giovedì 18 ottobre 2018

"O sacerdote che vuoi cantare la messa..."

L'antico Messale Aquilejese si apriva con un carmen in passionem Christi dedicato ad sacros religiososque sacerdotes. Si trattava di un piccolo componimento di dieci esametri latini che esortano il sacerdote che vuole cantare la messa a far memoria del Calvario e dei dolori patiti dal Divin Redentore, cosicché possa degnamente ed efficacemente ripresentarne il Sacrificio. Si tratta di uno dei molti componimenti poetici latini inseriti a mo' di didascalia nel messale del Patriarcato (molto noti, e riportati pure in messali di altri usi locali, sono i carmi che accompagnano i vari mesi del calendario liturgico). Probabilmente la lettura di questa semplice e breve composizione, non a caso tuttavia posizionata in un luogo così rilevante qual'è la prima pagina del messale, gioverebbe anche oggi ai sacerdoti, e specialmente potrebbe far riflettere la vaga cristianità dei nostri tempi sulla realtà del Sacrificio di Cristo e soprattutto sulla reale natura del Santo Sacrificio della Messa.


Carmina in passionem Christi.
Ad sacros religiososque sacerdotes.

Tu quicumque velis missam cantare sacerdos,
Funditus esto memor totaque mente revolve:
Qualia sit Christus per te certamina passus.
Velato capite tibi risum signat amictus:
Linea veste nota: quæ sit delusus in alba.
Vincla repraesentant sua cingula stola manipulus.
In casula noscas quod purpura significatur.
Calvarie memorare locum dum pergis ad aram
et recolas Christum: dum pergeret ad moriendum.
Hæc sic cuncta pie memorando: pectora tunde.


Versi sulla passione di Cristo.
Ai consacrati e devoti sacerdoti.

O sacerdote qualunque che vuoi cantare la messa,
ricordati bene e considera con tutta la mente:
qual genere di dolori Cristo abbia patito per te.
Con il capo velato, l'amitto taccia le tue risate,
con la veste di lino pensa che Egli fu schernito nella bianca veste.
La stola, il cingolo e il manipolo raffigurino le sue catene.
Nella casula sappi che fu rivestito di porpora.
Rammenta il luogo del Calvario, mentre ti dirigi all'altare,
e ricordati di Cristo: mentre si dirigeva alla morte.
Così, nel ricordar piamente tutte queste cose, percuotiti il petto.

lunedì 15 ottobre 2018

ULTIM'ORA: Mosca rompe completamente la comunione con Costantinopoli

E' arrivata poco fa la dichiarazione finale del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa, che, riunitosi ufficialmente a Minsk, ha elaborato un documento nel quale si contestano storicamente e canonicamente tutte le unilaterali prese di posizione del Santo Sinodo della Chiesa Costantinopolitana, e nel quale è contenuto anche il passo che segue:


Принятие в общение раскольников и анафематствованного в другой Поместной Церкви лица со всеми рукоположенными ими «епископами» и «клириками», посягательство на чужие канонические уделы, попытка отречься от собственных исторических решений и обязательств, — все это выводит Константинопольский Патриархат за пределы канонического поля и, к великой нашей скорби, делает невозможным для нас продолжение евхаристического общения с его иерархами, духовенством и мирянами. Отныне и впредь до отказа Константинопольского Патриархата от принятых им антиканонических решений для всех священнослужителей Русской Православной Церкви невозможно сослужение с клириками Константинопольской Церкви, а для мирян — участие в таинствах, совершаемых в ее храмах.

L'accettazione in comunione degli scismatici e degli anatemizzati in un'altra Chiesa Locale con tutti i "vescovi" e "chierici" ordinati da loro, un'invasione nella competenza canonica altrui, un tentativo di rinuncia alle proprie decisioni e ai propri obblighi storici, tutto ciò porta il Patriarcato di Costantinopoli fuori dalla liceità canonica e, con nostro grande folore, rende impossibile per noi continuare la comunione eucaristica con i suoi gerarchi, i suoi chierici e i suoi laici. D'ora in avanti, e fin quando il Patriarcato di Costantinopoli non si rifiuti di prendere decisioni anticanoniche, per tutti gli ecclesiastici della Chiesa Ortodossa Russa è vietata la concelebrazione con i chierici della Chiesa di Costantinopoli, e per i laici di partecipare ai Sacramenti celebrati nelle sue chiese.

(FONTE)

Attendiamo aggiornamenti sulla vicenda, e dichiarazioni del Patriarcato di Costantinopoli in merito.

venerdì 12 ottobre 2018

Costantinopoli entra in comunione con gli scismatici ucraini

Ieri il Santo Sinodo di Costantinopoli ha rilasciato una terribile dichiarazione che prosegue nella direzione di scisma già annunciata da oltre un mese: sostanzialmente, esso dichiara (con approvazione all'unanimità, com'è prassi nel "libero" sinodo fanariota) che proseguirà strenuamente nella concessione d'imperio dell'autocefalia (non richiesta) all'Ucraina, e che sono state tolte le scomuniche ai gerarchi delle "chiese indipendenti" ucraine, che sono stati reintegrati nella loro posizione canonica. Come volevasi dimostrare, l'autocefalia che si vuol concedere non è per gli Ortodossi ucraini, ma per gli scismatici filetisti (in buona parte eterodiretti da poteri occidentali antirussi). Di seguito riporto la dichiarazione del Fanar.
Il Santo Sinodo della Chiesa Russa si riunirà d'urgenza il 15 ottobre p.v. per deliberare in merito; alcuni vescovi moscoviti hanno già dichiarato che quest'atto è anticanonico, perché si reintegrano degli scismatici senza che costoro si siano pentiti del loro atto di separazione, e anzi dando loro ragione. Intanto, è pervenuta una lettera di sostegno al Patriarcato di Mosca da parte del Primate di Cechia e Slovacchia (QUI in inglese).
Infine, notizia di pochi minuti fa, la Chiesa Ortodossa canonica d'Ucraina (Metropolia di Kiev e di tutta l'Ucraina, rispondente al Patriarcato di Mosca) ha dichiarato che non parteciperà al sinodo per l'unificazione delle chiese non-canoniche, sentenziando un lapidario ma eloquente e indiscutibile: "Noi siamo già la locale chiesa canonica".


Comunicato del Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico
sulla questione ecclesiastica in Ucraina

Presieduto da Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, il Sacro Sinodo è convocato per la sua sessione regolare dal 9 all'11 ottobre 2018, al fine di esaminare e discutere gli articoli sulla sua agenda.
Il Sacro Sinodo ha discusso a lungo e in particolare sulla questione ecclesiastica dell’Ucraina, in presenza di S. Ecc. l’Arcivescovo Daniel di Pamphilion e di S. Ecc. il Vescovo Ilarion di Edmonton, Esarchi Patriarcali in Ucraina, e in seguito alle estese deliberazioni ha decretato:

1) Di rinnovare la decisione già presa, che il Patriarcato Ecumenico proceda alla concessione dell’autocefalia della Chiesa di Ucraina.

2) Di ristabilire, in questo momento, lo stavropigiale a Kiev del Patriarca Ecumenico [Monastero dipendente direttamente dal Patriarcato di Costantinopoli, ndt], uno dei suoi molti stavropigiali da sempre esistiti in Ucraina.

