martedì 30 aprile 2019

Cronaca e immagini della Festa di S. Marco a S. Simon

Lunedì 29 aprile, festa traslata di San Marco Evangelista, Patrono principale della Città e del Patriarcato di Venezia, nonché un tempo totius Reipublicae nostrae, trasferita quest'anno a motivo dell'Ottava Pasquale, presso la Chiesa di San Simon Piccolo in Venezia è stata solennemente cantata una Messa "in terzo" secondo l'antico messale. Al termine della Divina Liturgia, al canto dell'inno Jam nostra pronis auribus, dal repertorio marciano in onore del Patrono, è stata piamente venerata e incensata una reliquia del glorioso Santo, con cui ha il celebrante dipoi benedetto il popolo, e che è stata infine offerta al bacio dei Cristiani presenti.

Ha officiato i Sacri Riti il rev. padre Jean Cyrille Sow FSSP, parroco della SS. Trinità dei Pellegrini in Roma, già cappellano di S. Simon Piccolo dal 2014 al 2017, assistito dal rettore di S. Simon padre Joseph Kramer FSSP, in qualità di diacono, e dal rev. don Francesco Marini, del clero della Diocesi di Verona, parroco di Padenghe sul Garda (BS), in qualità di suddiacono.

L'organizzazione della liturgia e il servizio all'altare sono stati curati dal Circolo Traditio Marciana.
Il canto della funzione (Kyriale II Fons Bonitatis, prescritto dal Liber Usualis per le feste più solenni), nonché il ricco accompagnamento organistico, sono stati eseguiti dal m° Massimo Bisson.

















domenica 28 aprile 2019

Benedizioni resurrezionali (Εὐλογητάρια Ἀναστάσιμα)

Nel Mattutino, secondo il rito bizantino, terminata la lettura della porzione del Salterio prescritta, con i suoi Kathismata [1] e il Polieleo [2], nelle domeniche, vengono cantati dei tropari detti Εὐλογητάρια Ἀναστάσιμα, che potremmo pressapoco tradurre come "Benedizioni resurrezionali"; in realtà, la prima parola è intraducibile, in quanto significherebbe "piccoli Εὐλογητός", laddove quest'ultima è la parola con cui inizia il verso del salmo 118 che inframmezza i vari tropari. Nell'uso slavo sono conosciuti come Ангельский собор, cioè "Il consesso degli Angeli", dalle prime parole del primo tropario.
Tale testo liturgico sottolinea il carattere pasquale della domenica, giorno della Risurrezione del Signore, ripercorrendo poeticamente gli eventi che la marcarono: la discesa agl'Inferi, la visita delle donne mirofore, lo stupore degli Apostoli...
Ancora pervasi del gaudium paschale che ha caratterizzato tutta questa testé conclusa Ottava di Pasqua, e che per altri 43 giorni ci accompagnerà sino all'Ascensione di Nostro Signore al cielo, proponiamo di seguito il testo dei predetti tropari, in quattro lingue (i testi ufficiali in greco e in slavo ecclesiastico [traslitterato nei caratteri moderni]; traduzioni ufficiose nostre in italiano e latino).

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NOTE

[1] Tropari che si accompagnano alla recita dei Salmi.
[2] Canto dei salmi 134 e 135, così chiamato per il ricorrere sovente all'interno di questi della parola έλεος, cioè misericordia, accompagnato dall'incensamento di tutta la chiesa.



Εὐλογητάρια Ἀναστάσιμα

Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.
Τῶν Ἀγγέλων ὁ δῆμος, κατεπλάγη ὁρῶν σε, ἐν νεκροῖς λογισθέντα, τοῦ θανάτου δὲ Σωτήρ, τὴν ἰσχὺν καθελόντα, καὶ σὺν ἑαυτῷ τὸν Ἀδὰμ ἐγείραντα, καὶ ἐξ ᾍδου πάντας ἐλευθερώσαντα.
Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.
Τί τὰ μύρα, συμπαθῶς τοῖς δάκρυσιν, ὦ Μαθήτριαι κιρνᾶτε; ὁ ἀστράπτων ἐν τῷ τάφῳ Ἄγγελος, προσεφθέγγετο ταῖς Μυροφόροις. Ἴδετε ὑμεῖς τὸν τάφον καὶ ἤσθητε· ὁ Σωτὴρ γὰρ ἐξανέστη τοῦ μνήματος.
Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.
Λίαν πρωΐ, Μυροφόροι ἔδραμον, πρὸς τὸ μνῆμά σου θρηνολογοῦσαι· ἀλλ' ἐπέστη, πρὸς αὐτὰς ὁ Ἄγγελος, καὶ εἶπε· θρήνου ὁ καιρὸς πέπαυται, μὴ κλαίετε, τὴν Ἀνάστασιν δὲ Ἀπόστόλοις εἴπατε.
Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.
Μυροφόροι γυναῖκες μετὰ μύρων ἐλθοῦσαι, πρὸς τὸ μνῆμά σου Σῶτερ ἐνηχοῦντο, Ἀγγέλου τρανῶς, πρὸς αὐτὰς φθεγγομένου. Τί μετὰ νεκρῶν, τὸν ζώντα λογίζεσθε; ὡς Θεὸς γὰρ ἐξανέστη τοῦ μνήματος.
Δόξα... Τριαδικὸν
Προσκυνοῦμεν Πατέρα, καὶ τὸν τούτου Υἱόν τε, καὶ τὸ ἅγιον Πνεῦμα, τὴν ἁγίαν Τριάδα, ἐν μιᾷ τῇ οὐσίᾳ, σὺν τοῖς Σεραφίμ, κράζοντες· τὸ Ἅγιος, Ἅγιος, Ἅγιος εἶ Κύριε.
Καὶ νῦν ... Θεοτοκίον
Ζωοδότην τεκοῦσα, ἐλυτρώσω Παρθένε, τὸν Ἀδὰμ ἁμαρτίας, χαρμονὴν δὲ τῇ Εὔᾳ, ἀντὶ λύπης παρέσχες, ῥεύσαντα ζωῆς, ἴθυνε πρὸς ταύτην δέ, ὁ ἐκ σοῦ σαρκωθείς Θεὸς καὶ ἄνθρωπος.
Ἀλληλούϊα, Ἀλληλούϊα, Ἀλληλούϊα Δόξα σοι ὁ Θεός. (ἐκ γ')

Ангельский собор

Благословен еси, Господи, научи мя оправданием Твоим.
Ангельский собор удивися, зря Тебе в мертвых вменившася, смертную же, Спасе, крепость разоривша, и с собою Адама воздвигша, и от ада вся свободша.
Благословен еси, Господи, научи мя оправданием Твоим.
Почто мира с милостивными слезами, о ученицы, растворяете? Блистаяйся во гробе Ангел мироносицам вещаше: видите вы гроб и уразумейте, Спас бо воскресе от гроба.
Благословен еси, Господи, научи мя оправданием Твоим.
Зело рано мироносицы течаху ко гробу Твоему рыдающыя, но предста к ним ангел и рече рыдание время преста, не плачите, воскресение же апостолом рцыте.
Благословен еси, Господи, научи мя оправданием Твоим.
Мироносицы жены, с миры пришедшыя ко гробу Твоему, Спасе, рыдаху, ангел же к ним рече глаголя: что с мертвыми живаго помышляете; яко Бог бо воскресе от гроба.
Слава Отцу и Сыну, и Святому Духу.
Поклонимся Отцу и Его Сынови и Святому Духу, Святей Троице во едином существе с Серафимы зовуще: Свят, Свят, Свят еси Господи.
И ныне и присно и во веки веков. Аминь.
Жизнодавца рождши, греха, Дево, Адама избавила еси, Радость же Еве в печали место подала еси. Падшия же от жизни к сей направи, из Тебе воплотивыйся Бог и Человек.
Аллилуиа, аллилуиа, аллилуиа, слава Тебе, Боже. (трижды)

Benedizioni Resurrezionali

Benedetto sei tu, o Signore, insegnami i tuoi giudizi.
Il consesso degli Angeli sbigottì nel vederti annoverato fra i morti, ma poi, o Salvatore, distruggere la potenza della morte, e risollevar teco Adamo, e molti liberare dagl'Inferi.
Benedetto sei tu, o Signore, insegnami i tuoi giudizi.
Perché mescete compassionevolmente il miro alle lacrime, o Discepole? Gridò l'Angelo rifulgente nella tomba alle Mirofore. Guardate voi stesse la tomba, e comprendete: il Salvatore difatti è risorto dal sepolcro.
Benedetto sei tu, o Signore, insegnami i tuoi giudizi.
Di primo mattino, le Mirofore si affrettarono al tuo sepolcro cantando a lutto: ma si fece lor incontro l'Angelo, e disse: E' cessato il tempo del lutto, non piangete, ma riferite agli Apostoli la Risurrezione.
Benedetto sei tu, o Signore, insegnami i tuoi giudizi.
Le donne Mirofore giunte col miro al tuo sepolcro, o Salvatore, piangevano, quando disse lor chiaramente l'Angelo: Perché contate tra i morti Colui che vive? Iddio infatti è risorto dal sepolcro.
Gloria... Della Trinità
Adoriamo il Padre, e il suo Figlio, e lo Spirito Santo, la Santa Trinità, in una sola sostanza, gridando insieme ai Serafini: Santo, Santo, Santo sei, o Signore.
E ora ... Della Madre di Dio
Partorendo il Datore di vita, o Vergine, riscattasti Adamo dal peccato, e offristi a Eva la gioia al posto del dolore: quanti erano caduti dalla vita, a essa li ha ricondotti colui che da te si è incarnato, Dio e uomo.
Alleluia, alleluia, alleluia. Gloria a te, o Dio. (tre volte)

