sabato 21 luglio 2018

"Adeguamenti liturgici" ad Ancignano (VI)

Di seguito riportiamo il comunicato estesoci dai coordinatori del gruppo per la Messa tradizionale ad Ancignano, riportato parimenti nel sito e nel bollettino del medesimo gruppo. Da parte nostra ci limitiamo a deprecare la scelta di qualsiasi "adattamento liturgico" (lo spazio della chiesa, costruita secondo la simbologia e la liturgia cattolica, viene adattata a un nuovo simbolismo e a una nuova liturgia, necessariamente diversi), ricordando come esistano, al di là delle motivazioni religiose, semplici motivi artistici (talora con divieti della stessa Soprintendenza, spesso disattesi) che dovrebbero indurre a riconsiderare la scelta di modificare sensibilmente la struttura della chiesa mediante l'introduzione di oggetti inamovibili e non in linea con il contesto storico-artistico, oltre che liturgico del tempio.
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Cari Fedeli ed Amici,

 lo scorso 14 giugno si è svolta una riunione del Coordinamento di Comunità della Parrocchia di Ancignano. All'incontro erano presenti anche alcuni rappresentanti del "nostro" gruppo, ossia dei fedeli legati alla S. Messa in latino. Tra le altre cose il parroco don Giovanni Sandonà ha annunciato in via ufficiale che entro il prossimo settembre verrà definitivamente attuato l'adeguamento liturgico del presbiterio della chiesa di Ancignano: l'altare del "Sa
mmartin" (nella foto) verrà ricollocato nel presbiterio e verrà altresì realizzato un ambone fisso. E' opportuno precisare che alcuni rappresentanti del nostro gruppo, in occasione di un incontro con mons Vescovo del maggio 2017, avevano esplicitamente manifestato la contrarietà a questa operazione, sia per questioni estetiche sia, soprattutto, perchè ciò renderebbe molto difficile/impossibile la prosecuzione delle celebrazioni in rito antico (come noto, il presbiterio è molto piccolo).
Mons. Pizziol, (Vescovo di Vicenza, ndr) tuttavia, ci ha confermato in modo espresso e incontrovertibile che l'adeguamento liturgico deve essere fatto, in particolare mediante la realizzazione di un altare inamovibile.
Conseguentemente abbiamo ritenuto opportuno e saggio ubbidire alle indicazioni ricevute da Sua Eccellenza e non proseguire con proteste o iniziative simili. Il Vescovo, in ogni caso, ci ha manifestato la sua disponibilità ad individuare un ulteriore luogo adatto, cioè un'altra chiesa, nel caso in cui la ricollocazione dell'altare fisso ad Ancignano renda meno funzionale la prosecuzione delle liturgie nella forma straordinaria del rito romano. Questa eventuale scelta verrà valutata tenendo conto anche della disponibilità di don Cristiano (Mussolino, il celebrante della Messa antica ad Ancignano, ndr) il quale valuterà l’opportunità o meno del trasferimento in una nuova chiesa alla luce dei suoi impegni pastorali parrocchiali. 
(A.Z.)

giovedì 19 luglio 2018

S. Girolamo Emiliani, S. Margarita megalomartire e S. Elia profeta

XX JULII
xiii kalendas augusti

Sancti Hierónymi Æmiliáni Confessóris, Congregatiónis Somáschæ Institutóris, cæléstis ómnium orphanórum ac derelíctæ juventútis Patróni; qui sexto Idus Februárii obdormívit in Dómino.

San Girolamo Emiliani confessore, fondatore della Congregazione dei Somaschi, celeste protettore di tutti gli orfani e della gioventù abbandonata; il quale s'addormentò nel Signore l'8 febbraio.


Religio munda et immaculata * apud Deum Patrem hæc est: visitare pupillum et viduam in tribulatione eorum, et immaculatum se custodire ab hoc sæculo.
(Antifona al Benedictus alle Laudi di S. Girolamo Emiliani, secondo il Breviario proprio del Patriarcato di Venezia)

Girolamo, nato a Venezia dalla nobile famiglia Emiliani, datosi alla milizia fin dalla prima adolescenza, fu, in tempi difficilissimi per la repubblica, preposto alla difesa di Castelnuovo presso Quero, sui monti di Treviso. I nemici impadronitisi della fortezza, lo gettarono in una orribilissima prigione, legato mani e piedi; dove, privo d'ogni umano soccorso, egli si rivolse alla beatissima Vergine, che esaudì le sue preghiere, gli apparve, ne spezzò le catene, e per mezzo ai suoi nemici, che occupavano tutte le strade, lo condusse incolume in vista di Treviso. Entrato in città, a testimonianza del benefìcio ricevuto, sospese all'altare della Madre di Dio, cui si era votato, le manette, i ceppi, le catene che aveva portato con sé. Tornato a Venezia, cominciò a darsi interamente alle opere di pietà, spendendosi meravigliosamente a pro dei poveri , ma soprattutto compassionevole verso i fanciulli, che, privi di genitori, erravano per la città miserabili e sordidi, raccogliendoli in case, da lui affittate, nutrendoli a sue spese, e formandoli ai cristiani costumi.
In quei giorni avevano approdato a Venezia il beato Gaetano e Pietro Caraffa, che fu poi Paolo IV, i quali approvato lo spirito di Girolamo e il suo nuovo istituto destinato a raccogliere gli orfani, lo condussero nell'ospedale degli Incurabili, dove, educando gli orfanelli, avrebbe insieme servito con pari carità ai malati. Ben tosto, dietro loro consiglio, partì per il vicino continente, ed eresse degli orfanotrofi, prima a Brescia, poi a Bergamo e a Como: soprattutto a Bergamo, dove oltre due orfanotrofi, uno per i ragazzi e l'altro per le ragazze, aprì, novità sconosciuta in quelle regioni, un asilo per le donne di mala vita convertitesi a penitenza. Fermatosi finalmente a Somasca, umile villaggio nel territorio di Bergamo, ai confini delle possessioni Venete, vi fondò una residenza per sé e per i suoi, e vi organizzò la sua congregazione, che poi da questo luogo prese il nome di Somasca; e che poi sviluppatasi e propagatasi, alla educazione degli orfani e al servizio delle chiese aggiunse, per maggiore utilità della società cristiana, la formazione dei giovani nelle lettere e nei buoni costumi in collegi, accademie e seminari, e san Pio V l'annoverò fra gli ordini religiosi, e altri Pontefici le accordarono dei privilegi.
Non pensando che a raccogliere orfani, egli partì per Milano e Pavia; e coll'aiuto di nobili personaggi, provvide di abitazione, vitto, vestito e maestri moltitudini di fanciulli radunati in ambedue questi luoghi. Ritornato a Somasca, fattosi tutto a tutti, non rifuggiva da nessuna fatica che prevedesse tornare a bene del prossimo. Mescolandosi cogli agricoltori nella campagna, li aiutava a raccogliere le biade, e spiegava loro i misteri della fede, puliva la testa dei fanciulli affetti da tigna ributtante, e li curava con pazienza; medicava le putride piaghe dei contadini così bene, che parve avesse ricevuto la grazia delle guarigioni. Scoperta sulla montagna che domina Somasca una grotta, vi si ritirò; e là flagellandosi, restando digiuno giorni interi, passando in orazione la maggior parte della notte, e non prendendo un po' di sonno che sulla nuda roccia , espiava i suoi falli e quelli degli altri. Nel fondo di questa grotta goccia dalla nuda roccia un'acqua ottenuta, secondo una costante tradizione, per le preghiere del servo di Dio; la quale scaturisce anche ai nostri giorni, e, portata in diversi paesi, ridona spesso la salute ai malati. In fine, in una peste che infieriva per tutta la vallata, mentre serviva i malati e portava i morti sulle proprie spalle alla sepoltura, attaccatoglisi il male, fece una preziosa morte, che egli aveva predetta poco prima, in età d'anni cinquantasei, nel 1537. Illustrato da numerosi miracoli in vita e dopo morte, Benedetto XIV l'iscrisse solennemente nell' albo dei Beati, e Clemente XIII in quello dei Santi.
(Dal Breviario Romano)


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Antiochíæ pássio sanctæ Margarítæ, Vírginis et Mártyris.

Ad Antiochia la passione di santa Margherita, Vergine e Martire.


Erat autem Margarita annorum quindecim, dum ab impio Olybrio trahebatur in carcere.
(Antifona di S. Margarita al Vespero, secondo il Breviario proprio del Patriarcato di Venezia)

Nasce ad Antiochia di Siria nella seconda metà del III secolo da genitori pagani. Viene educata alla fede cristiana dalla sua balia, una cristiana convinta. Il governatore Olibrio cerca di distoglierla dal cristianesimo e vuole sposarla. Ella si rifiuta e così viene uccisa intorno al 305. È patrona dei contadini, delle partorienti, delle balie ed è invocata contro l'infertilità. Al governatore che la chiede in sposa, Margherita risponde di aver dedicato la sua vita a Gesù, suo sposo celeste. «Puoi pretendere che io rinunzi al cielo e scelga invece la polvere della terra?», gli dice. Olibrio, umiliato, dà ordine di bruciarle il corpo con fiaccole accese e di fustigarla. La leggenda vuole che alla prigioniera appaia un drago per sbranarla, che però scompare appena ella si fa il segno della croce. Anche le gravi ferite scompaiono miracolosamente. La notizia di questo miracolo si diffonde subito tra il popolo suscitando scalpore, tanto che alcuni si fanno battezzare. L'ira del governatore non conosce allora più limiti e ordina che la giovane venga decapitata sulla pubblica piazza.

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In monte Carmélo, sancti Elíæ Prophétæ.



