sabato 30 giugno 2018

La seconda Messa della festa dei Ss. Pietro e Paolo giusta l'uso antico dell'Urbe

Pubblichiamo di seguito l'analisi che il Card. Schuster fa della seconda Messa del dì natale dei Santi Apostoli giusta l'antico uso romano, che poi è divenuta la Messa odierna del secondo giorno infra l'ottava, tramandata nel Tridentino sotto il nome di Commemorazione di San Paolo Apostolo.

Per l'introduzione storica, si veda il post precedente.




Alla seconda Messa.
Stazione a san Paolo.

«Quando Apostolicus duas missas celebrat una die, in eas non lavat os, nisi post officium: sed, absque intervallo, finita priore, incipitur altera». Così oggi il Sacramentario Gregoriano; la qual rubrica ci è stata già spiegata da Prudenzio quando, dopo descritta la messa dell'aurora a san Pietro, narra del Pontefice che a grandi passi s'affretta a guadagnare la basilica di san Paolo, per ripetervi l'istesso rito: «Mox huc recurrit duplicatque vota».
Questa seconda stazione il dì 29 giugno, attestataci dalle più antiche fonti liturgiche romane, dovè mantenersi in onore fin verso i tempi d'Adriano I. Fu solo nel secolo VIII, che al classico concetto della Roma Papale, la quale nella predicazione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo vedeva un unico inizio della Chiesa Romana, un unico fondamento del suo spirituale edificio, due occhi in un corpo, due chiavi di salute, quella cioè dell'autorità gerarchica affidata a Pietro e quella del Magistero fra le genti concessa a Paolo, prevalse un altro criterio pratico di comodità. Trasferendo la stazione sulla via Ostiense al giorno seguente, la festa sarebbe riuscita men faticosa e più solenne.
Questa dilazione tuttavia venne ad indebolire alquanto lo spirito primitivo della solennità, il dies bifestus e politurgico di Prudenzio. Descrivendo perciò l'ordine del Messale attuale, noi terremo anche conto del posto primitivo che occupavano quei riti negli antichi Sacramentari.

La messa del 29 giugno sul sepolcro di san Paolo, è quasi identica a quella che abbiamo già anticipato il 25 gennaio. Le differenze sono poche e le noteremo.
La prima colletta è la stessa, tranne che, invece di parlare di conversione, si parla del suo natale: «cuius Natalitia colimus». Questa preghiera tuttavia speciale per san Paolo, che noi ritroviamo oggi per la prima volta nel Gelasiano, sostituisce una colletta più antica comune ad ambedue gli Apostoli, e riferitaci dal Leoniano. Eccola:

«Item ad sanctum Paulum»
«Apostolico, Domine, quaesumus, beatorum Petri et Pauli patrocinio nos tuere, et eosdem quorum tribuisti solemnia celebrare, securos fac nostros semper esse custodes».

Nell'odierno Messale, la prima lezione è quella appunto che il Comes di Wurzburg assegna, come dicemmo, alla messa vigiliare (Gal., I, 11-20). Paolo, a difendere innanzi ai Galati l'autenticità del suo apostolato, narra la propria storia e dimostra che, non essendo egli stato mai alla scuola d'alcun Apostolo ed avendo ricevuta la rivelazione evangelica direttamente da Dio, era Apostolo al pari dei Dodici, scelto da quello stesso che aveva eletto i Dodici. Non è
quindi ammissibile, come pretendevano i giudaizzanti tra i Galati, alcuna divergenza o rivalità tra Paolo e gli Apostoli. Identico è lo spirito, identica la missione. Anzi Paolo qualche anno prima s'è recato in Gerusalemme ίστορήσαι Κηϕαν, e s'è trattenuto con lui ben quindici giorni, quasi a sottoporre pubblicamente al controllo del Capo visibile della Chiesa il suo insegnamento.
Va rilevata una frase: «Cum autem placuit... ut revelaret Filium suum in me, ut evangelizarem illum in gentibus». La grazia, prima di sospinger Paolo a predicare Cristo, trasforma lui stesso in Cristo; lo rivela cioè al mondo prima nella vita e poi nelle parole dell'Apostolo.
Giusta il citato Comes, «in Nat. S. Pauli», la lezione era la stessa che abbiamo già riferito il 25 gennaio, col racconto della conversione del Dottor delle genti sulla via di Damasco.
Il responsorio graduale è il medesimo che il 25 gennaio; il verso alleluiatico però è il seguente: «Paolo, Apostolo Santo, predicatore di verità e Dottor delle genti, intercedi per noi».
Perchè Paolo, pur non appartenendo al coro dei Dodici, ha meritato d'esser preposto agli altri, anzi, di venir chiamato insieme con Pietro, Principe degli Apostoli? San Leone Magno risponde, che tale privilegio è dovuto alla divina elezione. Il Signore ha voluto che Paolo fosse il più insigne trofeo della sua misericordia; il persecutore doveva divenire l'Apostolo per eccellenza, e quegli che da principio aveva nuociuto più che altri mai agli esordi della
Chiesa, doveva affaticarsi più che tutti gli altri Apostoli per la diffusione del santo Vangelo: «Abundantius illis laboravi». Per questo il Signore ha disposto che, mentre delle gesta degli altri Apostoli ci sono state tramandate ben poche notizie, gli Atti e le Epistole documentassero invece a sufficienza la vita di Paolo, perchè da sola essa costituisse la regola ed il modello d'ogni vita veramente pastorale ed apostolica.
Nè Iddio ha onorato il suo grande «operaio» con quest'unico privilegio. Come Pietro vive e governa nei suoi successori, cosi anche Paolo continua ogni giorno in tutto il mondo la predicazione per mezzo dei suoi scritti, che la Chiesa legge quasi regolarmente alla messa.
Dopo morto, Paolo ha goduto ancora di altri privilegi. Il culto della sua splendida basilica sepolcrale già da oltre XIV secoli è affidato ai discepoli del Patriarca Cassinese, i quali dì e notte la fanno echeggiare dei canti del Divino Ufficio, eseguito con tutto quello splendore cosi devoto, di cui i benedettini hanno conservata la tradizione. Le sessanta e più abbazie che altra volta ufficiavano le basiliche Romane, sono venute meno quasi tutte; sopravvive ancor rigogliosa quella sulla via Ostiense, e che per riguardo a Paolo, i Pontefici nelle loro bolle intitolano senz'altro: «sacratissimum monasterium in quo tuum Venerabile Corpus celebri memoria requiescit». In quel sacro luogo i monaci, sulle orme della Regola di san Benedetto, continuano nella povertà evangelica, nell'ubbidienza e nella castità quella vita religiosa che, essendo stata iniziata dapprima dai santi Apostoli, nell'alto medio evo veniva detta appunto apostolica. Ed assai bellamente la Divina Provvidenza all'ombra della basilica di san Paolo apri una «dominici schola servitii», come appunto san Benedetto definisce il suo monastero, perchè alla custodia del sepolcro del Dottore universale, - i cubiculares di san Leone - venisse deputato, non un altro ordine religioso, colle sue tradizioni ascetiche, i suoi Santi, i suoi sistemi dottrinali, le sue finalità particolari, per quanto venerande e santissime, ma l'Ordine Benedettino il quale, al dir di san Bernardo, preesistendo a tutti gli altri ed essendo sorto nell'evo Patristico, vive semplicemente e puramente della vita cattolica della Chiesa, e senza particolarismi dottrinali, predica ed insegna con lei per mezzo dei santi Dottori Gregorio Magno, Beda il Venerabile, san Pier Damiani, sant'Anselmo, san Bernardo, ecc., nutrendo la sua pietà alle fonti stesse della pietà ecclesiastica in grazia della sacra
liturgia.
La lezione evangelica è come per la festa dell'antico compagno di Paolo nell'apostolato, san Barnarba, il dì 11 giugno. Il Lezionario di Wurzburg nondimeno, a questa seconda stazione nella basilica Ostiense assegna la medesima pericope evangelica che abbiamo già riferita il 25 gennaio.
Tutto il resto della messa nell'odierno Messale è comune alla festa della Conversione di san Paolo. Invece, nel Leoniano la colletta sulle oblate è la seguente:
«Munera supplices, Domine, tuis altaribus adhibemus, quantum de nostro merito formidantes, tantum beati Petri et Pauli, pro quorum solemnibus offeruntur, intercessionibus confisi». - Sempre insieme i due Apostoli, anche nella stazione natalizia sull'Ostiense. -
Il prefazio è quello riferito più sopra.
Manca nel Leoniano una preghiera speciale pel ringraziamento; nel Gregoriano invece troviamo la seguente, che però è importante perchè, conforme l'antica tradizione, si riferisce anch'essa, non al solo Paolo, come nell'odierno Messale, ma ad ambedue gli Apostoli.
«Perceptis, Domine, Sacramentis, beatis Apostolis intervenientibus deprecamur, ut quae pro illorum celebrata sunt gloria, nobis proficiant ad medelam».

Togliamo dal Sacramentario Leoniano quest'altra colletta, che risente ancor tutta dello stile e della mentalità del grande Leone: «Omnipoiens, sempiterne Deus, qui ineffabili sacramento ius Apostolici principatus in Romani nominis arce posuisti, unde se Evangelica veritas per tota mundi regna diffunderet; praesta ut quod in orbem terrarum Eorum praedicatione manavit, Christianae devotionis sequatur universitas».

A. I. Schuster, Liber Sacramentorum VII, Torino, Marietti, 1930, pp. 307-314

venerdì 29 giugno 2018

La prima Messa della festa dei Ss. Pietro e Paolo giusta l'uso antico dell'Urbe

Nei primi secoli, il Natale degli Apostoli Pietro e Paolo era una festa di estrema importanza per tutta la Cristianità (basti pensare che iniziò a esser celebrata assai prima che si celebrasse la festa del Natale di Nostro Signore), e particolarmente per l'Alma Urbe di cui eglino sono Patroni, tant'è che lo Schuster introduce la sua trattazione della festività odierna con queste auliche parole: La Pasqua per gli antichi era la più grande solennità del ciclo liturgico; per i Romani però nel mese di Giugno ricorreva un'altra specie di Pasqua, che se pure non la superava in splendore, certo però eguagliava la prima. Era la festa natalizia dei due Principi degli Apostoli Pietro e Paolo.

