venerdì 13 settembre 2019

Il culto al Santo Chiodo: il rito della Nivola

di Luca Farina

Una delle celebrazioni certamente più caratteristiche e interessanti che si svolgono nel Duomo di Milano è certamente quella del rito della Nivola. Agli occhi di un cattolico, però, esso non è solamente qualcosa di scenografico, ma essenzialmente un gesto di fede.

Come noto, nella cattedrale ambrosiana è conservato uno dei chiodi della Santa Croce, posto nel catino absidale. Tale chiodo è conservato in un tabernacolo (all’altezza di circa 40 metri) costantemente illuminato da una lampada rossa, visibile fin dalle porte d’ingresso. Esso è presente fin dal 20 marzo 1461, quando fu traslato dall’antica basilica di Santa Tecla. Questa preziosa reliquia viene prelevata per essere mostrata ai fedeli con un rito particolare, quello della “Nivola”.

Di facile intuizione anche per i non meneghini, questa parola significa nuvola in dialetto. Affinché il Santo Chiodo venga traslato dal tabernacolo all’altare si fa uso di una sorta di ascensore, decorato a forma di nuvola. Di foggia barocca, la struttura è composta da una base a forma di nembo in lamiera, due angeli sui lati reggenti una torcia e, come se fosse un palco, tendine rosse, tra le quali vi è lo spazio per inserire la croce che ospita la teca col Santo Chiodo; i dipinti sono di Paolo Camillo Landriani. La configurazione attuale è del 1624. Vi è anche una seduta per consentire all’Arcivescovo o al canonico che lo sostituisce, generalmente l’Arciprete, di prendervi posto durante l’ascesa e la discesa.


Questa celebrazione, introdotta e fortemente voluta da San Carlo Borromeo, si svolgeva dal 3 maggio, festa dell’Invenzione della Santa Croce, al 5 maggio. Gli esordi si ebbero nel 1576, quando il presule volle portare in processione penitenziale [1] il Santo Chiodo al fine di scongiurare da Dio la pestilenza. Inizialmente la Nivola era manovrata a mano con funi ed argano. Si racconta che nel ‘700 accadde che i tiratori persero la coordinazione, le funi si imbrigliarono e la struttura si inclinò pericolosamente, esponendo a serio rischio il canonico che vi era seduto. Negli anni ’60, a causa dei lavori di restauro, la celebrazione fu sospesa. Solamente negli ultimi decenni il rito fu restaurato, traslato però al sabato più vicino al 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce (anche nel rito ambrosiano la festa del 3 maggio fu soppressa dalle riforme giovannee, applicate poi con decreto dell’allora Arcivescovo Montini in qualità di capo rito[2]).


Alle ore 15 del sabato si celebrano i Vespri votivi della Santa Croce, presieduti dall’Arcivescovo in forma pontificale (indossando i paramenti della Messa, come da tradizione del Vespero pontificale ambrosiano, assistito dall’arciprete in qualità di prete assistente e da due canonici diaconi, che vestono dalmatica e stola sopra veste paonazza e rocchetto) o, in sua assenza, dall’arciprete. Dopo il canto dell’inno VexillaRegis, il celebrante si porta nella cappella feriale, prende posto sulla Nivola e si reca a prelevare il Santo Chiodo. Nei momenti di salita e di discesa vengono intercalati canti e brani del Passio di San Giovanni. Giunta la reliquia all’altare il Vespro prosegue, al termine del quale viene impartita la benedizione con la medesima.


Il giorno seguente, domenica, vengono celebrati i Vespri capitolari, al termine dei quali il Santo Chiodo viene portato, sotto il baldacchino rosso, in processione per le navate del Duomo. Anticamente, però, la processione arrivava fino alla chiesa di San Sepolcro.

Il lunedì, passate le quaranta ore di esposizione, al termine della Messa e dei Vespri, il Chiodo della croce viene riposto, facendo nuovamente uso della Nivola.

La partecipazione degli Arcivescovi, però, non fu sempre frequente: il Cardinale Martini, spesso, non partecipava all’intero rito ma giungeva solamente in abito corale e stola rossa al momento delle traslazione.

Anche per quanto riguarda i fedeli c’è da dire che non sempre essi si comportano come tali: molte persone, appena giunto il Santo Chiodo all’altare, vanno via, ignorando che i Vespri debbano ancora continuare.

In questa società in cui la Croce è considerata strumento di ludibrio e, in nome della laicità di stato, ci si strappa i capelli per i crocifissi nelle aule scolastiche o di tribunale, vedere onorare il segno della nostra salvezza, tramite il Santo Chiodo, da molte persone di giovane età significa che la redenzione operata da Nostro Signore non è stata vana, ma è ancora attuale e vivificante.

In conclusione, si sente spesso affermare che questo rito è inutile poiché la reliquia non è autentica: se anche così fosse (ma non ci sono elementi per affermare ciò, quando invece la Tradizione milanese non ne ha mai dubitato e, anzi, vescovi rigorosi come San Carlo o il Beato Schuster hanno sempre creduto alla sua autenticità [3]), una mentalità freddamente razionalista, non cristiana, giudicherebbe questo rito come qualcosa di assurdo, ma il cristiano non venera quel pezzo di ferro, ma ricorda la salvezza che venne da Nostro Signore Gesù Cristo tramite il legno della Croce e il ferro dei chiodi.

Il rito celebrato dall'Arcivescovo Scola nel 2015

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NOTE

1: questa processione è ritratta da Gian Battista della Rovere, in cui si vede San Carlo, vestito in maniera penitenziale con la corda al collo, incedere con la croce contente il Santo Chiodo sotto il baldacchino rosso. Questo dipinto fa parte del cosiddetto “ciclo dei quadroni di San Carlo”, esposti in Duomo intorno al 4 novembre, ricorrenza liturgica dello stesso.
2: l’Arcivescovo Metropolita di Milano, è di diritto capo-rito: in quanto tale, ogni riforma liturgica del Sommo Pontefice deve essere poi ratificata e confermata da lui. Ne sono esempio i Messali, che non portano il nome, per esempio, di Pio XII o Giovanni Paolo II, ma, rispettivamente, dei Cardinali Schuster e Colombo.

3: con un approccio veramente rigoroso, San Carlo Borromeo e il Beato Alfredo Ildefonso Schuster, vollero sempre controllare, durante le visite pastorali, l’autenticità delle reliquie esposte alla venerazione dei fedeli nelle varie chiese.

domenica 8 settembre 2019

In Nativitate B. Mariae Virginis

8 settembre

In Nativitate B. Mariae Virginis
Ἡ γέννησις τῆς Ὑπεραγίας Θεοτόκου
Natività della Madre di Dio

Pietro Lorenzetti, Natività della Vergine, 1335-42, Museo dell'Opera del Duomo di Siena


Ἡ γέννησίς σου Θεοτόκε, χαρὰν ἐμήνυσε πάσῃ τῇ οικουμένῃ, ἐκ σοῦ γὰρ ἀνέτειλεν ὁ Ἥλιος τῆς δικαιοσύνης, Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, καὶ λύσας τὴν κατάραν, ἔδωκε τὴν εὐλογίαν, καὶ καταργήσας τὸν θάνατον, ἐδωρήσατο ἡμῖν ζωὴν τὴν αἰώνιον.

Natívitas tua, Dei Génetrix Virgo, gáudium annuntiávit univérso mundo: ex te enim ortus est sol justítiæ, Christus Deus noster: qui solvens maledictiónem, dedit benedictiónem; et confúndens mortem, donávit nobis vitam sempitérnam.

La tua natività, o Genitrice di Dio, portò l'annuncio della gioia al mondo intero: da te infatti nacque il Sole di giustizia, Cristo Dio nostro, il quale sciogliendo la maledizione diede la benedizione, e sconfiggendo la morte donò a noi la vita sempiterna.

(Antichissimo tropario, utilizzato e nel rito bizantino come Apolytikio della festa, e nel rito romano come antifona del Magnificat dei II Vespri)



Per ricordare che la Santissima Genitrice del Nostro Salvatore, giusta la tradizione antichissima del'Ecumene Cristiano, basata sul Protovangelo di Giacomo e le testimonianze giudaiche, rimontante almeno al V secolo, confortata da tutti i Padri e i Dottori, nacque oggi 8 settembre, e non il 5 agosto come in qualche ambiente si sostiene...

mercoledì 4 settembre 2019

Intervista agli organizzatori del Pellegrinaggio ad Aquileja

Rammentando il pellegrinaggio del prossimo sabato 21 (QUI il programma), proponiamo questa intervista agli organizzatori dello stesso, parti della quale sono apparse nella rivista tedesca Dominus vobiscum n. 18, aprile 2019, dell’associazione Pro Missa Tridentina.

IL PELLEGRINAGGIO AD AQUILEIA
Alle sorgenti del Cristianesimo secondo la tradizione di San Marco 
Compagnia di Sant’Antonio

Ci stiamo approssimando alla terza edizione del Pellegrinaggio della Tradizione Marciana, ad Aquileia, che si svolgerà sabato 21 settembre prossimo.
E’il momento più importante e conclusivo della breve, ma significativa, stagione di pellegrinaggi locali che la Compagnia di Sant’Antonio ha svolto nel corso di questo anno liturgico, partendo dal Santuario di Madonna del Monte di Aviano e passando per Concordia Sagittaria, figlia di Aquileia nella Fede e testimone del cristianesimo dei primi secoli.
Ne parliamo con alcuni dei promotori di questo pellegrinaggio.

Iniziamo col chiedere con quale scopo è stato organizzato questo pellegrinaggio?