3) Di accettare ed esaminare le petizioni di ricorso di Filarete Denisenko, Makariy Maletych e dei loro seguaci, che si sono trovati in scisma per ragioni non-dogmatiche, in conformità con le prerogative canoniche del Patriarca di Costantinopoli, per ricevere tali petizioni da parte di gerarchi e di altri sacerdoti di tutte le chiese autocefale.
Di conseguenza, i summenzionati sono stati canonicamente ristabiliti nei loro ranghi gerarchici o presbiterali, e i loro fedeli sono stati ripristinati alla comunione con la Chiesa.

4) Di revocare il vincolo giuridico della Lettera Sinodale dell’anno 1686, rilasciata per le circostanze dell’epoca, che concesse, per motivi di ikonomìa, il diritto al Patriarca di Mosca di ordinare il Metropolita di Kiev, eletto dall’Assemblea clericale e laicale della sua diocesi, che avrebbe commemorato il Patriarca Ecumenico in ogni celebrazione della Divina Liturgia, proclamando e affermando la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli.

5) Di appellarsi a tutte le parti coinvolte, perché evitino l’indebita appropriazione di chiese, monasteri e altre proprietà, nonché evitino qualsiasi altro atto di violenza o rappresaglia, affinché la pace e l’amore di Cristo possano prevalere.

Patriarcato Ecumenico, 11 ottobre 2018
Dalla Segreteria del Sacro Sinodo

 + Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo,
diletto fratello in Cristo e fervente intercessore presso Dio

giovedì 11 ottobre 2018

Tὴν ὄντως Θεοτόκον, σὲ μεγαλύνομεν

Nella festa della Divina Maternità di Maria Santissima, ricordiamo il Sacrosanto Concilio di Efeso, terzo dei Concili Ecumenici, che fissò l'insegnamento dommatico in tale materia, definendo Maria τὴν ὄντως Θεοτόκον ("veramente la Deipara").


FORMULA DI UNIONE
del Sacrosanto Concilio di Efeso

Per quanto poi riguarda la Vergine madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell'incarnazione dell'unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l'intenzione di fare un'aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall'inizio l'abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea.
Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell'uomo.
Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l'umanità; che è consustanziale al Padre secondo la divinità, e consustanziale a noi secondo l'umanità, essendo avvenuta l'unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore.
Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.
Quanto alle affermazioni evangeliche ed apostoliche che riguardano il Signore, sappiamo che i teologi alcune le hanno considerate comuni, e cioè relative alla stessa, unica persona, altre le hanno distinte come appartenenti alle due nature; e cioè: quelle degne di Dio le hanno riferite alla divinità del Cristo, quelle più umili, alla sua umanità.

***

Τὴν τιμιωτέραν τῶν Χερουβὶμ καὶ ἐνδοξοτέραν ἀσυγκρίτως τῶν Σεραφίμ, τὴν ἀδιαφθόρως Θεὸν Λόγον τεκοῦσαν, τὴν ὄντως Θεοτόκον Σὲ μεγαλύνομεν.

Tu che sei più onorevole dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, tu che senza macchia generasti il Dio Verbo, o vera Deipara, noi Ti magnifichiamo

lunedì 8 ottobre 2018

Anniversarium Dedicationis Basilicae Cathedralis

8 octobris 1094 - 8 octobris 2018

CMXXIV anniversarium
Dedicationis Sanctae Patriarchalis Archiepiscopalis Primatialis ac Metropolitanae Basilicae Cathedralis

S. MARCI VENETIARVM


Terríbilis est locus iste: hic domus Dei est et porta coeli: et vocábitur aula Dei. Ps. 83, 2-3. Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! Concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini. ℣. Glória Patri.

Questo luogo incute rispetto: questa è la casa di Dio e la porta del cielo: e sarà chiamata reggia di Dio. Quanto sono amabili le tue dimore, o Signore degli eserciti! La mia anima anela e si strugge negli atri tuoi. Gloria al Padre.


Deus, qui nobis per síngulos annos hujus sancti templi tui consecratiónis réparas diem, et sacris semper mystériis repæséntas incólumes: exáudi preces pópuli tui, et præsta; ut, quisquis hoc templum benefícia petitúrus ingréditur, cuncta se impetrásse lætétur. Per Dóminum.

O Dio, che ogni anno rinnovi per noi il giorno della consacrazione di questo tuo santo tempio, e ci fai sempre presenziare incolumi ai sacri misteri: ascolta le preghiere del tuo popolo, e concedi che chiunque entri in questo tempio per dimandar le tue grazie, si rallegri d'averle tutte ricevute. Per il Signor nostro.

sabato 6 ottobre 2018

La regola mariana di San Serafino di Sarov

In questo mese del Santo Rosario, sarà interessante riportare alcune informazioni su una simile pratica di preghiera nella Chiesa Orientale. Comunemente si dice che il Rosario mariano non faccia parte dell'ortoprassi orientale, e ciò in parte è vero, anche se vi sono forme consimili di preghiera iterata: le corde da preghiera, i cosiddetti κομποσκοίνια (komboskìnia), talora detti impropriamente "rosarii ortodossi", sono corde di 33, 50 o 100 grani sulle quali i fedeli orientali recitano la Preghiera del Cuore: Κύριε Ἰησοῦ Χριστέ, Υἱέ τοῦ Θεοῦ, ἐλέησόν με τόν ἁμαρτωλόν! (Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!). Questa preghiera, com'è ben noto, ha un ruolo fondamentale nella pratica dell'esicasmo, la "via unitiva" dell'ascesi e della mistica orientale, e non a caso in alcuni monasteri dell'Athos i monaci sono tenuti a recitare quattro o cinque di seguito di questi "rosari" da 100 grani ogni giorno.
Il Rosario mariano infatti, almeno storicamente, si sviluppa nel XIII secolo, per la predicazione dei domenicani e particolarmente di San Pietro da Verona, fondatore della prima Confraternita del Santo Rosario, e viene universalmente diffuso e raccomandato solo nel 1479 con la bolla di Sisto IV Ea quae ex fidelium. Dunque, è una prassi latina posteriore al Grande Scisma, e pertanto naturalmente non compare nella pratica orante della chiesa greca.


Tuttavia, fatto meno noto, nel XIX secolo, in Russia, si diffuse una regola di preghiera estremamente simile, pressoché identica, al Rosario mariano latino. Alcuni sostengono che ciò possa essere avvenuto per una contaminazione latina (del resto già altre devozioni tipiche del Medioevo occidentale, come quella ai Sette Dolori della Vergine, erano entrate nella pratica dell'Ortodossia Russa): pur mantenendo i caratteri tipici di una preghiera orientale, l'idea di fondo è infatti la medesima del Rosario mariano domenicano.

Suddetta regola fu scritta dal santo monaco Serafino di Sarov (1759-1833), come regola quotidiana per le monache del monastero di Divejevo, ma divenne presto popolare presso tutti i fedeli ortodossi slavi. Essa, proprio come il Rosario latino, si propone di essere un "salterio dei poveri", e cioè ai 150 salmi del salterio che i monaci e i sacerdoti recitano settimanalmente nell'Ufficio Divino, appone la ripetizione di 150 preghiere alla Vergine (Ave Maria), suddivise in 15 decine, ciascuna delle quali legata a un mistero della vita di Cristo e della Sua Santissima Madre.