'Ο τὸν Θεσβίτην Ἠλίαν, πυρίνῳ ἅρματι, ἀπὸ τῆς γῆς οἰκτίρμον, μεταθέμενος Λόγε, ταῖς τούτου ἱκεσίαις, σῶσον ἡμᾶς τοὺς πιστῶς σε δοξάζοντας, καὶ τὴν αὐτοῦ ἐκτελοῦντας χαρμονικῶς, θείαν μνήμην καὶ σεβάσμιον.
(I stichira del Vespero di S. Elia, secondo il rito bizantino)

Il verbo del Signore si rivolse a Elia profeta ed egli disse a Acab: Per la vita del Signore, Dio delle schiere, Dio d’Israele, davanti al quale io oggi sto: non ci sarà né rugiada, né pioggia in questi anni, se non per mio comando. E il verbo del Signore si rivolse a Elia: Vattene di qui verso oriente e nasconditi presso il torrente Chorrath, che è di fronte al Giordano. Berrai l’acqua del torrente e io comanderò ai corvi di portarti da mangiare lì. Elia partì e andò a sedersi presso il torrente Chorrath, che è di fronte al Giordano, e i corvi gli portavano pane al mattino e carne la sera, e beveva l’acqua dal torrente. Ma dopo un certo numero di giorni il torrente seccò, perché non pioveva sulla terra. E il verbo del Signore si rivolse a Elia: Alzati e va’ a Sarepta di Sidone e risiedi là. Ecco, io comanderò a una vedova di darti da mangiare. Elia si alzò, partì per Sarepta e giunse alla porta della città. Ed ecco c’era là una vedova che raccoglieva legna; Elia le gridò dietro: Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io beva. Essa andò a prenderla ed Elia le gridò dietro: Prendimi anche con le tue mani un pezzo di pane. Ma la donna rispose: Per la vita del Signore tuo Dio, non ho neppure una focaccia, ma solo una manciata di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio ed ecco, raccolgo due pezzi di legna, vado a prepararla per me e per i miei figli: mangeremo e poi moriremo. Elia le disse: Coraggio, entra e fa’ come hai detto, ma prima fai per me con quello che hai una focaccia e portamela; per te e per i tuoi figli la farai dopo, perché cosi dice il Signore Dio d’Israele: La farina nella giara non verrà meno e l’olio nell’orcio non diminuirà, fino al giorno in cui il Signore Dio manderà la pioggia sulla faccia di tutta la terra. La donna andò e fece secondo la parola di Elia: e mangiarono lui, lei e i figli di lei. Da quel giorno la farina nella giara non venne meno e l’olio nell’orcio non diminuì, secondo la parola del Signore, detta per mezzo di Elia. Accadde poi dopo questi fatti che il figlio della donna, la padrona della casa, si ammalò e la sua malattia era molto grave, tanto che non rimase più in lui respiro. E la donna disse ad Elia: Che c’è tra me e te, uomo di Dio? Sei venuto da me per far ricordare i miei peccati e far morire mio figlio? Elia le disse: Dammi tuo figlio. Lo prese dal grembo di lei, lo portò nella stanza al piano superiore dove stava lui e lo depose sul proprio letto. Elia gridò: Ahimè, Signore, testimone della vedova presso la quale abito! Le hai fatto del male facendo morire suo figlio. Poi alitò tre volte sul ragazzo, invocò il Signore e disse: Signore mio Dio, ritorni l’anima di questo ragazzo in lui. Così avvenne e il ragazzo emise un grido: il Signore aveva ascoltato la voce di Elia, l’anima del ragazzo era tornata dentro di lui ed egli era tornato in vita. Elia prese il ragazzo e lo condusse giù dal piano superiore, in casa e lo diede a sua madre, dicendo: Guarda, tuo figlio vive. E la donna rispose ad Elia: Ecco, ora so che sei un uomo di Dio e che verace è la parola del Signore nella tua bocca.
(III libro dei Re, cap. 

martedì 17 luglio 2018

Pellegrinaggio alla S. Croce di Lazfons il 28 luglio


Sabato 28. Luglio 2018
Pellegrinaggio alla Santa Croce di Lazfons:
per l'approfondimento della fede nel nostro paese

ore 8,00: partenza dal parcheggio Kühhof sopra Lazfons
ore 11,00: S. Messa in Rito Romano Antico celebrata da P. Michael Glink OCist di Quarazze/Merano
a seguire: pranzo e tempo libero

Per eventuale pernotazione al pranzo, è richiesta una conferma di partecipazione.

Se qualcuno per motivi organizzativi non riesce ad essere al parcheggio alle ore 8,00 o ha difficoltà a fare tutta la camminata, c'è la possibilità di andare in macchina fino al rifugio di Chiusa (circa a metà strada) e di là, poi si può proseguire a piedi, fino al santuario.
Siccome serve un'autorizzazione da parte della guardia forestale, chiediamo di comunicarci questo entro il 21 luglio.
Per informazioni e per conferma di partecipazione: +39 338 1702367 (Enea Capisani) o unavocebozen@yahoo.de

domenica 15 luglio 2018

Predica su Cristo Redentore

15 julii
In festo
SANCTISSIMI REDEMPTORIS

Lorenzo Lotto, Cristo Redentore, 1524-27

Predica del rev. padre Joseph Kramer FSSP

Oggi celebriamo la festa del nostro Redentore. Gesù Cristo ci ha riscattati dall'effetto dei nostri peccati, ricomprandoci pagando un prezzo di riscatto molto alto. Per via del peccato originale, e a causa dei nostri peccati personali, tutti noi siamo stati rapiti spiritualmente da Satana (l'avversario di Dio e l'umanità), e tenuti in schiavitù nel regno delle tenebre. Ma il sangue di Cristo è stato versato sulla croce per essere il prezzo del nostro riscatto da questa schiavitù.  L'apostolo Paolo affermò: "Tu non sei il tuo; sei stato comprato ad un prezzo" (1 Corinzi 6,20). L'apostolo Pietro ci dice quanto fosse alto questo prezzo. Ha scritto che "non sei stato riscattato con cose corruttibili come argento o oro, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di un agnello senza macchia e senza macchia" (1 Pietro 1,18-19). Gesù era assolutamente e totalmente senza peccato. È morto per i nostri peccati. Li ha presi tutti su di Sé. "Così Cristo fu offerto una volta per portare i peccati di molti" (Ebrei 9,28).

Il nostro Salvatore disse che Egli venne "per dare la Sua vita in riscatto per molti" (Marco 10,45). E Paolo aggiunge: "Abbiamo la redenzione attraverso il Suo sangue, il perdono dei peccati" (Colossesi 1,14). Nella Lettera agli Ebrei leggiamo che "con il suo stesso sangue Cristo è entrato nel luogo santissimo una volta per tutte, avendo ottenuto la redenzione eterna" (Ebrei 9:12). Questo passaggio ci introduce al concetto di redenzione eterna. Ciò significa che i suoi effetti persistono, anche nel futuro, che comprende la vita eterna nella famiglia e nel Regno di Dio. Anche se i nostri peccati passati sono perdonati per mezzo del sangue di Cristo, un aspetto importante della nostra redenzione risiede nel futuro.

L'apostolo Giovanni nel libro finale della Bibbia cita i 24 anziani che vivono nel cielo e cantano un inno nuovo a Cristo. "... Sei stato ucciso, e con il tuo sangue hai acquistato uomini per Dio da ogni tribù e lingua, popolo e nazione. Li hai fatti diventare un regno "(Apocalisse 5,9-10). Gesù stesso ha parlato di questi eventi futuri nella profezia che ha dato ai suoi discepoli sul Monte degli Ulivi poco prima della sua morte. "Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria. Ora quando queste cose cominciano ad accadere, guarda in alto e alza la testa, perché la tua redenzione si avvicina "(Luca 21,27-28).

Anche San Paolo scrisse di questo stesso futuro: "Non rattristi dello Spirito Santo di Dio, con il quale sei stato suggellato per il giorno della redenzione" (Efesini 4,30). Ciò avverrà alla seconda venuta di Cristo quando i primi frutti di Dio, coloro che lo hanno servito fedelmente nel corso dei secoli, saranno risuscitati alla vita eterna (1 Corinzi 15,22-23; 1 Tessalonicesi 4,16-17). La redenzione cancella i nostri peccati attraverso il sangue di Cristo e attende anche il giorno in cui i nostri corpi fisici saranno trasformati. (1 Corinti 15,50-54). La redenzione è eterna nei suoi effetti. Alla fine significa vita eterna nel Regno di Dio.

sabato 14 luglio 2018

Tra fede e ideologia

Ci sono certi siti cristiani che meritano di essere letti e controllati quotidianamente; altri, anche se apparentemente buoni, ho imparato che è assai meglio lasciarli perdere. Come mi diceva un buon sacerdote: "Non abbiamo tempo di leggere tutto, dunque dobbiamo leggere solo ciò che è utile allo spirito o alla formazione".
Particolarmente, mi riferisco a quei siti che, nel pur lodevole tentativo di difendere la Tradizione Cattolica, rinunciano sovente alla Storia e alla stessa ragione, per approcciarsi all'argomento in modo completamente ideologico. Ma Fede e ideologia sono cose sostanzialmente diverse (anzitutto perché la prima di provenienza divina e virtù soprannaturale, la seconda di provenienza umana), che se mischiate o confuse tra loro producono inevitabilmente pasticci: in fondo anche il modernismo liturgico e teologico sono figli dell'immissione di un'ideologia nel contesto della Religione.
In particolare vi è un sito (che recentemente parrebbe esser diventata l'agenzia stampa della Lega piuttosto che un sito di tradizionalismo cattolico) più volte distintosi per numerose posizioni di tipo ideologico in materia religiosa (un caso tra i più noti: QUI l'amico Pietro C. confuta la loro analisi sull'anafora di Addai e Mari), che continua a sfornare, soprattutto grazie a un gruppetto di fedelissimi commentatori, esagerazioni ideologiche che sfociano in vere e proprie cattiverie gratuite nei confronti di tutto ciò che non risponde alla tradizione (volutamente minuscolo, per distinguerla dalla Tradizione propriamente detta) romana.