All’inizio alcuni fedeli, avendo grande amore e stima per la Santa Messa secondo il Rito Antico, desideravano far conoscere a tanti altri la sua incomparabile ricchezza e inestimabile valore spirituale. Oggi si vive chiusi come in una cantina con poca luce. Siamo diventati poverissimi nelle cose della nostra nobilissima Fede cattolica. E allora se a qualcuno arriva la grazia di scoprire l’uscita da questa cantina, non puo’ che voler farla conoscere a tutti gli altri rinchiusi. Il pellegrinaggio è nato con questo scopo, cioe’, di far conoscere queste sublime bellezze e per la consolazione e gioia di tanti. La Basilica di Aquileia si presta come luogo sovraregionale dove i vari gruppi amanti della Messa di sempre si possono incontrare per celebrarla. Inoltre, proprio là e’ la sorgente che propago’la Fede in queste terre, proprio là è giunto per primo l’Evangelista Marco ad annunciarla. E da là il nuovo credo si è irraggiato nelle regioni circostanti, cosa che ci auguriamo torni a succedere anche oggi.

Aquileia è nota per i suoi Santi Martiri. Quale ruolo hanno nel pellegrinaggio?

Si può dire che i Martiri sono i “padri”della fede, a maggior ragione in quest’epoca in cui manca ogni orientamento. Come tutti i Santi, anch’essi attendono solo che qualcuno li invochi. Come veri padri ci insegnano la vera via che porta a Dio e alla Patria celeste.

Abbiamo parlato finora del luogo. Anche la data del pellegrinaggio a fine settembre ha un significato particolare?

In verita’ la data del primo pellegrinaggio e’stata determinata unicamente dal fatto che era l’unico sabato in cui la Basilica poteva accoglierci. Ma quasi subito ci accorgemmo della grazia che ci fu fatta dal Cielo: quel sabato non solo era la ricorrenza della festa di San Pio, e questo fatto ci fece riflettere molto sul nesso tra questo grande Santo e la Santa Messa millenaria, gloria della Chiesa e gaudio delle anime. Penso sia universalmente saputo la straordinarieta’ di ogni Santa Messa offerta dalle mani piagati di Padre Pio, e le folle che facevano di tutto pur di parteciparvi. Ben sta l’appelletivo “Rito Extraordinario”!
La data poi corrispondeva alle Quattro tempora e nulla poteva esprimere meglio il carattere penitenziale che desideravamo dare al pellegrinaggio. Il pellegrinaggio e’stato voluto soprattutto per supplicare il Signore di preservare la Fede Cattolica in queste terre. Quale castigo peggiore della perdita della Fede? E’la causa dell’immoralita’ che distrugge poi le famiglie e le vocazioni; la societa’ si restringe e i popoli stranieri si moltiplicano; e  in quest’era ‘post-cristiana’i Sacerdoti e la Sante Messa spariscono sotto i nostri occhi! Dice il Signore per bocca del Profeta Osea: per l’iniquita’ del mio popolo, “Farò cessare tutte le sue gioie, le feste, i noviluni, i sabati, tutte le sue assemblee solenni. ... Li ridurrò a una sterpaglia e a un pascolo di animali selvatici”. 
Inoltre il pellegrinaggio svolgendosi in giorno di sabato, si onora in  modo particolare la Santissima Vergine Maria. Lo scorso anno [2018] il pellegrinaggio cadde nel giorno della Madonna Addolorata, il 15 settembre, quest’anno invece, il pellegrinaggio avra’ luogo il 21 settembre, festa del Santo Evangelista Matteo, ed e’anche il Sabato delle Quattro Tempora. 

Quale funzione hanno gli stendardi?

Sono stati fatti per mostrare un segno visibile ed eccelso della nostra Fede…e per distinguerci dalla gente che va a passeggio! Abbiamo voluto che fossero più belli possibile per glorificare Dio. Comunque, ogni aspetto del pellegrinaggio e della Santa Messa viene curato per poter offrire al Signore il meglio e il piu’ bello in tutto. 

Potete descrivere, per favore, un paio di stendardi particolarmente significativi.

Sì, volentieri. Il primo mostra una grande “M”, la lettera iniziale di Maria sotto una corona dorata affiancata da gigli, il tutto su sfondo azzurro. La fonte d’ispirazione è stata un santino. La Basilica aquileiese è dedicata a Maria SS. Ella è la nostra mediatrice della misericordia di Dio e ci insegna l’umiltà. I gigli simboleggiano la purezza che è strettamente legata alla fede: senza la purezza si perde anche la Fede.
Il secondo stendardo mostra una croce con Gesù crocifisso e la scritta “Domine, parce nobis”, cioè “Signore, abbi pietà di noi”. Questa implorazione è propria della Settimana Santa e dei Quattro tempora: si prega di essere risparmiati dalla punizione meritata per i nostri peccati e, attraverso la penitenza, di tornare in Grazia di Dio. La Croce è il pegno della nostra salvezza. Il colore rosso scuro simboleggia il Preziosissimo Sangue che ci salva e che viene offerto in ogni Santa Messa.

Quale ruolo gioca il carattere pubblico del pellegrinaggio?

È la riparazione pubblica per tutte le offese pubbliche che riceve il Signore; e’riparazione per l’edonismo di questi tempi, per i sacrilegi contro l’Eucarestia, per l’apostasia nella fede. Si vuole così rendere a Dio l’onore che Gli è stato negato con questi peccati. Cito da un opera di P. Garrigou-Lagrange: la pubblica riparazione, “tiene lontani i grandi castighi, anche pubblici che il mondo merita per le sue colpe, e chiede allo stesso tempo misericordia per i peccati, in modo che [l’uomo ritorni] sulla via della salvezza e si penta.”

Perché il Latino è particolarmente appropriato come lingua per questo pellegrinaggio?

Il Concilio, nella costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, stabilì che «l'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini»e che «i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell'ordinario della Messa che spettano ad essi»
Prima ancora del Concilio, Papa Giovanni XXIII scrisse nella costituzione apostolica Veterum Sapientia: “…la Santa Sede ha gelosamente vegliato sulla conservazione e il progresso della lingua latina e la ritenne degna di usarla essa stessa, «come magnifica veste della dottrina celeste e delle santissime leggi», nell'esercizio del suo magistero, e volle che l'usassero anche i suoi ministri.”
     Oggi esso viene ancora usato per esempio nelle preghiere degli esorcismi perché, secondo quanto affermano gli stessi esorcisti, è più efficace delle lingue moderne. Sosteniamo il Latino perché amiamo la Chiesa e vogliamo onorare Dio nella lingua originaria e ufficiale della Chiesa. Il Latino rimane inoltre tuttora la lingua della liturgia e tutti i figli della Chiesa dovrebbero essere in grado di usarla in modo naturale.

E il Latino può servire bene come lingua internazionale dei pellegrini…

Sì, certo. Lo scorso anno ci sono stati partecipanti da varie nazioni. Visto che il Cristianesimo si è diffuso a partire da Aquileia era naturale invitare al pellegrinaggio fratelli di fede dai paesi confinanti.

Quale futuro per questo pellegrinaggio?

Non possiamo dirlo con sicurezza. Intanto preghiamo di avere la grazia di poter continuare a tenerlo ogni anno. Vorremmo invitare i pellegrini a ideare e portare in processione i loro propri stendardi o croci.

Come ci si prepara altrimenti per il pellegrinaggio?

Invitiamo i pellegrini a prepararsi con una novena, che inizieremo giovedì 12 settembre. Inoltre, sul suggerimento della nostra Guida Spirituale, i fedeli sono invitati a voler offrire il digiuno (secondo le norme stabilite dalla Chiesa per il Venerdì Santo) il giorno precedente al pellegrinaggio, che e’ il ‘Venerdì delle Quattro Tempora’.

Vorrei fare ora una domanda un po’ scomoda... Pensando in maniera autocritica, quali sono i punti deboli dei fedeli della Messa Tridentina?

A causa dell’eccellenza di questo rito si può essere tentati ad essere insofferenti ed ipercritici verso i nostri fratelli di Fede che non lo conoscono o che sono un po’ prevenuti forse. La grazia che abbiamo ricevuto va conservata con umilta’: siamo stati chiamati a proteggere e sorvegliare una ricchezza che appartiene a tutti i fedeli di tutti i tempi.  Adempiamo con attenzione e fedelta’ cio’ che il Signore ha affidato a noi, servi inutili. Una seconda tentazione è quella di perdersi nell’esteriorità, nell’aspetto estetico: paramenti sacri, la bella liturgia, i canti tradizionali. L’esteriorita’ deve arricchire la nostra interiorita’, le nostre anime; la bellezza deve nutrire e far aumentare in noi una bonta’ veramente di Cristo.

Come si integra il battesimo nel corso del pellegrinaggio?

Il nesso è nelle promesse battesimali che vengono rinnovate pubblicamente presso l’antico battistero della Basilica. Nel battesimo muore l’uomo vecchio e rinasce come uomo nuovo. Ogni giorno siamo in lotta con le opere di satana, e tante volte al giorno dobbiamo rinunciare alle sue opere nefaste e dire con forza: Credo! E perche’credo, agisco di conseguenza, e con coerenza. La Chiesa si rinnova continuamente solo in questo modo: rinunciando ogni giorno alle opere di satana. Al termine del cammino penitenziale della Quaresima si usa rinnovare le promesse battesimali; un pellegrinaggio e’un cammino penitenziale.

Finora abbiamo parlato molto di penitenza. In questo pellegrinaggio c’è anche spazio per la gioia cristiana?

La fatica del pellegrinare, il caldo, il camminare, le costanti preghiere e canti—sono penitenze che vengono vissute e offerte molto felicemente perche’ la nostra gioia e’ grande: siamo tutti insieme, i canti ci rinvigoriscono, le preghiere ci toccano nel piu’ profondo, siamo uniti con tutta la Chiesa di tutti i tempi, siamo in processione fianco a fianco con tutti i Santi di questa gloriosa Chiesa; possiamo esultare come i pellegrini nel Salmo 84:
Quanto sono amabili le Tue dimore,
Signore degli eserciti!
L'anima mia languisce
e brama gli atri del Signore. (...)
Beato chi trova in Te la sua forza
e decide nel suo cuore il Santo Viaggio. (...)
Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente (...)
Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion.

Vorreste forse aggiungere ancora qualcosa per i lettori?

Li invitiamo di tutto cuore a partecipare al pellegrinaggio, per il bene della Chiesa odierna e a condividere con noi la gioia di questa giornata ad Aquileia.

