sabato 16 gennaio 2021

Un inno medievale per la festa di S. Antonio il Grande

S. Antonio il Grande, affresco nella cripta
della Candelora a Massafra (Taranto)

Sebbene non molto popolare nel resto d'Europa, nelle terre imperiali dal Reno all'Ungheria era qua e là diffuso un ufficio proprio, in stile ritmico, per la gran festa di S. Antonio Abate. Di tale ufficio (che si può integralmente leggere ai ff. 86v e ss. di questo Breviario secondo l'uso di Passau, stampato nel 1490 ad Augusta), molto particolare è l'Inno del Vespro, che contiene alcuni preziosismi interessanti.

Antonii pro meritis,
Ejusque gestis inclitis,
Claris quoque virtutibus,
Exultet cælum laudibus.

Natus ex digno genere,
Verbo puer et opere,
Festinavit ad meritum,
Deus, tuorum militum.

Tempus ætatis teneræ
Non deducebat temere,
Te diligendo intime,
Lucis creator optime.

Hic satanæ blanditias
Contempsit et insidias,
Tuo fretus solatio,
Jesu, nostra redemptio.

Omni degebat tempore
Pœnas ferens in corpore,
Memor tuorum operum,
Conditor alme siderum.

Noctes orationibus
Deduxit et laboribus,
Nec cessavit ab opere
Jam lucis orto sidere.

Jejuniis se macerans,                       
Verberibus se lacerans,
Desiderabat ingredi
Ad cœnam Agni providi.

Virtutum tandem titulis
Imbutus et miraculis
Migravit ad te Dominum,
Jesu, corona virginum.

Sit laus Patri cum Filio
Semper in cæli solio,
Nosque replendo cælitus,
Veni, creator Spiritus. Amen.

Per i meriti di Antonio,
e per le sue nobili imprese,
e le sue celebri virtù,
esulti di lode il cielo.

Nato da prestigiosa famiglia,
Da fanciullo, in parole e opere,
si affrettò a ottenere il merito,
dei tuoi soldati, o Dio.

Il tempo della sua giovinezza
non lo trascorse invano,
amandoti nel cuore,
o ottimo creatore della luce.

Egli disprezzò le lusinghe
e gli inganni di Satana,
rinfrancato dal tuo conforto,
o Gesù, nostra redenzione.

Trascorreva ogni stagione
sopportando sofferenze nel corpo,
ricordandosi delle tue opere,
o almo Creatore degli astri.

Passava le notti
tra preghiere e fatiche,
e non s’allontanava dal lavoro
quando ormai era sorto l’astro di luce.

Umiliandosi nei digiuni,
denigrandosi con le verghe,
desiderava avere accesso
alla cena del santo Agnello.

Ripieno alfine di meriti
di virtù e di miracoli,
se ne andò a te, o Signore,
Gesù, corona delle vergini.

Sia lode al Padre insieme al Figlio,
sempre nella corte del cielo,
e tu, ricolmandoci (di grazia) dal cielo,
vieni, o Spirito Creatore. Amen.


Notiamo anzitutto che il poema è acrostico, e le iniziali formano il nome stesso del santo: ANTHONIVS (l'H, seppur etimologicamente assente, è sovente aggiunta nel medioevo). Più raffinato, però, è il gioco per cui ogni strofa si conclude citando il primo verso di un altro inno in uso nella liturgia (ovviamente nella sua versione precedente alla revisione classicista di Urbano VIII), e specificatamente:

Exultet coelum laudibus - al Vespro dal Comune degli Apostoli
Deus, tuorum militum - al Vespro dal Comune dei Martiri
Lucis creator optime - al Vespro della domenica sera
Jesu, nostra redemptio - al Vespro dell'Ascensione
Conditor alme siderum - ai Vespri d'Avvento
Jam lucis orto sidere - all'ufficio di Prima
Ad coenam Agni providi - ai Vespri del tempo pasquale
Jesu corona virginum - al Vespro dal Comune delle Vergini
Veni, creator Spiritus - al Vespro di Pentecoste

martedì 12 gennaio 2021

De Kalendario Juliano et Gregoriano disputatio - 2. Modo di calcolare la Pasqua

 Continuiamo la dissertazione sul calendario giuliano e gregoriano iniziata con il nostro precedente Avviso. Qui facciamo un esempio pratico di come muta il calcolo della Pasqua tra i due calendari. Più avanti discuteremo della storia dell'introduzione del gregoriano e delle reazioni allo stesso.

Nella seguente pagina, tratta da un Messale Romano impresso a Venezia nel 1573 per i tipi aldini troviamo la seguente tabella per ricavare la data della Pasqua anno per anno, secondo il tradizionale calendario giuliano.

Per individuarla, ci occorre sapere il numero aureo dell’anno, cioè a che punto si è del ciclo di 19 anni individuato da Dionigi il Piccolo (VI sec.), e la lettera domenicale, che ci permette di individuare in quali giorni cadono le singole domeniche quest’anno. Il numero aureo lo possiamo ricavare con la formula N = mod19[A] + 1, mentre sapendo che le lettere si ripetono con cicli ventottennali a partire dall’anno (fittizio) 0 bisestile con lettera CD, possiamo usare una tabella come questa:

Se volessimo, per esempio, individuare la data della Pasqua del 1587, ci basterebbe calcolare il numero aureo, che è 11, e la lettera domenicale, che è A; quindi, nella tabella, troviamo l'11 tra i numeri aurei e scorriamo verso il basso sino a che troviamo la lettera A: abbiamo pertanto la Pasqua al 16 aprile (26 del calendario gregoriano, essendovi nel XVI secolo dieci giorni di differenza).

La seguente pagina è invece tratta da un Messale Romano impresso sempre a Venezia dagli stampatori fiorentini Giunti nel 1584, e che quindi recepisce la riforma gregoriana del calendario.

Come si può vedere, essa differisce alquanto dalla precedente, e non presenta un metodo di individuazione, bensì fornisce la data anno per anno. Inoltre, vediamo introdotto un concetto nuovo: l’epatta. L’epatta è un numero, il cui calcolo risale all’astronomo Metone di Atene (V sec. a.C.), necessario per allineare il calendario lunare a quello solare, e indica precisamente quanti giorni dista il 22 marzo (o il 1° gennaio secondo un uso più moderno) dall’ultima luna nuova, secondo dei cicli di 19 anni detti cicli metonici. E’ proprio dalle epatte – come vedremo – che dipende il calcolo del plenilunio pasquale, e nel calendario giuliano queste certo non mancavano, ma era stabilita un’equivalenza biunivoca tra il numero aureo e l’epatta (infatti hanno cicli di eguale durata), che rendeva non necessario specificare quest’ultima.

L’astronomo calabrese Luigi Giglio, cui si deve la paternità della riforma del calcolo della Pasqua nel 1582, cercando di allinearsi il più possibile alla reale posizione del sole rispetto alla rotazione terrestre, risolse di riformare i cicli metonici, utilizzando non più 19 epatte, bensì 29 (in realtà 31, essendovene due particolari), non più ripetute ciclicamente, ma in successione non periodica (in realtà vi è una periodicità di qualche milione di anni, del tutto irrilevante per noi…). Proprio per questa mancata periodicità, è necessario indicare la Pasqua anno per anno e non è più possibile desumerla da una semplice tabella.

Se guardiamo l’anno 1587, troviamo indicata la lettera domenicale D (e fin qui tutto bene, visto che il modulo della differenza in base 7 tra A e D è uguale a 10, come i giorni di differenza tra giuliano e gregoriano), il numero aureo 11 (che qui è un puro residuato del giuliano, essendo stato reso inutile con la riforma dei cicli metonici), e l’epatta 21 (quando invece l’epatta giuliana corrisponde-nte sarebbe la 28 del ciclo di Giglio!). Laonde si ricava come data della Pasqua il 29 (19) marzo.

Ora, noi sappiamo che dalle epatte dipende non solo il calcolo della Pasqua cristiana, ma pure di quella giudaica (esistono in realtà vari calcoli della festa legale, dovuti a differenze nell’uso dei mesi embolistici e nella successione dei mesi di 30 giorni: quello attualmente usato, elaborato dal rabbino Mosè Maimonide nel XII secolo, non coincide sempre con quello antico, ma nel caso del 1587 sì). Ora, se noi calcoliamo la festa giudaica di quell’anno, scopriamo che il 14 Nisan cade il 14/24 aprile (in realtà il 13/23, ma è posticipato di un giorno perché l’anno ebraico non può iniziare di lunedì, e pertanto tutto è traslato in quell’anno). Il risultato è che, mentre la Pasqua giuliana cadrà regolarmente la domenica successiva alla festa legale, la Pasqua gregoriana è caduta quasi un mese prima della stessa, in violazione della decisione del Concilio di Nicea!

Dunque qui si capisce pure il valore del numero aureo, che fu elaborato da Dionigi il Piccolo per contenere in sé al contempo il valore astronomico dell’epatta e la posticipazione rispetto alla festa giudaica, fornendo direttamente la prima domenica che, dopo il plenilunio e dopo la festa legale, rispettasse pienamente i canoni niceni.

