martedì 4 agosto 2020

Note storiche sul digiuno della Dormizione

La festa della Dormizione della Madre di Dio è conosciuta in Oriente come "Pasqua d'Estate". Proprio come la Pasqua, essa è preceduta da una breve "quaresima" di quindici giorni, durante i quali si osserva il digiuno rigoroso (astensione da carne, uova, latticini, olio e vino), con licenza di olio e vino il sabato e la domenica e di pesce alla gran festa della Trasfigurazione, e si canta quotidianamente dopo il Vespro il Canone Paracletico alla Beata Vergine, alternando quello "piccolo" di S. Teocteristo a quello "grande" di Teodoro Duca Lascaris. Inoltre, secondo il tipico, nei giorni feriali dovrebbe essere celebrata la Grande Compieta e offerta la Liturgia dei Presantificati, ma è una prassi da tempo disusata.

Duccio di Buoninsegna, Dormizione della Vergine, 1308-11

Le origini di questo digiuno paiono essere molto antiche. Alcuni storici russi hanno provato a identificare questo digiuno come l'obbedienza al precetto biblico del digiuno del settimo mese; tuttavia, essendo il settimo mese a settembre si identificherebbe questo più facilmente con il digiuno prescritto dal Tipico per la festa dell'Esaltazione, che ha pure un rapporto più chiaro con il corrispondente digiuno occidentale. In generale conviene separare il digiuno della Dormizione da quelli veterotestamentari, e identificarlo come un esatto parallelo di quello quaresimale, avendo la tradizione antica sempre ricoperto di molte somiglianze simboliche (non ovviamente teologiche, visto che la tradizione non ammette affatto il moderno teologumeno di "corredenzione") la Dormizione della Madre di Dio e la Morte del Salvatore, sviluppatosi entro il V secolo.

Pare peraltro chiaro che, come già altri digiuni oggi praticati solo dalla Chiesa Orientale, pure l'Occidente fosse in antichità osservante di questa pratica ascetica. La testimonianza diretta si trova nelle lettere di Papa Niccolò I al Khan Boris dei Bulgari (IX secolo), che parla di jejunium ante Assumptionem Genitricis Dei Mariae... quod Romana Ecclesia antiquitus suscepit et tenet. Il gesuita Jean Croiset (Esercizi di pietà, vol. 8, 1755) ci informa che S. Francesco e S. Chiara osservavano un digiuno di quarantasei giorni prima dell'Assunzione, cioè esattamente quanti giorni dura la Quaresima, iniziando dunque subito sopo la festa dei Ss. Pietro e Paolo. Nei monasteri in Oriente ancor oggi il digiuno della Dormizione si estende per tutto il mese di luglio, venendosi così a formare dall'unione col Digiuno degli Apostoli una sola grande stagione di digiuno che va dall'Ottava di Pentecoste alla Dormizione, con la sola interruzione della festa dei Ss. Pietro e Paolo.

In età bassomedievale pare comunque che questo digiuno fosse stato ridotto in Occidente a una sola pia pratica non più obbligatoria, come il digiuno del mercoledì. Dalla vita del beato Odorico di Pordenone (nel Leggendario di Benedetto Mazzara) apprendiamo ch'egli "oltre i digiuni ordinati", digiunava "li quindeci giorno avanti l'Assunta".

sabato 18 luglio 2020

Il Messale del 1962 è un rito tradizionale? In risposta a delle considerazioni di G. Ferro Canale

In questi giorni, il già più volte citato rotocalco "MessainLatino" ha pubblicato a puntate un intervento di tale avv. Guido Ferro Canale, di cui tutto ignoro senonché egli sia di Genova, il quale si pone in modo fortemente critico non tanto circa il nostro articolo sui merletti (cui pure MiL intitola il contraddittorio, ma che di fatto si discute solo nella quarta parte dell'intervento), sibbene piuttosto circa l'impostazione generale del nostro sito e del nostro lavoro di studio. Le ragioni per cui all'avv. Ferro Canale dispiace il modo di trattare argomenti proprio della nostra pagina è palesata dal titolo della terza puntata: egli sostiene l' "inammissibilità giuridica e morale" del rifiuto del Messale del 1962. Lo scopo del testo che segue sarà duplice: anzitutto, rispondere ad alcune questioni sollevate dal nostro nel suo scritto; in secondo luogo, illustrare perché liturgicamente il rito del 1962 non può identificarsi né con la "messa tridentina", né con la "messa di sempre".

L'avv. Ferro Canale, immaginiamo con cognizione di causa e non semplicemente trascinato dall'astio secolare che oppone veneziani e genovesi, arriva a dire che le nostre considerazioni hanno "il sapore, se non la sostanza, dello scisma", se non "di eresia". Lasciando stare la gratuità di queste affermazioni, che riguardano questioni che non spetterebbe all'avv. Ferro Canale dirimere, e la lesione della buona fama della mia persona (tutelata, oltreché dalla legge civile, anche dal can. 220 del Codice di Diritto Canonico) cui contribuiscono gli ingiuriosi e diffamanti commenti che anonimi lettori appongono agli articoli di MiL, faccio notare che nel nostro blog è presente una sezione informativa ("Chi siamo"), in cui è effettuato un preciso disclaimer: "Seppur di chiaro indirizzo cristiano, il Circolo non è un'organizzazione religiosa né è in alcun modo affiliato ad alcun gruppo religioso od altra organizzazione". Lo scopo del sito è anzitutto fornire materiale di studio e riflessione sui principi della liturgia e della teologia liturgica in modo oggettivo e documentato, non di propagandare l'adesione alla Chiesa Cattolica, a quella Ortodossa o ad altri gruppi. I membri del Circolo e gli autori dei post non sono nemmeno necessariamente tutti romano-cattolici. Dunque, se una disquisizione documentata nel merito è gradita e pertinente, la discussione di patenti di eresia e di scisma risulta, oltreché eticamente inopportuna e sgradevole, del tutto non pertinente agli scopi e alla natura di questo sito. Chiusa questa premessa, che ci consente di citare autori anglicani in virtù della correttezza oggettiva di alcune loro analisi storiche senza dover essere accusati dal nostro di simpatie sovversive per la Chiesa d'Inghilterra, passiamo ad altro.

Il nostro contraddittore elabora tutta la sua lunga e articolata riflessione con gli occhi del giurista e del canonista, e non del liturgista, quale egli in premessa ammette difatti non essere, e basandosi pertanto su un solo argomento: la legge, intesa come legge canonica e positiva. Questo dimostra tuttavia almeno l'ignoranza del fatto che la Liturgia è un sistema complesso che deriva direttamente dagli istituti di Cristo e degli Apostoli, rielaborati in forme sin da subito differenti a seconda dei luoghi, da un complesso di principi stabiliti e non modificabili senza detrimento dell'essenza stessa del culto, e non è semplicemente il "culto legale" stabilito da una legge umana. La Tradizione, liturgicamente parlando, è il principio fondante, e non è a sua volta fondata dalla legge positiva.

La nostra opposizione, infatti, diversamente da quanto rileva l'avv. Ferro Canale, riguarda TUTTE le riforme del XX secolo, incluse dunque quelle di Papa Pio X (la nostra edizione dell'Ordo giusta le rubriche della VI edizione dopo la tipica del 1920 [1952] fu motivata dal venire incontro alle richieste del pubblico, e si trattò di un lavoro puramente compilativo e non argomentativo, e dunque non può essere preso a emblema delle nostre posizioni), e pure alcune anteriori. Ciò può avvenire perché le nostre riflessioni si basano su un'analisi storica, teologica e contenutistica dei principi liturgici e delle riforme, e non sulla negazione della "autorità papale" dei singoli pontefici che hanno promulgato le dette riforme [1]. Quest'ultimo è invece l'argomento dei sedevacantisti, che su nulla si basa se non sull'ipertrofia dell'autorità papale; tale ipertrofia, da posizione diversa, è riproposta dall'avv. Ferro Canale, il quale afferma in modo acritico che è potere del Papa abrogare qualsiasi legge, tradizione e consuetudine. Egli ammette però che il papa non possa cambiare la dottrina (i più infallibilisti sostengono talora pure questo, e nei fatti si è veduto): ma, come insegna S. Prospero d'Aquitania, legem credendi lex statuat supplicandi [2]. Nonostante l'interpretazione contraria data negli ambienti cattolici negli anni più recenti (nella Mediator Dei di Pio XII si afferma di fatto che lex credendi legem statuat supplicandi, con una serie di pesanti interventi liturgici resi possibili in conseguenza), l'intendimento dei Padri è che la tradizione liturgica apostolica fonda la dottrina. E dunque non sarebbe possibile per l'autorità cambiare in modo radicale la liturgia senza cambiare anche la dottrina.

Nella visione dell'avv. Ferro Canale, la semplice promulgazione da parte dal papa di una legge liturgica ne comporta l'infallibilità e il dovere di osservarla; ne consegue che l'avv. Ferro Canale, se fosse vissuto negli anni '70, si sarebbe dovuto schierare con i persecutori, poiché la legge liturgica allora imposta, il messale di Paolo VI, sarebbe stata per lui sovrana e inderogabile, e non sarebbe stato possibile rifarsi alla forma precedente, fatti salvi i casi nei quali egli stesso sancisce lecita una resistenza, ossia: a) che Paolo VI non fosse vero papa (o fosse "meno papa" dei predecessori, o, come si sostiene in certi ambienti della FSSPX, "non sapesse usare la propria autorità papale"); b) che la riforma liturgica del 1969 fosse una legge ingiusta secondo la definizione restrittiva che egli ne dà: in entrambi i casi, al netto dei difetti logici dell'opzione a), egli pone gravi problemi rispetto alla sua dichiarata posizione cattolica, e rischia di dare adito a una posizione purtroppo condivisa da molti negli ambienti tradizionalisti cattolici, quella del "sedevacantismo implicito", per cui appunto da Paolo VI in poi non vi sono più papi, o non vi sono più papi con autorità, s'ignora per quale ragione. Né l'avv. Ferro Canale può usare a sua difesa l'indulto di Giovanni Paolo II o il motu proprio di Benedetto XVI che, al di là della natura e della tesi degli stessi provvedimenti su cui si può discutere, sono figli della strenua e sofferta resistenza delle pie anime di molti sacerdoti che, agendo contra legem, hanno ritenuto doveroso conservare i libri liturgici antichi piuttosto che adottare quelli moderni. E queste pie anime, almeno quelle di cui mi è dato conoscere la storia, quale il "nostro" don Siro Cisilino [3], come sulla scorta della propria coscienza e della propria conoscenza si rifiutavano di adottare i libri riformati nella seconda metà degli anni '60, giungevano inevitabilmente a condannare il complesso delle riforme liturgiche della metà del XX secolo [4], e a celebrare il rito che oggi definiremmo "pre-Pio XII"; l'adozione universale da parte dei "tradizionalisti" del Messale del 1962, un messale di transizione destinato a essere dimenticato (cfr. infra), fu storicamente lo sciagurato frutto di avvicendamenti interni alla FSSPX, culminati nel 1983 con il diniego dell'uso del vecchio messale, diventato "patrimonio" dei sedevacantisti americani di Dolan e pochi altri.

