sabato 24 ottobre 2020

Alcune note critiche sulla festa di Cristo Re

Ricorre oggi una festa molto amata dal mondo cattolico "tradizionalista", non solo perché coincidente con un noto pellegrinaggio romano quest'anno (fortunatamente) annullato, bensì perché massima espressione della "dottrina sociale della Chiesa" molto in voga nel cattolicesimo del XX secolo: la festa di Cristo Re.

Non sorprende poi molto che i "tradizionalisti" insistano nel difendere una festa assolutamente recente, stabilita solo nel 1925 con l'enciclica Quas primas di Pio XI e del tutto priva di precedenti storici; né che essi se la prendano con la leggera traslazione di significato che questa festa ha avuto nella riforma di Paolo VI (spesso esemplificata nella cattiva traduzione italiana "Re dell'universo" per Rex universorum, a voler sottrarre il valore sociale da loro tanto amato). Purtroppo, un'analisi rigorosa della festa e dei suoi testi troverà ben pochi argomenti in difesa della stessa.

Partiamo dal fatto che l'identificazione di Cristo con un Re è assai presente nella Sacra Scrittura, dai salmi (pss. 92-98) al Vangelo, fino alla Lettera agli Ebrei. Tuttavia, Cristo stesso insiste ripetutamente nello spiegare che il suo regno non è di questo mondo: il Regno dei Cieli, il Regno di Dio, è una realtà totalmente altra rispetto a questo mondo, che il Cristiano deve far suo già in questo mondo ricercando la grazia, ma che resta comunque disgiunto e contrapposto alla dimensione terrena. Ciò non significa ovviamente che il Cristiano non debba curarsi del fatto che questo mondo segua, per quanto possibile, le leggi di Dio, ma nella consapevolezza che il mondo cui apparteniamo è un altro. Un punto fondamentale della contrapposizione tra giudaismo e cristianesimo nell'età apostolica fu l'interpretazione del Messia, dai primi come un re del mondo terreno, dai secondi come il Re celeste della pace. Certamente l'onnipotenza di Dio comporta il suo essere sovrano di tutte le cose, anche di questo mondo, ma sempre in una prospettiva ultramondana che è fondamentale nel Cristianesimo. L'icona tradizionale (sopra) di Cristo Βασιλεὺς Βασιλέων καὶ Μέγας Ἀρχιερεύς (Re dei Re e Sommo Sacerdote) rappresenta il Salvatore nelle vesti liturgiche, di un'azione mistica che punta a distaccare dal mondo e proiettare nel Regno Celeste (e si appone peraltro sul trono del vescovo), per significare che la Sua regalità, pur estendendosi su questo mondo, è altra rispetto a questo mondo.

In secondo luogo, la Tradizione esalta la regalità di Cristo, anche nella sua dimensione di Signore d'ogni cosa, in ben tre feste: l'Epifania, la Crocifissione e l'Ingresso trionfale in Gerusalemme. In quest'ultima occasione, il prefazio di benedizione delle palme della tradizione romana (soppresso nel 1955) esprime molto chiaramente come tutte le potenze della terra siano soggette all'imperio sovraceleste di Cristo. Dunque, come già qualcuno rimarcò all'epoca di Pio XI, la Tradizione ha già i mezzi di onorare la regalità autentica di Cristo, senza bisogno dell'introduzione di una nuova celebrazione. Le feste predette, soprattutto, esprimono la regalità di Cristo nel contesto di un avvenimento storico, mentre la nuova festa di Cristo Re lo fa in modo astratto, come festa d'idea, che come abbiamo già spiegato conviene poco al culto cristiano (cfr. qui).

Un'icona che rappresenta insieme le tre feste della regalità di Cristo.
Si badi che la tradizione bizantina ricorda l'adorazione dei magi nel giorno di Natale, e non in quello della Teofania, laonde è spiegata la scelta della prima immagine.

In terzo luogo, la festa è, sin dalle sue origini più remote, ovvero da quando nel 1899 quarantanove vescovi, sollevati da p. Sanna Solaro SJ, scrissero a Papa Leone XIII per l'istituzione di una festa di tal schiatta, legata al culto del Sacro Cuore e alla consacrazione del genere umano al Cuore di Cristo. La polisemanticità del culto al Sacro Cuore, introdottosi pericolosamente da devozione popolare nella liturgia, alternativamente come una devozione eucaristica o una devozione doloristica della Passione, e successivamente conformatosi allo spirito popolare di culto sentimentalista e psicologista, assume qui una nuova forma che solleva non pochi dubbi. In tutta la messa e l'ufficio ricorrono numerosi i rimandi al Sacro Cuore, culto sconosciuto agli Apostoli, ai Padri e ai santi di quindici secoli, ed eppure divenuto in quei decenni il nuovo insostituibile centro della latria cattolica.

Dopo aver commentato l'idea della festa, veniamo alla festa in sé, a partire dai suoi testi e dalla sua collocazione. Si ordina di celebrarla in una domenica, appena 12 anni dopo una riforma che aveva combattuto per eliminare dalle domeniche quante più feste possibile. Nel 1955, per effetto delle nuove rubriche, la festa addirittura giunge a sopprimere interamente la domenica, annullandone la commemorazione e l'Ultimo Vangelo che prima, almeno, si conservavano. L'ufficio della V domenica di ottobre inizia nel 1925 il suo cammino verso la scomparsa. Le correlazioni cercate ex post con le letture del II Libro dei Maccabei che occorrerebbero questa domenica, oppure con la successiva festa d'Ognissanti, non paiono sempre convincenti.

Ai Vespri il capitolo, un passo della lettera ai Colossesi in cui san Paolo ricorda come la Risurrezione di Cristo ci abbia trasportati dal regno di questo mondo a quello sovraceleste e spirituale del Figlio, stride decisamente con l'inno di modernissima composizione che esalta Cristo come un imperatore del secolo. L'obiettivo dichiarato di Pio XI è combattere il secolarismo che nei primi decenni del Novecento aveva imperversato, ad esempio, in Spagna, Portogallo e Messico, portando agli eccessi una tendenza anticlericale già in voga da un secolo e mezzo in tutta Europa. Yves Chiron (Pio XI. Il papa dei Patti Lateranensi e dell'opposizione ai totalitarismi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2006) sostiene che Pio XI nell'introdurre questa festa fosse pure animato dal desiderio di contrapporsi ai totalitarismi: il che mi pare leggermente implausibile, dacché sia il totalitarismo sovietico (in piena guerra civile tra Stalin e Trotskij) che quello mussoliniano (la proclamazione delle leggi fascistissime sarebbe iniziata pochi giorni dopo l'enciclica) erano appena agli albori, e il resto d'Europa era lungi dal conoscerli. Sicuramente l'idea totalitarista era molto in voga nelle teorie filosofiche e politiche dell'epoca, ma è da dubitare che la Chiesa ne avesse compreso allora la pericolosità per sé. D'altro canto, anche ammettendo che al totalitarismo volesse opporsi, il compositore dell'ufficio da esso stesso era influenzato, poiché l'inno dei Vespri, piuttosto che riproporre un modello di monarchia d'ancient regime o il più tradizionale impero cristiano, presenta Cristo come il capo di uno stato totalitario, che deve sottomettere i ribelli, arbitrare sulle menti e sui cuori, essere riverito da maestri e giudici e cantato da leggi e arti. Non manca un accenno ambiguo al concetto di patria, che per il Cristiano dovrebbe essere quella sovraceleste o - al più - l'Imperium christianum universale, e non lo stato-nazione ottocentesco come la lettera del testo sembra suggerire.

