lunedì 10 dicembre 2018

Pellegrinaggio a Madonna del Monte (Aviano, PN) il 22 dicembre

Informiamo che la Compagnia di S. Antonio e Una Voce Pordenone organizzano un

Pellegrinaggio al Santuario
di Madonna del Monte
in Aviano (Pordenone)
sabato 22 dicembre

Programma:

13.45 Ritrovo dei pellegrini nella chiesetta di S. Valentino in Masure
14.00 Partenza del pellegrinaggio verso il Santuario di Madonna del Monte
14.20 Arrivo al Santuario
14.30 Recita del S. Rosario
15.00 S. Messa cantata in Rito Romano antico

Il Circolo Traditio Marciana prenderà parte all'iniziativa.
Di seguito il comunicato ufficiale della Compagnia di S. Antonio.


****

Beatus vir, cuius est auxilium abs te:
ascensiones in corde suo disposuit,
in valle lacrimarum in loco quem posuit.
Etenim benedictionem dabit legislator,
ibunt de virtute in virtutem:
videbitur Deus deorum in Sion.
(Sal 83,6)

Beato il pellegrino che, sollecitato da una voce misteriosa che nasce nel suo cuore di credente, inizia con i suoi compagni quell’instancabile cammino, quel viaggio santo, alla ricerca del volto del Signore, del luogo della sua Rivelazione, accompagnato nella preghiera dalla Vergine Santa.

E’ con questo anelito che la Compagnia di Sant’Antonio, insieme agli amici di UNA VOCE Pordenone, proseguirà il proprio itinerario di Fede con una nuova stagione di pellegrinaggi locali che, dall’Agro Concordiense, attraversando il fiume Tagliamento, ci porterà ad Aquileia per il “III Pellegrinaggio della Tradizione Marciana” alla fine di settembre del prossimo anno.

In questo peregrinare lungo percorsi antichi, che testimoniano la profondità della Fede e della pietà popolare delle nostre terre venete e friulane, porteremo il nostro amore per la Santa Messa celebrata nel sublime Rito Romano Antico, che trova le sue radici nella devozione e nell’attaccamento alla Tradizione e alla cultura cattolica. La geografia sacra del nostro territorio, ricco di santuari e chiese dedicate alla Madonna, straordinaria eredità storico-culturale della sua tradizione cattolica, ci offre un prezioso aiuto. E’ in questi luoghi di grande spiritualità, talvolta dimenticati o nascosti, che possiamo gustare il silenzio e metterci all’ascolto e alla sequela di Maria, e realizzare quel detto popolare forte e oggi ancor più attuale ed urgente che ci invita “ad Jesum per Mariam”.

Vogliamo celebrare l’inizio del nuovo anno liturgico, questo santo periodo di Avvento, partendo dal Santuario di Madonna del Monte di Aviano. Qui ci recheremo in pellegrinaggio sabato 22 dicembre prossimo, con ritrovo nel primo pomeriggio presso la chiesetta intitolata a San Valentino in località Costa di Marsure. Il pellegrinaggio è aperto a tutti e partirà alle ore 14 dalla chiesetta di San Valentino. Coloro che non potranno percorrere il breve ma impegnativo cammino a piedi lungo la via del Santuario potranno attendere i pellegrini direttamente a Madonna del Monte. Arrivati al Santuario si proseguirà con la recita del Santo Rosario, alle ore 14:30, seguito dalla Santa Messa in Vetus Ordo alle ore 15.
Al termine della Messa ci sarà un breve incontro conviviale per il tradizionale scambio degli auguri natalizi. Vi attendiamo numerosi.

In corde Matris,

Compagnia di Sant’Antonio - UNA VOCE Pordenone

Translatio almae domus BMV

Deus, qui beátæ Maríæ Vírginis domum per incarnáti Verbi mystérium misericórditer consecrásti, eámque in sinu Ecclésiæ tuæ mirabíliter collocásti: concéde; ut, segregáti a tabernáculis peccatórum, digni efficiámur habitatóres domus sanctæ tuæ. Per eúndem Dóminum.

O Dio, che per mezzo del mistero del Verbo Incarnato consacrasti misericordiosamente la casa della beata Vergine Maria, e la collocasti miracolosamente nel seno della tua Chiesa: concedi che noi, allontanati dalle tende dei peccatori, diveniamo degni abitanti della tua santa casa. Per lo stesso Signore.
(Orazione della festa della Traslazione della Santa Casa, 10 dicembre) 

Saturnino Gatti, Traslazione della Santa Casa, 1510

Oggi ricorre la festa della Traslazione miracolosa della Santa Casa della Vergine da Nazareth a Loreto. A Venezia questa festa doveva avere una certa importanza, almeno nella devozione popolare, visto che non solo la festa entrò nel calendario patriarcale, ma financo, nel 1744, il parroco di S. Pantalon fece costruire, in una cappella laterale della sua chiesa, una copia perfetta della Santa Casa custodita nella basilica lauretana. Sopra l'altare, in una nicchia, si trova una piccola statua della Vergine Maria in legno dipinto, come quella che c'è a Loreto. Sulle pareti vi sono resti di affreschi del pittore veneziano Pietro Longhi, che rappresentano la Vergine, la Sacra Famiglia, Santi e Angeli. Si tratta decisamente di un'opera straordinaria anche da un punto di vista storico-artistico, in quanto è l'unica di argomento religioso realizzata dal Longhi, famoso per i suoi piccoli quadretti di vita quotidiana a Venezia. Benché oggi sia pressoché dimenticata, la cappella della Santa Casa in S. Pantalon v'è ancora, e su richiesta è perfettamente accessibile per la preghiera.

La cappella della Santa Casa in S. Pantalon (Venezia)

Nella ricorrenza, rilanciamo questo articolo, tratto da "La voce cattolica", nel quale, oltre a raccontarsi la storia della miracolosa Traslazione, vengono fornite numerose prove e testimonianze della soprannaturalità del fatto. Anche le riflessioni finali, concernenti il razionalismo imperante e purtroppo sfregiante anche questo santo miracolo, sono degne di nota.

STORIA DELLA TRASLAZIONE

Siamo all’inizio di maggio del 1291. I Turchi hanno preso totale possesso della Terra Santa, dove a Nazareth si trovano le vestigia di quella piccola costruzione che la tradizione, dai primi secoli dell’era cristiana, indicava quale dimora della Vergine Santa, dove nacque, dove ebbe luogo l’Annuncio dell’Arcangelo Gabriele e dove visse il Signore nella Sacra Famiglia.

Dopo la Risurrezione, gli Apostoli si sarebbero riuniti in questa Casa, dove San Pietro avrebbe eretto un altare e avrebbe celebrato l'Eucaristia conforme all’insegnamento di Gesù Cristo.

In quello stesso inizio di maggio (10 maggio 1291) a duemila chilometri di distanza, sulla collina di Tersatto, non lontano da Fiume, dei boscaioli trovano una piccola casa che non avevano mai visto prima in quel luogo. Il fatto impressiona molto perché su quella collina che scende verso il mare non esistevano né capanne né tanto meno case. La piccola costruzione, posata sul terreno, ha una lunghezza di m 9,52, una larghezza di m 4,10 e un’altezza (all’interno) di m 4,30.

Di fronte all’entrata c’è un altare di pietra e, al di sopra, sul muro, una Croce greca. Su questa la figura del Cristo e un’iscrizione: “Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”. Sull’altare una statua in legno della Madonna con il Bambino in braccio: la mano destra di Cristo è levata per benedire.

Oltre l’altare, un focolare nero di fumo, che ne comprova un lungo uso. Non lontano da questo atrio, un armadio scavato nel muro e degli utensili da tavola: “Sembra una Cappella che sia stata abitata”, dicono i boscaioli.

Il curato di Tersatto, don Alessandro De Giorgio, viene informato del fatto, ma, molto ammalato, non può muoversi. Gli appare la Madonna che gli attesta essere quella la sua Casa di Nazareth dove nacque, dove avvenne l’Annuncio dell’Arcangelo Gabriele e dove visse con Gesù Cristo. Sull’altare, l’Apostolo Pietro celebrò la prima Frazione del Pane, e la statua di legno di cedro è opera di San Luca. Quale sigillo dell’Apparizione, don Alessandro viene improvvisamente guarito della sua infermità (Notizie provenienti da un pregevole studio del 1893 di Guillaume Garratt, dell’Università di Cambridge).

E’ in quegli anni signore di Tersatto il conte Nicolò Frangipani, governatore delle tre province di Dalmazia, Croazia e Illiria. Costui invia a Nazareth una commissione di tre persone, tra cui il curato, che può constatare come realmente la Casa di Nazareth, con grande stupore dei Turchi, fosse improvvisamente sparita. Tale notizia, prima ancora che la spedizione sia di ritorno (un viaggio di duemila chilometri per via mare), si ha da parte dei pellegrini che tornano dalla Terra Santa. Si viene a sapere altresì che i musulmani ricavano da tempo cospicui profitti dalle visite dei pellegrini alla Santa Casa.

