cui la sua relazione con gli altri non è semplicemente "stare di fronte agli altri", ma è una relazione solidale.
Mentre le parole volgono le persone le une verso le altre, i toni musicali li volgono tutti nella medesima direzione: ciascuno segue i toni nella loro strada e nel loro ritorno. Nel momento in cui i toni musicali risuonano, la situazione in cui una parte guarda in faccia l'altra viene trasformata in una situazione di solidarietà, e i molti individui distinti vengono trasformati in un gruppo (27-29).
[...] 
Se le sue parole non sono meramente dette, ma cantate, esse costruiscono un ponte vivo che lo collega con gli oggetti delle sue parole, che trasforma la distinzione e la separazione in comunanza. Attraverso i toni musicali, colui che parla va oltre le cose, porta le cose dall'esterno dentro di sé, in modo che non siano più "l'altro", qualcosa di estraneo da sé, ma in modo che l'altro e lui stesso siano una cosa sola. Chi canta resta se stesso, ma il suo Io è arricchito, la sua gamma vitale è ampliata: essendo quello che è, ora può, senza perdere la sua identità, stare con ciò che non è; e l'altro, essendo quello che è, può, senza perdere la sua identità, stare con lui. (29-30)"

In definitiva, si tratta di questo: noi cantiamo quando siamo una cosa sola, o desideriamo essere una cosa sola, con la nostra attività o con l'oggetto della nostra attività. Questo è vero quando noi amiamo un'altra persona. Ed è massimamente vero quando noi amiamo Dio. Qesta è l'origine dell'incomparabilmente grande tradizione musicale della Cristianità. Sant'Agostino dice: "Solo chi ama, canta". Noi cantiamo... e sussurriamo... e cadiamo nel silenzio.

Nel corso della trattazione, Zuckerkandl fa un appunto che mi richiama dolorosamente alla memoria gli anni trascorsi nel Novus Ordo, con il popolo che recitava insieme il Gloria o il "Santo, Santo, Santo".

"Può alcuno immaginare che della gente si raduni per recitare dei canti? Si potrebbe, ma solo come possibilità logica: nella realtà sarebbe assurdo. Trasformerebbe qualcosa di naturale in qualcosa di terribilmente innaturale. (25)"

La recita dei testi normalmente cantati durante una Messa Bassa "funziona" solo perché il prete dice i testi da solo, e lo fa all'altare, rivolto a Oriente. [1] Egli non sta rivolgendo le parole di un canto ad alcuno, eccetto Dio. Esse allora acquisiscono un valore rituale paragonabile a quello della recita del Canone [quindi, concludiamo, dovrebbero esser dette a bassa voce come il Canone, ndt]. La recita di testi cantati non è liturgicamente ideale; infatti questa forma di Messa si sviluppò per la devozione personale del prete, quando celebrava a un altare laterale, solo con un chierico. Tuttavia, avere una chiesa piena di gente e dire allora i testi da cantare piuttosto che cantarli, dovrebbe apparire a tutti come qualcosa di strano. Ma possiamo lasciare da parte questo punto, di cui ho già parlato qui [e che cureremo di tradurre quanto prima, ndt]

Ragioni pratiche del cantare i testi

Ci sono anche delle ragioni pratiche del cantare. Come è provato dall'esperienza, i testi che vengono cantati con corretta dizione vengono uditi assai chiaramente e distintamente in una grande assemblea di persone, meglio dei testi letti a voce alta o persino urlati. La musica è un modo di trasportare le parole e farle penetrare nelle orecchie e nelle anime degli ascoltatori. Nei tempi antichi, l'epica e la poesia lirica, e persino parti dei discorsi politici, erano cantate, proprio per questa ragione.

L'amplificazione elettronica non era necessaria, quando gli architetti sapevano costruire spazi con un'acustica adeguata, e i ministri liturgici imparavano come cantare. Una chiesa ben costruita con dei cantori ben formati non ha affatto bisogno di amplificazione artificiale. Inoltre, non ogni cosa della liturgia dev'essere udita da chiunque, contrariamente a una delle assunzioni chiave che sottostanno alla rinnovazione/distruzione dei riti.

E' difficile immaginare un aeroporto moderno senza altoparlanti per gli annunci. E', al contrario, una tragedia quando la stessa tecnologica, prammatica, impersonale e generalizzata modalità di produzione sonora invade le chiese. In una chiesa, il microfono uccide l'intimità, l'umiltà, la località e la direzionalità della voce umana. La voce diventa ora quella di un gigante senza posto, un Grande Fratello, venendo da ogni parte e da nessuna parte. Mettere microfoni e altoparlanti in una chiesa non intensifica un processo naturale, sibbene lo sovverte. Non c'è continuum tra la voce umana e la voce artificialmente amplificata: sono due fenomeni separati, con fenomenologie pure differenti.

Quando i testi rituali sono adornati dalla propria musica, il loro messaggio viaggia, sia fisicamente che spiritualmente.