Sullo stesso tenore prosegue l'inno del Mattutino: Cristo jure cunctis imperat, e la felicità dei cittadini (altro termine ambiguo, che appare avere un senso ben diverso dal suo impiego in civium supernorum che si avrà alla terza benedizione del terzo notturno) è essere sottomessi alle sue leggi. Non sono i concetti a essere ripudiandi, quanto piuttosto il modo in cui sono espressi, che tradiscono una concezione decisamente secolare della monarchia di Cristo. Nel secondo notturno la consueta autoreferenzialità dei Papi di Otto-Novecento c'invita a leggere, anziché gli ammonimenti di un Padre della Chiesa, l'enciclica di Pio XI. L'inno delle Lodi sembra aggiustare il tiro rispetto ai suoi omologhi, e ricorda che nel regno di Cristo non sono la violenza e l'armi a trionfare, ma l'amore e la pace segnate dalla croce; tuttavia, non può mancare un accenno alla visione sociale della "buona famiglia" cattolica dove la gioventù è pudica e fioriscono le virtù domestiche. Cose molto belle, ma forse non proprio adatte a un inno che si canta in coro (pardon, vista l'epoca dovrei dire "che un prete legge distrattamente da un breviario") e che non ha lo scopo precipuo di essere un catechismo sociale.

Se la colletta e la segreta si mantengono abbastanza equilibrate, uno spirito di ardore crociato si ravviva nel Postcommunio. Nel Vangelo (Giovanni 18,33-37), Nostro Signore ricorda a Pilato che il suo regno non è di quaggiù: è da supporre che questa frase nella predica immediatamente seguente venisse non di rado ignorata, se non ribaltata. Il Prefazio, con un latino ampolloso e nient'affatto scorrevole, adopera verbose costruzioni per ricordare l'unzione regale del Messia e l'instaurazione del suo Regno eterno e universale. Prendere il prefazio delle Palme e trasporlo avrebbe - oltreché evitato la moltiplicazione dei prefazi che nel Novecento si era iniziata in modo contrario alla millenaria economia del rito romano - fatto la gioia di ogni latinista, non costretto a sentire lo stridente contrasto tra un mal riuscito stile classicheggiante di moda all'epoca e la contemporanea violazione delle norme grammaticali del latino ciceroniano.

E mentre il mondo cattolico "tradizionalista" si prepara a difendere come ogni anno la sua festa degli anni '20, noialtri, affermando, come ogni domenica, nel verso di prostrazione delle Laudi (che poi è il prochimeno del Vespro del sabato sera nel rito bizantino) che "il Signore regna, si è rivestito di splendore", e chiedendogli come il Buon Ladrone che si ricordi di noi nel suo Regno sovraceleste ed eterno, ci prepariamo a celebrare il settimanale memoriale della Risurrezione riassumendo per la prima volta dal 27 settembre i paramenti verdi, e commemorando i santi martiri Crisanto e Daria, e i santi martiri Crispino e Crispiniano, resi arcinoti dalla battaglia di Azincourt.

venerdì 16 ottobre 2020

Si è addormentato in Cristo il Metropolita Gennadio

Il Circolo Traditio Marciana si unisce al cordoglio per la scomparsa di Sua Eminenza Reverendissima l'Arcivescovo d'Italia e di Malta, il Metropolita Gennadio, occorsa questa mattina dopo un repentino peggioramento delle sue condizioni di salute, da qualche tempo instabili.

Il Metropolita Gennadio, in Italia dal 1970, è stato eletto Arcivescovo d'Italia nel 1996. Durante il suo episcopato, ha fondato oltre 50 parrocchie e 5 monasteri, e ha restaurato l'antico monastero di San Giorgio a Venezia.

Questo pomeriggio il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo ha offerto in suo suffragio un Trisagio nella Chiesa di S. Giorgio al Fanar a Costantinopoli (vedi). L'Arcidiocesi comunicherà prossimamente le informazioni per le esequie.

Αἰωνία ἡ μνήμη Αὐτοῦ!
Νὰ ἔχουμε τὴν εὐχήν Tου.

martedì 6 ottobre 2020

MEMOR ERO TVI JVSTINA VIRGO

7 ottobre - S. Giustina di Padova, vergine e martire

Nonis Octobris Justinae templa quotannis
   Sacra solent Veneti visere, Duxque Patres.
Namque die hac Urbi insignis Victoria, & Orbi
   Toti habita est semper gaudia summa ferens.
Lux fuit haec omni per tempora cuncta fideli
   Gloria, Laus, & honor, gratia, paxque salus.
Turcarum vires omnes depressit, & hostes
   Militibus paucis dextera Sancta Dei.
Idque pius nobis praesertim praestitit almae
   Virginis istius motus amore Deus.
Haec prece protetrix nostros miserata labores
   Sollicita, Christum flexit, ut ista duret.

Il sette ottobre, ogni anno, soglion visitare
   il sacro tempio di Giustina i Veneti, il doge e i senatori.
Infatti in questo giorno una insigne Vittoria si ottenne
   per la Città e per il Mondo intero, che sempre porta grandissime gioie.
Questa luce risplendé, in ogni tempo, per ciascun fedele,
   gloria, lode e onore, grazia, pace e salvezza.
Abbatté tutte le forze dei Turchi, e i nemici abbatté
   con pochi uomini la santa destra di Dio.
E questo ce lo concedé Iddio soprattutto
   perché commosso dall'amore di quest'alma vergine.
Ella, nostra protettrice, avendo avuto pietà delle nostre sofferenze,
   sollecita con la preghiera piegò Cristo, affinché si salvasse questa Repubblica.

Epigramma in distici elegiaci di Enrico Sottovelo, riportato dal Sansovino (F. SANSOVINO - G. MARTINONI, Venetia, città nobilissima et singolare, Venezia, Curti, 1663, pp. 514-515).

Paolo Veronese, Martirio di S. Giustina, 1570-75,
Galleria degli Uffizi (Firenze)

***

La festa di S. Giustina è una festa doppia, e il suo colore liturgico è rosso. Giustina era una cristiana della civitas romana di Patavium (Padova), convertita secondo la tradizione dal primo vescovo della città S. Prosdocimo (ma più probabilmente da un suo successore, visto che S. Prosdocimo visse tra il I e il II secolo) e martirizzata a fil di spada sul Ponte Corvo per ordine del prefetto Massimiano il 7 ottobre del 304, durante la grande persecuzione di Diocleziano. Nel corso del VI secolo il prefetto del pretorio Venanzio Opilione fece erigere un sacello sulla sua tomba, ove furono riposti anche il corpo di S. Prosdocimo e quello di un altro martire padovano di IV secolo di nome Daniele, e sopra il quale sarà eretta in seguito la maestosa basilica benedettina intitolata alla medesima santa. Il suo culto si diffuse rapidamente in varie zone dell'Italia settentrionale (è per esempio presente nella teoria delle vergini nei mosaici di S. Apollinare Nuovo a Ravenna), e anche a Venezia, ove il vescovo di Oderzo S. Magno (580-670), rifugiatosi nel territorio lagunare con i suoi fedeli, fece ivi erigere otto chiese, tra cui una dedicata proprio a santa Giustina, che gli era apparsa in sogno [1].

Il sacello di S. Prosdocimo nella cripta di S. Giustina. I corpi del santo vescovo e della santa martire si trovano nell'altare di destra. Si noti la forma arcaica della pergula.

L'attuale monumentale Basilica di S. Giustina vista dal Prato della Valle

La teoria delle Vergini a S. Apollinare Nuovo.
S. Giustina è l'ultima a destra.