Data del prossimo pellegrinaggio ad Aquileia: 21 settembre 2019

Informazioni: compagniasantantonio@libero.it

martedì 3 settembre 2019

Lettera di un monaco ortodosso sulla Chiesa Cattolica moderna

Pubblichiamo la traduzione italiana della risposta di un monaco ortodosso, rimasto anonimo, a un monaco benedettino, anch'egli anonimo. La lettera tratta diversi punti d'interesse, a partire dall'incipit, nel quale la teologia ortodossa delle energie divine e della trasfigurazione del cosmo ad opera della grazia è resa con tratti semplici e chiari; seguono una critica al recentismo e all'evolutio dogmatum della teologia cattolica, dell'evoluzione dell'arte religiosa, un'attenta disamina del Papato, principale argomento su cui verteva la lettera del benedettino, e non mancano notevoli accenni alla crisi della Chiesa Cattolica moderna, che ha abbandonato le sue tradizioni liturgiche rimontanti alla Chiesa del primo millennio. Tutti argomenti anche già trattati sul nostro blog, che trovano qui riassunto durissimo ed efficace, scritto da una persona la cui sintonia con le nostre posizioni è disarmante, e al tempo stesso confortante nella fede in Cristo.
[Fonte. Traduzione a cura di Traditio Marciana]

Caro padre, figlio di San Benedetto, ti ringrazio per le tue parole e per la tua attenzione verso l'Ortodossia. E' risaputo che noi Ortodossi stiamo vivendo in questo momento un incredibile periodo di rinnovamento spirituale. La ricerca e l'esperienza di Dio sono il cuore dei nostri interessi. Certamente, Dio non è conoscibile, ma l'esperienza della Trasfigurazione e della luce increata è il cuore del nostro progresso spirituale. Conoscerai di sicuro la figura russa di San Serafino di Sarov, che insegnò dell'acquisizione dello Spirito Santo. Forse avrai sentito anche dei gherontes dell'Athos, come Giuseppe l'Esicasta, la cui fecondità spirituale è straordinaria. Anche tra gli Egiziani forse hai sentito nominare Matteo il Povero, già abate e ristrutturatore del monastero di San Macario. Questi mondi ortodossi, che siano essi greci, russi, copti o egiziani, sono oggi visitati dalla potente luce di Dio, Dio reso accessibile grazie alla forza del Nuovo Testamento, alla fedeltà agl'insegnamenti dei Padri e alle nostre divine liturgie in tutti i punti conformi alla nostra tradizione ricevuta; tutto ciò ci dà la possibilità di avere un respiro spirituale come mai prima d'ora. La Vergine di Zeitoun, non tanto tempo fa, ha onorato della sua presenza i nostri fratelli Copti, visibile a tutti.

Nonostante il pericolo Turco, nonostante le barbarie del Comunismo, nonostante un Islam impazzito, abbiamo preservato fedelmente l'eredità dei nostri padri.

Tu che appartieni al cosiddetto "mondo libero", cos'hai a che fare con essa? Chi tra i Cattolici conosce San Giovanni Climaco, la cui Santa Scala sorpassa in sapienza l'Imitazione di Cristo? Chi ha retto San Massimo il Confessore, il Tommaso d'Aquino del primo millennio? Chi conosce Efrem e Isacco il Siro, quei grandi maestri della vita spirituale? A parte Sant'Agostino, le vostre radici non fanno più indietro del dodicesimo secolo. Ciascuna delle vostre generazioni si dà i propri maestri, i propri riferimenti graditi. Qualche tempo fa lo era Pascal, ieri lo era il padre Teilhard de Chardin, oggi la moda è cambiata così velocemente che i nomi non vengono nemmeno ricordati, eccezion fatta forse per Rahner, Kung e Boff. Mi sembra che tutte queste persone siano più interessate a costruire un'antropologia a loro immagine e somiglianza, e conformi all'opinione comune del momento, piuttosto che ricevere la presenza di Dio in loro stessi. Come noi vediamo le cose, costoro che tu consideri guide e teologi sono spesso intellettuali meno avanzati del più giovane dei nostri monaci che compiono le loro metanie e senza sosta mormorano la Preghiera di Gesù per stabilire la cusodia del cuore al loro interno, con l'aiuto della Santissima Trinità. I vostri pensatori non sanno nulla né della prassi né della teoria. La sapienza degli umili è a loro aliena.

Persino tu, caro Padre, figlio di San Benedetto e di San Giovanni Cassiano, hai avuto contezza della loro comune fonte, Evagrio Pontico? Molti dei tuoi negozietti monastici sono pieni del commercio di beni mondani, e lo spazio lasciato ai Padri è spesso ridotto.

La nostra tradizione spirituale fu dilaniata dalla controversia Iconoclasta, la soluzione della quale fu raggiunta al secondo Concilio di Nicea. La distinzione tra icona, idolo e immagine è molto importante per noi. Ma voi, dopo aver abbandonato l'icona con e dopo Fra Angelico, avete gettato voi stessi a rotta di collo nel culto dell'immagine con fattezze realistiche, che enfatizza il talento dell'artista, dell'emozione umana e dei sentimenti. Tutto questo finché non vi stancherete di queste visioni antropomorfiche. Voi ora avete raggiunto una sottile forma di iconoclastia, centrata sull'auto-celebrazione dell'uomo. Le vostre chiese sono spoglie di ogni segno, ma avete messo voi stessi al centro.

Questo mi porta al terribile deserto liturgico in cui ora vi trovate. Voi avete abbandonato la Romana liturgia di San Gregorio. Voi avete cacciato dalle vostre chiese più o meno tutti quelli che volevano rimanerle fedeli. Nonostante voi abbiate perso la tradizione che presso di noi è chiamata Iconostasi e da voi Tramezzo (ingl. Rood Screen, esp. Coro Alto, fr. Jubè, deut. Lettern), c'erano grandi punti d'incontro la vostra liturgia antica e le nostre divine liturgie di San Giovanni Crisostomo e S. Basilio. Voi avete l'urgente compito di una restaurazione da portare avanti, perché fintantoché non sarà adempito, voi non sarete in grado di accogliere altre tradizioni, così occupati come siete nel distruggere ogni memoria del passato.

Parlando di liturgia, sono rattristato dal vedere come la Santa Trinità sia scomparsa dal vostro orizzonte [1], nonostante Essa sia il solo soggetto della Fede. Mentre la Processione del Santo Spirito portò così tante discordie storicamente tra di noi, da ciò che vedo la contemplazione della Trinità sembra non essere più il cuore della liturgia per voi. Un po' come nell'Antico Testamento, voi siete la comunità, popolo di Dio, a faccia a faccia con l'Unico Dio, ma eppure abbastanza discreto rispetto all'individuo che è fondamentalmente indegno di fronte alla Santissima Trinità. La vostra mancanza di riverenza di fronte ai Santi Doni, la Comunione che il credente prende da sé [2] senza aver ricorso affatto alla Confessione, ci sembrano essere gravissime anomalie.

Veniamo ora all'obbedienza e al primato del papa di Roma. Per affrontare questo argomento, bisogna comprendere le nostre tradizioni storiche. Noi siamo gli eredi dell'Impero Romano d'Oriente. Presso di noi, il potere imperiale ha sempre contato qualcosa al tempo dei Santi Concili. E' normale e naturale che il potere temporale debba essere associato, in un modo o nell'altro, con la vita della Chiesa. E' naturale che i confini dello Stato debbano far parte della definizione dei Patriarcati, e che questi patriarchi debbano avere la lor propria autorità avanti ai governanti. Dal vostro canto, in Occidente, voi avete conosciuto una mancanza di potere temporale molto presto. Ambrogio di Milano, Agostino d'Ippona, vissero alla fine dell'Impero Romano d'Occidente. Questa situazione portò alla crescente importanza del ruolo dei vescovi nel governo degli stati. Essi e il papa ebbero spesso sia la giurisdizione spirituale che quella temporale. Le circostanze ci hanno portato ad avere un diverso approccio al governo nella Chiesa. Questo passato non è né buono né cattivo; semplicemente è. La domanda postaci, quindi, è come rispettare queste differenti tradizioni storiche.

Senza dubbio l'era Comunista ci ha mostrati i limiti dei patriarcati nazionali, così spesso oppressi dal potere politico. La tragedia della Chiesa Ortodossa Russa Fuori dalla Russia è ancora fresca nelle nostre menti. Dal vostro canto, la centralizzazione e le purghe che seguirono il Vaticano II, la subordinazione ai vescovi senza il contrappeso dei pastori a causa dei loro tempi di servizio assai ridotti, le sofferenze e le tribolazioni di uomini spirituali come Padre Pio nelle mani della gerarchia, la brutalità di Papa Francesco contro quei vescovi che sono semplicemente fedeli agli insegnamenti dei suoi immediati predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI; tutto questo suscita sospetti.

E' risaputo quindi che voi abbiate un manifesto problema d'autorità nella Chiesa Latina. I Concili Occidentali dell'era Carolingia riportarono alla luce l'esistenza del sistema dei pesi e contrappesi all'interno della vostra Chiesa. Oggi tutto ciò è scomparso, e la parola di un uomo solo, il vescovo di Roma, deve imporre se stesso su tutti gli uomini su ogni argomento, al di là delle tradizioni dei Pari. Questo non è conforme né alla vostra tradizione, né alla nostra. Voi ora siete in un momento di impasse. Forse sarete capaci di tornare un passo indietro, tenendo conto delle nostre rispettive impasse come le abbiamo vissute nel ventesimo secolo, in modo che possiamo trovare una soluzione alla luce della Trinità, senza trionfalismo o schiavitù.

Caro padre, per concludere queste parole vorrei condividere con te questa speranza che ho e che guida i miei passi ogni giorno. Già adesso ogni momento è per me un dono per avanzare nella conoscenza del Dio Trino ed Unico. Nel serbare gl'insegnamenti dei miei maestri, Macario d'Egitto ed Eschio di Bato, io aspiro a null'altro che vuotarmi da me stesso per lasciare che la Santissima Trinità dimori in me sempre più in ogni istante, qui ed ora. Desidero condividere con te questo tesoro di preghiera che ci unisce, sicché la Carità di Dio, agendo in noi, possa essere feconda.