Il 10 dicembre 1294 (tre anni e sette mesi esatti dalla miracolosa Traslazione), la casa sparisce e si ritrova dall’altra parte dell’Adriatico in boschi non lontani da Recanati di proprietà di una certa signora Lauretta. Dei pastori della regione vedono quel mattino una luce abbagliante uscire dalle nubi… Molta gente accorre e dei briganti ne approfittano per derubare i pellegrini.

Passano otto mesi e la Casa di Nazareth, una notte, ancora sparisce e si ritrova a un chilometro e mezzo di distanza, in un campo che appartiene a due fratelli, i conti Stefano e Simone Rinaldi di Antici. Anche questi vorrebbero trarre profitto personale dalle offerte dei pellegrini giungendo per questo a fare una petizione al papa Bonifacio VIII per ottenere il titolo di proprietà.

Ma ecco che una notte di dicembre del 1295, la Santa Casa si sposta ancora su una strada che va da Recanati a Porto Recanati, fuori cioè di ogni proprietà, e come le altre volte si posa sul terreno senza fondamenta alcuna. I magistrati di Recanati sono obbligati a fare una deviazione della strada. Anche costoro formano una missione di 16 nobili e notabili del luogo che inviano dall’altra parte dell’Adriatico per verificare i fatti.

Il Conte Frangipani, al corrente di quanto era avvenuto, mostra a detta commissione una Cappella da lui edificata in ricordo con l’iscrizione (ancora esistente): “La Santa Casa della Beatissima Vergine Maria venne da Nazareth a Tersatto il 10 maggio 1291 e si ritirò il 10 dicembre 1294”.

Le stesse 16 persone raggiungono poi la Galilea, confermando i risultati della prima spedizione: eguali le dimensioni, eguali le pietre della costruzione e ancora si constata che “la data di partenza della Casa per l’Illiria coincide con quella dell’arrivo sulla collina di Tersatto”.

STORIA RECENTE

Oggi, a fine XX secolo, una grande Basilica in marmo bianco, concepita nel XVI secolo dal Bramante, riveste degnamente la piccola-grande Casa. Migliaia di pellegrini in tutti questi anni hanno lasciato la loro testimonianza in questo Santuario dove si verificarono molti e grandiosi miracoli. Tanti uomini illustri hanno scritto su Loreto. Tra gli altri Montaigne, che lo visitò nel suo “Journal de Voyage en Italie par la Suisse e l’Allemagne”, ricordando i fatti sopra riportati e descrivendo miracoli e riferimenti importanti con i Re di Francia (nascita di Luigi XIV) (Cfr. A. Colin-Simard, Les Apparitions de la Vierge, Fayard-Mame, 1981, pp.32ss.). [...]

LE PROVE SCIENTIFICHE

L’iter delle traslazioni sopra descritte nei loro modi e nei loro tempi non lascia dubbi che, se veridiche, si riferiscano ad avvenimenti scientificamente non spiegabili.

Invero:

Anche oggi, con le tecnologie più avanzate, la rimozione “in toto” di una casa, pur delle dimensioni di quella di Loreto, presenterebbe enorme difficoltà e questo quindi appare tanto più impossibile per l’epoca in cui è avvenuta.

Si pensi a quale lavoro di preparazione e di avanzata tecnologia ha comportato il “taglio a fettine” e successiva ricostruzione di alcuni monumenti dell’antico Egitto, per salvarli dall’invaso della grande diga di Assuan, per avere un’idea delle grandi difficoltà di queste operazioni.

Si deve quindi dedurre che anche l’ipotesi di una scomposizione dei muri della Casa nei singoli blocchi di pietra effettuata a Nazareth e ricomposta prima in Dalmazia (e poi ripetutamente sulla costa adriatica), dopo duemila chilometri di peregrinazione per terra e per mare, è molto difficilmente accettabile ed urta contro i fatti sopra riportati, quali la simultaneità delle date di partenza e di arrivo e la lapide tuttora esistente in Dalmazia.

L’analisi della malta, inoltre, come diremo qui di seguito, nei punti dove attualmente tiene unite le pietre, presenta caratteristiche chimiche particolari non riconoscibili dalle persone che, nel 1294, avrebbero rimesso insieme i singoli blocchi portati da Nazareth.

Recenti scavi archeologici “in loco” hanno confermato che la Casa risulta posata sul terreno senza fondamenta come voleva la tradizione. Il Grimaldi (cfr. Storia e Arte del Santuario Lauretano, p.24, in Pellegrini a Loreto, ed. Paoline, 1992) conferma in dette indagini archeologiche il ritrovamento di un antico tipo di malta e l’omogeneità della tessitura muraria, e come l’edificio originale risultasse posato su una strada. Venne constatata dal basso l’esistenza di resti di una necropoli romana del III secolo d. C. e sovrapposta a quanto rimaneva di un abitato tardo piceno attraversato in senso Nord-Est da una fossa di scolo, tipico delle strade, riempito di detriti, ossicini di topo e conchiglie di chiocciole di terra.

Tale recente constatazione trova appunto preciso riferimento a documenti del 1531, 1672 e 1751 che attestano come ogni volta che per lavori di manutenzione si dovettero rimuovere le lastre del suolo o il rivestimento esterno, ci si accorse sempre con grande meraviglia, che i muri erano posati sulla terra nuda.

Un cespuglio spinoso che si trovava sul bordo della strada al momento che la Casa “si posava” vi rimase imprigionato.

Si trovarono così, e furono raccolti, dei piccoli sassi identici a quelli della strada, residui di ghiande, gusci di lumache, una noce disseccata, della terra polverosa: tutto ciò che era presente al momento dell’impatto (cfr. Colin-Simard, op. cit.).

Ora appare ovvio che per semplici e sprovveduti che fossero i muratori di quell’epoca non avrebbero certo sistemate le pietre trasportate da Nazareth, a parte la scelta sulla strada, senza pulire almeno il fondo e strappare il cespuglio spinoso.

Il materiale dei muri, di notevole spessore (37,5 cm), venne ripetutamente verificato, e dopo la metà del secolo scorso, come sopra ricordato, analizzato con cura (Analisi chimiche eseguite a Roma. Cfr. Colin-Simard, op. cit.). Si tratta di due tipi di calcare, l’uno duro, l’altro tenero, di un colore che non si trova in Italia mentre è comune in Palestina e in particolare a Nazareth. Si è proceduto per questo a confronti accurati fatti direttamente in Palestina su piccoli campioni provenienti da Loreto, e trovando sempre una stupefacente identità.

I risultati delle indagini analitiche, permisero appunto di accertare come la malta che tiene unite le pietre fosse uniforme in tutti i punti e risultasse costituita da solfato di calcio idrato (gesso) impastato con polvere di carbone di legna secondo una tecnica dell’epoca, nota in Palestina, ma mai impiegata in Italia.

Qualora fosse avvenuta una nuova rimessa in opera dei singoli blocchi di pietra, si sarebbe dovuta evidenziare per la differenza della composizione chimica della malta in questione.

Sono questi controlli scientifici che, ci sembra, dovrebbero in modo definitivo porre fine alla dibattuta questione sulla traslazione della Casa di Loreto al di sopra di ogni ricerca documentaria sempre legata alla veridicità di chi scrive.

CONCLUSIONI

Se si consulta la letteratura recente sulla Casa di Loreto si riscontra una quasi unanimità nell’affermare che le pietre originarie provengano sicuramente da Nazareth, ma sarebbero state trasportate da uomini, anche se non esistono documenti che lo comprovino. La “traslazione soprannaturale”, secondo tale letteratura, non sarebbe che leggenda e favola.

Le prove scientifiche sopra ricordate vengono ignorate per incompetenza o volutamente trascurate.

Un fatto è comunque evidente: due secoli, dalla proclamazione dei diritti dell’uomo, del vecchio Adamo che ha ribattuto il suo “Sì” a Satana e il suo “No” a Dio, hanno consentito la diffusione capillare di questi principj ad ogni ceto e livello sociale (illuminismo, razionalismo, modernismo, emancipazione dal dogma e dai tabù…). Secondo tali principj, tutto ciò che non può essere spiegato dalla mente umana non può essere vero, non è che favola da raccontare ai pargoli. Se Dio interviene in qualche miracolo, è sempre, se mai, nell’ordine del razionale. Gli stessi grandi miracoli del Vangelo vengono taciuti, sminuiti, non creduti se non si spiegano razionalmente.

Gli studiosi della “questione lauretana”, ritenendo razionalmente impossibile che una casa venga traslata in modo soprannaturale, come la montagna del Vangelo, preferiscono la tesi del trasporto materiale, anche se manca ogni documentazione al riguardo.