Mediamente (una statistica precisa non è possibile data la variabilità dell’epatta), la Pasqua gregoriana cade prima di quella giudaica 5 anni su 10; 2 anni su 10 cade insieme a quella giudaica, e 3 anni su 10 insieme a quella giuliana. Dei 5 anni sopraddetti, può apparire che in uno o due anni non sia così per le già menzionate differenze di calcolo tra i giudei, mentre il numero aureo e il riferimento del calendario giuliano è sempre rispetto al calcolo giudaico in uso ai tempi di Dionigi il Piccolo (e ragionevolmente pure in uso all’epoca di Nostro Signore). Ad esempio, nel 2021 la Pasqua gregoriana cadrà il 4 aprile (22 marzo); la festa legale secondo il calcolo antico cadrebbe il 1° maggio (18 aprile), e la Pasqua giuliana sarà regolarmente dopo, il 19 aprile (2 maggio); secondo il calcolo attualmente in uso dalla maggior parte dei giudei, cadrà invece il 28 (15) marzo, ma vi sono pure alcuni gruppi di ebrei che calcolano in modo diverso e festeggeranno il 4 aprile insieme alla Pasqua gregoriana. Tuttavia, questa prolessi della festa giudaica nell’uso attuale, che si verifica in alcuni limitati anni, non risolve certo la problematica generale della Pasqua gregoriana.

martedì 5 gennaio 2021

AVVISO

Secondo le istruzioni del Pontificale Romano, nel dì dell'Epifania, al termine del Vangelo della Messa, un canonico, rivestito di piviale, proclama solennemente la data della Pasqua e, di conseguenza, delle altre feste mobili che da essa dipendono.

Approfittiamo di questo quanto mai congeniale frangente per comunicare una scelta redazionale: dopo diversi anni in cui, nella pubblicazione degli articoli di approfondimento, si è seguito pressoché interamente il calendario gregoriano - benché non fosse quello personalmente seguito dalla maggior parte degli autori - per venire incontro ai nostri lettori che si presume in maggioranza lo seguano, si è deciso alfine di optare definitivamente per seguire il Paschalio giuliano, rispettando così anche in questa sede le prescrizioni del settimo canone del Concilio di Nicea sulla data della Pasqua.

Per il momento, il calendario seguito per le feste fisse resta quello gregoriano: di fatto, seguiremo il cosiddetto calendario "giuliano riformato", in uso da circa un secolo nelle chiese di Grecia, Cipro, Romania e Bulgaria, nonché nei Patriarcati di Costantinopoli, Alessandria e Antiochia, pur essendo consci che si tratta di un miscuglio di compromesso e con molti problemi. L'idea è quella di giungere, attraverso un periodo di transizione, a usare interamente il calendario giuliano pur qui.

Nella sezione "Calendario liturgico" del blog, da esattamente un anno non aggiornata, cercheremo di inserire da domenica prossima una proposta di calendario liturgico settimanale in questo modo, seguendo l'eortologio "neo-giuliano", le rubriche tridentine e un calendario romano-veneto, ripulito di molti appesantimenti post-tridentini, di nostra elaborazione.

Quest'anno la pasqua giuliana e quella gregoriana sono piuttosto distanti: quest'ultima cadrà il 4 aprile, mentre la prima il 19 aprile giuliano, cioè il 2 maggio del nostro calendario. Di seguito riportiamo l'annunzio della Pasqua con le date del "giuliano riformato", e sotto - per confronto - il medesimo con le date interamente giuliane.

Noveritis, fratres carissimi, quod annuente Dei misericordia,  sicut de Nativitate Domini nostri Jesu Christi gavisi sumus, ita et de Resurrectione ejusdem  Salvatoris nostri gaudium vobis annuntiamus. 
Die vigesima octava Febuarii erit Dominica in Septuagesima. 
Dies decima septima Martii dies Cinerum,  et initium jejunii sacratissimæ Quadragesimæ. 
Secunda Maji sanctum Pascha Domini nostri Jesu Christi  cum gaudio celebrabimus. 
Die decima Junii erit Ascensio Domini nostri Jesu Christi. 
Die vigesima ejusdem Festum Pentecostes. 
Prima Julii Festum sanctissimi Corporis Christi. 
Die vigesima octava Novembris Dominica prima Adventus Domini nostri Jesu Christi, cui est honor et gloria, in sæcula sæculorum. Amen. 

Noveritis, fratres carissimi, quod annuente Dei misericordia,  sicut de Nativitate Domini nostri Jesu Christi gavisi sumus, ita et de Resurrectione ejusdem  Salvatoris nostri gaudium vobis annuntiamus. 
Die decima quinta Febuarii erit Dominica in Septuagesima. 
Dies quarta Martii dies Cinerum, et initium jejunii sacratissimæ Quadragesimæ. 
Decima nona Aprilis sanctum Pascha Domini nostri Jesu Christi  cum gaudio celebrabimus. 
Die vigesima octava Maji erit Ascensio Domini nostri Jesu Christi. 
Die septima Junii Festum Pentecostes. 
Decima octava ejusdem Festum sanctissimi Corporis Christi. 
Die vigesima nona Novembris Dominica prima Adventus Domini nostri Jesu Christi, cui est honor et gloria, in sæcula sæculorum. Amen. 

domenica 3 gennaio 2021

La liturgia, la morale e il diritto: compenetrazione o sottomissione?

Recentemente, in occasione della notte di Natale funestata dalle misure di coprifuoco imposte dal governo italiano, il locale distretto della FSSPX ha diramato un comunicato, indubbiamente di buonsenso, in cui si deprecava la scelta operata dalla Conferenza Episcopale Italiana di anticipare la messa della notte in orario serale. Nel complesso si è trattato di un buon comunicato, pure con un tentativo (non riuscito benissimo, ma si può perdonare dato l'ambiente) di citare qualche fonte di storia della liturgia, che tuttavia scade irrimediabilmente nel finale, quando afferma che: "il Distretto italiano ribadisce che mantiene la tradizione bimillenaria del precetto festivo il quale si assolve dalla mezzanotte alla mezzanotte del giorno festivo stesso"

Peccato che il precetto festivo così come lo conosce la Chiesa Cattolica sia stato introdotto solo dal Concilio Lateranense nel 1215; le fonti che in precedenza, in modo molto diverso e talora contraddittorio da luogo a luogo, elencano delle feste che oggi potremmo considerare "di precetto" erano piuttosto norme statali relative ai giorni in quibus sabbatizandum, ovvero di astensione dai lavori servili, di sospensione dei tribunali etc., non già alla partecipazione alla liturgia - che, come vedremo, era data per scontata. Dunque l'assolvimento di un precetto partecipando a una liturgia entro le 24 ore del giorno festivo è una norma tutt'altro che bimillenaria, bensì meno che millenaria. Inoltre, così come per il digiuno, ci sarebbe molto da dire sulla correttezza di osservarlo dalla mezzanotte alla mezzanotte e non, piuttosto, da vespero a vespero. La Fraternità avrebbe potuto più convenientemente ribadire il sì quasi bimillenario costume di non celebrare ordinariamente l'Eucaristia dopo il mezzodì, interrotto scandalosamente da una costituzione di Pio XII del 1953, ma non penso sia nelle loro intenzioni (dacché la seguono) e, forse, nemmeno nelle loro conoscenze.

Ma il punto grave è qui un altro. Il comunicato dovrebbe essere inteso perché i fedeli e i religiosi sappiano che la liturgia ha dei tempi e delle esigenze, anche simboliche e cosmologiche (appunto cosmologica è la ragione che impone di non celebrare al pomeriggio, per esempio), che non si possono variare a cuor leggero per osservare un DPCM di dubbia legittimità e comunque contingente. Non sarebbe male ricordare che queste esigenze furono violate proprio da Papa Pacelli quando, in occasione del ben più motivato coprifuoco bellico, concesse la facoltà di celebrare la messa della notte alle 16 del pomeriggio, anticipando di un decennio la sua stessa introduzione della messa vespertina: non ho approfondito le circostanze speciali che indussero alla concessione della facoltà, ma ceteris paribus non vi sarebbe stata ragione - come non v'è ragione nel 2020 - di anticipare una messa della notte quando i fedeli possono senza incomodo ricevere le grazie della Liturgia e dei Sacramenti partecipando alle due messe dell'aurora e del giorno. Eppure, la frase finale ci fa capire che non è questo il senso del comunicato: il senso del comunicato è far capire ai fedeli come assolvere correttamente il precetto di Natale. Come se un fedele andasse in chiesa per assolvere il precetto, e non piuttosto per ricevere la Grazia divina.

Ne conseguirebbe che un fedele dovrebbe andare in chiesa solo nei giorni di precetto, che poi è la convinzione di moltissimi fedeli; anche se il 24 giugno non lavoro, siccome non è giorno di precetto chi me lo fa fare di andare alla liturgia? In Oriente, dove il concetto di "precetto" e tutti le sue superfetazioni giuridiche non sono mai penetrati - Deo gratias - il concetto è piuttosto che ogni fedele deve andare alla liturgia ogni volta che può, sia di domenica, sia la festa di un santo, siano entrambe: del resto, noi sappiamo che nella liturgia riceviamo la grazia deificante, il tesoro più grande su questa terra, e vorremmo andarci solo e soltanto quando una legge ce lo comanda? Difficilmente si potrebbe dire che crediamo davvero in questa grazia. Senza contare l'altro assurdo: vado alla liturgia il 24 mattina, magari con Prima e gli altri uffici, poi al Vespro di Natale, e tornerò il 26 per la liturgia e il Vespro, ma per un impedimento non sono riuscito ad andarci il giorno di Natale, ho ricevuto probabilmente (considerando un'equipollente disposizione d'animo) di chi, potendo andarvi tutti questi giorni, vi è andato solo a Natale. Ma legalmente lui ha soddisfatto il precetto, io l'ho violato. Sic...