La regola, in una traduzione italiana un po' libera, si può visualizzare QUI. L' "Ave Maria" in Oriente suona così, leggermente diversa dalla versione latina:

Θεοτόκε Παρθένε, χαῖρε Κεχαριτωμένη Μαρία
ὁ Κύριος μετά σοῦ.
Εὐλογημένη σύ ἐν γυναιξί
καί εὐλογημένος ὁ καρπός τῆς κοιλίας σου,
ὃτι σωτῆρα ἒτεκες τῶν ψυχῶν ἡμῶν.

Vergine Deipara, ave o Maria piena di grazia,
il Signore è teco.
Benedetta sei tu fra le donne
e benedetto è il frutto del tuo ventre,
poiché hai generato il Salvatore delle nostre anime.

La struttura della preghiera, come si vedrà, è sostanzialmente identica, fatta salva l'omissione della dossologia e del Pater a ogni decina, e l'inserimento invece di alcuni icastici brevi tropari. Ogni mistero, poi, viene "meditato" attraverso la recita del tropario della festa corrispondente.
Di seguito propongo una semplice comparazione tra i 15 misteri del Rosario latino e i 15 della regola di San Serafino; si tenga conto, tra le altre cose, che nella devozione occidentale medievale gli eventi che accompagnano la Passione di Cristo (flagellazione, coronazione, etc.) hanno un posto estremamente importante (c.d. dolorismo), con una conseguente ipertrofia del momento della Passione nella distribuzione dei misteri, rappresentando così la maggior differenza rispetto alla serie orientale, che per compenso aggiunge una serie di misteri dell'infanzia della Vergine. In rosso sono segnati i misteri differenti tra le due regole; il 15° mistero di ambo le regole, pur essendo leggermente diverso, ha sostanzialmente lo stesso impianto concettuale.

Rosario latino
Regola di S. Serafino
1.      Annunciazione della Beata Vergine
2.      Visitazione della Beata Vergine
3.      Natività di Nostro Signore
4.      Purificazione della Beata Vergine (Presentazione di Cristo al Tempio)
5.      Invenzione di Cristo nel Tempio
6.      Agonia nell’orto degli ulivi
7.      Flagellazione di Cristo
8.      Coronazione di spine
9.      Salita al Calvario
10.  Crocifissione e morte di Cristo
11.  Risurrezione di Cristo
12.  Ascensione di Cristo
13.  Effusione del Santo Spirito (Pentecoste)
14.  Assunzione della Beata Vergine
15.  Coronazione della Beata Vergine (Gloria della Vergine e i Santi nel Paradiso)
1.      La Santissima Deipara *
2.      Natività della Beata Vergine
3.      Presentazione della Vergine al Tempio
4.      Annunciazione della Beata Vergine
5.      Visitazione della Beata Vergine
6.      Natività di Nostro Signore
7.      Purificazione della Beata Vergine (Presentazione di Cristo al Tempio)
8.      Invenzione di Cristo nel Tempio
9.      Il miracolo in Cana di Galilea
10.  Crocifissione e morte di Cristo
11.  Risurrezione di Cristo
12.  Ascensione di Cristo
13.  Effusione del Santo Spirito (Pentecoste)
14.  Dormizione della Beata Vergine
15.  Protezione della Santa Vergine sui Cristiani

* Il primo tropario non si riferisce propriamente a un mistero o festa della Vergine, ma è il tropario della Madre di Dio che comunemente si canta nella liturgia quando non ricorrono festività con tropario proprio. Dunque si dice che commemori la Deipara in sé.

giovedì 4 ottobre 2018

L'orazione e la liturgia in San Francesco d'Assisi


Nella festa di S. Francesco d'Assisi, pubblichiamo un ampio stralcio dello studio "Francesco d’Assisi e la tradizione ascetica bizantina: alcune fondamentali convergenze", realizzato da Pietro Chiaranz nel 2015. Il brano è volto a sottolineare le vicinanze tra la prassi ascetica del francescanesimo originario e la tradizione monastica orientale, che vanno a esprimere in fondo la tradizione orante e liturgica della Chiesa indivisa. 


Tratto da: Pietro ChiaranzFrancesco d’Assisi e la tradizione ascetica bizantina: alcune fondamentali convergenze.
 
La fuga dal rumore e dai traffici mondani è finalizzata al ritiro della propria mente nel cuore, luogo dell’incontro con Dio, secondo i famosi passi evangelici per cui: “il Regno di Dio è dentro di voi” (1) (Lc 17, 21), e “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). La scoperta della presenza di Dio non avviene, però, senza che non vi sia, da parte umana, una disposizione data dalla preghiera. La preghiera, secondo l’antica prassi patristica, non è un modo per attirarsi la benevolenza di Dio, né è necessaria a Dio dal momento che, come recita il salmo, “la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta” (Sl. 138, 4). La preghiera, piuttosto, favorisce l’orientamento dello spirito umano verso Dio e ne allontana l’oblio. Per questo è indispensabilmente unita alla fuga mundi. San Paolo, nei riguardi della preghiera, è perentorio: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza” (Ef 6, 18).


Francesco d’Assisi ha presente questo tipo di tradizione fino a divenire un uomo fatto preghiera: “Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze [le forze] esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tal modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente” (2). E ancora: “Quando, invece, pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo” (3). Lo stile di Francesco passò inevitabilmente ai suoi primi discepoli. Tommaso da Eccleston dichiara che i frati dei primi tempi erano così fervorosi nella preghiera che “alcuni si trovavano sempre nella cappella a pregare a qualsiasi ora anche della notte” (4). La preghiera del Poverello era notevole non solo quantitativamente ma pure qualitativamente. In essa doveva applicarsi la fuga mundi, come sopra ricordato, ossia doveva essere praticata senza distrazioni, nel senso che il pensiero non doveva disperdersi nella molteplicità della realtà esteriore ma servire solo l’Unico necessario. Perciò, egli “credeva di peccare gravemente, se mentre pregava era disturbato da vani fantasmi. Quando ciò capitava, ricorreva alla confessione per accusarsene subito. L’aveva resa così abituale questa premura, che molto raramente era tormentato da questo genere di ‘mosche’” (5). Tommaso da Celano racconta che una volta Francesco, mentre pregava, fu momentaneamente distratto dalla presenza di un vaso da lui stesso realizzato. Al termine della preghiera se ne dolse talmente che decise di distruggerlo (6). Quel vaso era stato la causa di una momentanea fuga della sua mente dal cuore in cui risiede la presenza divina, per dirla con linguaggio esicasta (7).

È utile anche accennare che la preghiera per Francesco non era un’attività senza rapporto con il corpo, dal momento che anche il corpo doveva accompagnare l’adorazione dello spirito. Comunemente alla prassi fino ad allora seguita anche nella Chiesa latina (8), è assai probabile che Francesco accompagnasse la sua preghiera con profonde prostrazioni, come si faceva e si fa ancora oggi nella Chiesa orientale. D’altronde, egli raccomandava: “Udendo il nome del Quale, adoratelo con reverente timore proni verso terra: Signore Gesù Cristo, Figlio dell’Altissimo è il suo nome, che è benedetto nei secoli” (9).


