lunedì 25 marzo 2019

L'antica sequenza della festa dell'Annunciazione

Vanni di Badolo, Annunciazione, XIV secolo,
Perugia, Biblioteca Augusta
Tra i testi liturgici indubbiamente più particolari e poetici in cui accade d'imbattersi studiando gli antichi messali, vi sono sicuramente le sequenze. Elemento non originario della liturgia romana, iniziarono a essere aggiunte in ambiente franco-germanico nel IX secolo, con una funzione inizialmente non dissimile dai tropi del Kyrie, ovverosia quella di aiutare la memorizzazione delle longissimae melodiae che ornavano i melismi allelujatici. Il nome stesso, sequentia, indica letteralmente "le cose che seguono", cioè le note (e le parole associatevi) che seguivano l'alleluja, sicché il Bona le definisce "un'appendice del canto allelujatico".

La soppressione della quasi totalità delle sequenze durante la riforma piana del XVI secolo, se può spiegarsi con motivi pratici per via della proliferazione enorme di questi testi (alcuni autori ne contano addirittura cinquemila!) che avrebbe reso difficile realizzare quell'uniformità cercata dai riformatori tridentini, creò nondimeno un vuoto notevole nel patrimonio liturgico occidentale. Una cosa che appare subito a chiunque confronti altri riti, come il bizantino, al romano, è la grande scarsità di testi liturgici di carattere agiografico sui santi. Mentre le ufficiature bizantine abbondano di poetiche composizioni patristiche che lodano le virtù specifiche di ogni santo, rimembrandone la vita e i miracoli, patrimonio innodico sviluppatosi nei grandi monasteri dell'Oriente cristiano, nel rito romano la quasi totalità dei testi per gli uffici dei santi sono passi scritturali vagamente attinenti alle qualità condivise dal santo, fatta eccezione per le feste maggiori e le feste romane più antiche (vedansi le antifone delle Laudi delle feste di S. Cecilia o S. Clemente) che posseggono testi propri sul modello orientale. Le sequenze supplivano a questa mancanza, andando a svolgere lo stesso ruolo agiografico degli stichirà bizantini. A ciò si deve aggiungere il fatto che le sequenze costituivano un patrimonio storico e letterario nient'affatto indifferente, testimonianza della versificazione latina medievale, del passaggio dal metro quantitativo a quello accentuativo (per fare un esempio noto, il Dies irae è composto in tetrametri trocaici, in cui però sulla prima sillaba di ogni piede cade l'accento "meccanico" della parola, e non l'ictus da porre sulla vocale lunga), della comparsa della rima come artificio poetico (sconosciuta alla poesia classica). Una riscoperta di questo corpus innodico liturgico è dunque un passo necessario al recupero delle antiche tradizioni del Cristianesimo occidentale.

Mosaici della Basilica di S. Marco, Annunciazione, XI secolo
Numerosissimi usi liturgici medievali, per la festa dell'Annunciazione, e taluni in tutte le messe della Madonna occorrenti dall'Avvento alla Natività, prevedevano il canto della sequenza Mittit ad Virginem. Essa viene tradizionalmente attribuita a Pietro Abelardo (1079-1142), ma non è compresa nella collezione di inni e sequenze ch'egli realizzò per il Convento del Paraclito (monastero benedettino femminile sito a Nogent, nella regione francese di Champagne, da egli stesso fondato insieme a Eloisa nel 1131). Il Cousin, nella sua edizione critica dell'Opera di Abelardo (Parigi, 1849, vol. i, p. 328), trascrive il testo dal Clichtoveus e altri, ma specifica che l'attribuzione è incerta, nonostante lo stile raffinato possa lasciar supporre la sua mano.
L'inno si ritrova in molteplici manoscritti: solo per citarne alcuni, il Mone riproduce un manoscritto del XIII secolo custodito nell'abbazia benedettina di St. Paul in Carinzia, e il Daniel (ii, p. 59) ne riporta uno coevo monacense. E' presente altresì nei messali di Sarum (ms. in Bodleian, c. 1370, Barlow, 5, p. 450), di Hereford (ms. in Bodleian, c. 1370, York (ms. in Bodleian, c. 1390), Magdeburgo (1450), Parigi (1481), e di Aquileja (1517). Il messale aquilejese aggiunge in fine della sequenza un'allocuzione supplice a Nostro Signore, non presente nella maggior parte degli altri manoscritti.

Sequentia: Mittit ad Virginem
dal Messale Aquilejese

Missale Aquileyensis Ecclesie, 1517, fol. 000
Trascrizione e traduzione di N. Ghigi.

1. Mittit ad Virginem non quemvis Angelum:
Sed fortitudinem suam, Archangelum,
Amator hominis.

2. Fortem expediat pro nobis nuncium,
Naturæ faciat ut prejudicium
In partu Virginis.

3. Naturam superet natus Rex gloriæ;
Regnet et imperet ut zyma scoriæ
Tollat de medio.

4. Superbientium terat fastigia;
Colla sublimium calcet vi propria
Potens in prælio.

5. Foras ejiciat mundanum principem;
Sponsamque faciat secum participem
Patris imperii.

6. Exi qui mitteris; hæc dona dissere;
Revela veteris velamen litteræ
Virtute nuntii.

7. Accede, nuntia, dic Ave cominus;
Dic Plena Gratia, dic Tecum Dominus;
Et dic, Ne timeas.

8. Virgo suscipias Dei depositum;
In quo perficias castum propositum,
Et votum teneas.

9. Audit et suscipit puella nuncium;
Credit et concipit, et parit Filium,
Sed Admirabilem.

10. Conciliarium humani generis,
Et Deum fortium et Patrem posteris
In pace stabilem.

11. Qui nobis tribuit peccati veniam:
Reatus diluat: et donet patriam
In arce siderum. Amen.
1. Non mandò alla Vergine un angelo qualsiasi,
bensì la sua fortezza, l’Arcangelo,
Colui che ama gli uomini.

2. Si degni d’inviar per noi il valente messaggero, per sconfiggere la natura
col parto di una Vergine.

3. Il nato Re della gloria sia sovrano al di sopra della natura, regni ed imperi per levar dal mondo
il germe della corruzione.

4. Abbatta la tronfia fronte de’ superbi,
e con la propria potenza schiacci i capi dei dominanti, Colui che è potente in guerra.

5. Cacci lontano il principe di questo mondo,
e renda la sua sposa compartecipe
del regno del Padre.

6. Pàrtiti, tu che fosti mandato, annuncia questi doni; scopri il velo dell’antico testamento
con la potenza del tuo messaggio.

7. Vieni, annunzia, e giuntole vicino dille: Ave.
Dille Piena di grazia, dille Il Signore è teco,
e dille Non temere.

8. O Vergine, ricevi il deposito di Dio,
in cui si compie il casto proposito,
e serba fede alla tua promessa.

9. La ragazza ascoltò e accolse l’annunzio;
credette, e concepì e partorì un Figlio,
un Figlio Ammirabile.

10. Il mediatore del genere umano,
il Dio dei forte e il Padre dei secoli futuri,
il Pacificatore.

11. Colui che ci concede la remissione dei peccati, rimetta le nostre colpe, e ci faccia dono
della patria celeste. Amen.

domenica 24 marzo 2019

Cronaca e immagini della visita pastorale di mons. Moraglia a S. Simon Piccolo

Sabato 23 marzo, infra la II settimana di Quaresima, Sua Ecc. Rev.ma mons. Francesco Moraglia, Patriarca delle Venezie, Primate di Dalmazia, Arcivescovo Metropolita delle Provincie Venete, Abate Commendatario Perpetuo di S. Cipriano di Murano, etc. etc., in occasione della visita pastorale alle parrocchie e comunità della collaborazione pastorale di S. Giacomo - S. Simeon Profeta - S. Cassiano - S. Silvestro, ha brevemente visitato la comunità di fedeli che frequenta il rito romano tradizionale presso la chiesa rettoriale di S. Simon Piccolo.