Anticamente, proprio come il Natale del Signore o la festa di San Giovanni Battista, era un bifestus dies, in cui si celebravano (oltre alla funzione di veglia nella notte e alla funzione vesperale, oggi particolarmente importante), due liturgie durante il giorno, una aurorale e una diurna. Particolarmente, nella solennità odierna si onorava con la prima Messa l'Apostolo Pietro, celebrando nella di lui Basilica, e con la seconda l'Apostolo Paolo, celebrando nella Basilica a lui intitolata. Anzi, secondo sant'Ambrogio, a Roma trinis celebratur viis festa Sanctorum Martyrum, e dunque si celebrava una terza liturgia in loro onore nella Basilica Apostolorum che un tempo trovavasi sulla via Appia: di questa terza Messa, nondimeno, nessun antico Sacramentario ci tramanda alcunché.

Col tempo, questo "giorno bifestivo" si evolvette in un biduum festum, con la scissione delle due liturgie, la prima delle quali resta fissata il dì Natale degli Apostoli (29 giugno), e la seconda invece viene traslata al primo giorno della sua Ottava (30 giugno). Questo è il motivo per cui tanto i testi della Messa quanto le antifone del Divino Uffizio ci parlano quest'oggi più di Pietro che di Paolo, mentre viceversa domani si concentreranno solo su di lui, tanto da trasformare il "dies II infra octavam Ss. Petri et Pauli" in "Commemoratio sancti Pauli Apostoli".

Pubblichiamo di seguito l'analisi che il Card. Schuster fa della prima Messa giusta l'antico uso romano, che poi è la Messa odierna; domani, approfondiremo invece la parte "paolina" della solennità dei Patroni dell'Urbe.




La prima messa in sull'aurora.
Stazione a san Pietro.

Transtiberina prius solvit sacra pervigil sacerdos, canta Prudenzio.
Dopo le solenni vigilie a san Pietro, segue dunque la messa dell'aurora.

L'antifona per l'introito deriva dagli Atti Apost., XII,11, e ci descrive lo stupore di Pietro che ritorna in sè dall'estasi nella quale egli si trovava immerso, allorché l'Angelo lo trasse fuori dal carcere. È un grido questo di maraviglia e d'umile riconoscenza al Signore, che prendesi cura dei servi che a Lui s'affidano. - È proprio vero, adunque, che il Signore mi ha inviato il proprio Angelo a sottrarmi dal potere di Erode e dall'attesa del popolo Ebreo? -
La colletta si riferisce particolarmente alla Chiesa Romana, ed è la seguente: «O Signore, che volesti consacrare questo giorno col martirio dei tuoi Apostoli Pietro e Paolo; concedi alla Chiesa da loro fondata, che si mantenga sempre fedele ai loro santi insegnamenti».
La prima lezione (Att. Apost., XII, 1-11) narra della prigionia di Pietro e della sua miracolosa liberazione per opera dell'Angelo. Sono commoventi i particolari di quella scena, così come ce li descrive san Luca. Pietro è in carcere e tutta la Chiesa prega per lui, mentre intanto Dio differisce di operare il miracolo sino all'ultimo momento, quando cioè l'esecuzione capitale era già prossima. È sempre questa l'ora di Dio, quando cioè da parte degli uomini non
rimane più altra via di salvezza; l'ora quindi fatale, l'ora della fede e del prodigio. Intanto, la fiducia e l'abbandono di Pietro si elevano ad un grado eroico. La mattina appresso dev'essere giustiziato, e nondimeno egli, anche in mezzo ad un picchetto di soldati, si abbandona in carcere ad un placido sonno; anzi a stare con più agio, si slaccia i sandali, si snoda la cintura e depone la veste esteriore. L'Apostolo dunque riposava; ma quello stesso sonno era come il suo atto di fede nella Provvidenza divina, che non abbandona chi in Lei confida.
Questa scena degli Atti degli Apostoli riprodotta molte volte su parecchi sarcofagi romani, acquista nell'Eterna Città un significato speciale. L'Apostolo liberato dal carcere di Gerusalemme, se ne andò, come con prudente riserbo scrive san Luca, in alium locum: si recò cioè a fondare la Chiesa di Roma. Cosicché la lezione oggi recitata alla messa, tiene quasi il luogo dell'atto di nascita della Chiesa madre e maestra di tutte le altre.
Il responsorio graduale è come per la festa del fratello di Pietro, sant'Andrea, il 30 novembre; il verso alleluiatico e la lezione evangelica, sono come il 18 gennaio.
Come nei Sacramenti l'elemento materiale è il segno significativo e produttivo della grazia invisibile, così Gesù ha voluto quasi condizionare la dignità di suo vicario in terra ad una circostanza storica ed a tutti visibile, perchè così nessuno potesse errare in cosa di sì suprema importanza. La vera Chiesa è quella fondata sull'autorità di Pietro e dei successori suoi. Ma quali sono questi successori nel primato di Pietro? Quelli che a lui succedono nell'ufficio di vescovi di Roma.
Questa fede è quasi la pietra di paragone dell'ortodossia cattolica; così che tutti i Padri e Dottori ecclesiastici, da Clemente, da Ignazio ed Ireneo sino a san Francesco di Sales e a sant'Alfonso, tutti all'unisono confessano l'identica dottrina sul primato papale sopra l'intera famiglia cattolica.
Il verso per l'offerta delle oblate, è come il 24 febbraio.
Ecco la colletta sulle oblazioni: «Accompagni le nostre oblate la preghiera dei santi Apostoli, in grazia della quale noi imploriamo perdono e protezione».
Il Gregoriano oggi assegna per prefazio proprio quello che nel Messale odierno è divenuto comune a tutti gli Apostoli. Originariamente però esso riguardava la sola Roma Cristiana, la quale supplicava il Signore affinchè Pietro e Paolo, come un tempo avevano sostenuto le sue veci nell'annunziarle il Vangelo, così continuassero anche dal cielo il loro ufficio pastorale.
Tra gli altri splendidi prefazi del Sacramentario Leoniano per la festa dei santi Pietro e Paolo, scegliamo il seguente a titolo di saggio: «Vere dignum etc. Cuius providentia donisque concessum est, ut festivitatem nobis annuam beatorum Petri et Pauli triumpho praestet insignem, par mundo venerabile, Apostolatus ordine primus et minimus, sed gratia et passione particeps. «Hic princeps Fidei confitendae, ille intelligendae clarus assertor; Hic Christum Filium Dei vivi pronuntiavit divinitus inspiratus; Ille, hunc eumdem, Verbum, Sapientiam Dei, atque Virtutem, vas factus electionis adstruxit. Hic Israeliticae delibationis instituens Ecclesiam primitivam; Ille Magister et Doctor gentium vocandarum. Sic dispensatione diversa, unam Christi familiam congregantes, tempore licet discreto, recurrens una dies in aeternum et una corona sociavit. Per Christum etc.».
L'ultimo inciso si riferisce alla tradizione anticamente diffusa e comune a molti Padri, giusta la quale Paolo sarebbe bensì morto lo stesso giorno, ma non nello stesso anno di Pietro. I recenti studi sulla primitiva cronologia cristiana rendono questa tradizione molto probabile.
L'antifona per la Comunione è come il 18 gennaio. Segue la preghiera di ringraziamento: «In grazia dell'intercessione dei Santi Apostoli custodisci, o Signore, contro ogni avversità quanti hanno partecipato al celeste banchetto».

Noi non possiamo nulla colle nostre sole forze, ma uniti a Gesù Cristo, niente ci è impossibile, come appunto accadde ad Elia, il quale «ambulavit in fortitudine cibi illius... usque ad montem Dei Horeb» (III Reg., XIX, 8).

A. I. Schuster, Liber Sacramentorum VII, Torino, Marietti, 1930, pp. 307-314

Santi Pietro e Paolo, Principi degli Apostoli

Hódie Simon Petrus ascéndit crucis patíbulum, allelúja:
hódie claviculárius regni gaudens migrávit ad Christum:
hódie Paulus Apóstolus, lumen orbis terræ, inclináto cápite,
pro Christi nómine martýrio coronátus est, allelúja.

Oggi Simon Pietro va al supplizio della croce, alleluia;
oggi colui che ha le chiavi del regno dei Cieli raggiunge Cristo nella gioia:
oggi Paolo Apostolo, luce della terra, chinato il capo,
ha ricevuta la corona del martirio in nome di Cristo, alleluia.

(Antifona al Magnificat dei II Vespri della festa dei Ss. Pietro e Paolo)

Carlo Crivelli (Venezia, 1430-Ascoli Piceno, 1495), Santi Pietro e Paolo, National Gallery (Londra)

Carlo Crivelli, Santi Pietro e Paolo, 1490, Gallerie dell'Accademia (Venezia)

Marco Basaiti (Venezia, 1470-1530), San Pietro in cattedra, inizio XVI secolo, Basilica di San Pietro in Castello (Venezia)

lunedì 25 giugno 2018

Ordinato sacerdote padre Dimitri Artifoni, FSSP

Sabato scorso 23 giugno, vigilia della Natività di San Giovanni Battista, come annunziato precedentemente su questo stesso sito, Dimitri Artifoni, diacono bergamasco della Fraternità Sacerdotale San Pietro, è stato ordinato sacerdote secondo il rito tradizionale insieme ad altri quattro confratelli, divenendo il primo sacerdote italiano della benemerita Fraternità.

La solenne liturgia di ordinazione è stata celebrata da mons. Vitus Hounder, Arcivescovo di Coira, con l'assistenza di gran parte dei chierici europei della FSSP.

Il giorno seguente (festa della Natività di San Giovanni Battista), padre Dimitri ha cantato la sua prima Messa a Wangen im Allgäu.

Pubblichiamo di seguito qualche foto "artigianale" scattata durante la liturgia di ordinazione e la prima Messa, particolarmente il momento delle benedizioni; il servizio fotografico ufficiale della liturgia pontificale è invece visualizzabile sul blog del seminario di Wigratzbad.