Non è forse la peggiore forma di apostasia e un comportamento opposto a quello che Cristo vorrebbe da noi, limitare col nostro razionalismo le possibilità di Dio? L’orgoglio dell’uomo decaduto nel suo nuovo attacco a Dio non ammette che il soprannaturale vada oltre quello che egli giudica possibile! E’ un peccato mostruoso nei riguardi della Divinità!

venerdì 7 dicembre 2018

Considerazioni sull'Immacolata Concezione

Il dogma dell'Immacolata Concezione è indubbiamente uno dei più difficili da affrontare, anche semplicemente da un punto di vista accademico, tant'è vero che tra gli stessi fedeli cattolici viene abbondantemente frainteso, dando luogo ora ad atteggiamenti sentimentali lontani dall'essenza del Cristianesimo, in cui non mancano ossimori e contrapposizioni, con la figura della Madre di Dio che viene esaltata e pressoché divinizzata e al contempo svilita nelle interpretazioni di taluni... Per alcuni, poi, è diventata genericamente la festa dell'Immacolata, titolo pur spettante con ogni diritto alla madonna (la tradizione greca conosce una molteplicità di termini simili per esprimere questo stesso concetto: ἄσπιλος, ἀμόλυντος, ἄχραντος, ἀμώμητος...), dimenticando però che il fatto storico che si commemora in detta festa è la Concezione della Madonna, nata miracolosamente da Sant'Anna ch'era sterile!
Per non parlare del fatto veramente estremo e ridicolo che molti (e, dalla mia esperienza, soprattutto i cattolici praticanti ma non avvezzi a disquisizioni teologiche, mentre i "laici" paiono paradossalmente più avveduti in materia) intendono il termine Immacolata Concezione come la Concezione di Gesù Cristo da parte della Madonna! (forse perché siamo vicini al Natale?), fraintendendo completamente l'intera questione teologica che vi sta dietro, e pure dimostrando di trascurare semplici questioni biologiche come i nove mesi necessari alla gestazione (Gesù Cristo fu annunziato, ed ergo concepito, il 25 marzo, e partorito nove mesi dopo, il 25 dicembre; Sua Madre fu concepita l'8 [il 9 secondo la tradizione orientale] dicembre e fu partorita nove mesi dopo, l'8 settembre).

La confusione è generata parzialmente anche dalla definizione stessa del dogma, che non è per nulla chiara né esauriente. Questa è una caratteristica che si ritrova in tutti i tre dogmi "moderni", cioè l'Immacolata Concezione, l'Infallibilità Papale e l'Assunzione della Madonna, e può essere ragionevolmente spiegata: storicamente sono state proclamate dommaticamente e solennemente soltanto quelle verità di Fede ch'erano minacciate da una pressante eresia che le negava. Così fu per i dogmi cristologici dei primi concili, così anche per i dogmi sacramentali di Trento.
Ora, nel Cattolicesimo del XIX secolo, a differenza di quanto era accaduto in passato, ve n'erano ben pochi che negassero il concepimento immacolato della Beata Vergine, e certo non lo facevano in modo aggressivo, polemico e nemmeno palese. Allora, la proclamazione dommatica del 1854 da parte di Papa Pio IX (un Pontefice che, nonostante venga esaltato dai tradizionalisti, soggiaceva in realtà a una mentalità completamente antitradizionale frutto del suo passato liberale, che applicava anche da Papa nonostante avesse assunto posizioni conservatrici, e contribuì non poco al decadimento della Chiesa Romana che portò poi ai tristi accadimenti della seconda metà del XX secolo), non avendo come scopo quello di definire in modo fisso una verità che già si credeva, necessariamente risulta poco preciso dal punto di vista teologico, e conseguentemente poco utile e poco chiarificatore per coloro che si accostano in seguito allo studio di questi argomenti. Tale proclamazione, infatti, aveva principalmente altre finalità: affermare la supremazia papale proclamando un dogma ex cathedra e senza Concilio (benché una sana prudenza convinse Pio IX a soggiungere che tale dogma era proclamato col consenso della Chiesa, iv'intendendo i molti vescovi che avea consultati, pur senza Concilio); creare un dogma che potesse essere una bandiera contro il liberalismo avanzante, e che di lì a poco avrebbe definitivamente trionfato nella penisola italiana, proprio come, exempli gratia, il culto del Sacro Cuore era stato bandiera degli antirivoluzionari ai tempi della rivoluzione giacobina. Questo può spiegare forse anche l'eccessiva importanza che viene data alla festa dell'Immacolata Concezione a partire dalla metà dell'Ottocento, che divenendo doppia di I classe con ottava comune e vigilia risulta veramente ingombrante nel Santorale Romano e soprattutto sproporzionata rispetto a feste ben più importanti (Natività della Vergine o Trasfigurazione di Nostro Signore) che le restano così sottoposte; la stessa precettività di detta festa, mantenuta anche dopo la decurtazione della quasi totalità delle feste di precetto, può pensarsi in tal senso.

Dare una trattazione completa delle questioni che sorgono attorno alla definizione del dogma sarebbe impossibile: gli stessi testi di teologia cattolica sono restii ad addentrarsi troppo in questa materia, imperocché risulta molto ardua e problematica (per esempio, la stessa Catholic Encyclopedia del 1914, ch'è a parer mio la raccolta più chiara, esaustiva e precisa che possa trovarsi, glissa l'argomento restando nel vago). Mi occuperò qui pertanto di sole due questioni, trattandole peraltro in maniera superficiale e scolastica: le diverse posizioni occorse nel mondo cattolico circa questo dogma e il problema della dottrina agostiniana.

Diverse posizioni nella Storia Cattolica

E' curioso vedere come, esulando dalla stereotipata e fasulla rappresentazione di un Occidente immacolatista contrapposto all'Oriente macolatista, i più fieri avversari della tesi immacolatista furono tutti occidentali, e non certo eretici o personaggi sconosciuti, ma grandi Santi e Dottori della Chiesa latina! La tesi della "redenzione anticipata", che cioè sosteneva la purificazione dal peccato originale della Vergine nel momento in cui Ella ricevette la visita dell'Arcangelo Gabriele, fu sistematizzata da S. Alberto Magno. S. Bernardo di Chiaravalle, conosciuto per la sua profondissima devozione alla Vergine Maria, nella lettera 174 esprime le sue preoccupazioni per la diffusione a livello popolare delle tesi immacolatiste, da lui ritenute eretiche.
Dall'altra parte, vi era Duns Scoto, il Doctor subtilis, che per primo inizia a parlare di Immacolata Concezione, scrivendo nella sua Ordinatio: ""Cristo esercitò il più perfetto grado possibile di mediazione relativamente a una persona per la quale era mediatore. Ora, per nessuna persona esercitò un grado più eccellente che per Maria [...]. Ma ciò non sarebbe avvenuto se non avesse meritato di preservarla dal peccato originale". Le tesi scotiane furono accolte subito dai francescani, particolarmente Giovanni Vidal e Andrea di Novocastro, che le propugnarono e predicarono, mentre furono avversate dai domenicani: S. Tommaso d'Aquino stesso ebbe più volte a scrivere contro l'Immacolata Concezione, e persino Papi come Clemente VI intervennero contro gli scotiani. Anche i carmelitani (come il Baconthorp) erano fortemente contrari; i teologi parigini esprimevano posizioni moderate, mentre persino i mistici erano divisi tra loro, con una S. Brigida di Svezia immacolatista e una S. Caterina da Siena macolatista. Nonostante una crescente devozione popolare verso l'Immacolata Concezione (animata dalla predicazione francescana ch'era molto forte), il giudizio della Chiesa fu sempre prudente: Sisto IV, alla fine del Quattrocento, proibì che ambo le tesi venissero definite eretiche, cercando così una mediazione che si rendeva allora quantomai necessaria.
Col tempo, però, le tesi immacolatiste prevalsero nella pietà popolare, influenzando anche teologi e dottori; dal Settecento, la festa della Concezione iniziò a esser preceduta in tutto l'orbe dall'aggettivo Immacolata (in alcuni usi locali si era introdotto ciò nel medioevo, ma Pio V, da buon domenicano, si era opposto a tutto ciò e durante la riforma tridentina cancellò la parola "immacolata" da ogni pagina del Breviario e del Messale), e in alcuni paesi divenne di precetto. Ciò che accadde in seguito è cosa nota.

Il problema agostiniano del peccato

Alla base delle incomprensioni tra Oriente e Occidente sull'Immacolata Concezione non vi è la stessa diatriba macolatista-immacolatista che colpì l'Occidente. Abbiamo visto che la Chiesa Greca chiama la Madonna "immacolata" con gran varietà di termini, e i Padri d'Oriente lodano la sua immacolatezza. Cionondimeno, la definizione di "Immacolata Concezione" così come proclamata nella Chiesa Romana in Oriente non sarebbe sbagliata, semplicemente non avrebbe senso!

Cerco di spiegare meglio: le posizioni scotiane, ma anche quelle di taluni macolatisti occidentali, presuppongono una concezione del peccato originale molto particolare, che viene direttamente da S. Agostino d'Ippona, e solo da lui. Il peccato originale viene interpretato come una macchia, qualcosa di fisicamente legato all'anima, che si trasmette attraverso la riproduzione. E' il cosiddetto traducianismo spirituale. Ora, il traducianismo venne ideato da Tertulliano, che lo interpretava addirittura in senso biologico e materialista, sostenendo che i figli vengano generati totalmente, corpo e anima, dall'unione fisica dei semi maschile e femminile, onde si può parlare di "corporeità dell'anima". S. Agostino, più moderatamente, si limita a una forma spirituale di traducianismo (detta anche generazionismo), argomentando che l'anima proceda immediatamente dall'unione delle anime dei genitori, sicché una parte della sostanza dell'anima dei genitori, insieme col loro seme biologico, genererebbe il figlio. Questa parte comporterebbe anche il peccato originale, ereditato dai protogenitori che furono gli unici le cui anime vennero create direttamente da Dio.
Il traducianismo fu condannato nel Concilio di Roma del 498-99, affermandosi così che l'unica tesi corretta in tal materia fosse il puro creazionismo, come di seguito è ben spiegato teologicamente.