Uno dei tratti più evidenti dell'approccio ideologico è l'autoreferenzialismo: secondo l'ideologo, se una qual cosa non è presente nel proprio orticello (o viceversa è presente in quello altrui, ma nel proprio è assente), secondo lui è sicuramente una cosa orribilmente sbagliata.
Questo è stato a lungo il metodo adottato dai polemisti sia di parte latina che di parte ortodossa nel secolare dibattito tra Oriente e Occidente, un metodo sterile, basato sul discredito altrui, ma che finisce essenzialmente per screditare e ridicolizzare lo stesso accusatore. Mi è capitato di leggere un lungo intervento in materia, raccolto e pubblicato da un sacerdote ortodosso russo che esercita il proprio ministero in Italia settentrionale (e che peraltro stimo): in tale documento si accusavano i latini di 'aver tolto la proscomidia dal rito', per via dell'introduzione dell'uso di azzimi, e di aver introdotto la latria dell'Eucaristia, solo perché questi fatti non rientrano nella mentalità orientale.
Sulla prima questione, verrebbe da chiedersi perché allora i Greci siano rimasti in comunione con i latini per tanti secoli, visto che questi ultimi avevano un rito senza proscomidia e con azzimi sin da molti secoli prima dello scisma (come del resto ci testimoniano gli antichi sacramentari)? La proscomidia -nel senso bizantino del termine- non rientra in generale nell'impostazione di nessuno dei riti occidentali, mentre è generalmente diffusa nei riti orientali: è una questione di mentalità, assai diversa tra due mondi da sempre molto diversi, ma che non tange minimamente la sostanza della Liturgia né della Dottrina.
Simile analisi può farsi sul culto eucaristico: si tratta dell'evoluzione storica particolare, in Occidente, della comune dottrina della presenza reale. Tale sviluppo particolare (evidente anche in altri aspetti della liturgia, come le molteplici genuflessioni al Sacramento, l'elevazione delle Sacre Specie e, dal Concilio di Trento, il posizionamento del tabernacolo al centro dell'altare) risponde a un'esigenza storica avvertita solo in Occidente ma sconosciuta all'Oriente, ovverosia la diffusione di eresie antieucaristiche, che negavano quella fede nella presenza reale, la quale necessitava di essere riaffermata in modo quanto mai 'palese'. Lo stesso discorso all'incontrario può farsi nei riguardi del grande culto delle icone presente nella tradizione orientale: pur essendo sempre esistito nel cristianesimo il culto delle immagini, le prime iconostasi erano spoglie, e comunque alcuni aspetti liturgici del culto delle icone (ad esempio l'icona di Cristo sulla protesi, o le icone di Cristo e della Vergine che il sacerdote bacia più volte durante la Liturgia) sono tardivi. Anch'essi rispondono a una necessità storica, ovverosia contrastare i movimenti iconoclasti dell'VIII secolo, eresia però sconosciuta all'Occidente, la qual cosa giustifica l'assenza di una tale iconodulia nel mondo latino.

Non certo che i polemisti di parte latina siano meglio: anzi! Ricordo sempre con un mezzo sorriso le parole del Cardinale Umberto di Silvacandida, legato pontificio che comminò la scomunica (per altro canonicamente irregolare, ma di questo parlerò altrove) al Patriarca Michele Cerulario nel 1054, il quale se ne uscì con una frase del tipo: "I Greci sono rei di aver tolto il filioque dal Credo!". Come si può vedere da tutti gli esempi sopraccitati, per l'ideologo la storia non ha senso, la storia dev'essere annullata da una sorta di dommaticità, dall'assolutizzare ciò che per una volta tanto (visto che non parliamo della materia della Fede né dei suoi principi) può essere relativo.

L'ideologismo, portato al suo massimo grado, è oggi molto in voga tra i "tradizionalisti", che si scagliano senza freni contro tutto ciò che non risponde all'uso latino-tridentino (ma talora nemmeno a quello, ma semplicemente all'uso latino dell'ultimo secolo), dimenticando che prima di Trento ci sono stati i Padri latini, che avevano una visione molto meno rigida di alcuni aspetti e talora differente, e accanto a loro ci sono stati i Padri greci, che vivevano la stessa fede in un contesto culturale completamente diverso. Del resto, ad estremizzare il Concilio di Trento come fanno molti di costoro, non sarebbe troppo lontano rivolgere loro la stessa domanda che si utilizza per confutare rapidamente il Concilio Vaticano II (che però è problematico già di per sé, senza bisogno di essere estremizzato o strumentalizzato come qualcuno fa con il Concilio di Trento, in sé ottimo): la Chiesa dunque sarebbe stata nell'errore per quindici secoli, perché non rispondeva (in anticipo) ai dettami tridentini?

Sull'ideologismo che vien fatto nei confronti degli Ortodossi, rimando a un'analisi che avevo già pubblicato QUI. Pubblicherò comunque qualcosa a breve, per rispondere a dei commenti che ho trovato in giro su pagine internet che avevano ripreso un mio recente post. Ricordo anche la conversazione avuta tempo fa con un curioso personaggio che fino a qualche mese fa incontravo nella chiesa che frequento, il quale parlava inorridito dell'uso di comunicarsi dallo stesso cucchiaino, segno secondo lui di scarsa igiene e fonte di malattie, e pertanto argomento di discredito nei confronti dell'Ortodossia. Trovo interessante un intervento in materia di Sua Eccellenza il Metropolita Nicola di Mesogaia e Lavreotiki (QUI), che attribuisce queste posizioni a coloro che non hanno fede nella Presenza Reale...

Tratto invece brevemente l'ideologismo che viene fatto sul clero uxorato, additato dai tridentini come uno dei peggiori mali. Siamo d'accordo sul fatto che non è certo il momento migliore per introdurlo (visto che nelle mani di questa gerarchia scristianizzata può diventare uno strumento per rendere lecita prima o poi ogni immoralità nel clero, e -perché no, tanto de facto sono già benaccetti, come testimoniano le recenti notizie prognesi- la sodomia dei chierici), ma scagliarsi a prescindere, in modo appunto ideologico, sulla concezione di clero sposato è assolutizzare una legge canonica fino a farla assurgere a legge divina! Il celibato ecclesiastico nasce in Occidente per ragioni esclusivamente pratiche, legate alla pubblica figura del sacerdote (la moglie infedele del prete non fa buona pubblicità alla Chiesa), che oggi effettivamente risultano addirittura amplificate (direi che è ancora peggiore la pubblicità che viene fatta dal figlio del prete che non va più in chiesa, fuma marijuana o -come in un caso a me personalmente noto- frequenta le parate della vergogna sodomita...), ma che ad esempio nella Russia del XVII secolo non avevano modo di esistere (come ci testimonia la Vita dell'arciprete Avvakum scritta da lui stesso, fonte principale sulla storia dei Vecchi Credenti, tutti i parroci erano sposati, e il primogenito maschio sarebbe a sua volta diventato il parroco del medesimo villaggio). La condizione di celibato era propria dei monaci (che avevano scelto di rinunciare al mondo nella sua interezza, mentre il clero 'secolare' pur non essendo del mondo vive nel mondo) e dei vescovi (che avendo prerogative di governo nella chiesa dovevano essere scevri da qualsiasi legame, compreso familiare): ma il fatto che il celibato fosse un distintivo monastico ci è testimoniato dal fatto che tutti i vescovi orientali (doventi osservare il celibato), anche quelli provenienti dal clero secolare, vestono come dei monaci (con l'epanokamilavkion), oppure dal fatto che i sacerdoti secolari non sposati vengono comunque definiti ieromonaci (dobbiamo ricordare che, come del resto anche nella tradizione benedettina, il monaco non è necessariamente sacerdote, anzi nella maggioranza dei casi è il contrario).
Come in ogni processo ideologico, anche in questo caso si sono presi e stravolti passi delle Sacre Scritture (gli eunuchi per il regno dei cieli, riferimento alla castità che ogni cristiano deve osservare, sono diventati in taluni scritti il fondamento del celibato ecclesiastico), per trasformare all'apparenza in legge divina una legge puramente canonica e pertanto (al di là che sia più o meno giusto od opportuno farlo) legittimamente modificabile. Poi come facciano costoro a spiegare che nella Chiesa latina vi sia stato a pieno diritto clero sposato per sette secoli, francamente lo ignoro.

Un altro argomento trattato in modo ideologico è la concelebrazione. L'assenza di tale pratica nell'uso canonico latino (e non solo: per esempio è assente anche da quello etiope) ha fatto sì che oggi, nello scagliarsi contro la moda della concelebrazione occorsa nel rito nuovo (che è deprecabile sì, ma per altri motivi: anzitutto perché è una moda e perché nella modalità con cui vien attualmente praticata causa non pochi problemi di vario ordine), venga invocata l'impossibilità di concelebrare come una norma divina, facendo assurgere a precetto la lettura per cui il celebrante rappresenta l'unicità del sacerdozio di Cristo (una lettura spirituale sicuramente bella ed efficace, ma non può e non deve essere usata per dire che Dio stesso vieti la concelebrazione!). Altrimenti, è da ribadire, non si spiega come mai ci fosse la concelebrazione nel primitivo rito romano e come mai essa esista nel rito bizantino. E non sono, come potrebbe delirare qualcuno dei nostri amici ideologi, deviazioni introdotte dagli "scismatici orientali" a causa del loro allontanamento da Roma (sic!), frase che mi fa sempre ridere, anche se dovrebbe far piangere.

Non sto nemmeno a citare molti altri temi (quello sulla concezione di Eucaristia si è accennato all'inizio) di cui si potrebbe parlare. Le discussioni con i suddetti signori possono risultare interessanti per comprendere la loro mentalità, ma sono spesse volte vane e sterili.  E l'assolutizzare i costumi religiosi non è tutto, perchè talora essi rispondono a una logica essenzialmente incoerente, una logica in fondo progressista: l'evoluzione nella Chiesa (alcuni di loro parlano di "approfondimento della scoperta della Verità" o roba del genere, linguaggio che si addice ad alfieri conciliari piuttosto che "tradizionalisti") secondo costoro va bene fino a un certo punto, stabilito arbitrariamente nel 1958 o nel 1965 o ancor peggio nel 2013. Non si capisce però con che autorità essi sanciscano la fine dell'accettabilità dell'evoluzione, o in che modo giustifichino l'evoluzione che essi difendono, visto che si prodigano per combattere quella successiva.
Secondo costoro sono accettabili dei culti o delle pratiche di origine estremamente recente (trattato QUI il culto al Sacro Cuore), i quali (a differenza di altre pratiche più antiche, storicamente spiegabili e fedeli alla dottrina di sempre, come la latria eucaristica summenzionata), nel modo in cui vengono poi concepiti, confliggono apertamente con l'insegnamento dei Padri. Anzi, secondo costoro chi non avesse questi culti avrebbe qualcosa che manca propria fede, e in questo intento puramente ideologico cercano di far dire ai Padri ciò che non hanno mai detto (al Mattutino del Preziosissimo Sangue si legge un passo di San Giovanni Crisostomo, che parla sì del Sangue di Cristo, ma non ha assolutamente nulla a che fare con la devozione francescana medievale che ha originato questo culto, né tantomeno con la deteriore concezione ottocentesca che se ne ha). E intendiamoci: possiamo non avere nulla in contrario con la nascita di queste devozioni, ma farle assurgere (come vogliono costoro) a un patrimonio irrinunciabile della fede è un atto di pura ideologia e di mistificazione della Tradizione!
Secondo costoro ogni innovazione è accettabile, purché fatta prima di una certa data e in un certo modo (ho già parlato del paradosso dell'actuosa partecipatio, cosa benedetta se la dice Pio XII e maledetta se la dice Montini, ma potrei citare molti altri casi del genere). Questo essere legati a una mentalità specifica, con notevoli localismi e recentismi, non può essere che frutto di una nostalgia, condita con molta vis polemica e ideologia politica, piuttosto che una sana volontà di tornare o restare nella Fede dei nostri padri!