La festa dell'Apparizione di San Marco

Il 25 giugno, secondo il Calendario della Santa Patriarcale Primaziale e Metropolitana Arcidiocesi delle Venezie, ricorre la festa dell'Apparizione di San Marco Evangelista, suo Patrono principale. Riportiamo di seguito la storia dell'evento miracoloso commemorato da questa festa un tempo cara ai veneziani, così come la descrive lo storico Silvio Tramontin in uno dei suoi mirabili saggi sulla Basilica Marciana.


da: S. TRAMONTIN, San Marco, in Culto dei Santi a Venezia, «Biblioteca Agiografica Veneziana 2», Venezia, Studium Cattolico Veneziano, 1965, pp. 41-73, in particolare 57 e seguente.

La primitiva chiesa a pianta centrale e anche ornata di affreschi o mosaici “multis ac variis coloribus” se vogliamo stare al racconto della “translatio” era andata distrutta durante l’incendio scoppiato nel 972 in seguito ad una rivolta popolare contro il doge Pietro Candiano IV e si era anche perduta ogni memoria circa il luogo ove la preziosa reliquia poteva essere stata posta anche perché esso era stato tenuto nascosto e noto a pochi per paura di un furto. Bernardo Giustinian, scrivendo quattro secoli dopo gli avvenimenti, riferirà una diceria che egli definirà però ingiusta: circolavano voci che c’era stato un furto delle sacre spoglie quasi a contrappeso del furto veneziano “ut quem aliunde sustulimus is furtim quoque fuerit a nobis ablatus”. I veneziani sono disperati per tale fatto, tanto più che la nuova basilica è già ricostruita e sarebbe proprio un peccato aver perduto colui per il quale quella reggia era stata fabbricata. Dopo varie e inutili ricerche allora, nel giugno del 1094 il doge Vitale Falier stabilisce un digiuno di tre giorni con processione solenne nel quarto perché Venezia possa riavere il suo tesoro.

Veduta della Basilica di S. Marco   Nei documenti locali è raccontato il fervore del popolo che invoca con preghiere e lacrime il miracolo. E il prodigio si compie. Le pietre di una colonna “calloprecia” (“ea est columna pluribus ex lapidibus compacta” come avverte Bernardo Giustinian, quasi a rendere più facile e comprensibile il miracolo e concordando del resto con i cronisti più antichi) a poco a poco si smuovono, cadono e lasciano apparire l’arca dove si trovava la salma. Un manoscritto anonimo del millecento e quindi contemporaneo precisa che si trattava di una delle poche colonne rimaste dell’antica chiesa e che il fatto avvenne il 25 giugno.

Altri miracoli fioriscono attorno a questo; un profumo meraviglioso che si spande nella basilica, un’indemoniata guarita al tocco dell’arca, naufraghi scampati da morte sicura, ecc. Dal 25 giugno all’8 ottobre, se vogliamo prestar fede al monaco autore della “Translatio Sancti Nicolai” (sec. XII), il corpo rivestito dei paramenti sacerdotali, “totus integer et paratus quasi missam cantaret” (ancora tutto intatto e come se stesse per cantar messa), rimase esposto alla venerazione dei fedeli e l’ultimo giorno fu recato processionalmente nella cripta della splendida chiesa che, dopo essere stata ricostruita da capo a fondo dal doge Domenico Contarini (1043-1071), e ornata di mosaici dal doge Domenico Selvo (1071-1084), poteva essere solennemente consacrata (8 ottobre 1094). In quell’occasione furono anche coniate alcune monete col nome dell’imperatore Enrico IV, il simbolo del leone e l’iscrizione “Anno incarnacione ihesu xpi millesimo nonagesimo quarto die octavo inchoante mense octubrio tempore vitalis Faletri ducis” (alcune furono trovate nel 1811 quando si fece la ricognizione del corpo). L’iscrizione del tempo, in caratteri romani, nella cornice di marmo rosso, sotto la ringhiera della navata principale poteva ben asserire

ISTORIIS AURO FORMA SPECIE TABULARUM
HOC TEMPLUM MARCI FORE DIC DECUS ECCLESIARUM

(Puoi ben dire che questo tempio di san Marco per la bellezza e l’eleganza dei suoi mosaici, delle storie che vi sono rappresentate e dell’oro che vi risplende è la più bella delle chiese).


***

Di seguito invece la narrazione del miracolo contenuta nel Proprium Officiorum pro Patriarchatu Venetiarum (Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1915, p. 116), la quale si dice come IV lettura nel Mattutino odierno.

Beatíssimi Evangelístæ Marci córpore Venétias transláto et in basílica in ejus honórem constrúcta depósito, áccidit ut per annos ducéntos sexagínta sex ubi illud quiésceret nescirétur. Cumque nemo hujus rei cónscius inveníri potúerit, post diligentíssimam inquisitiónem triduánum indíctum est jejúnium, quod ab ómnibus in contritióne cordis observátum fuit. Quarta die, quæ fuit vigésima quinta Júnii, ad dictam basílicam clerus, dux popúlusque supplicántium ritu convenére; ibíque, recitátis litaníis ac multis effúsis lácrimis et oratiónibus, Deus, qui consolátur fidéles in omni tribulatióne, locum, in quo pretiósum pignus latúerat, benigníssime declarávit. Scissis enim marmóribus colúmnæ circumpósitis, arca, in qua corpus claudebátur, in conspéctu ómnium appáruit, et ecclésia suavíssimo odóre perfúsa est. Incredíbile dictu quanta fúerit ómnium lætítia, quæ lácrimæ et gratiárum actiónes hoc benefícium sint subsecútæ. Apparitiónis igitur dies, et máxima totíus civitátis gratulátio, ecclesiástico offício ac solémni cultu quotánnis celebrántur.

Trasferitosi il corpo del beatissimo Evangelista Marco a Venezia, e collocatolo nella basilica costruita in suo onore, accadde che per duecentosessantasei anni s'ignorasse ove esso riposasse. Imperocché non s'era potuto trovare nessuno che fosse a conoscenza della sua ubicazione, dopo una ricerca assai meticolosa, fu indetto un digiuno di tre giorni, che fu da tutti osservato con cuore contrito. Il quarto giorno, ch'era il venticinque di giugno, il clero, il doge e il popolo convennero alla predetta basilica in veste di supplici; ed ivi, recitate le litanie e versate molte lacrime e innalzate molte preghiere, Iddio, che consola i fedeli in ogni tribolazione, manifestò con gran benevolenza il luogo ove erano giaciute le preziose spoglie. Tagliati infatti i marmi che circondavano una colonna, l'arca in cui era racchiuso il corpo apparve alla vista di tutti, e la chiesa si riempì di un soavissimo profumo. E' incredibile a dirsi quanto grande fu la letizia di tutti, e quante lacrime e azioni di grazie susseguironsi a tal beneficio. Pertanto, il giorno dell'Apparizione, e la grandiosa esultanza dell'intera città, vengono annualmente celebrati con l'ufficio ecclesiastico e il culto solenne.

I Responsorio del I Notturno dell’antico ufficio dell’Apparizione 

(dal repertorio della Ducale Basilica)

(fonte Collegio Liturgico dell'Apparizione di San Marco, di Una Voce delle Venezie)

venerdì 22 giugno 2018

L'Ufficio Divino Bizantino - 1. Il Mesonittico

In virtù della veglia degli angeli, della lode silenziosa
del riposo e della pace della mente,
della glorificazione divina e della Risurrezione,
alla sera del sabato è risorto il Signore;
e in virtù della Sua Seconda Venuta
che tutti noi fedeli aspettiamo,
quando ci risveglierà dalla morte come dal sonno
ed Egli, lo Sposo delle anime,
come ha detto, verrà nel mezzo della notte,
e a noi converrà essere svegli.

San Simeone di Tessalonica


Il Mesonittico (greco Μεσονυκτικόν), propriamente significante “ufficio di mezzanotte”, è la prima ora canonica del giorno secondo il rito bizantino, che risponde a quanto intima il salmo 118: media nocte surgam et confiteor tibi. Rappresenta inoltre la preghiera di Nostro Signore nell'orto degli Ulivi, avvenuta intorno alla metà della notte.


Quest’ufficiatura ha una chiara origine monastica: infatti, i monaci solevano trascorrere l’intera notte tra veglia e preghiera, come ancora si pratica nei monasteri del Monte Athos. Questo ufficio dunque, che iniziava a mezzanotte, nemmeno cinque ore dopo la Compieta (1), era anticamente composto da numerosissimi salmi e preghiere, che accompagnavano la lode del monaco nelle ore di buio fino all’alba, quando la veglia si concludeva con il canto del Mattutino e la celebrazione della Divina Liturgia. Nei secoli l’ufficiatura fu ridotta notevolmente: San Simeone il Nuovo Teologo menziona un ufficio in cui si recita il salmo 118 e che viene detto privatamente dai monaci nelle proprie celle prima di recarsi nel katholikòn a cantare il Mattutino. Attualmente, è un ufficiatura non più lunga della Compieta, che viene pubblicamente celebrata nei monasteri insieme a Mattutino e Ora Prima, formando il primo dei tre grandi “aggregati liturgici” prescritti dal Typikòn. Gran parte delle preghiere del Mesonittico vengono poi usate pure dai laici nella preghiera privata del mattino, almeno secondo la tradizione greca (l’uso dei fedeli russi ne prende solo talune, intervallandovi però numerose preghiere extraliturgiche composte da Santi).

Il tono dell’ufficio è penitenziale (2), ma non sono infrequenti gli accenni di speranza; inoltre, il tema su cui s’insiste maggiormente è quello ispirato alla parabola evangelica del servo vigile, che sarà ricompensato in quanto trovato sveglio dal padrone al tempo opportuno. San Marco d’Efeso parla del Mesonittico in questi termini: “L’inizio di tutti gl’inni e le preghiere a Dio del giorno è il tempo della preghiera di mezzanotte. Infatti, sorgendo dal sonno per recitarla, noi rappresentiamo la trasformazione delle nostre vite dalle tenebre alla vita, la quale, grazie a Cristo, è libera e luminosa, nella quale noi iniziamo a rendere culto a Iddio. Per questo sta scritto che il popolo che sedea tra le tenebre vide una gran luce (Isaia IX,2)”.