Recentemente, poi, su un blog curato da una persona indubbiamente competente in materia rubricale, che edita quotidianamente un esteso "ordo" secondo le rubriche di Pio X, è stata pubblicata un'ampia dissertazione, ispirata a un'opera del padre Pruemmer, circa le norme morali e giuridiche relative all'obbligo del Divino Ufficio per i chierici. Devo dire che a leggerlo sono stato alquanto disturbato dal voler osservare ogni minimo dettaglio, con un morboso scandaglio di nugae su cui il buonsenso saprebbe dare risposte da sé soddisfacenti. E' una tendenza del resto diffusa nella moralistica cattolica, specie dall'Ottocento, quella di entrare nei minimi dettagli di ogni specie di peccato o violazione della norma canonica, una casuistica talora lassista e talora acribica che, in alcune materie come la morale sessuale risulta ridicola e ai limiti del pornografico. La tradizione dei padri asceti insegna che il fedele che si sforza di vivere in grazia di Dio, frequenta la liturgia e i sacramenti, prega devotamente e legge le Scritture e le vite dei santi, ha da sé il discernimento (quello che si diceva sensus fidelium) per capire quali atti lo allontanano da Dio e lo consegnano alla morte spirituale e quali no; in caso di dubbio, si può consultare il padre spirituale per una decisione nel caso specifico, che può valutare inoltre se agire con economia o acribia a seconda delle condizioni personali e spirituali del suo figlio. Una casuistica morbosa e dettagliata non aiuta nemmeno il fedele scrupoloso, anzi lo consegna a sempre ulteriori scrupoli e incertezze, data l'ovvia generalità della casuistica difficilmente tratterà un caso del tutto identico a quello che si presenta nella realtà, e le distinzioni circa condizioni esterne, consapevolezza e volontà confondono lo scrupoloso piuttosto che aiutarlo.

Ma in questo caso sono stato disturbato non solo dalla puntigliosità della casuistica, ma dell'impostazione generale dello scritto: trattare il Divino Ufficio come se fosse meramente l'obbligo materiale del chierico. Si discute di cosa fare se si è saltata un'ora per errore, o recitata due volte... addirittura se suonando l'organo all'ufficio non si sono recitati tutti i versetti, e si perde di vista quello che è il vero scopo dell'Ufficio Divino, ovvero la santificazione del tempo e la lode incessante a Dio. Leggere il Breviario in un paio d'ore subito scoccata la mezzanotte, come faceva il cardinale Richelieu secondo un antico racconto, santifica il tempo e rende lode incessante a Dio? Certamente poi il padre Pruemmer raccomanda che sarebbe meglio recitarlo inginocchiati davanti al Sacramento piuttosto che seduti o stesi (sic!), ma si guarda bene dal dire che sarebbe molto meglio che fosse cantato in chiesa in modo che il popolo ci possa partecipare. Quel che dirò scandalizzerà forse i "tradizionalisti", ma un prete che canta in parrocchia il Mattutino e il Vespro tutti i giorni e non recita le altre ore privatamente loda Dio e assolve al suo mandato (cioè celebrare la liturgia per il popolo) molto più di uno che legge nella sua stanza tutto il Breviario. La liturgia è un atto pubblico, e se la recita di alcune ore liturgiche può avvenire come devozione personale non c'è ragione, quando si ha la possibilità, di non cantarle in modo pubblico in chiesa. Paradossalmente, infatti, l'unica disposizione giuridica che l'estensore dell'articolo attesta già decaduta molti decenni prima del Vaticano II, e le cui prime fasi di decadenza - aggiungo - risalgono all'età tridentina, è quella che i canonici e i religiosi con obbligo di coro dovrebbero cantare per intero tutto l'ufficio. Pia illusione da alcuni secoli a questa parte, almeno per i Mattutini e pure per molte altre ore temo.

Un esempio di quella che io definisco follia giuridica: "I Chierici contraggono l'obbligo di recitare l'Ufficio a partire dall'ora della loro Ordinazione al Suddiaconato, e l'Ora Canonica da cui devono iniziare è quella che meglio corrisponde all'orario dell'avvenuta Ordinazione. Per esempio coloro che sono stati ordinati prima delle 9.00 del mattino non sono tenuti a recitare né Mattutino né Lodi né Prima del giorno della loro Ordinazione, ma (pur potendo anche recitare quelle Ore se lo desiderano) devono cominciare almeno da Terza; [...] Se hanno già recitato l'Ora Canonica in questione prima dell'Ordinazione, allora sono tenuti a ripeterla dopo, perché in quel non potevano soddisfare a un precetto che non avevano ancora contratto". Solo a leggere un'elucubrazione del genere si rimane interdetti, ma se si pensa alle conseguenze... un chierico viene ordinato suddiacono, presumibilmente in un solenne pontificale in Cattedrale preceduto dal canto di Terza... ma questo canto di Terza per lui non era valido, nulla, perché "per precetto" vale di più la Terza che mormorerà distrattamente la sera in camera sua, finiti i festeggiamenti, di quella che ha ascoltato devotamente cantare in coro mentre attendeva con gioia di rivestire per la prima volta il sacro manipolo e ministrare al Divino Servizio.

Esempi a parte, abbiamo più volte rimarcato come un intendimento puramente giuridico dell'atto liturgico porti non solo a snaturarlo e a non capirlo, ma anche a violarlo. Le drastiche e deleterie riforme dell'Ufficio compiute nel XX secolo furono tutte motivate col pretesto di alleggerire il carico di quelli che dovevano quotidianamente recitare l'Ufficio. Non si pensò, piuttosto, a sgravarli dal dire qualche ora dello stesso, che detta male e in fretta com'era non faceva certo piacere a Dio, ma si preferì picconare la tradizione liturgica plurisecolare per ossequio alla disposizione giuridica. Similmente avvenne con le riforme della messa, e particolarmente le semplificazioni rubricali occorse tra il 1955 e il 1962.

L'ufficio cantato (in Oriente e Occidente) per rendere lode a Dio
e recitato passeggiando (da don Abbondio) per assolvere il precetto giuridico/morale.

Nel XX secolo fa da padrone il diritto, che ha il suo trionfo con il Codice piano-benedettino, che si permette di normare in modo non solo differente dal diritto canonico sino ad allora in vigore, ma pure in aperto contrasto con le tradizioni e le consuetudini liturgiche, in ossequio a un'ossessione per il diritto che ha afflitto in diverse fasi la Chiesa Romana fino a renderla un monstrum burocratico in cui già Bernardo di Chiaravalle deprecava il fatto che ivi "quotidie perstrepunt leges, sed Justiniani, non Domini", e in cui la funzione precipuamente spirituale della Chiesa viene offuscata in un complesso meccanismo mondano. Nei secoli precedenti troneggiava la morale: l'osservanza delle norme liturgiche era ridotta a un complesso di osservanze moralistiche, per cui il sacerdote era minacciato di peccato per ogni minima azione che andasse contro le rubriche. Questo si rendeva probabilmente necessario in uno scenario di clero distratto e non sempre pio e devoto, purtroppo non raro a quei tempi, talché l'obbligo morale era l'unico forte deterrente (per alcuni...) a rispettare le norme di una liturgia cui non prestavano gran cura o attenzione. Così come il diritto poi sarebbe stato l'unico strumento per far tornare ai suoi doveri il prete di XX secolo, che doveva occuparsi della buona società cristiana e della dottrina sociale rischiando di dimenticarsi quella cosa trascurabile che si chiama Liturgia...

Chi scrive non è affatto contro le rubriche o le norme liturgiche, anzi, le ha studiate e le studia tutt'ora e rientrano nei suoi diletti e interessi. Tuttavia, lasciando da parte il fatto che talora il buonsenso stesso porta a preferire l'osservanza del principio sopra la norma scritta, specie in fatto di norme recentiores et deteriores (i principi della filologia spesso s'invertono, in questo campo), per potersi approcciare serenamente allo studio della normativa liturgica è fondamentale capire che questa normativa non è un codice di diritto canonico o un libro di precettistica morale, bensì una forma tipica e motivata storicamente o simbolicamente di rendere a Dio un culto gradito, sacro e apostolico (non un "culto legale" come direbbero taluni).

La liturgia è tanto importante, nella concezione dei Padri, da fondare addirittura la dogmatica; come potrebbe allora sottomettersi, come di fatto è successo, a branche come il diritto canonico o la moralistica, che sono ampiamente inferiori alla dogmatica? Eppure ciò è stato fatto: e questo è il segno che chi ha permesso che ciò accadesse aveva una concezione della liturgia opposta a quella dei Padri. E il risultato è stato che, dimenticato il motivo per cui si era cercato di introdurre vincoli moralistici o giuridici all'atto liturgico, cioè vincere la pigrizia e la negligenza dei preti, a fronte dell'invincibilità della loro noncuranza e della moltiplicazione dell'abuso si è preferito salvaguardare il vincolo esterno piuttosto che la sostanza, ovvero la liturgia dei Padri e degli Apostoli.