Benedictiones Resurrectionales

Benedictus es, Domine, doce me justificationes tuas.
Obstupuit coetus Angelorum te in mortuis numeratum videns, Salvator autem mortis diruentem virtutem, ac tecum Adam extollentem, multosque ab Inferis liberantem.
Benedictus es, Domine, doce me justificationes tuas.
Ut quid miserabiliter, Discipulae, myrrham lacrymis miscetis? Refulgens in sepulchro clamavit Angelus Myrophoris. Videte ipsae sepulchrum, et intelligite: quia enim Salvator de monumento surrexit.
Benedictus es, Domine, doce me justificationes tuas.
Primo mane ad sepulchrum cucurrerunt gementes Myrophorae: sed obvenit eis Angelus dicens: Tempus cessavit maeroris: ne fleritis, Resurrectionem vero Apostolis annuntiate.
Benedictus es, Domine, doce me justificationes tuas.
Myrophorae mulieres cum ad sepulchrum cum myrrha pervenissent, lugebant, ut dixit eis Angelus plane: Quare in mortuis Viventem numeratis? Surrexit enim Deus de sepulchro.
Gloria... De SS. Trinitate
Adoremus Patrem et Filium ejus et Spiritum Santum, Sanctam Trinitatem in una essentia, cum Seraphim clamantes: Sanctus, Sanctus, Sanctus es Domine.
Et nunc... De Beata Virgine
Vitae pariens Largitorem, redemisti Virgo, Adam de peccato, gaudium Evae pro dolore obtulisti; eosque qui de vita ceciderunt, ad eam redigit qui de te incarnatus, Deus atque homo.
Alleluja, alleluja, alleluja. Gloria tibi Domine (ter)



Cogliamo l'occasione per porgere gli auguri di una Santa Pasqua di Risurrezione a quanti seguono il computo niceno per il calcolo della stessa.

Χριστὸς ἀνέστη! Ἀληθῶς ἀνέστη!

lunedì 22 aprile 2019

Perché cantiamo i testi liturgici?

Un utilissimo contributo del noto e apprezzato professore americano Peter Kwasniewski circa l'importanza e il significato del canto dei testi liturgici, che meriterebbe d'esser fatto leggere a qualche "tradizionalista" poco tradizionale che sostiene che la messa letta (naturalmente "dialogata", come piace ai vari estimatori della liturgia anni '50) sia equivalente o addirittura migliore (sic!) della messa cantata...

di Peter Kwasniewski

In tutte le religioni del mondo, si troverà che vengono cantati i testi sacri. Una convergenza tanto sorprendente suggerisce che v'è un naturale collegamento tra la venerazione della divinità e il canto dei testi relativi ai riti sacri; ovvero, c'è una connessione basata sulla natura dell'uomo, della parola e del canto.

La filosofia del cantare i testi religiosi

Questa pratica universale deriva da un senso intuitivo, per cui le cose sacre e i sacri sentori che le accompagnano non possono essere raccontati come le cose ordinarie e quotidiane, ma debbono essere elevate a un livello più alto attraverso la modulazione musicale, oppure nascoste nel silenzio. I riti autentici, pertanto, tendono ad alternare silenzi (per la meditazione, oppure durante azioni simboliche) e canto (che può essere o meno accompagnato da altre azioni).

Gli atti di culto pubblico sono resi più solenni, e il loro contenuto è più facile da approcciare e memorizzare, venendo cantati dal clero, dai cantori, dal coro e dal popolo. Inoltre, il contrasto tra il canto (massima vetta dell'espressione mana) e il silenzio (una sospensione deliberata e "apofatica" del discorso) colpisce molto più del contrasto tra il parlare e il non parlare. Il primo rassomiglia al formarsi e al frangersi delle onde dell'oceano, mentre il secondo appare più come accendere e spegnere una lampadina.

Parlare è un atto in primis discorsivo e istruttivo, destinato all'ascoltatore, mentre il canto, che può con maggior facilità unire molte voci in un solo corpo, è capace di essere in più foriero di sensazioni spirituali e di un significato che trascende quello delle parole, incrementando grandemente il potere penetrante delle parole stesse. Vediamo questo specialmente nei melismi dei canti, le lunghe elaborazioni melodiche su di una singola sillaba, che danno voce a sensazioni e aspirazioni interiori che la parola non può completamente esprimere.

Nessuno ha commentato in modo più profondo del filosofo della musica Victor Zuckerkandl circa il potere mistico del canto, che unisce tra loro chi canta, e unisce il soggetto all'oggetto. Nel suo libro L'Uomo Musicista, pubblicato pei tipi dell'Università di Princeton nel 1973, egli scrive:

"La musica è appropriata, è d'aiuto quando è richiesto l'abbandono di sé, quando l'Io va oltre se stesso, quando soggetto e oggetto si uniscono insieme. Le tonalità musicali sembrano costituire un ponte che rende possibile, o almeno facilita, l'attraversamento dell'abisso che separa i due. (24-25)
[...]
Cantare è l'espressione naturale e appropriata del gruppo, della solidarietà degl'individui facenti parte del gruppo. Se questo è il caso, possiamo supporre che il canto esprime essenzialmente non l'individuo ma il gruppo; più precisamente, esprime l'individuo nella misura in cui questi è membro del gruppo; ancor più precisamente, esprime l'individuo quanto nella misura in cui la sua relazione con gli altri non è semplicemente "stare di fronte agli altri", ma è una relazione solidale.
Mentre le parole volgono le persone le une verso le altre, i toni musicali li volgono tutti nella medesima direzione: ciascuno segue i toni nella loro strada e nel loro ritorno. Nel momento in cui i toni musicali risuonano, la situazione in cui una parte guarda in faccia l'altra viene trasformata in una situazione di solidarietà, e i molti individui distinti vengono trasformati in un gruppo (27-29).
[...] 
Se le sue parole non sono meramente dette, ma cantate, esse costruiscono un ponte vivo che lo collega con gli oggetti delle sue parole, che trasforma la distinzione e la separazione in comunanza. Attraverso i toni musicali, colui che parla va oltre le cose, porta le cose dall'esterno dentro di sé, in modo che non siano più "l'altro", qualcosa di estraneo da sé, ma in modo che l'altro e lui stesso siano una cosa sola. Chi canta resta se stesso, ma il suo Io è arricchito, la sua gamma vitale è ampliata: essendo quello che è, ora può, senza perdere la sua identità, stare con ciò che non è; e l'altro, essendo quello che è, può, senza perdere la sua identità, stare con lui. (29-30)"

In definitiva, si tratta di questo: noi cantiamo quando siamo una cosa sola, o desideriamo essere una cosa sola, con la nostra attività o con l'oggetto della nostra attività. Questo è vero quando noi amiamo un'altra persona. Ed è massimamente vero quando noi amiamo Dio. Qesta è l'origine dell'incomparabilmente grande tradizione musicale della Cristianità. Sant'Agostino dice: "Solo chi ama, canta". Noi cantiamo... e sussurriamo... e cadiamo nel silenzio.

Nel corso della trattazione, Zuckerkandl fa un appunto che mi richiama dolorosamente alla memoria gli anni trascorsi nel Novus Ordo, con il popolo che recitava insieme il Gloria o il "Santo, Santo, Santo".