Uno ieromonaco.

NOTE

[1] Il monaco potrebbe star pensando a qualcosa di questo tipo: le due esplicite menzioni della Santissima Trinità nella liturgia Romana antica, il Suscipe e il Placeat tibi, sono state entrambe rimosse con la riforma liturgica, insieme a pressoché tutte le dossologie trinitarie che vi erano presenti.

[2] Il monaco si riferisce alla pratica della comunione sulla mano, che è naturalmente del tutto estranea alla pratica orientale, come lo è stata a quella occidentale per oltre un millennio.

sabato 31 agosto 2019

Note sul materialismo e il razionalismo nella liturgia

Mi è stata raccontata non molto tempo fa la vicenda di un vescovo italiano che, trovatosi costretto in una parrocchia a celebrare ad orientem per via dell'orientamento non modificabile dell'altare, si è letteralmente messo a sbraitare durante la messa deprecando tale cosa. Al di là del quadretto piuttosto patetico, ciò induce a riflettere particolarmente sul significato della celebrazione versus populum, un significato che contrasta non solo con la prassi ma anche con la dottrina tradizionale cristiana.

Ci sono almeno due ideologie che hanno indotto i novatori cattolici (ma una cosa simile sta avvenendo pure nel mondo ortodosso: cercando su internet si troveranno delle immagini di preti greci che sciaguratamente hanno montato dei tavolini avanti all'iconostasi per celebrarvi coram populo) a compiere una scelta che in tal modo stravolge l'orientamento antico: il comunitarismo e il materialismo. Tali innovazioni chiaramente non si sono manifestate solamente sull'orientamento dell'altare, ma, prima ancora, sulla sua separazione effettiva dall'aula; esattamente un anno fa scrivevo un articolo (QUI) sulla storia della segregazione tra Santuario e navata, distinzione fisica che rispecchia una distinzione sacramentale di origine apostolica. 

La prima ideologia, erede della concezione protestante del sacerdozio universale (o battesimale) [1], secondo la quale il popolo "concelebra" con i sacri ministri l'ufficio liturgico, stravolge il concetto di segregazione tra clero e popolo testé esposto. Significativamente, poi, l'atto liturgico non viene più rivolto a Dio, verso quale tutto il popolo si rivolgeva guidato dal sacerdote, ma racchiuso nell'autocelebrazione della comunità. Queste critiche sono tuttavia molto note, e molto spesso citate non solo negli ambienti più strettamente tradizionali, ma anche in quelli più vagamente conservatori.

Decisamente meno affrontato è il problema del razionalismo, non secondariamente per il fatto che trattasi di un problema scomodo: radici razionaliste nell'impostazione della liturgia si ritrovano ben prima del Concilio Vaticano II, e affondano le proprie radici nel basso Medioevo e nell'epoca tridentina. Si possono individuare in modo abbastanza semplice, perché a un occhio allenato e liturgicamente e dottrinalmente tali elementi alloctoni rispetto alla concezione patristica sulla quale si è strutturato il rito romano nei primi secoli appaiono subito in tutta la loro alterità.
Per spiegarli, dobbiamo fare una promessa filosofica. Al razionalismo si accompagna pressoché sempre il materialismo; i razionalismi spirituali di stampo idealista nascono relativamente tardi e risentono del clima particolare del tardo Settecento e primo Ottocento, e non influiscono in modo prepotente sull'ambiente ecclesiastico come il razionalismo classico e materialista aveva fatto nei secoli passati. Una grande disputa tra materialità e spiritualità la vediamo a Costantinopoli nel XIV secolo: è quella tra Barlaam di Calabria e Gregorio Palamas, nella quale la dottrina delle separazione delle energie dalle essenze divine, sostenuta dal secondo e accettata generalmente nella Chiesa Ortodossa, è invece fortemente avversata dal primo. Le istanze del monaco di Seminara, che non a caso era forte sostenitore della riunione tra le Chiese, erano di fatto quelle della Chiesa latina, ed è significativo che questa fosse una delle prime dottrine che i Pontefici di Roma chiedevano agl'Imperatori di accettare quando questi si presentavano coll'intento (sovente puramente politico, per ottenere aiuti militari dall'Occidente,  anche se non mancavano sovrani seriamente convinti come Giovanni V, del resto figlio di una nobile cattolica) di convertirsi e in tal modo riunire le chiese. Del resto il razionalismo in questa materia contaminò già S. Agostino con la dottrina dell'esclusività delle cause seconde, è visibile nell'Aquinate (che pure cerca di moderarsi, ma non può prescindere troppo dalla tradizione agostiniana) quando si parla della grazia soprannaturale ma creata. Il risultato è che oggi possono esserci preti cattolici (da me personalmente uditi) che in predica affermano con fermezza che non esiste nel modo più assoluto altro mezzo con cui si trasmette la Grazia all'infuori dei Sacramenti, di mezzi materiali. Questa considerazione è abbastanza pericolosa, e ci pone davanti ad alcuni problemi: sicuramente dobbiamo dire che i Sacramenti siano mezzi privilegiati della Grazia, ma possiamo realmente dire che siano gli unici? Risulterebbe allora difficile capire la vita di S. Maria Egiziaca, che in vita sua fece appena due Comunioni e una confessione, ma nella quale oggettivamente la grazia non poté che sovrabbondare nei suoi quarant'anni di peregrinazione nel deserto; nessun eremita, anche se prete, celebrava abitualmente l'Eucaristia fino ai tempi di Pio XII; i fedeli stessi, fino a Pio X almeno, facevano poche volte all'anno la comunione, seguendo una prassi tradizionalmente consolidata. I Sacramenti sono parte importante, cuore taluni dicono, della vita della Chiesa, e devono essere "usati" dal Cristiano, ma non ne possono essere la totalità: una tale accentuata materialità ridurrebbe a zero l'azione dello Spirito [2]. Gli effetti di tale materialismo sacramentale sono evidenti: meglio dire quattro messe basse piuttosto che una messa solenne, meglio fare la Comunione ogni giorno, etc. etc. [3].
La materializzazione della Religione la vediamo anche nella corrispondenza cercata dalla devozione per ogni elemento spirituale con uno materiale: le Stazioni della Via Crucis materializzano la Passione Redentrice; il Sacro Cuore materializza l'amore di Dio, e via così. La spiritualità della Chiesa viene però così annientata da una brama di toccare, di vedere, di considerare con la ragione e non con il cuore.

Dopo questa lunga digressione, torniamo in tema liturgico, soffermandoci sulla brama di vedere poc'anzi menzionata. L'abolizione delle separazioni, così come il voltare l'altare verso il popolo, rispondono a questa brama di vedere. Ma già il Concilio di Trento accontentava questa brama di vedere, ordinando che le iconostasi e i tramezzi che separavano il Santuario dall'aula venissero ridotte a basse balaustre, che mantenevano il significato teologico della segregazione, ma non garantivano l'invisibilità dei Sacri Misteri. Ma i mirabili eventi che avvengono durante la liturgia, e particolarmente durante l'Eucaristia, li percepiamo anzitutto con il cuore, con l'interiorità spirituale, e non con l'intelligibilità razionale. Specialmente nei luoghi dove era trascurata l'adeguata istruzione religiosa, in alcune parti dell'Europa Occidentale, il popolo poteva non capire questo, e l'assenza di segni materiali poteva indurli ad accogliere eresie contro la Presenza Reale; questo fenomeno negativo fu però combattuto in modo sbagliato, non curando l'istruzione spirituale di queste persone, ma cercando di rendere visibile il Mistero, con le elevazioni dopo le parole "della Consacrazione", eseguite con l'esplicita intenzione di ostendere al popolo i Santi Doni [3], oppure con l'Adorazione Eucaristica, che riduce la pienezza salvifica del Mistero alla contemplazione visiva dell'ostia (peraltro separata dal calice) [4].
Come sempre, quando per sanare una situazione critica si viene meno all'esattezza della legge, di fatto si avalla l'errore minore e lo si lascia incautamente proliferare [5]: così nei secoli le pratiche materialiste vennero accettate e finanche sponsorizzate dall'autorità ecclesiastica. Particolarmente interessante è la storia dell'icona della Madonna "di sotto gli organi", opera duecentesca attribuita a Berlinghiero Berlinghieri e custodita nel Duomo di Pisa [a sinistra]; fino alla fine del XVIII secolo essa rimase completamente velata, e tali veli non venivano tolti nemmeno quando l'icona veniva portata in processione per le vie della città. Cionondimeno i pisani, pur non avendo materialmente mai visto il soggetto, le serbavano immutata e viva devozione, cosa che appare a dir poco incomprensibile alle menti di chi si è ormai assuefatto al razionalismo moderno.

La perniciosità di tali ideologie è evidente a chiunque le studi minimamente, e i loro devastanti effetti appariranno tremendamente palesi. Purtroppo, in un modo che sempre più sponsorizza questi errori, del resto già profondamente radicati nella consuetudine, molto difficile appare separarsene, ritornando alla fedeltà alla Tradizione autentica della Chiesa di Cristo.