Il 7 ottobre del 1571 la flotta della Lega Santa, di cui Venezia costituiva parte preminente, ottenne la vittoria su quella ottomana nella battaglia di Lepanto (Naupatto). Il trionfo fu attribuito alla benigna intercessione presso Dio della Madre di Dio (in cui onore una festa, detta "della Madonna della Vittoria", fu istituita la prima domenica di ottobre) e della santa che a Venezia si ricordava particolarmente quel giorno, e cioè S. Giustina, nominata pertanto patrona secondaria della città. In occasione della vittoria, infatti, il Senato Veneto deliberò: "Non arma, non duces, non virtus, sed Maria Rosarii victores nos fecit", ma d'altra parte fece coniare una moneta commemorativa (un'osella per la precisione) alla martire patavina, sulla quale in epigrafe era riportato un verso endecasillabo: MEMOR ERO TVI IVSTINA VIRGO, ovvero "Mi ricorderò di te, o vergine Giustina". E proprio per serbare la memoria della potente intercessione della santa, la Repubblica decretò il 7 ottobre "Festa di Palazzo", a cui cioè tutta la corte dogale e il clero urbano dovevano prendere parte, mentre, si noti, non era tale la festa della Madonna della Vittoria - o del Rosario come fu in seguito denominata - la prima domenica di ottobre [2]. 

La "Giustina" del 1574.
recto: MEMOR ERO TVI IVSTINA VIRGO.
verso: S(anctus)•M(arcus)•VENETVS ALOY(sio)•MOCE(nigo)
B(enedictus) * P(isani) [massaro]

Paolo Veronese, Allegoria della Battaglia di Lepanto, 1572-73,
Gallerie dell'Accademia (Venezia).
Si noti, in primo piano tra gli intercessori presso Dio, S. Giustina,
con in mano la spada simbolo del suo martirio.

La festa, di rito doppio, inizia ovviamente ai I Vespri la sera del 6 ottobre. Tutto si prende dal Comune di una Vergine Martire, eccetto l'orazione propria. Si cantano le commemorazioni del secondo Vespro della precedente festa doppia di S. Magno di Oderzo, della seguente festa di S. Marco Papa e martire e della seguente festa dei Ss. Marcello e Apuleio martiri. La memoria dei santi Sergio e Bacco,  tradizionalmente fissata il 7 ottobre, a Venezia è perpetuamente traslata al 12 dello stesso mese per poter godere di ufficio pieno, in quanto essi furono i primi titolari della Cattedrale di Olivolo (quella che poi, con la nuova dedicazione avvenuta nel X secolo, diverrà S. Pietro di Castello) [3].

Al Mattutino si cantano tre lezioni proprie nel II Notturno, nelle quali è raccontata la vicenda del martirio della vergine (IV-V lezione), e la storia delle sue reliquie (VI lezione). Ivi si menziona una pietra del ponte ove la santa subì il martirio, recante le impronte dei suoi piedi, che si trovava nella chiesa a lei dedicata a Venezia - secondo il Sanudo - sin dai tempi del doge Pietro Ziani (XIII secolo) [4]. La V lezione si chiude con le seguenti parole: Quem diem [Nonas Octobres] Virginis festum pia Respublica Veneta augustius celebra[ba]t ob victoriam Christianorum ad Echinadas insulas de Turcis ipso reportatam [5].  

Udita nella Ducale Basilica la Messa solenne (Loquebar) cantata da un Canonico, alla quale prendeva parte la Cappella Marciana, il Doge, insieme alla sua corte, alle Scuole, agli ordini religiosi, e al clero delle Nove Congregazioni, in solenne processione (probabilmente lungo il Rio della Pietà), portando i vessilli sottratti ai Turchi durante la battaglia, si recavano alla Chiesa di S. Giustina, ove veniva solennemente cantato il Te Deum, preceduto dall'antifona Exaudi nos [6].

La festa, pur essendo doppia, si conclude a Nona, poiché in serata si canta il Vespro della seguente festa della Dedicazione della Ducale Basilica di S. Marco, che è doppia di I classe con ottava, senza alcuna commemorazione.

***

Negli anni successivi alla caduta della Repubblica, la figura di S. Giustina iniziò a essere obliata dai Veneziani. Alla scomparsa della pubblica processione si aggiunse poco dopo la devastazione della chiesa ad opera di Napoleone, che la portò a essere sconsacrata nel 1810, trasformata in scuola militare nel 1844 (con conseguente distruzione del frontone della pregiata facciata in pietra d'Istria) e nel 1924 in liceo scientifico, intitolato al matematico veneto Giambattista Benedetti. Degl'interni dell'edificio nulla ormai rimane: allo scempio fu fortunatamente salvata l'insigne reliquia della pietra succitata, che fu posta nella vicina chiesa di S. Francesco della Vigna.



La chiesa di S. Giustina a Venezia rispettivamente in un'incisione del Carlevarijs del 1722; in una coeva del Lovisa; il resto della facciata ai giorni nostri (si noti la scritta "Liceo Scientifico" sopra la porta)

La memoria della santa scomparve definitivamente quando la riforma di Pio X assegnò al 7 ottobre la festa, sinora celebrata la prima domenica di ottobre, della Madonna del Rosario. Nel Proprium Officiorum pro Venetiarum Patriarchatu del 1915, curato dal Patriarca La Fontaine, che fu uno dei protagonisti della commissione piana di riforma del Breviario, la festa della santa patrona è infatti del tutto assente, pur non essendo stata formalmente rimossa dall'elenco dei patroni della città. A Padova, dove ella è pure patrona, la sua festa è osservata il 7 ottobre come doppia di II classe, con la traslazione al giorno successivo della Madonna del Rosario. Certamente però la riforma piana, e particolarmente la sua imprudente applicazione centralista a discapito del proprio locale in questo contesto, contribuirono a obliare una delle figure che per oltre due secoli a Venezia era stata ricordata coi massimi onori.

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NOTE

[1] Questa è la versione narrata dal Chronicon Gradense. Il Chronicon Altinate racconta invece che sarebbe apparsa al vescovo Mauro di Torcello.

[2] G. GALLICCIOLLI, Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, vol. II, Venezia, Fracasso, 1795, pp. 165-168

[3] Nel Kalendarium Venetum dell'XI secolo i santi Sergio e Bacco sono riportati al 7 ottobre insieme a S. Giustina (che è pure in seconda posizione). A quel tempo però, pur celebrata localmente, la santa non godeva del prestigio che acquisì in seguito nella Repubblica, e dunque era quasi certamente solo commemorata nella gran festa dei due soldati martiri. Cfr. R. D'ANTIGA, "Il Kalendarium Venetum XI saeculi. Influssi bizantini nella religiosità veneziana", in Thesaurismata 43 (2013), pp. 9-59.

[4] M. SANUDO, De origine, situ et magistratibus urbis Venetae, a cura di A. Caracciolo Arricò, Milano, 1980, p. 163.

[5] Il verbo è all'imperfetto nei Breviari stampati dopo la caduta della Repubblica, cfr. infra.