Il Canto Gregoriano come ideale dei testi cantati

Le otto caratteristiche del Gregoriano sono:

  • Primato della parola
  • Ritmo libero
  • Canto all'unisono
  • Vocalizzazione non accompagnata
  • Modalità
  • Anonimato
  • Moderazione delle emozioni
  • Chiara sacralità

Queste caratteristiche, prese insieme, mostrano che il canto gregoriano non è solo un po' differente dagli altri tipi di musica vocale, ma radicalmente e profondamente diverso [2]. Esso è fino in fondo una musica liturgica, che esiste solo per il culto divino, perfettamente confacente alla sua natura verbale e sacrale, e ben adatto ad aiutare i fedeli ad associarsi a questo culto, trovandolo insieme magnifico e inusuale, proprio come Dio Stesso è.

Ora possiamo vedere meglio perché il canto è una parte necessaria e integrale della liturgia solenne, perché esso conferisce nobiltà alla celebrazione, e perché è particolarmente necessario al Rito Romano e merita il posto più importante al suo interno.

Quando eseguito in modo edificante, il canto gregoriano in sé e per sé "si accorda con lo spirito dell'azione liturgica", cosa che non può esser fatta da nessun altro genere musicale. In altre parole, il canto gregoriano fornisce la definizione di cosa significhi "accordarsi con lo spirito dell'azione liturgica", e gli altri lavori musicali devono essere valutati, per così dire, sulla base di questo supremo criterio; come ebbe a dire Papa S. Pio X nel suo motu proprio Tra le sollecitudini: “È del tutto legittimo stabilire la seguente regola: più strettamente una composizione sacra si avvicina ai movimenti, all'ispirazione, e assapora la forma del canto gregoriano, più diventa sacra e liturgica; e quanto più non è in armonia con quel modello supremo, tanto meno è degna del tempio”
_________________________________________
NOTE dell'Autore

[1] Questa è la mia principale obiezione alla Messa dialogata, almeno in quanto essa comporta la recita di quei testi che dovrebbero normalmente essere cantati.

[2] E' stato spesso fatto notare che la forte connessione tra il canto gregoriano e il Cattolicesimo è ben compresa dai direttori cinematografici di Hollywood, i quali, ogniqualvolta intendono evocare un'"atmosfera cattolica", si assicurano che vi sia qualche canto gregoriano di sottofondo. Se solo il clero odierno avesse la metà del loro "senso del business"!

[Fonte - Traduzione di Traditio Marciana]

domenica 21 aprile 2019

Santa Pasqua di Risurrezione

Dominica Resurrectionis
Ἡ Ἁγία Ἀνάστασις
Santa Pasqua di Risurrezione
MMXIX


Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν,
θανάτῳ θάνατον πατήσας
καὶ τοῖς ἐν τοῖς μνήμασι
ζωὴν χαρισάμενος.

Christus resurrexit a mortuis,
Morte mortem calcavit,
Et eis in sepulchris
Vitam donavit.

Христо́съ воскре́се ᾿изˈ ме́ртвыхъ,
сме́ртїю сме́рть попра́въ,
᾿и су́щимъ во гробѣ́хъ живо́тъ дарова́въ.

Cristo è risorto dai morti,
colla morte ha sconfitto la morte,
e a quanti erano nei sepolcri
ha donato la vita.



AUGURI DI UNA SANTA PASQUA 2019!

La direzione di Traditio Marciana

sabato 20 aprile 2019

Sabato Santo

Sabbato Sancto
Ἁγίῳ καὶ μεγάλῳ Σαββάτῳ
MMXVIII

Mosaico gerosolimitano della Sepoltura di Cristo

Μεγαλύνομέν σε, Ἰησοῦ Βασιλεῦ, καὶ τιμῶμεν
τὴν Ταφὴν καὶ τὰ Πάθη σου,
δι'ὧν ἔσωσας ἡμᾶς ἐκ τῆς φθορᾶς.

Μέτρα γῆς ὁ στήσας, ἐν σμικρῷ κατοικεῖς,
Ἰησοῦ παμβασιλεῦ τάφῳ σήμερον,
ἐκ μνημάτων τοὺς θανέντας ἀνιστῶν.

Magnifichiamo te, o Gesù Re, e onoriamo
la tua Sepoltura e la tua Passione,
per mezzo delle quali ci hai salvati dalla caduta.

Tu che che stabilisti le misure della terra, oggi,
o Gesù re d'ogni cosa, abiti in una piccola tomba,
facendo risorgere i morti dai sepolcri.

(Lamento dell'Epitafio, secondo il rito bizantino)

Roger van der Weyden, Deposizione di Cristo nel sepolcro, 1449-50

Recéssit pastor noster, fons aquæ vivæ, ad cujus tránsitum sol obscurátus est: Nam et ille captus est, qui captívum tenébat primum hóminem: hódie portas mortis et seras páriter Salvátor noster disrúpit. Destrúxit quidem claustra inférni, et subvértit poténtias diáboli.

S'è ritirato il nostro pastore, la fonte di acqua viva, al cui transito si oscurò il sole: Colui che teneva schiavo il primo uomo è stato fatto schiavo lui stesso: oggi il nostro Salvatore abbatté le porte insieme e le sbarre della morte. Distrusse le prigioni dell'inferno, e rovesciò la potenza del diavolo

(IV Responsorio del Mattutino, secondo il rito romano)