Il Patriarca, fatto il suo ingresso in chiesa e rivestito dei paramenti sacri secondo le rubriche del rito pontificale, ha tenuto una breve predica sul significato dell'Eucaristia all'interno della liturgia, indi ha benedetto il popolo con il Santissimo Sacramento, ministrato dal cappellano di S. Simon, padre Joseph Kramer FSSP, in qualità di diacono, e dal padre Duilio Peretti SDB in qualità di suddiacono.

L'esposizione eucaristica è stata accompagnata dalla corale polifonica della rettoria, composta da studenti dei Conservatori di Venezia e Castelfranco, che ha eseguito l'Ave Verum di William Byrd, il Pange lingua e il Tantum ergo con strofe alternatim in gregoriano e in polifonia di Tomas Luis de Victoria, l'Adoremus in aeternum in gregoriano e il Sancta Maria succurre miseris di Tomas Luis de Victoria, arricchiti da improvvisazioni organistiche.

Il Circolo Traditio Marciana ha curato l'organizzazione della funzione e del servizio all'altare.
































(Foto e video di M.R., A.D., A.F. [Circolo Pio VII] e don Morris Paisian)

sabato 23 marzo 2019

Domenica della Santa Croce

Vedendo oggi esposta la preziosa Croce di Cristo, noi l’adoriamo e con fede ci rallegriamo, baciandola con amore, e pregando il Signore che volontariamente su di essa è stato crocifisso, di renderci tutti degni di adorare la Croce preziosa, e di giungere alla Risurrezione, liberati tutti dalla condanna.
(Exapostilaria delle Lodi)

La III Domenica di Quaresima, nel rito bizantino, è detta "della Santa Croce" (τῆς Σταυροπροσκυνήσεως): essa infatti segna una svolta nel cammino quaresimale, essendovi situata esattamente a metà, e propone a meditare più attentamente il tema della Passione di Nostro Signore, venerando l'oggetto principe del Sacrificio, ovverosia la gloriosa Croce di Cristo. Per farlo, tuttavia, non viene dimenticato lo strettissimo legame che intercorre tra Passione e Risurrezione: molti tropari della liturgia odierna sono per esempio identici ai corrispettivi della Domenica di Pasqua. Persino il Canone del Mattutino di questa domenica, composto da Teodoro Studita, è una parafrasi di quello pasquale di san Giovanni Damasceno, addirittura cantato sullo stesso tono e condividendo il secondo tropario di ogni ode. In questa domenica dunque non prevalgono né gli aspetti penitenziali finora presenti negli uffici quaresimali, né la tristezza che caratterizzerà gli ultimi giorni che precedono la Passione di Nostro Signore, ma la gloria della Santa Croce e la gioia per ciò che Nostro Signore ci donò morendo su di essa, con costanti caratteri di esaltazione e adorazione del Sacro Legno, paragonabili a quelli della festa del 14 settembre.
Tale impostazione della liturgia di questa domenica è veramente molto antica, ed è attestata già nei manoscritti del IX-X secolo.

Così il monaco Nilo (nome religioso di Niceforo Callisto Xanthopoulos, vissuto nel XIV secolo), nei Sinassari quaresimali da lui composti, che sono generalmente inclusi nei libri liturgici, introduce la speciale commemorazione di questa domenica:

“Oggi celebriamo la festa della venerazione della preziosa e vivificante Croce: poiché durante i quaranta giorni di digiuno noi in qualche modo crocifiggiamo noi stessi, mettendo a morte le passioni che abbiamo in noi, e abbiamo una sensazione di amarezza a causa della nostra negligenza o del nostro scoraggiamento, ecco che viene esposta la vivificante Croce, per rianimarci e sostenerci, per incoraggiarci ricordandoci le Sofferenze del nostro Signore Gesù Cristo. Se il nostro Dio si è lasciato crocifiggere per noi, non dobbiamo forse fare altrettanto per lui? ….. Noi siamo come quelli che, percorrendo un lungo e aspro sentiero, si affaticano, e vedendo un albero frondoso si siedono un momento alla sua ombra e poi, come ringiovaniti, continuano il loro viaggio. Così oggi, in questo tempo di digiuno, di cammino difficile e di sforzo, la Croce vivificante fu piantata in mezzo a noi dai santi Padri per procurarci riposo e ristoro, per renderci leggeri e coraggiosi in vista del compito che resta da fare… Questa settimana si trova nel mezzo della Quaresima, ed è paragonata alle acque di Mara a causa della contrizione, dello scoramento e dell’amarezza prodotte in noi dal digiuno: come quando il divino Mosè gettò il suo bastone in mezzo alla sorgente per addolcirne le acque, o come quando Dio ci ha salvato spiritualmente dal Mar Rosso e dal Faraone, così il legno della preziosa e vivificante Croce addolcisce l’amarezza di un digiuno di quaranta giorni e ci consola per questa nuova traversata del deserto, fino a giungere alla Gerusalemme mistica attraverso la sua risurrezione. E poiché la Croce è per noi l’albero della vita, piantato nel paradiso, i santi Padri l’hanno giustamente piantata nel mezzo della santa Quaresima, ricordandoci ad un tempo l’avidità di Adamo e come questa fu annullata per mezzo del nuovo albero, gustando il quale noi non moriamo più, ma siamo tenuti in vita”. 

Durante il canto della Grande Dossologia che conclude il Mattutino, il Sacerdote, rivestito di tutti i suoi ornamenti, incensa la croce facendo tre volte il giro dell’altare; durante l’ultimo trisagio, che viene cantato lento e solenne, esce dal santuario portando la croce deposta su un vassoio ornato di fiori sopra la sua testa, preceduto da candele e incenso. Mentre il coro canta il tropario della Croce, il sacerdote depone il vassoio con la Croce su un tavolo posto al centro della navata, incensa di nuovo la croce tre volte girandole intorno, poi inizia la venerazione della Croce con la tripla grande prostrazione, dove ciascuno si prostra per tre volte con la fronte a terra prima di chinarsi sulla croce e baciarla, mentre, tra gli altri, vengono cantati questi inni, opera di Leone il Saggio (+ 911): 

Δεῦτε πιστοὶ τὸ ζωοποιὸν Ξύλον προσκυνήσωμεν, ἐν ᾧ Χριστὸς ὁ Βασιλεὺς τῆς δόξης ἑκουσίως χεῖρας ἐκτείνας ὕψωσεν ἡμᾶς εἰς τὴν ἀρχαίαν μακαριότητα, οὓς πρίν ὁ ἐχθρός, δι’ ἡδονῆς συλήσας ἐξορίστους Θεοῦ πεποίηκε΄ Δεῦτε πιστοὶ Ξύλον προσκυνήσωμεν, δι’ οὗ ἠξιώθημεν, τῶν ἀοράτων ἐχθρῶν συντρίβειν τὰς κάρας. Δεῦτε πᾶσαι αἱ πατριαὶ τῶν ἐθνῶν τὸν Σταυρὸν τοῦ Κυρίου ὕμνοις τιμήσωμεν. Χαίροις Σταυρὲ τοῦ πεσόντος Ἀδὰμ ἡ τελεία λύτρωσις, ἐν σοὶ οἱ πιστότατοι Βασιλεῖς ἡμῶν καυχῶνται ὡς τῇ σῇ δυνάμει, Ἰσμαηλίτην λαόν, κραταιῶς ὑποτάττοντες. Σὲ νῦν μετὰ φόβου, Χριστιανοὶ ἀσπαζόμεθα, καὶ τὸν ἐν σοὶ προσπαγέντα Θεὸν δοξάζομεν λέγοντες, Κύριε ὁ ἐν αὐτῷ προσπαγείς, ἐλέησον ἡμᾶς ὡς ἀγαθὸς καὶ φιλάνθρωπος.