[6] F. SANSOVINO - G. MARTINIONI, Venetia, città nobilissima et singolare, op. loc. cit.; F. CORNER, Notizie storiche delle chiese e dei monasteri di Venezia e Torcello, Padova, Stamperia del Seminario, 1739, p. 38; J.W. GOETHE, Ricordi di viaggio in Italia, trad. it. A. Di Cossella, Milano, Manini, 1875, pp. 84-85.

domenica 4 ottobre 2020

Una inquietante "preghiera" papolatrica

di Luca Farina

In tempi di grande confusione circa la fede, si assiste sempre di più ad uno strano ed inquietante “scambio di ruoli” tra Dio e il Papa. Tutto ciò è pericoloso poiché mentre si riduce il Signore Onnipotente ad un semplice amico, o peggio un’entità astratta, al tempo stesso si eleva, in una strana theosis tutta compiuta dall’uomo e non dalla grazia, la figura del Sommo Pontefice. Ci si indigna, giustamente, nel vedere quello che accade in alcune chiese sudamericane in cui la statua di Papa Francesco viene incensata, mentre l’Augustissimo Sacramento viene trasportato su droni, e questo sentimento è compreso da molti “tradizionalisti”: ma a costoro farebbe lo stesso effetto se tutto ciò fosse stato fatto negli anni ’50 (l’età dell’oro per taluni) con Pio XII o nel 2007 con Benedetto XVI? Invero, la tendenza papolatrica non nasce certo nel 2013, ma è un insieme di tappe, di cui talune già sono state affrontate su questo blog (come l’introduzione del comune dei Sommi Pontefici nel 1942, vedasi qui). Proponiamo ora un caso interessante di una preghiera indirizzata a Pio IX, spesso esaltato dai “tradizionalisti” ma, purtroppo, vero riformatore in senso liberale della Chiesa.


Papa Pio IX durante una messa prelatizia

L’autore di essa fu il giornalista francese Louis Veuillot. Nacque a Boynes nel 1813 e, dopo una formazione cattolica e aver pensato anche di entrare in seminario, abbandonò la fede, per poi riacquistarla dopo un viaggio a Roma, nel 1838, in cui fu ricevuto da Gregorio XVI. Giunto su posizioni ultramontaniste, lavorò per il giornale Univers religieux, nel quale troviamo la preghiera in oggetto, scritta alla vigilia del Concilio Vaticano I.

A Pio IX, Pontefice Re

Padre dei poveri,
Datore dei doni,
Luce dei cuori,
invia il tuo raggio
di luce celeste!

Si notino le inquietanti somiglianze (addirittura riprese di epiteti!) con la sequenza di Pentecoste Veni, Sancte Spiritus, in cui il Divin Paraclito è appellato pater pauperum, dator munerum e Gli si chiede “reple cordis intima tuorum fidelium”. Insomma, Pio IX viene posto allo stesso livello dello Spirito Santo, secondo le dinamiche dell’ecclesiologia “trinitaria” [1], al posto del modello tradizionale sponsale paolino. Il Papa non viene più considerato, a livello di “narrazione”, come il primo custode della fede, ma come il sovrano in re spirituali (in concomitanza con la fine del potere temporale).

Non bisogna pertanto stupirsi del comportamento di coloro che reputano il Pontefice romano come una divinità e che accetterebbero anche una sua dichiarazione palesemente contraria agli insegnamenti del Vangelo, motivandolo con “L’ha detto il Papa!”. Ma il nostro Salvatore è Gesù Cristo od un uomo? Deve predicare la parola di Dio o la propria?

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NOTE 

[1] Pare che questo modello stia trovando un'inedita diffusione anche in Oriente, con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I celebrato dal suo fido scudiero Elpidoforo (Arcivescovo greco d’America) come “vicario del Padre”.

Bibliografia:

O’ MALLEY J.W., Vaticano I. Il Concilio e la genesi della Chiesa ultramontana, Milano, Vita e Pensiero, 2019

mercoledì 30 settembre 2020

N. Ghigi, N. Vadori, "I Santi e le loro feste"

Al presente link è possibile scaricare gratuitamente un opuscolo divulgativo sui Santi più importanti della tradizione cristiana occidentale (gli Apostoli, i Santi del Canone, i Santi delle Litanie e i Santi Ausiliatori). Pur trattandosi di una pubblicazione divulgativa, che tratta argomenti che dovrebbero essere noti a tutti i Cristiani, sappiamo bene che di questi tempi nulla è più certo, e dunque anche pubblicazioni le più semplici possono rivestire una certa qual utilità nella formazione. Alcune curiosità storiche, liturgiche, oppure inerenti al culto popolare e ai proverbi che ne derivano, possono poi costituire novità interessante e appassionante anche per la persona più formata e dotta. L'opera è stata redatta dal prof. Natale Vadori e dal presidente del Circolo Traditio Marciana Nicolò Ghigi, che ne ha curato particolarmente le note storiche e liturgiche e ha provveduto all'edizione.

Si legga di seguito la prefazione-presentazione curata dagli autori medesimi.

Chi frequenta una liturgia tradizionale e ha la grazia di vivere in luoghi che permettano una frequentazione quotidiana delle sacre cerimonie, ha l’opportunità di scoprire che pressoché ogni giorno ha una sua ricorrenza specifica, in cui è ricordato un certo santo o un mistero della vita di Nostro Signore Gesù Cristo o della Beata Vergine Maria. I santi vengono ricordati all’altare perché hanno avuto vite straordinarie, esemplari nel conseguimento della grazia divina, e per questo degne di essere perpetrate nella memoria e prese ad esempio.

Nel rito romano tradizionale, a differenza di quello riformato costruito con un antistorico ciclo pluriennale di lezioni volte a conseguire l'irrealizzato obbiettivo di offrire una panoramica dell'intera Scrittura al fedele, non vi sono letture proprie per ogni giorno dell'anno, bensì l'alternanza delle letture è data dalle celebrazione delle messe (proprie o dai Comuni) delle ricorrenze che quotidianamente si susseguono. Un fedele assiduo ha modo quindi di assimilare quasi senza accorgersi i brani evangelici più importanti e le ricorrenze dei santi, ripetuto tutto allo stesso modo, ogni anno, nello stesso giorno, con evidenti vantaggi per la memorizzazione e, dunque, l'interiorizzazione dei concetti. Come recita infatti l’adagio “Hai capito l’antifona?”, perché dall’incipit dell’antifona dell’introito si capisce subito a che messa ci si trovi.

È logico quindi che i giorni in cui siano commemorati i santi più importanti siano impressi nella memoria collettiva, i nomi dei santi siano divenuti quelli più comuni nei battesimi, almeno fino a tempi recenti, e così abbiano pure ispirato tutta una serie di proverbi popolari, perché il procedere delle stagioni era scandito dalle loro ricorrenze. I santi in questione non possono non essere che gli Apostoli e gli Evangelisti, i Santi invocati nel Canone della Messa, quelli delle Litanie dei Santi, solenni preci rogazionali e penitenziali cantate in occasioni particolari, e i Santi Ausiliatori, da invocare in caso di malanni specifici.

Acquisita quindi una certa padronanza del calendario liturgico tradizionale, ci si accorge però che oramai ha poco a che fare con quello moderno, perché nel Novus Ordo si sono aggiunti moltissimi santi, ben 482 proclamati dal solo Giovanni Paolo II, per giunta spostando o eliminando santi precedenti; si diventa però anche consapevoli che il calendario del 1962, adottato dalla maggior parte delle comunità che celebrano il cosiddetto Vetus Ordo, in realtà … è proprio del 1962. Solo pochi anni prima la sua composizione era abbastanza differente, e fu fortemente riformata tra il 1955 e il 1962; altri cambiamenti erano avvenuti agli inizi del secolo. Com'è noto, in alcuni luoghi si sta cercando di diffondere la conoscenza dei riti e del calendario anteriori alle riforme del secolo XX, e in ogni caso l’interesse ed il dibattito in merito è crescente. A questo punto, cercare semplicemente di avere, e offrire, contezza dei cambiamenti avvenuti, e delle differenze esistenti, non è cosa sciocca e peregrina, bensì un’esigenza pratica. Per tal motivo ci siamo dedicati alla presente compilazione, che volentieri mettiamo a disposizione di tutti nell'odierna festa di S. Girolamo, dottore della Chiesa, monaco, biblista e traduttore. Fu lui infatti a tradurre la Bibbia in latino, la Vulgata, e per questo divenne il protettore dei bibliotecari e dei traduttori. San Girolamo, inoltre, era Dalmata, e quindi c’è particolarmente caro provenendo anche noi dall’area veneta e friulana.