Iddio ci preservi da tutto ciò, e ci guidi sulla retta via che conduce a Lui, senza deviazioni di sorta!

martedì 10 luglio 2018

Perché amare la Russia

Scrivo queste righe dalla riva del fiume Fontanka, uno dei tanti fiumi minori di San Pietroburgo, dove mi trovo attualmente per motivi di studio: davanti a me ho le cupole azzurre dell'ottocentesca Cattedrale della Trinità. Non è la prima volta che visito questa grande Nazione, ma ogni volta di più mi convinco che per un Cristiano nel mondo odierno non vi sia paese da amare più della Russia. Come mi disse una signora pietroburghese, che aveva visto e conosciuto un po' del resto del mondo: "in questo mondo, la Russia è un paese magico".
In Russia, nonostante tutto quello che hanno passato queste terre, nonostante la violentissima dittatura comunista che per oltre settant'anni ha stretto nella morsa la nazione russa, ancora oggi, in una società ovunque secolarizzata e scristianizzata, è possibile vivere e vedere quello che era normale nei nostri paesi europei e cristiani nella società pre-giacobina, e che almeno a livello popolare rimase normale almeno fino al secolo scorso.

Ritorno alla cattedrale che ho davanti: spesso dopo lo studio mattutino entro per venerare le icone e dire un po' di Uffizio. Ebbene, non v'è mai stato momento di nessun giorno che non abbia visto continuamente entrare e uscire in questa chiesa (come in tutte le altre), uomini e donne, giovani e vecchi, spesso con bambini, fare una visita al tempio, accendere candele davanti alle icone e baciarle con devozione. Il triste senso di vuoto che si avverte nelle chiese europee durante il giorno, quando (se riesce di trovarne una aperta) le si vede deserte, non è una cosa che si può sentire in Russia.

Bisogna amare la Russia perché qui anche il turista diventa devoto. Ho più volte espresso le mie remore contro i turisti a Venezia che deturpano il patrimonio sacro della città, entrando nelle chiese con vestiti indecenti, mangiando e bevendo, comportandosi in modo animalesco e blasfemo nei confronti di quei sacri templi, che l'uomo moderno non ha più nozione nemmeno di perché fossero stati costruiti. Ma come stupirsi di questo comportamento? Non sono gli Occidentali forse i primi a non pregare più in chiesa, ad entrarvi solo per ammirare delle opere d'arte (ribadisco: bisogna prima capire PERCHE' siano state realizzate quelle opere d'arte!), a entrarvi spesso vestiti in modo indecente? Ebbene, in Russia vi è in massima parte turismo interno, e dunque non è da stupirvi che anche nelle più famose e "artistiche" chiese (trovandomi qui a Pietroburgo, posso citare la Cattedrale di S. Isacco o quella del Salvatore sul Sangue Versato) il russo, fedele e ortodosso, entri come pellegrino, prima che come turista, con rispetto e reverenza, le donne si velino il capo (ah, costume quanto malamente sparito nel nostro Occidente!), si segnino tre volte con i debiti inchini prima e dopo l'entrarvi, e appena ingressi non vadano subito in giro con fare curioso o a scattar foto, ma prima compiano i doverosi atti di venerazione delle immagini di Cristo, della Sua Genitrice e dei Santi. Quest'anno, complici i mondiali di Russia, si può trovare un'inusuale quantità di turisti stranieri: ma l'atteggiamento che assumono qui è completamente diverso da quello che assumono, per esempio, i turisti di Venezia: ma perché è tale il buon esempio dato dai Russi, che persino lo straniero non così devoto avrà un risveglio di quell'intimo bisogno di Dio che abbiamo, e non potrà fare a meno di assumere un atteggiamento quantomeno rispettoso nei confronti di quella Casa di Dio.

Interni della Cattedrale del Salvatore sul Sangue Versato (o della Risurrezione)

Bisogna amare la Russia perché solo qui di domenica mi capita di prendere un autobus, scendere alla fermata di un monastero (l'altroieri, per esempio, quello di Aleksandr Nevskij, dove ho sentito la Liturgia Pontificale celebrata dall'Abate), e vedere che pure tutti gli altri passeggeri stanno recandosi a quello stesso monastero, che le donne, con le loro pie gonne lunghe (mai viste una donna russa portare pantaloni in chiesa) iniziano a mettersi il velo, gli uomini si segnano varcando i cancelli della lavra e danno qualche rublo al povero che sta lì davanti, ma non tanto con la mano tesa, quanto piuttosto intenta a segnarsi in un'incessante preghiera (quanto mai questa pratica contraddistingue i pii mendicanti russi, e non gli accattoni fraudolenti e blasfemi che abbiamo dalle nostre parti...).

Bisogna amare alla Russia, perché alla suddetta liturgia pontificale (ovviamente partecipatissima), centinaia di persone, uomini e donne di ogni età, sono stati tre ore (o più, essendo arrivati già ben prima dell'inizio per poter venerare le icone) in piedi a seguire col cuore la celebrazione dei misteri dietro l'iconostasi, segnandosi, inginocchiandosi e prostrandosi (e qualcuno comunicandosi con profonda devozione), in un clima di raccoglimento mistico quasi impossibile da trovare in Occidente.
Sì, forse in qualche chiesa occidentale in cui si dice ancora la vera Messa cattolica si può vedere un gruppetto di cattolici superstiti in tale raccoglimento: ma lì si parla di un'oasi nel deserto ogni diocesi (se è tanto); qui in Russia questo si vede ogni giorno in ogni chiesa, e con centinaia e centinaia di cristiani.

Bisogna amare la Russia perché sono stato alla veglia (Primi Vespri e Mattutino) di una domenica qualsiasi di luglio nella cattedrale di S. Nicola dei marinai, e la Chiesa era piena come nemmeno lo è la Basilica di San Marco a Pasqua.
Bisogna amare la Russia, perché all'icona della Madonna di Kazan c'è in ogni momento una fila interminabile di pellegrini in attesa di baciare per qualche istante l'immagine miracolosa, mentre la Salus Populi Romani o la Mesopanditissa quasi nessuno se le fila.
Bisogna amare la Russia, perché, se si va a sentire un akafist alla Madonna in una qualsiasi chiesa, mentre il sacerdote sta davanti all'icona della Theotokos, rivestito dei suoi solenni paramenti, col turibolo fumigante per incensarla ad ogni strofa, il popolo numerosamente riunito canta con devozione le salutazioni alla Vergine, in una melodia antica e in una lingua che non è certo quella modena (l'antico slavo ecclesiastico, ndr).
Bisogna amare la Russia perché qui vige ancora l'eguaglianza русский = православный (russo = ortodosso), cosa che l'Occidente ha da troppo tempo dimenticato. Bisogna amare la Russia, perché trovarsi a San Pietroburgo è come essere a Roma nel Settecento, e avere Messe solenni e Vespri pontificali con decine di sacerdoti e cori di qualità eccelsa quasi ogni giorno e in ogni chiesa del centro. Solo che oramai tutto ciò non si trova da nessuna parte, tanto meno a Roma.

Bisogna amare la Russia, perché qui non è giunta la secolarizzazione della Chiesa e del popolo, perché qui si è preservata la Fede, e soprattutto la predominanza della Religione nella società. Furono molte le situazioni storiche in cui la Nazione pia e ortodossa degli Zar salvò l'Occidente dal baratro della modernità (io personalmente sono molto legato alla figura del Generalissimo Aleksandr Suvorov, che difese il Nord Italia dalla prima invasione giacobina nel 1799, reclutando un esercito di 10.000 volontari nelle terre venete e, quando si rese necessario, traversando -novello Annibale- le Alpi in pieno inverno... scriverò presto qualcosa su di lui). Ebbene, forse anche oggi sarà questa grande Nazione con la sua Fede a salvarci...

Да благословит Бог Святую Матерью Россию!
Dio benedica la Santa Madre Russia!

Luoghi cristiani tra Serbia e Kosovo - I

Mileseva
di Alfredo Incollingo

La penisola balcanica, con la Serbia in testa, fu una delle prime regioni europee ad essere cristianizzata. Paradossalmente però, i cristiani slavi in alcune zone come il Kosovo sono oggi una ristretta minoranza, assediata e minacciata dalla forte e numerosa comunità islamica. Vivono sotto la perenne minaccia di rappresaglie e sono asserragliati nei pochi luoghi di culto sopravvissuti alla guerra civile.

In Kosovo dunque, un tempo terra cristiana, gli ortodossi e i cattolici devono far fronte all'avanzata irruenta dei musulmani, che iniziò nel XV secolo. Cristo giunse nei Balcani in tempi piuttosto antichi, con una particolare ascesa a partire dal IX secolo, quando i primi missionari bizantini si stabilirono presso le popolazioni slave, annunciando la salvezza per coloro che avrebbero abbracciato il Vangelo. I santi Cirillo e Metodio diedero se stessi per cristianizzare le lande balcaniche, compiendo la prima traduzione in slavo della Bibbia. Fino al 1453, quando Costantinopoli, baluardo della cristianità in Oriente, venne occupata dai Turchi Ottomani, i Balcani erano pienamente cristiani. La conquista musulmana causò un progressivo regredire del cristianesimo e la guerra civile rese l'esistenza delle comunità ortodosse ancora più difficile.