“[L’anima umana]  non può derivare da una materia preesistente né corporea, perché sarebbe allora di natura corporea, né spirituale, perché in tal caso le sostanze spirituali si trasmuterebbero le une nelle altre. [...] E' necessario concludere che l’anima umana viene prodotta solo per creazione. [...] Alcuni pensarono che gli angeli, operando per delegazione divina, producono le anime umane. Ma questo è assolutamente impossibile e contrario alla fede. Infatti abbiamo visto che l’anima umana non può essere prodotta che per creazione.
Ora, Dio solo può creare.
Infatti è prerogativa del solo primo agente operare senza presupposto alcuno: invece la causa seconda presuppone sempre qualche cosa dovuta al primo agente…
Ma chi produce un effetto presupponendo qualche cosa compie una trasmutazione; mentre soltanto Dio può compiere una creazione. E poiché l’anima intellettiva non può derivare per trasmutazione da una qualsiasi materia, non potrà essere prodotta che immediatamente da Dio” (S. Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I, 90, 2-3)

Poiché però Dio non può, creando l'anima, creare anche il peccato in essa (altrimenti si scadrebbe nello gnosticismo, in opposizione al quale furono difatti partorite l'eccessive tesi traducianiste), è necessario rifarsi a un altro concetto, quello del debitum che l'umanità deve scontare per il peccato dei progenitori, cioè la nostra condizione decaduta, il chaos derivato dalla disobbedienza dei primi parenti (morte, malattia, dolore, fatica, e soprattutto la tendenza al peccato attuale). I Padri della Chiesa (fuorché appunto Agostino) intendono tutti unanimemente il peccato originale come questa condizione caotica in cui si trova a vivere l'umanità, dalla quale Maria è stata nondimeno preservata in modo da essere degno talamo per il Signore fattosi uomo.

Il dogma ottocentesco, restando vago, non fa esplicito riferimento alla tesi di S. Agostino, ma possiamo presumere che gli estensori avessero in mente proprio quella, vista la mentalità allora diffusa nella Cristianità latina. Nondimeno, essendo così vaga appunto la proclamazione, e in un certo senso fortunatamente, è assolutamente da esso concesso, e anzi forse raccomandabile, seguire l'interpretazione tradizionale della patristica circa la questione del peccato originale (centrale ovviamente nella questione dell'Immacolata Concezione), evitando così tutte le spiacevoli conseguenze cui potrebbe portare la lettura agostiniana (il rischio di predestinazione è dietro l'angolo!).

S. Nicola 2018 - Resoconto

Come ogni anno, il 6 dicembre il Circolo Traditio Marciana ha venerato San Nicola, Vescovo di Myra, Confessore e Taumaturgo, compatrono del Circolo, facendo cantare una messa in suo onore.

La messa quest'anno è stata cantata presso la Chiesa di S. Simeon Piccolo in Venezia dal rev. padre Joseph Kramer, FSSP, rettore della stessa. Il Circolo Traditio Marciana, organizzatore della funzione, ha provveduto al servizio liturgico, mentre i canti gregoriani dell'Ordinario (Kyriale IV "Cunctipotens", prescritto per le feste doppie) e del Proprio (messa Statuit dei Confessori Vescovi) sono stati eseguiti dall'amico Pietro Chiaranz, con l'ausilio di altri cantori che prestano ordinariamente servizio a S. Simon.

Contestualmente, una delegazione del Circolo si è recata in pia visita alle reliquie del Santo Vescovo, custodite dall'XI-XII secolo presso l'altar maggiore della Chiesa di S. Nicolò del Lido di Venezia, ove tra l'altro l'anno scorso il Circolo aveva fatto cantare la messa in onore del patrono.

Di seguito si offre un servizio fotografico della celebrazione.












mercoledì 5 dicembre 2018

L'antica Sequenza in onore di San Nicola

Tra i testi liturgici indubbiamente più particolari e poetici in cui accade d'imbattersi studiando gli antichi messali, vi sono sicuramente le sequenze. Elemento non originario della liturgia romana, iniziarono a essere aggiunte in ambiente franco-germanico nel IX secolo, con una funzione inizialmente non dissimile dai tropi del Kyrie, ovverosia quella di aiutare la memorizzazione delle longissimae melodiae che ornavano i melismi allelujatici. Il nome stesso, sequentia, indica letteralmente "le cose che seguono", cioè le note (e le parole associatevi) che seguivano l'alleluja, sicché il Bona le definisce "un'appendice del canto allelujatico".
La soppressione della quasi totalità delle sequenze durante la riforma piana del XVI secolo, se può spiegarsi con motivi pratici per via della proliferazione enorme di questi testi (alcuni autori ne contano addirittura cinquemila!) che avrebbe reso difficile realizzare quell'uniformità cercata dai riformatori tridentini, creò nondimeno un vuoto notevole nel patrimonio liturgico occidentale. Una cosa che appare subito a chiunque confronti altri riti, come il bizantino, al romano, è la grande scarsità di testi liturgici di carattere agiografico sui santi. Mentre le ufficiature bizantine abbondano di poetiche composizioni patristiche che lodano le virtù specifiche di ogni santo, rimembrandone la vita e i miracoli, patrimonio innodico sviluppatosi nei grandi monasteri dell'Oriente cristiano, nel rito romano la quasi totalità dei testi per gli uffici dei santi sono passi scritturali vagamente attinenti alle qualità condivise dal santo, fatta eccezione per le feste maggiori e le feste romane più antiche (vedansi le antifone delle Laudi delle feste di S. Cecilia o S. Clemente) che posseggono testi propri sul modello orientale. Le sequenze supplivano a questa mancanza, andando a svolgere lo stesso ruolo agiografico degli stichirà bizantini. A ciò si deve aggiungere il fatto che le sequenze costituivano un patrimonio storico e letterario nient'affatto indifferente, testimonianza della versificazione latina medievale, del passaggio dal metro quantitativo a quello accentuativo (per fare un esempio noto, il Dies irae è composto in tetrametri trocaici, in cui però sulla prima sillaba di ogni piede cade l'accento "meccanico" della parola, e non l'ictus da porre sulla vocale lunga), della comparsa della rima come artificio poetico (sconosciuta alla poesia classica). Una riscoperta di questo corpus innodico liturgico è dunque un passo necessario al recupero delle antiche tradizioni del Cristianesimo occidentale.

In questa festa di S. Nicola, Vescovo di Myra in Licia, Confessore e Taumaturgo, proponiamo il testo dell'antica sequenza a lui dedicata, Congaudentes exultemus, anticamente attribuita al canonico, liturgista e compositore Adamo di San Vittore (1112-1192), allievo di Ugo di San Vittore e contemporaneo di Riccardo di San Vittore. L'appellativo "di San Vittore" si rifà ovviamente al nome dell'abbazia ove prestavano servizio, la famosa abbazia di San Vittore presso Parigi. Gli storici moderni tendono a far risalire tale Sequenza ad un secolo addietro, comunque nell'ambito del cenobio di San Vittore, particolarmente prolifico quanto a produzione musicale.

Traslazione delle Reliquie di S. Nicola in Bari

La trascrizione e la traduzione (entrambe a cura di Nicolò Ghigi) sono state eseguite sul Messale Aquilejese [Missale Aquileyensis Ecclesiae, Venetiis, 1517, fol. 129], la cui versione presenta alcune minime differenze rispetto ad altri testi pervenutici (in nota vengono raffrontati i codici madrileno [Madrid, Bibl. Nacional 19421, fol. 81; d'ora in poi M] e barese [Bari, Archivio della Basilica di S. Nicola, Graduale Prosario, V.85, f. 288v-290; d'ora in poi B]).



[ex Missali Aquileyensis Ecclesiæ, 1517]


Congaudentes exultemus vocali concordia. Ad beati Nicolai votiva[1] sollemnia. Qui in cunis adhuc jacens servando jejunia. A mammilla[2] coepit summa promereri gaudia. Adolescens amplexatur litterarum studia. Alienus et immunis ab omni lascivia. Felix confessor cujus fuit dignitatis vox de coelo nuncia. Per quam profectus[3] præsulatus sublimatur ad summa fastigia. Erat in ejus animo pietas eximia: et oppressis impendebat multa beneficia. Auro per eum virginum tollitur infamia atque patris earundem levatur inopia. Quidam nautæ navigantes et contra fluctuum sævitiam luctantes pæne navi dissoluta. Jam de vita desperantes in tanto[4] positi periculo clamantes voce omnes dicunt una. O beate Nicolae nos ad portum maris trahe de mortis angustia. Trahe nos ad portum maris: tu qui tot auxiliaris pietatis gratia. Dum clamarent nec incassum ecce quidam dicens adsum ad vestra præsidia. Statim aura datur grata et tempestas vi[5] sedata quieverunt maria. Ex ipsius tumba manat unctionis copia. Quæ infirmos omnes sanat per ejus suffragia. Nos qui sumus in hoc mundo vitiorum in profundo jam passi naufragia. Gloriose Nicolae ad salutem portum trahe ubi pax et gratia. Ipsam nobis unctionem impetres a Domino[6] prece pia. Qua sanavit lesionem multorum patrantium immania[7]. Cujus festum celebrantes gaudeant per sæcula. Et coronet eos Christus[8] post vitæ curricula. Amen [dicant omnes] [9].