A breve il presente opuscolo verrà reso disponibile anche in ceco, francese e neogreco. Se qualcuno volesse poi provvedere a tradurre il vademecum in altre lingue, sarebbe certamente il benvenuto.

Ad majorem Dei gloriam!

Venezia - Praga,

li 30 settembre 2020,
S. Girolamo presbitero e dottore della Chiesa d'Occidente

Nicolò Ghigi e Natale Vadori

sabato 26 settembre 2020

Esaltazione della Santa Croce (calendario giuliano)

 

Salva, o Signore, il tuo popolo, e benedici la tua eredità,
dona vittoria ai sovrani e per mezzo della tua Croce
custodisci il tuo popolo.

(Apolytikio della festa)


Δεῦτε Πιστοί, τὸ ζωοποιὸν ξύλον προσκυνήσωμεν, ἐν ᾧ Χριστὸς ὁ Βασιλεὺς τῆς δόξης, ἑκουσίως χεῖρας ἐκτείνας, ὕψωσεν ἡμᾶς εἰς τὴν ἀρχαίαν μακαριότητα, οὕς πρὶν ὁ ἐχθρός, δι᾿ ἡδονῆς συλήσας, ἐξορίστους Θεοῦ πεποίηκε. Δεῦτε Πιστοί, ξύλον προσκυνήσωμεν, δι᾿ οὗ ἠξιώθημεν, τῶν  ἀοράτων ἐχθρῶν συντρίβειν τὰς κάρας. Δεῦτε πᾶσαι αἱ πατριαὶ τῶν ἐθνῶν, τὸν Σταυρὸν τοῦ Κυρίου ὕμνοις τιμήσωμεν. Χαίροις Σταυρὲ τοῦ πεσόντος Ἀδὰμ ἡ τελεία λύτρωσις. Ἐν σοὶ οἱ πιστότατοι Βασιλεῖς ἡμῶν καυχῶνται, ὡς τῇ σῇ δυνάμει, Ἰσμαηλίτην λαὸν κραταιῶς ὑποτάττοντες. Σὲ νῦν μετὰ φόβου Χριστιανοὶ ἀσπαζόμενοι, τὸν ἐν σοὶ προσπαγέντα Θεὸν δοξάζομεν λέγοντες· Κύριε, ὁ ἐν αὐτῷ σταυρωθείς, ἐλέησον ἡμᾶς, ὡς ἀγαθὸς καὶ φιλάνθρωπος.

Venite fedeli, adoriamo il legno vivificante in cui Cristo, il Re della gloria, volontariamente stendendo le sue mani, ci ha innalzato all'antica beatitudine, noi che un tempo il nemico, depredandoci con il piacere, aveva resi estranei a Dio. Venite fedeli, adoriamo il legno mediante il quale siamo stati fatti degni di calpestare le teste dei nemici invisibili. Venite, famiglie tutte delle genti, onoriamo con inni la Croce del Signore. Ave o Croce, perfetto riscatto di Adamo caduto! In te i fedelissimi sovrani nostri hanno il loro vanto, poiché per la tua potenza sottomettono con forza il popolo ismaelita. Te ora con timore baciando, noi Cristiani glorifichiamo Iddio in te confitto, dicendo: Signore, che fosti crocifisso in essa, abbi misericordia di noi, poiché tu sei buono e filantropo.

(Poema dell'Imperatore Leone cantato durante la venerazione della Santa Croce)


La venerazione della Santa Croce al termine della Veglia di tutta la notte (Vespro e Mattutino)
Chiesa di S. Zan Degolà, Venezia, 13 (26) settembre 2020

С праздником!
Καλὴ ἐορτή!
Buona festa!

giovedì 24 settembre 2020

Riforma della liturgia e μετάνοια liturgica

 Quando si parla di storia della riforma liturgica degli anni '60-'70, si possono sempre rilevare posizioni molto diverse. Ci sono gli intransigenti che reputano che quella riforma fosse totalmente inutile, e che spesso pensano antistoricamente che fino al giorno prima del Concilio tutto andasse liturgicamente bene in ogni chiesa cattolica del mondo, quelli che riconoscono un certo grado di bontà in alcune istanze della riforma, e i conservatori che sostengono che le indicazioni di Sacrosanctum Concilium fossero in massima parte corrette e al più il messale di Paolo VI e la prassi liturgica attuale ne sarebbero esiti imperfetti, e che non di rado professano la loro ammirazione per il messale del '65.

All'occhio dello storico, tutte queste posizioni appaiono inadatte a dare un resoconto preciso delle vicende dell'ultima fase di un lungo processo di riforma iniziato negli anni Quaranta del secolo e sulla scorta di un movimentismo liturgico attivo già da diversi decenni, le cui istanze peggiori non erano diverse da quelle che poi si applicheranno negli anni '60. I conservatori non di rado affermano che la prassi, del tutto antistorica e archeologicamente infondata, di celebrare la liturgia versus populum sia una corruzione della prassi che non ha rispondenza nei documenti conciliari (e non di rado ciò si traduce in un apprezzamento della messa nuova celebrata ad Deum); gli intransigenti viceversa accuseranno di questo ribaltamento inaudito il Concilio. Ma cosa risponderanno al vedere questa foto, tratta dal volume di Gerard Eller Men at Work at Worship pubblicato nel 1940, e dunque relativa agli ultimi anni '30?

E, come si potrà vedere all'articolo della St. Lawrence Press qui citato come fonte dell'immagine, non si tratta certo di un caso isolato. Ma, insisteranno a questo punto gli intransigenti, si trattava di deviazioni contenute, non certo la comune pratica delle parrocchie in quegli anni. E infatti qual era la comune pratica delle parrocchie in quegli anni? Penso purtroppo che ben pochi in quegli anni abbiano fatto l'esperienza di mia nonna, che ebbe per circa vent'anni la grazia di assistere a una messa conventuale domenicale cantata come comanda Iddio nella Basilica dei Frari. I più faranno un racconto simile a quello che compare nelle prime pagine di questo scritto di Enzo Bianchi che, al netto di una certa ideologia con cui si disprezza preventivamente il rito "tridentino" in quanto tale, fornisce un quadro non irrealistico della desolante situazione liturgica di quegli anni. E, non c'è che dire, i progressisti han vita facile a dipingere a tinte fosche la messa tridentina, se effettivamente quel desolante quadretto è quanto i "tradizionalisti" nostrani ritengono confacente a tradizione. Le vecchiette che sgranano il rosario mentre il prete bisbiglia una messa da morto (quasi certamente in un giorno in cui la messa da morto quotidiana era proibita, ma purtroppo il vizio è ancor ben vivo nel clero "tradizionalista" odierno, e - a quanto pare - nemmeno la tendenza ottocentesca a intersecare liturgia e morale minacciando di peccato mortale i preti che infrangessero le rubriche servì a evitare che questi le disattendessero [1]), gli uomini che escono alla predica e rientrano all'offertorio per "prendere messa" validamente... è questo ciò che piace ai "tradizionalisti"? Probabilmente sì: e probabilmente essi si compiacciono nel vedere le signore con gonne e veli perché ricorda loro nostalgicamente gli anni '50 (o qualche decennio prima), da costoro mitizzati fino a esclamare con le parole del coro dell'Aminta: "Oh bella età dell'oro!". Non si capisce bene cosa li attiri particolarmente di quegli anni: la lotta tra comunisti e democristiani dei libri di Guareschi (autore invero interessante dal punto di vista letterario, ma non penso che i "tradizionalisti" solitamente lo esaltino per questo motivo)? La parvenza di "società cattolica" dove trionfava la "dottrina sociale" e vagavano nell'etere i radiomessaggi di Papa Pacelli? Questo  grave abuso della celebrazione sincronizzata di ventuno messe, tuttavia lodato dai commentatori tradizionalisti come perché è bene avere tanti preti e tante messe (clericalismo e interpretazione della messa come produttore automatico di grazie si sprecano)? Io personalmente preferirei di gran lunga vivere nel Seicento, almeno c'era la Repubblica, un centinaio di messe conventuali più o meno ben fatte, il rito proprio in Basilica, e avrei persino potuto ascoltare Monteverdi dirigere la cappella marciana. Ma in ogni caso sarebbe una follia nostalgica pretendere di ricostruire un pezzo di Seicento (come un pezzo di anni '50) oggi, ancor più se fintamente e nel limitato contesto di una messa. Eh già, perché cosa c'è di più "tradizionale" di una bella messa bassa vespertina dialogata in latino? Se qualcuno andasse lì a celebrargli la messa nuova in latino e ad Deum probabilmente se ne accorgerebbero solo perché mancano le preghiere ai piedi dell'altare, che "fanno molto da film" ma che è del tutto insensato che il popolo senta e ancor più risponda essendo preparazione personale del celebrante e i ministri [2].