L’ufficiatura si ordina pressoché in tal modo:
  • Preghiere iniziali (3)
  • Tropari trinitari e preghiere di ringraziamento
  • Salmo 50 e un kàthisma del salterio (vide infra)
  • Credo Niceno e Tropari (vide infra)
  • Preghiera di S. Mardario e due preghiere di S. Basilio Magno (la prima delle quali si omette dal Lunedì Santo al 21 settembre)
  • Benedizione e, in Quaresima, preghiera di S. Efrem il Siro
  • Δεῦτε προσκυνήσωμεν, salmo 120, salmo 133, Trisagio e Pater
  • Tropari penitenziali e d’intercessione per i defunti
  • Preghiera per i defunti
  • Preghiere conclusive, litania e congedo

Infra la settimana, il kathisma (porzione) del salterio che viene letto durante la celebrazione del Mesonittico nei monasteri è il XVII, contenente il salmo 118. I tropari che si cantano invece sono quelli “dello Sposo”, riferentesi alla succitata parabola, gli stessi che vengono cantati nel Mattutino “dello Sposo” dei primi giorni della Settimana Santa.
Il sabato, imperocché il salmo 118 è già letto durante il Mattutino, si dice invece il IX kathisma (salmi 64-69), e si impiegano tropari differenti. Inoltre, ove in Quaresima si direbbe la preghiera di S. Efrem, al sabato si aggiunge sempre una preghiera di S. Eustrato.
Anche la domenica il salmo 118 è letto al Mattutino: indi, viene cantato un Canone alla Santissima Trinità composto da S. Teofane (4); inoltre, si omettono le preghiere dal salmo 120 in giù, sostituite da più brevi preghiere alla Santissima Trinità composte da S. Gregorio del Sinai e San Marco il Monaco, immediatamente seguite dalle preghiere conclusive, dalla litania e dal congedo.

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NOTE di Traditio Marciana

(1) Si noti che le ore di sonno sono in realtà assai meno di cinque, poiché appena terminata la compieta il monaco, nella propria cella, deve recitare la “preghiera degl’inchini”, recitando la preghiera del cuore e facendo piccole prostrazioni in un numero compreso tra 200 e 400 a seconda dell’anzianità. Terminata tale preghiera, può dormire per il tempo rimasto fino alla mezzanotte, quando viene suonata la tavola per chiamare i monaci alla veglia notturna. Questa era la prassi più antica dei monasteri bizantini, e tutt’oggi si osserva in molti monasteri dell’Athos. Alcuni monasteri addirittura uniscono la Compieta agli uffici notturni, risultandone una veglia che nei giorni di festa può durare fino a tredici ore.

 (2) Una caratterizzazione penitenziale degli uffici mattutini non è ignota nemmeno al rito occidentale: infatti, le Lodi (che altro non sono che la parte terminale del Mattutino, non potendo mai essere separate da quest’ultimo nell’ufficiatura corale) iniziavano con il salmo 50 fino alle riforme del Breviario di San Pio X (che conservò questa peculiarità solo per l’ufficio quaresimale, d’Avvento e dei giorni di digiuno), e, nei giorni che non hanno rango doppio, l’ufficio dell’Ora Prima si caratterizza per il canto di alcuni versetti nuovamente dal salmo 50 e la recita del Confiteor con le debite assoluzioni.

(3) Intendesi per “preghiere introduttive” il canone di preghiere che apre qualsiasi servizio liturgico bizantino, nonché qualsiasi sessione di preghiera personale. Ne riportiamo di seguito il testo:
Ἱερεὺς Εὐλογητὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, πάντοτε, νῦν, καὶ ἀεί, καὶ εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων.
Ἀναγνώστης Ἀμήν.
Ἱερεὺς Δόξα σοι ὁ Θεός, δόξα σοι.
Βασιλεῦ Οὐράνιε, Παράκλητε, τὸ Πνεῦμα τῆς Ἀληθείας, ὁ Πανταχοῦ Παρὼν καὶ τὰ Πάντα Πληρῶν, ὁ Θησαυρός τῶν Ἀγαθῶν καὶ Ζωῆς Χορηγός, ἐλθὲ καὶ σκήνωσον ἐν ἡμῖν καὶ καθάρισον ἡμᾶς ἀπὸ πάσης κηλῖδος καὶ σῶσον, Ἀγαθὲ τὰς ψυχὰς ἡμῶν.
Ἀναγνώστης Ἀμήν. Ἅγιος ὁ Θεός, Ἅγιος Ἰσχυρός, Ἅγιος Ἀθάνατος, ἐλέησον ἡμᾶς (ἐκ γ')
Δόξα... Καὶ νῦν...
Παναγία Τριάς, ἐλέησον ἡμᾶς. Κύριε, ἱλάσθητι ταῖς ἁμαρτίαις ἡμῶν, Δέσποτα, συγχώρησον τὰς ἀνομίας ἡμῖν. Ἅγιε, ἐπίσκεψαι καὶ ἴασαι τὰς ἀσθενείας ἡμῶν, ἕνεκεν τοῦ ὀνόματός σου.
Κύριε, ἐλέησον, Κύριε, ἐλέησον, Κύριε, ἐλέησον.
Δόξα... Καὶ νῦν...
Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς, ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου, ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου, γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ, καὶ ἐπὶ τῆς γῆς. Τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον, καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα ἡμῶν, ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν, καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ.
Ἱερεὺς Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία... 
Ἀμήν.
Κύριε ἐλέησον ιβ'
Δόξα... Καὶ νῦν...
Δεῦτε προσκυνήσωμεν καὶ προσπέσωμεν τῷ βασιλεῖ ἡμῶν Θεῷ.
Δεῦτε προσκυνήσωμεν καὶ προσπέσωμεν Χριστῷ τῷ βασιλεῖ ἡμῶν Θεῷ.
Δεῦτε προσκυνήσωμεν καὶ προσπέσωμεν αὐτῷ, Χριστῷ τῷ βασιλεῖ καὶ Θεῷ ἡμῶν.

(4) L’uso di cantare di domenica il Canone trinitario di S. Teofane è assai prossimo a quello latino di aggiungere ai salmi dell’Ora Prima, nelle domeniche in cui non si commemora nessun officio di rango doppio o di ottava, il canto del Simbolo trinitario di Sant’Atanasio.

giovedì 21 giugno 2018

La Sacra Liturgia: sue divisioni

Pubblichiamo di seguito l'introduzione che il beato Cardinal Schuster, Abate e Arcivescovo di tutta Milano, fa alla sua grande opera sulla liturgia (Liber Sacramentorum), nella quale si propone di dare qualche nozione di studio comparato delle liturgie, suddividendole e per aspetto rituale (per quale scopo si compone una data liturgia) che per origine etnico-storica. Su quest'ultimo punto lo Schuster presenta sovente delle debolezze, caratteristiche per verità della quasi intera produzione di storia della liturgia degli ultimi due secoli, sia dovute a un certo romanocentrismo (in realtà assai meno presente nell'arcivescovo ambrosiano che in altri autori contemporanei), che a una generale ricostruzione (più fantasiosa che documentaria) delle origini della liturgia sulla base di aspetti spirituali e devozionali, piuttosto che storici e filologici (le pur ricche citazioni degli antichi testi liturgici sono sovente fraintese, non adeguatamente interpretate e contestualizzate). Cionondimeno, l'opera in sé resta comunque straordinaria per vastità e profondità; e finanche questa introduzione didattico-programmatica, pur con tutte le succitate problematiche, risulta una traccia assai utile per coloro che, volendo approcciarsi allo studio della Sacra Liturgia, bisognano di apprendere il metodo necessario all'analisi storica e filologica dei testi sacri.


La Sacra Liturgia: sue divisioni

L'ambito della liturgia non la cede in vastità a nessuna altra scienza, giacché abbraccia le prime origini dell'umanità, le sue relazioni essenziali col Creatore, la Redenzione, i Sacramenti, la Grazia, l'escatologia cristiana, quanto insomma v'ha di più sublime, di più esteticamente perfetto, di più necessario ed importante al mondo. Per ragione di metodo, questo vasto campo può tuttavia essere diviso e ripartito in varie sezioni, ognuna delle quali comprende un lato e un aspetto particolare e determinato della religiosità cattolica. Il prospetto potrebbe essere il seguente:


Come scienza, la sacra liturgia ha i suoi canoni, le sue leggi, le sue suddivisioni, al pari di tutte le altre scienze, e particolarmente della teologia positiva, cui è affine così per metodo che per scopo. Essa, infatti, si propone lo studio sistematico del culto cristiano, distinguendo e classificando le varie formole liturgiche giusta il tipo che distingue ciascuna famiglia, ordinandole secondo la diversa data di redazione, istituendo esami e confronti fra i vari tipi, affine di rintracciare in essi il loro comune schema d' origine. È soltanto così che si possono ricondurre a uno stipite comune, delle liturgie apparentemente irriducibili, come ad esempio la Romana, la Gallicana e l'Ispanica ; senza di che, non si riuscirebbe a comprendere come l'unità del Simbolo della Fede non avesse avuto come immediata
conseguenza la primitiva unità della sua espressione liturgica. Invece, studi recenti ed indagini minuziose e pazienti, hanno scoperto in tutte le liturgie, anche le più diverse fra di loro, un sustrato comune; talora un identico concetto viene espresso con formole rituali ed un linguaggio affatto differente, ma oramai non può dubitarsi più che le liturgie orientali ed occidentali derivano tutte da un
identico ceppo, assai antico, che forma come la base e il fulcro dell' unità cattolica nel culto ecclesiastico.

Tra le fonti per lo studio della sacra liturgia, altre sono dirette, altre indirette. Alla prima specie, appartengono le pubblicazioni antiche e recenti delle anafore orientali e dei vari sacramentari latini. Recentemente il principe Massimiliano di Sassonia ha intrapreso la pubblicazione a fascicoli dei vari testi delle messe orientali, Siro-Maronita, Caldaica, Greca, Armena, Siriaco-Antiochena, ma non mancano delle buone illustrazioni e dei commenti a quasi tutti i libri liturgici orientali finora editi Tra le fonti occidentali, una menzione speciale meritano i sacramentari Leoniano, Gelasiano, Gregoriano, gli Ordines Romani, il Missale Gothicum, quello Gallicano antico e i libri liturgici mozarabici. Le varie liturgie, tenendo conto del loro sviluppo cronologico e delle loro relazioni etnografiche, possono raggrupparsi approssimativamente nella maniera seguente:


Questo schema rappresenta esclusivamente le grandi linee di classificazione delle varie famiglie liturgiche, e talvolta i riavvicinamenti che propone hanno un valore puramente approssimativo, come nel caso di far dipendere da Roma tutte le altre liturgie latine.