Traduzione italiana

Rallegrandoci insieme, esultiamo a una sola voce per la festa solenne del beato Nicola, che, ancora nella culla, osservando i digiuni, fin dal seno materno iniziò a meritare i gaudi supremi. In gioventù si dedicò agli studi letterari, estraneo e immune da ogni vizio. Questo beato confessore, la cui dignità fu annunziata da una voce dal cielo,  per via di questa se ne partì, e divenuto vescovo fu sommamente esaltato. Aveva in animo una straordinaria pietà: e a vantaggio degli oppressi prestò molti benefici. Grazie a lui, con dell’oro fu cancellato il disonore delle vergini, e fu alleviata la povertà del loro padre. Alcuni marinai che stavano navigando e lottavano contro l’impeto dei flutti, con la nave quasi distrutta, ormai senza speranza di sopravvivere, trovandosi in un così grande pericolo, tutti gridano a una sola voce: “O beato Nicola, liberaci dalla stretta della morte, conducendoci al porto del mare. Conducici al porto del mare: tu che aiuti molte persone con la grazia della tua carità”. Mentre gridavano, e non invano, ecco che apparve qualcuno che diceva: “Sono qui per difendervi”. Subito il vento si fece dolce, e la tempesta fu a forza placata, e i mari si calmarono. Dalla sua tomba scorre abbondante un unguento che in virtù della sua intercessione guarisce tutti gl’infermi. O glorioso Nicola, conduci noi, che, avendo  ormai fatto naufragio in questo mondo ci troviamo nell’abisso dei vizi, al porto della salvezza, dove vi sono pace e grazia. Ottienici dal Signore quello stesso unguento con la tua devota preghiera, con il quale guaristi le ferite di molti che compivano azioni inumane. Si rallegrino nei secoli quanti celebrano la festa di questo santo, e Cristo conceda loro la corona [della santità] al termine delle vicissitudini della vita. Amen.



[1] B: festiva
[2] M: a papillis; B: a papilla
[3] M e B: provectus
[4] M: tanti
[5] M e B: fit
[6] B: impetret ad Dominum
[7] M e B: multorum peccaminum in maria
[8] M: coronet ejus Christus; B: coronet eos Deus
[9] Dicant omnes è probabilmente rubrica, anche se riportata in nero nel manoscritto, errore tipico e più volte ricorrente in esso; M: Alleluja.




Esecuzione della sequenza secondo testo e notazione di ambito germanico
(il codice da cui è tolta non è riportato nel video, dunque ignoro quale sia).

martedì 4 dicembre 2018

San Saba il Santificato, Archimandrita

IN SANCTA PATRIARCHALI PRIMATIALI
METROPOLITANA ARCHIDIOECESI VENETIARVM

5 decembris
S. Sabbae abbatis


duplex - paramenta alba - missa "Os justi" cum oratione propria 
2a oratio de feria - Gloria - praef. communis

***

Il nostro santo Padre e Teoforo Saba, l’angelo nella carne e il colonizzatore del deserto di Palestina, nacque nel piccolo borgo di Mutalaski in Cappadocia, nel 439. Dall’età di otto anni, avendo compreso la vanità di tutte le cose di questo mondo e con il cuore bruciante per Dio, entrò al monastero di Flaviano, situato non lontano da lì. Malgrado tentativi della sua famiglia per farlo tornare indietro, perseverò e iniziò rapidamente tutte le osservanze monastiche, in particolare la temperanza e la recitazione col cuore del salterio. Un giorno mentre lavorava in giardino, ebbe voglia di mangiare una mela. Ma avvicinatosi per staccarla dall’albero dominò con energia la tentazione della gola dicendo: "Bello a vedersi e buono a mangiarsi era il frutto che mi donò la morte attraverso Adamo. Adamo preferì ciò che era bello ai suoi occhi carnali e diede più soddisfazione al suo ventre che alle gioie spirituali. Non andiamo dunque nel torpore del sonno spirituale a dimenticare gli splendori della temperanza". Gettando la mela a terra e calpestandola con i piedi, riportò la vittoria sulla cupidigia e fino alla morte non mangiò mai più mele. Il giovane ragazzo era così risoluto ed aveva raggiunto tale maturità che dedicava alle fatiche del digiuno e della veglia come gli asceti più esperti e superava tutti i suoi compagni per l’umiltà, l’obbedienza ed il suo controllo di se stesso.
Dopo aver trascorso dieci anni in questo monastero ottenne dal suo superiore la benedizione di andare a Gerusalemme (456). Attirato dalla fama del venerabile Eutimio, Saba lo supplicò con lacrime di prenderlo tra i suoi discepoli, ma il santo anziano lo inviò al monastero di san Teoctisto perché non aveva l’abitudine di accettare dei giovani ancora sbarbati tra i rudi anacoreti del deserto.
Modello di rinuncia alla sua volontà e di umiltà, Saba consacrava sotto la direzione di Teoctisto, tutto il giorno al servizio dei fratelli e trascorreva le sue notti a glorificare Dio. Egli era così perfetto in tutte le sue virtù, che san Eutimio lo chiamò “il giovane anziano”.
Alla morte di san Teoctiso (469) ottenne il permesso di ritirarsi solitario in una grotta situata a poca distanza dal cenobio. Egli trascorreva i cinque giorni della settimana senza prendere alcun nutrimento, a pregare senza interruzione intrecciando foglie di palma per occupare il suo corpo e ritornava al monastero per partecipare alla liturgia e al pasto dei fratelli, il sabato e la domenica. Durante la grande Quaresima (dal 14 gennaio alla domenica delle Palme), san Eutimio aveva l’abitudine di condurlo con lui al deserto di Rouba per esercitarsi alle più alte virtù, incontrando Dio nel silenzio e l’essenza di tutte le consolazioni. Egli pervenne così all’altezza dei grandi atleti della fede e, dopo la morte di san Eutimio, andò definitivamente a ritirarsi i queste solitudini implacabili per affrontare combattendo singolarmente Satana ed i suoi servitori, avendo come unica arma il segno di Croce e l’invocazione del santo Nome di Gesù.
Dopo quattro anni trascorsi nel deserto, fu guidato da un angelo verso una grotta situata sopra un burrone sulla riva sinistra del Cedron. qui trascorse cinque anni nella contemplazione, poi, assicurato da Dio che il tempo era venuto, cominciò ad accettare discepoli. Egli procurava celle in una delle numerose caverne dei dintorni e insegnava loro attraverso l’esperienza, l’arte della vita solitaria. Poiché i suoi discepoli aveva raggiunto il numero dei settanta, alla preghiera del Santo, Dio fece sgorgare per la loro consolazione una sorgente d’acqua viva nel burrone. Per gli uffici liturgici comuni, i fratelli si riunivano in una vasta grotta a forma di chiesa, che era stata scoperta da san Saba guidato da una colonna di fuoco. La Lavra si ingrandì senza sosta, centocinquanta solitari si erano riuniti, e un gran numero di pellegrini vi accorrevano incessantemente per ritrovale la salute e offrire doni, grazie ai quali era necessario soddisfare tutte le necessità, evitando che i monaci fossero obbligati a mescolarsi nella confusione ed ai tumulti del mondo. Malgrado il suo desiderio di sfuggire al sacerdozio, l’umile Saba fu costretto ad accettare di essere ordinato prete, all’età di cinquantatré anni per garantire il buon ordine della sua truppa spirituale.
Il grande numero di discepoli non gli impedì tuttavia di perseverare nell’amore della vita solitaria e, ogni anno, fedele all’abitudine del suo padre san Eutimio, si ritirava nel deserto profondo per la Grande Quaresima. Fu in una di queste occasioni che si installò su una collina infestata di demoni, chiamata Castellion, e, dopo averla purificata con la sua preghiera, vi fondò un nuovo monastero cenobitico, riservato a monaci già molto esperti. Per coloro che arrivavano rinunciando al mondo, fondò un terzo stabilimento, a nord della lavra, affinché si abituassero alla vita ascetica e alla recitazione dei salmi. Egli non lasciava dimorare nella solitudine se non i monaci più esperti che avevano acquisito il discernimento e la vigilanza sui loro pensieri nonché un cuore umile e una rinuncia perfetta alla propria volontà. Quanto ai giovani ancora imberbi li inviava a formarsi al cenobio di san Teodosio.
In questo periodo, poiché la numerosa popolazione monastica di Palestina era turbata dalle macchinazioni degli eretici monofisiti che si opponevano al Concilio di Calcedonia, il patriarca di Gerusalemme, Sallustio, nominò san Teodosio e san Saba archimandriti ed esarchi di tutti i monasteri dipendenti della Città Santa: Teodosio per i cenobiti e Saba per gli anacoreti e i monaci che dimoravano nelle celle dentro le lavre. Questo irriducibile nemico dei demoni era pieno di dolcezza e affabilità verso gli uomini. È così che, allorché per ben due volte alcuni monaci si rivoltarono, il santo anziano si ritirò, senza cercare di giustificarsi o imporre la sua autorità e non accettò di riprendere la sua carica se non per le insistenze del patriarca.
Avendo acquisito la beneamata impassibilità e incessantemente fissato a Dio, san Saba tranquillizzava gli animi selvatici, guariva i malati e, con la preghiera, attirava le piogge benefiche sulla regione tormentata dalla siccità e dalla carestia. Egli fondò altri monasteri cosicché, oltre alla sua funzione di esarca dei solitari, era l’egumeno si sette comunità. Questo calamizzatore del deserto guidava con saggezza le legioni dei combattenti spirituali e si sforzava di mantenerle nell’umiltà e nella fede. Nel 512, fu inviato con altri monaci a Costantinopoli, presso l’imperatore Anastasio (491 – 518) favorevole alla parte monofisita, per sostenere la fede ortodossa e ottenere degli alleggerimenti fiscali in favore della Chiesa di Gerusalemme. Il povero e umile eremita dai vestimenti a brandelli, scacciato dalla guardia del palazzo come un mendicante, fece sull’imperatore una forte impressione e, durante il lungo soggiorno nella capitale, il sovrano amava farlo venire al suo cospetto per approfittare dei suoi insegnamenti. Al ritorno in Palestina dovette combattere accanitamente contro le imprese del patriarca eretico di Antiochia, Severo. Nel 516, quest’ultimo, dopo aver attirato nuovamente l’imperatore nelle file degli errore, arrivò a far espellere Elia dal seggio di Gerusalemme, ma, istigati da Saba e Teodosio, i monaci si riunirono in più di seimila per convincere il suo successore, Giovanni, a lottare in difesa del Concilio di Calcedonia. Poiché in seguito a questa manifestazione l’imperatore si preparava ad usare la forza, Saba gli inviò, a nome di tutti i monaci di Terra Santa, una audacissima petizione. Lo stesso anno (518) Anastasio morì e, grazie a Dio, la fede fu confermata dal nuovo imperatore Giustino I (518 – 527), che ordinò di piazzare il Concilio di Calcedonia nei santi dittici. San Saba fu allora inviato a Scitopoli e Cesarea per annunciare di persona la vittoria, tra la felicità generale.
Nel 531, a seguito della sanguinosa rivolta dei Samaritani, l’anziano fu inviato di nuovo a Costantinopoli, presso il pio Giustiniano (527 – 565), al fine di ottenere il suo aiuto e la sua protezione. Di ritorno, profetizzò all’imperatore la riconquista di Roma e d’Africa, nonché la vittoria definitiva sul monofisismo e l’origenesimo, che doveva fare la gloria del suo regno.
Accolto con gioia a Gerusalemme, questo infaticabile servitore di Dio, trovò ancora il tempo di fondare il monastero detto “di Geremia”, prima di ritirarsi definitivamente alla Grande Lavra. All’età di novantaquattro anni cadde ammalato e si addormentò nel Signore la domenica 5 dicembre 532. Il suo corpo, miracolosamente conservato incorrotto, fu in seguito deposto nella Lavra alla presenza di una folla immensa di monaci e di laici. Trasferito a Venezia al tempo dei Crociati, è stato recentemente restituito al suo monastero. La Lavra di San Saba, divenuta in seguito monastero cenobitico, ha avuto un posto di primo piano nella storia del monachesimo e della Chiesa di Palestina. Un gran numero di santi lì sono fioriti: san Giovanni Damasceno, san Cosma di Maiuma, santo Stefano, san Andrea di Creta etc.