[1] Bisogna guardarsi da questo errore così come dal suo opposto, il clericalismo; la Chiesa è fatta anche di laici, che hanno il loro ruolo fondamentale nella sua costituzione, e anche nei suoi atti liturgici. Ma, come detto, essi devono restare ben separati (che non vuol dire inferiori!) dai sacerdoti, che sono tali perché hanno una consacrazione che permette di ministrare le cose sacre, i Sacramenti.
[2] Taluni reputano il progressivo sminuire lo Spirito nella Chiesa latina una conseguenza del Filioque, anche se l'interpretazione di ciò non è univoca (si pensi che Barlaam di Calabria, che alcuni teologi ebbero a definire più tomista dell'Aquinate e col suo antienergismo era massime sostenitore di una forma di materialismo, era comunque un monaco ortodosso, che rigettava dunque convintamente il filioquismo).
[3] Molti tradizionalisti criticano il fatto che nel rito moderno il sacerdote, anche quando celebra a Oriente, si debbe voltare al popolo per le due elevazioni. A questa obiezione i sostenitori attenti del rito moderno rispondono che in questo modo si rende meglio la natura dell'atto, che è una ostensione piuttosto che una elevazione. Non hanno tutti i torti: l'unica vera elevazione, antichissima, è quella alla fine del Canone, e che sia una elevazione e non un'ostensione si capisce dal fatto che nelle rubriche tridentine il sacerdote qui eleva i Doni all'altezza dei propri occhi, verso la Croce, e non al cielo per mostrarli. Tuttavia qui vediamo ancora una volta la problematicità sostanziale del rito moderno: anziché rimediare a quegli errori di concezione che si erano diffusi nei secoli attorno al rito tradizionale (che nella forma esprime invece l'ortodossia patristica), li avalla e adatta pure la forma a tali errori. Si tornerà su questo discorso.
[4] Non si vuole qui negare in modo assoluto la possibilità, ad esempio, della Benedizione Eucaristica, che è una prassi molto più antica dell'Adorazione e ha le sue ragioni teologiche; si contestano piuttosto altre prassi come l'Adorazione perpetua, le Quarant'ore, o anche solo l'Adorazione senza nessun altro atto liturgico, che snaturano il Sacramento e lo rendono oggetto appunto di un vedere razionalista.
[5] Stessa cosa avviene a livello morale: si pensi, esempio fra tanti, all'introduzione del divorzio nei paesi di tradizione cattolica. L'istituto viene introdotto per sanare situazioni problematiche (mariti che picchiano le mogli [o viceversa], tradimenti etc.), ma la sua esistenza fa sì che la gente poi vi ricorra senza reale necessità (oggi a migliaia avvengono i divorzi per cause realmente minime e insignificanti). Stesso discorso può farsi per la concessione del secondo matrimonio ai preti, recentemente rilasciato in modo generale dal Fanar. Nella tradizione cristiana, l'atteggiamento di economia è sempre disposto in modo personale, per il caso individuale, e non in modo generale, proprio per evitare questi problemi.

martedì 20 agosto 2019

Il valoroso Metropolita greco Ambrogio di Kalavryta annuncia le sue dimissioni: ritratto di un vescovo coraggioso

Apprendiamo dal portale greco Romfea (QUI) che domenica scorsa, al termine della Divina Liturgia, Sua Eminenza il Metropolita Ambrogio di Kalavryta, della Chiesa Ortodossa di Grecia, conosciuto per le sue schiette critiche all'anarchia regnante nella Chiesa e nella società, ha annunciato le sue dimissioni. Esse sono state sottoposte al Santo Sinodo nella giornata di ieri, per iniziare il processo di nomina del successore. Egli ha spiegato in un'intervista il giorno successivo che il suo ritiro è dovuto all'avanzare dell'età e al venir meno delle forze, avendo egli ormai 81 anni.
Riprendiamo la notizia, servendoci anche del piccolo elogio di questo vescovo pubblicato dal portale russo Pravoslavie.ru (QUI), per offrire ai lettori il ritratto di un pastore coraggioso e saldo nella fede, una figura di vescovo purtroppo pressoché introvabile da decenni nel mondo cattolico.

S.E. Ambrogio nel 1978
Il Metropolita Ambrogio, difatti, non rinunciò mai a proclamare con forza la Verità. Egli ha spesso pubblicamente parlato e scritto dei danni che le autorità atee in Grecia hanno portato alla Chiesa e alla nazione. Egli scrisse poi una lettera a Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo circa i problemi dell'ecumenismo al Concilio di Creta del 2016, e non si è fatto problema a redarguire pubblicamente persino il primo ministro.

Egli si è pronunciato contro l'anti-canonica invasione del territorio della Chiesa Ortodossa Ucraina da parte del Patriarcato di Costantinopoli.

Nell'ottobre del 2017, il Metropolita Ambrogio ordinò che le campane di tutte le chiese della sua diocesi suonassero ogni giorno per una settimana a lutto, in segno di protesta contro la legge "sul riconoscimento legale dell'identità di genere", che ha semplificato il processo per il cambio legalizzato di sesso, permettendo a chiunque dai 15 anni in su (sic!) il cambio solo mediante notifica alle autorità competenti.

Sua Eminenza ha sofferto insulti e persecuzioni in questi anni, per via delle sue salde posizioni ortodosse. Egli fu portato in tribunale e condannato a 7 mesi di prigione per "discorsi d'odio e incitamento alla violenza" contro gli "omosessuali", a cagione di un articolo postato su un blog pubblico nel 2015 nel quale egli condannava tali comportamenti contro natura, proprio mentre il parlamento stava votando in favore delle unioni civili omosessuali.

Nella sua lettera di dimissioni, il Metropolita Ambrogio ha ringraziato Iddio dell'opportunità di aver subito persecuzione a cagione del Suo nome, secondo il motto evangelico: Beati qui persecutionem patiuntur propter justitiam, quoniam ipsorum est regnum coelorum. Beati estis cum maledixerint vobis et dixerint omne malum adversus vos propter nomen meum: gaudete et exultate, quoniam merces vestra copiosa est in coelis.

lunedì 5 agosto 2019

XLVII Convegno di Instaurare a Fanna il 22 agosto


Giovedì 22 agosto 2019
Santuario di Madonna di Strada, Fanna (PN)
Costituzionalismo, ordine politico, bene comune

Programma
ore 9,00   -  Arrivo dei partecipanti. Iscrizione al convegno.
ore 9,15 - Celebrazione della santa Messa in rito romano antico e canto del «Veni Creator»
ore 10,45 - Apertura dei lavori. Saluto di Instaurare ai partecipanti. Introduzione ai lavori.
ore 11,00 - Prima relazione: «La dottrina politica cattolica di fronte al costituzionalismo: problemi di ieri e di oggi»
del prof. Miguel AYUSO, Ordinario nell’Università Comillas di Madrid, Presidente emerito dell’Unione
Internazionale Giuristi Cattolici.
ore 12,00 -  Interventi e dibattito.
ore 13,00 - Pranzo.
Ore 15,30 -  Ripresa dei lavori. Seconda relazione: «L’ordine politico e il problema del bene comune nella dottrina
dell’americanismo» del prof. John RAO, docente all’Università St. John di New York.
Ore 16, 15 - Terza relazione: «Critica alla Costituzione repubblicana e proposta di Costituzione di Carlo Francesco
D’Agostino» del dott. don Samuele CECOTTI, cultore di Filosofia politica.
ore 17,00 - Interventi e dibattito.
Ore 17,30 - Chiusura dei lavori. 

Avvertenze

Il convegno è aperto a tutti gli «Amici di Instaurare». Non è prevista alcuna quota d’iscrizione. I partecipanti avranno a loro carico solamente le spese di viaggio e quelle del pranzo che sarà consumato al Ristorante «Al Giardino» di Fanna a prezzo convenzionato. Si prega, a questo proposito, di dare la propria adesione scrivendo all’indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org entro il giorno 14 agosto 2019. L’adesione è necessaria al fine di favorire l’organizzazione.
Non è permessa la distribuzione di alcuna pubblicazione né la registrazione dei lavori del convegno senza la preventiva autorizzazione della Direzione del convegno.
I giornalisti devono essere accreditati. A tal fine essi debbono scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org
Il santuario di Madonna di Strada è facilmente raggiungibile con propri mezzi: si trova sulla strada che da Spilimbergo porta a Maniago, pochi chilometri prima di quest’ultimo centro. Chi si servisse dell’autostrada deve uscire dalla stessa a Portogruaro, prendere la direzione di Pordenone e proseguire (senza uscire dall’autostrada a Pordenone) fino a Sequals. A Sequals girare a sinistra in direzione di Maniago e proseguire per una decina di chilometri: sulla sinistra, come indicato dai cartelli stradali, si trova il santuario di Madonna di Strada.
Al fine di favorire l’organizzazione del convegno è gradita la segnalazione della propria partecipazione anche da parte di chi non partecipasse all’incontro conviviale.
Per comunicazioni e informazioni si prega di scrivere al citato indirizzo di posta elettronica: instaurare@instaurare.org 

Breve nota introduttiva

Il convegno non è destinato a «tecnici», vale a dire a cultori specialistici della questione. L’incontro, infatti, sarà un’occasione per esaminare
la questione in termini culturali. I lavori mostreranno innanzitutto la genesi di una dottrina, i suoi sviluppi, le sue aporie. Soprattutto
evidenzieranno i problemi «satellitari» al costituzionalismo: concezione della libertà e dei diritti umani, questione della legalità e della
legittimità, il liberalismo e la sua «naturale» evoluzione, i rapporti fra potere spirituale e temporale. Si tratta di temi di grande attualità
e dalla decisiva incidenza sulle scelte quotidiane individuali e collettive. Oggi la dottrina del costituzionalismo è in crisi. I suoi effetti
rilevanti. Soprattutto sono attuali le conseguenze apportate dal costituzionalismo per quel che attiene al problema del bene comune. La
dottrina del costituzionalismo è «costretta» a identificare, in ultima analisi, l’ordine politico con l’ordine positivo costituzionale (nell’ipotesi
migliore, quindi, con i limiti e gli spazi di libertà residuale rispetto alle esigenze della convivenza; perciò con un ordine «anarchico»). Essa
rappresenta un ostacolo insormontabile per il bene comune (classicamente inteso). Nei secoli passati la dottrina del costituzionalismo è
stata «costretta», da una parte e in una prima fase, a delineare (soprattutto nel continente europeo) il bene comune come bene pubblico,
portando – la tesi può apparire assurda, ma assurda non è – talvolta al totalitarismo, considerato (erroneamente) rimedio all’individualismo.
Nella versione «americana» essa ha portato, conservando e nello stesso tempo segnando (coerentemente rispetto alle posizioni più
radicali della dottrina protestante) una «svolta», verso una forma di rinnovato ed accentuato individualismo, dissolutore della stessa
concezione del bene che si è fatto esclusivamente «privato».
La considerazione della questione «Costituzionalismo, ordine politico, bene comune» offrirà l’occasione per la presentazione della critica
alla Costituzione repubblicana di Carlo Francesco D’Agostino (di cui ricorre il ventennale della morte) e per l’illustrazione del suo progetto
di Costituzione conforme all’ordine naturale, il quale si allontana dalla dottrina del costituzionalismo come storicamente impostosi.