La posizione legalista dell'avv. Ferro Canale, è da dire, è il naturale frutto di un processo storico che egli stesso menziona nella seconda parte del suo scritto, ossia la progressiva avocazione a sé dell'autorità liturgica da parte della Sede Romana. Come egli giustamente rileva, la Costituzione Apostolica Quo primum tempore di Papa Pio V costituisce storicamente la prima azione di autorità centralizzata in materia liturgica da parte della Sede Romana; si tratta però di un'azione assai blanda, poiché infatti, pur concedendosi a tutti i sacerdoti la facoltà dell'uso del Messale Romano (restitutum e proclamato in una forma tipica, ma di fatto non riformato e riproducente, con poche differenze soprattutto rubricali, i modelli di pochi decenni precedenti del Missale secundum consuetudinem curiae romanae, particolarmente quello impresso a Venezia nel 1494, vent'anni dopo la prima edizione a stampa [Milano, 1474]), non mette mano ai riti locali o propri che possano vantare oltre duecento anni di antichità (ciò significherebbe anche un rito nato a metà del XIV secolo!). La condanna dei riti con meno di duecento anni d'età, si potrebbe arguire, è un atto di dottrina piuttosto che di liturgia, poiché si tratta di riti sorti negli anni dei grandi movimenti ereticali (quello di Tyler e Wycliff in Inghilterra, quello di Jan Hus in Boemia, e infine il luteranesimo nelle terre germaniche) ed esprimenti dunque una dottrina contraria a quella apostolica. La diffusione universale del rito romano avvenne indipendentemente dalla lettera del provvedimento e, oltreché per l'insistente predicazione degli ordini religiosi come i Francescani, sommi difensori dell'imperio papale, anche per l'eccessivo e deferente zelo [5] di certi vescovi e soprattutto dei visitatori apostolici nell'imporre ovunque l'uso romano, non senza talora l'opposizione del clero locale e la persistenza continuata per molti secoli di riti locali o almeno di loro vestigia (come l'assoluzione al tumulo more veneto).

E' vero che, come arguisce l'avv. Ferro Canale, il summenzionato atto di Papa Pio V segna l'inizio del declino del diritto consuetudinario, cioè dello sviluppo organico della liturgia basato sull'azione del πλήρωμα della Chiesa, ma da qui a dire che la potestà legislativa in materia liturgica fu sottratta ai vescovi dal Tridentino ne passa: anzitutto, nel Decretum super Indice librorum, Catechismo, Breviario et Missali della XXV sessione del Concilio di Trento (4 dicembre 1563) sono i vescovi stessi, cui i padri scelti durante la II sessione hanno presentato i propositi di azione sui libri liturgici, che, vista la difficoltà di esaminare tutti i testi nell'assise conciliare, per la prima volta demandano al Pontefice Romano la propria autorità di occuparsi della pubblicazione degli stessi, e non la Sede Romana che avoca a sé tale potere. Proprio la Sacra Congregazione dei Riti, inoltre, col decreto n. 46 del 15 ottobre 1593, afferma il principio generale che Consuetudo, quae sacris canonibus non repugnare videtur, probatur, senza dover sottoporre a indagine il singolo costume, salvo che si paventino violazioni dei canoni [6].

Il can. 1257 del Codice di Diritto Canonico del 1917 che egli cita è a tutti gli effetti una innovazione, anzitutto giacché non i vescovi demandano alla Sede Romana un ruolo liturgico (come nel Tridentino), bensì la Sede Romana impone se stessa in materia sopra i vescovi. Fino ad allora, per esempio, per la ufficialità di un libro liturgico era sufficiente l'imprimatur del vescovo locale; dal 1917 è richiesto l'imprimatur della Santa Sede, persino per i propri locali, e da allora solo i pochi editori autorizzati direttamente da Roma possono stampare i libri liturgici. Inoltre, secondo autorevoli interpretazioni, questo canone implicitamente intende abrogare il summenzionato decreto della SRC, sopprimendo del tutto il principio consuetudinario, la cui distruzione difatti potrà pochi anni dopo essere ribadita da Giovanni XXIII (Rubricarum instructum, 3). Si completa il lento processo di trasformazione della liturgia, che non fallacemente è stata definita culmen et fons della vita del Cristiano, in una branca del diritto canonico; forse il frutto più grave di quella trasformazione della curia romana in una efficientissima macchina burocratica iniziata nel basso Medioevo e che già S. Bernardo aveva a temere, quando affermava che nel palazzo papale si facea udir più la legge di Giustiniano che quella di Cristo [7]. Lo stesso avv. Ferro Canale, dunque, spiegando la propria concezione legalista della liturgia, conferma che essa è frutto di una pesante modifica storicamente avvenuta del modo in cui la Chiesa ha tradizionalmente sviluppato la propria liturgia.

Frontespizio di un'edizione veneziana del 1578 del Messale Tridentino
Ciò detto, veniamo dunque a discutere di cosa sia l'autentica tradizione liturgica romana, espressione che non garba al nostro contraddittore (ma che egli erroneamente ritiene io voglia riferire ai pizzi, una questione assolutamente secondaria e su cui non voglio tornare, quantunque alcuni punti della sua quarta parte, che ne difende la liceità ma non già l'opportunità, sarebbero meritevoli di confutazione). L'autentica tradizione liturgica romana è l'insieme di pratiche rituali e consuetudinarie che fanno parte dell'uso liturgico di Roma perché acquisite in una fase di sviluppo liturgico organico e rispondenti ai principi liturgici apostolici che si ravvisano in tutte le tradizioni rituali, seppur diversamente sviluppati, ed è autentica in quanto non falsificata da processi antistorici di riforma [8]. Al nostro chiaramente questa definizione non può essere gradita, in virtù della differenza sostanziale di visione, sostenendo egli in modo acritico che "liturgico è ciò che la Chiesa stabilisce" [9]. Sia ben chiaro che il seguente articolo non vuole né invitare la gerarchia cattolica né i gruppi tradizionalisti ad adottare i libri liturgici romani antichi (se lo facessero non ci dispiacerebbe affatto; ma, per il noto disclaimer già menzionato, non ci occupiamo di quello che dovrebbero fare gli altri), bensì spiegare ai lettori che, magari in buona fede, ritengono che la messa del 1962 sia la "messa tridentina", o addirittura la "messa di sempre", che tale loro interpretazione è purtroppo errata. A differenza dell'avv. Ferro Canale, non è nostra intenzione sindacare il giudizio morale o la posizione giuridica dei lettori, bensì arricchire la loro conoscenza storica.

Non vi è qui lo spazio per intraprendere una disamina punto per punto della storia del Messale, né delle rubriche del 1960: ci si limiterà dunque a procedere per alcune tappe fondamentali. La "Messa tridentina", strettamente parlando, è il rito promulgato nel 1570 in forza del Concilio Tridentino, de facto il Messale secondo la consuetudine della curia romana dei secoli precedenti con limitatissime modifiche nell'ordinario [10] e una più consistente pulizia del santorale; esso, insieme al Breviario promulgato due anni prima [11], resterà in vigore poco più di una trentina d'anni. Non occupandoci qui della prima variazione occorsa con l'introduzione del calendario gregoriano nel 1583, in una nuova edizione del Breviario nel 1602 e del Messale nel 1604 (Papa Clemente VIII) vengono apportate consistenti modifiche al Tridentino. Nel rito della Messa, al netto di interventi minori (come la soppressione del verso Introibo in domum tuam all'ingresso del celebrante nel luogo sacro prima della Praeparatio, e quella del salmo 140 all'incensazione dell'Introito, solo per fare esempi), spiccano l'abolizione della triplice benedizione alla fine della Messa (che viene riservata ai vescovi: sembra che da qui inizi pure il malvezzo di leggere la benedizione anziché cantarla) e una modifica nell'ordine delle parole e dei gesti alla consacrazione del calice nel Canone Romano. Nel Breviario c'è un accorciamento generale di tutte le lezioni, fino alla sparizione completa di alcune, e la soppressione o sostituzione di alcuni inni (per esempio quello del Vespro delle domeniche di Quaresima, Ad preces nostras deitatis aures), oltre a diverse modifiche rubricali. Queste modifiche, seppure talune di una certa gravità e pure contestabili in linea di principio, in ogni caso consegnano un rito che nella sostanza non è troppo differente da quello di Pio V: strettamente non è più il rito tridentino, ma è un rito che è tridentino nella sua sostanza.

Non ostanti interventi successivi più o meno deprecabili (per esempio la versione classicista degli inni di Urbano VIII; o, parlando del messale, l'estensione da parte di Benedetto XIV del Prefazio della Trinità a tutte le domeniche che non avessero già un prefazio assegnato), talora forse apprezzabili (per esempio il recupero di qualche santo che godeva di culto antichissimo, come S. Anna, ed era stato eliminato dall'eccessiva acribia dei revisori tridentini), la sostanza del Breviario e del Messale resta simile fino al XIX secolo, e perciò si può ragionevolmente parlare ancora di "liturgia tridentina". Sul finire di questo secolo, una serie di cambiamenti nelle rubriche (particolarmente la traslazione delle feste e la precedenza) o di innovazioni come gli uffici votivi (che sanciscono la scomparsa della salmodia del tempo dalla vita di preghiera del chierico) danno inizio al processo di riforma liturgica che esploderà nel secolo successivo. Non discuterò qui le motivazioni che hanno portato alla riforma, di cui abbiamo tante volte parlato e tante volte ancora parleremo. Fatto sta che tra il 1911 e il 1913 si consuma la più grande riforma liturgica che la Storia avesse fino ad allora mai visto: sfruttando proprio un intransigente principio di autorità, Papa Pio X promulga i documenti (De diebus festis, Divino afflatu, Abhinc duo annos) che conducono alla creazione di un nuovo Breviario. Si potrebbero analizzare, e sotto molti aspetti criticare, tutti i cambiamenti apportati da questo Breviario, ma ci limiteremo a menzionarne uno notissimo, quello del Salterio. Il Salterio è il cuore del breviario romano, per eredità della sua antica tradizione sinagogale che pone sulla salmodia, e non sulle preci ecclesiastiche, il centro della lode quotidiana: non v'è nulla di strano che la distribuzione tradizionale del Salterio dai cattolici venisse ritenuta "sullo stesso piano del Canone della Messa quanto a impossibilità di essere cambiata, emendata o riorganizzata", come spiega il coevo liturgista anglicano John Wickham Legg [12]. L'antica distinzione tra salmi mattinali e salmi vespertini, la recita quotidiana del salmo 118, i salmi fissi della Compieta e molti altri, ma soprattutto l'immemorabile costume, comune a tutti i riti cristiani perché rimontante direttamente alla pratica della Sinagoga, di recitare i salmi laudativi 148-149-150 all'alba (donde il nome "Lodi" dell'ufficio), vengono barbaramente stralciati. A un'analisi comparata risulterà che, a eccezione delle Piccole Ore (Terza-Sesta-Nona) della Domenica e dei Vespri e dei Mattutini di qualche festa di rango liturgico tale da richiedere la salmodia festiva anche sotto Divino afflatu, nessuna ora liturgica dal 1913 risulta detta uguale a come si è detta nei secoli antecedenti. I Vespri della domenica pomeriggio mantengono invariati i salmi, ma inspiegabilmente vengono modificate le antifone tradizionali con alcune composte ex novo, per fare un esempio della libertà presa dai novatori di poter stravolgere ogni parte del patrimonio liturgico romano, anche laddove non urgeva la motivazione che si era data come pretesto.