I serbi cristiani sono oggi ridotti ad una minoranza che vive nei pressi dei luoghi di culto più importanti, gli stessi che tramandarono nei secoli le tradizioni nazionali e la fede ortodossa. Di seguito alcuni luoghi che rappresentano la storia del cristianesimo in Serbia

Cattedrale di San Michele Arcangelo, Belgrado
E' una delle più antiche della Serbia, risalente al XVI secolo. Nel Seicento i Turchi Ottomani la distrussero per danneggiare la comunità cristiana di Belgrado. Grazie ad un'ingente raccolta fondi, tra il 1725 e il 1728 la cattedrale venne ricostruita. Gli invasori la incendiarono di nuovo nel 1797, vanificando gli ingenti sforzi dei belgradesi. Si dovette attendere il 1806 per ricostruirla, quando il generale Karađorđe Petrović liberò Belgrado e la Serbia dall'oppressione turca. Oggi gli ortodossi serbi pregano e si ritrovano nella cattedrale ricostruita nel 1845 dal principe Milan Obrenovic.

Monastero di Mileseva, Prijepolje
Venne fondato da Stefano I di Serbia tra il 1234 e il 1236 ed è tuttora uno dei luoghi di culto ortodossi più importanti del Paese. Dal 1377 si svolsero nel monastero le cerimonie di incoronazione dei sovrani e questa rilevanza la preservò dalla repressione turca. Lì, i serbi potevano continuare a professare la fede cristiana e a tramandare le tradizioni nazionali. La fama di Miliseva crebbe a tal punto che tutti i principi slavi ortodossi si recavano in visita per pregare sul sepolcro di San Sava. I Turchi, sospettando che li si progettassero piani eversivi, distrussero il monastero nel 1594. Dopo secoli di decadenza, nel 1863 i serbi riedificarono l'intero complesso sulle rovine del convento medievale.

Valle dei Re
Scavata dai fiumi Ibar e Ras, la valle è così chiamata perché lì nacque nel medioevo la nazione serba. Presenta la più alta concentrazione di monasteri e chiese di tutto il Paese: lì, sotto l'occupazione ottomana, si preservò la tradizione nazionale e la fede ortodossa. Il monastero di Zica, risalente al 1219, fu il luogo di nascita dell'ortodossia serba e ospitò la cerimonia di incoronazione di Milan Obrenovic nel 1882, il primo sovrano della Serbia moderna. I conventi di Sepocani e di Gradac conservano i sepolcri dei sovrani medievali e per secoli furono meta di pellegrinaggio di quanti aspiravano all'indipendenza nazionale. Qui si conservò intatto l'orgoglio serbo, nonostante le repressioni turche.

tratto da: Campari e de Maistre

sabato 7 luglio 2018

Santi Cirillo e Metodio, Apostoli degli Slavi

die VII julii
Ss. Cyrilli et Methodii,
apostolorum Slavoniae gentium


HYMNVS AD MATVTINVM
Rito Romano

Sédibus cæli nítidis recéptos
Dícite athlétas géminos, fidéles;
Slávicæ duplex columen decúsque
Dícite gentis.

Hos amor fratres sociávit unus,
Unaque abdúxit píetas erémo,
Ferre quo multis célerent beátæ
Pígnora vitæ.

Luce, quæ templis súperis renídet,
Búlgaros complent, Móravos, Bohémos;
Mox feras turmas numerósa Petro
Agmina ducunt.

Débitam cincti méritis corónam,
Pérgite o flecti lácrimis precántum;
Prisca vos Slavis opus est datóres
Dona túeri.

Quæque vos clamat generósa tellus
Servet ætérnæ fidei nitórem:
Quæ dedit princeps, dabit ipsa semper
Roma salútem.

Gentis humánæ Sator et Redémptor,
Qui bonus nobis bona cuncta præbes,
Sint tibi grates, tibi sit per omne
Glória sæclum.
Amen.
I due atleti ricevuti nelle fulgenti
sedi del cielo cantate, o fedeli;
le due colonne, cantate, gloria
della nazione slava.

Uno stesso amore riunì questi fratelli,
una stessa pietà li trasse dall'eremo,
portare a molti i pegni
della vita beata.

Della luce che risplende nei templi superni
riempiono i Bulgari, i Moravi, i Boemi;
e di queste torme selvagge tosto conducono a Pietro
numerose schiere.

Cinti della corona ai vostri meriti dovuta,
lasciatevi piegare dalle lacrime di chi vi prega;
è necessario che gli antichi doni agli Slavi largiti
voi custodiate.

E che la terra generosa che v'invoca
conservi eternamente la purezza della fede:
e quella Roma, che prima ha dato la salvezza,
la darà pur sempre.

Creatore e Redentore del genere umano,
che benigno ci concedi sempre tutti i beni,
a te siano le grazie, a te sia
la gloria in ogni tempo.
Amen.

TROPARIO
Rito Bizantino


Dacché foste apostoli di tutti i popoli slavi,
Cirillo e Metodio, uomini della Divina Sapienza, pregate il Signore di tutti
in tutte le lingue slave, per affermare l'Ortodossia e l'unanimità,
per riconciliare il mondo e salvare le anime nostre


mercoledì 4 luglio 2018

AVVISO SACRO: II Pellegrinaggio ad Aquileia il 15 settembre

La Compagnia di Sant’Antonio organizza anche quest’anno il pellegrinaggio della Tradizione ad Aquileia, dopo la bellissima ed edificante esperienza dello scorso 23 settembre 2017, quando con la collaborazione della Società Internazionale Tommaso d’Aquino sez. FVG, del Circolo Culturale Cornelio Fabro di Udine, e con l’aiuto di alcuni sacerdoti amici, ha proposto un pellegrinaggio dedicato alla Madonna nell’ambito delle celebrazioni in occasione del centenario delle apparizioni di Fatima.
Con quel pellegrinaggio nel luogo simbolo della Fede di tradizione mar-ciana si era inteso onorare la Beatissima Vergine Maria e supplicarLa particolarmente affinché la Fede autentica sia conservata, rinvigorita e diffusa nelle nostre terre friulane e venete di antichissima tradizione cattolica.
Proseguiamo dunque il nostro cammino di devozione mariana e di comunione con gli antichi padri, vescovi, martiri e fedeli aquileiesi al fine di chiedere perdono per i gravi errori e deviazioni dottrinali che rendono i cattolici sempre più indifferenti di fronte al peccato ed incapaci di reagire con fermezza alle tremende offese che continuamente feriscono il Signore Gesù e la madre Maria.
Il sabato 15 settembre prossimo, Festa dei Sette Dolori della B.V. Maria, pregheremo con il Rosario ed i canti religiosi della Tradizione per gli abitanti di questi luoghi, ma soprattutto per la famiglia e il matrimonio cristiano, così in pericolo e sotto continuo attacco in una società pressoché scristianizzata, incapace di vedere in questa unione la Chiesa domestica che, vissuta con lo sguardo a Cristo e sotto la protezione della Madonna, è l’unica entità capace di offrire gli indispensabili contributi affinché rifiorisca una sano tessuto sociale ricco di vocazioni civili e religiose, per il bene della Chiesa e della nostra Patria.
Il pellegrinaggio è aperto a tutti. Ci auguriamo di trovare nuovi amici lungo il cammino, con i quali condividere e mostrare la bellezza della nostra Fede, fieri dei simboli della nostra Tradizione, alla quale non vogliamo rinunciare e che neppure vogliamo tradire.
Quest’anno partiremo da un luogo di grande valore simbolico, il piccolo cimitero di San Marco, a Belvedere di Aquileia, tra l'acqua e la terra, dove comincia la laguna e dove la tradizione vuole che sbarcò San Marco, in arrivo da Alessandria d’Egitto. Da qui il Santo cominciò la sua opera di evangelizzazione dell’entroterra veneto e friulano e da qui noi vogliamo partire per chiedere alla Madonna la grazia di una nuova evangelizzazione del nostro paese.
L’appuntamento è alle ore 09,00 al cimitero San Marco. Sarà disponibile una corriera per portare i pellegrini sul posto e che partirà dalla stazione di Cervignano alle 08,30, passando anche da Aquileia (fermata di fronte all’Hotel I patriarchi). Chi non riuscirà ad arrivare a Belvedere di Aquileia (Pineta San Marco) per tale orario potrà associarsi sul sagrato della basilica di Aquileia.
L’arrivo alla basilica di Aquileia è previsto per le ore 10,30 e i fedeli saranno raccolti nel Battistero.
Seguiranno la venerazione delle reliquie dei Santi Martiri aquileiesi nella cripta della basilica e la Santa Messa in rito romano antico. Saranno anche disponibili dei sacerdoti per le confessioni.
Sarà possibile pranzare insieme presso l’hotel “i Patriarchi”, vicino alla basilica, previa prenotazione (compagniasantantonio@libero.it - oppure 3473961396 Antonio. Menù friulano al costo di €16). C’è anche la possibilità di consumare un pranzo al sacco in luogo coperto.
Nel pomeriggio si terranno due conferenze di formazione cattolica presso la sede parrocchiale (sala Romana).
****
Ricapitoliamo di seguito il programma fornendo le informazioni di trasporto per chi provenisse dal Veneziano. Anche quest'anno, il Circolo Traditio Marciana collaborerà all'organizzazione di questa splendida iniziativa che mira alla riconquista delle terre venete alla Fede di tradizione marciana, occupandosi soprattutto del servizio liturgico.

8.30 Ritrovo alla stazione ferroviaria di Cervignano e partenza del pullman per Pineta San Marco
9.00 Partenza del pellegrinaggio a piedi da Pineta San Marco
10.30 Arrivo in Basilica e venerazione delle reliquie dei martiri aquilejesi
11.00 S. Messa cantata in rito romano antico
12.30 Pranzo (€ 16, necessaria prenotazione)
14.00 Due conferenze per la formazione dei pellegrini

Per chi volesse partecipare al pellegrinaggio a piedi, vi è un treno che parte da Venezia alle 6.41 (da Mestre alle 6.53) in direzione Trieste C.le e arriva a Cervignano alle 8.08.
Per chi volesse invece partecipare solo alle funzioni liturgiche, il treno della stessa linea parte esattamente un'ora dopo (7.41 da Venezia, 7.53 da Mestre) e arriva naturalmente alle 9.08 a Cervignano, onde tramite le Autolinee SAF, che partono da lì, si può arrivare in pochi minuti ad Aquileia. Notare che NON c'è un treno che parte alle 8.41 da Venezia, e dunque quello delle 7.41 è l'ultimo utile!
Per il ritorno vi sono treni ad ogni ora (al minuto 52) da Cervignano, fino alle 22.

martedì 3 luglio 2018

Alle origini della crisi: "papolatria" liturgica

Ho recentemente postato un commento all'ultimo (e come sempre assai interessante) articolo pubblicato da don Elia sul suo blog.
In tale commento, mi soffermavo ad analizzare brevemente l'esecrando fenomeno della "papolatria", e i suoi due principali e contrapposti effetti negativi nella Chiesa dei nostri giorni (da una parte, l'idolatria delle sparate rasenti l'eresia di quegli che siede sul Soglio; dall'altra, sconcerto e confusione in quella parte di Chiesa che vuole rimanere fedele al Cristianesimo autentico, ma è legata in modo meccanico a una concezione "verticistica", per cui è un problema pressoché irrisolvibile la presenza di un nemico al vertice).