Tratto da: Ildefonso Schuster, Liber Sacramentorum, vol. 1, cap. 1
Schemi digitalizzati dall'originale.

mercoledì 20 giugno 2018

L'Introito - P. Nikolaus Gihr

Tratto da: Das Heilige Messopfer – Dogmatisch, liturgisch und aszetisch erklärt – Klerikern und Laien gewidmet, 17a -19a edizione, ed. Herder, Freiburg im Breisgau 1922 (imprimatur: Friburgi Brisgoviae, die 24 Decembris 1921), cap. 36

1. In alcuni formulari della Messa troviamo una dicitura che richiede una breve spiegazione. Per esempio: Statio ad S. Petrum (Stazione a S. Pietro); Statio ad S. Caeciliam (Stazione a S. Cecilia). Queste parole indicano la relativa chiesa in cui, un tempo, nei giorni stabiliti, dopo la processione, il clero e i fedeli facevano sosta e celebravano il Sacrificio eucaristico. Le Stazioni, infatti, costituivano una forma di devozione per cui, nei giorni prestabiliti, il popolo si radunava per celebrazioni particolarmente solenni in chiese prescelte della città di Roma.
L’insieme della celebrazione comprendeva tre fasi: il radunarsi in una chiesa, la processione verso la chiesa della Stazione e la celebrazione della S. Messa. S’incominciava quando il clero e il popolo si erano radunati nella chiesa di partenza, dove il celebrante dava inizio alla celebrazione con il canto dei salmi ed una preghiera. Questa adunanza preparatoria si chiamava Collecta. Di lì ci si avviava, in processione, verso la chiesa della Stazione; il vessillo con la croce precedeva la processione, per via si cantavano salmi e, in vista della chiesa da raggiungere, le litanie dei santi, per cui le stesse processioni ebbero il nome di Litaniae. Di solito nella Chiesa Stazione il Papa pronunciava un’omelia e celebrava il Sacrificio della Messa.
Molto spesso alla devozione delle Stazioni si aggiungevano il digiuno e delle penitenze: ciò avveniva durante l’Avvento, la Quaresima e nei giorni Quatember e di Vigilia. Qui e là anche in particolari occasioni per implorare l’allontanamento di castighi divini e disgrazie; per es., la peste, la fame o la guerra. Altre volte per celebrare un evento gioioso, come quando la ricorrenza cadeva in una domenica o in un giorno di festa, oppure nelle annuali celebrazioni di santi famosi.
Assai spesso si celebrava la Stazione nelle sette principali chiese di Roma le quali, data la presenza delle sacre spoglie di numerosi martiri, erano talmente grandi da poter accogliere un gran numero di fedeli. All’origine le chiese delle Stazioni non erano fissate in anticipo ma, di volta in volta, si annunciava in singoli giorni dove si sarebbe tenuta la Stazione seguente. Gregorio Magno elevò la solennità delle Stazioni, le limitò a determinati giorni e le legò per sempre a certe chiese. Le fece includere nel Sacramentario, dal quale, in seguito passarono nel Messale. L’attuale ordinamento delle Stazioni è, in gran parte, quello da lui stabilito: in seguito, solo poche chiese ottennero la nomina di Stazione dai papi successivi. Dopo il trasferimento della loro residenza in Avignone (1305 ovvero 1309), i papi non parteciparono più alle Stazioni. Tuttavia, ancora ai nostri giorni, le celebrazioni nelle chiese-Stazione sono tenute con grande solennità; in quelle giornate, soprattutto nella Quaresima, i fedeli vi accorrono in gran numero per venerare le reliquie esposte e per lucrare le indulgenze aggiunte alla Stazione. La grande processione penitenziale del giorno di S. Marco (25 aprile), e le piccole processioni attraverso le campagne nei tre giorni che precedono l’Ascensione, sono, verosimilmente, analoghe alle antiche Solennità delle Stazioni. Come Tertulliano presuppone, il vocabolo Statio è passato dal gergo militare in quello ecclesiastico. Le adunanze celebrative, e gli esercizi dei cristiani, come sopra descritti, furono chiamati “Stazioni” perché avevano similitudini col servizio persistente dei combattenti. In quanto “guerrieri di Gesù Cristo”, i fedeli volevano far la guardia nella Casa di Dio, per difenderla contro le insidie e gli attacchi del nemico infernale. Perciò prolungavano quelle sante assemblee con digiuni, preghiere, letture e canto dei salmi fino alle tre del pomeriggio. Celebrando le Stazioni con un simile impegno, i fedeli si fortificavano e aumentavano le loro energie, al fine di non essere sconvolti nelle sofferenze e nelle battaglie della vita, per non divenire vacillanti, ma piuttosto “per poter resistere alle insidie del diavolo, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove”. In questa maniera essi volevano adempiere al grido di battaglia dell’Apostolo, che tutti esorta “a rivestirsi dell’armatura di Dio”, cioè “lo scudo della fede, l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito: cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi” (Ef. 6,11-18).

Introito della festa di S. Enrico martire

2. Mentre l’immutabile forma dell’Introito costituisce l’introduzione generale a tutta la Messa, l’Introito mutabile, invece, apre in particolare la principale parte mutabile della liturgia della Messa. “Quando viene intonato l’Introito, sembra che una voce solenne echeggi per chiamare a raccolta gli uditori, affinché prendano spiritualmente parte al Santo Sacrificio. L’impressione che genera questo canto cambia secondo i momenti e le feste: esso certamente suona sempre come un invito ad unirsi alla celebrazione ricordando la morte del Signore; ma anche l’entrata del Signore in Gerusalemme suscita nuovi sentimenti, e altri ancora il suo attraversamento del torrente Cedron, benché in ambedue gli episodi la meta fosse la stessa” (Marbach, 109). A questo punto non si tocca ancora direttamente il Sacrificio: l’Introito deve, in primo luogo, preparare i presenti alla celebrazione del Sacrificio vero e proprio, suscitando in essi santi pensieri, pie aspettative e buoni propositi, così da renderli degni della celebrazione dei Divini Misteri. In modo conforme a ciò, esso è composto da letture e insegnamenti, da cui la fede viene ravvivata e rinforzata; inoltre, dalla preghiera e dal canto, che risveglia e nutre la devozione: fede e raccoglimento sono necessari soprattutto per una santa celebrazione dei Sacri Misteri. Queste preghiere, canti e letture normalmente mutano, seguendo il progredire e il carattere dell’anno liturgico, perché devono manifestare convenientemente l’idea della liturgia del giorno, o della festa, che è il motivo principale della celebrazione del Santo Sacrificio.

a) In questa sua forma attuale, l’Introito è un canto tratto da un salmo abbreviato al massimo: è composto di un solo verso, unito al Gloria Patri, che (come solitamente i salmi interi) viene iniziato e concluso con un’antifona. L’antifona è presa soprattutto dal Salterio, qualche volta anche dai libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, o, in pochi casi, composta apposta dalla Chiesa stessa. Non sempre, ma di solito, all’antifona segue l’inizio, cioè il primo verso di un salmo. Nel tempo gaudioso Pasquale si aggiungono due, e qui e là, anche tre Alleluia. In quelle Messe dove il salmo Judica manca, si omette anche il Gloria Patri dopo il verso del salmo. Nel Gloria Patri, questa solenne lode della Santissima Trinità, risuona un tono di gioia. Perciò viene esclusa nelle Messe Tempora della Passione e della Settimana Santa, come anche nella Messa Requiem, per significare la dolorosa tristezza e afflizione della Chiesa. La Messa del Sabato Santo, e la Messa principale della Vigilia di Pentecoste, cioè quella preceduta dalle Profezie (con o senza consacrazione dell’acqua battesimale) non hanno l’Introito. In quei giorni, ai canti, alle preghiere e alle letture seguono le Litanie dei Santi; alla conclusione, mentre il coro intona solennemente il Kyrie, si procede dalla sagrestia verso l’altare per celebrare la Messa Solenne, perciò non è necessario cantare ancora l’Introito. In questo caso vale ancora oggi la consuetudine medioevale per cui il canto dell’Introito accompagnava l’entrata in chiesa del celebrante. Da molto tempo, invece, vige la regola che l’Introito sia intonato quando il sacerdote, coi suoi chierichetti, ha raggiunto l’altare e ha dato inizio alle preghiere sugli scalini (“Staffelgebet”). Il Graduale Vaticano (1908) ritorna di nuovo all’uso originale e prescrive d’iniziare con l’Introito mentre il celebrante si dirige verso l’altare.
Il termine “Introitus” ha un significato plurimo nella liturgia.
 a) All’origine descriveva l’ingresso solenne del celebrante nella chiesa, poi il tragitto dalla sagrestia all’altare;
b) analogamente, il canto alternato del coro comprendente numerosi versi di salmi, uniti ad un’antifona, veniva cantato durante l’ingresso del celebrante,
c) oppure, talvolta, la sola antifona appartenente al canto corale,
d) e, in senso lato, l’antifona e il verso del salmo assieme al Kyrie, al Gloria e alla Colletta.
Il sacerdote, mentre recita le prime parole dell’Introito, si fa il segno della croce; così come fa sempre all’inizio, indipendentemente dai formulari della Messa, mutevoli secondo i giorni e le feste. Nelle Messe per i defunti egli non si fa il segno di croce ma lo fa sul Messale (super librum quasi aliquem benedicens - Rubr.) mentre implora dal Signore l’eterno riposo e la Luce Eterna per i defunti. Questo segno di croce non è certamente indirizzato al libro, ma alle povere anime, cioè vuole significare che la pienezza della benedizione del Sacrificio possa raggiungerle. L’Introito viene letto sulla parte sinistra dell’altare – cosiddetta dell’Epistola – con le mani giunte sul petto, per voler significare e manifestare il sentimento di preghiera del sacerdote.