Nel Codice del 1917, come espressione di una mentalità che nasce secoli prima e prosegue ancor oggi, la liturgia non è che una branca del diritto canonico. Gli Apostoli che si ascendevano al Tempio per il servizio divino, e che nelle prime domus ecclesiae celebravano le sante ierurgie (di cui alcune, come quella di S. Giacomo fratello del Signore, sono giunte nella loro sostanza sino a noi), secondo questo orribile principio avrebbero fatto meglio a stendere un codice di diritto e a celebrare processi canonici...

martedì 29 dicembre 2020

Il vescovo di Cerigo contro il vaccino: noi Ortodossi per proteggerci abbiamo il Battesimo, il Crisma, l'Acqua Santa

Fonte: ekklisiaonline.org

«A meno che non si faccia qualcosa per chiarire il panorama, poiché gli uomini che seguono la via della globalizzazione, della pan-religione e della nuova era vogliono creare il cosiddetto post-umano, l'uomo mutato, per rendere l'uomo un robot che non avrà sentimenti, non avrà ideali, non avrà virtù, non avrà santità, non avrà grazia, non avrà la benedizione di Dio"

Ancora una volta, il metropolita Serafim di Cerigo (Kythira), ha criticato con durezza il vaccino, questa volta poiché tra l'altro esso è preparato "con il prodotto degli aborti".

Il Metropolita, parlando ai fedeli, ha sottolineato che i Cristiani ortodossi al posto del vaccino «infetto» per proteggersi hanno la Divina Comunione, il Battesimo, il Crisma, l'Acqua Santa, e conviene che invochino san Niceforo il Lebbroso.

Mons. Serafim ha giustificato la sua reazione riferendosi ad una notizia arrivata dall'Italia e confermata dal Papa: "Una notizia dalla vicina Italia, da cristiani ortodossi con cui sono in contatto, dicevano quanto segue con grande preoccupazione: I nuovi vaccini, in circolazione da oggi, e il cui utilizzo è incominciato dai governanti, vengono realizzati e preparati con il prodotto degli aborti. Questo è molto terribile fratelli miei, i cristiani d'Occidente sono preoccupati e si sono rivolti al loro capo, il Papa, e lui li ha rassicurati e ha detto loro che è così, ma per economia lo accetteremo per la salute delle persone. Questo è un grosso errore, ovviamente egli si trova al di fuori dell'Una Santa Cattolica e Apostolica Chiesa e non possiamo contare sulla sua opinione, ma noi ortodossi non possiamo accettare una cosa del genere", ha detto. 

Il Gerarca ha parlato di una "infezione" che s'insinua dentro il nostro corpo: "Parlano persone che non hanno timor di Dio, venerazione e conoscenza teologica, e dicono che può sorgere infezione dalla Divina Comunione, e volevano far cessare la Divina Comunione fino all'arrivo del vaccino; tuttavia, miei cari fratelli, dovrebbero piuttosto preoccuparsi dell'infezione che arriva quando questo materiale che proviene da embrioni uccisi e macellati passa attraverso il nostro corpo, poiché sono omicidi che vengono commessi".

Per questo, ha detto, "io personalmente, come vostro vescovo, vi dico che non prenderò il vaccino se ha questa origine".

Circa il fare il vaccino, ha chiarito: "A meno che non risulti qualcos'altro da un gruppo garantito di medici, sacerdoti e laici cristiani che ho richiesto al Santo Sinodo per assicurarci pienamente che non ci sia niente del genere dentro, allora non lo faremo... Non siamo contro i vaccini… ma non vogliamo questa infezione, non vogliamo quetso, che è qualcosa di profano".


Trad. it. N. Ghigi

venerdì 25 dicembre 2020

Santo Natale 2020

 Nativitas Domini Dei et Salvatoris nostri
Jesu Christi secundum carnem

Ἡ κατὰ σάρκα Γέννησις τοῦ Κυρίου
καὶ Θεοῦ καὶ Σωτῆρος ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ

Natività del Signore Iddio e Salvatore nostro
Gesù Cristo secondo la carne

MMXX


Χριστὸς γεννᾶται, δοξάσατε. Χριστὸς ἐξ οὐρανῶν ἀπαντήσατε. Χριστὸς ἐπὶ γῆς, ὑψώθητε, ᾌσατε τῷ Κυρίῳ πᾶσα ἡ γῆ, καὶ ἐν εὐφροσύνῃ, ἀνυμνήσατε λαοί, ὅτι δεδόξασται.

Ἔσωσε λαόν, θαυματουργῶν Δεσπότης,
Ὑγρὸν θαλάσσης κῦμα χερσώσας πάλαι·
Ἑκὼν δὲ τεχθεὶς ἐκ Κόρης, τρίβον βατήν,
Πόλου τίθησιν ἡμῖν· ὃν κατ'οὐσίαν,
Ἶσόν τε Πατρί, καὶ βροτοῖς δοξάζομεν.

Cristo nasce, glorificatelo. Cristo viene dai cieli, andategli incontro. Cristo viene sulla terra, elevatevi. Cantate al Signore, o terra tutta, e con letizia intonate inni, o popoli, poiché egli è stato glorificato.

Salvò il suo popolo tra i prodigi il Signore,
a terra asciutta riducendo un tempo l'onda del mare:
ma volontariamente nascendo da una Vergine, un sentiero
percorribile nel cielo pone per noi: lui, che per essenza
è uguale e al Padre e ai mortali, noi lo glorifichiamo.

(Katavasie della prima ode del Canone, Mattutino di rito bizantino)

*****

Natus ante saecula Dei filius invisibilis interminus. Per quem fit machina coeli et terrae maris et in his degentium. Per quem dies et horae labant: et se interum reciprocant. Quem angeli in arce poli voce consona semper canunt. Hic corpus assumpserat fragile sine labe originalis criminis de carne Mariae virginis quo primi parentis culpam Evaeque lasciviam tergeret. Hoc praesens diecula loquitur perlucida adaucta longitudine. Nec nox vacat novi sideris luce: quod magorum oculos terruit scios. Gaude Dei Genitrix quam circunstant obstreticum vice concinentes angeli gloriam Deo. Christe patris unice quihumanam nostri causam formam assumpsisti: refove supplices tuos. Et quorum participem te fore dignatus es Jesu: dignanter eorum suscipe preces. Ut ipsos divinitatis tuae participes Deus facere digneris, Unice Dei.

Nato prima dei secoli, il figlio di Dio, invisibile e senza fine, per mezzo del quale fu creato l'apparato del cielo, della terra, del mare e di quanti che vi abitano; in grazia del quale passano i giorni e le ore, e si alternano tra loro; Colui che gli angeli nella rocca celeste sempre inneggiano con armoniosa voce; questi aveva preso un fragile corpo di carne, senza il danno del peccato originale, da Maria vergine, per espiare con esso la colpa del primo parente e la lascivia di Eva. Questo narra la splendida tregua presente, aumentata in lunghezza. Né la notte è priva della luce della nuova stella, che ha spaventato gli occhi saggi dei magi. Rallegrati, Madre di Dio, attorno alla quale s'adunano gli angeli, in luogo delle ostetriche, cantando gloria a Dio. O Cristo, unigenito del Padre, che per noi hai assunto forma umana: ristora i tuoi supplici; e con favore accogli le preghiere di coloro dei quali, o Gesù, ti sei degnato d'essere partecipe, affinché ti degni di rendere pur essi partecipi della tua divinità, o Dio, Unigenito di Dio.


(Sequenza della Messa di Natale "in die" secondo il Messale Aquilejese)


AUGURI DI UN SANTO NATALE 2020!

La direzione di Traditio Marciana

giovedì 17 dicembre 2020

La "nuova religione": un'analisi dei segni dei tempi

Per la seconda volta ci troviamo a ospitare uno scritto che non tratta direttamente di temi inerenti alla liturgia. Preferiremmo non venir meno alla ragione sociale di questo spazio, se non fossimo spinti dalle gravi circostanze del tempo presente. Ci comprendano e ce ne scusino i lettori che ci leggono per i nostri approfondimenti liturgici, che comunque - come si può vedere - cerchiamo di non trascurare.

1. Soteriologia di una nuova religione.

"Nel vaccino sarà la salvezza". Questa frase, ripetuta innumerevoli volte durante l'anno ormai exeunte su tutti i mezzi di (dis)informazione di massa, sin dalla prima lettura presenta dei risvolti secondari assai pericolosi, che si rendono sempre più palesi man mano che si avvicina l'arrivo effettivo di detto vaccino.

Anzitutto la parola "salvezza", che ci porta direttamente nel dominio semantico della soteriologia. Stando all'Enciclopedia Treccani, la soteriologia è: "in storia delle religioni, dottrina della salvezza, in quanto liberazione dell'uomo dal male comunque inteso". La soteriologia è dunque il carattere proprio di una religione, e segnatamente la soteriologia del vaccino è quella della nuova religione che sempre più insistentemente da certe parti sta venendo propagandata e predicata, attirando masse d'inconsapevoli seguaci grazie alla forte sponsorizzazione da parte del potere politico, storicamente strumento molto importante affinché le religioni possano avere successo nel mondo (il Cristianesimo, a ulteriore indizio della propria autenticità, resta pressoché l'unica religione a essere nata e diffusasi senza appoggio, e anzi con la contrarietà del potere statale).