Nella estremamente succinta cronistoria della papolatria con cui apro l'intervento, accenno ai fatti che secondo me più di tutti hanno contribuito allo sviluppo di questa vera e propria piaga, che sovverte la concezione ecclesiologica e teologica ortodossa, insinuandone (seppur non definendone apertamente, al solito) una nuova molto più umanizzata e "feudale". In fondo la papolatria è una delle primarie espressioni del modernismo di stampo massonico (in molti protocolli, dei quali parecchi oramai divulgati, si dice chiaramente che lo scopo della massoneria per impossessarsi di tutta la Chiesa è rafforzare e "divinizzare" la figura del Pontefice, in modo che una volta posto sul Trono un Papa favorevole alla libera muratoria, essa avrebbe avuto le porte aperte per la distruzione del Cattolicesimo: una struttura verticistica è molto più facile da sovvertire rispetto alla struttura più "libera" su cui si fondava la Chiesa: anche nei tempi migliori quando il Papa era Re, forse complice il fatto che, grazie all'arretratezza tecnica, non si diffondeva certo in tutto il mondo in tempo reale l'Angelus o la Benedizione del Papa, cosa che invece iniziò a fare Pio XII, segnando un'altra tappa della nostra discesa. Ora, molti tradizionalisti benpensanti leggendo questo articolo s'indigneranno, poiché attribuirò azioni di favoreggiamento del modernismo nella Chiesa a Pontefici che essi viceversa esaltano come difensori della Tradizione contro il modernismo. Purtroppo, dovrò dare loro questa delusione.

Piccola parentesi: ho letto alcuni degl'interventi del convegno romano della Fondazione Lepanto su Vecchio e nuovo modernismo: non mi ha purtroppo stupito (anche se dovrebbe, ma ormai vi sono abituato) una certa volontaria cecità storica nell'analizzare l'ingresso del modernismo nella Chiesa. Si potrebbe dire, non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere. La continua pretesa di molti analisti "tradizionalisti"  di porre l'inizio del modernismo nella Chiesa nel Concilio Vaticano II, o -bontà loro- nell'elezione di Giovanni XXIII, è negare un'evidenza forse scomoda, ma necessaria: il modernismo nella Chiesa è presente da secoli in incubazione, anche se inizia a sfociare nei suoi più devastanti effetti col Concilio, che però è primo effetto, e non già causa, di questo modernismo. Già a partire da secoli prima, con estrema lentezza certamente, possiamo vedere le prime insinuazioni di questa mentalità contraria alla tradizione, che tra Ottocento e Novecento è compiutamente presente nella Chiesa, e non solo nelle velleitarie idee di qualche prelato mitteleuropeo, ma spesso negli stessi palazzi apostolici, spesso contagiando l'ignaro Pontefice regnante. La crisi della Chiesa, in tutti i campi, è una decadenza, estremamente visibile nel XX secolo anche se iniziata precedentemente, che negli ultimi cinquant'anni (quelli che possiamo chiamare "della Chiesa conciliare") ha solo l'apice provvisorio dei suoi effetti, che si manifestano già da decenni prima. Una testimonianza di Paul Claudel recentemente rilanciata da Riscossa Cristiana, su usi modernisti nella liturgia (e non cosa da poco, parliamo di celebrare coram populo...) ampiamente diffusi già negli anni '50, dovrebbe far riflettere... specie perché le idee conciliari e bugniniane che più di tutte nuocciono alla concezione di liturgia nella modernità, erano propugnate da decenni e decenni dal cosiddetto "Movimento Liturgico" (tra le moltissime, cito solo l'actuosa partecipatio, quella formula che, per alcuni, se la dice Bugnini sembra demoniaca, ma se la dice Pacelli pare angelica: è dannosa e antitradizionale in ogni caso, contrapponendosi per definizione alla spiritalis partecipatio di venerata usanza, la qual cosa è evidente a chi non voglia fare puro ideologismo). Questo è purtroppo il problema di fondo di molti gruppi tradizionalisti (e ci metto pure la FSSPX, che pare quella che più di tutti difende a spada tratta il rito del '62 e altre cose pseudotradizionali), che ne compromette completamente la missione a favore della Tradizione: come scriveva un caro amico sul suo blog anni fa, non basta portare l'orologio indietro al giorno prima del disastro del Vajont per salvare la vallata: la diga crollerà comunque, a meno che non si ricostruisca tutto dalle basi.

Se vogliamo cercare l'origine teorica della papolatria, è presto detto: il Concilio Vaticano I, con il suo dogma sull'Infallibilità papale, formulato in un modo pericolosamente ambiguo. Non voglio ovviamente qui mettermi a dire che non sia di fede l'infallibilità papale, né intendo parlarne nel presente articolo, ma sto studiando alcune fonti preoccupanti circa la sua proclamazione dommatica, e non mancherò di pubblicarne qualche riflessione, dopo che avrò verificato queste fonti con un grande storico di autentica fede cattolica, il quale peraltro mi ha indicato questa pista.

Tornando a noi, dopo questa fin troppo lunga premessa: in questo post voglio piuttosto occuparmi di un intervento liturgico occorso sotto Pio XI che di fatto dà un grande incremento alla papolatria, presumendo in un certo senso di inserirla nell'atto più importante della Chiesa, che è la liturgia. Lato sensu, possiamo dire che le aberrazioni odierne di stampo papolatrico nella liturgia (del tipo, la venerazione di una statua di Papa Francesco, che mi pare sia avvenuta da qualche parte in Sudamerica alcuni molti mesi fa e abbia avuto anche una qualche risonanza; ma molto più semplicemente anche il citare il Papa regnante ogni due per tre nelle prediche) abbiano inizio così.


Si tratta dell'introduzione di una nuova Messa nel Comune dei Santi, la cosiddetta Missa unius aut plurium summorum pontificum, un'introduzione del tutto estranea alla liturgia tradizionale, con l'introito tratto dal famoso Si diligis me, il Vangelo contenente il noto Tu es Petre etc. insomma, un formulario volto a evidenziare in modo quasi pedantesco l'identificazione tra il Sommo Pontefice e il Principe degli Apostoli. Ciò che però, al di là della natura avulsa dalla tradizione liturgica di questo formulario di Messa, maggiormente risulta negativo, è l'impressione che si vuole dare con questa Messa. Confronto, ad esempio, le istruzioni del Messale Romano del 1952 (ed. VI post typicam, che però contiene questa innovazione) con quelle della sua editio typica del 1921, guardando due feste che cadranno di qui a pochi giorni: Sant'Anacleto e San Pio I, ambedue Papi e Martiri. L'edizione aggiornata indica per ambedue Missa "Si diligis me", praefatio apostolorum; la tipica in un caso riporta Missa "Justus", praefatio communis, nell'altro Missa "Sacerdotes Dei", praefatio communis.
Come si può notare, anticamente i Sommi Pontefici esaltati alla gloria della santità avevano la Messa tratta dal Comune dei Vescovi Martiri (o, qualora non fossero stati martiri, dal Comune dei Vescovi Confessori), una delle varie presenti, secondo l'uso tradito. Si vuole forse far passare che il Papa sia qualcosa di diverso da un Vescovo? Il Papa, anche se capo infallibile del Collegio dei Vescovi, è sempre un vescovo, il Vescovo di Roma, il Patriarca dell'Occidente, l'Arcivescovo Metropolita della Provincia Romana. L'Episcopato, difatti, è la pienezza del Sacerdozio, come testimonia l'uso contemporaneo di tonacella, dalmatica e pianeta durante il Pontificale; al di sopra dell'ordine episcopale, esistono gradi gerarchici (arcivescovo, metropolita, patriarca, etc. fino ad arrivare al Sommo Pontefice), ma si tratta di gerarchia, di un aspetto canonico e giuridico, non sacramentale. A livello sacramentale, il Sommo Pontefice è e resta Vescovo. Nella liturgia, le distinzioni tra i Santi si fanno a) per il modo in cui hanno testimoniato la Fede (col martirio, colla confessione, colla verginità, etc.) b) per aver ricevuto o meno il sacramento dell'ordine nel suo massimo grado (Confessori vescovi e non vescovi; martiri vescovi e non vescovi, etc.); i santi cardinali, arcivescovi, metropoliti, etc. non esistono, o meglio non è rilevante questa loro carica canonica ai fini liturgici. L'uso di questa Messa pare però suggerire allora che il Papa sia sacramentalmente qualcosa di più che un Vescovo, ma questo non è vero.
Ma veniamo al fatto ancora più grave, sempre in questa direzione: l'impiego del Prefazio degli Apostoli, mentre per tutti gli altri Vescovi si usa il Prefazio Comune. Forse che il Vescovo di Gerusalemme non è successore di San Giacomo, così come quello di Roma è successore di San Pietro; o meglio, forse che non tutti i Vescovi sono i successori degli Apostoli? E allora, perché solo quello di Roma, al di là delle prerogative di governo della Chiesa che gli sono affidate dai tempi di Clemente I, deve essere paragonato liturgicamente agli apostoli? C'è forse un fine nel far ciò? Notare che anche la posizione in cui viene posizionata questa Messa spinge in tal senso, perché viene posta subito dopo il Comune degli Evangelisti (notare che l'ordine dei Comuni nel Messale non è tanto "gerarchico" quanto storico, ossia presenta le categorie dei Santi nell'ordine in cui iniziarono a essere venerate: prima gli Apostoli e gli Evangelisti, poi i Martiri, indi i Confessori etc.). Ci sono dei precisi motivi per cui la Tradizione ha disposto in un dato modo la celebrazione delle feste dei Santi Pontefici, e sovvertire questa modalità con l'introduzione di una completamente nuova e inedita, con sì tante problematiche liturgiche sottese, non è forse un atto di modernismo liturgico?