Venite fedeli, prostriamoci davanti al legno vivificante sul quale Cristo, il re della gloria, stese liberamente le sue mani per elevarci fino alla nostra antica felicità, della quale eravamo stati privati dal nemico, per una amara voluttà che ci aveva esiliato da Dio. Venite, fedeli, prostriamoci davanti al legno che ci permette di calpestare le testa del nemico invisibile. Venite, famiglie delle genti tutte, veneriamo con inni la Croce del Signore. Rallegratevi, perfetta redenzione della colpa di Adamo, in Voi i nostri sovrani fedeli si gloriano, come della Vostra potenza, assoggettando con forza il popolo degl'Ismaeliti; rallegratevi, Croce venerabile; pieni di timore, Vi abbracciamo glorificando il nostro Dio e dicendogli: Signore, Voi che foste inchiodato sulla croce, abbiate pietà di noi nella Vostra bontà e nel Vostro amore per gli uomini”.



Magnifichiamo dunque veramente la Santa Croce, il Sacro Legno da cui ci venne la salute, il nuovo albero che redime la colpa consumata sull'albero dell'Eden, colei che cancellò la tristezza delle lacrime e strappò i lacci della morte, respinse le falangi dei demoni e annientò la corruzione, fonte zampillante e luce sempre viva!
Per entrare più a fondo nel tema della venerazione della Santa Croce e del suo significato ascetico, proponiamo una breve meditazione di Alexander Schmeman circa il modo in cui i fedeli dovrebbero vivere questa domenica di Quaresima. Dobbiamo infatti ricordare che, anche se la spada non impedisce l’accesso al paradiso, non solo non siamo ancora entrati, ma non sappiamo nemmeno se ne saremo degni. Il tempo della storia del mondo e l’economia della chiesa non sono terminati, si devono compiere, e a noi non resta che la vita nella comunità ecclesiale, che sfocerà nella Gerusalemme celeste (cfr. il kondakion, infra).

"È da notare che il tema della croce, che predomina nell’innologia di questa domenica, è sviluppato in termini non di sofferenza, bensì di vittoria e di gioia. Inoltre i temi musicali (hirmoi) del Canone della domenica sono tratti dall’ufficio pasquale – “Giorno della Resurrezione” – e il Canone è una parafrasi di quello di Pasqua. Il significato di tutto questo è chiaro: siamo ametà Quaresima. Da un lato, lo sforzo fisico e spirituale, se è stato serio e sostenuto, comincia a farsi sentire, il suo peso si fa più gravoso, la nostra fatica più evidente. Abbiamo bisogno di aiuto e d’incoraggiamento. E d’altro lato, dopo aver sostenuto questa fatica e scalato la montana fino a questo punto, cominciamo a intravedere la fine del nostro pellegrinaggio, e i bagliori della Pasqua si fanno più intensi. La Quaresima è la nostra auto-crocifissione, la nostra esperienza per quanto limitata, del comandamento di Cristo che abbiamo ascoltato nella lettura evangelica di questa domenica: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Marco 8, 34). Ma non possiamo prendere la nostra croce e seguire Cristo se non abbiamo la sua croce, quella di cui egli si è caricato per salvarci. È la sua croce, e non la nostra, che ci salva. È la sua croce che, non soltanto dà un senso alle altre croci, ma dà loro anche forza".
(Alexander Schmeman, The Great Lent)

Apolytìkion

Σῶσον Κύριε τὸν λαόν σου καὶ εὐλόγησον τὴν κληρονομίαν σου, νίκας τοῖς Βασιλεῦσι κατὰ βαρβάρων δωρούμενος καὶ τὸ σὸν φυλάττων διὰ τοῦ Σταυροῦ σου πολίτευμα.

Salvate, o Signore, il Vostro popolo e benedite la Vostra eredità, concedete ai regnanti vittoria sui barbari e custodite con la Vostra Croce il Vostro regno.


Κontakion


Οὐκέτι φλογίνη ῥομφαία φυλάττει τὴν πύλην τῆς Ἐδέμ· αὐτῇ γὰρ ἐπῆλθε παράδοξος σβέσις τὸ ξύλον τοῦ Σταυροῦ, θανάτου τὸ κέντρον, καὶ ᾍδου τὸ νῖκος ἐλήλαται, ἐπέστης δὲ Σωτήρ μου βοῶν τοῖς ἐν ᾍδῃ· Εἰσάγεσθε πάλιν εἰς τὸν Παράδεισον.

La spada di fuoco non sorveglia più le porte dell’Eden perché il legno della croce le impedisce di ardere; il pungiglione della morte è stato spezzato e Voi appariste o mio Salvatore per dire ai prigionieri degli inferi: Entrate di nuovo nel Paradiso.

lunedì 18 marzo 2019

AVVISO SACRO: Messa in Basilica di S. Marco per l'Annunciazione

Lunedì 25 marzo 2019,
festa dell'Annunciazione della B. V. Maria,
compatrona principale delle Venezie

nonché MDXCVIII anniversario della fondazione della città di Venezia
e VII anniversario dell’insediamento di S.E. mons. Moraglia quale Patriarca

alle ore 16

sarà cantata una S. Messa in rito tridentino
presso la Basilica Ducale di S. Marco,
all’altare della Madonna Nikopeja


La solenne funzione è organizzata dal Circolo Traditio Marciana.

I fedeli potranno accedere alla Basilica dalla Porta dei Fiori
(lato sinistro, affacciata sulla piazzetta dei Leoncini),
dichiarando al personale di servizio di accedervi per ragioni di culto.

sabato 16 marzo 2019

Perché leggiamo il Vangelo della Trasfigurazione in Quaresima?

La II domenica di Quaresima nella liturgia romana è caratterizzata dal Vangelo della Trasfigurazione di Nostro Signore secondo S. Matteo. Potrebbe a prima vista apparire strano che la narrazione di un avvenimento così glorioso quale la manifestazione della Divinità del Redentore sul Tabor venga letta durante il periodo di penitenza e digiuno che prepara alla Pasqua. Nondimeno, vi sono svariate ragioni, sia di ordine storico-simbolico che di ordine spirituale, che giustificano questa sapiente e ponderata scelta dei Padri. 