b) È superfluo, quindi, spiegare ulteriormente il significato e lo scopo dell’Introito. Poiché esso avvia le feste particolari, o la celebrazione del giorno, appartiene alle parti mobili del rito della Messa, ed è perciò da considerare sotto gli stessi punti di vista del verso del Graduale, dell’Offertorio e della Comunione.
Questi quattro componenti appartengono a quei canti con cui il coro – a nome del popolo – accompagna in forma sublime il dramma divino del Sacrificio Eucaristico. Nella loro forma attuale, non sono che piccoli resti dei grandi canti che abbracciavano interi salmi, ovvero versi di salmi in numero indefinito, cantati mentre il celebrante si avviava all’altare (Introitus), o, dopo la lettura dell’Epistola (Graduale), o mentre i fedeli presentavano le loro offerte (Offertorium), o mentre essi ricevevano la santa comunione (Communio). Nel V secolo questi canti furono introdotti nella Chiesa romana. Ma non furono introdotti tutti nel medesimo tempo; il canto del Graduale è probabilmente il più antico, mentre invece il salmo dell’Introito il più recente. Gregorio Magno aveva già accorciato questi canti corali, come si può evincere dal suo antifonario; più tardi furono semplificati ancora di più, come si constata nei Messali odierni.
Ovviamente, i salmi, o le parti del salmo, non sono stati scelti arbitrariamente o a caso, ma piuttosto inseriti nei singoli formulari della Messa in base ad un preciso criterio. Il motivo principale che ha guidato questo inserimento è stato l’anno liturgico, con le sue feste e periodi da santificare; ossia, l’occasione e il motivo che danno luogo al Sacrificio. La celebrazione del Sacrificio della Messa è intimamente legata e interconnessa con il movimento dell’anno liturgico, ordinato in maniera misteriosa e meravigliosa. Sacrificio e preghiera, Messale e breviario, armonizzano l’uno con l’altro, si completano a vicenda e fanno assieme la piena celebrazione liturgica delle sante feste e dei tempi. Come la preghiera delle ore del sacerdote, così anche il formulario delle Messe ha come scopo quello di dare l’impronta caratteristica della festa, o di esprimere i pensieri base dei giorni festivi e della settimana, e di renderli ovunque comprensibili. Ne consegue che le parti mutevoli dei canti del formulario della Messa devono essere scelte in riferimento alle feste o alla celebrazione del giorno. Ciò è da tener presente come stella guida, per dare ai canti corali – presi dalle Scritture – un rapporto e un senso mistico-liturgico in maniera disinvolta, appropriata, edificante.
Qui bisogna menzionare anche una restrizione facilmente comprensibile. Il contenuto delle parti cantate si accorda alla stagione liturgica, quando questa ha un carattere particolarmente marcato. Ciò vale per l’Avvento, la Passione e il tempo pasquale; meno per la Quaresima. Per quest’ultima – a differenza dell’Avvento – è stata istituita una propria Messa per ogni giorno. Ora, poiché nel Salterio – particolarmente usato per l’Introito di questo tempo – non erano reperibili tutti i testi penitenziali adatti, nella scelta ci si è spesso adattati a canti d’implorazione di ogni tipo. Ne consegue che si incontrano parecchi canti delle Messe quaresimali di nuovo nelle domeniche dopo Pentecoste. Qui si osserva che, fino alla 17° domenica dopo Pentecoste, l’Introito è preso di volta in volta in sequenza ordinata dal salmo che segue il precedente. Per la celebrazione delle feste si può facilmente reperire nella Bibbia testi di canti perfettamente adatti.
Quanto finora detto è da applicarsi in particolare all’Introito. Il suo contenuto è tanto ricco e così vario quanto lo è l’intero anno liturgico della Chiesa: gioia, giubilo, tristezza, dolore, lamento, speranza, nostalgia, timore, glorificazione, ringraziamento, supplica e perdono. In breve: tutti i sentimenti religiosi da cui l’anima, nel corso dell’anno liturgico, dovrebbe essere presa, trovano nell’entrata (Introito) espressione corta e forte. L’Introito sembra essere “la chiave di tutta la Messa: unico nella sua essenza, si unisce a tutte le nostre necessità, sia che noi impetriamo il perdono o che vogliamo dire grazie, se vogliamo chiedere l’allontanamento del male o pregare per una benedizione. Talvolta questo verso d’introduzione ha un tono forte e gioioso - Gaudeamus omnes in Domino; poi profondo e lamentoso - Miserere mihi, Domine, quoniam tribulor; nel periodo Pasquale l’Alleluia risuona ovunque come il gioioso suono delle campane; nel tempo di Passione perfino il Gloria Patri è taciuto, e intervengono malinconia e tristezza; nelle feste dei santi sono menzionate le loro virtù e i loro trionfi; e se è una festa di Nostro Signore, allora si annuncia il mistero da contemplare” (Wieman).
È proprio attraverso l’Introito che spesso si ha – per così dire – la disposizione di spirito per avvicinarsi – il giorno in cui si celebrano – ai singoli avvenimenti della storia della salvezza o a un mistero della fede. L’Introito è il breve riassunto di quanto può nascere in pensieri e sentimenti; esso è ciò che dice: è l’ingresso appropriato e avvincente. Esso non offre luce e pensieri solamente all’intelletto: da esso fluiscono stimoli al sentimento e al cuore. Per questo motivo l’Introito non è in primo luogo materia di lettura, ma un pezzo da canto, è una lode; e per poterlo accogliere con la sua forza animatrice, non dovremmo leggerlo, ma cantarlo o ascoltarlo cantato, oppure, addirittura, pensarlo cantato. Ciò che commuove il cuore è da cantarsi, e viceversa: il canto muove ed esalta il cuore, tocca le corde dell’anima facendole vibrare e risuonare – l’anima si trasforma in un’arpa risonante (Reck).
L’Introito intona, come una “ouverture di colori sgargianti”, il tono del giorno liturgico e della celebrazione della Messa. La corda così toccata poi echeggia ripetutamente tra spazi più ristretti o più ampi, nel canto d’inizio, nell’Offertorio e nel verso della Comunione. Dal momento che anche le preghiere variabili e le letture istruttive armonizzano con questi pezzi cantati, risuona, attraverso tutto il formulario della Messa, un tono uniforme: l’idea della festa o il pensiero del giorno.

domenica 17 giugno 2018

Pellegrinaggio alla Salute: resoconto e fotografie (aggiornato)

Sabato 16 giugno, per le cure di Traditio Marciana e del Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, si è svolto alla Basilica di S. Maria della Salute in Venezia il pellegrinaggio dei coetus fidelium del Triveneto.


Mons. Marco Agostini, del clero veronese, officiale della segreteria di Stato e cerimoniere pontificio, ha cantato Messa solenne all'altar maggiore del Santuario basilicale. La liturgia è stata preceduta dal canto delle litanie alla Beata Vergine secundum consuetudinem ducalis Basilicae S. Marci Venetiarum, in tono patriarchino; al termine della stessa, è stata venerata e offerta al bacio dei cristiani presenti la reliquia dell'ulna di Sant'Antonio da Padova, custodita nel medesimo Santuario.

Un coro composto da studenti dei Conservatori di Venezia e Castelfranco ha eseguito la Messa a tre voci di William Byrd (1540-1623) e il proprio gregoriano della Messa Salve Sancta Parens. Sono stati inoltre eseguiti altri canti della tradizione gregoriana e patriarchina, il Recercar con obligo di cantar la quinta parte del Frescobaldi e il responsorio antoniano Si quaeris miracula secondo la notazione originaria (1233) custodita presso la Basilica del Santo di Padova. Il ricco accompagnamento organistico, con l'esecuzione dei pezzi dei maestri marciani dal XVII secolo in poi, è stato curato dall'organista titolare della Basilica della Salute, la M.a Paola Talamini.

Il circolo Traditio Marciana si è occupato del servizio all'altare. Si ringraziano, per la collaborazione a vario titolo, la Fraternità Sacerdotale San Pietro di Venezia, il Circolo Liturgico Pio VII, la sezione pordenonese dell'Associazione Una Voce Italia.

Di seguito si pubblicano il servizio fotografico della celebrazione.



























Nuova pagina: calendario liturgico

Al nostro sito si aggiunge una nuova pagina (accessibile dal menù in alto): quella del calendario liturgico.

Ogni settimana, per le cure degli esperti di liturgia del circolo, verrà pubblicato il calendario liturgico della settimana, secondo le rubriche del Missale Romanum del 1952 (ed. VI post typicam) e il Proprio del Patriarcato di Venezia.

Sono già disponibili alla succitata pagina i calendari a partire dalla I domenica dopo la Pentecoste (Ss. Trinità) di quest'anno.

Ad majorem Dei gloriam!

giovedì 14 giugno 2018

Le Regole di San Basilio

Insieme a San Benedetto, si può sicuramente asserire che colui che giocò il ruolo maggiore nella diffusione del monachesimo, tanto Orientale quanto Occidentale, fu San Basilio, di cui oggi ricorre la memoria.

Convinto sostenitore del monachesimo cenobitico e della necessità che il monaco fosse sacerdote, egli fondò numerosi monasteri e stese quattro regole (Morales, fusius tractatae, brevius tractatae, ad monachos), seguite poi da molti cenobi. Troviamo monasteri basiliani anche in Salento, dove s'impiantarono sfuggendo alle persecuzioni iconoclaste di Leone VII Isaurico nel VIII secolo. La presenza tutt'oggi di questo monachesimo bizantino anche in Italia è uno dei segni più evidenti dello stretto legame intercorrente tra Oriente e Occidente cristiani. Nella chiesa rupestre materana di S. Maria di Hydris, per esempio, sono raffigurati vicini santi orientali e occidentali dei primi secoli, i cui attributi però (vesti liturgiche, modo di benedire, etc.) sono sovente scambiati tra loro, fondendoli in un unico armonico contesto. Nella città dei sassi sono molte le influenze reciproche tra Oriente e Occidente che si possono notare: come l'immagine tipicamente orientale della Glykophilousa, che ricorre anche in quelle chiese rupestri che facevano parte di complessi monastici latini.