Chi ama la tradizione, il vero tradizionalista senza virgolette, dovrebbe avere un solo scopo: quello di ricercare l'illuminazione della grazia divina increata mediante il culto liturgico a Dio reso nel modo in cui i Padri lo hanno reso per secoli. Nel XX secolo (e qui si torna al discorso d'inizio, mi si perdoni la lunga divagazione) ciò era tutt'altro che chiaro. Le riforme del Breviario volte ad alleggerire l'onus della preghiera quando Nostro Signore ci comanda di pregare incessantemente, e in generale tutte le riforme a tavolino o d'imperio della liturgia sono il segno di una comprensione del tutto umana di ciò che è invece un tesoro divino e apostolico.

E qui torniamo alla nostra fatidica e innominabile riforma liturgica di Paolo VI. Dove, effettivamente, qualcuno si rende conto che qualcosa non quadra nel modo in cui si sta praticando la liturgia negli ultimi decenni. E che occorre una riforma. Alcuni principi, alcune analisi che si leggono nei documenti preparatori e nella Sacrosanctum Concilium possono essere anche punti interessanti di riflessione sullo stato decadente dell'epoca: il problema è la soluzione che propongono, il senso di riforma (non nel genuino etimo di recuperare la forma, ma nel senso rivoluzionario di creare una nuova forma). Ma del resto, questa gente che aveva visto un Papa distruggere da cima a fondo l'unico salterio che la Chiesa di Roma avesse mai usato, come poteva rapportarsi alla liturgia se non con le armi del piccone e della reinvenzione di sana pianta? Questa gente che aveva visto pressoché solo messe basse - con pochissime eccezioni e non è dato sapere quanto ben fatte - come poteva non realizzare un messale come quello di Paolo VI che di fatto prevede solo la messa bassa con cantici? Questa gente che per anni era stata (mal)educata a rendere la liturgia essenzialmente una consacrazione preceduta da una predica, come poteva produrre qualcosa di liturgico nel pieno senso della parola? Questa gente che per anni aveva visto nella liturgia un peso, un mero obbligo, al massimo un terreno di scontro dottrinale con protestanti o talaltri, come poteva non pretendere di modificare gli impianti patristici in un modo del tutto razionalista?

C'è stata una riforma liturgica, ma quella che ci voleva era una μετάνοια liturgica. Mετάνοια è un bellissimo termine greco, solo parzialmente reso dall'italiano 'conversione', e che contiene, accanto al prefisso μετά (idea di mutamento), la radice del νοῦς, che per il cristiano è quell'unione indissolubile di mente e di cuore che costituisce il senso spirituale dell'uomo. La vita del cristiano è una continua μετάνοια, secondo il comando del Battista: Μετανοεῖτε, ἤγγικε γάρ ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν. Purtroppo la superbia degli uomini rende molto difficile mettere in dubbio le proprie convinzioni, le proprie passioni, per convertire il proprio cuore e seguire la via stretta del Signore: certamente lo rende molto difficile in ambito liturgico. Se dovessi indugiare in considerazioni personali, potrei raccontare di quante μετάνοιαι ho dovuto attraversare per giungere ad avvicinarmi a comprendere (non razionalmente, chiaramente) il grande mistero della liturgia. La desolazione liturgica del Novecento avrebbe richiesto un simile atteggiamento, che però non ci fu: e con la stessa mentalità si andò avanti nel processo dei decenni precedenti, giungendo a creare un rito a tavolino dove ogni prete potesse sbizzarrire la propria antitradizionale individualità.

Questo è, essenzialmente, il motivo per cui, volendo essere realmente tradizionali, critichiamo la riforma e le riforme liturgiche del Novecento, e in generale ogni moto di decadenza rispetto alla visione dei Padri, alla quale aderiamo con la mente e il cuore nella volontà di deificazione in Cristo e nella sua grazia. Amen.

_______________________________
NOTE

[1] Ci si potrebbe a questo punto domandare, nell'ottica di comprenderne storicamente la soppressione, se tutti i preti aggiungessero tutte le commemorazioni prescritte e leggessero diligentemente le orazioni del tempo quando di dovere. Del resto, quasi sempre il cambiamento della legge si adegua a quello della prassi; e sopra si è visto che con la messa versus populum così è stato.

[2] Riferimenti a fatti, situazioni e persone reali sono puramente casuali. O forse no?

mercoledì 16 settembre 2020

Il rito del faro nella tradizione ambrosiana

L'Arciprete mons. Manganini celebra il rito del faro in Duomo. Il diacono è l'attuale Arcivescovo di Milano, mons. Delpini.
L'Arciprete mons. Manganini
celebra il rito del faro in
Duomo. Curiosamente, il
diacono è l'attuale
Arcivescovo di Milano,
mons. Delpini.

di Luca Farina

Un rito caratteristico della Chiesa ambrosiana è quello del cosiddetto faro, celebrazione assai nota anche a motivo della propria spettacolarità.

Per celebrare il rito, molto semplice, è necessario preparare un pallone di bambagia con anima metallica, se possibile sormontato da una corona e da una palma. Il globo, così composto, viene ancorato al soffitto e posto all’inizio del presbiterio. All’inizio della Messa, la processione introitale si ferma prima delle balaustre e vengono cantati i 12 Kyrie  in groemio Ecclesiae, seguiti dalla sallenda propria, il Gloria Patri e la ripetizione della stessa a mo’ di antifona. Mentre vengono nominate le tre Persone Divine tutti fanno inchino alla croce astile posta in testa alla processione e rivolta al celebrante [1], al Sicut erat tutti fanno inchino al celebrante e riprendono il cammino verso l’altare. A questo punto viene portato al celebrante un bastone sufficientemente lungo (è sufficiente un bastone per i ceri, non è necessario l’arundine) con cui incendiare il pallone di cotone. Avverte il Borgonovo che aggiungere parole come Sic transit gloria mundi è un arbitrio tratto dalla Messa d’incoronazione papale senza alcuna attinenza. Una volta consumato, la Messa ha inizio.