La "salvezza" s'interpreta, sempre secondo gli storici delle religioni, come "liberazione dal male" o "da uno stato o da una condizione non desiderata" [1]. Il più delle volte si tratta della salvezza dalla morte (isidismo, mitraismo, Cristianesimo), ma anche dalla condizione di turbamento dell'anima (buddismo, giainismo, etc.), due mali che spesso si compenetrano: nella nuova religione il male è chiaramente il virus, ma c'è pure l'idea di ricercare la salvezza dalla morte. Si noti, però, che si tratta di una morte intesa ben diversamente da quella delle religioni misteriche, che si propongono di salvare l'uomo dalla morte eterna; la nuova soteriologia si riferisce infatti alla salvezza dalla morte corporale, immaginando la vita terrena come unico spazio ontologico dell'individuo. In questo senso, la nuova religione è pienamente figlia della concezione materialista invalsa dai tempi dell'illuminismo, e mentre le religioni antiche vedono nella morte (fisica o spirituale) dell'uomo un mezzo di elevazione all'oltremondo in cui è riposta la speranza della sconfitta della morte eterna, la speranza della nuova religione è del tutto contingente, e ogni orizzonte ultramondano è del tutto cancellato. In questa nuova soteriologia, la critica all'oltremondo, portata avanti dagli hegeliani di sinistra e in ultimo da Nietzsche, giungendo finanche alla sua completa eliminazione, trova compimento teologico.

2. Riti e simboli della nuova religione.

Il valore soteriologico, naturalmente, si accompagna a una serie di rituali, che gli storici delle religioni possono facilmente ricondurre a dei "tipi" universali, ma che nel nostro caso credo si debbano leggere pure tenendo d'occhio il fenomeno dell'inculturazione, ovvero della volontaria sostituzione di forme religiose preesistenti, e in questo specifico frangente al Cristianesimo che, seppur umanamente malaticcio e praticato quasi solo a livello di sostrato culturale nel nostro Occidente, rappresenta cionondimeno uno "scoglio" per i profeti e gli apostoli della nuova religione. La nuova inculturazione si manifesta in una forma "aggressiva", simile a quella talvolta praticata dai missionari gesuiti in età moderna, ovvero come volontaria e talora brutale sostituzione dei costumi preesistenti con i nuovi attraverso un gioco di corrispondenze; l'inculturazione dei Cristiani dei primi secoli, diversamente, era piuttosto la conservazione di alcune prassi rituali (le processioni di benedizione dei campi, i capitelli ai trivi, etc.), ovviamente inquadrate nel sistema religioso cristiano.

Il vaccino dapprima doveva genericamente arrivare "in inverno", secondo i moderatamente ottimisti. Poi, man mano, le date si sono fatte sempre più precise, sino a definirsi il periodo di fine dicembre-inizio gennaio. A furia di anticipazioni, l'approvazione del trattamento da parte dell'Agenzia Europea del Farmaco dovrebbe arrivare il prossimo 21 dicembre, talché, stando alle parole del vicepresidente della commissione europea Margaritis Schoinas, la data simbolica d'inizio delle vaccinazioni sarà il 25 dicembre [2]. Del resto, in questi mesi di chi si è atteso e propagandato l'avvento, se non proprio del "dio vaccino", obliando del tutto quello di Nostro Signore?

Secondo taluni polemisti, la data del 25 dicembre per indicare il Natale di Cristo sarebbe frutto d'inculturazione già da parte dei Cristiani. Tale accusa, in realtà, è decisamente tacciabile di falsità per due motivi. Anzitutto, poiché la festa del Sol Invictus al 25 dicembre non era un culto molto sentito dal popolo, ma semmai un'introduzione relativamente recente e di scarsa popolarità: gli studi di Halsberghe hanno dimostrato che l'introduzione della festa del 25 dicembre fu introdotta non prima di Aureliano, sopprimendo le precedenti date del 19 dicembre o di fine ottobre, di cui si ha testimonianza in un calendario lapideo a S. Maria Maggiore, allo scopo di rivitalizzare un culto che, per decisione dello stesso imperatore, doveva avere un ruolo fondamentale nella definizione della maestà imperiale, ma la cui popolarità era decisamente scemata tra le genti [3]. Più recentemente, Hijmans ha persino messo in dubbio l'attribuzione ad Aureliano, sostenendo che non esistano prove in tal senso, e che la testimonianza più antica di culto solare il 25 dicembre sarebbe da porre non prima del tardo IV secolo, forse proprio in opposizione al culto cristiano già diffuso [4]. In secondo luogo, l’accusa è falsa perché la fissazione della nascita di Cristo verso la fine del mese di dicembre, contrariamente a ciò che dicono sedicenti teologi, non fu stabilita "molti secoli dopo", sibbene è una diretta derivazione dal calcolo dei turni di sacerdozio al tempio, e particolarmente del turno di Zaccaria all'altare dell'incenso, in relazione alla cronologia evangelica lucana. Difficilmente, tuttavia, sarebbe possibile spiegare in un modo diverso dall'inculturazione la scelta di questa medesima data per l'arrivo del "dio vaccino". Mentre in molti paesi del mondo le chiese saranno chiuse, e i Cristiani non potranno celebrare i sacri uffici per glorificare la nascita del Salvatore Teantropo, i media inviteranno a gioire nelle case (in questo tempo diventati quasi dei sacelli, dato l'incessante mantra "state a casa!" ripetuto in ogni salsa, e la loro elevazione a centri polifunzionali da cui è possibile studiare, lavorare, e compiere ogni attività senza l' "ingombro" della socialità), rigorosamente senza la famiglia (concetto chiaramente proprio delle religioni tradizionali e inadatto alla nuova), per l'arrivo del nuovo dio. 

Trovato il giorno in cui il nuovo dio s'incarnerà, non nel seno di una vergine ma in una provetta e in una siringa, è necessario trovare il giorno in cui il mondo sarà iniziato alla nuova religione. Pare che con molta probabilità questo sarà il 6 gennaio [5], o comunque una data a esso prossima. Nel giorno dell'Epifania, o comunque entro la sua ottava (13 gennaio), i Cristiani fanno memoria del glorioso Battesimo di Nostro Signore nel fiume Giordano, non solo manifestazione superna della Sua Divinità, ma prima figurazione del Battesimo mediante il quale tutti siamo chiamati a salvezza. E in questo giorno, in luogo dei battesimi nell'acqua e nello Spirito Santo, si compiranno le vaccinazioni, che nel piano preparato in questi giorni assumono patentemente i caratteri di un classico rito d'iniziazione. Perciò, in luogo dei battisteri, ecco sorgere dei padiglioni a forma di primula [6], "simbolo di rigenerazione e rinascita", le stesse parole che la mistagogia cristiana utilizza per descrivere le vivificanti acque del Battesimo. Ai Cristiani che sono morti al peccato e rinati a Cristo nelle acque vive dello Spirito, è dato il sigillo della grazia, e spesso - come segno tangibile di questa nuova appartenenza a Dio - una croce da portare al collo. Secondo il nuovo credo, si porterà invece una primula all'occhiello [7]. Taluni hanno paragonato questa spilla alla stella di David con cui i nazisti erano usi segnare i giudei (che però non avevano inventato nulla, dacché i dhimmi cristiani o giudei ai tempi del Califfato dovevano parimenti portare dei pubblici segni di riconoscimento). Personalmente trovo questo paragone non esattamente calzante, perché al di là dell'emarginazione di quanti vengono maldestramente associati ai "no-vax", trovo molto più significativa in questo gesto la volontà di autoidentificarsi come parte della "comunità dei salvati", che del resto è un tratto comune in storia delle religioni.

3. La "nuova religione" dal punto di vista cristiano.

Omnes dii gentium daemonia (Sal. 95,5). Con queste perentorie parole la Scrittura mette fine a ogni possibile attribuzione di un qualche grado di bontà a religioni non cristiane. E' interessante notare che la letteratura apostolica non vede possibile il sorgere di una nuova religione dopo il Cristianesimo, che è del resto la rivelazione degli "ultimi tempi" secondo le parole stesse di Nostro Signore, se non quella dell'anticristo, che confonderà il gregge e lo corromperà in gran misura (cfr. Matteo 24). E' parimenti interessante notare che, se si eccettuano quelle "religioni" che in realtà sono la prosecuzione in forma organizzata di filosofie tradizionali dell'estremo oriente quali sikhismo, ceondoismo e bahà'i, dopo la venuta di Cristo non paiono essere sorte grandi religioni strutturate. L'Islam, del resto, ha storicamente molti elementi per essere considerata solo un'eresia molto deviante del Cristianesimo, come peraltro già S. Giovanni Damasceno l'identificava [8]. Sembra che la grande religione moderna, che dopo anni di profezie più o meno distanti e oscure oggi sembra pronta alla nascita del proprio messia, sia l'unica religione completamente nuova affacciatasi su questo mondo dopo la venuta di Cristo. E dunque, giusta la letteratura apostolica, la religione dell'anticristo.