I. Ragioni storico-simboliche

Anticamente, questo era l'unico giorno in cui a Roma veniva cantato il Vangelo della Trasfigurazione: la festa del 6 agosto nasce infatti in Oriente attorno al VII secolo e non approda nell'Urbe prima di Papa Callisto III, nel 1457 (ancorché in taluni usi monastici e locali occidentali fosse entrata già dal X secolo). Perché proprio la II domenica di Quaresima? Una spiegazione, poco plausibile ancorché assai diffusa tra i liturgisti in passato, era la stazione a S. Pietro del sabato antecedente, ove si officiava una veglia notturna (pannychìs), conferendo i Sacri Ordini e celebrando dipoi la messa della domenica seguente (ancor oggi, pur essendosi il sabato "delle Tempora" dotato di una messa a sé stante, mantiene lo stesso Vangelo della domenica): "Chi più dell'apostolo - scrive lo Schuster - fu testimone di quella teofania?" E qual giorno migliore dunque per commemorarla che il giorno in cui si celebra il Divin Sacrificio sulla sua tomba?
Tuttavia v'è un'altra spiegazione, più convincente. Secondo la tradizione, confortata dalla cronotassi degli eventi evangelici, l'episodio della Metamorfosi del Signore sarebbe avvenuto quaranta giorni prima della sua Passione, e vi sarebbe perciò intimamente legato. La II domenica di Quaresima era dunque una data abbastanza plausibile, essendo il Venerdì Santo il giorno della Passione. Peraltro, per lo stesso motivo in Oriente la festa iniziò a celebrarsi il 6 agosto, ovvero quaranta giorni prima del 14 settembre, festa dell'Esaltazione della S. Croce, in modo da mantenere l'esplicito legame tra questi due avvenimenti della vita terrena del Salvatore; e, sempre a sottolineare l'intimo legame tra Trasfigurazione e Passione del Nostro Redentore (per cui vedasi pure al paragrafo successivo), i tropari e le odi del Mattutino della festa della Trasfigurazione nel rito bizantino presentano la stessa melodia, nonché innumerevoli riferimenti espliciti, alla Croce di Cristo.

II. Ragione spirituale: Trasfigurazione e Passione

di padre Joseph Kramer

Per meglio capire perché l’anno liturgico colloca la Trasfigurazione del Signore qualche settimana prima della Pasqua, forse bisogna riflettere sul contesto nel quale la trasfigurazione di Cristo accade nella vita terrena del Salvatore. I vangeli narrano che verso la fine della sua vita pubblica, dal giorno in cui San Pietro confessò che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Cristo “cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.” San Pietro protesta contro questo annunzio, “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Pietro rifiuta l’annuncio della morte di Cristo e San Pietro non afferra minimamente il preannunzio che Cristo fa della sua risurrezione. Gli altri apostoli neppure comprendono i preavvisi della sua morte – anche se il Salvatore sta cercando di predisporre gli apostoli per gli avvenimenti della pasqua – gli avvenimenti più importanti nella storia della salvezza del mondo. In questo momento di mancanza di comprensione si colloca l'episodio misterioso della Trasfigurazione. Cristo su un alto monte, davanti a tre apostoli da lui scelti: San Pietro, San Giacomo e San Giovanni per un momento rivela lo splendore che gli appartiene in quanto Figlio di Dio. Il volto e la veste di Cristo diventano sfolgoranti di luce, appaiono Mosè ed Elia. Nella versione di San Luca questi parlano con Cristo della sua dipartita (letteralmente “esodo”) che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Ossia, parlano della sua imminente morte e risurrezione. Una nube li avvolge e una voce dal cielo dice: “Questo è il mio Figlio, in cui mi sono compiaciuto; ascoltatelo”. Per un istante, nostro Redentore mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di San Pietro. “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente.” Il Salvatore parlando del suo esodo con Mosé ed Elia rivela che, per "entrare nella sua gloria”, deve ritornare al Padre attraverso la croce, sua risurrezione e ascensione a Gerusalemme. Mosé ed Elia vedono in Cristo il compimento delle loro aspettative secolari. Il Padre Eterno dà la conferma ai preannunzi che il Figlio dà della sua morte e risurrezione: “Questo è il mio Figlio; ascoltatelo”. Mosè è il mediatore della legge. Elia rappresenta i profeti. Mosè su Monte Sinai ed Elia su monte Horeb avevano visto la gloria di Dio dopo quaranta giorni di ritiro e solitudine. La Legge e i Profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia. Cristo spiegherà questo ai discepoli dopo la sua risurrezione sulla strada per Emmaus. “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti. Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”  Cristo è trasfigurato sul monte, e, nella misura in cui ne erano capaci, i suoi discepoli hanno contemplato la sua gloria, affinché, quando lo avrebbero visto crocifisso e risorto, assistiti dallo Spirito Santo, comprendessero che la sua passione era intrapresa in modo volontario dall’Autore della Vita. Ricordiamo le parole del Salvatore: “Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo”. Cristo sul Calvario offre se stesso consapevolmente e intenzionalmente al Padre come oblazione pei peccati del mondo.

III. Ragione spirituale: la deificazione dell'uomo come scopo dell'ascesi

L'episodio della Trasfigurazione, tuttavia, ha degl'interessanti risvolti teologici anche nella visione dell'uomo e della Divinità da esso trasmessa, i quali trovano loro naturale applicazione nell'ascesi cristiana, che massime si applica durante il quadragenario digiuno. Avrebbe dunque questa lettura anche un valore di formazione spirituale dei fedeli, per confortarli e guidarli nel percorso interiore intrapreso.

Dobbiamo qui introdurre qualche principio della cosiddetta Teologia della luce. L'umanità visibile di Cristo infatti è l'icona della sua divinità invisibile; come dice S. Giovanni Damasceno, è "il visibile dell'invisibile" (De imaginibus oratio I, 11, PG 94,1241 BC). Il Salvatore dunque appare come l'immagine di Dio e dell'uomo al tempo stesso, l'icona del Cristo totale: Dio-Uomo.  Questa funzione rivelatrice che possiede l'umanità di Cristo diviene la verità di ogni essere umano: l'uomo infatti non è vero e non è reale se non nella misura in cui riflette il celeste. Nostro Signore Gesù Cristo realizza, compie l'immagine vera dell'uomo, la porta alla perfezione e, rendendola pura, la fa partecipare alla Bellezza divina. Questo è vero e possibile per ogni persona umana; S. Paolo, nella sua II Epistola ai Corinzi, afferma infatti: "E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (3,18).  S. Gregorio Nazianzeno, dice che "l'uomo ha ricevuto l'ordine di divenire Dio secondo la grazia" (In laudem Basilici Magni, PG 36, 560 A) perché: "essendosi avvicinata alla luce, l'anima si trasforma in luce" (S. Gregorio di Nissa, In cantica canticorum homilia 5, PG 44, 869A).
Questa vocazione alla gloria è, per i Padri, donata a ogni uomo con il Battesimo; l'indossare le tuniche bianche infatti è un coprirsi delle vesti luminose di Cristo, quelle stesse che Egli ha mostrato nella sua Trasfigurazione. Perché ciò si realizzi, ognuno è però chiamato a dare il suo libero assenso e a partecipare in modo attivo a questa personale trasfigurazione.  Ma come è possibile fare in modo che ciò si compia? La via è quella dell'ascesi contemplativa. La deificazione (theòsis), concetto fondamentale della teologia mistica dell'Oriente Cristiano, consiste infatti nel contemplare la luce increata, lasciarsene penetrare, per riprodurre nel proprio essere il mistero cristologico. Come afferma S. Massimo, "è riunire nell'amore la natura creata alla natura increata, facendole apparire nell'unità mediante l'acquisizione della grazia" (Ambiguorum liber, PG 91, 1308B).