Il rito si svolge in occasione delle feste dei Santi Martiri titolari della chiesa. Il significato è espresso dal fuoco: il pallone si consuma e si distrugge, così come i Martiri che hanno vinto “grazie alla testimonianza del loro martirio;poiché hanno disprezzato la vitafino a morire.” (Ap XII 11). Nelle terre ambrosiane, i Martiri più venerati e famosi sono i Santi Nazaro e Celso, Protasio e Gervasio, Vittore, Nabore e Felice, Stefano, Sebastiano, Tecla, Agnese: ad essi sono intitolate le chiese più antiche dell’arcidiocesi, a partire dalla città di Milano. Non è raro, nelle parrocchie più zelanti, che questo rito sia ancora praticato in occasione delle feste patronali.

Secondo lo studioso Archdale King il rito potrebbe essere nato nelle catacombe illuminando le tombe dei martiri. La prima menzione, però, si ha, secondo le ricerche di Monsignor Navoni, nel VII secolo, in cui un documento cremonese cita “corona et pharum” da incendiarsi per la festa di San Sisinio martire. Le cronache liturgico del quasi sconosciuto chierico Beroldo ci raccontano che, nel XII secolo, la croce astile era sormontata da una candela [2], con la quale, giungendo in prossimità del presbiterio, il chierico dava fuoco ad un pharus, corona di candele che si accendevano l’un l’altra grazie ad un anello di bambagia.

L’entusiasmo popolare per questo rito è descritto nei versi di Padre Carlo da Milano OFM Cap., al secolo Domenico Varischi (1903-1990), assistente spirituale dell’Università Cattolica. Proponiamo un breve estratto da Ricord de foeugh a Milan ambientato nel 1914 e intitolato El balon de la festa:

Serom semper tucc denanz, nun bagaj,
visin la balaustra de l’altar
de la mia gesa de la Trinità
(quella veggia che adess han buttàa giò)
per vedè brusà el balon bianc coi stell.
Tutt i fest pussèe grand, el Prevòst vecc,
Corengia (che’l m’aveva battezzàa)
el rivava in corteo, el se fermava
in mezzo al presbiteri, el ceregòt Vago
(grass e bon como el pan) el ghe dava
la canna col candirin pizzàa in cima,
ma prima anmò de tocall, quel balon
el ciappava foeugh, e una gran fiamma
l’andava sù per aria, e poeu fiammell
vegniven anca giò, e chi diseva:
“L’è come el Spirit Sant a Pentecòst”.
E nun, col nas per aria, a bocca averta,
vedevom domà el fil de fer negher
de l’anima del balon tutt brusàa.

Eravamo sempre tutti davanti, noi ragazzi,
vicino alla balaustra dell'altare
della mia chiesa della Trinità
(quella vecchia che adesso hanno buttato giù)
per vedere bruciare il pallone bianco con le stelle.
A tutte le feste maggiori, il vecchio Prevosto,
Corengia (che mi aveva battezzato),
arrivava in corteo, si fermava
in mezzo al presbiterio, e il chierichettone Vago
(grosso e buono come il pane)
gli dava il bastone con il candelotto acceso in cima,
ma prima ancora di toccarlo quel pallone
prendeva fuoco e una grande fiamma
andava su, in aria, e poi venivano giù
anche le fiammelle e c'era chi diceva
"È come lo Spirito Santo a Pentecoste".
E noi, col naso per aria, a bocca aperta,
vedevamo solamente il filo di ferro nero
dell'anima del pallone tutto bruciato.
L'Arcivescovo e Abate Schuster compie il rito del faro nel civico tempio di S. Sebastiano

Notiamo come l’autore parli al plurale di feste maggiori: in molte parrocchie il rito era compiuto non solo in del patrono martire, ma anche di altri martiri cari alla devozione popolare (per esempio San Sebastiano è assai caro agli agricoltori). Il testo menziona poi l’arrivo del prevosto alle soglie del presbiterio e l’incendio del globo, sebbene il significato del fuoco sia oggetto di altre riflessioni rispetto a quella originale del martirio.

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NOTE
 
[1] Precisazione necessaria perché spesso, erroneamente, si afferma che la croce astile sia portata, in rito ambrosiano, “all’indietro”. In realtà essa è sempre rivolta al celebrante e, pertanto, sarà rivolta all’indietro durante la processione ma, nel momento in cui essa si ferma guardando il celebrante, sarà rivolta ad esso.
[2] Da cui, forse, l’uso di porre, alla Messa pontificale, il settimo cero sopra la croce d’altare.

Bibliografia:

G. BORGONOVO, Manuale di Liturgia Ambrosiana, Varese, Tipografia Arcivescovile dell’Addolorata, 1953;
A. A. KING, Liturgies of the primatial sees, Milwaukee, Bruce Pub. Co, 1957;
M. NAVONI, Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996;
C VARISCHI, Ricord de foeugh a Milan, Milano, Università Cattolica, 2019.


il faro acceso a Corneno, frazione di Eupilio, (CO) per la festa di San Giorgio

festa del titolare nella parrocchia di Santo Stefano Ticino (MI)

festa di Santa Tecla, titolare della parrocchia del Duomo di Milano

martedì 15 settembre 2020

Publicatio Temporum Septembris

 
Maestro Venceslao, Allegoria di Settembre, 1397 c.a,
Trento, Castello del Buonconsiglio

Mercoledì 16 settembre 2020
Tempora d'Autunno

Quanti seguono l'antica liturgia latina, nell'odierna festa dei santi ieromartiri Cornelio e Cipriano, commemorano il mercoledì delle Tempora di Settembre, leggendone il Vangelo e l'omelia propria a Mattutino come nona lezione, la commemorazione alle Lodi e alla Messa e l'Ultimo Vangelo, nonché osservandone lo stretto digiuno: nelle chiese con obbligo di coro, una messa delle Tempora è cantata in paramenti viola e con le pianete piegate dopo Nona, mentre la messa dei santi è cantata dopo Terza. L'ufficio pieno della feria delle Tempora, con le preci e la liturgia penitenziale in viola e le pianete piegate, sarà celebrato questo venerdì e questo sabato (assumendo S. Gennaro come festa semplice; se la si assume doppia come sarà poi in seguito resa, si dovrebbe fare l'ufficio dei martiri con memoria delle Tempora come sopra).

Il digiuno delle Tempora di settembre, oltre ad adempiere al precetto biblico del digiuno del settimo mese citato dal profeta Ezechiele, è legato alla festa dell'Esaltazione della Santa Croce, che ha sempre avuto un carattere penitenziale e digiunale unito alla sua precipua natura festiva: infatti, la rubrica anticamente prescriveva che si osservasse "il mercoledì, il venerdì e il sabato che seguono la festa della Santa Croce". Di fatto, questo fa sì che tali tre giorni coincidano sempre con la III settimana di settembre (come poi è in effetti codificato dalle rubriche), in cui si legge il libro di Tobia a Mattutino: infatti, il computo ecclesiastico delle settimane di un mese inizia dalla domenica più vicina alle calende, cioè al primo giorno, del mese stesso. Quest'anno, dunque, la prima domenica di settembre è stata domenica 30 agosto, decisamente più vicina al 1° settembre rispetto alla successiva domenica 6.

Nel 1960 il modo di contare le domeniche di un mese è stato arbitrariamente cambiato, venendo a coincidere con il computo civile. Perciò, per quanti seguono la "forma straordinaria (del nuovo rito)" la scorsa domenica 13 settembre sarebbe stata la II di settembre, e la III sarà la prossima domenica 20: le Tempora dunque per costoro cadranno mercoledì 23, giovedì 25 e sabato 26, una settimana dopo la data in cui le celebra il Rito Romano, perdendo ogni correlazione con la Santa Croce.

Ciononostante, buon digiuno delle Tempora!