Prosegue Legg: "Essi [il Salterio e il Canone] erano la sacra arca della Liturgia, che nessun uomo può toccare. [...] In questa riforma si è compiuto qualcosa che può essere descritto solo come una sbalorditiva rivoluzione liturgica, una completa redistribuzione del Salterio, in luogo di una vecchia distribuzione che può vantare la più venerabile antichità; che Benedetto XIV e i suoi consulenti nella proposta di riforma del Breviario non hanno osato toccare, poiché essi non riuscirono a trovare che la Chiesa di Roma ne avesse mai usato un altro. Ormai questo antichissimo Salterio, e - va ricordato - il Salterio e l'ossatura del Breviario, è scomparso per quanti usano il rito romano solo pochi anni fa, nel 1911. Chi, allora, può accusare i riformatori inglesi del XVI secolo di una mancanza di riverenza per l'antichità nel cambiare la distribuzione del Salterio, quando la Santa Sede stessa ha compiuto un simile rovesciamento, solo in ritardo nel tempo dell'esecuzione? Difatti la pretesa romana dell'antichità del Breviario è sparita; il loro nuovo Breviario è una cosa di ieri. E Pio X nella Bolla Divino afflatu, che ha autorizzato i nuovi libri, ha promesso già ulteriori cambiamenti" [13]. Come è chiaro, dal 1913 non possiamo più parlare di Breviario Tridentino: abbiamo un rito costruito a tavolino da una commissione di ecclesiastici e promulgato da un Papa sulla sola base della propria autorità, seppur col pretesto di venire incontro a delle "necessità del clero". L'avv. Ferro Canale potrà dire che a suo avviso questo rito è liturgico perché corrisponde alla legge positiva; sicuramente non è tradizionale, perché non corrisponde affatto in pur minima parte al rito seguito nei secoli precedenti.

Ulteriori riforme del Breviario avverranno in seguito, allontanando sempre più i nuovi prodotti editoriali degli stampatori vaticani dai libri liturgici storici: dopo la distruzione del Salterio, durante gli anni '50 e '60 anche il resto della struttura tradizionale dell'ufficio (preci feriali, suffragi, etc.) verrà smantellata. Persino il costume antichissimo di far iniziare le feste al Vespro della sera precedente (direttamente derivato dalla pratica ebraica e antica di contare il giorno da tramonto a tramonto, e comune alla quasi totalità dei riti cristiani), e dotare eventualmente le feste più solenni di un secondo Vespro, è soppresso, talché molte feste da allora hanno i secondi Vespri, qualcuna rara ha anche i primi, alcune non ne hanno nessuno (anomalia sanata nel 1960, dando però a queste il secondo Vespro): in precedenza esistevano feste senza secondi Vespri, ma tutte avevano i primi, ovviamente.

Nel frattempo, nel 1920 era stata pubblicata una nuova edizione tipica del Messale Romano, per adattarla ai cambiamenti che, operati nel decennio trascorso sul Breviario, influenzavano anche la celebrazione della messa, per esempio la modifica della tabella delle precedenze, dell'ordinamento delle ottave etc., i quali furono riportati in un'apposita sezione di rubriche (Additiones et variationes in rubricis Missalis Romani), e non integrati nel testo di quelle clementine che fu invece riprodotto fedelmente [14]. Oltre agli adattamenti, gli interventi originali sono pochi e limitati, come per esempio l'introduzione di ulteriori Ultimi Vangeli speciali (Additiones et variationes IX, 3). Dunque, benché nel frattempo non vi sia più un Breviario romano tradizionale, si continua a usare un Messale rispondente al modello tridentino e, dunque, alla tradizione liturgica romana. Ma questa situazione durerà pochi decenni.

Attraverso le minori, eppur contestabili, innovazioni introdotte in quegli anni (la festa di Cristo Re, il Comune dei Papi, la nuova messa dell'Assunta...), si arriva a quelle più pesanti operate nel 1955-56, come la soppressione della quasi totalità di vigilie e ottave, di cui la riforma dei riti della Settimana Santa è certamente la più grave e notevole. Il nostro contraddittore la liquida come una "legge inopportuna", arguendo peraltro che tale riforma sarebbe stata necessaria per permettere al popolo di partecipare ai riti della Settimana Santa (partecipazione in orario mattinale che invece nei paesi dell'Est avviene abbondantemente tutt'oggi: forse più che gli orari si sarebbe dovuto aggiustare l'interesse di certa parte della popolazione occidentale per la liturgia...): se si fossero limitati a cambiare gli orari! Le riforme furono molteplici e disastrose, andando a toccare l'intera sostanza dei sacri riti (per esempio la liturgia dei Presantificati del Venerdì Santo fu sostituita da una "celebrazione della Parola" con Comunione), e nel caso della vigilia di Pasqua non si verificarono solo, come dice l'autore, "tagli drastici", bensì la completa sostituzione della celebrazione vesperale della vigilia della Risurrezione e della discesa di Cristo agli Inferi con una inesistente, per quanto suggestiva, veglia notturna (ne abbiamo ampiamente discettato qui). Per non parlare della completa soppressione della vigilia della Pentecoste, e di molto altro. Una dissertazione completa su un argomento su cui esiste moltissima letteratura è chiaramente impossibile da dare in queste righe, e si invitano pertanto i lettori a leggere i nostri e gli altrui interventi volti a dimostrare un punto molto semplice: la nuova liturgia della Settimana Santa non è una semplice modifica (leggera o pesante) della vecchia, ma in massima un'invenzione originale. Il rito tridentino, o tradizionale romano che dir si voglia, per quanto concerne la Settimana Santa, è finito in quegli anni.

L' "assenza di scandalo" che l'avv. Ferro Canale vorrebbe addurre a pretesto della giustizia delle riforme della Settimana Santa è un argomento falso e ridicolo. Come rimarcato alla nota 13, già le riforme di Pio X avevano portato non poco scandalo; e non si tratta di un fenomeno solo moderno, perché è sufficiente leggere Lo sviluppo organico della liturgia di dom Alcuin Red per rendersi conto di quanto anche minime innovazioni degli anni precedenti fossero state sovente contestate dal popolo. Lo stupore per questo atto rivoluzionario patito dai fedeli di quegli anni è raccolto in numerose testimonianze: il prof. Cosimo Tridente qui raccoglie quello del popolo molfettese [15]; il sottoscritto può raccontare quello dei propri familiari più anziani, che smisero di partecipare alle funzioni quando furono spostate alla sera. Su un blog statunitense, che ora non mi riesce di recuperare, lessi la storia di una famiglia che soleva trascorrere la Settimana Santa in vacanza in un paese della costa est, frequentando quotidianamente le liturgie mattutine; dopo la riforma, continuò a trascorrere la vacanza ivi, ma andando solo alla liturgia della domenica di Pasqua, non essendo loro familiari gli orari - per non parlare dei riti - del nuovo ordo. E meno male che la partecipazione di popolo sarebbe aumentata! Né si può obiettare che i casi presentati siano rappresentativi di una minima parte della popolazione cattolica, perché il medesimo argomento potrebbe essere usato anche per quanti resistettero alla riforma di Paolo VI. Il sito di Una Voce Venetia raccoglie numerose testimonianze della "buona battaglia" per la messa antica combattuta negli anni '70, dalle quali, tuttavia, non può che evincersi che il numero di quanti si fossero accorti della gravità riforme (o, almeno, che avessero con risoluzione deciso di opporvisi) fosse comunque assai limitato. Ancor oggi, nonostante si organizzino grandi pellegrinaggi romani per farsi vedere tanti, il numero di "tradizionalisti" (intendendo così in modo generico le persone che frequentano la liturgia anteriore al 1969) è comunque una percentuale minima sul numero di cattolici nel mondo, piaccia o non piaccia. Inoltre, come detto, chi si oppose alle riforme di Paolo VI per ragioni liturgiche (quindi escludiamo quanti si opposero al Concilio per ragioni dottrinali ma continuarono per qualche anno a celebrare la messa del '65), almeno fino agli anni '80 ordinariamente rifiutavano parimenti le riforme di Pio XII.

Tornando alla nostra breve storia, Pio XII non pubblicò mai un'edizione del Messale né del Breviario (anzi, curiosamente proibì agli stampatori di includere le modifiche da lui apportate nell'apparato rubricale dei nuovi breviari impressi, forse per invitare il clero a sviluppare la propria memoria, o iniziarlo all'arte dei foglietti volanti); i suoi cambiamenti, insieme ad altri ulteriori, furono incorporati nel nuovo codice delle rubriche, pubblicato nel 1960. In osservanza a questo, furono dati alle stampe nel 1961 il nuovo Breviario e nel 1962 il nuovo Messale. Benché questo nuovo Messale si apra dichiarando se stesso essere ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum Summorum Pontificum cura recognitum (i nomi dei Papi che lo revisionarono non vengono più menzionati), difficilmente può essere considerato ancora il messale tridentino. Intanto, in apertura non riporta più il codice di rubriche clementino con addizioni e variazioni, ma il nuovo codice di rubriche proclamato da Rubricarum instructum. Almeno su questo punto, il Messale del 1962 è veramente "di ieri", e non "di sempre". Tanti e tali sono gli elementi che differenziano questo messale dai precedenti che difficilmente potrebbero essere riassunti in poche righe, a partire dalle commemorazioni dei santi contro cui si scagliano anonimi commentatori su "MessainLatino", e che eppure fanno parte non solo del secolare uso liturgico latino (non solo romano), ma anche dei riti orientali: per esempio, alla liturgia domenicale bizantina, durante il Piccolo Ingresso, dopo l'apolytikio della domenica del tono corrispondente si cantano quelli dei santi occorrenti quel giorno (per non parlare dell'ingegnoso sistema di commemorazioni al Vespro e al Mattutino bizantini) [16]. Su tutti questi punti si potrà fare una disamina puntuale e approfondita in un altro momento.

Molti cattolici sono usi riferirsi, con pia ingenuità, alla messa tradizionale come "messa di sempre": questa definizione può essere tacciata da qualche modernista di essere falsa. Ora, il rito tridentino, se non è certamente del XVI secolo come accusano certi incalliti contestatori, ma rimonta a secoli più addietro, inizia la sua formazione nucleare (il Canone) nel III-IV secolo e giunge a una formazione definita in età carolingia (subendo poi degli aggiustamenti minimali nei secoli successivi). Ma in esso ci sono molti elementi che sono senza dubbio di venerabilissima antichità. Uno di questi è l'uso delle poenulae plicatae e della poenula traversa (stolone) da parte del diacono, raffigurato persino nei dipinti delle catacombe. Questo paramento è abolito nel Messale del 1962. L'avv. Ferro Canale rimarcherà che i paramenti non sono di diritto divino, ma non ci si può illudere che una messa quaresimale con le dalmatiche sia qualcosa "di sempre". E' qualcosa di cinquant'anni fa. E proprio questa è la riflessione che noi vogliamo suscitare nei nostri lettori: il Messale del 1962 non è "giusto" o "sbagliato", semplicemente è un rito che - nonostante abbia il Canone Romano [17] come suo cuore e mantenga alcune preghiere tridentine in più rispetto al Messale del 1965 o a quello del 1969 - è stato rielaborato a tavolino cinquant'anni fa. Potrebbe essere umanamente legittimo, ancorché assai discutibile sul piano delle motivazioni, preferire soggettivamente un rito di 50 anni fa a quello di oggi, e persino rispetto a quello di Pio V: non è legittimo né corretto chiamare il rito di 50 anni fa "di sempre", e nemmeno "tridentino".