Quanto detto fino ad ora per l’orazione personale di Francesco, si può ritrovare anche nella tradizione ascetica bizantina. In particolare, per quanto riguarda la preghiera continua o ininterrotta san Gregorio Nazianzeno scrive: “Bisogna ricordarsi di Dio più spesso di quanto respiriamo, e, se è possibile dirlo, non bisogna fare altro che questo. Anche io sono tra quelli che approvano le parole che prescrivono di ‘esercitarsi giorno e notte’, di ‘raccontarlo a sera, al mattino e a mezzogiorno’ e di ‘benedire il Signore in ogni circostanza’; se bisogna anche ripetere le parole di Mosè, ‘quando riposiamo a letto, quando ci alziamo e quando siamo in viaggio’ mentre facciamo qualunque altra cosa, conformandosi alla purezza ricordandoci di Lui” (10). Successivamente al Nazianzeno, questa raccomandazione - che non fa altro che riprendere il passo paolino suaccennato e la prassi dei Padri del deserto -, è ripetuta da molti altri. San Giovanni il Climaco, ad esempio, dice: “L’anima che di giorno si occupa senza interruzione del pensiero di Dio, ne ha familiare il ricordo durante il sonno” (11). Il dottore esicasta, san Gregorio Palamas,  vissuto posteriormente a Francesco d’Assisi, riprende tutta la grande tradizione ascetica bizantina e la sistematizza. Riguardo alla preghiera continua egli così esorta i fedeli: “Affrettiamoci, fratelli, […] a ricambiare la divina adorazione con l’amore per Dio […], liberandoci da tutte le cose terrene, con una continua preghiera, la salmodia e con un impegno costantemente partecipe” (12).


Abbiamo visto che Francesco, mentre pregava, piangeva. Le lacrime di compunzione esistono anche nella tradizione ascetica bizantina, che segue, come già accennato, la linea stabilita dai Padri del deserto. Queste lacrime non devono essere intese in senso sentimentale, bensì nel modo specificato dagli antichi scritti ascetici: esse esprimono la gioia e la dolcezza della presenza del Signore così come l’angoscia per la distanza dell’uomo da Dio. La Scrittura, d’altronde, ricorda che “uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (13) mentre il salmista scrive d’inondare ogni notte di pianto il suo giaciglio (cfr. Sl. 6, 7). Facendo eco a ciò, i Padri ripetono l’esperienza biblica raccomandandola. In Occidente nella Regula Sancti Benedicti è scritto: “Sappiamo inoltre che non ci faranno esaudire le molte parole, ma la purezza del cuore e la compunzione del pianto”(14). Gregorio Nazianzeno parla delle lacrime come di un quinto battesimo, dopo quello allegorico, avvenuto nell’acqua del Mar Rosso, di Mosè (cfr. 1 Cor 10,2), quello solamente penitenziale di Giovanni Battista, quello di Cristo avvenuto nello Spirito Santo e quello dei martiri che avviene nel sangue: il battesimo delle lacrime “è un battesimo  più impegnativo, perché è quello che bagna ogni notte di lacrime il proprio letto e il proprio giaciglio” (15). Questa tradizione giunge fino ai nostri giorni. San Silvano l’Atonita (1866-1938) pregava per il mondo intero piangendo con lo spirito degli antichi asceti. Lo possiamo capire da queste righe che riflettono la sua esperienza: "[Il Signore] a volte fa il dono all’anima di amare il mondo. Allora, essa piange per il mondo intero e implora il Maestro buono e misericordioso di diffondere la Sua grazia su ogni anima avendo pietà di essa” (16). In una sua poesia si trova scritto: “La mia anima ha sete del Signore / e con lacrime io Lo cerco” (17).


Pure l’attenzione alla preghiera, che abbiamo visto caratterizzare Francesco d’Assisi, è fortemente raccomandata dai Padri (18). Questo è ancora ben presente nel mondo religioso bizantino odierno. Un esempio odierno ci è fornito dall’Anziano Paisios del Monte Athos (1924-1994) il quale era solito raccomandare di tenere la testa “nel frigorifero”, ossia in un modo da congelare tutti i pensieri che possono disturbare la vita religiosa e la preghiera. Egli raccomandava: “Non dobbiamo trascurare la preghiera [continua del nome] di Gesù. Quando abbiamo l’occasione, la dobbiamo recitare. La nostra mente non deve disperdersi inutilmente. Con questa preghiera l’intelletto si riposa e gioisce” (19).


Per quanto riguarda la preghiera comunitaria, Francesco dispose che i suoi seguissero la liturgia in uso nella Chiesa di Roma (20), sia per la Messa che per il Breviario, differenziandosi così dagli usi e dalle liturgie locali di allora. Qui è importante notare il modo in cui veniva eseguita questa liturgia nelle prime comunità francescane. Oltre a contraddistinguersi per pietà ed attenzione, essa aveva alcune modalità molto simili a quelle bizantine. La prassi liturgica dell’ordine in Inghilterra, durante le Veglie notturne nelle solennità, può benissimo essere paragonata ad una agripnia (veglia) bizantina odierna.


Tommaso da Eccleston descrive con gioia e meraviglia il fervore dei frati nella recita dell’Ufficio divino: “Nelle principali feste dell’anno cantavano l’ufficio con tanto fervore, che le veglie si prolungavano qualche volta per tutta la notte; e quando non erano che tre o quattro o al massimo sei, cantavano con solennità e con accompagnamento musicale” (21). Si tratta, dunque, di un ufficio notturno cantato. Chi ha pratica della vita liturgica tradizionale, laddove essa viene ancora eseguita, sa quanto sia difficile mantenere delle ufficiature cantante, dal momento che richiedono una certa applicazione e una particolare specializzazione musicale. Per questo oggi è piuttosto raro trovare delle comunità religiose in cui questa consuetudine sia praticata. E se è difficile trovare chi esegua in canto le ufficiature diurne, è quasi impossibile incontrare chi canti quelle notturne. Alla luce di ciò, la testimonianza di Tommaso da Eccleston è particolarmente significativa. Non solo egli ravvisa un notevole fervore, da parte dei frati, ma nota pure la capacità, addirittura nel caso in cui ci siano solo tre religiosi, di far rivivere l’antica tradizione di un’ufficiatura notturna cantata. Perciò, sotto tale aspetto, questi primi discepoli di Francesco possono essere benissimo paragonati con il mondo monastico bizantino.


Inoltre, Tommaso da Eccleston ci fa sapere che i frati recitavano l’ufficio sempre in piedi e ricorda un ministro provinciale che rimproverò aspramente un frate seduto durante la recita delle ore canoniche(22). Questa modalità di celebrare la liturgia delle ore, era una consuetudine praticata dallo stesso Francesco (23). Ciò riporta alla mente quanto dice, a  tal proposito, san Giovanni Climaco: “Chi intende stare sensibilmente alla presenza del Signore nell’intimo del cuore pregherà certo in posizione eretta ed immobile come una colonna, senza mai farsi illudere da qualcuno di tali demoni [dello sbadiglio e del riso durante la preghiera]” (24). Questo genere di raccomandazioni hanno trovato sempre degli esecutori nel mondo bizantino e ve ne sono anche ai giorni nostri. Ricordo chiaramente come, durante una veglia notturna di alcuni anni fa’ in un monastero del Monte Athos, mi fu indicato un monaco molto anziano giunto nel katholikon (25) per un panighiri (26). Quell’anziano aveva la caratteristica di rimanere in piedi per tutta la preghiera, incurante della sua veneranda età. Così, mentre io ad un certo punto mi coricai, lui era ancora là e là lo ritrovai alcune ore dopo, verso le sette, in occasione della Divina Liturgia. Egli era visibilmente stremato, ma tenacemente eretto. Dunque questa consuetudine, che si riscontra nelle testimonianze relative a Francesco d’Assisi e ai suoi primi discepoli, è propria pure al mondo religioso bizantino.