"Può alcuno immaginare che della gente si raduni per recitare dei canti? Si potrebbe, ma solo come possibilità logica: nella realtà sarebbe assurdo. Trasformerebbe qualcosa di naturale in qualcosa di terribilmente innaturale. (25)"

La recita dei testi normalmente cantati durante una Messa Bassa "funziona" solo perché il prete dice i testi da solo, e lo fa all'altare, rivolto a Oriente. [1] Egli non sta rivolgendo le parole di un canto ad alcuno, eccetto Dio. Esse allora acquisiscono un valore rituale paragonabile a quello della recita del Canone [quindi, concludiamo, dovrebbero esser dette a bassa voce come il Canone, ndt]. La recita di testi cantati non è liturgicamente ideale; infatti questa forma di Messa si sviluppò per la devozione personale del prete, quando celebrava a un altare laterale, solo con un chierico. Tuttavia, avere una chiesa piena di gente e dire allora i testi da cantare piuttosto che cantarli, dovrebbe apparire a tutti come qualcosa di strano. Ma possiamo lasciare da parte questo punto, di cui ho già parlato qui [e che cureremo di tradurre quanto prima, ndt]

Ragioni pratiche del cantare i testi

Ci sono anche delle ragioni pratiche del cantare. Come è provato dall'esperienza, i testi che vengono cantati con corretta dizione vengono uditi assai chiaramente e distintamente in una grande assemblea di persone, meglio dei testi letti a voce alta o persino urlati. La musica è un modo di trasportare le parole e farle penetrare nelle orecchie e nelle anime degli ascoltatori. Nei tempi antichi, l'epica e la poesia lirica, e persino parti dei discorsi politici, erano cantate, proprio per questa ragione.

L'amplificazione elettronica non era necessaria, quando gli architetti sapevano costruire spazi con un'acustica adeguata, e i ministri liturgici imparavano come cantare. Una chiesa ben costruita con dei cantori ben formati non ha affatto bisogno di amplificazione artificiale. Inoltre, non ogni cosa della liturgia dev'essere udita da chiunque, contrariamente a una delle assunzioni chiave che sottostanno alla rinnovazione/distruzione dei riti.

E' difficile immaginare un aeroporto moderno senza altoparlanti per gli annunci. E', al contrario, una tragedia quando la stessa tecnologica, prammatica, impersonale e generalizzata modalità di produzione sonora invade le chiese. In una chiesa, il microfono uccide l'intimità, l'umiltà, la località e la direzionalità della voce umana. La voce diventa ora quella di un gigante senza posto, un Grande Fratello, venendo da ogni parte e da nessuna parte. Mettere microfoni e altoparlanti in una chiesa non intensifica un processo naturale, sibbene lo sovverte. Non c'è continuum tra la voce umana e la voce artificialmente amplificata: sono due fenomeni separati, con fenomenologie pure differenti.

Quando i testi rituali sono adornati dalla propria musica, il loro messaggio viaggia, sia fisicamente che spiritualmente.

Il Canto Gregoriano come ideale dei testi cantati

Le otto caratteristiche del Gregoriano sono:

  • Primato della parola
  • Ritmo libero
  • Canto all'unisono
  • Vocalizzazione non accompagnata
  • Modalità
  • Anonimato
  • Moderazione delle emozioni
  • Chiara sacralità

Queste caratteristiche, prese insieme, mostrano che il canto gregoriano non è solo un po' differente dagli altri tipi di musica vocale, ma radicalmente e profondamente diverso [2]. Esso è fino in fondo una musica liturgica, che esiste solo per il culto divino, perfettamente confacente alla sua natura verbale e sacrale, e ben adatto ad aiutare i fedeli ad associarsi a questo culto, trovandolo insieme magnifico e inusuale, proprio come Dio Stesso è.

Ora possiamo vedere meglio perché il canto è una parte necessaria e integrale della liturgia solenne, perché esso conferisce nobiltà alla celebrazione, e perché è particolarmente necessario al Rito Romano e merita il posto più importante al suo interno.

Quando eseguito in modo edificante, il canto gregoriano in sé e per sé "si accorda con lo spirito dell'azione liturgica", cosa che non può esser fatta da nessun altro genere musicale. In altre parole, il canto gregoriano fornisce la definizione di cosa significhi "accordarsi con lo spirito dell'azione liturgica", e gli altri lavori musicali devono essere valutati, per così dire, sulla base di questo supremo criterio; come ebbe a dire Papa S. Pio X nel suo motu proprio Tra le sollecitudini: “È del tutto legittimo stabilire la seguente regola: più strettamente una composizione sacra si avvicina ai movimenti, all'ispirazione, e assapora la forma del canto gregoriano, più diventa sacra e liturgica; e quanto più non è in armonia con quel modello supremo, tanto meno è degna del tempio”
_________________________________________
NOTE dell'Autore

[1] Questa è la mia principale obiezione alla Messa dialogata, almeno in quanto essa comporta la recita di quei testi che dovrebbero normalmente essere cantati.

[2] E' stato spesso fatto notare che la forte connessione tra il canto gregoriano e il Cattolicesimo è ben compresa dai direttori cinematografici di Hollywood, i quali, ogniqualvolta intendono evocare un'"atmosfera cattolica", si assicurano che vi sia qualche canto gregoriano di sottofondo. Se solo il clero odierno avesse la metà del loro "senso del business"!

[Fonte - Traduzione di Traditio Marciana]

domenica 21 aprile 2019

Santa Pasqua di Risurrezione

Dominica Resurrectionis
Ἡ Ἁγία Ἀνάστασις
Santa Pasqua di Risurrezione
MMXIX


Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν,
θανάτῳ θάνατον πατήσας
καὶ τοῖς ἐν τοῖς μνήμασι
ζωὴν χαρισάμενος.

Christus resurrexit a mortuis,
Morte mortem calcavit,
Et eis in sepulchris
Vitam donavit.

Христо́съ воскре́се ᾿изˈ ме́ртвыхъ,
сме́ртїю сме́рть попра́въ,
᾿и су́щимъ во гробѣ́хъ живо́тъ дарова́въ.

Cristo è risorto dai morti,
colla morte ha sconfitto la morte,
e a quanti erano nei sepolcri
ha donato la vita.



AUGURI DI UNA SANTA PASQUA 2019!

La direzione di Traditio Marciana

sabato 20 aprile 2019

Sabato Santo

Sabbato Sancto
Ἁγίῳ καὶ μεγάλῳ Σαββάτῳ
MMXVIII

Mosaico gerosolimitano della Sepoltura di Cristo

Μεγαλύνομέν σε, Ἰησοῦ Βασιλεῦ, καὶ τιμῶμεν
τὴν Ταφὴν καὶ τὰ Πάθη σου,
δι'ὧν ἔσωσας ἡμᾶς ἐκ τῆς φθορᾶς.

Μέτρα γῆς ὁ στήσας, ἐν σμικρῷ κατοικεῖς,
Ἰησοῦ παμβασιλεῦ τάφῳ σήμερον,
ἐκ μνημάτων τοὺς θανέντας ἀνιστῶν.

Magnifichiamo te, o Gesù Re, e onoriamo
la tua Sepoltura e la tua Passione,
per mezzo delle quali ci hai salvati dalla caduta.

Tu che che stabilisti le misure della terra, oggi,
o Gesù re d'ogni cosa, abiti in una piccola tomba,
facendo risorgere i morti dai sepolcri.

(Lamento dell'Epitafio, secondo il rito bizantino)

Roger van der Weyden, Deposizione di Cristo nel sepolcro, 1449-50

Recéssit pastor noster, fons aquæ vivæ, ad cujus tránsitum sol obscurátus est: Nam et ille captus est, qui captívum tenébat primum hóminem: hódie portas mortis et seras páriter Salvátor noster disrúpit. Destrúxit quidem claustra inférni, et subvértit poténtias diáboli.

S'è ritirato il nostro pastore, la fonte di acqua viva, al cui transito si oscurò il sole: Colui che teneva schiavo il primo uomo è stato fatto schiavo lui stesso: oggi il nostro Salvatore abbatté le porte insieme e le sbarre della morte. Distrusse le prigioni dell'inferno, e rovesciò la potenza del diavolo

(IV Responsorio del Mattutino, secondo il rito romano)

venerdì 19 aprile 2019

Il lamento funebre sulla tomba di Cristo

La cerimonia forse più suggestiva di tutta la Settimana Santa secondo il rito bizantino è il Mattutino della Santa Sepoltura di Nostro Signore Gesù Cristo, propriamente l'orthros del Sabato Santo, che però viene anticipato al venerdì sera, secondo una tradizione consolidata e comune a Oriente e Occidente.

La sera di Giovedì Santo, al termine del lunghissimo ufficio del Mattutino delle Sante Sofferenze e della Passione di Nostro Signore, conosciuto anche come "Ufficio dei 12 Vangeli" (il più lungo di tutto il rito bizantino), i fedeli portano fiori e candele per decorare l'arca dell'Epitafio (Ἐπιτάφιος). Quest'ultimo trattasi di una icona, o lignea o dipinta su un panno riccamente ricamato, raffigurante il cosiddetto Compianto su Cristo morto, e spesso decorato con il tropario Ὁ εὐσχήμων Ἰωσήφ, ἀπὸ τοῦ ξύλου καθελὼν τὸ ἄχραντόν σου Σῶμα, σινδόνι καθαρᾷ, εἱλήσας καὶ ἀρώμασιν, ἐν μνήματι καινῷ κηδεύσας ἀπέθετο (Il pio Giuseppe, deposto il vostro intemerato Corpo dalla croce, lo avvolto in una sindone pura, e cosparsolo di aromi lo depose in un sepolcro nuovo). Quest'icona viene tenuta nel Santuario, sopra la Sacra Mensa.