Le reliquie di San Saba, nel katholikòn della Lavra, ove riposano dal 1965

La cappella della Chiesa di S. Antonin a Venezia, ove si custodiva il corpo del Santo Abate, portate da Acri nel XIII secolo, secondo il Dandolo, o addirittura nel X secondo Marin Sanudo.

***

Σάββα θεόφρον, τῶν Ἀγγέλων Ἰσοστάσιε, ὁμόσκηνε Ὁσίων, συνόμιλε Προφητῶν, Μαρτύρων Ἀπόστόλων συγκληρονόμε, φῶς τὸ ἀνέσπερον, ὁ νῦν κατοικῶν, οὗ ταῖς φρυκτωρίαις, λαμπόμενος ταῖς θείαις, τῷ ἀκροτάτῳ τῶν ἐφετῶν, ὁ παρεστὼς παρρησίᾳ λελαμπρυσμένος, καὶ ἐνηδόμενος αὐτοῦ ταῖς θεωρίαις, καὶ ἐντρυφῶν αὐτοῦ, τῷ κάλλει ἀνενδότως, Χριστὸν ἱκέτευε, Χριστὸν δυσώπει Ὅσιε, δωρηθῆναι τῇ Ἐκκλησίᾳ ὁμόνοιαν, εἰρήνην, καὶ μέγα ἔλεος.

Saba di mente divina, simile agli angeli, compagno dei santi, consorte dei profeti, coerede dei martiri e degli apostoli, ora che abiti la luce senza tramonto, illuminato dai suoi divini fulgori, stando franco e risplendente presso l’apice di ogni desiderio, lieto per la contemplazione di lui, stabilmente godendo della sua bellezza, supplica Cristo, implora Cristo, o santo, perché siano donate alla Chiesa la concordia, la pace e la grande misericordia.

(I stichiròn prosòmio del Vespero bizantino di S. Saba)

sabato 1 dicembre 2018

Note storiche, liturgiche e ascetiche sull'Avvento

L'Avvento incipiente si configura come uno dei grandi periodi di ascesi dell'anno nell'ortoprassi cristiana. E' un periodo di meditazione e di raccoglimento, austero. Di origine monastica, l'ascesi dell'Avvento era anticamente caratterizzata dal digiuno, e ancora lo è nella prassi bizantina, mentre in quella occidentale, secondo il card. Lambertini, i fedeli sono stati sollevati dall'obbligo di digunare in Avvento, pur restando comandato loro compiere un percorso ascetico in questo periodo. Ancorché nettamente meno severo della Quaresima, è nondimeno un periodo di conversione e di penitenza, di esercizio (àskesis) spirituale e fisico, di purificazione per meglio accogliere il Signore che arriva. L’Avvento è una lunga vigilia, una veglia, un periodo di vigilanza che ci prepara per l’arrivo di Cristo, il Re dei Re che inizia il suo regno con la sua umile nascita a Betlemme.
Per meglio comprendere la duplice natura, di attesa e di penitenza, dell'Avvento, sarà d'uopo ripercorrere anzitutto le vicende storiche che portarono alla costituzione di questo tempo, indi le caratteristiche liturgiche di questo periodo e infine riflettere spiritualmente sull'ascesi richiesta da esso.

1. Storia dell'Avvento

Non è noto da quando s'iniziò a osservare un periodo di preparazione per il Natale, che poi assumerà in Occidente il nome di Adventus (la prima attestazione è nei Capitolari di Carlo il Calvo, al sesto capitolo, che sono dell'864). Sappiamo che il Natale iniziò a festeggiarsi nel corso del IV secolo, e siamo certi dell'esistenza della "quaresima di Natale" dal V secolo circa; il Concilio di Tours nel 567 prescrive ai monaci di digiunare ogni giorno more quadragesimali dal primo giorno di dicembre fino al Natale. Ancorché alcuni commentatori lo facciano rimontare agli Apostoli, la cosa pare sospetta, sicché realmente non sappiamo con precisione quale sia stata l'origine storica dell'Avvento.
San Gregorio di Tours (in Historia Francorum) ci riferisce che attorno al 480 il vescovo Perpetuo decretò che dal giorno di S. Martino (11 novembre) sino a Natale i fedeli digiunassero tre volte alla settimana, anziché due come avveniva consuetamente. Ma non è dato sapere se si trattasse dell'istituzione di una nuova pratica, o piuttosto del richiamo all'osservanza di un costume già introdotto da tempo. Secondo alcuni storici, fino alla metà del VI secolo non si ritrovano testimonianze di un digiuno natalizio al di fuori della diocesi di Tours.
Troviamo quindi il nono canone del I Concilio di Mâcon, tenutosi nel 583 e valevole per quasi tutta la Francia, il quale ordina che, durante i 43 giorni che separano la festa di S. Martino dal Natale, si digiuni il lunedì, il mercoledì, il venerdì, e sacrificium celebrabitur ritu quadragesimali. Rabano Mauro pure attesta l'esistenza di questa Quaresima di S. Martino, e molti iniziarono a seguire pratiche più rigorose di quelle prescritte a Macon, digiunando ogni giorno come era stato richiesto ai monaci. E' interessante però notare che nei testi di ambito romano, come nelle omelie di S. Gregorio il Grande, pur trovandosi riferimenti all'Avvento liturgico, non si menziona mai il digiuno. La diffusione in tutto l'Occidente di questa prassi pare nondimeno essere avvenuta nei secoli successivi (S. Beda il Venerabile la menziona per le isole britanniche; un diploma di Astolfo [metà del VIII secolo] per la penisola italica; tale digiuno è inoltre menzionato tra quelli osservati da tutta la Chiesa nella lettera che Papa S. Nicola I rivolge ai convertiti Bulgari).