P.S.: Come opera di misericordia spirituale, fate gli stessi auguri a un vostro amico 62ista e aiutatelo a redimersi.

giovedì 10 settembre 2020

11 settembre - S. Pulcheria Imperatrice e Vergine

La festa di S. Pulcheria è una festa doppia maggiore, e il suo colore liturgico è bianco. Oggi è anche il quarto giorno fra l'Ottava della Natività della Beata Vergine Maria. Figlia dell'Imperatore della pars Orientis Arcadio e sorella di Teodosio II, alla cui conversione al Cristianesimo ella stessa contribuì, Elia Pulcheria (399-453) difendette strenuamente l'Ortodossia contro le eresie di Nestorio ed Eutiche, ispirando la convocazione del Quarto Concilio Ecumenico a Calcedonia nel 451. Amata dal popolo della Nuova Roma e liberale verso i poveri e gl'indigenti, a lei si deve la fondazione di tre chiese di Costantinopoli dedicate alla Deipara: il monastero dell'Odigitria, la chiesa della Beata Vergine delle Blacherne nel quartiere del palazzo imperiale, e la basilica della Beata Vergine τῶν χαλκοπρατείων ("dei ramai") nel quartiere delle fonderie di rame. Il giorno del suo transito è incerto, anche se secondo la maggior parte delle fonti è avvenuto in luglio: in molti luoghi infatti la sua festa era celebrata il 7 luglio; a Costantinopoli invece il suo solenne ricordo avveniva il 10 settembre di ogni anno, e per influsso di questa data la festa è stata fissata all'11 del mese nel Calendario Veneziano. La Ducale Basilica di S. Marco celebra invece la festa della santa la seconda domenica di luglio.

Ieri sera, ai Primi Vespri, si sono cantate le antifone Haec est virgo etc., duplicate, con i salmi 109, 112, 121, 126 e 147, come nel Comune delle Vergini. Quindi, sempre dal Comune, si cantano il capitolo Fratres: Qui gloriatur (2Corinti 10) e l'inno di S. Ambrogio Jesu corona virginum, con la dossologia della Beata Vergine a motivo dell'Ottava. Dopo l'antifona al Magnificat Veni Sponsa Christi, è cantata la colletta propria della festa. Quindi si cantano le commemorazioni dell'Ottava della Natività della Beata Vergine, con l'antifona Nativitas tua, e della seguente festa dei Ss. Proto e Giacinto martiri. A Compieta la dossologia dell'inno è quella della Deipara, e si omettono le preci domenicali.

Al Mattutino l'Invitatorio è Regem virginum e l'inno è Virginis proles. Nel primo notturno si cantano dal Comune le antifone O quam pulchra etc. con i salmi 8, 18 e 23. Le lezioni sono anch'esse dal Comune, tratte dal cap. 7 della prima lettera di S. Paolo ai Corinti; il primo responsorio, trattandosi di una santa non martire, è Veni electa mea etc. Nel secondo notturno si cantano dal Comune le antifone Specie tua etc. con i salmi 44, 45 e 47. Le tre lunghe lezioni agiografiche sono proprie, mentre i responsori sono tratti dal Comune. Nel terzo notturno si cantano sempre dal Comune le antifone Nigra sum etc.con i salmi 95, 96 e 97. L'omelia sul Vangelo proprio è tratta dallo scritto di S. Cirillo d'Alessandria De fide ad Pulcheriam et Sorores Reginas, con i responsori del Comune. Come nona lezione si legge invece l'agiografia dei Ss. Proto e Giacinto contenuta nel Breviario Romano; quindi si canta il Te Deum. Alle Laudi si cantano le antifone Haec est virgo etc. con i salmi della domenica (92, 99, 62-66, Benedicite, 148-149-150) e il capitolo e l'inno come al Vespro. Dopo il Benedictus con la sua antifona Simile est regnum etc., si canta la colletta propria. Seguono le commemorazioni dell'Ottava della Natività della Beata Vergine e dei Ss. Proto e Giacinto.

A Prima si cantano i salmi festivi (53, 118i e 118ii) sotto l'antifona Haec est Virgo. Nell'inno, così come in quello delle altre ore minori, la dossologia è quella della vergine in ragione dell'Ottava. Le preci domenicali si omettono, celebrandosi una festa di rito doppio. Il verso del responsorio è Qui natus es de Virgine a motivo dell'Ottava; la lezione breve prima della benedizione è Domine Deus meus (Siracide 51), ovvero il capitolo di Nona.

La Messa è cantata dopo Terza. La Messa è propria, Vultum tuum, e si cantano il Gloria, la seconda colletta dell'Ottava e la terza dei Ss. Proto e Giacinto. L'epistola corrisponde alla prima lezione del Matuttino; il Vangelo proprio invece è Giovanni 17,3-6. Si cantano il Credo e il prefazio della Beata Vergine (et te in Nativitate) in ragione dell'Ottava.

Ai secondi Vespri tutto è come ai primi. Dopo la colletta della festa, si cantano le commemorazioni dell'Ottava della Beata Vergine, sempre con l'antifona Nativitas tua, e quella della seguente festa di S. Niceta di Nicomedia martire, il cui corpo si custodisce a un altare laterale della chiesa del Anzolo Rafaèl (dell'Arcangelo Raffaele) nel sestiere di Dorsoduro.

***

Nel Proprium pro Venetiarum Patriarchatu del 1915, curato dal Patriarca La Fontaine che fu uno dei protagonisti della commissione piana per la riforma del Breviario, la festa di S. Pulcheria non è più presente, in obbedienza al principio di severo snellimento dei propri locali. Essendo stata ridotta a semplice l'Ottava della Natività della Beata Vergine, oggi è la festa semplice dei santi Proto e Giacinto, di colore rosso, e della Beata Vergine non si fa nessuna commemorazione, né si prendono le parti proprie dell'ufficio. I salmi sono quelli feriali, e il Mattutino ha un solo notturno; non  essendo una festa doppia, a Prima di oggi si cantano le preci domenicali, così come il suffragio dei santi a Lodi. Alla Messa, dal Comune dei Martiri, si canta il Gloria, la seconda orazione per chiedere i suffragi dei santi, la terza ad libitum; non c'è il Credo e il prefazio è comune. I vespri di ieri sono stati i secondi della festa doppia di S. Nicola da Tolentino; i vespri di oggi sono invece della seguente festa doppia maggiore del Santo Nome della Madonna, che dalla domenica fra l'Ottava della Natività della Deipara è stata portata in data fissa al 12 settembre, con la commemorazione di S. Niceta di Nicomedia.

In seguito alle norme stabilite dal motu proprio Rubricarum Instructum di Giovanni XXIII, oggi è una feria della XIV settimana dopo Pentecoste, di colore verde. L'ufficio è feriale con la sola commemorazione dei Ss. Proto e Giacinto, ma ovviamente senza preci e suffragi che sono stati aboliti; si ripete la messa della domenica precedente senza Gloria e Credo e con il prefazio comune, con la sola commemorazione dei Ss. Proto e Giacinto. L'Ottava della Natività della Beata Vergine è interamente soppressa, anche se ai fini pratici non si nota la differenza rispetto alla sua semplificazione compiuta nel 1911-13, che già faceva sì che se ne omettesse ogni memoria. Il vespro è della feria, poiché la festa del Santo Nome della Madonna, come la maggioranza delle feste, è privata dei primi vespri; la festa di S. Niceta di Nicomedia è del tutto omessa dal nuovo proprio stilato in obbedienza alle rubriche del 1960. Per comparazione, si può notare che pure nel calendario del 1969 oggi è una semplice feria, come coerente evoluzione di un processo di depauperamento non certo iniziato in quell'anno.