Invito a riflettere su questo argomento: mi pare che ci sia abbastanza materiale da commentare. Mi riservo di pubblicare prossimamente qualcosa per spiegare gli altri punti della cronistoria della papolatria, e, perché no, alcune altre innovazioni premoderniste nella Chiesa dei secoli scorsi, dimenticate dalla maggior parte degli analisti.

Ad majorem Dei gloriam!

sabato 30 giugno 2018

La seconda Messa della festa dei Ss. Pietro e Paolo giusta l'uso antico dell'Urbe

Pubblichiamo di seguito l'analisi che il Card. Schuster fa della seconda Messa del dì natale dei Santi Apostoli giusta l'antico uso romano, che poi è divenuta la Messa odierna del secondo giorno infra l'ottava, tramandata nel Tridentino sotto il nome di Commemorazione di San Paolo Apostolo.

Per l'introduzione storica, si veda il post precedente.




Alla seconda Messa.
Stazione a san Paolo.

«Quando Apostolicus duas missas celebrat una die, in eas non lavat os, nisi post officium: sed, absque intervallo, finita priore, incipitur altera». Così oggi il Sacramentario Gregoriano; la qual rubrica ci è stata già spiegata da Prudenzio quando, dopo descritta la messa dell'aurora a san Pietro, narra del Pontefice che a grandi passi s'affretta a guadagnare la basilica di san Paolo, per ripetervi l'istesso rito: «Mox huc recurrit duplicatque vota».
Questa seconda stazione il dì 29 giugno, attestataci dalle più antiche fonti liturgiche romane, dovè mantenersi in onore fin verso i tempi d'Adriano I. Fu solo nel secolo VIII, che al classico concetto della Roma Papale, la quale nella predicazione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo vedeva un unico inizio della Chiesa Romana, un unico fondamento del suo spirituale edificio, due occhi in un corpo, due chiavi di salute, quella cioè dell'autorità gerarchica affidata a Pietro e quella del Magistero fra le genti concessa a Paolo, prevalse un altro criterio pratico di comodità. Trasferendo la stazione sulla via Ostiense al giorno seguente, la festa sarebbe riuscita men faticosa e più solenne.
Questa dilazione tuttavia venne ad indebolire alquanto lo spirito primitivo della solennità, il dies bifestus e politurgico di Prudenzio. Descrivendo perciò l'ordine del Messale attuale, noi terremo anche conto del posto primitivo che occupavano quei riti negli antichi Sacramentari.

La messa del 29 giugno sul sepolcro di san Paolo, è quasi identica a quella che abbiamo già anticipato il 25 gennaio. Le differenze sono poche e le noteremo.
La prima colletta è la stessa, tranne che, invece di parlare di conversione, si parla del suo natale: «cuius Natalitia colimus». Questa preghiera tuttavia speciale per san Paolo, che noi ritroviamo oggi per la prima volta nel Gelasiano, sostituisce una colletta più antica comune ad ambedue gli Apostoli, e riferitaci dal Leoniano. Eccola:

«Item ad sanctum Paulum»
«Apostolico, Domine, quaesumus, beatorum Petri et Pauli patrocinio nos tuere, et eosdem quorum tribuisti solemnia celebrare, securos fac nostros semper esse custodes».

Nell'odierno Messale, la prima lezione è quella appunto che il Comes di Wurzburg assegna, come dicemmo, alla messa vigiliare (Gal., I, 11-20). Paolo, a difendere innanzi ai Galati l'autenticità del suo apostolato, narra la propria storia e dimostra che, non essendo egli stato mai alla scuola d'alcun Apostolo ed avendo ricevuta la rivelazione evangelica direttamente da Dio, era Apostolo al pari dei Dodici, scelto da quello stesso che aveva eletto i Dodici. Non è
quindi ammissibile, come pretendevano i giudaizzanti tra i Galati, alcuna divergenza o rivalità tra Paolo e gli Apostoli. Identico è lo spirito, identica la missione. Anzi Paolo qualche anno prima s'è recato in Gerusalemme ίστορήσαι Κηϕαν, e s'è trattenuto con lui ben quindici giorni, quasi a sottoporre pubblicamente al controllo del Capo visibile della Chiesa il suo insegnamento.
Va rilevata una frase: «Cum autem placuit... ut revelaret Filium suum in me, ut evangelizarem illum in gentibus». La grazia, prima di sospinger Paolo a predicare Cristo, trasforma lui stesso in Cristo; lo rivela cioè al mondo prima nella vita e poi nelle parole dell'Apostolo.
Giusta il citato Comes, «in Nat. S. Pauli», la lezione era la stessa che abbiamo già riferito il 25 gennaio, col racconto della conversione del Dottor delle genti sulla via di Damasco.
Il responsorio graduale è il medesimo che il 25 gennaio; il verso alleluiatico però è il seguente: «Paolo, Apostolo Santo, predicatore di verità e Dottor delle genti, intercedi per noi».
Perchè Paolo, pur non appartenendo al coro dei Dodici, ha meritato d'esser preposto agli altri, anzi, di venir chiamato insieme con Pietro, Principe degli Apostoli? San Leone Magno risponde, che tale privilegio è dovuto alla divina elezione. Il Signore ha voluto che Paolo fosse il più insigne trofeo della sua misericordia; il persecutore doveva divenire l'Apostolo per eccellenza, e quegli che da principio aveva nuociuto più che altri mai agli esordi della
Chiesa, doveva affaticarsi più che tutti gli altri Apostoli per la diffusione del santo Vangelo: «Abundantius illis laboravi». Per questo il Signore ha disposto che, mentre delle gesta degli altri Apostoli ci sono state tramandate ben poche notizie, gli Atti e le Epistole documentassero invece a sufficienza la vita di Paolo, perchè da sola essa costituisse la regola ed il modello d'ogni vita veramente pastorale ed apostolica.
Nè Iddio ha onorato il suo grande «operaio» con quest'unico privilegio. Come Pietro vive e governa nei suoi successori, cosi anche Paolo continua ogni giorno in tutto il mondo la predicazione per mezzo dei suoi scritti, che la Chiesa legge quasi regolarmente alla messa.
Dopo morto, Paolo ha goduto ancora di altri privilegi. Il culto della sua splendida basilica sepolcrale già da oltre XIV secoli è affidato ai discepoli del Patriarca Cassinese, i quali dì e notte la fanno echeggiare dei canti del Divino Ufficio, eseguito con tutto quello splendore cosi devoto, di cui i benedettini hanno conservata la tradizione. Le sessanta e più abbazie che altra volta ufficiavano le basiliche Romane, sono venute meno quasi tutte; sopravvive ancor rigogliosa quella sulla via Ostiense, e che per riguardo a Paolo, i Pontefici nelle loro bolle intitolano senz'altro: «sacratissimum monasterium in quo tuum Venerabile Corpus celebri memoria requiescit». In quel sacro luogo i monaci, sulle orme della Regola di san Benedetto, continuano nella povertà evangelica, nell'ubbidienza e nella castità quella vita religiosa che, essendo stata iniziata dapprima dai santi Apostoli, nell'alto medio evo veniva detta appunto apostolica. Ed assai bellamente la Divina Provvidenza all'ombra della basilica di san Paolo apri una «dominici schola servitii», come appunto san Benedetto definisce il suo monastero, perchè alla custodia del sepolcro del Dottore universale, - i cubiculares di san Leone - venisse deputato, non un altro ordine religioso, colle sue tradizioni ascetiche, i suoi Santi, i suoi sistemi dottrinali, le sue finalità particolari, per quanto venerande e santissime, ma l'Ordine Benedettino il quale, al dir di san Bernardo, preesistendo a tutti gli altri ed essendo sorto nell'evo Patristico, vive semplicemente e puramente della vita cattolica della Chiesa, e senza particolarismi dottrinali, predica ed insegna con lei per mezzo dei santi Dottori Gregorio Magno, Beda il Venerabile, san Pier Damiani, sant'Anselmo, san Bernardo, ecc., nutrendo la sua pietà alle fonti stesse della pietà ecclesiastica in grazia della sacra
liturgia.
La lezione evangelica è come per la festa dell'antico compagno di Paolo nell'apostolato, san Barnarba, il dì 11 giugno. Il Lezionario di Wurzburg nondimeno, a questa seconda stazione nella basilica Ostiense assegna la medesima pericope evangelica che abbiamo già riferita il 25 gennaio.
Tutto il resto della messa nell'odierno Messale è comune alla festa della Conversione di san Paolo. Invece, nel Leoniano la colletta sulle oblate è la seguente:
«Munera supplices, Domine, tuis altaribus adhibemus, quantum de nostro merito formidantes, tantum beati Petri et Pauli, pro quorum solemnibus offeruntur, intercessionibus confisi». - Sempre insieme i due Apostoli, anche nella stazione natalizia sull'Ostiense. -
Il prefazio è quello riferito più sopra.
Manca nel Leoniano una preghiera speciale pel ringraziamento; nel Gregoriano invece troviamo la seguente, che però è importante perchè, conforme l'antica tradizione, si riferisce anch'essa, non al solo Paolo, come nell'odierno Messale, ma ad ambedue gli Apostoli.
«Perceptis, Domine, Sacramentis, beatis Apostolis intervenientibus deprecamur, ut quae pro illorum celebrata sunt gloria, nobis proficiant ad medelam».

Togliamo dal Sacramentario Leoniano quest'altra colletta, che risente ancor tutta dello stile e della mentalità del grande Leone: «Omnipoiens, sempiterne Deus, qui ineffabili sacramento ius Apostolici principatus in Romani nominis arce posuisti, unde se Evangelica veritas per tota mundi regna diffunderet; praesta ut quod in orbem terrarum Eorum praedicatione manavit, Christianae devotionis sequatur universitas».

A. I. Schuster, Liber Sacramentorum VII, Torino, Marietti, 1930, pp. 307-314

venerdì 29 giugno 2018

La prima Messa della festa dei Ss. Pietro e Paolo giusta l'uso antico dell'Urbe

Nei primi secoli, il Natale degli Apostoli Pietro e Paolo era una festa di estrema importanza per tutta la Cristianità (basti pensare che iniziò a esser celebrata assai prima che si celebrasse la festa del Natale di Nostro Signore), e particolarmente per l'Alma Urbe di cui eglino sono Patroni, tant'è che lo Schuster introduce la sua trattazione della festività odierna con queste auliche parole: La Pasqua per gli antichi era la più grande solennità del ciclo liturgico; per i Romani però nel mese di Giugno ricorreva un'altra specie di Pasqua, che se pure non la superava in splendore, certo però eguagliava la prima. Era la festa natalizia dei due Principi degli Apostoli Pietro e Paolo.