Nel basso Medioevo il costume pare ormai attestato: S. Pier Damiani parla ancora di una quaresima di 40 giorni di digiuno prima della Natività; nondimeno, leggiamo nella bolla di canonizzazione di S. Luigi di Francia che "lo zelo con cui [egli] osservò il digiuno [di Natale] era un costume ormai più non praticato dai Cristiani". Tant'è che in quei secoli il digiuno fu ridotto, avendo il suo nuovo inizio nella festa di S. Andrea (30 novembre), come già proponevano autori come Raterio di Verona e Abbondio di Fleury. Pare comunque che questo digiuno fosse realmente limitato alla sola astinenza: così il Concilio di Selingstadt (1122), che lo prescrive pei soli chierici, e il Concilio di Salisbury (1281), che lo limita addirittura ai monaci. Tuttavia, Innocenzo III attesta che a Roma questo digiuno si praticasse per intero da tutti ancora nel Trecento, e un'identica nozione possiamo avere per la Francia, secondo quanto ci riferisce il Rationale divinorum officiorum di Guillaume Durand.

L'affievolirsi della pratica si attesta però in tempi brevi: Papa Urbano V, salito al soglio nel 1362, obbligò i membri della sua corte a osservare l'astinenza in questo periodo -segno che non veniva più osservato, non stabilendo più però alcun obbligo per gli altri chierici, né tanto meno pei laici.
Come detto, l'insegnamento definitivo può essere quello dato dal bolognese card. Prospero Lambertini, poi Papa Benedetto XIV, il quale conferma che, pur essendo digiuno e astinenza imposti solo ai religiosi in questo periodo, nondimeno ogni fedele è tenuto a osservare pratiche di mortificazione e ascesi per degnamente prepararsi alla venuta di Nostro Signore Gesù Cristo.

Sull'origine del digiuno nelle altre tradizioni non occidentali, non è dato sapere granché. I commentatori greci fissano la sua origine nella pratica monastica del VI secolo, ma senza portare testimonianze rilevanti. Nella pratica bizantina il digiuno inizia dopo la festa di S. Filippo (15 novembre), ed è nettamente meno rigido della Quaresima, dacché pur vietandosi ogni giorno carne, uova e latticini, sono spesso permessi olio, vino e pesce, anche per via delle numerose feste importanti che cadono in questo tempo.
Un simile digiuno è attestato pure nella Chiesa Armena (principiante il 19 novembre) e in quella Copta, in cui però si osserva un altro piccolo digiuno tre giorni prima dell'inizio di quello d'Avvento, per commemorare il miracolo del movimento del monte Mukattam per opera di S. Simone il Conciatore, occorso nel 975.

2. Storia liturgica dell'Avvento

Dai Sacramentari Gregoriani, pare che anticamente in Roma l'Avvento, inteso stavolta come collazione di uffici propri preparatori alla festa del Natale, abbracciasse cinque domeniche (una simile indicazione è riportata pure nei sacramentari gelasiani, del VII secolo, mentre in quelli leoniani, del VI secolo, non se ne ha traccia; presto iniziano a comparire pure le ufficiature dei giorni delle Tempora d'Avvento). Già nel X secolo la quasi totalità dei commentatori (tra gli altri, Amalario di Metz, S. Nicola I Papa, Bernone di Reichenau e Reterio di Verona) attesta che gli uffici liturgici dell'Avvento si celebrano per sole quattro domeniche.

La Chiesa ambrosiana conta ancor oggi sei settimane nella sua liturgia dell'Avvento; il Messale gotico o mozarabico mantiene la stessa usanza. Per la Chiesa gallicana, i frammenti che Dom Mabillon ci ha conservati della sua liturgia non ci attestano nulla a questo riguardo; ma è naturale pensare con questo studioso la cui autorità è rafforzata anche da quella di Dom Martène, che la Chiesa delle Gallie seguisse su questo punto, come su tanti altri, le usanze della Chiesa gotica. L'Avvento di quattro settimane, sul modello romano, pare nondimeno attestato in molti luoghi: nel Patriarcato di Aquileja la durata per esempio era tale, ma si aggiungevano degli uffici propri per tutti i mercoledì e venerdì d'Avvento, e non solo quelli delle Tempora. 

I testi romani per l'Avvento sono squisitamente poetici e ricchi di riferimenti all'Antico Testamento, particolarmente nelle ufficiature delle ore canoniche, con le loro dolci antifone; benché si celebrino numerosi uffici di Santi, che mantengono le loro proprie gioiose caratteristiche, la liturgia domenicale è resa austera dall'assenza del Gloria. Sull'addobbo delle chiese, gli autori non sono concordi: taluni propongono di seguire le indicazioni (chiare) per la Quaresima, altri chiamano in causa il carattere mite della penitenza dell'Avvento per permettere il suono dell'organo e i reliquiari sull'altare. Il Gavanto sostiene che in Avvento bisognerebbe comunque dimostrare una certa morigeratezza, evitando di decorare gli altari con fiori e reliquiari molto preziosi.
A partire dal XIII secolo circa, il colore liturgico dell'Avvento in Occidente è divenuto il viola; interessante è notare che Papa Innocenzo III ritenesse il nero il colore adatto alla celebrazione di questo tempo (colore sconosciuto alla prassi romana antica, tant'è che non è impiegato nemmeno per le ferie quaresimali laddove moltissimi riti occidentali lo preferiscono). Storicamente dunque pare esser stata preferita la tesi di Durando di Saint-Pourçain, che lamentava la scelta del Pontefice esponendogli le ragioni del viola. Alla terza domenica d'Avvento, la Gaudete, fu poi assegnato il color rosaceo per analogia colla quarta domenica di Quaresima. Alcuni usi locali, come quello di Sarum in Inghilterra o quello mozarabico, fin dall'VIII secolo propendevano per paramenti colorati con una sorta di blu, detto poi blu di Sarum. Anche altre tradizioni locali prediligevano per l'Avvento un viola tendente al blu, mentre per la Quaresima se ne impiegava uno tendente al rosso; in epoca tridentina fu precisato che però il viola prescritto dalle rubriche è uno solo, ed eventuali distinzioni d'intensità non hanno relazione colle norme liturgiche.

La liturgia bizantina non presenta di per sé un insieme di officiature proprie del tempo d'Avvento; alcuni monasteri in Russia presero l'usanza di celebrare in questo periodo le liturgie dei presantificati, come in Quaresima, e celebrare le ore canoniche secondo il rito quaresimale; questa nonpertanto era pratica sconosciuta alla Chiesa Greca e ai suoi libri liturgici: in essi gli unici elementi che richiamano la preparazione alla Natività sono alcune antifone proprie riferite al Natale che si cantano nelle feste e nelle domeniche che cadono dopo il 21 novembre.
Il carattere proprio di questo periodo di avvicinamento al Natale è dato pure dalla disposizione delle feste dei santi: in queste settimane vengono commemorati ad esempio i profeti dell'Antico Testamento che previdero l'Incarnazione, tra i quali Abdia (19 novembre), Naum (1 dicembre), Abacuc (2 dicembre), Sofonia (3 dicembre), Aggeo (16 dicembre), Daniele e i tre giovani (17 dicembre).
La domenica che cade tra l'11 e il 17 dicembre è dedicata ai Patriarchi, da Adamo in poi (Set, Enoch, Noè, Abramo, Giacobbe, Re Davide e molti altri), rammentando così la discendenza di Gesù Cristo. La domenica successiva, quella che cade immediatamente prima di Natale, è, in strettissima relazione colla precedente, dedicata ai Santi Padri, cioè a tutti i giusti, uomini e donne, vissuti dalla Creazione del mondo sino a San Giuseppe. Il vangelo di questa domenica è la Genealogia di Cristo tolta da S. Matteo.
La preparazione prossima al Natale inizia il 20 dicembre, data a partire dalla quale si cantano quotidianamente gl'inni natalizi, e in alcune tradizioni (quella russa ad esempio) s'impiegano già paramenti e addobbi festivi. Questa lunga vigilia culmina con la celebrazione della paramonì (παραμονή), la vigilia vera e propria, il 24 dicembre, con i suoi uffici propri (la Grande Compieta, le Ore Regali...) e il suo strettissimo digiuno.

3. Spunti di ascetica per l'Avvento


Nei tempi moderni, l'ascesi costituisce quasi una sfida, una dura prova a cui è sottoposta la nostra tendenza a una generale rilassatezza e semplificazione che rischia di toccare anche la sfera religiosa. Per poter seguire però con obbedienza i precetti stabiliti dall'ortoprassi, è giovevole conoscere i vantaggi spirituali del digiuno di Natale, il suo scopo e le sue funzioni.

Amma Teodora, una delle Madri del Deserto, diceva che "non è la disciplina spirituale, o la veglia, che ci salvano, se non vi è una genuina umiltà. Infatti, vi era un monaco che cacciava i demoni e soleva dir loro:
'Cosa ti ha fatto uscire? E' stato il digiuno?' ed essi rispondevano: 'Noi non mangiamo né beviamo'
Gli diceva: 'La veglia?' ed essi: 'Noi non dormiamo'.
'Il ritiro dal mondo', ed essi rispondevano: 'Noi esistiamo pure nel deserto'.
'Cosa vi ha fatto uscire allora', ed essi risposero: 'Nulla ci discaccia fuorché l'umiltà'.
Vedi dunque che l'umiltà è vittoriosa sui demoni?"