Il Nuovo Testamento accenna diffusamente alla venuta dell'anticristo, e tra i passi forse più inquietanti dell'Apocalisse di S. Giovanni a ciò dedicati, compare questo: Et faciet omnes pusillos, et magnos, et divites, et pauperes, et liberos, et servos habere caracterem in dextera manu sua, aut in frontibus suis: et nequis possit emere, aut vendere, nisi qui habet caracterem, aut nomen bestiæ, aut numerum nominis ejus. (Ap. 13,16-17). Queste parole risuonano spesso oggidì accompagnate da una domanda: ma è il vaccino che ci vogliono imporre, il segno dell'anticristo? Ora, parrebbe evidentemente di no, dacché il passo scritturale è chiaro nel significare che il χαρακτήρ sia "il nome della bestia, o il numero del suo nome" (cioè 666, come è spiegato al verso successivo), e non una semplice cicatrice da vaccino. Ma non si può nemmeno liquidare così la vicenda.

Se domani qualcuno proponesse di marchiare a fuoco un 666 sul braccio di ogni essere umano, probabilmente la sensazione immediata di tutti, cristiani e non, sarebbe di rifiuto. Ma se dapprima ci dicessero che, per il nostro bene, tutti dobbiamo portare delle maschere sul viso, e che senza di queste non possiamo uscire di casa, entrare nei negozi, "comprare, né vendere"... e poi ci dicessero che, per il nostro bene e la nostra salvezza, tutti dobbiamo inocularci un vaccino, e senza questo non possiamo viaggiare, entrare nei luoghi comuni, "comprare, né vendere"... e poi ci dicessero che, per il nostro bene, tutti dobbiamo farci conficcare un microchip sottocutaneo, e senza questo non poter avere contatti, "comprare, né vendere"... con una perfetta tecnica della rana bollita, ecco servite future nuove imposizioni, e senza nemmeno troppe complicazioni, sendoché - almeno in Italia - risulta che oltre l'80% della popolazione sia favorevole all'uso continuato della mascherina e oltre il 40% sostenga che il vaccino (o il suo equivalente patentino vaccinale) debba essere obbligatorio [9]. Come si può non pensare che in un futuro prossimo sarà proprio il marchio della bestia a essere reso obbligatorio, nell'accettazione generale? Questo è pure il motivo per cui è fondamentale resistere a queste catene di obblighi sin dalle loro origini più remote, imperocché non sono che gradini verso l'abisso.

4. Conclusioni: il necessario equilibrio tra ansia escatologica e rilassatezza.

Come si sarà notato, in queste righe non si è dato nessun parere scientifico - perché non ne saremmo stati in grado, occupandoci di altro di mestiere - sull'efficacia o la sicurezza di questo vaccino. Né si è parlato di un tema molto annoso, quale il problema morale legato alla coltivazione dei vaccini in cellule fetali abortite. Interesserà forse ai nostri lettori il fatto che la Fraternità S. Pio X si sia resa bersaglio di contestazioni per aver sostenuto, con un arzigogolo di cavilli tomistici e razionalisti, l'accettabilità della vaccinazione da vaccino coltivato in cellule abortite, attraverso un comunicato laconico, poi ritirato, e sostituito da un più ampio ma non diverso nella sostanza "studio teologico". Le critiche, mosse in Italia principalmente da Alessandro Gnocchi su Ricognizioni [10], hanno ben evidenziato come in queste vicende si noti perfettamente l'impostazione meccanica delle categorizzazioni scolastiche, che tramite il ragionar filosofico sostituitosi alla teologia patristica arrivano ad ammettere aberrazioni come quella di cui sopra. Molto più ortodossi in materia, paradossalmente, si sono dimostrati dei vescovi "canonici" cattolici, tra cui mons. Schneider, in una loro recente lettera. E' invece da dire che, benché alcuni vescovi e sinodi ortodossi abbiano annunciato che personalmente si faranno il vaccino, questi invece non sono mai entrati nel tema delle cellule abortite, e anzi vi sono stati vescovi - come l'ottimo Neophytos di Morphou - che hanno pubblicamente espresso un'opinione contraria. Di certo, nessuno è mai arrivato a dire che "il buon cristiano si deve vaccinare", come invece sosteneva il comunicato della FSSPX.

Ad ogni modo, la vaccinazione è, come qualsiasi trattamento medico, una libera scelta personale e individuale, che aprioristicamente non è né favorevole né contraria alla dottrina cristiana. Ci siamo però occupati di ciò che ruota attorno a questo trattamento medico, e che esula dal suo carattere prettamente sanitario, ipostatizzandosi come divinità di una nuova religione i cui tratti stanno oscuramente emergendo in questi giorni. 

Alla prima domenica di Avvento (con il calendario giuliano, domenica scorsa), secondo l'uso di Roma si è letto il brano del Vangelo di S. Luca in cui Nostro Signore ci ammonisce a riconoscere, come dai frutti del fico l'estate, la fine dei tempi dai segni che la preconizzano. I Padri avvertivano una tensione escatologica profondissima, pronti a cogliere ogni minimo segno, dall'eruzione del Vesuvio ai moti astrali, come un possibile presagio della fine dei tempi che Cristo ci ha assicurato essere vicina. Tale tensione escatologica, ancora viva nel sentimento popolare lungo il Medioevo, è prevedibilmente andata a rilassarsi col passare del tempo, rendendosi conto i Cristiani che il tempo di Dio non è quello dell'uomo, e mille anni ai suoi occhi sono come un giorno. A tale rilassatezza si sono talora opposti alcuni movimenti, soprattutto in ambito protestante o ai margini del cristianesimo stesso, quali mormoni, avventisti e testimoni di Geova, caratterizzati - potremmo dire - da un'ansia escatologica ben diversa dalla tensione patristica, smaniosa di identificare con precisione un giorno imminente in cui il mondo avrebbe visto la sua fine, spesso mancando di conciliarsi con i segni che la Tradizione della Chiesa ci ha dato sugli ultimi tempi (costruzione del terzo tempio, regno dell'anticristo, discesa di Gog e Magog, conversione finale d'Israele...), e soprattutto con le parole di Cristo nel Vangelo, il quale numerose volte ci ammonisce che nemmeno il Figlio dell'uomo conosce il giorno né l'ora in cui ciò avverrà, ma solo il Padre la conosce. Ogni conclamata data della fine del mondo si è prontamente rivelata menzognera, e purtuttavia questi movimenti continuano a individuarne di nuove, poiché l'identificazione di una fine prossima è la loro unica ragion d'essere nella costellazione protestante. Per di più, queste ansie, che umanamente possono far breccia nel cuore inquieto dell'uomo, si sono sovente diffuse anche in altri ambienti, per esempio tra gli "apparizionisti" cattolici affamati di rivelazioni private, che spesso si portano in questo modo su posizioni molto vicine al terzo protestantesimo.

Il cristiano ortodosso dovrebbe essere esente da queste ansie false e irrazionali, come dovrebbe astenersi dalla rilassatezza dei tiepidi che non pongono mente alla fine dei tempi, o la considerano un evento troppo lontano, ed essere invece animato dalla sana tensione dei Padri, sapendo che la fine è vicina, sapendo cogliere ogni segno nel cielo e sulla terra, e pur senza sapere quando Cristo verrà "come un ladro nella notte", preparandosi a difendersi e restare fedele al suo nome, per andargli  incontro con la lampada accesa, in quel giorno terribile in cui gli Angeli avvolgeranno i cieli e il Giudice verrà sulla terra a far giustizia dei vivi e dei morti.

Chiudo riportando come monito le profetiche parole del beato confessore georgiano Gabriele Urgebadze, folle in Cristo, sul segno dell'anticristo, terribilmente attuali, poiché si possono benissimo applicare pure ai "segni preconizzatori" della catena di forzature di cui detto sopra: "Satana ha diffuso 666 trappole. Il suo sigillo sarà fatto non solo in modo invisibile ma anche visibile, sulla fronte e sul braccio. Se l'impressione del sigillo è fatta con la forza, agli occhi di Dio sarà considerata come una vergine disonorata. La prova più difficile per i cristiani saranno i loro parenti che hanno accettato il sigillo. Il sigillo non avrà effetto se fatto contro la volontà di qualcuno. Ma immagina la trappola tesa dall'anticristo per una madre che è partita con cinque figli. Come dar loro da mangiare se non accettare il sigillo? In un primo momento, il sigillo verrà offerto ai volontari. Tuttavia, durante l'intronizzazione dell'Anticristo tutti saranno costretti ad accettare il sigillo. La disobbedienza sarà considerata un tradimento. Le persone fuggiranno nelle foreste. Dovrebbero essere prese precauzioni per muoversi in gruppi di circa dieci-quindici, poiché i demoni potrebbero tentare di spingere le singole persone dalle scogliere. I credenti saranno protetti dallo Spirito Santo. Qualunque cosa accada, non perdere mai la speranza. Aiutatevi a vicenda. Dio ti schiarirà la mente e saprai come reagire. Colui che persevererà sarà salvato. Nessun vero credente proverà né fame né sete. I credenti non appassiranno nel tempo dei disastri. Il Signore farà miracoli per loro. Una foglia di una pianta sarà cibo sufficiente per un mese. Anche il pezzo di terra si trasformerà in pane facendovi sopra un segno di croce".

Veni, Domine, et noli tardare: relaxa facinora plebi tuae!
Veni, Emmanuel, veni ad liberandum Israel!
Exurge Domine, et judica causam tuam!

li 17 dicembre 2020
festa di S. Dionisio di Zante il taumaturgo

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NOTE

[1] Cfr., pure per gli esempi successivi, N. Smart, "Soteriology", in M. Eliade (ed.), Encyclopedia of Religion, New York, Macmillan, 1987.

[2] Bocci, Ciriaco, D'Argento, Foschino, Il vaccino di Natale, in Repubblica 16.12.2020.