Nella storia iniziale del movimento francescano, si può trovare un ultimo particolare degno di nota: l’esistenza di un frate cantore (27), il cui compito doveva consistere nell’eseguire in modo appropriato l’Ufficio divino. È un poco quanto avviene nelle comunità monastiche bizantine in cui esiste il cosiddetto protopsaltis (28) che svolge il medesimo compito.

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NOTE dell’autore

1.   Il passo segue la traduzione del vangelo in uso nella Chiesa bizantina dove il termine ἐντὸς significa “dentro” (di voi), non “in mezzo” (a voi), com’è invece possibile trovare in molte traduzioni odierne (vedi, ad es., la traduzione CEI della Bibbia di Gerusalemme).
2.   Tommaso da CelanoVita seconda, 95, in FF, p. 630.
3.   Ibid.
4.   Tommaso da EcclestonL’approdo dei frati minori in Inghilterra, V, Edizioni O.R., Milano 1979, p. 37.
5.   Tommaso da CelanoVita seconda, 97, in FF, p. 630-631.
6.   Cfr. Ibid. p. 632. Tommaso da Celano aggiunge che il vaso fu fatto da Francesco nei “ritagli di tempo e per non perdere neanche un istante”. In questo fugace appunto si nota il senso del lavoro per il Poverello: obbligare la mente ad un impegno per non disperdersi inutilmente. Siamo ben lungi da quella mentalità che considera il lavoro quale valore per se stesso.
7.   L’Esichìa, o quiete, era ricercata da coloro che, fuggendo dal mondo, si ritiravano in eremi e monasteri. Nel mondo bizantino si creò un vero e proprio movimento esicasta il cui personaggio di spicco fu san Gregorio Palamas (1296-1359).
8.   Vedi, a tal proposito, Schmitt J.C., Il gesto nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 275-282.
9.   Francesco d’AssisiLettera al Capitolo generale e a tutti i frati, in FF, p. 162.
10. Gregorio NazianzenoOrazione 27, in Id., Tutte le Orazioni, a cura di Claudio Moreschini, Bompiani, Milano 2000, p. 647.
11. Giovanni ClimacoLa scala del Paradiso. Ventesimo discorso, p. 220.
12. Gregorio PalamasOmelia 47, in Id., Che cos’è l’Ortodossia. Capitoli, Scritti ascetici, Lettere, Omelie, Bompiani, Milano 2006, p. 1454.
13. Sl. 50, 19.
14. Regula sancti Benedicti 20, 8, in Gregorio MagnoVita di san Benedetto e La Regola, p. 187.
15. Cfr. Gregorio NazianzenoOrazione 39, p. 917. Si noti come Gregorio riprende alla lettera il salmo succitato.
16. Cfr. Larchet J.-C., Saint Silouane de l’Athos, Éditions du Cerf, Paris 2001, p. 167.
17. Sofronio, Archimandrita, Ascesi e contemplazione, Servitium-Interlogos, Sotto il Monte-Schio 1998, p. 61.
18. Si veda a titolo di puro esempio: Giovanni ClimacoLa scala del Paradiso, 118, Cittanuova, Roma 1995, p. 217; Regula sancti Benedicti 19, 7 in Gregorio MagnoVita di san Benedetto e La Regola, p. 187; Isacco di NiniveGrammatica di vita spirituale, Discorso 7, San Paolo, Roma 2009, pp. 162-169.
19. Tatsis D., Non cercate una santità a buon mercato, Edizioni Dehoniane, Roma 1995, p. 68.
20. La liturgia romana, in quel tempo, aveva molti elementi in comune con il mondo cristiano orientale. Ne accenniamo solamente due: il battesimo era ancora effettuato esclusivamente per immersione e il segno della croce avveniva non con la mano distesa, ma in modo simile a quello bizantino, per indicare la confessione dell’unità nella trinità divina. Vedi Righetti M., Storia Liturgica, 1, Marietti, Torino, pp. 369-370; Ibid., 4, p. 109.
21. Tommaso da EcclestonL’approdo dei frati minori in Inghilterra, V, pp. 37-38.                                                                      
22. Id.L’approdo dei frati minori in InghilterraIbid., XIV, p. 88.
23. Id.Vita seconda di san Francesco d’Assisi, 62, in FF., p. 631.
24. Giovanni ClimacoLa scala del Paradiso, Cittanuova, Roma 1995, p. 217.
25. La chiesa principale del monastero.
26. Solennità liturgica.
27. Cfr.  Esser K., Origini e inizi del movimento e dell’ordine francescano, p. 132.
28. Letteralmente: “primo cantore” o “cantore principale”.

martedì 2 ottobre 2018

Insegnamento cristiano sulla magia

Τratto dagli scritti "Sull'etica dei Cristiani" di San Nicodemo l'Aghiorita



      Conviene a quanto dirò tra poco che io prenda in prestito il lamento del profeta Geremia, per gridare anch’io con dolore: “Chi darà ai miei occhi una fonte di lacrime, per piangere amaramente notte e giorno sul popolo cristiano?” (Geremia 9, 1). Chi non piangerà, invero, vedendo che il Figlio di Dio, con la sua morte in croce, ha vinto tutti i demoni, mentre i cristiani, con magie varie, li rendono di nuovo vincitori e trionfanti? Chi non verserà lacrime amare al pensiero che il nostro Signore Gesù Cristo ha riscattato dalla tirannia del diavolo il mondo e i cristiani, mentre i cristiani, con la magia, riportano il diavolo nel mondo e di nuovo lo prendono a loro dominatore?

E’ lacrimevole o no il presente stato dei cristiani, visto che essi, con magiche arti e satanici sotterfugi, in sostanza fanno rivivere il culto dei demoni? In pubblico adorano il vero Dio, ma in privato lo rinnegano e adorano il diavolo. Che imbroglio! Inganno nascosto e fraudolento, che danneggia l’anima e porta alla morte!

     Ho deciso perciò di smascherare la menzogna e ammonire i cristiani che non devono darsi alla magia né fare uso d’alcun tipo di magia.

1. Tipi di magia

      Da quando il diavolo si è allontanato dal Dio unico, è caduto nella molteplicità, diventando multiforme e diviso in molteplici parti. Ecco quindi che le forme del male e delle magie – da lui macchinate e sparse fra i miseri umani – sono svariate, pressoché senza numero. Eccone le principali forme:

     1. Magia propriamente detta. E’ una tecnica, per così dire, con la quale si chiamano i demoni, s’interrogano ed essi rispondono rivelando ora ricchezze ora spiegazioni di sogni, e a volte cose nascoste. Quanti esercitano questa tecnica sono detti maghi e sostengono l’esistenza di tre classi di demoni: dell’aria (che ritengono buoni), della terra (sia buoni che cattivi) e degli inferi, cioè sotto terra (malèfici). In realtà, tutti i demoni sono malvagi e operano il male: non sono mai benèfici.