Epitafios dipinto da Viktor Vasnetsov (1896)

Nella tarda mattinata del Venerdì Santo, cantato il Vespero della Deposizione (Ἐσπερινὸς τῆς Ἀποκαθηλώσεως), il Sacerdote prende l'Epitafio dall'altare, giunge a un arca preparata nell'aula della chiesa, la quale è stata appunto ornata con fiori e candele dai fedeli il giorno prima, vi gira tre volte attorno e infine depone l'Epitafio su di essa. Quindi, fatte tre prostrazioni grandi, lo cosparge di fiori e lo incensa, mentre il coro canta quattro stichirà dedicate a Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, i due pii uomini che si presero cura del corpo morto di Gesù e lo seppellirono.

Come prescrive il typikòn costantinopolitano attuale (in quelli più antichi si iniziava a mezzanotte, secondo l'uso monastico), all'ora prima della notte (cioè le 19 circa), inizia a officiarsi il Mattutino della Sepoltura.

Iniziato come di consueto il Mattutino con la benedizione, la litania, l'Esapsalmo (recita dei salmi 3, 37, 62, 87, 102 e 142), la colletta e il Θεὸς Κύριος, si cantano i tropari del giorno (a Giuseppe d'Arimatea, al Santo Sepolcro, alle donne mirofore), e dipoi il Canone del Grande Sabato, che si compone di tre odi composte da Marco, vescovo di Idra, e tre composte da Cosma monaco. In questo poema, cantandosi la sepoltura del Signore, si esalta l'opera redentrice di Gesù, il distruttore della morte e il restauratore della stirpe d'Adamo: discendendo agl'Inferi, Cristo ha già dato inizio alla risurrezione, e dopo il dolore di cui siamo stati colmati al vederlo morire sulla Croce, ora il Santo Sabato ci apre alla speranza e all'attesa silenziosa e fiduciosa della Risurrezione e della sconfitta della morte. Infatti, "l'Ade è ferito al cuore, accogliendo Colui che ha avuto il fianco ferito dalla lancia, e consumato dal fuoco divino geme, per la salvezza di noi che cantiamo: O Dio redentore, benedetto siete!".

L'epitafios posto sull'arca ornata

In questo momento, terminato il Canone, il sacerdote, rivestito di tutti i paramenti (generalmente neri, ma sussistono molti usi locali diversi), esce dal Santuario e inizia a cantare il Lamento Funebre, uno dei poemi più commoventi di tutta la liturgia. Mentre il coro lo prosegue, il celebrante incensa a forma di croce l'Epitafios, e poi tutta la chiesa e il popolo. Gli Ἐγκόμια (questo il nome greco del lamento) descrivono l'antinomia della Vita che muore, e proclamano i sentimenti dei fedeli, stupiti di fronte a questo evento terribile. Cionondimeno, anche in questo poema sono presenti numerosi accenni alla futura Risurrezione, avvertita come molto vicina. Il lamento è diviso in tre parti, al termine di ciascuna delle quali vi è una litania diaconale, e all'inizio di ognuna si ripete l'incensazione. Terminato questo lamentoso e meraviglioso canto, s'intonano gli Εὐλογητάρια resurrezionali, segno evidentissimo della vicinanza dell'evento atteso.

Seguono come di consueto le Lodi, i cui stichirà preannunziano la vittoria ("Oggi una tomba racchiude colui che tiene in sua mano il creato, una pietra ricopre Colui che copre i cieli colla sua virtù. Dorme la vita, trema l'inferno, e Adamo è sciolto dalle catene. Gloria alla tua economia! Per essa, dopo aver tutto compiuto, ci donaste il sabato eterno colla vostra santissima Risurrezione dai morti [...] A Lui gridiamo: Risorgete o Dio, giudicate la terra [...] Giacete e dormite come un leone, chi vi risveglierà o Re? Risorgete dunque per vostro potere, Voi che per noi vi siete consegnato alla morte. Signore, gloria a Voi"). Le Lodi terminano, more solito, con la Grande Dossologia (Gloria in excelsis), che viene cantata con i versicoli festivi, che terminano dunque con il Trisagio.

Mentre il coro appunto canta il Trisagio al termine della Dossologia, il clero prende sulle spalle l'arca dell'Epitafios, e tutti escono dalla chiesa, procedendo in processione al lento canto del Trisagio. In questo momento, si canta un altro poema meraviglioso, il Τὸν ἥλιον κρύψαντα, che racconta con un lirismo straordinario la supplica di Giuseppe a Pilato per ricevere il corpo del Salvatore.

Indi la processione ritorna in chiesa, di nuovo s'incensa l'Epitafios, si cantano nuovamente i tropari del giorno, e poi si leggono, precedute dai consueti prokimena, due letture, da Ezechiele (37,1-14), in cui il Signore profetizza la risurrezione dei corpi, e dalla lettera ai Galati (5,6-8), in cui San Paolo fa il noto paragone del lievito per invitare le comunità galate a festeggiare la Pasqua della nuova Legge, il riscatto dell'antica maledizione. Cantato l'Alleluia, il diacono proclama poi il Vangelo, breve brano tratto da San Matteo (27,62-66), in cui gli ebrei chiedono a Pilato di mettere una guardia dinnanzi al sepolcro di Cristo, per evitare che i discepoli ne portino via il corpo per simularne la risurrezione. Terminata la lettura evangelica, viene cantata una litania, indi il sacerdote congeda il popolo.

I fedeli tornano a casa con il pianto per la morte del Redentore, e al contempo la speranza della sua Risurrezione; il mattino del Sabato, sarà proclamata con gioia la sua discesa agl'Inferi, nella gaudiosa Divina Liturgia della Prima Risurrezione, che prepara direttamente all'incommensurabile gioia della gloriosa Risurrezione che si celebrerà nella notte tra sabato e domenica, della Santa Pasqua di Cristo.
Mettiamo a disposizione il testo greco dell'intero ufficio con traduzione italiana QUI.

Qui sotto invece riportiamo alcuni video: la celebrazione dell'intero ufficio, il canto del Lamento funebre e il canto del Τὸν ἥλιον κρύψαντα secondo un ricco e suggestivo tono medievale.
(nei video delle celebrazioni si noti l'uso dei paramenti aurei, costume tipico della chiesa di Grecia, in segno della gioia per la prossima risurrezione)


Mattutino del Santo Sabato presieduto dal vescovo Christodoulos nella Cattedrale di Atene

Enkomia (I stasi) celebrati nella chiesa greco-cattolica di S. Atanasio a Roma

Enkomia (tutte e tre le stasi)

Τὸν ἥλιον κρύψαντα (tono medievali; video diviso in due parti)

Venerdì Santo

Feria VI in Parasceve
Ἁγία καὶ Mεγάλη Παρασκευὴ
MMXVIII


Ὅτε σε Σταυρῷ προσήλωσαν οἱ παράνομοι, τὸν Κύριον τῆς δόξης, ἐβόας πρὸς αὐτούς· Τὶ ὑμᾶς ἐλύπησα; ἤ ἐν τινὶ παρώργισα; πρὸ εμοῦ, τὶς ὑμᾶς ἐρρύσατο ὲξ θλίψεως; καὶ νῦν, τί μοι ἀνταποδίδοτε; πονηρὰ ἀντὶ ἀγαθῶν· ἀντὶ στύλου πυρός, Σταυρῷ με προσηλώσατε· ἀντὶ νεφέλης, τάφῳ με ὠρύξατε· ἀντὶ τοῦ μάννα, χολὴν μοι προσηνέγκατε· ἀντὶ τοῦ ὕδατος, ὄξος με ἐποτίσατε. Λοιπὸν καλῶ τὰ ἔθνη, κἀκεῖνὰ με δοξάσουσι, σὺν Πατρὶ καὶ Ἁγίῳ Πνεύματι.

Allorquando gli empi affissero a una Croce te, Signore della gloria, gridasti loro: Che male vi ho fatto? In cosa vi ho adirati? Prima di me, chi mai vi liberò dalla tribolazione? E ora, cosa mi date in cambio? Azioni malvagie in cambio di buone azioni; al posto della colonna di fuoco, mi avete conficcato a una Croce; al posto della nube, mi avete scavato una tomba; al posto della manna, mi avete offerto fiele; al posto dell'acqua, mi avete dissetato con aceto. Perciò chiamerò i gentili, ed essi mi glorificheranno con il Padre e il Santo Spirito.

(Tropario dell'Ora Nona del Grande e Santo Venerdì, secondo il rito bizantino)

Rembrandt van Rijn, Crocifissione, XVII secolo

Ténebræ factæ sunt, dum crucifixíssent Jesum Judǽi: et circa horam nonam exclamávit Jesus voce magna: Deus meus, ut quid me dereliquísti? Et inclináto cápite, emisit spíritum.
Exclámans Jesus voce magna, ait: Pater, in manus tuas comméndo spíritum meum. Et inclináto cápite, emisit spíritum.