Suggerimento

A chi volesse previamente approfondire la questione oggetto del convegno si consiglia la lettura dei seguenti libri, alcune copie dei quali saranno comunque disponibili presso
il Santuario di Madonna di Strada in occasione dell’incontro:
M. AYUSO, Costituzione. Il problema e i problemi, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2019.
D. CASTELLANO, De Christiana Republica. Carlo Francesco D’Agostino e il problema politico (italiano), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2004.
S. CECOTTI, Della legittimità dello Stato italiano. Risorgimento e Repubblica nell’analisi di un polemista cattolico, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012.

giovedì 1 agosto 2019

Tra primato e giurisdizione: una fonte cronachistica medievale

Cristo consegna il Pastorale a un Vescovo:
segno che la giurisdizione viene direttamente
da Dio (miniatura del Beato Angelico)
Le tristi vicende che stanno coinvolgendo la Chiesa Ortodossa in Ucraina, di cui abbiamo anche su questo sito parlato, riportando notizie e commenti autorevoli, hanno -com'è noto- origine dalla pretesa di primato avanzata dal Patriarca di Costantinopoli, sulla scorta di alcune aberranti affermazioni teologico-ecclesiologiche (come quelle del metropolita Elpidophoros o del metropolita Zizioulas) le quali andrebbero a replicare, o meglio a superare persino le pretese primaziali avanzate dal Papato Romano dopo il 1870 [1]. Per comprendere tuttavia come la Chiesa nei secoli passati affrontava faccende del genere, cioè come la Tradizione e i Sacri Canoni si pongono davanti a eventi di tale sconcertante portata, può essere utile analizzare un episodio rimontante al X secolo che ci viene narrato dal cronista medievale Rodolfo il Glabro, monaco di Cluny.

Dopo aver provocato un po' dovunque, nel corso di varie battaglie, grandi spargimenti di sangue umano, preso dal terrore dell'inferno, [Folco d'Angiò] si recò al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Da quello sfrontato che era, se ne tornò pieno d'esultanza, e per qualche tempo lasciò la consueta ferocia divenendo più umano. Progettò allora di costruire una chiesa in uno tra i terreni migliori di sua proprietà, e sistemarvi una comunità di monaci che si adoprassero giorno e notte per la salvezza della sua anima. E poiché non lasciava nulla al caso, cominciò a interpellare un gran numero di religiosi sui santi alla cui memoria gli convenisse dedicare quella chiesa perché pregassero il Signore onnipotente per l'assoluzione della sua anima. Tra gli altri anche sua moglie, che era persona di grande saggezza, gli consigliò di adempiere al voto fatto celebrando la memoria di quelle potenze celesti che l'autorità dei testi sacri colloca più in alto, i Cherubini e i Serafini. Aderendo all'idea con entusiasmo, egli fece costruire una bellissima chiesa nel distretto di Tours, a un miglio di distanza dal castello di Loches.

Conclusa presto la costruzione della basilica, inviò subito un messaggio all'arcivescovo di Tours, Ugo, nella cui diocesi era stata fondata la chiesa, perché venisse a consacrarla com'egli aveva stabilito. Ma quello non si mosse, spiegando di non poter trasmettere al Signore, per mezzo di tale consacrazione, il voto di un uomo che si era impadronito di tanti beni e di tanti servi appartenenti alla chiesa madre della sua diocesi; gli sembrava opportuno che Folco restituisse prima quanto aveva ad altri sottratto ingiustamente, e solo dopo offrisse a Dio, giusto giudice, le proprietà che intendeva consacrargli. Quando i messaggeri gli riferirono tutto questo, Folco, tornando alla solita ferocia, reagì con grave collera alla risposta del vescovo, giunse ad aperte minacce contro di lui, e infine spinse i suoi calcoli più in alto che poté: si caricò di monete d'oro e d'argento e partì alla volta di Roma. Qui riferì a Papa Giovanni [XVIII] la ragione del suo viaggio, espose le sue richieste e gli fece ricchissimi doni. L'altro mandò senza indugio con Folco a consacrare la basilica uno di quelli che nella chiesa del beato Pietro principe degli Apostoli sono detti cardinali, di nome Pietro, e gli ordinò di eseguire, senza lasciarsi intimorire, qualunque cosa Folco avesse reputato giusto, come se gliene venisse l'autorità dal pontefice romano. Quando la cosa si riseppe, tutti i vescovi della Gallia compresero che una tale sacrilega temerarietà era dipesa da cieca ingordigia, e che l'uno con le sue rapine e l'altro con l'accettarne il frutto avevano provocato un nuovo scisma nella Chiesa di Roma. La deprecazione fu universale, perché appariva del tutto inammissibile che il titolare della sede apostolica violasse per primo le disposizione apostoliche e canoniche, soprattutto dopo che era stato ribadito da molte autorità, e fin dai tempi antichi, che nessun vescovo poteva esercitare un simile diritto nelle diocesi altrui, salvo che non lo ordinasse o non lo tollerasse il vescovo locale.

Un giorno di maggio si radunò una grandissima folla per assistere alla consacrazione della chiesa. La grande maggioranza dei presenti era là convenuta perché costretta col terrore da Folco a prender parte al trionfo del suo orgoglio; tra i vescovi intervennero per necessità soltanto quelli che erano oppressi sotto il suo potere. Il giorno stabilito fu iniziata con grande magnificenza la cerimonia della consacrazione; quando si concluse, e venne celebrato secondo l'uso il rito della messa, ciascuno tornò a casa propria. Ma quello stesso giorno, verso l'ora nona, mentre il cielo, percorso da dolci venti, appariva da ogni parte sereno, d'un tratto sopraggiunse da mezzogiorno un terribile uragano, che si abbatté sulla chiesa, la riempì di un turbine di vento e la scosse a lungo con violenza, finché tutta la travatura cedette sfasciando i soffitti, e così l'intera copertura della sommità occidentale del tempio rovinò a terra. Il fatto fu risaputo da molti in quella regione, e non vi furono dubbi che il voto era stato reso vano dall'arroganza e dalla temerarità; fu un chiaro segno per ognuno, al presente e in futuro, che cose del genere non si dovevano ripetere. Perché, se il pontefice della Chiesa di Roma è ritenuto degno di venerazione più d'ogni altro in tutto il mondo per l'autorità della sede apostolica, non per questo gli è consentito di violare il tenore delle disposizioni canoniche. Ora, siccome ciascun vescovo della chiesa ortodossa, come sposo della propria diocesi, reca in sé con pari dignità l'immagine del Salvatore, così a nessuno di essi in generale è lecito intervenire nelle diocesi di altri con atti di prepotenza.

(Rodolfo il Glabro, Historiarum libri, II, 5-7, trad. di Giovanni Orlandi, ed. Fondaz. Lorenzo Valla, 1989)

L'esposizione, commentata secondo lo stile dei cronisti medievali, è cristallina, e il fatto ricorda preoccupantemente le vicende odierne. E' persino inutile discutere, come fa P. Lamma (in Momenti di storiografia cluniacense, Roma, 1961, p. 57, nota 2) del "tono episcopalista" di Rodolfo contrapposto alla polemica antivescovile della tradizione strettamente cluniacense: ci sono dei fatti, ovvero la rivolta di alcuni vescovi di fronte a un atto scismatico del pontefice romano, che non lasciano adito a interpretazioni, e ci danno una visione limpida di come la Chiesa del primo millennio condannasse severamente atti di prevaricazione della giurisdizione che ogni singolo vescovo ha direttamente da Cristo (si evince nel testo). E se la contestazione dell'ingerenza nel territorio di altri vescovi è diretta qui al Papa di Roma (che si riconosce essere primus per onore tra i vescovi di tutto il mondo), quanto più dovrà applicarsi alle altre sedi?
Nei procellosi tempi odierni, è necessario tenere avanti a sé gl'insegnamenti dei Padri e dei maestri della Tradizione, perché solo seguendo i canoni apostolici e millenari della Chiesa si potrà serbare intatto il depositum fidei (che non è separato dalla componente ecclesiologica) della Chiesa di Cristo.

________________________________
NOTE:
[1] Certamente l'affermazione di una primazia della sede romana, almeno in Occidente, data agli ultimi decenni del primo millennio, ovvero dal consolidamento dell'alleanza franco-romana, e già nel Dictatus Papae di Gregorio VII del 1075 si possono ravvisare segni della pretesa universalità del Papato. Tuttavia, si è ancora molto lontani dalla quella figura di Rex in re spirituali che si affermerà dopo il Vaticano I (guarda caso in coincidenza con la perdita di ogni regalità in re temporali): mi ha sempre colpito che nel Museo delle Religioni di Pietroburgo il Cattolicesimo sia diviso in due sezioni, quella pre-Pio IX e quella post-Pio IX, e solo in quest'ultima sezione sia pieno di oggetti posseduti dai papi, di loro immaginette etc. (oltre che di immagini del Sacro Cuore e di altre devozioni diffuse negli ultimi due secoli): ciò è segno che, almeno vista dall'esterno, sussiste una notevole differenza tra questi due momenti della storia della Chiesa.

mercoledì 31 luglio 2019

La Processione della Santa e Vivificante Croce

Il primo giorno del mese di Agosto, tutta la Chiesa, da Oriente a Occidente, fa memoria dei santi sette fratelli Maccabei, del loro maestro Eleazaro e della loro madre Salomè, portatori di passione per aver osservato con invitta fede la legge del Signore a onta dell’imperio del crudele sovrano seleucide Antioco IV Epifane. Si tratta, come abbiamo notato anche qui, dell’unica festa di santi veterotestamentari presente nel calendario romano.