Tornando alla regola basiliana, delle quattro che egli compose, la prima è generale (indica i precetti morali per chiunque) e la quarta riassuntiva: il nucleo principale delle istruzioni per il monaco si trovano nelle Regole fusius tractatae (55 articoli di ordine morale ed etico) e nelle Regole brevius tractatae, che spiegano invece come debba comportarsi il monaco di fronte a determinate situazioni: vogliamo proporre di seguito qualche estratto dalle sue regole, senza certo alcuna pretesa di completezza (vogliamo esortare anzi a leggere questi testi veramente edificanti e fruttuosi dal punto di vista spirituale), ma inducendo a un leggero confronto con la "nuova morale", mondana e moderna.

Dalle Regulae brevius tractatae

DOMANDA 4: Se qualcuno anche per piccoli peccati mette in angustia i fratelli dicendo: «Dovete fare penitenza», non è forse egli stesso senza misericordia e non distrugge forse la carità?
RISPOSTA: Poiché il Signore ha affermato con forza: Né uno iota né un apice della legge passerà prima che tutto si compia (Mt 5,18), e ha dichiarato: Gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio di ogni parola oziosa che avranno detto (Mt 12,36), non possiamo disprezzare nulla, quasi fosse piccola cosa. È detto: Chi disprezza una cosa, sarà da essa disprezzato (Pr 13,13).
E ancora, quale peccato si oserà chiamare piccolo quando l’Apostolo ha dichiarato: Trasgredendo la legge, insulti Dio? (Rm 2,23)
Se poi il pungolo della morte è il peccato, non questo o quello, ma evidentemente in modo indeterminato ogni peccato, allora è senza misericordia chi tace, non chi riprende: così come è senza misericordia chi lascia il veleno in qualcuno che sia stato morso da una bestia velenosa, non quello che lo toglie. È questi che distrugge la carità. Sta infatti scritto: Chi risparmia il bastone, odia suo figlio; chi ama, ha cura di castigare (Pr 13,24).

DOMANDA 23: Quali parole rendono un discorso «ozioso»?
RISPOSTA: In generale, ogni parola che non contribuisca all’adempimento di ciò che è nostro dovere nel Signore, è oziosa.
E tale è il pericolo di una simile parola che, quand’anche sia bene ciò che si dice, e non sia tuttavia ordinato all’edificazione della fede, chi ha parlato non è affatto al sicuro a motivo della bontà del suo discorso, ma anzi, per non aver ordinato il suo parlare all’edificazione, egli rattrista lo Spirito Santo di Dio.
L’Apostolo ha insegnato chiaramente questo dicendo: Non esca dalla vostra bocca nessuna parola viziosa, ma piuttosto ogni parola buona per l’edificazione della fede, per dare grazia a chi ascolta (Ef 4,29); e aggiunge: E non contristate lo Spirito Santo di Dio; nel quale siete stati sigillati (Ef 4,30).
E c’è forse bisogno di dire quale grande male sia il contristare lo Spirito Santo di Dio?

DOMANDA 43: In che modo bisogna dar retta a chi sveglia per la preghiera?
RISPOSTA: Se qualcuno riconosce il danno che viene dal sonno — poiché in esso l’anima non ha neppure percezione di se stessa — e conosce invece il guadagno della veglia e soprattutto la gloria sovreminente dell’avvicinarsi a Dio per la preghiera, darà retta a chi sveglia — sia per la preghiera che per qualsiasi altra ubbidienza — come a un uomo che gli fa benefici grandi e superiori a ogni desiderio.

DOMANDA 301: E se uno dice: «La mia coscienza non mi accusa»?
RISPOSTA: Ciò accade anche per i mali del corpo. Ci sono molti mali che non vengono percepiti dai malati: e tuttavia essi credono più all’esame dei medici di quanto non badino alla propria insensibilità. Allo stesso modo avviene per i mali dell’anima, cioè per i peccati: anche se uno non si accusa da se, perché non si accorge del peccato, deve tuttavia credere a quelli che possono vedere meglio di lui ciò che lo riguarda. E questo ce lo hanno mostrato i santi apostoli quando, pur essendo pienamente certi della propria sincera disposizione d’animo nei confronti del Signore, tuttavia, nel sentir dire: Uno di voi mi tradirà (Mt 26,21), credettero piuttosto alla parola del Signore e domandavano tutti: Sono forse io, Signore? (Mt 26,22) Più chiaramente ancora ci ammaestra il santo Pietro che, con ardente umiltà, ricusava il servizio che gli rendeva il Signore e Dio e maestro, ma, pienamente certo della verità delle parole del Signore, quando si sentì dire: Se non ti lavo, non hai parte con me, disse: Signore, non i piedi soltanto, ma anche le mani e la testa (Gv 13,8-9).

DOMANDA 302: Bisogna prelevare qualcosa dalla cassa per darlo ai bisognosi di quelli «di fuori»?
RISPOSTA: Il Signore ha detto: Non sono stato mandato che per le pecore perdute della casa d’Israele (Mt 15,24), e: Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini (Mt 15,26). Dunque, non è necessario prendere ciò che è stato preparato per coloro che sono consacrati a Dio e consumarlo per chiunque.
Se si dà però la possibilità che si realizzi la parola detta dalla donna lodata per la sua fede, cioè: Sì, Signore, e infatti i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro signori (Mt 15,27), allora la cosa è lasciata al giudizio dell’economo, col comune consenso di coloro che, dopo di lui, hanno un’autorità. Questo perche, dalla sua sovrabbondanza, il sole sorga sui cattivi e sui buoni, come sta scritto (Mt 5,45).


Dalle Regulae fusius tractatae

DOMANDA 6: Della necessità di vivere nella solitudine
R.: Per aiutare l’anima a concentrarsi, occorre abitare nella solitudine.
È pericoloso, infatti, rimanere fra quelli che vivono senza alcun timore di Dio e disdegnano di osservare perfettamente i suoi comandamenti. Salomone ce lo insegna dicendo: “Non ti associare a un collerico e non praticare un uomo iracondo, per non abituarti alle sue maniere e procurarti una trappola per la tua vita” (Pr 22,24-25); ugualmente dice l'Apostolo: “Perciò uscite di mezzo a loro e separatevi, dice il Signore” (2 Cor 6,17).
Se temiamo di essere tentati dagli occhi e dagli orecchi, e di abituarci lentamente al peccato, se temiamo per la nostra anima il pericolo mortale che ci sarebbe conservando nella memoria le cose viste o le parole udite, se vogliamo inoltre perseverare nella preghiera continua, cominciamo per prendere la decisione di abitare in solitudine.
Così riusciremo, forse, a sfuggire all’abitudine presa di vivere come stranieri ai comandamenti di Cristo: e non è sufficiente un tenue lotta per vincere una pratica rafforzata dal tempo. Forse anche arriveremo a cancellare le tracce del peccato, grazie ad una preghiera instancabile e la meditazione dei comandamenti divini, preghiera e meditazione alle quali è impossibile dedicarsi in mezzo alla folla, fonte di molteplici distrazioni e di preoccupazioni temporali.
E la parola di Cristo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso” (Lc 9,23), chi potrebbe mai osservarla pur restando fra loro? Poiché è rinunciando a noi stessi e prendendo la croce di Cristo che dobbiamo seguirlo.
Ma la rinuncia è la dimenticanza completa delle cose temporanee ed il sacrificio della propria volontà, sacrificio molto difficile, per non dire del tutto impossibile a chi vive tra gli uomini.
Prendere la propria croce e seguire Cristo è anche una cosa difficile in un mondo così confuso. Poiché prepararsi a morire per Cristo, essere mortificato, come conviene alle membra sulla terra, essere pronto a resistere agli attacchi lanciati contro di noi a causa del nome di Cristo, conservarsi distaccati della vita presente: in questo consiste prendere la propria croce, ma vi troviamo molti ostacoli, se perseveriamo nella vita ordinaria.
Tra le tante cose anche ciò: quando l’anima ha sotto gli occhi la massa dei peccatori, non trova più l'occasione di osservare i propri peccati, né di fare penitenza, nel pentimento, per le sue mancanze. Essa si paragona ai più grandi colpevoli e si immagina di avere della virtù. In seguito, sottratta dalle difficoltà e dalle preoccupazioni della vita ordinaria ad un pensiero molto più degno: quello di Dio. Ed essa così perde, con la gioia e l’allegria spirituale, la felicità di gradire le delizie del Signore e gustare la dolcezza delle sue parole. Non potrà più dire: “Mi sono ricordato del Signore e sono stato nella gioia” (Sal 76,4), e neanche: “Come sono dolci le tue parole al mio palato, sono per la mia bocca preferibili al miele” (Sal 118, 103). Infine si abitua a disprezzare completamente i giudizi divini, e, per essa, nulla di più triste né di più disastroso!