La tradizione ci consegna una via privilegiata per giungere alla deificazione, ovvero quella dell'esicasmo e della preghiera del cuore, l'incessante ripetizione dell'invocazione, profondamente interiorizzata, "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!". Mediante tale preghiera, l'uomo, creato unitario, si esprime nel corpo, nella mente e nello spirito, portando la preghiera, dapprima vocale, a essere compresa dalla mente e, infine, infusa nel cuore, diventando, come dice S. Teofanie il Recluso, "un sospiro del cuore verso Dio": allora si è nella autentica preghiera spirituale. Solo questa è veramente "preghiera del cuore", cioè orazione di tutto l'uomo, corpo, mente e spirito. La preghiera qui non è più una serie di atti, ma uno stato contemplativo. La preghiera si fa strada nel cuore e da lì permea tutta la personalità. Il suo ritmo si identifica sempre più con il battito del cuore, finché giunge ad essere incessante. Si compie quanto S. Paolo afferma nella sua I Epistola ai Tessalonicesi: "Pregate incessantemente" (5,17). Questa "preghiera di Gesù" che staziona costantemente nel cuore è fonte di pace e di gioia; all'orante è fatta la grazia di contemplare la luce taborica, che altro non è che una pregustazione di quella della Parusia, come anche S. Gregorio Palamas afferma quando dice che la luce del Tabor, la luce contemplata dai santi e la luce del secolo futuro sono identiche.  L'uomo trasfigurato compie così anche quella che è la sua "missione ontologica", secondo il comandamento di Gesù: "Voi siete la luce del mondo" (Mt5,14). Contemplare la luce taborica e poi scendere nel mondo significa porre i propri passi dietro a quelli di Cristo, il cui Amore è sacrificale: sacrificio redentivo il Suo, che chiama noi a partecipazione. Gli iconografi attraverso il colore, noi attraverso modalità nostre proprie, tutti chiamati a godere della luce del Tabor, fonte di certezza nel buio del dolore, perché ogni morte già risplende della luce del mattino di Pasqua.

venerdì 15 marzo 2019

Messe per S. Giuseppe nel Triveneto

La sezione pordenonese di Una Voce Italia, accogliendo l'invito dell'Associazione nazionale, sta cercando di assicurare la Santa Messa tridentina in occasione delle più importanti feste di precetto che hanno cessato di essere considerate festive agli effetti civili (art. 1 legge 5 marzo 1977, n. 54).

Martedì 19 marzo alle ore 18 sarà pertanto cantata la messa in onore di S. Giuseppe presso la Chiesa della SS.ma Trinità in Pordenone, applicata proprio con l'intenzione del ritorno delle festività soppresse dalla predetta legge, ovvero san Giuseppe, Giovedì dell'Ascensione, Giovedì del Corpus Domini, san Pietro e Paolo.

Contestualmente ricordiamo che saranno celebrate lo stesso martedì 19 marzo, festa di S. Giuseppe, anche le seguenti messe nel Triveneto:
  • A Padova, presso la Chiesa di S. Canziano, alle ore 17, per le cure del Comitato S. Canziano, con l'intenzione del ritorno delle festività soppresse dalla legge del 1977 (vide supra).
  • A Trieste, presso la Chiesa di S. Antonio Vecchio, alle ore 18.
  • Venezia, presso la Chiesa di S. Simeon Piccolo, alle ore 18.30, come ogni giorno.