Tuttavia, mentre dalla Chiesa Romana questo giorno fu dedicato alla memoria della miracolosa liberazione per mano di un Angelo del suo fondatore san Pietro dalle carceri ove era rinchiuso, festa pertanto detta “di S. Pietro in vincoli”, con particolare solennità serbata nella chiesa dell’Urbe così intitolata, ove venerasi la reliquia delle catene che trattenevano il santo apostolo, le Chiese d’Oriente invece consacrarono questo giorno alla terza memoria annuale della Santa, Preziosa e Vivificante Croce del Salvatore (dopo l’Esaltazione il 14 settembre e la memoria fattane la III domenica di Quaresima; la Chiesa greca non osservò mai la festa dell’Invenzione, particolarmente celebrata dalla Chiesa latina).

Le origini della festa odierna, detta della “Processione della Vivificante Croce” sono da ricercarsi nella tradizione prettamente costantinopolitana di percorrere le strade della Capitale con il Sacro Legno affine di scacciarne i morbi, sendo l’estate – e specialmente il mese di agosto – il periodo peggiore, più incline alla diffusione di malattie, per il clima del Bosforo. Leggiamo nell’Horologion greco del 1897: “A causa delle malattie che si verificano nel mese di agosto, era consuetudine in passato portare il Venerabile Legno della Croce per le vie e le piazze di Costantinopoli, al fine della santificazione della città, e per il sollievo dalle malattie. Alla vigilia, [la Reliquia della Vera Croce] veniva prelevata dal Tesoro Imperiale e posta sull'altare della Grande Chiesa di Santa Sofia. Da questa festa fino alla Dormizione della Santissima Madre di Dio, si portava in processione la Croce per tutta la città, offrendola alla venerazione della gente. Questa è altresì la Processione della Venerabile Croce".

Questa festa viene celebrata con particolare enfasi dalle chiese slave, in quanto, secondo la tradizione tramandata dalle Cronache russe del XVI secolo, il 1° agosto ricorre inoltre l'anniversario del Battesimo della Rus', ovvero della conversione del gran principe Vladimiro di Kiev e di tutta la Rus alla Vera Fede, nel 988. Su come venisse celebrata questa ricorrenza, abbiamo la testimonianza dell' "Ordine degli Uffici nella Santa, Cattolica e Apostolica Grande Chiesa della Dormizione", compilato per ordine Patriarca di Mosca e di tutta la Rus' Filarete nel 1627: "Il giorno della Processione della Venerabile Croce c'è una processione in Chiesa per la santificazione dell'acqua e per l'illuminazione del popolo, in tutte le città e in tutti i luoghi". 

Con minor solennità, in questo giorno è ritenuta pure la festa delle icone del Misericordiosissimo Salvatore e della Tuttasanta Madre di Dio, istituita in occasione dei prodigi compiuti dalle icone di Cristo e della Sua Genitrice durante una battaglia combattuta nel 1164 dal santo principe Andrea Bogoljubskij contro i bulgari.

Nella prassi comune, seguendo lo schema della festa dell'Esaltazione della Santa Croce, dopo la Grande Dossologia del Mattutino viene intronizzata al centro della chiesa la Croce, venerata dai fedeli al canto degli appropriati inni; quindi si celebra la Divina Liturgia, seguita dalla solenne benedizione dell'Acqua, con eventuale processione. In taluni luoghi suole pure benedirsi il miele novello.

Ἡ φύσις τῶν βροτῶν, συνεόρταζε πᾶσα, καὶ σκίρτα μυστικῶς· τοῦ Σταυροῦ γὰρ τὸ ξύλον, προτίθεται σήμερον, ἰατρεῖον ἀδάπανον, τοῖς προστρέχουσι, μέτ' εὐλαβείας καὶ πόθου, καὶ δοξάζουσι τὸν ἐν αὐτῷ προσπαγέντα, Χριστὸν τὸν φιλάνθρωπον.

Tutta la stirpe dei mortali festeggia e misticamente si allieta: oggi infatti il legno della Croce è recato quale gratuita medicina per coloro che vi si accostano con fede e devozione, e glorificano il Cristo filantropo che ad essa fu confitto.

(Catisma della I sticologia del Mattutino)

mercoledì 24 luglio 2019

Giustiniano chiuse veramente l'Accademia di Atene?

Viviamo in un mondo in cui dilaga la propaganda ideologizzata in funzione anti Cristiana, talora con diffamazioni che scadono nel ridicolo: proprio oggi leggevo sulla "guida autorizzata dalla Regione Puglia" a Castel del Monte che Papa Gregorio IX avrebbe scomunicato Federico II dopo la VI Crociata perché questa "è stata risolta dall'Imperatore senza spargimento di sangue, mentre i papi di quei secoli volevano a tutti i costi il sangue e la morte degli innocenti" [il valore storico di questo giudizio, a prescindere dai dati omessi sull'alleanza turco-normanna, è palesemente inferiore a zero, bollando quale macchina del fango propagandistica). Occupiamoci ora però di una questione più sottile, un dato spesso insegnato anche nelle scuole, la cui falsità non di rado sfugge anche ai dotati di una certa onestà intellettuale (quelli per capirci che criticano la baggianata dei roghi dell'Inquisizione e via discorrendo): la presunta soppressione dell'Accademia di Platone nel 529 ad opera dell'Imperatore Giustiniano. Testo tratto da qui, trad. di p. Atanasio M. Giorgi (qui).



Il mondo moderno ha molti miti, in buona parte inventati da circoli illuministi nel XVIII secolo con lo scopo di sporcare l'immagine della Cristianita'. Uno di questi e' la chiusura forzata da parte di Giustiniano imperatore, nel VI secolo, della celebre Accademia platonica di Atene, nell'anno 529 dopo Cristo. Eppure, l'Accademia era da molto tempo in decadenza, e si era trasformata, al tempo dell'Imperatore, piu' in una degradante missione pagana piuttosto che in un centro culturale.

Come leggiamo dalla celebre Enciclopedia Britannica [1]:

Platone ebbe a prendere una porzione di terreno e vi edifico' l'Accademia [...] Legalmente, la Scuola platonica era un centro religioso con lo scopo della venerazione delle Muse... l'Accademia era circondata da un giardino recintato, al quale potevano accedere solo i membri dell'Accademia e le persone selezionate dal Direttore. Vi si organizzavano sacrifici, liturgie e banchetti festivi in onore delle Muse.

Sebbene nei libri di Storia si parli sempre di Giustiniano come di un perfido distruttore di templi, gli storici sono contraddetti dai documenti, come per esempio il Codice Legislativo del 530 promulgato da Giustiniano a Beirut e ad Atene nel quale si proibisce il paganesimo ma non l'insegnamento della Filosofia, considerata da san Basilio come propedeutica al Cristianesimo. Lo storico contemporaneo di Giustiniano, Procopio, non menziona affatto la proibizione dell'insegnamento filosofico nelle Scuole [2]. Sempre Procopio nella sua Storia Segreta ci informa del fatto che Giustiniano, per riformare l'istituzione ormai decadente dell'Accademia, confisco' alcune loro proprieta' a fini di ripristinare l'insegnamento delle Scienze nella citta'.

Secondo teorie piu' moderne [3] la Scuola chiuse per fallimento e mancanza di studenti nel 560 d.C. Ad Alessandria d'Egitto il pagano Olimpiodoro pote' insegnare filosofia e culti pagani fino al 565 d.C. [4]. San Teodoro, arcivescovo di Canterbury nel VII secolo, era un greco con competenze in matematica e astronomia, il quale aveva studiato ad Atene proprio sul finire del secolo precedente.

L'Accademia chiuse alla fine del Cinquecento per mancanza di allievi, secondo le teorie piu' moderne.

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NOTE

1) Encyclopedia PAPYROS-LAROUSSE-BRITTANICA, Volume 6, under the entry: “Academy”

2) Su Procopio e il Codice Legislativo, cfr. F. Gregorovius, Ιστορία των Αθηνών - History of Athens, Marasli Library, Athens 1904, vol.1, page 122

3) Paolo Cesaretti, “Θεοδώρα˙ η άνοδος μιας αυτοκράτειρας” Theodora: the rise of an Empress, Oceanis Publications, page 240

4) Sture Linnér, Ιστορία του Βυζαντινού Πολιτισμού, History of the Byzantine Civilization, Govostis Publications, page 93

venerdì 19 luglio 2019

Il culto di S. Elia Profeta nella tradizione occidentale

Mentre in Oriente sempre è rimasto vivo il culto dei Santi dell’Antico Testamento, onorati nella liturgia con feste loro proprie (quelle di molti profeti, ad esempio, si trovano collocate dal calendario bizantino nel mese di dicembre, per evidenziare il legame tra la loro predicazione e l’avvento del Salvatore), questi nell’Occidente hanno avuto nei secoli una minor considerazione. Certo, l’iconografia occidentale ha per secoli continuato a rappresentare scene dell’Antico Testamento, e in molti affreschi i profeti e i patriarchi attorniano l’immagine di Dio, proprio come nell’uso tradizionale russo i dodici profeti e i dodici patriarchi hanno un loro posto stabilito nella corte celeste raffigurata dall’iconostasi; certo, nel Canone Romano viene menzionata l’oblazione pura di Abele, il sacrificio di Abramo e quello del sommo sacerdote senza genealogia Melchisedec; certo, nei giorni tramandati dalla tradizione come loro transito il Martirologio Romano contiene l’elogio dei profeti e dei patriarchi. Nondimeno, possiamo notare la differenza di culto dando un semplice sguardo al Calendario liturgico: mentre dozzine di Santi della Prima Alleanza hanno una propria celebrazione liturgica nel calendario bizantino, in quello romano trovano posto solo i Fratelli Maccabei, commemorati il 1° agosto, e alcuni santi “parzialmente neotestamentari” (come li definì Silvio Tramontin), cioè i santi progenitori del Signore Gioacchino e Anna. Tale differenza si amplifica se si considera il numero di chiese dedicate ai santi veterotestamentari in Oriente, di fronte alla quasi totale assenza di esse in Occidente.