     2. Divinazione. E’ praticata dagli indovini. Essi sono servitori dei demoni; utilizzano il palmo della mano o qualche offerta o falsi impiastri o altri illeciti mezzi. Gli indovini dicono che possono conoscere il futuro.

     3. Incantesimo. E’ praticato dagli incantatori. E’ così detto dai canti (pianti) che fanno tra le tombe, quando chiamano i demoni e chiedono loro di nuocere a qualcuno, paralizzandolo, accecandolo, facendolo insomma ammalare. Soprattutto, essi fingono di far uscire i morti dall’ade! Degli incantatori fanno parte anche quelli che “vedono” fantasmi vari tra le tombe e le scoperchiano, col pretesto di dare fuoco ai vampiri. Alcuni di questi uomini, chiamati stregoni, alle suppliche rivolte ai demoni mischiano salmi di David e i nomi dei santi, di Cristo, della Madre di Dio.

     4. Venefìci. Chi fa venefìci prepara certe bevande “drogate”, per fare morire qualcuno oppure oscurargli la mente o procurargli qualche passione carnale. A essi si rivolgono specialmente le donne, per sedurre e attirare l’uomo che desiderano.

     5. Auspici. Gli auspici affermano di predire il futuro dal modo in cui volano gli uccelli o dal verso degli animali. A essi appartengono anche i superstiziosi, i quali badano a chi incontrano, specie quando stanno per partire o vanno a pesca, insomma quando stanno per intraprendere qualcosa. Essi credono specialmente alle carte, ai portafortuna, al destino, ai presagi, al malocchio, ai sogni. Considerano alcuni giorni fausti e altri infausti – come il martedì, per esempio – e temono d’iniziare qualsiasi cosa nei giorni infausti. Credono che procuri male portare il braciere nelle case dei vicini; venerano la luna nuova; credono alle nereidi (le sirene) e ai folletti. Essi stanno attenti alle reazioni fisiche del loro corpo, e dicono: “Questo, significa questa cosa”, se per esempio prude la mano, o tremano le palpebre, oppure fischia l’orecchio. Quando costruiscono una casa oppure si mettono a fare una barca, macellano - nelle fondamenta o sulla carena - un uccello, o una pecora o un altro animale, presentando così un’offerta sacrificale al diavolo.

     6. Astrologia. L’astrologo dice che l’ispirazione degli atti umani è determinata dal movimento degli astri. Nelle stelle indicano gli istinti dell’animo e nella loro disposizione le varie vicende della vita. Dagli astri, con l’aiuto dei demoni, affermano di predire il futuro, trattando così le stelle come se fossero stravaganti divinità.

     7. Amuleti. I fabbricanti di talismani  li realizzano avvolgendo fili di seta e scrivendovi nomi demoniaci. Molti li mettono al collo oppure al polso per essere protetti dal male. Come costoro, sono quanti sputano in petto, come per intralciare con lo sputo il malocchio.

     8. Falò. Con falò rituali cercano di indovinare il futuro e la sorte di un uomo, con formule varie, invocazioni e cose simili.

     Questi sono i principali tipi di magia. Ve ne sono molti altri: la maggior parte è segnalata nella Sacra Scrittura e nei canoni dei sacri Concili (in particolare, del VI Concilio Ecumenico).

2. Dio vieta la magia

      E’ tempo ormai di dire come sia del tutto inaccettabile che i cristiani facciano qualsiasi tipo di magia. Essa era vietata agli Ebrei, spiritualmente infantili; tanto più sono vietate ai cristiani, figli della verità e della grazia evangelica.

     Nel Deuteronomio, Dio ordinò agli Ebrei: “Non si trovi tra te uomo che purifichi suo figlio o sua figlia con il fuoco, che eserciti la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia, né chi consulti gli spiriti con incanti o da ventriloquo, né osservatore di prodigi che interroghi i morti” (Deuteronomio 18, 10-11). Nel Levitico, in particolare, Dio dispone di non avvicinare alcuno di quelli che praticano tali cose, per non contaminarsi: “Non accostatevi (ai maghi) né contaminatevi con loro; io sono il Signore Dio vostro” (Levitico 19, 26. 31).

Dio vieta la magia perché porta alla venerazione, all’adorazione dei demoni, sia chi la pratica che chi la richiede: costituisce perciò peccato mortale. Del resto, le arti magiche non possono dare alcun vantaggio: “Magie e auspici e sogni sono cose vane”, dice la Scrittura (Sirach 34, 5).

     Per questo motivo i santi apostoli comandano ai cristiani di non usare alcun tipo di magia: “Non fare magie; non fare incantesimi” (Costituzioni Apostoliche 7, 9), “State lontano da incantesimi, falò, magie, lustrazioni, auspici, ornitoscopie, necromanzie, evocazioni spiritiche” (ibidem 2, 62).

     Cristiani, riflettete che quando avete ricevuto il santo battesimo, il sacerdote, anzi Cristo stesso vi ha chiesto: “Rinunci al satana, a tutte le sue opere, a ogni suo culto e a ogni sua vanità?” Ciascuno di voi, per bocca del padrino, ha risposto: “Rinuncio”. Non solo al satana, ma “a tutte le sue opere”, “a ogni suo culto” e “ogni sua vanità”. Qual è il culto del satana? San Cirillo di Gerusalemme risponde che consiste nelle divinazioni, nei venefici e in tutte le altre forme di magia che abbiamo elencato. Qual è la sua vanità? Il santo Crisostomo dice che sono i teatri, gli ippodromi, i falò, e ogni peccato.

     Dovete essere dunque consapevoli, fratelli, che vi sarà chiesto conto, nel giorno del Giudizio, della vostra professione di fede e rinuncia. Sappiate che dovete mantenere perfetto il patto stabilito con Dio. Come potete abbandonare Cristo e rivolgervi a maghi e maghe, cioè al diavolo stesso?