Il prof. Andrea Grillo in alcuni suoi recenti interventi (qui), certo caratterizzati come sempre da molta ideologia nel difendere ciò che è nuovo e attaccare ciò che è antico, centra nondimeno un punto importante. Non ha senso - egli afferma - tenere in vita il Messale del 1962, perché esso era pensato come un Messale di transizione verso il nuovo rito che sarà proclamato dopo il Concilio, come un aggiornamento provvisorio e incompleto. Leggendo le parole del protagonista delle riforme, mons. Annibale Bugnini, abbiamo conferma di ciò (cfr. nota 4): e allora vorrei che si spiegasse, ma non lo si potrà perché difficilmente ne esiste spiegazione, la ragione per cui è opportuno celebrare un rito che ebbe tre anni di vita e che fu pensato e costruito come fase transitoria di un aggiornamento liturgico che si completa negli anni '70. La successione frenetica di tre diverse edizioni tipiche negli anni '60, delle quali la prima comunque prodotta appena quarant'anni dopo la precedente tipica, del resto è prova ulteriore di come queste fossero intese come tappe successive di un unico processo. Il clima liturgico del XX secolo è tale che si potrebbe arguire senza difficoltà che, anche se il Concilio non ci fosse mai stato, la nuova messa sarebbe comunque stata prodotta, come naturale e consequenziale evoluzione del succitato grande processo di riforma novatrice in atto. Sostenere il Messale del 1962 rappresenta allora veramente, come dice Grillo, un'incapacità di aggiornarsi, perché se si ammette in linea di principio la possibilità di avere un aggiornamento, non v'è ragione per non completarlo, ma accontentarsi di una sua fase. Sarebbe questo un atteggiamento forse nostalgico, ma assai difficilmente difendibile: una seria e documentata comparazione tra ciò che è tradizionale e ciò che è ritus modernus può avvenire tra il Messale di Paolo VI e il Messale tridentino, non certo tra il Messale di Paolo VI e una sua fase embrionale quale quello del 1962.

Nello scritto non abbiamo analizzato, per ragioni di brevitas diremmo seguendo i principi di Lucio Cornificio, le motivazioni che spinsero, o che furono usate come pretesto, alle singole riforme liturgiche. Nonpertanto converrà qui fornirne un conciso specchio. I pretesti addotti furono in massima parte il venire incontro a delle presunte necessità "pastorali", fossero esse rivolte al popolo (come nel caso della Settimana Santa o della nuova messa), oppure al clero (come il Breviario di Pio X): questi motivi pastorali si sarebbero più ragionevolmente sanati con la correzione dell'ignoranza liturgica che sovente pervadeva gli ambienti nei quali si registravano tali necessità. La pesantezza del Breviario patita dal clero di fine Ottocento, per esempio, è la triste conseguenza di un'incomprensione del significato dell'Ufficio Divino, ridotta a preghiera silenziosa e privata come obbligo (onus) del clero, piuttosto che atto liturgico solenne di tutta la Chiesa, decadenza alla quale contribuì non poco la soppressione di conventi e capitoli nell'età delle Rivoluzioni, facendo perdere al clero la familiarità con il vero Ufficio, quello cantato solennemente in coro. Venendo però alle motivazioni più profonde, notiamo che in passato l'atteggiamento tradizionalmente dimostrato dalla Chiesa davanti ai riti liturgici fu quello di limitare il più possibile gli interventi, riconoscendo che essi costituiscono un patrimonio fondante ereditato in custodia, piuttosto che in proprietà. Anche laddove la mentalità teologica si fosse distaccata da quella dell'età patristica, non si osò per secoli modificare il rito, che pure esprimeva la teologia patristica, ma al massimo fornirne una diversa interpretazione. Quando invece nel XX secolo questo rispetto reverenziale venne meno, attestato dalla Mediator Dei che è la dottrina a stabilire la liturgia e non viceversa, ecco che si aprirono le porte della modifica, per sostituire ai riti stabiliti dai Padri delle cerimonie più congruenti con la mentalità dei nuovi teologi.

Quale che sia la lettura di questo punto, ci accingiamo a concludere. L'avv. Ferro Canale, nel suo lungo scritto, utilizza un solo argomento: l'autorità positiva. Questo potrebbe (o forse no) bastare se egli dicesse: "si usa il Messale del 1962 perché così è stato stabilito dall'autorità ecclesiastica"; egli tuttavia afferma che è moralmente inammissibile ritenere il Messale del 1962 una corruzione della liturgia, e - in qualche modo - suggerisce anzi essere questo una forma ideale, essendo quella formulata dall'autorità ecclesiastica. Molto ci sarebbe da discutere su questa interpretazione assolutista dell'autorità, e sul suo effettivo potere sulla tradizione liturgica. Egli si chiede, sempre comparando la materia liturgica a una qualsiasi branca del diritto canonico o della legge positiva: "il legislatore non ha forse il potere di mutare la legge in vista del bene comune? Non è forse questa la definizione stessa della potestà legislativa?". Una leggenda narra che Pio IX avesse asserito: "Io sono la tradizione". Se, sulla falsariga di questa quanto meno discutibile autoaffermazione, i nostri interlocutori ammettono che sia nella completa facoltà dell'autorità ecclesiastica sovvertire la liturgia in vista di un ipotetico e fantomatico bene comune (le "ragioni pastorali", appunto), ritorniamo al problema visto in precedenza: perché a Pio X e a Giovanni XXIII concedono questa facoltà, e a Paolo VI no? La consegna totale della liturgia nelle mani della assoluta volontà dell'autorità ecclesiastica, di cui abbiamo ripercorso storicamente le tappe, e che ebbe gran mostra di sé con la riforma di Pio X, trova identica applicazione sotto Giovanni XXIII e sotto Paolo VI [18]: acconsentire a una riforma, e soprattutto al principio di autorità sopra la tradizione che si porta a motivazione di tale riforma, implica, in questo senso, acconsentire a tutte. Da parte mia spero di aver spiegato con sufficienza di dettagli come, da un punto di vista storico e oggettivo, non sia possibile identificare il Messale del 1962 come un messale tridentino e tanto meno tradizionale. Se altri vorranno farne affari di validità, legittimità e liceità, sarà affare delle loro coscienze, su cui non intendo certo sindacare.

Dato in Venezia, lì 18 luglio 2020
al Vespro del Santissimo Redentore

Nicolò Ghigi
Università "Ca' Foscari" di Venezia
Presidente del Circolo Traditio Marciana

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NOTE

[1] Anche i decreti della Sacra Congregazione, pur venendo presentati in quanto indubbiamente fonte storica non di secondo piano e auctoritas in materia liturgica, sono da noi all'occorrenza sottoposti ad esame critico e a giudizio. Non si tratta, come detto, del fedele che contesta l'autorità ecclesiastica (nella Chiesa antica, e ancora nell'Ortodossia, il πλήρωμα della Chiesa è comunque superiore alla singola autorità, gioverebbe ricordare; nella Chiesa cattolica forse la mentalità è stata un po' forzata in altra direzione), ma dello studioso che analizza criticamente il fatto.

[2] Prospero d'Aquitania, De gratia Dei et libero arbitrio contra collationes, 8, in PL 51:209 (1861).

[3] Cfr. P. Zolli, 1987-2002: quindici anni dalla morte di don Siro Cisilino, sacerdote fedele alla messa antica, in «Una Voce Notiziario», 79-80 (1987), pp. 8-11.

[4] Annibale Bugnini, protagonista di queste riforme, ne scrisse un libro memoriale intitolato La riforma liturgica (1948-1975): quale miglior testimonianza che quella dell'autore stesso della riforma, per capire che essa costituisce un'unicum, seppur suddivisa in più fasi temporali? Lo stesso, in particolare circa le innovazioni della Settimana Santa, è affermato da un altro attore della riforma, C. Braga, "Maxima Redemptionis Nostrae Mysteria" 50 anni dopo (1955-2005), in «Ecclesia Orans» 23 (2006), p. 33.

[5] Verrebbe da paragonarlo allo "zelo senza conoscenza" biblico (cfr. Proverbi 19,2; Romani 10,2).

[6] L'avv. Ferro Canale, ravvisando la sopravvivenza del diritto consuetudinario e dei riti non romani in età tridentina, commette alcuni errori: per esempio, quando afferma che il Rituale Romanum sia l'unica fonte normativa in materia di distribuzione di Comunione, dimentica che indicazioni sono espressamente fornite anche dal Caeremoniale Episcoporum parlando della Comunione pasquale (II, xxix); oppure, affermando che vi fu una edizione del Messale Aquilejese a "fine Cinquecento", quando l'ultima edizione di detto Messale, ovvero secondo la consuetudine della Basilica Patriarcale di Aquileja, risale al 1519 (le edizioni successive di libri liturgici di famiglia patriarchina, ancora fino al tardo Settecento, riguardano esclusivamente la consuetudine della Ducale Basilica di S. Marco in Venezia, ma non sono libri liturgici aquileiesi pur essendo diretta derivazione degli stessi); è vero viceversa che molti altri riti locali, poi scomparsi nel corso del XVII secolo, conobbero edizioni dei propri libri liturgici in fine del secolo XVI.

[7] "Et quidem quotidie perstrepunt in palatio leges, sed Justiniani, non Domini", Bernardo di Chiaravalle, De Consideratione, 4, in PL 182:731 (1859).

[8] Il Dizionario Treccani, s.v. "autentico", dà come primo significato: "Che è vero, cioè non falso, non falsificato, e che si può provare come tale"; il significato cui vorrebbe far riferimento l'avv. Ferro Canale è quello di "rispondente all'intenzione dell'autorità legislativa", che è però secondario in italiano (conciossiaché etimologico e primario nel latino authenticus e nel greco αὐθεντικὸς) e proprio del solo lessico giuridico (interpretazione autentica). Se dovessi scrivere in latino, parlerei di traditio romana verax, ma "verace" in Italiano fa pensare piuttosto a dei molluschi bivalvi...

[9] La citazione, riportata dal nostro contraddittore, è del card. Siri (in G. SIRI, Esercizi spirituali, Bologna, 1962, p. 283), che a sua volta fa riferimento a un paragrafo dell'Instructio de musica sacra et de sacra Liturgia approvata da Pio XII. Si ravvisa ancora un concezione legalista della liturgia, cui volendo si era confermata nella Mediator Dei la base fornita dal Codice, per la quale tuttavia si attribuisce non alla Chiesa, ma all'autorità ecclesiastica, la facoltà di cambiare arbitrariamente ciò che la Chiesa (il fatto che si definisca "Chiesa" una parte sola della stessa, cioè l'autorità ecclesiastica, è simbolo di una distorta concezione della Chiesa medesima) ha stabilito.

[10] L'unica grande riforma innovativa è l'introduzione, per sottolineare la presenza reale e in funzione antiprotestante, di una genuflessione prima e dopo l'elevazione di ciascuna specie, laddove i messali della curia romana parlavano di un inchino prima dell'elevazione del Corpo e di uno dopo quella del Sangue (la genuflessione è menzionata, tra i testimoni che ho potuto consultare, soltanto dal Messale Ebroicense del 1497, dal Missale Rothomagense del 1495 e dal Missale Sagiense del 1500: ma tutti questi libri di usi non romani parlano di una sola genuflessione per ciascuna specie). Altre modifiche minori riguardano sostanzialmente la fissazione del numero e del testo delle preghiere segrete, che in precedenza potevano presentare delle variazioni (soprattutto aggiunte di preghiere all'inizio e alla fine del rito), diverse da edizione a edizione, che riflettevano la pietà del compilatore piuttosto che una vera differenza liturgica. La "leggenda" della soppressione di sequenze è infondata, poiché il numero di sequenze del Tridentino è uguale a quello del Messale della curia romana dei decenni precedenti: la soppressione delle sequenze nell'orbe è una conseguenza dell'abbandono dei riti locali.