[3] G.H. Halsberghe, The Cult of Sol Invictus, Leiden, Brill, 1972, pp. 130-157.

[4] S. Hijmans, Sol Invictus, the Winter Solstice, and the Origins of Christmas, in Mouseion 47-3 (2003), pp. 377-399.

[5] Vaccino covid, Zaia: "Dal 6 gennaio via in Veneto", in Adnkronos.com 12.12.2020 <https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2020/12/12/covid-veneto-zaia-dal-gennaio-vaccinazione-via_nzJjVHHgyxuokC7opFZ8eJ.html>.

[6] A fiore e 100% biodegradabili: ecco i padiglioni per vaccini anti covid firmati Boeri, in MilanoToday 14.12.2020 <https://www.milanotoday.it/attualita/coronavirus/padiglioni-vaccini-covid-boeri.html>. Si noti che non è trascurato l'aspetto ecologico, fondamentale nelle profezie di questa nuova religione.

[7] M. Venturini, Vaccino Covid, lo spot punta su alcune leve persuasive. Per questo funziona, in Il Fatto Quotidiano 14.12.2020 <https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/14/vaccino-covid-lo-spot-punta-su-alcune-leve-persuasive-per-questo-funziona/6036129/>.

[8] Cfr. S. Giovanni Damasceno, De haeresibus 101 (PG 94:763).

[9] Sondaggi, per 2 italiani su 3 il vaccino anti-Covid metterà fine a pandemia. 16% non vuole vaccinarsi, il 42% lo renderebbe obbligatorio, in Il Fatto Quotidiano 16.12.2020 <https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/16/sondaggi-per-2-italiani-su-3-il-vaccino-anti-covid-mettera-fine-a-pandemia-16-non-vuole-vaccinarsi-il-42-lo-renderebbe-obbligatorio/6039441/>

[10] <https://www.ricognizioni.it/fraternita-san-pio-x-e-vaccino-anticovid-solo-un-incidente-forse-ma-senza-constatazione-amichevole>


lunedì 7 dicembre 2020

Ubi fides ibi libertas: la lezione di S. Ambrogio

di Luca Farina

Mosaico nel sacello di S. Vittore.
Recenti studi compiuti sulle spoglie del
Santo ne hanno confermato i tratti somatici,
(originariamente pubblicato in Templum Domini 3 (2020), pp. 28-31)

“La cosa pù semplice che si può dire di Sant’Ambrogio, ed insieme più vera, è ch’Egli fu grande”. Iniziò con questa frase l’omelia del pontificale del 7 dicembre 1956 l’allora cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini. Nulla di più vero: non si può essere veri conoscitori della storia meneghina né proclamarsi fedeli ambrosiani se non si conosce colui di cui si porta il nome. Certamente se ne potrebbero tratteggiare molti profili: prefetto romano col nome latino di Aurelius Ambrosius, vescovo, innografo, scrittore e Padre della Chiesa. Il celeste patrono del capoluogo lombardo fu tutto questo, riuscendo a fare ciò in modo straordinario. Un documento che, forse, lo può presentare in modo migliore è uno liturgico, giacché intrattiene un rapporto duplice con i sacri misteri: fissò i canoni principali della liturgia propria della Chiesa milanese (si parla infatti di rito ambrosiano) e, con grande onore, essa lo celebra. Una vita principiata ad Augusta Treverorum (l’odierna Treviri che, molti anni dopo, darà i natali, meno felicemente, a Carlo Marx) nel 340 e che fu arricchita da importanti snodi, che qui scegliamo di narrare conl’inno previsto per quella che, a Milano, è la solennità della sua ordinazione episcopale (7 dicembre): Nostrum parentem maximum. Esso fu composto per ordine di San Carlo Borromeo dal latinista romano don Giovanni Battista Amalteo nel 1570. Osserviamone alcune strofe:

Infans locutus Insubrum
Ambrosio fert infulam:
cunctorum ora conclamant
Ambrosium episcopum.

Dopo aver compiuto studi letterari, nel 374 si trova a Milano in qualità di funzionario alle dipendenze dell’imperatore romano Valentiniano I. Da alcuni anni, per decreto di Diocleziano, essa costituiva la capitale insieme a Treviri.In un contesto sociale in cui il cristianesimo andava affermandosi (soprattutto dopo l’editto costantiniano del 313), era appena morto il vescovo Aussenzio -un ariano salito sulla cattedra dopo aver deposto, illecitamente, il suo beatissimo predecessore Dionigi- provocando scontri tra cattolici ed eretici. Mentre cercava di risolvere le controversie come laico super partes (sebbene di famiglia cattolica) un bambino -così racconta il biografo Paolino di Milano nella Vita Ambrosii- gridò “Ambrogio vescovo!” e tutta la folla lo ripeté a gran voce, provocando grande sbigottimento nel Santo che non era ancora stato neppure battezzato. Non volle però dire di no a Dio: il 30 novembre rinacque al sacro fonte, ricevette tutti i Sacramenti fino all’ordinazione episcopale occorsa il 7 dicembre, ascendendo alla cattedra che era stata di Sant’Anatalo. Iniziò così il suo glorioso episcopato.

Velat sacrata denique
doctum thiara verticem,
sacraque tectus casside
bellum minatur Ario.

Eletto vescovo per sedare gli scontri tra cattolici ed ariani, non esitò a combattere quest’eresia: fu per lui una vera e propria battaglia da combattere con la mitria in capo. Volle una liturgia fortemente cristocentrica, con diverse somiglianze ai riti orientali, predicò ardentemente e si rifiutò con protervia di concedere le sue chiese agli eterodossi.

Abunde sacras litteras
explanat atque edisserit,
divina pandens dogmata
mira nitet facundia.

Con straordinaria eloquenza, Ambrogio si dedicò alla spiegazione dei brani biblici, all’illustrazione della teologia morale e dogmatica, componendo numerosissime opere, i cui brani si trovano ancora oggi nella Liturgia milanese: tra i più celebri ricordiamo Exameron, Expositio in Lucam, De virginibus, De paenitentia. A ciò si aggiunge un ricchissimo corpus epistolare in latino di carattere esegetico e pastorale.

Fac nos amemus carminum
dulces modos persolvere,
ac mente voci consona,
te dirigente, psallere.

Gonfalone di Milano (civica raccolta
di stampe A. Bertarelli, Milano)

Sant’Ambrogio fu anche, come si diceva all’inizio, un grande  innografo: riteneva essenziale l’uso del canto liturgico, per i quali  compose alcuni versi di straordinaria poeticità; di tutto ciò che gli è  stato attribuito (per esempio, probabilmente in modo erroneo, il Te  Deum), filtrando grazie alle citazioni di Sant’Agostino e agli studi  del beato Luigi Biraghi (che fu viceprefetto della Biblioteca  Ambrosiana), è possibile citare il Deus creator omnium (per i  Vespri domenicali), lo Jam surgit hora tertia (per l’ora terza  festiva), l’Hic est dies verus Dei (per la Pasqua, dalla cui melodia avrà origine il più noto Veni Creator) e molti altri.

Cum Augustinum rhetorem
paterno corde recipit,
ad Christi fidem instruit,
creat baptismo filium.

Accade spesso, nella storia della Chiesa, che i Santi si incontrino, e questo è uno di quei casi. Nel 386, infatti, Agostino d’Ippona, allora brillante retore, si trovava a Milano, sperando di fare carriera nella corte imperiale. Desideroso di attingere qualcosa dalla sapienza di Ambrogio, iniziò a seguirne le prediche, cercando di capire come conciliare la filosofia platonica e neoplatonica di Plotino con il Vangelo. L’Ipponate capì, grazie al Santo, che la vera libertà poteva trovarsi solo nella verità, che non era un sistema di idee, ma un incontro di fede con Gesù Cristo. Dopo alcuni mesi, nel battistero ipogeo di San Giovanni ad fontes, il cui perimetro è disegnato sul sagrato del Duomo di Milano, Agostino ricevette il battesimo da quello che era diventato suo padre nella fede.

Paschalis mane sabbati
quo die iam praedixerat
recepto Christi corpore
ad regna intravit caelica.

Giungiamo alla fine: a Milano, il 4 aprile del 397, sabato santo, dopo aver ricevuto la Santa Eucarestia, Sant’Ambrogio spirò piamente. Per sua volontà il corpo fu portato nella Basilica Martyrum, in cui egli stesso, alcuni anni prima, aveva accolto le reliquie dei Santi Protaso e Gervaso. Più tardi, quello stesso edificio fu intitolato proprio a lui ed è l’attuale Basilica di Sant’Ambrogio. Ancora oggi, in quella cripta sotto l’altare maggiore, giace il corpo di questo glorioso vescovo, la cui anima è assisa nella gloria di Dio. Da lì, veglia continuamente la città di cui è patrono, invitandoci a ripetere quel motto che gli fu tanto caro: “Ubi fides, ibi libertas”.


domenica 6 dicembre 2020

Infra Octavam...

 
Vespro della Domenica fra l'Ottava della Presentazione della Madre di Dio al Tempio
Venezia, Chiesa di S. Zan Degolà, 22 novembre (5 dicembre) 2020

I paramenti del tempio sono azzurri, poiché si è nell'Ottava di una festa della Madre di Dio. L'ufficio è della domenica, con l'aggiunta dei tropari della Presentazione e di S. Alessandro Nevskij (23 nov./6 dic.).