Velum templi scissum est, et omnis terra trémuit: latro de cruce clamábat, dicens: Meménto mei, Dómine, dum veneris in regnum tuum. Petræ scissæ sunt, et monuménta apérta sunt, et multa córpora sanctórum, qui dormíerant, surrexérunt.

Si fece buio, allorquando i Giudei crocifissero Gesù: e verso l'ora nona, gridò Gesù a gran voce: Dio mio, perché mi hai abbandonato? E, chinato il capo, rese lo spirito. Gridando a gran voce, Gesù disse: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. E, chinato il capo, rese lo spirito.

Il velo del tempio si squarciò, e tutta la terra tremò: il ladrone dalla croce gridava dicendo: Ricordati di me, o Signore, quando giungerai nel tuo regno. Le pietre si spezzarono, e le tombe furono aperte, e molti corpi di santi, che vi si erano addormentati, risorsero.

(Responsori V e II del Mattutino [Ufficio delle Tenebre] del Venerdì Santo, secondo il rito romano)

giovedì 18 aprile 2019

Giovedì Santo

Feria V in Coena Domini
Ἁγία καὶ Mεγάλη Πέμπτη
MMXVIII

Lavanda dei Piedi, 1310-20, Chiesa di S. Nicola Orfano, Tessalonica

Τόν ἄρτον λαβών εἰς χεῖρας ὁ προδότης, κρυφίως αὐτάς ἐκτείνει καί λαμβάνει τήν τιμήν τοῦ πλάσαντος ταῖς οἰκείαις χερσί τόν ἄνθρωπον· καί ἀδιόρθωτος ἔμεινεν Ἰούδας ὁ δοῦλος καί δόλιος.

Dopo ch'ebbe preso tra le mani il pane, il traditore le tese e ricevette il prezzo per Colui che colle sue mani ha plasmato l'uomo: e non si è convertito Giuda, il servo e l'ingannatore.

(Kontakion del Grande e Santo Giovedì, secondo il rito bizantino)

Cosimo Rosselli e aiuti, Ultima Cena, 1481-82, Cappella Sistina, Roma

Ubi cáritas et amor, Deus ibi est.

Congregávit nos in unum Christi amor.
Exsultémus et in ipso jucundémur.
Timeámus et amémus Deum vivum.
Et ex corde diligámus nos sincéro.

Simul ergo cum in unum congregámur:
Ne nos mente dividámur, caveámus.
Cessent júrgia malígna, cessent lites.
Et in médio nostri sit Christus Deus.

Simul quoque cum Beátis videámus
Gloriánter vultum tuum, Christe Deus:
Gáudium, quod est imménsum atque probum,
Sǽcula per infiníta sæculórum. Amen.

Dov'è carità e amore, ivi è Dio.

Ci ha riuniti in un solo corpo l'amore di Cristo.
Esultiamo e rallegriamoci in lui.
Temiamo e amiamo il Dio vivo.
E amiamoci con cuore sincero.

Allora, unendoci tutti insieme,
badiamo di non esser divisi nel cuore.
Cessino le maligne contese, cessino le liti.
E in mezzo a noi sia Cristo Iddio.

Insieme ai beati possiamo noi vedere
nella gloria il tuo volto, o Cristo Iddio:
ch'è gioia immensa e autentica
per gl'infiniti secoli dei secoli. Amen.

(Inno del rito del Mandatum, secondo il rito romano)

mercoledì 17 aprile 2019

Mercoledì Santo

Feria IV Majoris Hebdomadæ
Ἁγία καὶ Mεγάλη Τετάρτη
MMXVIII


Ὑπὲρ τὴν Πόρνην Ἀγαθὲ ἀνομήσας, δακρύων ὄμβρους οὐδαμῶς σοι προσῆξα, ἀλλὰ σιγῇ δεόμενος προσπίπτω σοι, πόθῳ ἀσπαζόμενος, τοὺς ἀχράντους σου πόδας, ὅπως μοι τὴν ἄφεσιν, ὡς Δεσπότης παράσχῃς, τῶν ὀφλημάτων κράζοντι Σωτήρ. Ἐκ τοῦ βορβόρου τῶν ἔργων μου ῥῦσαί με.

Più della meretrice, o Buono, io ho peccato, né affatto v'offersi piogge di lacrime; ma pregandovi in silenzio mi prostro a voi, abbracciando con amore i vostri piedi immacolati, acciocché concediate, come Sovrano, la remissione dei peccati a me, che vi invoco, o Salvatore. Salvatemi dal fango delle mie opere.

(Kontakion del Canone del Mattutino, secondo il rito bizantino)

Fratelli Limbourg, Cristo condotto davanti a Pilato, 1412-16,
dalle Tres Riches Heurs du Duc de Berry, fol. 143

 Dixérunt ímpii apud se, non recte cogitántes: Circumveniámus justum, quóniam contrárius est opéribus nostris: promíttit se sciéntiam Dei habére, Fílium Dei se nóminat, et gloriátur patrem se habére Deum: Videámus si sermónes illíus veri sunt: et si est vere Fílius Dei, líberet eum de mánibus nostris: morte turpíssima condemnémus eum. Tamquam nugáces æstimáti sumus ab illo, et ábstinet se a viis nostris tamquam ab immundítiis: et præfert novíssima justórum.

Gli empj han detto tra sé, sragionando: Tendiamo insidie al giusto, poiché egli è contrario alle opere nostre: si fa vanto d'avere la conoscenza di Dio, si fa chiamare Figlio di Dio, e si gloria di avere Dio per padre. Vediamo se le sue parole sono veraci: e, se veramente è il Figlio di Dio, egli lo liberi dalle nostre mani: lo condanneremo infatti a ignominiosissima morte. Da lui di poco conto fummo ritenuti, ed ei si tien lontano dalle nostre vie come da sordidezze: e preferisce la fine dei giusti.

(II Responsorio del Mattutino, secondo il rito romano)

martedì 16 aprile 2019

Martedì Santo

Feria III Majoris Hebdomadæ
Ἁγία καὶ μεγάλη Τρίτη
MMXIX

Tradimento di Cristo, 1335-50,
Monastero di Visoki Dečani (Kosovo

Ὁ Ἰούδας τῇ γνώμῃ φιλαργυρεῖ, κατὰ τοῦ Διδασκάλου ὁ δυσμενής, κινεῖται βουλεύεται, μελετᾷ τὴν παράδοσιν, τοῦ φωτὸς ἐκπίπτει, τὸ σκότος δεχόμενος, συμφωνεῖ τὴν πρᾶσιν, πωλεῖ τὸν ἀτίμητον· ὅθεν καὶ ἀγχόνην, ἀμοιβὴν ὧν περ ἔδρα, εὑρίσκει ὁ ἄθλιος, καὶ ἐπώδυνον θάνατον. Τῆς αὐτοῦ ἡμᾶς λύτρωσαι, μερίδος Χριστὲ ὁ Θεός, τῶν πταισμάτων ἄφεσιν δωρούμενος, τοῖς ἑορτάζουσι πόθω, τὸ ἄχραντον Πάθος σου.

Giuda ama il denaro nel suo cuore, e malevolo contro il Maestro si muove, tiene consiglio, studia il tradimento, decade dalla luce, avendo accolto la tenebra, concorda la vendita, vende l'Inestimabile; laonde lo scellerato trova il capestro come rimunmerazione per quanto ha compiuto, e una morte dolorosa. Preservaci, o Cristo Dio, dalla sua sorte, concedendo la remissione dei peccati a quanti celebrano con amore la tua immacolata Passione.

(III Kathisma del Mattutino "dello Sposo", secondo il rito bizantino)

Maestro della Cattura, Cattura di Cristo, ultimo quarto del XIII secolo,
Assisi, Basilica Superiore di S. Francesco

Synagóga populórum circumdedérunt me: et non réddidi retribuéntibus mihi mala. Consumétur, Dómine, nequítia peccatórum, et díriges justum. Júdica me, Dómine, secúndum justítiam meam, et secúndum innocéntiam meam super me. 

La sinagoga dei popoli mi ha circondato: ma io non ho reso male a coloro che lo facevano a me. Avrà fine, o Dio, l'iniquità dei peccatori, e tu sarai guida per il giusto. Fammi giustizia, o Dio, secondo la mia giustizia, e secondo l'innocenza che è in me.