[11] Anch'esso sostanzialmente il Breviario secondo l'uso della curia romana dei decenni precedenti, al netto di una severa espunzione di agiografie leggendarie e della limitazione e fissazione delle preghiere segrete e dei suffragi. L'unica seria riforma riguarda i salmi 21-25 di Prima della Domenica, che erano stati assegnati a quell'ora da S. Gregorio il Grande togliendoli al Mattutino della Domenica: per non appesantire l'ufficio domenicale, sotto Pio V essi vengono distribuiti nell'ufficio quotidiano di Prima, uno al giorno dal lunedì al venerdì.

[12] J.W. LEGG, Some vindications of the Book of Common Prayer appearing in unexpected quarters, London, SPCK, 1916, p. 4

[13] Ibidem, pp. 4-5. Sottolineature nostre. Quest'opera, e molte altre che si potrebbero citare, anche di autori cattolici, dimostrano come l'accoglienza della riforma di Pio X e delle successive fu tutt'altro che pacifica e priva di scandalo (come vorrebbe far credere l'avv. Ferro Canale), tanto che si dové rimarcare che il precetto della recitazione quotidiana dell'ufficio non sarebbe stato soddisfatto dai chierici che avessero continuato a dire l'ufficio tradizionale. Seppur su argomenti secondari e senza particolari discettazioni, perché ovviamente priva di scienza liturgica, persino una pia donna qualsiasi in quegli anni non di rado provava indignazione per certune riforme, come Carolina Salina ne Il gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa, o zia Julia Morkan in The Dead (in Dubliners di J. Joyce).

[14] E' da ritenere, secondo alcuni, che tuttavia questa scelta di tenere le Additiones et variationes separate rispetto alle rubriche sia sintomo della provvisorietà di queste postille, in vista di una totale revisione del corpus rubricale che poi avverrà nel 1960. Ulteriori modifiche al messale sarebbero state infatti i further changes promessi da Pio X di cui parla Legg, ma che non poterono essere allora messi in atto stante la morte del pontefice.

[15] Si legge, tra l'altro, della strenua resistenza della cittadinanza al tentativo di riforma del vescovo Pasquale Gioia, che dal 1922 cercò indarno di cambiare gli orari delle tradizionali processioni paesane, o almeno la statua da portare in processione, in ossequio a una certa visione razionalista dell'atto. Le insistenze dell'autorità furono inutili fino al 1934, quando per l'unica volta l'Arciconfraternita della Morte decise di adeguarvisi, salvo ritornare agli usi tradizionali alla morte del vescovo, occorsa l'anno seguente.

[16] L'avv. Ferro Canale dimostra di non gradire le comparazioni con il mondo orientale. Tratti di similitudine tra riti diversi sono invece testimonianza degli altiora principia della liturgia, rimontanti all'antichità apostolica e patristica, che per questo si manifestano in modo comune nelle pur diverse manifestazioni rituali del Cristianesimo. La risposta data dal nostro, cioè che "il diritto consuetudinario non si applica per analogia fuori delle terre che gli sono proprie", dimostra ancora una volta come il ragionamento puramente giuridico sia inapplicabile a una scienza come quella liturgica.

[17] Com'è noto, anche il Canone Romano verrà violato dopo poco, attraverso l'introduzione del nome di S. Giuseppe. Questa fu decretata l'8 dicembre del 1962, e quindi non rientra strettamente nella tipica del Messale del 1962, ma è successiva. L'introduzione del nome di un santo nel testo più sacro e intoccabile di tutti, cui nessuno aveva mai osato mettere mano (la summenzionata modifica di Clemente VIII riguarda l'ordine dei gesti cerimoniali, non il testo), con la sola motivazione della devozione personale di papa Giovanni XXIII, che l'aveva eletto patrono del da poco inaugurato Concilio Vaticano II, è indice della mentalità con cui vennero condotte certe riforme, ponendo la volontà individuale sopra il principio tradizionale. Per una critica, Carol Bryne, St. Joseph in the Canon: an innovation to break Tradition (qui).

[18] Ci si può domandare, a un certo punto, infatti, se la facilità con cui l'imperio autoritario di Pio X abbia cambiato un aspetto così antico e venerabile del rito quale il salterio non abbia ispirato coloro che poi furono preposti a studiare le riforme della Messa negli anni successivi. "A young cleric who had used the old Breviary, bound to the obligation of reciting his Office, would have experienced significant change between 1911 and the edition of the new Breviary, as a result of mandated liturgical changes from the heart of Rome. Such men forty years or so later, perhaps involved with the Liturgical Movement, or perhaps now bishops or curial officials, would have seen how liturgical texts and rites could be changed by authority in their own lifetime. How did this prepare them for the changes that then took place?", P. Cavendish, An Introduction to the Reform of the Roman Breviary 1911–13, in «Usus Antiquior», 2.2 (2011), p. 147.

19 luglio (3a domenica del mese) - Festa del Santissimo Redentore

Canaletto, Canale della Giudecca e Chiesa del Redentore, 1740-45
La festa del Santissimo Redentore (popolarmente detta la festa famosissima) è una festa doppia di II classe, e il suo colore liturgico è bianco. Oggi è anche la VII Domenica dopo Pentecoste. La festa del Redentore si celebra la terza domenica del mese di luglio in scioglimento del voto compiuto dal Senato Veneto a Nostro Signore il 4 settembre 1576 per chiedere la liberazione della Città dalla terribile pestilenza scoppiata l'anno precedente, e terminata per grazia divina nel luglio del 1577. Da allora ogni anno questa festa è celebrata con grandissima solennità, e una grande processione è compiuta dalla corte dogale (in seguito dall'autorità municipale), dal capitolo della Ducale Basilica e da quello della Patriarcale Basilica, dal clero delle Nove Congregazioni e da tutto il popolo alla chiesa dedicata al Santissimo Redentore e fatta erigere dal Senato Veneto nell'isola di Giudecca su progetto del Palladio. La processione si tiene lungo un ponte votivo di barche che viene montato per l'occasione dalle Zattere alla Giudecca (il primo ponte, nel 1577, partiva invece da Piazza San Marco). I veneziani sono soliti convenire all'isola, o sistemarsi su barche nel canale della Giudecca, sin dalla sera prima per assistere agli spettacoli pirotecnici e gustare in compagnia le sarde in saor, i bovoleti e l'anara col pien, e assistere quindi, trascorsa la notte, alle solenni funzioni pontificali in chiesa. Tradizionalmente le case affacciate sul canale della Giudecca e le barche che vi sostano vengono addobbate per l'occasione con festoni gialli, o più raramente di altri colori.

Il sabato sera, ai Primi Vespri, si cantano le antifone Virgam virtutis suae etc., duplicate, con i salmi 109, 110, 115, 129 e 137. Il capitolo è Benedictum nomen tuum (da Tobia 3) e l'inno è Creator alme siderum, cioè quello impiegato normalmente in tempo d'Avvento, ma con una curiosa inversione d'ordine tra la seconda e la quarta strofa. Dopo l'antifona al Magnificat Salus autem mea, è cantata la colletta propria della festa. Quindi si cantano le commemorazioni [della seguente festa doppia di S. Vincenzo di Paoli, della precedente festa doppia di S. Camillo di Lellis (queste due feste sono più tarde introduzioni del XVIII secolo, e potrebbero senza danno essere espunte dal calendario) e] della VII Domenica dopo Pentecoste, con l'antifona Unxerunt Salomonem e l'orazione. A Compieta si omettono le preci domenicali.

Al Mattutino l'invitatorio è proprio, Redemptorem saeculorum, ipsum Regem Angelorum * Adoremus Dominum. L'inno è Rerum creator optime, usualmente cantato nell'ufficio feriale del mercoledì. Nel primo notturno si cantano le antifone Voce mea etc. con i salmi 3, 8 e 10. Le lezioni sono tratte dal cap. 51 del profeta Isaia, uno dei cosiddetti "cantici del servo sofferente". Nel secondo notturno si cantano le antifone Suscepimus Deus etc. con i salmi 19, 23 e 45, e le lezioni sono tratte dal sermone di S. Leone il Grande de jejunio decimi mensis et collectis. Nel terzo notturno si cantano le antifone Ego autem etc.con i salmi 60, 74 e 83. L'omelia sul Vangelo è dal trattato di S. Agostino sul terzo capitolo di S. Giovanni. La nona lezione è dell'omelia di S. Ilario assegnata per la VII Domenica dopo Pentecoste. Quindi si canta il Te Deum. Alle Laudi si cantano le antifone Cantate Domino etc. con i salmi della domenica (92, 99, 62-66, Benedicite, 148-149-150). L'inno è Salutis humanae Sator, come all'Ascensione. Dopo il Benedictus con la sua antifona Ecce Deus noster, si canta la colletta della festa. Seguono le commemorazioni [di S. Vincenzo di Paola e] della VII Domenica dopo Pentecoste.

A Prima si cantano i salmi festivi (53, 118i e 118ii) sotto l'antifona Cantate Domino. Le preci domenicali si omettono, celebrandosi una festa di rito doppio. Il verso del responsorio è Qui redemisti mundum; la lezione breve prima della benedizione è Dignus es (da Apocalisse 4), ovvero il capitolo di Nona.

La Messa è cantata dopo Terza. Prima della Messa si compie la cerimonia dell'aspersione, essendo domenica. La Messa è propria, Gaudens gaudebo. Si cantano il Gloria, la seconda colletta [di S. Vincenzo di Paola, la terza] della Domenica, la quarta pro gratiarum actione in ringraziamento della liberazione dalla pestilenza, e il Credo. Il prefazio è quello della Croce, e l'Ultimo Vangelo è della Domenica (Matteo 7).

Ai secondi Vespri i salmi, le antifone, l'inno e il capitolo sono gli stessi che ai primi. L'antifona al Magnificat è Regnum tuum. Dopo la colletta della festa, si cantano le commemorazioni della seguente festa doppia di II classe di S. Girolamo Emiliani, confessore veneziano, con l'antifona Quando orabas e l'orazione proprie, [della precedente festa di S. Vincenzo di Paola], della VII Domenica dopo Pentecoste e di S. Margarita vergine e grande martire, con l'antifona propria Erat autem Margarita. La festa di S. Girolamo Emiliani nel proprio veneziano storicamente è stata più volte spostata tra l'8 febbraio, suo giorno di morte, e il 20 luglio. La festa di S. Margarita appare come doppia quando S. Girolamo Emiliani è portato a febbraio, semplice commemorazione negli altri casi. Nel calendario della Ducale Basilica la festa di S. Margarita resta sempre doppia ed è perpetuamente riposta il 30 luglio quando S. Girolamo è riportato al 20. A S. Margarita è dedicata in città una chiesa nel sestiere di Dorsoduro, già collegiata, sconsacrata nel 1810 in seguito alle soppressioni napoleoniche.