La Preghiera di Manasse


di Nicolò Ghigi


Tra le preghiere penitenziali che accompagnano la Grande Quaresima nel rito bizantino figura la cosiddetta Preghiera (od Odedi Manasse, secondo la tradizione composta dal biblico re di Giuda Manasse[1] (695 a.C. - 642 a.C), anche se probabilmente formatasi nella diaspora ebraica del II-I secolo a.C., se non, secondo la postdatazione di alcuni studiosi, all'inizio dell'Era Cristiana. La fonte biblica che permetterebbe di attribuire questa preghiera al re Manasse, è contenuta nel II Libro dei Paralipomeni[2], capo XXXIII, verso 18: Reliqua autem gestorum Manasse, et obsecratio ejus ad Deum suum, verba quoque videntium qui loquebantur ad eum in nomine Domini Dei Israël, conti­nentur in sermonibus regum Israël.
Tale versetto fa riferimento appunto a una preghiera di supplica del sovrano giudeo, che sarebbe contenuta in un fantomatico libro dei Discorsi dei sovrani d'Israele, uno dei molti altri libri storici del regno israelitico-giudaico che ci vengono citati dalla Sacra Scrittura ma di cui non abbiamo traccia[3].
L'ode costituisce il XII capitolo del Libro delle Odi, apocrifo dell'Antico Testamento presente nella versione greca dei Settanta e in appendice alla Vulgata Sisto-Clementina, nato probabilmente come manuale a uso liturgico, in quanto raccoglie 14 componimenti poetici[4] estratti da altri libri della Sacra Scrittura, che costituiscono il patrimonio innodico tutt'ora in uso negli uffici mattinali tanto presso i Greci quanto presso i Latini[5]. Tuttavia, essa assume dignità a sé, essendo parte fonda­mentale dell'ufficiatura dell' Ἀπόδειπνον τὸ Μέγα (Grande Compieta), ovverosia la forma partico­larmente lunga e provante di Compieta (la preghiera liturgica che si recita prima di coricarsi) pre­scritta dall'Orologion per i giorni feriali[6] della Grande Quaresima. Essa costituisce il fulcro della seconda sezione dell'ufficiatura[7], chiudendo e idealmente completando la recita dei salmi peni­tenziali 50 e 101.
Attestazioni e ipotesi sulla data di composizione
Tradizionalmente, gli studiosi attribuivano la redazione di questa preghiera, che andrebbe a supplire il testo della prece cui II Paral. XXXIII, 18 accenna senza riportarlo, all’ambiente giudaico di lingua greca del II-I secolo a.C., a “uno sconosciuto scrittore di capacità e pietà non comuni”[8]. Tuttavia, la maggior parte degli autori moderni tendono a postdatarla agl’inizi dell’Era Cristiana, soprattutto perché non vi sono attestazioni certe anteriori al IV secolo.
La preghiera è compresa in tutte le più antiche redazioni del Libro delle Odi, ovvero nei Codici Veronensis (R) e Turicensis (T), rispettivamente del VI e del VII secolo; nondimeno, essa circolava autonomamente già qualche secolo[9]: una versione è presente nel famoso Codex Alexandrinus (Londra, British Library, MS Royal 1. D. V-VIII; Gregory-Aland n. A o 02) della Septuaginta[10], datato generalmente al IV-V secolo. Tuttavia, la sua redazione potrebbe essere ancora anteriore, e afferire piuttosto all’ambiente siriaco: già nel III secolo la Didascalia sira cuciva IV Re, XXI,1-16 con una preghiera di Manasse, senza dare segno alcuno di dipendenza da fonte estranea. La stessa preghiera appare, con qualche modifica, nelle di poco successive Constitutiones Apostolorum[11]. “Tutto converge – scrive padre Nau agl’inizi del secolo scorso – a fare supporre che la prima origine della recensione attuale rimonti appunto alla Didascalia: per tal modo la Siria e il secolo III potrebbero essere assegnati a luogo e tempo della sua composizione”[12]. Più prudente è il giudizio del gesuita statunitense Harrington, il quale afferma non esservi elementi per identificare in modo preciso una data, se non che sicuramente essa dev’essere compresa tra la redazione del II Libro delle Cronache e l’attestazione nei manoscritti siriaci (un intervallo di oltre sei secoli!); inoltre, egli avanza alcuni dubbi sull’attribuzione della preghiera agli ambienti cristiani, al di là della datazione: “Dacché non vi sono riconoscibili elementi Cristiani, [la preghiera] fu probabilmente composta da un Giudeo di lingua greca. Non è impossibile, comunque, che un autore Cristiano, immedesimandosi in Manasse, abbia potuto scrivere questa preghiera in stile giudaico. L’uso di frasi della Septuaginta da parte dell’autore suggerisce, quale data per la composizione originaria, il periodo attorno al volgere dell’era, ancorché non si possa avere maggior precisione in questo campo”[13].
Particolarmente interessante risulta l’attestazione scoperta nel 2004 da un gruppo di archeologi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha ritrovato su una parete nascosta di una stanza sotterranea di una casa a Hierapolis di Frigia (nell’attuale Turchia) un’iscrizione datata al V secolo contenente il testo greco della preghiera, probabilmente in uso già allora per il rito della penitenza oppure per gli esorcismi.
Testo dell'Ode
Testo Greco della Septuaginta[14]
Κύριε παντοκράτορ, ὁ Θεὸς τῶν Πατέρων ἡμῶν, τοῦ Ἀβραάμ, καὶ Ἰσαάκ, καὶ Ἰακώβ, καὶ τοῦ σπέρματος αὐτῶν τοῦ δικαίου, ὁ ποιήσας τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν σύν παντὶ τῷ κόσμῳ αὐτῶν, ὁ πεδήσας τὴν θάλασσαν τῷ λόγῳ τοῦ προστάγματος, σου, ὁ κλείσας τὴν ἄβυσσον, καὶ σφραγισάμενος αὐτὴν τῷ φοβερῷ καὶ ἐνδόξῳ ὀνόματί σου, ὃν πάντα φρίσσει καὶ τρέμει ἀπὸ προσώπου τῆς δυνάμεώς σου, ὅτι ἄστεκτος ἡ μεγαλοπρέπεια τῆς δόξης σου, καὶ ἀνυπόστατος ἡ ὀργὴ τῆς ἐπὶ ἁμαρτωλοῖς ἀπειλῆς σου, ἀμέτρητόν τε καὶ ἀνεξιχνίαστον τὸ ἔλεος τῆς ἐπαγγελίας σου. Σὺ γὰρ εἶ Κύριος ὕψιστος, εὔσπλαγχνος, μακρόθυμος, καὶ πολυέλεος, καὶ μετανοῶν ἐπὶ κακίας ἀνθρώπων. Σύ, Κύριε, κατὰ τὸ πλῆθος τῆς χρηστότητός σου ἐπηγγείλω μετάνοιαν, καὶ ἄφεσιν τοῖς ἡμαρτηκόσι σοι, καὶ τῷ πλήθει τῶν οἰκτιρμῶν σου ὥρισας μετάνοιαν ἁμαρτωλοῖς εἰς σωτηρίαν. Σὺ οὖν, Κύριε, ὁ Θεὸς τῶν δυνάμεων, οὐκ ἔθου μετάνοιαν δικαίοις, τῷ Ἀβραάμ, καὶ Ἰσαάκ, καὶ Ἰακώβ, τοῖς οὐχ ἡμαρτηκόσι σοι, ἀλλ' ἔθου μετάνοιαν ἐπ' ἐμοὶ τῷ ἁμαρτωλῷ, διότι ἥμαρτον ὑπὲρ ἀριθμὸν ψάμμου θαλάσσης. Ἐπλήθυναν αἱ ἀνομίαι μου, Κύριε, ἐπλήθυναν αἱ ἀνομίαι μου, καὶ οὐκ εἰμὶ ἄξιος ἀτενίσαι, καὶ ἰδεῖν τὸ ὕψος τοῦ οὐρανοῦ, ἀπὸ τοῦ πλήθους τῶν ἀδικιῶν μου, κατακαμπτόμενος πολλῷ δεσμῷ σιδηρῷ, εἰς τὸ μὴ ἀνανεῦσαι τὴν κεφαλήν μου, καὶ οὐκ ἔστι μοι ἄνεσις, διότι παρώργισα τὸν θυμόν σου, καὶ τὸ πονηρὸν ἐνώπιόν σου ἐποίησα, μὴ ποιήσας τὸ θέλημά σου, καὶ μὴ φυλάξας τὰ προστάγματά σου. Καὶ νῦν, κλίνω γόνυ καρδίας, δεόμενος τῆς παρὰ σοῦ χρηστότητος. Ἡμάρτηκα, Κύριε, ἡμάρτηκα, καὶ τὰς ἀνομίας μου ἐγὼ γινώσκω, ἀλλ' αἰτοῦμαι δεόμενος. Ἄνες μοι, Κύριε, ἄνες μοι, καὶ μὴ συναπολέσῃς με ταῖς ἀνομίαις μου, μηδὲ εἰς τὸν αἰῶνα μηνίσας τηρήσῃς τὰ κακά μοι, μηδὲ καταδικάσῃς με ἐν τοῖς κατωτάτοις τῆς γῆς· διότι σὺ εἶ Θεός, Θεὸς τῶν μετανοούντων, καὶ ἐν ἐμοὶ δείξεις πᾶσαν τὴν ἀγαθωσύνην σου, ὅτι ἀνάξιον ὄντα, σώσεις με κατὰ τὸ πολὺ ἔλεός σου, καὶ αἰνέσω σε διὰ παντὸς ἐν ταῖς ἡμέραις τῆς ζωῆς μου. Ὅτι σὲ ὑμνεῖ πᾶσα ἡ δύναμις τῶν οὐρανῶν, καὶ σοῦ ἐστιν ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.
Versione Latina di S. Girolamo[15]