Prima della riforma di Pio X, anche nel rito romano nelle domeniche infra le ottave si celebrava l'ufficio della domenica, ma con i paramenti del colore della festa. La riforma piana soppresse questo antico costume. Poi si passò direttamente abolizione delle ottave, già quelle locali e de facto quelle delle feste doppie di II classe sotto Pio X, ma più massicciamente sotto Pio XII; quindi con Giovanni XXIII alla soppressione delle commemorazioni dei santi occorrenti la domenica.

Ipotizzando un uso continuativo del calendario giuliano (per poter fare il confronto con l'uso russo di cui sopra), e considerando che a Venezia la festa della Presentazione di Maria al Tempio si è osservata con ottava fino al 1910, nel Rito Romano questa domenica 23 novembre avremmo l'ufficio della domenica (ultima dopo Pentecoste), in paramenti bianchi, con comm. di S. Clemente Papa e martire, dell'Ottava della Presentazione e di S. Felicita vergine e martire, e il Prefazio della Madonna. Nel rito riformato da Pio X sparirebbe l'Ottava, e se pure si mantenesse sparirebbero i paramenti bianchi e il prefazio della Madonna; nel rito di Giovanni XXIII scompare tutto, e resta solo la domenica in verde...

sabato 5 dicembre 2020

Il pensiero antiliturgico

 di Luca Farina

Una vera piaga che affligge la Chiesa è quella del pensiero antiliturgico. Ora, qualcuno potrebbe pensare che questo sia un problema secondario di fronte all'ateismo od alla corruzione dei costumi, ma cercheremo, invece, di spiegare perché questo sia un problema di primaria importanza.

Potrebbe essere -lo premetto- un problema dello scrivente nell'indagare le questioni riferendosi sempre al proprio ambito, ma ogni crisi che viene denunciata in altri campi ha sempre una controparte liturgica. 

Parlare di antiliturgia, quindi, significa individuare una corrente di pensiero (senz'altro eretica) che non riguarda la scelta di un paramento di una foggia piuttosto che di un'altra tipologia, ma che costituisce una distruzione sistematica dell'impianto liturgico. Alcune analisi sono già state condotte su questo sito.

Le radici di questo pensiero sono più antiche di quanto si pensi; la teologia che vi sta dietro è ben chiara: la liturgia è un peso, un fardello da cui sgravarsi continuamente, il prima possibile, per dedicare tempo ad altro.

Sfrondare la liturgia significa agire lungo l'asse temporale, sottraendo tempo, e lungo l'orizzonte pratico, se così possiamo dire, ovverosia l'eliminazione fisica di paramenti o gesti.

Partiamo con un aneddoto medievale narrato dallo scrittore inglese Edward Ingram Watkin in Neglected Saints: si racconta che Sant'Ugo di Lincoln (1135 circa-1200) si trovasse un giorno con Ugo Nonant, vescovo di Coventry. I due dovevano essere ricevuti a pranzo dal re d'Inghilterra (il nostro autore non cita chi sia, ma incrociando i dati biografici dei due antistiti e considerando le testimonianze dei loro rapporti, possiamo supporre con ragionevolezza che si parli di Riccardo I). Il vescovo di Coventry, per non far attendere il sovrano, iniziò a leggere l'introito Os justi, mentre l'episcopo di Lincoln iniziò a cantarne le note, ricordando che il primo dovere di un pastore non è quello di curare i rapporti sociali, ma di occuparsi del divinum officium.


Un altro affondo del pensiero antiliturgico è quello dato dai nuovi istituti di perfezione nati durante il XVI secolo. Ordini come quello dei gesuiti e dei teatini nascono senza obbligo di coro, gettando invece le basi, come spiega il professor Angelo Bianchi (ordinario di Storia Moderna presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), della devotio moderna: nel corso dei secoli vedremo le chiese dei gesuiti svuotarsi di sacri ministri e di cori a favore di statue del Sacro Cuore, talvolta molto sdolcinate.

Un altro attacco che, forse, non ci aspetteremmo, è quello dato da San Pio X nel suo pontificato. Non ci concentriamo sulla riforma del Breviario (già analizzata qui), ma sul fatto che esso viene ridotto, in termini di tempo (riduzione del peso liturgico) introducendo però due pratiche non liturgiche quotidiane: la visita al Santissimo Sacramento e la recita del Rosario (canone 125 del Codex Iuris Canonici piano-benedettino). Si tratta senza dubbio di ottime occupazioni, peccato che tutto ciò che non è liturgico debba essere subordinato alla preghiera ufficiale della Chiesa.

Arriviamo agli anni '50: qui i problemi affliggono sia la Settimana Santa che l'ordinarietà. Per quanto riguarda la Settimana Santa assistiamo alla distruzione di riti plurisecolari per opera di Monsignor Annibale Bugnini sotto, ahinoi, il pontificato di Pio XII. Non ci concentriamo tanto sul fatto che queste riforme pacelliane siano direttamente collegate a quelle postconciliari, ma sul fatto che già negli anni '50 (quindi, cari "tradizionalisti", siamo prima del Vaticano II!) si sfrondino senza pietà riti antichissimi, sconvolgendo le mentalità liturgiche antiche che stavano dietro alle celebrazioni; tra tutte, la funzione più squartata è forse la Messa dei Presantificati, privata addirittura di questo nome. Il motivo? Una liturgia così antica non corrispondeva agli orientamenti liturgici e pastorali del tempo, e quindi andava modificata.

A livello di ordinarietà, invece, si introducono già molte innovazioni: letture in volgare, altari ad populum, e si diffonde la pratica che il dottor Peter Kwasnieski chiama il “fourhymns sandwich”: definizione simpatica e azzeccata per una Messa letta (anche quando ci sarebbe disponibilità di ministri e coro) con mottetti, all’ingresso, all’offertorio, alla comunione e alla conclusione. Il canto dell’ordinario e del proprio vanno in soffitta per le solite “ragioni pastorali”: il tempo va impiegato in altro modo, non nella liturgia!

L’ultima ferita inferta dagli antiliturgisti è sicuramente quella delle riforme montiniane: con la scusa di riportare i riti alla “nobile semplicità”, e di “eliminare inutili ripetizioni”, si giunge ad una Messa ed ad un Ufficio (che non a caso prende il nome di Liturgia delle Ore: come si potrebbe chiamare officium ciò che non porta via nemmeno un’ora della giornata?) stringati, ridotti all’osso. Una liturgia semplice o scarna? Prendiamo, ad esempio, la riduzione pratica dei paramenti: in quale modo non indossare il manipolo, omettere l’amitto ed il cingolo renderebbero i Sacri Misteri più comprensibili?Ne quidemverbum.

In moltissime parrocchie contemporanee la situazione è liturgicamente deprimente: tutte le Messe sono sempre lette, non vi è mai il canto dell’ordinario (e ancor meno del proprio), e le ore liturgiche non sono celebrate. Lo stesso clero è spesso poco attento alla liturgia, omettendo appena possibile, più o meno lecitamente, parole, gesti e paramenti. I variegati tentavi di salvaguardia delle tradizioni liturgiche sono osteggiati come pericolosi ritorni al “passato preconciliare”.

Nondimeno, non si beino le parrocchie “tradizionali”: in molte realtà sedicenti tali non si brilla per custodia della Sacra Liturgia, anzi: ovviamente la condanna non va a quei gruppi appena formati o con poche risorse umane, ma a chi potrebbe, senza problemi, offrire ogni domenica una funzione cantata e il canto di Vespri e/o Lodi e, per pigrizia, non lo fa, offrendo una più easy and friendly Messa letta: dal fast food alla fast liturgy? Il fatto che poi questa celebrazione sia in latino e in rito antico (se poi si usa il Messale del ’62 non è poi così antico, tra parentesi) non toglie il principio per cui la liturgia viene messa in secondo piano, giungendo magari a quelle celebrazioni, rinvenibili su YouTube, di messe lette di un’ora dove però la metà è occupata dalla roboante predica contro i modernisti (addirittura con termini scurrili).

Giungiamo alla conclusione: abbiamo capito (almeno, spero) che la salvaguardia della liturgia da questi attacchi è un’opera necessaria alla Chiesa, per il culto reso alla gloria di Dio e per la santificazione del popolo cristiano. Ridurre la liturgia (che ha i suoi tempi, certamente non infiniti) a favore di altro è sempre un danno: che poi in questo tempo si facciano cose migliori (come recitare il Rosario) o peggiori (blaterare sciocchezze incomprensibili sulla pastorale) è in realtà la stessa cosa, lo stesso principio antiliturgico, sopprimendo o riducendo la voce incessante della sposa mistica di Cristo Signore.

Mi permetto di chiudere con degli inviti: custodire la liturgia significa studiarla, conoscerla (questo blog vuole esserne uno strumento), ma soprattutto viverla. Recitare, o meglio cantare, ogni giorno l'Ufficio, e, per chi ne ha possibilità, prodigarsi nell’organizzazione di celebrazioni, occuparsi di tutto (dai paramenti ai ceri, dal servizio al canto) con lo giusto sguardo: non quello di un falciatore che elimina tutto ciò che non comprende o non ritiene adatto, e nemmeno quello di un padrone, ma quello di un servitore, di un custode di un’eredità antica da custodire gelosamente.