Nel Proprium pro Venetiarum Patriarchatu del 1915, curato dal Patriarca La Fontaine che fu uno dei protagonisti della commissione piana per la riforma del Breviario, in obbedienza ai principi seguiti nella redazione del nuovo calendario generale, non viene ammessa la celebrazione della festa in domenica, e perciò essa viene assegnata al 15 luglio. Questa domenica, dunque, è secondo il nuovo proprio la VII dopo Pentecoste con commemorazione di S. Vincenzo di Paola. La processione si tiene comunque questa domenica, per favorire la partecipazione del popolo e convenire con la festa civile, e il Patriarca canta nella Basilica del Redentore una Messa solenne votiva in onore dello stesso, con 2a orazione della Domenica, 3a pro gratiarum actione (che non è cantata il giorno della festa), Gloria, Credo, Prefazio della Croce e Ultimo Vangelo della domenica in fine. Tutti i pievani della città sono tenuti per decreto sinodale a provvedere alla celebrazione di una tale messa votiva in questo giorno. Tale situazione resta anche dopo la riforma del 1960, ma alla Messa solenne votiva non si cantano né la commemorazione né l'Ultimo Vangelo della domenica. In seguito alle disposizioni della riforma di Giovanni XXIII per i propri locali, tutte le diocesi del territorio storicamente soggetto alla Serenissima Repubblica, che avevano adottato la festa del Redentore nei loro propri, lo debbono espungere, eccetto l'Arcidiocesi Patriarcale, a motivo del voto cittadino. In seguito alla riforma del calendario proprio degli anni '70, la festa è tornata a essere celebrata la terza domenica di luglio come suo proprio giorno liturgico.

venerdì 10 luglio 2020

Καὶ ἐκεῖ ποῦ 'ναι ἡ Ἁγία Σοφία, μὲς τοὺς λόφους τοὺς ἐπτά


 Nell’indifferenza generale dell’Occidente, da diverse settimane circolava la notizia, diventata ufficiale questo pomeriggio, che Santa Sofia sarebbe ritornata ufficialmente una moschea. La decisione del governo rientra in un programma di re-islamizzazione della Turchia, in direzione opposta alla svolta laicista operata dal generale Atatürk tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso: proprio Atatürk nel 1935 aveva fatto chiudere il tempio al culto islamico, anche se è da dire che di fatto dai turchi musulmani è sempre stata considerata moschea e trattata come tale anche negli ultimi decenni: già dal 2013, comunque, i muezzin cantano l’invito alla preghiera islamica dai minareti della Grande Chiesa.

Inutili sono stati i tentativi di mediazione e le proteste del Patriarca Ecumenico, del Patriarca di Tutte le Russie Kirill e delle autorità civili russe. C’è da dire che pure la situazione precedente, ovvero quella del museo, costituiva una prevaricazione del sacro edificio, che fu costruito con lo scopo preciso e unico di ospitare il culto cristiano. Sorgeva del resto a Costantinopoli, la prima città al mondo in cui furono costruite alla sua fondazione solo chiese cristiane (eccetto un piccolo tempio della Fortuna, comunque chiuso nel giro di pochi decenni), progettata da un imperatore cristiano per essere la capitale dell’Impero Cristiano. Santa Sofia, la chiesa della Divina Sapienza, ha rappresentato per secoli il centro del Cristianesimo bizantino: le sue centinaia di chierici, il suo complesso cerimoniale, le liturgie patriarcali alla presenza ieratica dell’Imperatore, erano il simbolo del binomio perfetto che per secoli ha retto l’Impero Romano. Spogliata di gran parte delle sue ricchezze dalla barbarie dei Franchi nel 1204, continuò a rappresentare il cuore della Città fino alla sua caduta, quel triste martedì 29 maggio del 1453.


Un racconto tradizionale greco narra che quando i soldati ottomani fecero irruzione nel santo tempio, si stava celebrando la Divina Liturgia. La cosa è alquanto plausibile, dacché l’imperatore aveva dato ordine che continue liturgie fossero offerte durante l’assedio (un modo di affrontare le tragedie molto diverso, sicuramente più cristiano, rispetto a quello oggi dimostrato persino da certi ecclesiastici occidentali…). Durante la proscomidia, quando irruppero i nemici, il sacro calice fu portato al cielo da ali d’angelo: allo stupore dell’arciprete, dal cielo fu risposto che in questo modo la Divina Comunione è stata protetta dall’impeto degl’infedeli; fu inoltre promesso che questo santo calice ritornerà quando nuovamente le sante preghiere saranno udite in quel tempio, nella Grande Chiesa. Questo calice sarebbe, secondo alcune tradizioni, il Santo Graal (esistono altre versioni minoritarie, per esempio che l’arciprete sarebbe fuggito col calice e poi affondato in mare per consacrare per sempre a Cristo il Bosforo). Ma quel che conta è la grande promessa: prima o poi, Santa Sofia tornerà a essere un tempio cristiano. Questa è l’unica cosa che il Cristiano deve sperare e attendere.

Se infatti il falso culto dei maomettani profana una chiesa, non meno essa è profanata da impieghi “laici”, cioè per tutto ciò che non sia il culto della Divina Maestà. Qualche anno fa a Venezia ci fu una grandissima protesta per la trasformazione temporanea (in occasione di una biennale d’arte) della chiesa dell’abbazia della Misericordia a Cannaregio in una moschea; protesta giustissima, accompagnata da numerose funzioni di riparazione che ottenne la revoca della concessione del luogo agli islamici (che a quanto pare non erano mai stati autorizzati a trasformarlo in luogo di culto maomettano). Oggi quella medesima chiesa, comprata da una società di eventi, è impiegata per dei festini alla moda, con gli altari utilizzati come banconi per le bibite se non peggio; eppure nessuno si lamenta. Molti, purtroppo, hanno scambiato tutto ciò per una battaglia di civiltà, una battaglia culturale, in cui il problema della trasformazione della chiesa in moschea è uno schiaffo culturale all’Occidente, piuttosto che alla religione Cristiana: per questo la trasformazione in tempio del divertimento, della cultura laica profanatoria e dissacrante, non disturba queste persone. Allo stesso modo, non si può lamentare la riconversione di Santa Sofia in moschea senza deplorarne anche l’uso laico.

Non siamo qui per difendere una civiltà o una cultura: siamo chiamati a difendere la fede in Cristo dei Cristiani pii e ortodossi. Ed è per questo che si deve continuare a sperare e a pregare che Dio si degni di stornare da noi la sua ira, e riconsegni Santa Sofia e Costantinopoli nelle mani dei Cristiani.

Una canzone greca che rammenta la tradizione della scomparsa del santo Calice

Le parole del titolo dell'articolo ("E là dov'è Santa Sofia, sui suoi sette colli...") sono i primi versi della 113a strofa dell'Inno alla Libertà di Dionysios Solomos: in questa e nella successiva si descrive come la maledizione di Dio (ἡ κατάρα τοῦ Θεοῦ) spazzi via da Santa Sofia i corpi senz'anima dei turchi (ὅλα τ' ἄψυχα κορμιά), perché da lì li raduni il fratello della Luna (il diavolo).

domenica 5 luglio 2020

La Laus Angelorum Magna

di Luca Farina

Un testo liturgico dimenticato è quello della Laus Angelorum Magna, una sorta di espansione della collazione di versetti che va sotto il nome di Gloria in excelsis. Anticamente si trovava nel Breviario Ambrosiano, da cui riportiamo il testo, evidenziando per praticità le parti che differiscono dal testo della Messa che conosciamo: “Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Laudamus te, hymnum dicimus tibi. Benedicimus te. Glorificamus te: adoramus te. Gratias tibi agimus propter magnam gloriam tuam, Domine Deus, rex caelestis, Deus Pater omnipotens, Jesu Christe, sancte Spiritus. Domine Deus, Filius Patris: Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, suscipe deprecationem nostram. Qui sedes ad dexteram Patris, miserere nobis: miserere nobis, subveni nobis, dirige nos, conserva nos, munda nos, pacifica nos. Libera nos ab inimicis, a tentationibus, ab haereticis, ab arrianis, a schismaticis, a barbaris: quia tu solus sanctus, tu solus Dominus, tu solus Altissimus, Jesu Christe, in gloria Dei Patris cum sancto Spiritu in saecula saeculorum. Amen.”

Fino al 1582, quando San Carlo Borromeo lo espunse dal Breviario Ambrosiano, era cantato alla fine dell’Ufficio Mattutino dopo il Psalmus in directum (salmo senza antifona che segue i salmi laudativi nell’uso ambrosiano) per poi essere seguito dall’inno Splendor Paternae Gloriae. Il Mattutino si concludeva con il canto dei 12 Kyrie e una processione.

Il testo della Laus ha una storia filologicamente interessante: il testimone più antico che la tramanda è nell’Antifonario di Bangor, manoscritto irlandese in latino databile tra il 680 ed il 690. Il nome deriva dall’omonima abbazia situata nell’Irlanda del Nord, dove fu allestito: in seguito arrivò all’abbazia di San Colombano di Bobbio (fondata dal Santo che si formò proprio a Bangor). Nel 1609, con l’acquisto da parte del cardinale Federigo Borromeo, arrivò alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, dove si trova tutt’ora. Fu pubblicato per la prima volta da Ludovico Antonio Muratori nel 1695. Gli studi sul manoscritto furono approfonditi massimamente dal professor Ezio Franceschini, ordinario di Letteratura Latina Medievale presso l’Università Cattolica di Milano, di cui poi divenne rettore.

E’ curioso notare che la Laus sia prevista, secondo le rubriche del manoscritto, ad vesperum et matutinam. Questo aumenta le analogie con la Dossologia del rito greco, che viene cantata al termine dell’Orthros, dopo i salmi laudativi, e poi nuovamente subito dopo i salmi dell’Apodeipnon (Compieta). Essa esiste in due redazioni, una Grande (Megali) e una Piccola (Mikra), con variazioni nei versetti salmici che seguono la dossologia vera e propria: la prima si canta al Mattutino delle domeniche e feste, la seconda ai Mattutini di grado liturgico minore e sempre a Compieta.

A causa della sua presenza, per tutta l’età medievale, nella liturgia milanese, la Laus Angelorum Magna è considerata tipicamente ambrosiana, tant’è che il maestro Giovanni Vianini la definisce “il più antico canto ambrosiano”, da cui, secondo i musicologici, deriva la melodia del cosiddetto Gloria more ambrosiano.
La Laus fu reintrodotta dopo la riforma liturgica postconciliare per l’Ufficio delle Letture dei giorni non festivi, cioè nella posizione in cui nei giorni festivi si canta il Te Deum. Questa collocazione è ampiamente imprecisa: il Te Deum giunse a Milano solo a metà del XV secolo, e fu posto, conformemente all’uso romano, tra Mattutino e Laudi; la Laus Angelorum era invece alla fine delle Laudi, esattamente come il suo corrispettivo greco. Il testo fu peraltro epurato da quegli elementi “politicamente scorretti” (difesa dagli eretici, scismatici, ariani e barbari) e fu integrato con quella che il liturgista don Norberto Valli chiama “sticologia salmica”, similmente al Te Deum e alle Dossologie greche. Di seguito il testo, con le indicazioni delle “aggiunte”:

Gloria in excelsis Deo, * et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Laudamus te, hymnum dicimus tibi, * benedicimus te, adoramus te, glorificamus te. Gratias tibi agimus propter magnam gloriam tuam, * Domine Deus, rex caelestis. Deus Pater omnipotens, * Iesu Christe et sancte Spiritus. Domine Deus, * Filius Patris Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, * suscipe deprecationem nostram; qui sedes ad dexteram Patris, * miserere nobis. Miserere nobis, subveni nobis, dirige nos: * conserva nos, munda nos, pacifica nos. Libera nos ab inimicis, * a tentationibus. [espunte politically correct, ndr] Quia tu solus sanctus, * tu solus Dominus, tu solus Altissimus,Jesu Christe, * in gloria Dei Patris cum sancto Spiritu. Per singulos dies benedicimus te, * et laudamus nomen tuum in æternum, et in sæculum sæculi. [Ps 144:2] Dignare, Domine, die isto, * sine peccato nos custodire. [ex Te Deum] Benedictus es, Domine, * doce me iustitias tuas. [Ps 118:12] Vide humilitatem meam et laborem meum * et dimitte omnia peccata mea. [Ps 24:18] Eructabunt labia mea hymnum, * hymnum Deo nostro. [Ps 118:171a; cf. 39:4] Vivet anima mea et laudabit te, * et iudicia tua adiuvabunt me. [Ps 118:175] Erravi sicut ovis, quae perierat: * require servum tuum, quia mandata tua non sum oblitus. [Ps 118:176] Cito anticipent nos misericordia tua, Domine,+ quia pauperes facti sumus nimis, * adiuva nos, Deus salutaris noster. [Ps 78:8b-9a] Benedictus es, Domine, Deus patrum nostrorum, * et laudabilis et gloriosus in sæcula sæculorum. Amen. [Dan 3:52a]”


domenica 28 giugno 2020

Alcune risposte ai "pizzomerlettari"

Archbishop Warham
shocked the Canons of Sarum
by wearing lace
all over the place

E. L. Maskell, Pi in the High

A quanto pare, se in questo bel carme inglese i canonici di Salisbury erano scioccati dal femminilizzante merletto del nuovo Arcivescovo, il nostro post dell'altro giorno ha ottenuto il medesimo effetto su tanti "tradizionalisti" italiani. In modo veramente inaspettato, il noto rotocalco tradizionalista "Messa in Latino" ha ripreso (qui) stralci del nostro articolo, suscitando l'indignazione generale di molti pizzomerlettari in tutta Italia...

Vero è che i tagli non rendevano giustizia all'articolo, ma la qualità dei commenti che vi sono stati apposti non può che far sorridere, per non piangere vista la tragica situazione del mondo tradizionale. A detta di alcuni, il nostro articolo sarebbe calvinista: non ho mai letto che Calvino avesse parlato dei pizzi sui camici, anzitutto perché nel Cinquecento non si usavano, e anche perché per i suoi "servizi" religiosi certo non servivano albe.
A detta di altri, saremmo semplicemente dei pauperisti: peccato che non abbiano letto la parte sugli aurifregi, che non sono certo patacche pauperiste, ma coniugano la preziosità con l'eleganza e soprattutto con il corretto significato degl'indumenti liturgici.
Altri dicono che noi parteggiamo per la sciatteria moderna: ma quando mai? Certamente alla sciatteria moderna non si risponde con un pizzo a macchina ancora più sciatto (qualcuno in risposta all'articolo ha pubblicato un'orrida foto su Instagram, in cui si vede una inguardabile cotta interamente di pizzo plastico artificiale a disegni... la risparmio ai miei lettori).
Altri si limitano a ribadire il costume italico, invocando (letteralmente) 30 centimetri di pizzo sulle maniche e 50 sull'orlo.
Altri ancora, con il classico argomento ad Papam, sostengono che siccome Pio XI e Pio XII hanno indossato camici col pizzo allora la cosa sarebbe sacrosanta: costoro sosterranno che è cosa sacrosanta rinnegare Nostro Signore, siccome l'ha fatto san Pietro (che costoro chiamerebbero più volentieri "primo Papa" piuttosto che "Apostolo").
Senza nemmeno commentare quelli che si sono limitati a poche parole di riprovazione (forse perché si rischierebbe di denigrare il costosissimo merletto di Cantù del loro rocchetto?) o a chi, dall'alto del suo diploma di istituto professionale, ha detto il nostro articolo essere scritto da ignoranti (che strani ignoranti che citano le fonti), espando brevemente la citazione da Esodo XXVIII, 39-40: Stringesque tunicam bysso, et tiaram byssinam facies, et balteum opere plumarii. Porro filiis Aaron tunicas lineas parabis et balteos ac tiaras in gloriam et decorem. Qualcuno, cambiamdo il verbo stringo in texo, ha cercato di far credere che le tuniche fossero di bisso: nulla di più falso! Gli orli (ciò è chiaro dal greco della Septuaginta: καὶ οἱ κοσυμβωτοὶ τῶν χιτώνων ἐκ βύσσου) sono di bisso, la tunica è linea, come detto chiaramente al v. 40.

Prima della considerazione finale, en passant rispondo a un tale che scrive: I responsabili veneziani del sito, vistosamente e orgogliosamente ribelli e disobbedienti alle norme liturgiche regolate dal Motu Proprio Summorum Pontificum... 
La redazione di MiL non ha pubblicato ancora la mia semplice risposta a quel commento: "Le norme liturgiche sono stabilite dalla Quo primum tempore". E sì, siamo orgogliosi di essere tra i pochi in Italia che difendono apertamente l'autentica tradizione liturgica romana, non intaccata dalle riforme del XX secolo, e non si accodano a "libri liturgici del 1962", "forma straordinaria" e quant'altro.

La considerazione finale è che aver provocato tanto scandalo in nome della liturgia non può che aver fatto piacere. Fu pure la parola di Nostro Signore a portare scandalo, del resto. Solamente rende molto tristi, al di là dell'astio nei commenti che sono una costante del poco caritatevole mondo "tradizionalista" che bazzica su certi siti, notare che tale putiferio si sia scatenato attorno a dei pizzi. A quanto pare, abbiamo toccato nel cuore certa gente. E siccome "là dove è il tuo tesoro, ivi è pure il tuo cuore", abbiamo scoperto che per molti il tesoro della Chiesa non sono la sua Fede apostolica e la sua Divina Liturgia, ma del brutto tessuto femminilmente agghindato... Dio liberi!

Per permettere ai miei lettori di rifarsi gli occhi, allego qualche bella foto tratta dal Ceremonial Pictured in photographs delle Alcuin Club Publications, che mostra perfettamente le decorazioni medievali del camice reimpiegate nell'uso liturgico anglo-romano nel XX secolo. Ringrazio per avermele segnalate Mr. Alan Robinson, il quale mi ha pure fatto conoscere la poesia con cui apro l'articolo.





L'intero set fotografico si può visualizzare quiQui invece sono state ricreate modernamente a colori.

Quos in petra apostolicæ confessionis solidasti

Questo sabato si è osservato il digiuno della vigilia anticipata dei Santi Pietro e Paolo, della gran festa che oggi celebriamo, della Pascha aestivale della Chiesa Romana. Nella Messa della vigilia, cantata dopo Nona, inginocchiatisi tutti gli astanti, il celebrante ha cantato questa colletta:

Praesta, quaesumus, omnipotens Deus: ut nullis nos permittas perturbationibus concuti; quos in apostolicae confessionis petra solidasti. Per Dominum...

Queste parole non possono che portarci a considerare i famosi versetti evangelici che ascolteremo nella messa odierna: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. Sopra quale pietra sarà edificata la Chiesa di Cristo? La risposta ce la dà la colletta della vigilia, presente già nel Sacramentario Gregoriano: sulla pietra della confessione di fede di san Pietro, di quel Tu es Christus, Filius Dei vivi che Pietro pronuncia ex persona omnium Apostolorum (cfr. S. Girolamo, Liber III Commentariorum in Matth. cap. 16). La pietra su cui poggia la Chiesa, nella sua comprensione antica, è la Fede degli Apostoli nella divinità di Nostro Signore, sulla quale le potenze degl'Inferi non prevarranno. Così interpretano il passo S. Giovanni Crisostomo (Omelia IV sopra Matteo), Eusebio Alessandrino, S. Gregorio Nisseno (De Adventu Domini), S. Gregorio Magno (Epistola a Teodolinda, Epistola a Eulalio), S. Giovanni Damasceno (De Transfiguratione Domini) e molti altri...

I Santi Pietro e Paolo reggono insieme la Chiesa, nell'iconografia tradizionale bizantina
L'antico primato d'onore della Sede Romana, "la più grande, più antica e meglio conosciuta delle Chiese" come la chiama S. Ireneo di Lione, era garantito non tanto dal fatto che il suo Vescovo fosse successore di un Principe degli Apostoli, come del resto lo erano parimenti il Patriarca di Antiochia e quello di Alessandria, bensì perché nell'Urbe si trovavano i corpi beatissimi dei Principi degli Apostoli, un pignus honoris ineffabile per la Città che dal sangue del loro martirio era stata consacrata. Questo primato d'onore era tenuto in gran conto dalla Chiesa antica, che al Vescovo di Roma si rivolgeva per sanare le dispute teologiche interne più accese: laonde la frase di S. Agostino, Roma locuta, causa finita. La ragione di questa funzione di "tribunale d'ultima istanza" era nel fatto che a Roma mai era venuta meno la fede apostolica (a Roma, non nel Papa, come ci dimostra la vicenda di Onorio), particolarmente al tempo dell'iconomachia, quando nell'eresia iconoclasta era caduta pure la sede costantinopolitana, che nel V secolo, per la ragione puramente contingente di essere sede imperiale, da infima arcidiocesi senza nemmeno eredità apostolica era stata proclamata dal Concilio di Calcedonia seconda solo a Roma per onore. Del resto, Ubi Petrus, ibi Ecclesia dice S. Ambrogio: dov'è la Fede di san Pietro, quella confessione di fede che è riconosciuta come fondamento della Chiesa, ivi è veramente la Chiesa di Dio. Sull'intendimento di questa frase torneremo tra poco.

Non trattiamo qui la storia e l'evoluzione del papato né del papismo, sul quale libri sono stati scritti e altri ne servirebbero, ma accenniamo molto brevemente a un fatto: quand'è che quella petra confessionis di cui ci parla la colletta della vigilia è diventata una petra personae, ha portato a riconoscere, contro l'intendimento antico, un primato diverso alla figura di san Pietro? Tra il X e l'XI secolo, la Chiesa Romana si trova ad affrontare un complesso perniciosissimo di problemi: simonia, nicolaismo, immoralità del clero, Eigenkirchentum (la proprietà privata delle chiese da parte dei loro fondatori)... la Chiesa viveva i suoi secoli oscuri nella corruzione, invischiata nel complesso sistema feudale e di fatto parte di questo sistema, caratterizzato dalla sottomissione della Chiesa al potere laico. La sede romana, poi, era diventata il puro oggetto di contesa tra le fazioni nobiliari della città. La risposta a questa decadenza fu la nota Riforma gregoriana, così chiamata da Gregorio VIII (Ildebrando di Soana), ma in realtà iniziata qualche decennio prima sotto Leone IX. Il movimento cluniacense aveva gettato le basi per una seria riforma morale del clero (che portò a una "monasticizzazione" dell'intero clero latino, introducendo definitivamente l'obbligo del celibato del clero, che non sarà tuttavia pienamente osservato sino all'età tridentina), ma il centro della politica dei riformatori era un altro: far ruotare attorno all'autorità papale la rinascita della libertas Ecclesiae. Per rispondere all'inesorabile crisi, si decise di elevare la figura papale a qualcosa che non era mai stato prima, a un monarca della Chiesa. Lo scopo indubbiamente nobile di liberare la Chiesa dall'influenza dei poteri laici (che in un sistema feudale avevano un'influenza tutt'altro che positiva, a differenza del sistema imperiale d'Oriente) fu portato avanti attraverso la creazione del primo papismo. Sotto Gregorio VII sentiamo per la prima volta mettere in atto la Petrusmystik, cioè un'identificazione totale tra il Papa regnante e san Pietro, per cui ancora oggi certi papolatri anziché dire "il Papa N. ha detto", dicono "Pietro ha detto". Il passo del Vangelo di cui abbiamo parlato sopra, in tale contesto, assume un'interpretazione del tutto diversa: le chiavi date a S. Pietro non gli erano più date ex persona omnium Apostolorum come dice S. Girolamo, bensì a Pietro solo, commendandogli a lor dire l'intera autorità. E il Papa non era più banalmente un successore di San Pietro sul trono romano, come i suoi colleghi antiocheni e alessandrini: era bensì Pietro stesso, detentore del medesimo potere straordinario che ora si attribuiva all'Apostolo, la cosiddetta plenitudo potestatis.