Anticamente, proprio come il Natale del Signore o la festa di San Giovanni Battista, era un bifestus dies, in cui si celebravano (oltre alla funzione di veglia nella notte e alla funzione vesperale, oggi particolarmente importante), due liturgie durante il giorno, una aurorale e una diurna. Particolarmente, nella solennità odierna si onorava con la prima Messa l'Apostolo Pietro, celebrando nella di lui Basilica, e con la seconda l'Apostolo Paolo, celebrando nella Basilica a lui intitolata. Anzi, secondo sant'Ambrogio, a Roma trinis celebratur viis festa Sanctorum Martyrum, e dunque si celebrava una terza liturgia in loro onore nella Basilica Apostolorum che un tempo trovavasi sulla via Appia: di questa terza Messa, nondimeno, nessun antico Sacramentario ci tramanda alcunché.

Col tempo, questo "giorno bifestivo" si evolvette in un biduum festum, con la scissione delle due liturgie, la prima delle quali resta fissata il dì Natale degli Apostoli (29 giugno), e la seconda invece viene traslata al primo giorno della sua Ottava (30 giugno). Questo è il motivo per cui tanto i testi della Messa quanto le antifone del Divino Uffizio ci parlano quest'oggi più di Pietro che di Paolo, mentre viceversa domani si concentreranno solo su di lui, tanto da trasformare il "dies II infra octavam Ss. Petri et Pauli" in "Commemoratio sancti Pauli Apostoli".

Pubblichiamo di seguito l'analisi che il Card. Schuster fa della prima Messa giusta l'antico uso romano, che poi è la Messa odierna; domani, approfondiremo invece la parte "paolina" della solennità dei Patroni dell'Urbe.




La prima messa in sull'aurora.
Stazione a san Pietro.

Transtiberina prius solvit sacra pervigil sacerdos, canta Prudenzio.
Dopo le solenni vigilie a san Pietro, segue dunque la messa dell'aurora.

L'antifona per l'introito deriva dagli Atti Apost., XII,11, e ci descrive lo stupore di Pietro che ritorna in sè dall'estasi nella quale egli si trovava immerso, allorché l'Angelo lo trasse fuori dal carcere. È un grido questo di maraviglia e d'umile riconoscenza al Signore, che prendesi cura dei servi che a Lui s'affidano. - È proprio vero, adunque, che il Signore mi ha inviato il proprio Angelo a sottrarmi dal potere di Erode e dall'attesa del popolo Ebreo? -
La colletta si riferisce particolarmente alla Chiesa Romana, ed è la seguente: «O Signore, che volesti consacrare questo giorno col martirio dei tuoi Apostoli Pietro e Paolo; concedi alla Chiesa da loro fondata, che si mantenga sempre fedele ai loro santi insegnamenti».
La prima lezione (Att. Apost., XII, 1-11) narra della prigionia di Pietro e della sua miracolosa liberazione per opera dell'Angelo. Sono commoventi i particolari di quella scena, così come ce li descrive san Luca. Pietro è in carcere e tutta la Chiesa prega per lui, mentre intanto Dio differisce di operare il miracolo sino all'ultimo momento, quando cioè l'esecuzione capitale era già prossima. È sempre questa l'ora di Dio, quando cioè da parte degli uomini non
rimane più altra via di salvezza; l'ora quindi fatale, l'ora della fede e del prodigio. Intanto, la fiducia e l'abbandono di Pietro si elevano ad un grado eroico. La mattina appresso dev'essere giustiziato, e nondimeno egli, anche in mezzo ad un picchetto di soldati, si abbandona in carcere ad un placido sonno; anzi a stare con più agio, si slaccia i sandali, si snoda la cintura e depone la veste esteriore. L'Apostolo dunque riposava; ma quello stesso sonno era come il suo atto di fede nella Provvidenza divina, che non abbandona chi in Lei confida.
Questa scena degli Atti degli Apostoli riprodotta molte volte su parecchi sarcofagi romani, acquista nell'Eterna Città un significato speciale. L'Apostolo liberato dal carcere di Gerusalemme, se ne andò, come con prudente riserbo scrive san Luca, in alium locum: si recò cioè a fondare la Chiesa di Roma. Cosicché la lezione oggi recitata alla messa, tiene quasi il luogo dell'atto di nascita della Chiesa madre e maestra di tutte le altre.
Il responsorio graduale è come per la festa del fratello di Pietro, sant'Andrea, il 30 novembre; il verso alleluiatico e la lezione evangelica, sono come il 18 gennaio.
Come nei Sacramenti l'elemento materiale è il segno significativo e produttivo della grazia invisibile, così Gesù ha voluto quasi condizionare la dignità di suo vicario in terra ad una circostanza storica ed a tutti visibile, perchè così nessuno potesse errare in cosa di sì suprema importanza. La vera Chiesa è quella fondata sull'autorità di Pietro e dei successori suoi. Ma quali sono questi successori nel primato di Pietro? Quelli che a lui succedono nell'ufficio di vescovi di Roma.
Questa fede è quasi la pietra di paragone dell'ortodossia cattolica; così che tutti i Padri e Dottori ecclesiastici, da Clemente, da Ignazio ed Ireneo sino a san Francesco di Sales e a sant'Alfonso, tutti all'unisono confessano l'identica dottrina sul primato papale sopra l'intera famiglia cattolica.
Il verso per l'offerta delle oblate, è come il 24 febbraio.
Ecco la colletta sulle oblazioni: «Accompagni le nostre oblate la preghiera dei santi Apostoli, in grazia della quale noi imploriamo perdono e protezione».
Il Gregoriano oggi assegna per prefazio proprio quello che nel Messale odierno è divenuto comune a tutti gli Apostoli. Originariamente però esso riguardava la sola Roma Cristiana, la quale supplicava il Signore affinchè Pietro e Paolo, come un tempo avevano sostenuto le sue veci nell'annunziarle il Vangelo, così continuassero anche dal cielo il loro ufficio pastorale.
Tra gli altri splendidi prefazi del Sacramentario Leoniano per la festa dei santi Pietro e Paolo, scegliamo il seguente a titolo di saggio: «Vere dignum etc. Cuius providentia donisque concessum est, ut festivitatem nobis annuam beatorum Petri et Pauli triumpho praestet insignem, par mundo venerabile, Apostolatus ordine primus et minimus, sed gratia et passione particeps. «Hic princeps Fidei confitendae, ille intelligendae clarus assertor; Hic Christum Filium Dei vivi pronuntiavit divinitus inspiratus; Ille, hunc eumdem, Verbum, Sapientiam Dei, atque Virtutem, vas factus electionis adstruxit. Hic Israeliticae delibationis instituens Ecclesiam primitivam; Ille Magister et Doctor gentium vocandarum. Sic dispensatione diversa, unam Christi familiam congregantes, tempore licet discreto, recurrens una dies in aeternum et una corona sociavit. Per Christum etc.».
L'ultimo inciso si riferisce alla tradizione anticamente diffusa e comune a molti Padri, giusta la quale Paolo sarebbe bensì morto lo stesso giorno, ma non nello stesso anno di Pietro. I recenti studi sulla primitiva cronologia cristiana rendono questa tradizione molto probabile.
L'antifona per la Comunione è come il 18 gennaio. Segue la preghiera di ringraziamento: «In grazia dell'intercessione dei Santi Apostoli custodisci, o Signore, contro ogni avversità quanti hanno partecipato al celeste banchetto».

Noi non possiamo nulla colle nostre sole forze, ma uniti a Gesù Cristo, niente ci è impossibile, come appunto accadde ad Elia, il quale «ambulavit in fortitudine cibi illius... usque ad montem Dei Horeb» (III Reg., XIX, 8).

A. I. Schuster, Liber Sacramentorum VII, Torino, Marietti, 1930, pp. 307-314

Santi Pietro e Paolo, Principi degli Apostoli

Hódie Simon Petrus ascéndit crucis patíbulum, allelúja:
hódie claviculárius regni gaudens migrávit ad Christum:
hódie Paulus Apóstolus, lumen orbis terræ, inclináto cápite,
pro Christi nómine martýrio coronátus est, allelúja.

Oggi Simon Pietro va al supplizio della croce, alleluia;
oggi colui che ha le chiavi del regno dei Cieli raggiunge Cristo nella gioia:
oggi Paolo Apostolo, luce della terra, chinato il capo,
ha ricevuta la corona del martirio in nome di Cristo, alleluia.

(Antifona al Magnificat dei II Vespri della festa dei Ss. Pietro e Paolo)

Carlo Crivelli (Venezia, 1430-Ascoli Piceno, 1495), Santi Pietro e Paolo, National Gallery (Londra)

Carlo Crivelli, Santi Pietro e Paolo, 1490, Gallerie dell'Accademia (Venezia)

Marco Basaiti (Venezia, 1470-1530), San Pietro in cattedra, inizio XVI secolo, Basilica di San Pietro in Castello (Venezia)

lunedì 25 giugno 2018

Ordinato sacerdote padre Dimitri Artifoni, FSSP

Sabato scorso 23 giugno, vigilia della Natività di San Giovanni Battista, come annunziato precedentemente su questo stesso sito, Dimitri Artifoni, diacono bergamasco della Fraternità Sacerdotale San Pietro, è stato ordinato sacerdote secondo il rito tradizionale insieme ad altri quattro confratelli, divenendo il primo sacerdote italiano della benemerita Fraternità.

La solenne liturgia di ordinazione è stata celebrata da mons. Vitus Hounder, Arcivescovo di Coira, con l'assistenza di gran parte dei chierici europei della FSSP.

Il giorno seguente (festa della Natività di San Giovanni Battista), padre Dimitri ha cantato la sua prima Messa a Wangen im Allgäu.

Pubblichiamo di seguito qualche foto "artigianale" scattata durante la liturgia di ordinazione e la prima Messa, particolarmente il momento delle benedizioni; il servizio fotografico ufficiale della liturgia pontificale è invece visualizzabile sul blog del seminario di Wigratzbad.