     Quelle parole – “Rinuncio al satana, a tutte le sue opere, a ogni suo culto e ogni sua vanità” – siano sempre sulle vostre labbra e nella vostra mente, come freno e impedimento a qualsiasi forma di magia. Quelle parole faranno sì che, quando uscite di casa, non avrete paura dei brutti incontri con altri, né di versi e voli d’uccelli, o di altre cose simili. Quelle stesse parole, accompagnate dal segno di croce, faranno sì che non abbiate paura nemmeno del diavolo con tutte le sue diaboliche schiere. Soltanto, non tralasciate di ripeterle sempre o ovunque, come consiglia la bocca aurea di san Giovanni: “Vi supplico di mantenervi esenti dall’inganno della magia, tenendo queste parole come sostegno. Come non andate mai al mercato nudi o scalzi, così non andate in alcun posto senza dire in continuazione la frase: Rinuncio al satana, a tutte le sue opere, a ogni suo culto e ogni sua vanità. Non varcate mai la soglia di casa senza dire questa frase. E’ la vostra difesa, la vostra arma, la fortezza inviolabile che vi custodisce. Soprattutto, sigillatevi con il segno di croce. In questo modo, non solo un uomo, ma neppure il diavolo stesso potrà toccarvi, vedendovi sempre con queste difese”

 3. Perché i cristiani sono caduti nella magia.

      Gli uomini d’oggi sono caduti nelle opere del diavolo, specialmente nella magia, perché non considerano le promesse che hanno fatto a Cristo quando sono stati battezzati: le hanno dimenticate e del tutto spente nella loro memoria e nel loro cuore. Si applicano perciò a loro le parole dette dal Signore: “Quando lo spirito impuro (il demonio) va via da un uomo, si aggira per luoghi deserti cercando dove posarsi, e non lo trova (perché trova riposo solo quando domina l’uomo e lo rende malvagio). Allora dice: Tornerò di nuovo a casa mia (ovvero nel cuore dell’uomo), da dove sono andato via. E quando arriva, trova la casa incustodita, spazzata, abbellita, pronta (ovvero trova l’uomo distratto e pronto a riaccoglierlo). Allora va, chiama altri sette demoni, peggiori di lui, e vi stabilisce la sua dimora, non più da solo. E così la situazione dell’uomo alla fine è più grave che prima (del battesimo)”. (Matteo 12, 43-45)

     Tutti i cristiani che hanno rapporti con la magia, scacciano quindi dal loro cuore la grazia divina, lo Spirito Santo, e vi introducono lo spirito impuro, il demonio. E con l’energia demoniaca compiono ogni sorta di stranezze sataniche. Pertanto, come possono essere e chiamarsi cristiani quanti hanno rapporti con la magia? Cristiani e adoratori di satana? Inaudito, impossibile! Come possono andare d’accordo luce e tenebre, i figli di Dio e i figli di satana? E’ inutile che uomini simili dicano di essere cristiani. Sono cristiani solo a parole; nei fatti sono traditori di Cristo, infedeli, idolatri, adoratori di satana.

4. I demoni non guariscono: uccidono.

      Cosa dichiarano alcuni cristiani? Dicono: Noi ricorriamo ai maghi (cioè ai demoni) perché

a) troviamo guarigione dalle nostre malattie;
b) scopriamo il futuro e altri segreti;
c) avendo timore dei demoni, vogliamo placarli attraverso la magia.

Rispondiamo allora a queste affermazioni:

     a) Soltanto Dio guarisce veramente.

     Stupido uomo, ti affidi ai maghi per guarire? Credi che davvero il diavolo guarirà la tua malattia? Proprio lui che sin dall’inizio è assassino (Giovanni 8, 44) e ha dato alla morte tutta la stirpe degli uomini? Non hai visto come i demoni non hanno potuto guarire neppure i loro stessi maghi dalle piaghe inferte loro da Mosé in Egitto (Esodo 9, 11)? E adesso farebbero qualcosa di buono per te? Se i demoni non hanno pietà della tua anima, dovrebbero prendersi cura del tuo corpo? Ma scherziamo! Per il diavolo non c’è niente di più gustoso che angariare in qualsiasi modo l’uomo. E’ più facile che il fuoco ghiacci e la neve bruci, piuttosto che il diavolo ti guarisca davvero. Egli non può, non vuole e non sa guarirti. Se pensi che egli può, vuole e sa, credi che se Dio non glielo permettesse, da solo non potrebbe fare alcunché.

Fratelli, credete dunque che solo Dio è il vero medico delle anime e dei corpi. Medici e demoni non guariscono davvero: è solo fantasia. E se anche si risolvono a guarire il vostro corpo – col permesso di Dio – sappi che lo guariscono allo scopo di uccidere la vostra anima. Come? Sviandovi dalla fede in Cristo per spingervi a credere in loro. Qual è dunque il vantaggio d’avere qui una temporanea salute e nell’altra vita una dannazione eterna? Meglio perderla, questa salute; meglio perderla, questa vita!

Fratelli miei, il diavolo è un pescatore scaltro assai. Getta una piccola esca e cerca di prendere un pesce grosso. Con gioia vi dà un poco di salute, ma solo per togliervi il paradiso, per farvi dannare in eterno! Per un piccolo problema, come potete mai abbandonare il dolce Cristo (vostro creatore, salvatore e vero medico) per rivolgervi al maledetto diavolo (vostro tiranno e assassino)? Avete il cuore di disprezzare i santi (vostri amici, benefattori, guaritori) per rifugiarvi da maghi e demoni (vostri nemici giurati)? Credete veramente che quel che fa una megera lunatica, una zingara, una maga, non possa farlo Cristo? Credete che carboni, ferri di cavallo e amuleti diabolici non hanno almeno lo stesso potere che la croce, l’acqua consacrata e gli altri terapeutici strumenti della nostra fede? Infelici creature! Generazione incredula e dura di cuore! Ha ragione Cristo di lamentarsi e lagnarsi, esclamando con il profeta Isaia: “Ascolta, cielo, e tu terra sta’ attenta: ho fatto un figlio, l’ho cresciuto ed egli mi ha rinnegato”. (Isaia 1, 2)

Vi prego, fratelli miei, non rattristate Gesù; non dimostratevi anche voi ingrati nei confronti del vostro grande benefattore. Non andate da maghi, maghe, zingare. Se state male, rivolgetevi a Cristo con fede viva, e chiedete a lui la salute. Egli è il vostro padre affettuoso. Se vi ha mandato una malattia, l’ha fatto per mettere alla prova la vostra pazienza, per incoronarvi di gloria e per vedere se lo amate davvero.

Rivolgetevi anche alla signora Madre di Dio, che guarisce i malati e consola gli afflitti. Rivolgetevi, infine, ai santi tutti, e supplicateli con fervore. Otterrete così la vera terapia.

Se però non ottenete la guarigione tanto desiderata, se Dio vi lascia tribolare perché ciò è utile alle vostre anime, dovete essere forti lo stesso, e saldi nella fede. Preferite mille volte la morte, piuttosto che andare da maghi, e quindi rinnegare Cristo.

     b) Solo Dio conosce i segreti.

     Chi vuole conoscere il futuro e altre cose segrete, sappia che solo Dio conosce i segreti e che solo Dio ha precognizione del futuro. Gli angeli e gli uomini a volte sanno qualche segreto, ma non da se stessi: per rivelazione di Dio. Maghi e demoni, essendo ottenebrati e privi di luce divina, non possono conoscere alcun mistero, neppure il futuro dei singoli uomini. L’uomo infatti è auto-determinato: se vuole, inclina al bene; se non vuole il bene, inclina al male. E’ quindi sconosciuto il suo sviluppo e la sua fine. Per questo motivo Dio deride Babilonia, i cui abitanti credevano in astrologi e demoni, dicendo: “Ti salvino ora gli astrologi; prevedano pure, gli osservatori delle stelle, cosa sta per capitarti!” (Isaia 47, 13)

Certo, i demoni prevedono molte cose, però superficialmente e materialmente, deducendo gli eventi dalle leggi di natura, proprio come molti sapienti o scienziati. Tutto ciò che invece è nel profondo del cuore, lo conosce esattamente soltanto Dio. I maghi intuiscono qualcosa dai movimenti corporei e dal comportamento esteriore. Chi sembra avere precognizioni, sa in modo oscuro, ambiguo, astruso: è questo il motivo per cui i responsi degli oracoli erano equivoci e potevano essere interpretati in modi del tutto contrastanti tra loro.