Si è parlato di quasi totale assenza, perché un’eccezione notevole c’è, ed è Venezia, che in virtù del suo stretto legame con l’Oriente ha, sin dai tempi più remoti (si consideri il Kalendarium della Chiesa Veneta dell’XI secolo), conservato il culto dei santi veterotestamentari, dedicando loro numerose chiese urbane e celebrando le loro feste. Giambattista Galliccioli, nelle sue Memorie della Chiesa Veneta, c’informa che nel 1764 il Patriarca Giovanni Bragadin avesse composto degli offici propri per i santi dell’Antica Legge venerati nelle Venezie, ma che altri testi propri fossero in uso sin dal XII secolo. Nella sua lista, il Galliccioli include S. Geremia al 1° maggio (1), S. Giobbe al 10 maggio, S. Daniele al 21 luglio, S. Samuele al 20 agosto, S. Mosè al 4 settembre, S. Simeone profeta all’8 ottobre (2), S. Lazzaro risuscitato al 17 dicembre (3). A questi si aggiunge la memoria di S. Zaccaria padre del Battista, celebrata il 5 novembre, il cui officio era stato però composto già nel 1761.

Nonostante quanto appena scritto, proprio a Venezia manca la celebrazione (così come il titolo) del santo veterotestamentario forse più venerato in tutto l’Occidente: Elia profeta. Il 20 luglio, giorno tradizionalmente ritenuto della sua morte, e sua memoria nel Martirologio Romano, a Venezia si celebra infatti con solennità la festa di S. Margherita Megalomartire d’Antiochia, parte delle cui reliquie sono custodite in città (4).

Ad aver diffuso il culto del santo profeta in Occidente, oggi patrono di molte città e paesi in tutta Europa, è stato senza dubbio l’Ordine del Carmelo, che, com’è noto, facendo rimontare l’origine del proprio ordine monastico all’esperienza eremitica iniziata proprio da Elia sul Monte Carmelo, lo venera come dux ac pater, tributandogli quotidiano onore nel proprio officio, menzionandolo nel Confiteor della messa, e celebrando la di lui solenne memoria proprio il 20 luglio.

Nel Breviario proprio dei Carmelitani Scalzi, i quali hanno recepito come base il Rito Romano, la festa, celebrata sub ritu duplici I classis cum octava communi, inizia con il Vespero festivo, nel quale ai salmi del Comune dei Confessori non Vescovi si inframmezzano antifone proprie tratte dai passi dei Libri dei Re che narrano la vita del santo profeta. Il capitolo è tratto dall’Ecclesiastico, 48, 1-2, nel quale si fa memoria della predicazione di Elia Profeta, paragonato al fuoco, e della sua parola, paragonata a una fiaccola ardente; l’inno è proprio, il Nunc juvat celsi. L’antifona al Magnificat è tratta dal profeta Malachia (4,5-6), e dice così: Ecce, ego mittam vobis Eliam Prophetam, antequam veniat dies Domini magnus et horribilis. Et convertet cor patrum ad filios, et cor filiorum ad patres eorum. Il fatto che la figura di Elia ricorra anche negli scritti profetici e sapienziali successivi è indice dell’importanza capitale di questa figura, posto nella scrittura come primus prophetarum, e nel quale molti non per nulla identificavano il Messia. L’orazione, nella sua parte elogiativa, fa memoria del miracoloso transito del Profeta, trasportato in cielo igneo curru, e che per tal motivo secondo una tradizione popolare, abbenché mai ufficialmente approvata dalla Chiesa, non sia mai morto (5). Viene poi commemorata solo l’Ottava privilegiata della Madonna del Carmine.

Oltre al già menzionato Nunc juvat celsi dei I Vespri e all’Audiat miras dei II Vespri, la pietà carmelitana dedica altri due inni al proprio capostipite: il Te magne rerum Conditor al Mattutino e il Pergamus socii tollere alle Laudi. L’antifona al Benedictus è tratta dall’epistola di S. Giacomo (5, 17-18), che magnifica Elia, homo similis nobis in passibilibus, ricordando uno dei suoi miracoli, ovvero la siccità e la successiva pioggia da lui invocate con la preghiera. La figura etimologica oratione oravit contenuta nel testo, con il verbo che viene di lì a poco ripetuto (et rursum oravit), focalizza l’attenzione sulla preghiera come elemento centrale nella vita contemplativa del monaco carmelitano. Oltre all’Ottava della Madonna del Carmine, ad laudes tantum (e nelle messe private), si commemora S. Girolamo Emiliani.

Alla Messa, l’introito è lo stesso brano di Malachia cantato ai Vespri; parimenti, la lezione è un’estensione del brano sapienziale impiegato come Capitolo. Il Graduale è tolto dal salmo 144, e ancora pone l’accento sull’importanza della preghiera, ricordando che il Signore prope est omnibus invocantibus eum e deprecationem eorum exaudiet et salvos faciet eos. Il carme allelujatico è invece tolto dal terzo libro dei Re (18, 36. 38), ed è costituito dalle parole (Domine Deus, ostende hodie quia tu es Deus Israel, et ego servus tuus) pronunziate da Elia profeta per supplicare il Signore di mostrare la sua potenza, cosa ch’Egli farà, talché cecidit ignis Domini, et voravit holocaustum. Il Vangelo è chiaramente quello della Trasfigurazione, in cui appunto Elia appare insieme a Mosè sul Tabor per affiancare la luminosa manifestazione della Divinità del Salvatore. All’offertorio è cantato per antifona il brano di S. Giacomo impiegato alle Laudi, mentre l’orazione sopra le oblate mette in correlazione l’olocausto dedicato a Dio da Elia (cfr. III Re 18,38) con il sommo sacrificio di Cristo.

Il Canone è introdotto dal Prefazio proprio del Santo Profeta, elegante panegirico che magnifica le imprese del santo, in virtù della cui parola caelum continuit, mortuos excitavit, tiranno percussit, sacrilegos necavit, vitaeque monasticae fondamenta constituit, e prosegue narrandone con ispirati verbi il suo miracoloso transito, e lo esalta quale Praecursor venturus secundi adventus Jesu Christi Domini nostri. L’antifona della Comunione è tolta anch’essa dal terzo libro dei Re (19, 8), in cui Elia si rifocilla prima di ascendere al monte di Dio: il paragone che s’instaura è sublime, nella misura in cui il monaco comedit et bibit il Corpo e il Sangue di Cristo, Sacramento eccelso che lo conduce alla vetta spirituale. Tale comparazione è pressoché esplicitata dall’orazione dopo la Comunione.

Ai II Vespri le antifone sono diverse da quelle dei primi, pur mantenendo il medesimo tema e sfruttando le medesime fonti. Dopo l’inno Audiat miras, per antifona viene cantato un brano del terzo libro dei Re commemorante un altro miracoloso evento della vita di Elia, quand’egli per turbinem ascende in cielo: Tulit Elias pallium suum, et percussit aquas Jordanis, quae divisae sunt in utramque partem, et transierunt ipse et Eliseus per siccum: et ascendit Elias per turbinem in caelum.

E’ interessante notare che i Carmelitani dell’Antica Osservanza, i quali hanno mantenuto invece il loro rito proprio, impiegano dei testi sostanzialmente diversi dai loro fratelli riformati per questa grande festa. L’introito è tolto dal salmo Zelo zelatus sum, come per tutti i servi devoti del Signore; nel Graduale si narra l’ascensione di Elia al Carmelo e di com’egli venne miracolosamente nutrito; il carme allelujatico, di composizione ecclesiastica, si dimanda: quis potest similiter gloriari tibi?, commemorando alcuni dei suoi più noti miracoli. L’offertorio è però uguale a quello in uso presso gli Scalzi, mentre per Communio i Calzati impiegano il brano di Malachia che i Riformati adoperano per introito.

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NOTE

 (1) Commemorato nella festa dei SS. Filippo e Giacomo Apostoli; l’ufficio era in uso solo nella parrocchiale di S. Geremia, che lo celebrava come patrono, con rito doppio di I classe. Triste è notare che lo scorso anno la Chiesa di S. Geremia, oramai nota solo perché destinata a custodia delle spoglie di S. Lucia dopo la distruzione della chiesa dedicata alla martire siracusana, ha definitivamente mutato il proprio titolo in “Santuario di S. Lucia”, venendo meno così proprio uno di quei caratteri peculiari della Chiesa Veneta, quale il culto per i santi veterotestamentari.

(2) Dal 1806, solo commemorato nella festa della Dedicazione della Cattedrale, fuorché nella chiesa di S. Giobbe in Cannaregio, ove era celebrato con rito doppio di I classe.

(3) Cristoforo Tentori, nelle sue Osservazioni sopra le Memorie del Galliccioli, contesta la classificazione di S. Lazzaro quale santo veterotestamentario, argomentando col fatto che secondo la Tradizione (“è cosa trita, e notoria”) egli fu Vescovo della Chiesa di Cristo, e pertanto la Tradizione avesse assegnato alla sua memoria alcune parti dal Comune dei Vescovi. Parimenti, giusta la retta opinione del Tentori, sono da considerarsi neotestamentari S. Marta e S. Maria Maddalena, dacché han vissuto parte della loro vita sotto la Nuova Legge, mentre i già citati santi come Simeone Profeta, S. Gioacchino, S. Anna, S. Zaccaria etc. sono da considerarsi veterotestamentari (o “parzialmente neotestamentari” per il Tramontin) perché morirono prima dell’abolizione della Vecchia Legge.

(4) San Girolamo Emiliani, santo veneziano, nel Calendario Romano al 20 luglio, nell’urbe lagunare è celebrato l’8 febbraio, giorno del suo transito.


(5) Alcuni commentatori, cercando di giustificare quest’affermazione di fede popolare, ipotizzarono ch’egli e Mosè non fossero morti perché sarebbero dipoi dovuti comparire sul Tabor al momento della Trasfigurazione, dando dunque una lettura prettamente e sanamente cristologica al fatto.