Domine omnipotens, Deus patrum nostrorum, Abraham, et Isaac, et Jacob, et seminis eorum justi, qui fecisti cælum et terram cum omni ornatu eorum, qui ligasti mare verbo præcepti tui, qui conclusisti abyssum, et signasti eam terribili et laudabili nomine tuo: quem omnia pavent, et tremunt a vultu virtutis tuæ, quia importabilis est magnificentia gloriæ tuæ, et insustentabilis ira comminationis tuæ super peccatores: immensa vero et investigabilis misericordia promissionis tuæ: quoniam tu es Dominus, altissimus, benignus, longanimis, et multum misericors, et pœnitens super malitias hominum. Tu Domine, secundum multitudinem bonitatis tuæ, promisisti pœnitentiam et remissionem iis, qui peccaverunt tibi, et multitudine miserationum tuarum decrevisti pœnitentiam peccatoribus, in salutem. Tu igitur Domine Deus justorum, non posuisti pœnitentiam justis, Abraham, et Isaac, et Jacob, iis qui tibi non peccaverunt; sed posuisti pœnitentiam propter me peccatorem: quoniam peccavi super numerum arenæ maris: multiplicatæ sunt iniquitates meæ Domine, multiplicatæ sunt iniquitates meæ, et non sum dignus intueri et aspicere altitudinem cæli, præ multitudine iniquitatum mearum. Incurvatus sum multo vinculo ferreo, ut non possim attollere caput meum, et non est respiratio mihi: quia excitavi iracundiam tuam et malum coram te feci: non feci voluntatem tuam, et mandata tua non custodivi: statui abominationes, et mutiplicavi offensiones. Et nunc flecto genu cordis mei, precans a te bonitatem. Peccavi, Domine, peccavi, et iniquitates meas agnosco. Quare peto rogans te, remitte mihi Domine, remitte mihi, et ne simul perdas me cum iniquitatibus meis; neque in æternum iratus, reserves mala mihi, neque damnes me in intima terræ loca: quia tu es Deus, Deus, inquam, pœnitentium: et in me ostendes omnem bonitatem tuam, quia indignum salvabis me secundum magnam misericordiam tuam, et laudabo te semper omnibus diebus vitæ meæ: quoniam te laudat omnis virtus cælorum, et tibi est gloria in sæcula sæculorum. Amen.
Traduzione Italiana
O Signore Onnipotente, Dio dei Padri nostri, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e della loro giusta discendenza, che creasti il cielo e la terra con tutto ciò che li orna, che incatenasti il mare con la parola del tuo comando, che chiudesti l’abisso e lo sigillasti col tuo nome terribile e glorioso, per il quale ogni cosa trema e rabbrividisce al cospetto della tua potenza, poiché insostenibile è la magnificenza della tua gloria, e non si può resistere al furore della tua minaccia sui peccatori, e incommensurabile e imperscrutabile è la misericordia della tua promessa. Tu infatti sei il Signore altissimo, compassionevole, longanime, molto misericordioso, e che si pente delle malvagie azioni degli uomini. Tu, o Signore, secondo la tua multiforme bontà, promettesti conversione e perdono per quanti hanno peccato contro di te, e, nella moltitudine delle tue misericordie, stabilisti la penitenza per i peccatori al fine della loro salvezza. Tu dunque, Signore, Dio delle potenze, non prescrivesti la penitenza ai giusti, per Abramo, per Isacco e per Giacobbe, che non hanno peccato contro di te, ma stabilisti la penitenza per me peccatore, perocché i miei peccati superano in numero i granelli della sabbia del mare. Si sono moltiplicate le mie iniquità, o Signore, si sono moltiplicate le mie iniquità, e non son degno di volger lo sguardo e mirare alla vetta del cielo, per la moltitudine delle mie ingiustizie son piegato da una pesante catena di ferro, talché non posso sollevare il capo, e non v’è per me sollievo veruno, in quanto ho provocato la tua ira, e ho operato il male anzi a te, non compiendo la tua volontà, e non serbando i tuoi precetti. E ora piego il ginocchio del mio cuore, rivolgendo una supplica alla tua bontà. Ho peccato, Signore, ho peccato, e conosco le mie iniquità, ma supplice ti rivolgo la mia preghiera: Perdonami, Signore, perdonami, non perdermi a cagione delle mie iniquità, né, sdegnato in eterno, serba memoria delle mie azioni malvagie, e non condannarmi alle profondità della terra: poiché tu sei Dio, Dio di coloro che si pentono, e mostrerai in me tutta la tua bontà, poiché, quantunque indegno, mi salverai secondo la tua grande misericordia, e ti loderò incessantemente per tutti i giorni della mia vita. Poiché inneggia a te ogni potenza celeste, e tua è la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Analisi del testo
Scrive il grecista e biblista metodista statunitense David A. deSilva: “La richiesta di perdono comincia con una meravigliosa im­magine dell’umiltà del cuore: ‘Piego il ginocchio del mio cuore’. Quest’affermazione si staglia in un marcato contrasto con l’hybris di cui Manasse fece mostra nel suo primiero disprezzo per il divieto divino dell’idolatria. Un altro riconoscimento del proprio peccato, ‘Ho peccato, Signore, ho peccato’ è poeticamente bilanciato dalla supplica ‘Perdonami, Signore, perdonami’. La richiesta si conclude identificando Dio come ‘Dio dei penitenti’, che è un modo del tutto originale di descrivere Dio, un sottile contraltare del ‘Dio dei giusti’ e un’espressione della convinzione che il Dio di tutti non cessa di essere Dio di coloro che cadono dal cammino nella via del Signore. In qualità di loro Creatore, e Unico che li aspetta, pronto a perdonare e a restaurare coloro che umiliano se stessi e si volgono dal loro cammino peccaminoso, Dio rimane il loro Dio” [16].
Con queste parole, egli pregevolmente descrive la raffinata costruzione, equilibrata e lirica, che caratterizza il componimento (non a caso inserito tra le Odi poetiche), i sapientemente studiati parallelismi, gli epiteti ricchi di significati profondi e inediti, le petizioni accorate che descrivono mirabilmente lo stato di prostrazione del peccatore pentito, iconizzato nel re giudeo. Il redattore della preghiera usa il linguaggio dei salmi: sono innumerevoli le citazioni dal salmo 50, che costituisce un parallelo esatto di questa preghiera, in quanto è la richiesta di perdono di un altro re d’Israele, Davide, che aveva concupito Betsabea, moglie di Uria l’Ittita. Non mancano tuttavia sintagmi tratti dalla Genesi, soprattutto nella prima parte, una sorta di captatio benevolentiæ che descrive le mirabili azioni del Creatore e inneggia alla sua potenza, e da altri passi scritturali. Le immagini impiegate nella preghiera sono molto forti (oltre al succitato “ginocchio del cuore”, si pensi alla “pesante catena di ferro” rappresentata dal vincolo del peccato), colpiscono immediatamente la mente e il cuore del lettore e ancor più dell’orante che usa le parole di questa preghiera per segnare la propria conversione e supplicare la misericordia divina. Da un punto di vista linguistico, è presente una rara subordinazione, talché prevalgono costruzioni paratattiche, secondo lo stile tipico delle Scritture, con una ricca coordinazione per polisindeto, mediante la quale vengono ora giustapposti e ora contrapposti i concetti fondamentali dell’orazione, creando una struttura chiara, quasi ritmata, facile da memorizzare e da interiorizzare.