Leggendo il Dictatus papae, possiamo trovare diverse frasi problematiche in tal senso. Esse non erano certamente pensate in un'ottica di imposizione della sede romana su altre sedi (i contatti con l'Oriente in quel preciso momento storico erano minimi), bensì sull'impero germanico. Quando si parlava della Chiesa Romana come sola da Dio fondata, e unico termine della cattolicità, probabilmente non si comprendeva la portata di queste affermazioni. Verso la fine del secolo, Papa Innocenzo III sostituì la tradizionale formula Vicario di S. Pietro con Vicario di Cristo, un titolo che prima spettava solo all'Imperatore Romano (quello di Costantinopoli). Dopo i Papi della riforma gregoriana, vinta definitivamente la lotta per le investiture contro l'impero tedesco, il papismo sembrò acquietarsi per un po'. Sui rapporti con l'Oriente la Prima Crociata ebbe effetti devastanti, ma l'atteggiamento dei Papi fu molto moderato. Ademaro di Le Puy, legato di Urbano II alla Crociata, insisté particolarmente perché le terre conquistate tornassero all'Impero, e perché fossero riconosciuti i legittimi Patriarchi ortodossi sui troni di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme (con i quali, peraltro, la comunione non era rotta, visto che lo scisma del 1054 era uno dei molti che capitavano in passato e riguardava unicamente le due sedi di Roma e Costantinopoli), cosa che i Baroni non fecero, imponendo patriarchi latini e feudalizzando i territori mediorientali.

La plenitudo potestatis fu per lungo tempo un principio teorico piuttosto che pratico... anche passato il Medioevo con i suoi antipapi, passato il Concilio di Costanza con la sua fondamentale bolla Haec sancta, in Occidente sopravvissero sempre delle Chiese nazionali, come quella di Francia, o quella Veneziana, che costituirono un freno alle tendenze papiste anche molto dopo il Concilio di Trento e nonostante l'azione dei Gesuiti (in questo eredi dei primi ordini religiosi non monastici, che nel XIII secolo sorsero proprio per sostenere la centralità romana, sfuggendo alla soggezione dei vescovi locali). Ci volle la Rivoluzione Francese per eradicare dalla Storia ogni chiesa nazionale, e ci vollero poi Pio IX e l'eresia dell'ultramontanismo ottocentesco per creare un'immagine completamente distorta del Papa, creando una figura in grado di cambiare a suo arbitrio la Tradizione della Chiesa, modificando la liturgia e la dottrina. Del resto Pio IX stesso disse: "La tradizione sono io". E Pio X e Pio XII lo misero in pratica con le loro riforme liturgiche. Del resto, tutto ciò non può far altro che sfociare nell'eresia della papolatria che oggi vediamo trionfare, tra tradizionalisti e modernisti allo stesso modo...

Almeno, fino al 1968, la colletta della vigilia della gran festa dei Patroni dell'Urbe restò un monito dell'antica concezione della Chiesa.

U.S.

giovedì 25 giugno 2020

Pizzi e merletti

L'espressione pizzi e merletti è sovente utilizzata in Italia in modo spregiativo: precipuamente la usano i modernisti per accusare la vezzosità di certuni tradizionalisti; ma la usano anche i "tradizionalisti" duri e puri per criticare chi, anziché perdere tempo a commentare ogni parola del Papa o a denunciare qualche complotto massonico-mondialista, preferisce occuparsi seriamente di tradizione liturgica.

La cosa ironica è che, dal canto opposto, proprio questi "tradizionalisti" fanno uso abbondante e smodato di pizzi e merletti, a differenza dei liturgisti seri; ai primi si può ben aggiungere la schiera dei "conservatori" che si sciolgono davanti a preti e vescovi che indossano un camice in pizzo di Cantù o a una pianeta, incuranti dell'ortodossia o meno di quello che stanno celebrando così parati. Ma se costoro studiassero un po', scoprirebbero che non sempre qualche centimetro di pizzo in più è un bene. Anzi!

Raffigurazione del Sacerdote del
Tempio di Gerusalemme in abiti
rituali. Si noti la tunica.
Partendo da un giudizio puramente estetico, che un pizzo raffazzonato, grossolano e di scarsa qualità, come la maggioranza di quelli che si vedono in giro, è quanto di più inguardabile possa esserci (magari unito a orride pianete francesi di plastica), passiamo a un livello più profondo. Un bel pizzo, magari antico, può essere esteticamente gradevole, ma non per questo liturgicamente più sensato.

Guardiamo al significato del camice, per esempio: esso è la candida veste lavata nel sangue dell'Agnello e perciò detto anche alba, ed è la veste di colui che compie il sacrificio. Essa compare in numerosi culti pre-cristiani, e pure nel culto templare ebraico, con cui il culto cristiano ha chiare relazioni di dipendenza: Ruperto di Deutz (XII secolo) lo considera l'equivalente della Kethonet (כֻּתֹּנֶת), la tunica dei sacerdoti che prestavano servizio nel Tempio di Gerusalemme. Nell'Esodo, al capo XXVIII, leggiamo che questa tunica dev'essere di lino puro, e coprire l'intero corpo dal collo ai piedi, con maniche fino ai polsi.

Un antiestetico, oltreché antiliturgico,
camice con ampio decoro in tulle
I decreti della Sacra Congregazione insistono nel ribadire fortemente il materiale del camice, cioè il puro lino, combattendo ogni consuetudine contraria; anche le altre prescrizioni devono pertanto essere seguite, e come l'amitto copre accuratamente la parte del collo, così il camice stesso deve scendere sino ai piedi. Naturalmente, il camice finisce là dove finisce il lino: la parte di pizzo è decorazione che non fa parte del camice. Dunque, se un piccolo bordo di merletto alla fine delle maniche e dell'orlo può essere una decorazione accettabile per ingentilire il camice (ingentilimento che non dovrebbe trasformarsi in una femminilizzazione, visto che in molti paesi il pizzo è parte esclusiva dell'abbigliamento muliebre), un pizzo che scende dal ginocchio snatura il camice rendendolo una tunichetta, e non è pertanto accettabile per compiere la Santa Azione. Un decreto della Sacra Congregazione del 16 giugno 1893 ammette (tolerari posse) che un camice possa avere il pizzo dalla cintura in giù: si tratta nondimeno di un palese caso di decadenza liturgica del tardo Ottocento [1]. Merletti ascellari o, peggio, camici interamente di tulle come mi è purtroppo capitato di vedere, oltre a essere un'offesa al buon gusto e alla sobrietà romana, rientrano a pieno titolo nei defectus in celebratione Missae; qualcuno direbbe sotto pena di peccato mortale, altri proporrebbero un rogo, che tra l'altro il tulle dovrebbe ben alimentare (ironia).

Altro antichissimo abuso, molto diffuso in Italia, è l'uso di indossare nei giorni di maggior festa un camice il cui pizzo sia accompagnato da un tessuto a fondo colorato, sovente rosso. Ciò appare permesso da un decreto datato 12 luglio 1892 (coevo al precedente citato, e dunque nel medesimo spirito antiliturgico); tale decreto, però, parlando del rocchetto su cui pure era fatta la medesima domanda, specifica subito che il colore dev'essere il medesimo della talare di chi lo indossa. Non si vede perché per il camice debba essere diverso: e dunque il fondo rosso sconviene assai al semplice prete. Per inciso, un decreto precedente vietava assolutamente la detta prassi [2].

Il card. Burke indossa un camice di dubbia liturgicità durante un pontificale a Ravenna (con dei divani scuoiati francesi rococò al posto delle dalmatiche, il cui effetto nella paleocristiana basilica di S. Apollinare rasenta il ridicolo)
Camici conformi alla tradizione e al significato liturgico continuano a essere vestiti dai monaci di Le Barroux.

Molti purtroppo legano il camice senza pizzo agli orrori moderni decorati a gigliuccio: questi sono veri e propri orrori, oltreché per l'antiesteticità del gigliuccio (il tessuto piano proprio non piace?) e per i discutibili colli quadrati con cui sono armati per far risparmiare al prete modernista la fatica di mettere l'amitto (delle zip meglio non parlare), in quanto sono quasi sempre non di lino, e dunque illeciti, nonché spesso di fattura grossolana e inguardabile.
Ci si potrebbe allora chiedere come decorare il camice nelle occasioni più solenni. La soluzione ci viene dalla prassi medievale, che tra l'altro trova conferma pure nelle prescrizioni veterotestamentarie. Nell'Esodo leggiamo che la tunica del Sommo Sacerdote, a differenza di quella degli altri sacerdoti che era semplice, era dotata di ricami e fregi. Nel Medioevo si provvide a decorare il camice con aurifregi sulle maniche, sul collo (caputium o cappino) e sulle parti inferiori del camice (grammata), elementi ancora in uso nella metropolia ambrosiana. Molto spesso questi aurifregi erano prodotti a parte in vari colori, in modo da potersi apporre poi sul camice a seconda dell'occasione liturgica, creando effetti decorativi e pratici molto simili agli epimanikia bizantini (stringere il camice sulle maniche per facilitare i gesti liturgici). Gli sticari bizantini, poi, sono usualmente decorati con un leggero bordo aurifregiato sul fondo, giammai con pizzi o altri vezzi che a un occhio orientale appaiono quanto mai femminili. Gli aurifregi sono una forma di decorazione del camice rispettosa della tradizione e delle prescrizioni sacre, non muliebre ed esteticamente piacevole, che dovrebbe più largamente essere recuperata in Occidente.

Il compianto mons. Amodeo indossa aurifregi sulle maniche e grammata sul ginocchio (molto simile all'epigonation bizantino, anche se diversa ne è l'origine) per un pontificale ambrosiano. Purtroppo l'uso di un camice con pizzo rende poco sensato l'impiego di questi bei decori medievali. Poco sopportabile il tulle del camice del suddiacono.

In questo bozzetto che indica i nomi dei paramenti bizantini (in greco popolare), vediamo il camice (sticharion) bizantino, con il decoro aurifregiato sul fondo, gli epimanikia sulle maniche, e senza merletti femminili.
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NOTE

[1] Nell'indice generale, il responso è riportato con questa definizione: Alba ornata fimbriis seu reticulo a cingulo deorsum licet Canonis uti solemnioribus diebus. Poiché il quesito infatti riguardava una prassi dei Canonici dell'Arcidiocesi di Goa, si potrebbe arguire che la concessione, di per sé antiliturgica, non sia estendibile ad altre occasioni.

[2] Traggo questa informazione dalla Catholic Encyclopedia del 1914 s.v. "Alb"; essa tuttavia non cita tale precedente decreto, né mi è stato possibile rintracciarlo dall'indice dei Decreta authentica, presumibilmente perché, essendovi un decreto posteriore in senso contrario, la menzione del precedente è stata omessa.