(III Responsorio del Mattutino, secondo il rito romano)

lunedì 15 aprile 2019

Lunedì Santo

Feria II Majoris Hebdomadæ
Ἁγία καὶ μεγάλη Δεύτερα
MMXIX

Theodoros Poulakis, Giacobbe lamenta la morte del figlio Giuseppe, XVII secolo

Τῇ ἁγίᾳ καὶ μεγάλῃ Δεύτερᾳ μνήμην ποιούμεθα τοῦ μακαρίου Ἰωσὴφ τοῦ παγκάλου.
Ὁ Ἰακὼβ ὠδύρετο, τοῦ Ἰωσὴφ τὴν στέρησιν, καὶ ὁ γενναῖος ἐκάθητο ἅρματι, ὡς βασιλεὺς τιμώμενος· τῆς Αἰγυπτίας γὰρ τότε ταῖς ἡδοναῖς μὴ δουλεύσας, ἀντεδοξάζετο παρὰ τοῦ βλέποντος τὰς τῶν ἀνθρώπων καρδίας, καὶ νέμοντος στέφος ἄφθαρτον.

Il Grande e Santo Lunedì facciamo memoria del beato e ottimo Giuseppe.
Giacobbe piangeva la perdita di Giuseppe, ma il forte sedeva su un cocchio, onorato come re; non essendosi reso schiavo delle brame dell'Egiziana, era stato in cambio glorificato da Colui che scruta i cuori degli uomini e attribuisce l'incorruttibile corona.

(Kontakion del Grande Lunedì secondo il rito bizantino)

Antonio del Castillo, Giuseppe venduto dai suoi fratelli, XVII secolo

Viri ímpii dixérunt: Opprimámus virum justum injúste, et deglutiámus eum tamquam inférnus vivum: auferámus memóriam illíus de terra: et de spóliis ejus sortem mittámus inter nos: ipsi enim homicídæ thesaurizavérunt sibi mala. Insipiéntes et malígni odérunt sapiéntiam: et rei facti sunt in cogitatiónibus suis. Hæc cogitavérunt, et erravérunt: et excæcávit illos malítia eórum.

Degli uomini iniqui dissero: Assaliamo ingiustamente l'uomo giusto, e ingoiamolo vivo come l'inferno: togliam via dalla terra il suo ricordo, e gettiamo fra noi la sorte dei suoi beni; quegli omicidi così accumularono azioni malvagie. Gli stolti e i malvagi odiano la saggezza: e son diventati colpevoli nei loro pensieri. Così han pensato, e son caduti in fallo: la loro malizia li ha accecati.



(I Responsorio del Mattutino del Santo Lunedì secondo il rito romano)

domenica 14 aprile 2019

La "processione dell'asino": l'antico costume liturgico-popolare della Domenica delle Palme a Gerusalemme e a Mosca

Giotto, Ingresso in Gerusalemme, Cappella degli Scrovegni,
1303-1305, Padova
di Nicolò Ghigi

Introduzione

Nella Sacra Scrittura, l'asino viene menzionato oltre centocinquanta volte [1]. Dagli asini di Abramo (Genesi XII, 16) all'asino di Balaam (Numeri XXII, 21-33), che riconosce la presenza dell'Angelo di Dio ben prima del suo stolto padrone, l'onagro ricopre un ruolo molto importante nella narrazione biblica, tanto da essere l'animale più presente dopo (ovviamente) l'agnello e la pecora; non deve stupire nemmeno che la propaganda anticristiana dei primi secoli accusasse i Cristiani di venerare un dio-asino [2], dacché comunque esso doveva esser ricompreso tra gli animali simbolici legati al testo scritturale. Due volte nei Vangeli un asino porta Nostro Signore: durante la fuga in Egitto e la domenica delle Palme. A voler sconfinare nella tradizione popolare, vi sarebbe anche l'asino che insieme al bue riscaldò il Salvatore nella notte della sua Natività, ancorché questa sia una credenza diffusa in Occidente, tanto da entrare nel popolare Presepe, ma non supportata da alcun Vangelo né canonico né apocrifo [3].

Sulle derive superstiziose medievali dell'importanza tribuita all'onagro dal Cristianesimo, molto si ebbe a scrivere. Alquanto noto è il costume, nato in Francia nell'XI secolo, ma diffusosi successivamente anche a Firenze, di celebrare, nei giorni successivi alla Circoncisione una festa in onore dell'asino che portò il Signore nel suo viaggio in Egitto, detta appunto "festa dell'asino", o anche "festa dei folli" per via di alcuni usi popolari di sovvertimento dell'ordine costituito, che ricordano i Saturnalia romani [4]. In occasione di quella festa, un asino, condotto in solenne processione all’altare, veniva addestrato ad inginocchiarsi in momenti indicati e a ragliare tre volte alla risposta rituale. «Alla fine della Messa – è scritto in un codice manoscritto risalente all’XI secolo – il prete, anziché pronunciare Ite missa est, raglierà tre volte, e in luogo di Deo gratias il popolo risponderà tre volte hi-ha» [5]. Nella Biblioteca del Re a Parigi è parimenti attestato un canto, attribuito a Pierre de Corbeil (+1222), dedicato a questa specifica festività, Orientis partibus.
Questa festa, concentrato di superstizione popolare, tradizione pagana e cenni di Cristianesimo, nonostante un’aperta condanna del Concilio di Basilea del 1431, essa sopravvisse fino al secolo XVI. Poi, durante l’epoca della Riforma e della Controriforma, a poco a poco scomparve. I cronisti raramente ne deplorano la scomparsa. [6]

Col tempo, la considerazione popolare per l'asino mutò sensibilmente. In realtà, la concezione di questo animale era stata ambigua sin dall'antichità e per tutto il Medioevo. Se da una parte l'asino, cavalcatura dei profeti, in molti miracoli medievali ricalcati sul summenzionato episodio biblico di Balaam, l’asino s'inginocchia dinanzi all’Ostia consacrata, d'altra parte, per il Physiologus e molti altri bestiari, l'asino rappresenta il demonio; senza contare l'immagine di animale ottuso, lussurioso e ostinato (donde anche l'espressione contemporanea "essere un asino") tramandataci da Apuleio e da Fedro [7], nonché l'importanza dell'asino rosso in alcuni culti misterici, come apprendiamo dal De Iside et Osiride di Plutarco [8].

Tornando tuttavia all'argomento precipuo del nostro intervento, resta da considerare la tradizione, molto meno inficiata dalla superstizione popolare (se non in qualche pia leggenda che attribuiva al ruolo giocato dall'animale nell'episodio evangelico la spiegazione della criniera cruciforme dell'asino), forse proprio per il rispetto nei confronti dei Divini Misteri della Passione e Risurrezione del Redentore, della Domenica delle Palme. Come Nostro Signore, nel suo trionfale ingresso in Gerusalemme, s'era assiso su di un'asina, parimenti il Vescovo, piuttosto che un altro dignitario, in questa processione "faceva la parte di Cristo", sedendosi su un onagro e così incedendo nella solenne processione. I riti della Settimana Santa, ancor oggi, mantenendo un venerabile carattere d'antichità, tendono infatti a mischiare, o meglio a contaminare (come direbbero i commediografi latini), gli atti propriamente liturgici con le Sacre Rappresentazioni, muovendo così a spirituali affetti i fedeli nel vedere, coi loro propri occhi e non solo per speculum et in aenigmate, ripetersi gli eventi della Passione. Alla stessa funzione si possono ricondurre altri atti liturgici della Grande Settimana, come anche lo stesso canto della Passio [9].

Quantunque molte siano le attestazioni di "processioni dell'asino" nella tradizione medievale di tutta la Cristianità, nel presente studio ci si concentrerà unicamente su due usi locali, ovvero quello gerosolimitano e quello moscovita.

La "processione dell'asino" nella tradizione gerosolimitana

Et iam cum coeperit esse hora undecima, legitur ille locus de euangelio, ubi infantes cum ramis uel palmis occurrerunt Domino dicentes: Benedictus, qui uenit in nomine Domini. Et statim leuat se episcopus et omnis populus, porro inde de summo monte Oliueti totum pedibus itur. Nam totus populus ante ipsum cum ymnis uel antiphonis respondentes semper: Benedictus, qui uenit in nomine Domini. Et quotquot sunt infantes in hisdem locis, usque etiam qui pedibus ambulare non possunt, quia teneri sunt, in collo illos parentes sui tenent, omnes ramos tenentes alii palmarum, alii oliuarum; et sic deducetur episcopus in eo typo, quo tunc Dominus deductus est. Et de summo monte usque ad ciuitatem et inde ad Anastase per totam ciuitatem totum pedibus omnes, sed et si quae matrone sunt aut si qui domini, sic deducunt episcopum respondentes et sic lente et lente, ne lassetur populus, porro iam sera peruenitur ad Anastase. Ubi cum uentum fuerit, quamlibet sero sit, tamen fit lucernare, fit denuo oratio ad Crucem et dimittitur populus. [10]

E quando si fa l’ora undicesima, si legge quel passo evangelico in cui gli infanti andarono incontro al Signore con rami d’ulivo e di palma dicendo: Benedetto colui che viene nel nome de Signore! E subito si alzano il vescovo e tutto il popolo, poi dalla cima del monte degli Ulivi si avvia una processione. Così tutto il popolo procede davanti a lui tra inni e antifone acclamando sempre: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! E tutti gli infanti che vi sono lì, anche quelli che non possono camminare perché troppo piccoli e sono portati in spalla dai propri genitori, tengono in mano dei rami, alcuni d’ulivo e altri di palma; e così si accompagna il vescovo al modo stesso in cui fu accompagnato il Signore. E dalla cima del monte sino in città, e poi tutti camminano attraverso tutta la città fino al luogo della Risurrezione, e, sia che vi siano uomini o donne, così accompagnano il vescovo rispondendo, e lentamente in tal modo, perché non si stanchi il popolo, e fattasi ormai sera si giunge al luogo della Risurrezione. Una volta ivi giunti, benché sia sera, tuttavia si celebra la liturgia del lucernario [11], si fa di nuovo una orazione alla Croce, e si congeda il popolo.