[1] Re di Giuda, secondo una dubbia lezione ricavata da IV Re, XXI, 1, salì al trono all’età di 12 anni nel 687 a. C. al posto del padre Ezechia, e regnò per il lunghissimo periodo di 55 anni, contemporaneo ai re assiri Sennacherib, Assarhaddon e Assurbanipal, dei quali fu vassallo, non solo secondo la tradizione biblica, in quanto in un’iscrizione assira viene nominato in una lista di 22 “re di Hatti” tributari dei re d’Assiria. All'interno il suo regno fu in massima parte una reazione netta e radicale contro il periodo di suo padre Ezechia: come Ezechia era stato ardente fautore dello jahvismo, sotto l'ispirazione specialmente del profeta Isaia, e ostile a influenze straniere sul nazionalismo giudaico, così Manasse, rientrato nell'influenza della civiltà dell'Assiria attraverso i circoli di corte che lo dominarono fino da fanciullo regnante, fu poi ardente fautore della civiltà assira e per diretta conseguenza anche del sincretismo idolatrico. Sotto Manasse gli dei assiri e di altre nazioni furono veneratissimi nel regno di Giuda; nello stesso tempio di Gerusalemme furono innalzati altari a quelle divinità e vi fu praticata anche la prostituzione sacra (cfr. IV Re, XXIII, 3 segg.). Il dio antropofago Moloch fu onorato da Manasse col sacrificio nel fuoco del proprio figlio (ivi, XXI, 6; cfr. XXIII, 10), ed ebbe un luogo sacro speciale nella Valle di Hinnom. Manasse perseguitò con grandi stragi gli jahvisti fedeli all'antico indirizzo, e la tradizione secondo cui Isaia sarebbe stato martirizzato da Manasse, benché assai tardiva, è del tutto verosimile, attestando la tradizione ch’egli versò sangue innocente anche tra i profeti (cfr. Geremia, II, 30). Il solo Cronista (II Paral., XXXIII, 11 segg.) dà la notizia che, a un certo punto, Manasse fu portato dagli Assiri prigioniero in Babilonia, ove si pentì del male commesso nei suoi giorni di apostata, e, liberato più tardi e ritornato a Gerusalemme, passò alla corrente profetico-jahvistica, favorendola zelantemente e dandosi a distruggere le conseguenze del suo precedente atteggiamento. La stessa sorte di Manasse subì dagli Assiri Necao principe di Sais sul Delta egiziano (deportato in Mesopotamia e poi rimandato nei suoi dominî); come pure la deportazione in Babilonia (invece che in Assiria) si spiega col fatto che il monarca assiro di quel tempo, impadronitosi nel 648 a. C. di Babilonia, vi dimorò frequentemente per sorvegliarla dappresso. Sembra dunque che il fatto avvenisse sotto Assurbanipal. (cfr. G. RICCIOTTI e A. VITTI, Enciclopedia Italiana Treccani, Milano, 1934, alla voce Manasse; con integrazioni e precisazioni dell’autore)
[2] I due libri dei Paralipomeni (conosciuti anche come libri delle Cronache) si propongono di essere il completamento dei quattro libri dei Re: mentre i secondi afferiscono alla tradizione deuteronomistica, i primi invece si ascrivono alla categoria degli scritti sacerdotali, che hanno come principale scopo la glorificazione della fede d’Israele, del Tempio di Gerusalemme e della stirpe di Davide vista come unità del popolo eletto. A questo scopo, il Cronista racconta quanto afferma esser stato tralasciato dagli autori dei Libri di Re, in un certo senso correggendo in modo celebrativo quanto potrebbe esser letto a discapito dei discendenti di Salomone.
[3] cfr. Daniel J. Harrington SJ, Invitation to Apocrypha, 1999, p. 166
[4] Le 14 Odi (gr. Ὠδαί, lat. Cantica) sono: I. Ode di Mosè (Esodo, V, 1-19); II. Ode di Mosè (Deuteronomio, XXXII, 1-43); III. Preghiera di Anna, madre del Profeta Samuele (I Re, II, 1-10); IV. Preghiera del Profeta Abacuc (Abacuc, III, 2-19); V. Preghiera del Profeta Isaia (Isaia, XXVI, 9-20); VI. Preghiera del Profeta Giona (Giona, II, 3-10); VII. Preghiera di Azaria (Daniele, III, 26-56); VIII. Cantico dei Tre Fanciulli nella fornace (ivi, III, 57-88); IX. Cantico della Madre di Dio, conosciuto come Magnificat (Luca, I, 46-55), e Cantico di Zaccaria, conosciuto come Benedictus (Luca, I, 68-79); X. Ode di Isaia (Isaia, V, 1-9); XI. Preghiera di Ezechia, Re di Giuda (Isaia, XXXVIII, 10-20); XII. Preghiera di Manasse; XIII. Ode di Simeone, conosciuta come Nunc dimittis (Luca, II, 29-32); XIV. Inno del Mattino.
Oltre alla preghiera di Manasse, anche l’Inno del Mattino non è direttamente presente nella Sacra Scrittura, ma è piuttosto una collazione di versetti, alcuni dei quali derivati dai Salmi e che si apre con la citazione di Luca, II, 14: si tratta della cosiddetta Dossologia Maggiore (Gloria in excelsis) nella sua redazione greca, che aggiunge numerosi versetti a quella latina.
[5] Nel rito bizantino, al Mattutino si canta un Canone, legato alla festività o al Santo celebrati, le cui odi, in numero variabile ma non superiore a nove, traggono ispirazione (più o meno diretta) dalle prime nove Odi summenzionate: anticamente l’intera ode biblica veniva cantata in questo momento, mentre oggi ne resta solo un’epitome, che funge da εἰρμὸς, ovvero da modello che dà le indicazioni metriche e ritmiche cui devono attenersi tutte le strofe dell’ode. Il Mattutino si chiude sempre con la Grande Dossologia.
Nel rito romano, alla seconda parte dell’ufficio mattinale (le cosiddette Laudi), dopo i primi tre salmi viene intonato un cantico biblico, tratto proprio da quelli veterotestamentari del Libro delle Odi, secondo uno schema diversificato giorno per giorno (e, dopo la riforma operata da Pio X nel 1911, anche diversificato tra periodi “normali” e penitenziali). I Cantici neotestamentari sono cantati a compimento delle Ore principali (Benedictus alle Laudi, Magnificat al Vespero, Nunc dimittis alla Compieta), mentre la Grande Dossologia, pur nella versione latina ch’è notevolmente ridotta rispetto a quella contenuta nelle Odi, si canta nei riti iniziali della Liturgia Eucaristica nei giorni di festa.
[6] Cioè i giorni della settimana esclusi il sabato e la domenica, che in Oriente non sono giorni di digiuno. La tradizione religiosa conta i giorni al modo ebraico, ovvero da tramonto a tramonto: quindi viene cantato il lunedì, il martedì, il mercoledì e il giovedì sera (essendo rispettivamente martedì, mercoledì, giovedì e venerdì). Non viene però cantato la domenica sera (che sarebbe teoricamente già lunedì), come se la domenica avesse un “secondo Vespero”.
[7] Vengono identificate tre sezioni chiaramente distinguibili all’interno della Grande Compieta, ciascuna delle quali introdotta dal triplice invito alla preghiera Δεῦτε προσκυνήσωμεν καὶ προσπέσωμεν etc. (Venite, prosterniamoci e adoriamo), e ciascuna delle quali costituita essenzialmente da alcuni salmi (6 nella prima sezione, 2 nella seconda e nella terza) e una o più preghiere penitenziali (di S. Basilio nella prima, di Manasse nella seconda, di S. Paolo e S. Antioco nella terza), più alcuni componimenti ecclesiastici più o meno lunghi. Tra esse s’inframmezzano anche la nota Preghiera di S. Efrem il Siro e, in alcuni giorni della Grande Quaresima, il lunghissimo Canone di S. Andrea di Creta.
[8] James King West, Introduction to the Old Testament, Macmillan, 1971, pp. 470-471
[9] Se ne trovano accenni anche a S. Giovanni Damasceno, che, sotto l’autorità di un tal Africano, racconta la storia della conversione del re Manasse in Sacra Parallela, lit. E. tit. VII; in Patr. Graeca, XCV, 1436.
[10] Frederick G. Kenyon, Codex Alexandrinus. London: British Museum, 1909
[11] Cfr. Raymond E. Brown, The Jerome Biblical Commentary, 1968, vol. 1, p. 541
[12] Fr. Nau, Un extrait de la Didascalie: la prière de Manassé, in Rev. Orient Chrét., 1908, p. 140
[13] Daniel J. Harrington SJ, Harper's Bible Commentary, Society of Biblical Literature, 1988, p. 872
[14] Cfr. Septuaginta. Id est Vetus Testamentum Graece juxta LXX Interpretes, Stuttgart, Wurttembergische Bibelanstalt, 1935
[15] Cfr. Biblia Sacra Vulgatæ Editionis Sixti V. Pontificis Maximi jussu recognita, et Clementis VIII. auctoritate edita,  Lugduni, apud Perisse Fratres, 1830.
[16] David A. deSilva, Introducing the Apocrypha, 2002, p. 299