DOMANDA 8 Della rinuncia. Occorre in primo luogo rinunciare a tutto prima di dedicarsi in quel modo a Dio?
R. - Il nostro Signore Gesù Cristo ha spesso insistito vivamente: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinunci sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24), ed ancora: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33). Ci sembra dunque esigere la rinuncia più completa.
Certamente, abbiamo rinunciato soprattutto al demonio ed alle passioni della carne, noi che abbiamo respinto i peccati nascosti, le parentele di sangue, le frequentazioni umane ed ogni pratica di vita in contraddizione con la pratica perfetta e salutare del Vangelo.
E, cosa più necessaria ancora, è a sé stesso che rinuncia colui che “si è svestito dell’uomo vecchio con le sue azioni” (Col 3,9), di quell’uomo vecchio che “si corrompe seguendo le passioni ingannevoli” (Ef 4,22). Egli rifiuta dunque tutte le affezioni mondane capaci di mettere ostacolo alla perfezione che prosegue, considera come suoi genitori veri coloro che l’hanno generato in Cristo con il Vangelo (1 Cor 4,15), e come fratelli coloro che hanno ricevuto lo stesso Spirito d'adozione. Infine, considera le ricchezze come cosa estranea a lui, come in realtà lo sono.
In una parola, come potrebbe ancora entrare nelle preoccupazioni mondane colui che dice, seguendo l’Apostolo: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”? (Gal 6,14). Poiché Cristo ha voluto fino all'estremo il disprezzo della sua vita e la rinuncia a sé, quando ha detto: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce”, aggiungendo: “e mi segua”, (Mt.16, 24) ed ancora: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26).
La rinuncia completa consiste dunque nel non tenere più alla vita, ma considerasi sempre come condannati a morte, in modo da non confidare più su di sé (2 Cor 1,9).
Si comincia con l'abbandono delle cose esteriori, come le ricchezze, la vanagloria, la compagnia degli uomini, l'attrazione delle cose inutili.
È di ciò che ci hanno dato l'esempio i santi apostoli di Cristo: Giacomo e Giovanni che lasciano loro padre Zebedeo e anche la loro barca con cui guadagnavano da vivere; Matteo, che si alza del suo banco da gabelliere per seguire Gesù, non soltanto a scapito dei suoi interessi, ma ancora a dispetto delle sanzioni che incombevano su di lui e sui suoi parenti da parte dei magistrati, perché lasciava indebitamente incompiuta la riscossione delle imposte. Quanto a Paolo, il mondo era crocifisso per lui, e lui lo era al mondo (Gal 6,14).
Così colui che è animato da un desiderio imperioso di seguire Cristo non può tenere più conto di nulla in questa vita: né degli affetti verso genitori ed amici, nel momento in cui questi si oppongono ai precetti del Signore, poiché è allora che si applicano le parole: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, ecc …” (Lc 14,26); né del timore degli uomini, quando questo lo induce a deviare dal vero bene, come l’hanno fatto eccellentemente i Santi che hanno detto: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (At 5,29); né infine delle prese in giro con i cui cattivi affliggono i buoni, poiché non occorre lasciarsi vincere dal disprezzo.
Se si vuole conoscere più esattamente e più chiaramente con quale ardore amavano Cristo coloro che lo seguirono, ci si ricordi di ciò che l'Apostolo disse parlando di sé stesso per istruirci: “Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo” (Fil 3,4-8).
In realtà - parlando con audacia, ma anche con verità -  se è ai peggiori rifiuti del corpo, a ciò che noi rigettiamo con disprezzo e da cui ci allontaniamo con premura, che san Paolo paragona perfino i vantaggi accordati per un certo tempo alla Legge, se diventano ostacoli alla conoscenza di Cristo, alla giustizia in lui ed alla trasformazione nella sua morte, che dire di ciò che è stato stabilito dagli uomini?
Ma che bisogno c’è di appoggiarci alle nostre argomentazioni o agli esempi dei santi? Possiamo citare le affermazioni del Signore stesso e con esse confondere l’anima timorosa, poiché egli parla chiaramente e senza possibile contraddizione: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo, dice “ (Lc 14,33). Ed altrove: “Se vuoi essere perfetto …”, quindi continua: “Va’, vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri …”, dopo di ché aggiunge: “e vieni! Seguimi!” (Mt 19,21).
Per chi sa comprendere, la parabola del mercante vuole ovviamente significare la stessa cosa: “Il regno dei cieli, dice Gesù, è simile ad un mercante che va in cerca di pietre preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti suoi averi e la compra” (Mt 13, 45-46).
La pietra preziosa designa indubbiamente qui il regno dei Cieli, ed il Signore ci mostra che è impossibile ottenerlo, se non abbandoniamo tutto ciò che possediamo: ricchezza, gloria, nobiltà di nascita e tutto ciò che tanti altri ricercano avidamente.
Il Signore lo ha dichiarato, è del resto impossibile occuparsi adeguatamente di ciò che si fa, quando lo spirito è sollecitato da oggetti diversi: “Nessuno può servire due padroni” (Mt 6,24), ha detto, ed ancora: “Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24).
È per questo che il tesoro che è nel cielo è il solo che possiamo scegliere a cui unire il nostro cuore: “Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21) Se ci riserviamo dunque dei beni terrestri o delle ricchezze caduche, il nostro spirito vi rimane nascosto come nel fango ed il nostro cuore resta incapace di contemplare Dio; diventa insensibile ai desideri degli splendori celesti e dei beni che ci sono promessi. Ma, questi beni, possiamo ottenerli soltanto se un'ardente aspirazione ci porta a richiederli incessantemente e ci rende leggero lo sforzo per raggiungerli.
Praticare la rinuncia è dunque, lo abbiamo mostrato, affrancarsi dei legami di questa vita terrestre e momentanea, e liberarsi dagli eventi umani, per essere più in grado di andare nella via che conduce a Dio. È liberarsi dagli ostacoli per potere possedere ed utilizzare di questi beni più pregevoli di cui è detto: “più preziosi dell’oro, di molto oro fino” (Sal 18,11).
Riassumendo, significa trasportare il cuore umano nella vita del cielo, in modo che si possa dire: “La nostra cittadinanza infatti è nei cieli” (Fil 3,20), e soprattutto è iniziare ad assimilarci a Cristo, che si è fatto povero per noi, da “ricco” che era (2 Co 8,9), ed a cui dobbiamo somigliare se vogliamo vivere conformemente al Vangelo.
Quando dunque potremo avere la contrizione del cuore e l'umiltà dello spirito, o affrancarci dalla collera, dalla tristezza, delle preoccupazioni e, insomma, da tutte le dannose passioni del cuore, se restiamo nell'ambito delle ricchezze e delle preoccupazioni della vita che sono in relazione con le antecedenti passioni?
In breve, perché colui che non vuole neppure mettersi in pena per il necessario, come gli alimenti e l'abito, si lascerebbe trattenere dalle maligne preoccupazioni della ricchezza, come spine che verrebbero ad ostacolare la produttività del seme che il seminatore divino getta nelle nostre anime? Poiché il Signore ha detto: “(Il seme) caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione” (Lc 8,14).


DOMANDA 17: Occorre moderarsi anche nel ridere
R. - Ecco un punto molto trascurato e tuttavia ben degno di una speciale attenzione da parte di quelli che praticano l'ascetismo.
Consegnarsi al riso rumoroso e smodato è un segno d'intemperanza e prova che non si è capaci di controllare se stessi, né di reprimere la frivolezza del cuore con la santa ragione. Non è sconveniente mostrare l'illuminarsi di gioia dell’anima con un allegro sorriso, come indica questo proverbio della Scrittura: “Un cuore lieto dà serenità al volto” (Pr 15,13), ma scoppiare dalle risa e scuotere il corpo  suo malgrado, non è di chi ha un cuore tranquillo, sicuro o padrone di sé stesso.
Questo genere di riso, L’Ecclesiaste lo rifiuta anche come se fosse il grande avversario della stabilità dell’anima: “Del riso ho detto: «Follia!»” (Qo 2,2), e: “perché quale il crepitio dei pruni (che ardono) sotto la pentola tale è il riso degli stolti.” (Qo 7,6).
Il Signore stesso ha voluto provare tutte le sensazioni inseparabili dalla natura umana e mostrare la sua virtù quale esempio nella fatica o nella compassione verso gli infelici ma, come la attestano i resoconti evangelici, non ha mai ceduto al riso; invece egli deplora quelli che ridono. (Lc 6,25).
Non lasciamoci tuttavia fuorviare dall'equivoco, poiché la Scrittura chiama spesso ridere la gioia del cuore ed il piacere causato da diverse specie di beni; così esclama Sara: “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio” (Gn 21,6), di stesso Gesù detto: “Beati voi, che ora piangete, perché riderete” (Lc 6,21), e Giobbe: “Colmerà di nuovo la tua bocca di sorriso” (Gb 8,21). Tutte queste espressioni riguardano la gioia che si fonda sulla contentezza dell’anima.
Se qualcuno è dunque al di sopra delle passioni, non subisce l'attrazione del piacere, o almeno non gli cede, ma si domina con fermezza in presenza di ogni piacere nocivo, costui si controlla perfettamente, ed è evidente che comportandosi così si allontanerà da ogni peccato. Vi sono delle circostanze in cui occorre astenersi dalle cose permesse e necessarie alla vita, ed è così quando l'interesse di un fratello lo richiede, come dice l'Apostolo: “Se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne (Ndt: qui sta parlando della carne consacrata agli idoli)” (1 Cor 8,13). Egli aveva la facoltà di vivere del Vangelo (Ndt: ovvero delle ricompense dovute a chi predica il Vangelo), ma non ne fece uso per la paura di ostacolare questo stesso Vangelo di Cristo. (1 Cor 9,12).
La temperanza è la distruzione del peccato, l’annullamento delle passioni, la mortificazione del corpo, fino nelle sue voglie ed nei suoi desideri, il principio della vita spirituale e l'impegno verso i beni eterni, poiché spezza in sé stessa lo stimolo del piacere. Il piacere è, infatti, la grande esca del male che rende noi uomini così propensi al peccato e dal quale ogni anima è attirata verso la morte come da un amo. Non facendosi indebolire da esso, né curvare sotto il suo giogo si sfugge, grazie alla temperanza, ad ogni peccato. Tuttavia se, dopo essergli sfuggiti nella maggior parte delle occasioni, gli si cede, fosse anche per una sola volta, non si è temperanti, così come non è in buona salute colui che è colpito da una sola malattia e così come non è libero colui che è dominato da un solo padrone ed anche per una sola volta.
Le altre virtù, perché si esercitano nel segreto dell’anima, appaiono poco agli occhi degli uomini, mentre chi possiede la temperanza è riconosciuto subito da quelli che incontra. Così come la corpulenza ed i bei colori caratterizzano l'atleta, così la magrezza ed il pallore che derivano dalle privazioni fanno riconoscere il cristiano poiché, essendo atleta di Cristo, è nell'indebolimento del corpo che vince il suo nemico e mostra fin dove può sostenere i combattimenti spirituali, secondo queste parole: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10).
Quanto è utile il solo vedere la condotta del temperante! Non appena usufruisce, ed in piccole dosi, di ciò che è necessario, si alza rapidamente da tavola per affrettarsi al lavoro, come per rendere alla natura un servizio che gli pesa e crucciandosi del troppo tempo che vi occorre dedicare. Credo proprio che nessun discorso potrebbe toccare il cuore di chi è schiavo del suo ventre e portarlo a convertirsi, quanto un solo incontro con chi è temperante.
Ecco, mi sembra, ciò che vuole dire mangiare e bere per la gloria di Dio: significa fare in modo che, anche a tavola, le nostre buone azioni risplendano per glorificare nostro Padre, che è nei cieli.