Vengano ora qui i cristiani che vanno da maghi e maghe per farsi dire il futuro, per farsi interpretare i sogni, per farsi svelare qualcosa come un tesoro nascosto. Venite, e vi dirò quel che un tempo il profeta Isaia disse a Israele: Idioti, fino a quando zoppicherete con tutti e due i piedi? Sino a quando crederete a Cristo e agli indovini, cioè ai demoni? Se credete che Cristo, essendo Dio, conosce tutto e che lo svela a chi vuole, perché correte dagli indovini? Se credete che gli indovini hanno la conoscenza della verità, perché adorate Cristo e vi fate chiamare, inutilmente, cristiani? Non sapete che non potete servire a due padroni?

Perché, vi chiederete, a volte avvengono davvero alcune cose predette dai demoni?
- Poiché non credete fermamente nel Signore, e soltanto in lui, ma nei demoni, Dio permette che avvengano alcune delle cose predette: a causa della vostra incredulità;
- Perché, andando dai demoni e chiedendo il loro aiuto, vi fate (da soli) schiavi del diavolo, cadete sotto il suo potere, ed egli quindi può farvi quel che vuole. Ma quel che vi dice lo compie come uno scellerato che schiavizza un uomo: se dice che vivrete, vivrete; se dice che morirete, morirete. E’ nelle mani dello scellerato il potere di fare l’una o l’altra cosa.

A proposito, san Giovanni Crisostomo dice: “Immaginiamo un principe che abbandona il Palazzo, va nel deserto e spontaneamente si mette sotto il dominio d’un brigante. Il brigante non può predirgli con certezza se egli vivrà o morirà? Certo che può! Non perché preveda il futuro ma perché è il padrone di quel principe, e ha il potere di farne quel che vuole: sia ucciderlo che graziarlo”.

Cristiani, fratelli miei, non credete alla precognizione dei demoni, perché in effetti essi non conoscono niente in anticipo; abbiate fede solo nel Signore: sarà lui a rivelarvi ciò che è utile farvi conoscere.

     c) I cristiani non devono temere il diavolo e i demoni.

     Cristiani miei, perché con vane magie fate un favore al diavolo? Non ha il potere o la capacità di procurarvi il benché minimo problema. Da quando Cristo si è incarnato, il diavolo ha perso ogni facoltà. Il Signore, il Diouomo, gli ha schiacciato la testa: gli ha lasciato solo la coda ad agitarsi, perché anche i cristiani possano lottare ed essere incoronati vincitori. Adesso può accalappiare l’uomo nel male solo con l’inganno, non da tiranno, come prima. Vale a dire che può suggerirci cattivi propositi, ma con la nostra volontà possiamo accettarli o scacciarli. In pratica, nessuna prova può capitare all’uomo, a meno che Dio non lo permetta. E’ quindi inutile compiacere i demoni con magie, perché non possono fare niente senza il permesso di Dio.

5. Dio punisce i maghi e chi a loro si rivolge

      Dopo quel ho detto, è facile capire perché Dio punisce severamente chi ha rapporti con la magia e ne fa uso. Nell’Antico Testamento ha ordinato di lapidare i maghi, quelli che preparano filtri, ecc. (Levitico 20, 27). Masse intere di uomini e città grandi e famose furono condannate alla carestia, allo sterminio, alla scomparsa a causa dei maghi, come Ninevì (Naum 3, 1) o Babilonia (Isaia 47, 1-8) o la stessa Gerusalemme (Geremia 14, 14).

     La nostra Chiesa, da parte sua, formula pesanti condanne. Per esempio, il 6° Concilio Ecumenico, prescrive l’allontanamento per sei anni dalla divina comunione di quanti si rivolgono ai maghi, di quanti dicono la sorte, di quanti fanno incantesimi. Se perseverano nelle loro malvagie azioni, dovranno essere separati definitivamente dalla Chiesa (§ 61). Il Sinodo locale di Ankira stabilisce cinque anni di privazione della divina comunione per quanti fanno entrare in casa i maghi per togliere magie fatte da altri (§ 24). Il grande Basilio condanna incantatori e fabbricanti di filtri alla stessa sorte degli assassini, punendoli con venti anni d’allontanamento dalla divina comunione (§ 65).


6. I Cristiani possono preservarsi dalla magia

      Per proteggersi dalla magia e dalle energie dei demoni, portate tutti al collo la venerata croce: tutti, piccoli e grandi, uomini e donne. I demoni temono la venerata croce e fuggono lontano appena la vedono. San Giovanni di Vosra, che ebbe potestà sugli spiriti impuri, disse che essi temono soprattutto tre cose: la croce, il battesimo e la divina comunione. La croce, l’acqua benedetta, ecc. non sono però riti magici, ma hanno efficacia se usati con fede sana, corretta vita spirituale, con la guida della Chiesa. Anche i maghi fanno uso di icone, incenso, ceri, ecc. ma in modo inefficace e soprattutto sacrilego.

     Abbiate in casa il vangelo e portatelo anche con voi: naturalmente, leggetelo. In una casa dove c’è il vangelo il diavolo non entra.

     Le coppie, per non temere “legature”, prima di sposarsi si confessino, stiano tre giorni in digiuno, celebrino il sacramento del matrimonio insieme alla Liturgia e così ricevano gli immacolati Misteri. Le coppie abbiano soprattutto fede ferma e incrollabile nel Signore, e lui disperderà le energie dei demoni.

     A causa dell’incredulità di alcuni cristiani, i demoni presentano diversi generi di fantasmi, sia tra le tombe che nelle case o altrove: chiamate il sacerdote perché faccia la benedizione dell’acqua e le aspersioni; con la grazia divina, sarà disperso qualsiasi atto demoniaco.

     Se un cristiano si appresta a costruire una casa, a fabbricare una barca, ecc., chiami un sacerdote perché compia la benedizione dell’acqua e legga le opportune preghiere della nostra Chiesa.

 7. Epilogo

      Maghi e maghe - e chi a loro si affida - non avranno parte nel regno dei cieli. Si perdono il paradiso. Dove andranno a finire? Disgraziati! All’inferno eterno, insieme a infedeli, empi e idolatri (Ap 21, 8). Dirò di più: saranno dannati peggio degli idolatri. Questi sono nati nell’empietà e sono morti nell’empietà; non sono stati battezzati nel nome della santa Trinità; non hanno ricevuto la fede in Cristo. I cristiani, battezzati, figli di Dio per grazia, nutriti con il Corpo e Sangue del Signore, come osano rifiutare, rinnegare, e immischiarsi nella magia?

     Per amore di Cristo, per la salvezza della vostra anima, guardatevi, fratelli miei, guardatevi dalla magia! Ve lo ripeto: guardatevi! Non andate da maghi e maghe. In ogni circostanza e per ogni bisogno affidatevi all’aiuto di Dio, alla protezione della Madre di Dio e alle preghiere dei santi. Sarete così liberati da infermità e necessità, e - salvati dalla dannazione eterna - otterrete l’eredità del regno celeste.