Con queste parole Egeria, pellegrina che nel IV secolo visitò i luoghi santi, lasciandoci nelle pagine del suo Itinerarium splendide descrizioni delle consuetudini anche liturgiche della Terra Santa, descrive l'ufficiatura della Domenica delle Palme. Non si menziona qui la Messa, semplicemente perché, trattandosi di una domenica, era stata ovviamente celebrata al mattino e senza risentire troppo nella struttura della vicinanza alla Passione del Signore. E' invece interessante quella nota in eo typo quo tunc Dominus deductus est, che ci fa supporre che si cercasse di replicare esattamente la scena vissuta dal Redentore al suo ingresso in Gerusalemme, e, attraverso l'identificazione del Sommo Sacerdote con la Persona Christi, ai commentatori appare chiaro, anche confrontando le altre fonti, che durante questa processione vespertina il Vescovo della Città Santa procedesse a dorso d'asino. Non doveva apparire cosa strana, essendo l'onagro mezzo comune di locomozione in quelle terre; inoltre, tale costume sarebbe stato assai meno passibile di travisamenti superstiziosi che in Occidente, in quanto la cultura semita ha grande rispetto per tale animale, e non ravvisa alcun segno negativo o idolatra in esso, come invece si è detto per la cultura tardoromana ed ellenistica.

Tale costume a Gerusalemme non scomparve praticamente mai: nonostante le moltissime vicissitudini geopolitiche che colpirono la Città Santa durante gli ultimi milleseicento anni, la processione a dorso d'asino trova testimonianza ancora nell'Ottocento. Dom Prosper Guéranger [12], facendo una rassegna dei riti particolari praticati durante la processione delle Palme, dopo aver parlato al passato dell'uso anglonormanno di portare per la via la Santissima Eucaristia, a rappresentare Nostro Signore, onorata coi rami benedetti, parla al presente di un costume praticato dai padri della Custodia di Terra Santa, provincia dell'Ordine Francescano che rappresenta ufficialmente la presenza della Chiesa Romana nei luoghi della vita di Cristo. "A Gerusalemme, nella Processione delle Palme, si pratica anche un'altra usanza, sempre allo scopo di rinnovare la scena evangelica. L'intera comunità dei Francescani, che sta alla custodia dei luoghi sacri, si reca di mattina a Betfage (la cittadina vicino a Gerusalemme e al monte degli Olivi ove il Salvatore ordina ai discepoli di procurargli la cavalcatura, giusta la narrazione del Vangelo di Matteo, ndr), ove il Padre Guardiano di Terra Santa, in abiti pontificali, monta un asinello adorno di vestiti e, accompagnato dai religiosi e dai cattolici di Gerusalemme, tenendosi tutti in mano la palma, fa l'ingresso nella città e smonta alla porta della chiesa del Santo sepolcro, dove si celebra la Messa con la maggiore solennità" [13]

La "processione dell'asino" nella tradizione moscovita

Vjacheslav Schwarz, La processione sull'asino dello Zar Alessio, 1875

All'Europa non fu ignoto, soprattutto in età altomedievale, il summenzionato costume gerosolimitano. Era consuetudine, per esempio, degli Arcivescovi di Salisburgo, nel primo anno del loro episcopato, compiere la "cavalcata delle Palme" sino alla chiesa di Nonnenbergkirche, ancorché a un modesto asinello presto sia stato sostituito in quest'usanza un nobile cavallo bianco. Nonpertanto, almeno fino al 1785 in gran parte della regione alpina di lingua tedesca, ma anche nei Paesi Bassi o in Belgio, era diffuso l'uso di portare in processione, se non un asino reale, quantomeno un simulacro di legno intagliato e dipinto che lo rappresentasse, trattato dai fedeli come vera e propria reliquia; di tali statue ne restano oggi pochissimi esemplari, in quanto la maggior parte andò distrutta durante la Riforma protestante o in età illuminista.

Una delle località in cui però tale rito sopravvisse più lungamente, è sicuramente Mosca, la Terza Roma, sede del Patriarcato che assunse de facto un ruolo primario nell'Ortodossia dopo la caduta di Costantinopoli-Nuova Roma nelle mani dei Turchi. Praticata ininterrottamente dal 1558 al 1693, essa assumeva la dimensione di un rituale religioso di corte, non differentemente dalla Grande Santificazione delle Acque la Vigilia dell'Epifania [14], in quanto lo Zar, procedendo umilmente a piedi, portava l'asinello su cui il Patriarca sedeva figurando il Cristo, in tal modo dimostrando la sottomissione del potere temporale a quello spirituale [15].

Templum S. Trinitatis, etiam Hierusalem dicitur; ad quo Palmarum festo Patriarcha asino insidens a Caesare introducitur, cioè "Tempio della Santa Trinità, anche detto Gerusalemme, al quale, durante la festa delle Palme, il Patriarca, seduto su un asino, è condotto dallo Zar". Con queste parole la Mappa di Mosca di Pietro, del 1597, descrivendo la Cattedrale della SS. Trinità [16], ci informa di questo suggestivo costume liturgico e popolare: la хождение на осляти, cioè "processione sull'asino".

Pare che il rituale venisse inizialmente praticato, a partire dalla prima metà del XVI secolo, a Novgorod, dall'Arcivescovo locale, assistito dal namestnik, cioè il vicario del Principe di Mosca. Il Metropolita Macario volle importarlo a Mosca, e lo fece per la prima volta, assistito dallo Zar Ivan IV il Terribile, nel 1558, quando la Cattedrale della SS. Trinità ancora era in fase di costruzione (sarebbe stata consacrata solo tre anni dopo). Dopo il completamento della stessa, secondo il Petreius, le processioni  partivano dalla Cattedrale della Dormizione, attraversando la Porta del Salvatore, e terminavano nel santuario occidentale, dedicato all'Ingresso di Cristo in Gerusalemme. Questo avveniva perché l'insieme delle cappelle formanti la Cattedrale erano intese come le parti di un'unica chiesa: il santuario occidentale rappresentava il nartece, la Porta del Salvatore le porte regali, e così via... La stessa cattedrale era popolarmente conosciuta come Gerusalemme, e del resto il clero e il popolo percepivano la cattedrale come nove separate chiese costruite su un basamento comune, un'allegoria generalizzata della Città Celeste, simile alle città di fantasia delle miniature medievali [17]. L'astratta allegoria era appunto rinforzata dal simbolismo dei rituali religiosi, assumendo la cattedrale il ruolo biblico di Tempio di Gerusalemme.

Molti sono i visitatori occidentali rimasti impressionati da questo rito, di cui ci resta testimonianza nelle Cronache scritte prima del Periodo dei Torbidi [18], fedelmente riportati dal Muir e dagli altri storici che si sono occupati di usanze del genere.

Uno dei nobiluomini dell'Imperatore [19] guida il cavallo dalla testa, ma l'Imperatore stesso, procedendo a piedi, guida il cavallo dall'estremità della renna della briglia con una delle mani, e con l'altra tiene un ramo di Palma: dopodiché segue il resto della nobile corte dell'Imperatore e i gentiluomini, con un gran numero di altre persone. (Richard Hakylut, The Principall Navigations Voiages and Discoveries of the English Nation, 1589).

La capitale, Mosca, è divisa in tre parti; la prima di esse, detta Kitai-gorod, è circondata da un solido muro di cinta. Contiene una chiesa straordinariamente meravigliosa, tutta ricoperta di gemme brillanti e colorate, detta Gerusalemme. Essa è la meta dell'annuale processione della Domenica delle Palme, quando il Gran Principe [19] di Mosca deve guidare un asino che porta il Patriarca, dalla chiesa della Vergine Maria alla chiesa di Gerusalemme, che sta vicino alle mura della cittadella. Qui è dove vivono le più illustri famiglie principesche, nobiliari e mercantili. Qui è pur la principale piazza del mercato moscovita: la piazza di commercio è costruita come un rettangolo, con venti vicoli da ogni lato, dove i mercanti hanno le loro botteghe... (Peter Petreius, History of the Great Duchy of Moscow, 1620).

Stampa olandese del XVII secolo, La Processione dell'Asino
Una modifica dell'ordine summenzionato della processione si ebbe nel XVII secolo, sotto il Patriarca Nikon, il quale avrebbe invertito l'ordine di tutte le processioni (prescrivendole da occidente verso oriente, laddove i rituali del XVI secolo ci tramandano la prassi di condurle da oriente verso occidente), compresa quella delle Palme a Mosca; egli la fece cominciare dal Lobnoje Mesto, pietra posta nell'attuale Piazza Rossa raffigurante allegoricamente il Golgota, e terminare al Cremlino, che doveva essere la nuova allegoria di Gerusalemme. Proprio su una processione dell'asino, peraltro, si consumò la reprimenda di Nikon, ritiratosi de facto dal Patriarcato nel 1658, al Metropolita Piritim di Krutitsy, che aveva osato condurre in sua vece la processione del 1659, con la complicità "in spirito promiscuo" dello Zar Alessio I. Dalla lettera di anatema firmata da Nikon apprendiamo che il Patriarca, attraverso quest'atto, diventava "icona vivente di Cristo stesso", corona che solo il Capo della Chiesa poteva portare [20]. La prima attestazione del nuovo corso della processione ci è data dal geografo tedesco Adam Olearius, che vi assistette nel 1636, e racconta, oltre al percorso mutato, di aver visto precedere il corteo "un albero meraviglioso i cui rami erano adorni di mele e altri vari frutti" e sei fanciulli che cantavano l'Osanna.

La tradizione iniziò a declinare verso la fine del XVII secolo. Già nel 1678, secondo l'Uspanski, il Santo Sinodo vietò che tale processione si praticasse al di fuori della città di Mosca. In quegli anni regnava Fjodor III, ultimo sopravvissuto dei figli di Alessio, il quale, debole e di salute cagionevole, non aveva potuto partecipare alle processioni del 1676 e del 1677; di nuovo egli riprese a parteciparvi, affianco al Patriarca Gioacchino, sino al 1681, quando ancora la salute gl'impedì di prendere ancora parte al tradizionale atto liturgico. Nel 1682, morto Fjodor, i figli Ivan e Pietro, coregnanti, conducevano insieme l'asino in processione; ma l'anno successivo, ammalatosi Ivan, fu il solo Pietro a condurlo. Nel 1694, in segno di lutto per la morte della madre, occorsa il 25 gennaio dello stesso anno, egli non partecipò al rituale di corte; l'abolizione formale sarebbe giunta di lì a poco, nel 1697, come atto di dimostrazione della superiorità del potere statale e politico sulla Chiesa. L'introduzione di un sovversivo costume quasi orgiastico, cui partecipavano i funzionari imperiali, in sostituzione di quell'antichissimo e pio rituale che aveva attraversato la Storia della Russia dai Rurikidi ai Romanov, fu uno dei segni che accompagnarono tristi pagine della storia della Russia, preludenti la forzosa occidentalizzazione del Paese a danno di molte antichissime tradizioni locali, e soprattutto della Fede e della Chiesa Ortodossa [21].

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NOTE

[1] Cfr. Roberto I. Zanini, Pecore, uccelli e asini: che zoo la Bibbia, in "Avvenire", 22 agosto 2018
[2] Assai noto è il graffito Paedagogius del Palatino, che raffigura polemicamente un Cristiano che adora un uomo dalla testa d'asino posto su una croce, con in appendice la scritta ΑΛΕΞΑΜΕΝΟC CΕΒΕΤΕ ΘΕΟΝ (Alessameno adora il [suo] Dio). Della diffusione e della falsità di questa calunnia contro i Cristiani parla ampiamente Tertulliano (Apologeticum, XVI), accusando Tacito di averne introdotti i sospetti parlando degli usi dei Giudei nel V libro delle sue Storie.
[3] Secondo Marcello Craveri (cfr. note a M. Craveri, I Vangeli Apocrifi, Einaudi, 1969), la tradizione deriverebbe da un'errata trascrizione nei manoscritti di un versetto del Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo, che riprende un passo tratto dalla Profezia di Abacuc e afferma che il Messia sarebbe nato "tra due età", divenute, nelle varie corruttele, "due animali".
[4] Cfr. Jean-Baptiste Thiers (1636-1703), Traité de superstision ...
Per una trattazione sistematica delle fonti su questa festa, Cox Harvey, La Festa dei folli, saggio teologico sulla festività e la fantasia, Bompiani Ed., Milano 1971. 
[5] M. Schneider, La simbologia dell’asino, in «Conoscenza religiosa», 2 (1980), pp. 129-148.
[6] Cox Harvey, La Festa dei folli..., op. cit.
[7] In Fedro (Fabulae, I, 29) l'asino schernisce il cinghiale demisso pene, ovverosia mostrando il suo smisurato fallo; il capolavoro di Apuleio invece, Metamorphoses, conosciuto anche come L'Asino d'Oro, narra della trasmutazione in asino del povero Lucio, e della peregrinazione ch'egli dee compiere per riprendere l'aspetto umano, non tralasciando nel corso della suggestiva e divertente narrazione un buon numero di cenni alla natura riottosa e lasciva dell'animale.
[8] Per una trattazione delle diverse e contrapposte visioni della figura dell'asino in età medievale, vedasi F. Cardini, L’asino, in «Abstracta», 11 (1987), pp. 46-53.
[9] Il canto della Passio, attestatoci dal rituale lateranense almeno dal XII secolo, assunse i caratteri di un vero e proprio dramma sacro, in quanto le tre parti principali dell'azione testuale, ossia quella del Cristo, del Cronista e della Sinagoga, venivano eseguite da tre diaconi su un tono suggestivo ed elaborato, proprio come durante una recita teatrale. Tale consuetudine si è serbata intatta nel Messale Romano.
[10] Peregrinatio Aetheriae, XXXI, 2-4
[11] La liturgia lucernale faceva parte dell'antica ufficiatura del Vespero, caratterizzata dall'accensione di una lucerna, con una valenza simbolica (la "luce di Cristo che illumina tutti", come dice un tropario bizantino che si canta nella Liturgia dei Presantificati), oltre che pratica. Resti di tale ufficiatura sono presenti tanto nel Rito Ambrosiano (dove è rimasto, almeno nominalmente, il Responsorium Lucernale verso l'inizio dell'ufficio vesperale), quanto in quello Bizantino (il noto inno del Vespero Φῶς Ἰλαρὸν, che ci parla della "luce vespertina", paragonata appunto alla luce della santa gloria di Dio), e in minima parte nel Rito Romano (i cui resti si possono notare nella cerimonia di accensione del cero il Sabato Santo).
[12] Dom Prosper Guéranger (1805-1875), benedettino, fu Abate di Solesmes, protagonista della restaurazione solesmiana del canto gregoriano, nonché prolifico autore di liturgia, tra i fondatori del primo movimento liturgico, fiero avversario della da lui stesso definita eresia antiliturgica.
[13] P. Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 676
[14] La Vigilia dell'Epifania lo Zar assisteva solennemente al rito di benedizione delle acque, non differentemente da quanto fa oggi il Presidente federale della Russia, il quale partecipa pure al popolare costume di fare il bagno nell'acqua del fiume benedetto, nonostante il gelo del gennaio russo. Per una descrizione del mentovato rito di santificazione delle acque, vedasi a questo link: http://traditiomarciana.blogspot.com/2018/01/la-grande-santificazione-delle-acque.html
[15] cfr. Edward Muir, Ritual in early modern Europe, Cambridge University Press, 2005, p. 253
[16] Dal nome del santo le cui reliquie riposano in una delle nove cappelle, Basilio il Benedetto, folle in Cristo (1468-1557).
[17] cfr. Dmitrij Švidkovskij, Russian architecture and the West, Yale University Press, 2007
[18] Termine con cui s'identifica in storiografia il ventennio di anarchia e guerra civile per il controllo della Russia intercorrente tra la fine della dinastia Rurikide (1598) e l'ascesa di Michele I Romanov (1613).
[19] Nel menzionare lo Zar, i due autori usano dei titoli anacronistici o erronei: l'Hakylut lo chiama Imperatore, forse per analogia col termine Caesar onde deriva Zar, ma tale titolo sarà ufficialmente assunto dai sovrani russi solo nel 1721; il Petreius invece lo chiama Gran Principe, titolo dismesso e sostituito dal più solenne di Zar già nella seconda metà del XV secolo.
[20] cfr. Boris Uspenski, Семиотика истории. Семиотика культуры [Semiotika Istorii. Semiotika kul'tury], Gnozis, Moscow, 1994
[21] Tale precisione d'informazioni circa il rituale negli ultimi anni del XVII secolo è tratta da Paul Bushkovitch, Peter the Great: the struggle for power, 1671-1725, Cambridge University Press, 2001, pp. 112-181