La vittoria spirituale sui demoni non è certo cosa che accade solo nel deserto o nei monasteri, ma avviene quotidianamente negli umili di cuore. Come i demoni stessi sono stati costretti ad ammettere, loro non mangiano, non dormono, non vivono in città lussuriose e amene (e infatti, forse con sorpresa di taluni, il luogo dove più spesso si manifestano è il deserto, come c'insegnano del resto le vite dei Padri). Non è dunque la pratica in sé che vince i demoni, ma l'umiltà che si conquista attraverso questa pratica ascetica.

Se l'ascesi fosse solo obbedire ciecamente a dei precetti, che vantaggio spirituale ci sarebbe? Anche i demoni lo fanno! Ma la vera lotta spirituale, praticata dai santi monaci ma doverosa per tutti i Cristiani, e di suscitare, conservare e sviluppare, attraverso l'ascesi, l'umiltà, un cuore umile. Difatti i demoni non hanno umiltà, e non possono nemmeno abitare in un cuore umile, perché nei cuori umili Iddio si compiace! E infatti dice l'Altissimo, "che abita l'eternità, il cui nome è Santo: Io abito in un luogo alto e santo, e con colui che è di spirito contrito e umile, per ravvivare lo spirito degli umili e per rianimare il cuore del contrito" (Isaia 57,15).

Il digiuno di Natale non è semplicemente obbedire a una serie di regole alimentari (che infatti, in Occidente sono state tolte per i semplici laici, lasciando a ciascuno l'obbligo però di individuare col proprio padre spirituale una via ascetica per santificare questo tempo), sibbene il suo scopo è preparare un cuore umile in cui Nostro Signore Gesù Cristo nascente possa trovare un luogo ove abitare. L'umiltà purifica il nostro cuore, attraverso l'ascesi, il digiuno e il sacramento della penitenza.

"Ogni confessione genuina rende umile l'anima. Quando prende la forma di ringraziamento, insegna all'anima che è stata guidata dalla grazia di Dio. Quando prende la forma di accusa dei propri peccati, insegna all'anima che la colpa delle cattive azioni è della propria deliberata indolenza.
La confessione ha infatti due forme. La prima è ringraziare per le benedizioni ricevute; la seconda è mettere luce ed esaminare gli errori che abbiamo commesso. S'impiega il termine "confessione" sia per il ringraziamento per le benedizioni che abbiamo ricevuto per grazia divina, sia per l'ammissione dei peccati che abbiamo commessi per nostra colpa. Entrambe le forme sono infatti sorgenti di umiltà. Chi infatti ringrazia Dio per le grazie ricevute, e chi esamina se stesso per le offese compiute, sono entrambi umiliati. Il primo giudica se stesso indegno di quanto gli è stato donato; il secondo implora perdono pei propri peccati." (S. Massimo il Confessore, Filocalia)

mercoledì 28 novembre 2018

Messa cantata per S. Nicola il 6 dicembre

Chiesa di S. Simon Piccolo - Venezia


Giovedì 6 dicembre
ore 18.30

S. Messa cantata
in festo S. Nicolai Ep. et Conf.

per le cure del Circolo Traditio Marciana
in onore del suo Compatrono

martedì 27 novembre 2018

Catechesi sul Giudizio Universale

di padre Joseph Kramer

Esistenza del Giudizio generale

1. Poche verità sono più spesso o più chiaramente proclamate nella Scrittura che quella del giudizio generale. Ad essa i profeti dell'Antico Testamento si riferiscono quando parlano del "Giorno del Signore" (Gioele 3: 4; Ezechiele 13: 5; Isaia 2:12), in cui le nazioni saranno convocate in giudizio. Nel Nuovo Testamento la seconda Parusia, o venuta di Cristo come Giudice del mondo, è una dottrina spesso ripetuta. Lo stesso Salvatore non solo predice l'evento, ma ritrae graficamente le sue circostanze (Matteo 24:27; 25:31.). Gli Apostoli danno un posto di primo piano a questa dottrina nella loro predicazione (Atti 10:42, 17:31) e scritti (Romani 2: 5-16; 14:10; 1 Corinzi 4: 5; 2 Corinzi 5:10; 2 Timoteo 4: 1; 2 Tessalonicesi 1: 5; Giacomo 5: 7). Oltre al nome Parusia (parusia), o Avvento (1 Corinzi 15:23; 2 Tessalonicesi 2:19), la Seconda Venuta è anche chiamata Epifania, epifania o Apparizione (2 Tessalonicesi 2: 8; 1 Timoteo 6:14; 2 Timoteo 4: 1; Tito 2:13), e Apocalisse o Rivelazione (2 Tessalonicesi 2: 7; 1 Pietro 4:13). Il tempo della Seconda Venuta è detto "quel giorno" (2 Timoteo 4: 8), "il giorno del Signore" (1 Tessalonicesi 5: 2), "il giorno di Cristo" (Filippesi 1: 6 e 2: 16), "il giorno del Figlio dell'uomo" (Luca 17:30), "l'ultimo giorno" (Giovanni 6: 39-40).

2. La credenza nel giudizio generale ha prevalso in ogni momento e in tutti i luoghi della Chiesa. È contenuto come un articolo di fede in tutti i credi antichi: "Salì in cielo, da lì verrà per giudicare i vivi e i morti" (Credo degli Apostoli). Verrà di nuovo con gloria per giudicare sia i vivi che i morti "(Credo di Nicea)." Di lì verrà per giudicare i vivi e i morti, alla cui venuta tutti gli uomini devono risorgere con i loro corpi e devono rendere conto delle loro azioni "(Credo di S. Atanasio) universale. La testimonianza patristica di questo dogma del giudizio universale è chiara e unanime.

Segni che devono precedere il Giudizio generale

Le Scritture menzionano alcuni eventi che devono aver luogo prima del giudizio finale. Queste predizioni non erano intese come indicazioni del tempo esatto del giudizio, poiché, come dice Cristo, quel giorno e quell'ora sono noti solo al Padre e arriveranno quando meno se lo aspettano. I segni devono prefigurare l'ultimo giudizio e mantengono la fine del mondo presente nelle menti dei cristiani, senza tuttavia eccitare inutili curiosità.
I teologi di solito elencano i seguenti sette eventi come segni del giudizio finale:
Predicazione generale della religione cristiana
Riguardo a questo segno il Salvatore dice: "E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, per una testimonianza a tutte le nazioni, e allora verrà il compimento" (Matteo 24:14). Secondo la maggioranza degli interpreti, Cristo sta parlando della fine del mondo.

Una grande apostasia

Per quanto riguarda questo evento, San Paolo ammonisce i Tessalonicesi (2 Tessalonicesi 2: 3) che non devono essere terrorizzati, come se il giorno del Signore fosse vicino, perché deve prima venire una grande apostasia. Per i Padri e gli interpreti la grande apostasia vuol dire una grande riduzione del numero dei fedeli attraverso l'abbandono della religione cristiana da parte di molte nazioni. Alcuni commentatori citano come conferma di questa credenza le parole di Cristo: "Ma tuttavia il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà, pensi, fede sulla terra?" (Luca 18: 8).
Il regno di Anticristo
Nel passaggio sopra menzionato (2 Tessalonicesi 2: 3 ss.) San Paolo indica come un altro segno del giorno del Signore, la rivelazione dell'uomo del peccato, il figlio della perdizione. "L'uomo del peccato" qui descritto è generalmente identificato con l'Anticristo, il quale, dice San Giovanni (1 Giovanni 2:18), arriverà negli ultimi giorni. Sebbene su questo argomento prevalga molta oscurità e divergenza di opinione, è generalmente ammesso dai precedenti e da altri testi che prima della Seconda Venuta sorgerà un potente avversario di Cristo, che sedurrà le nazioni con le sue meraviglie e perseguiterà la Chiesa.
Straordinarie perturbazioni della natura
Le Scritture indicano chiaramente che il giudizio sarà preceduto da turbamenti insoliti e terrificanti dell'universo fisico (Matteo 24:29, Luca 21: 25-26). Le guerre, le pestilenze, le carestie e i terremoti predetti in Matteo 24: 6.  - le calamità degli ultimi tempi.

La conflagrazione universale

Negli scritti apostolici ci viene detto che la fine del mondo sarà determinata da una conflagrazione generale, che tuttavia non annienterà la creazione presente, ma cambierà forma e aspetto (2 Pietro 3: 10-13; 1 Tessalonicesi 5: 2; Apocalisse 3: 3 e 16:15). Le scienze naturali mostrano la possibilità che una tale catastrofe sia prodotta nel normale corso degli eventi, ma i teologi tendono generalmente a credere che la sua origine sarà del tutto miracolosa.

La tromba della risurrezione

Diversi testi del Nuovo Testamento menzionano una voce o una tromba che risveglierà i morti alla risurrezione (1 Corinzi 15:52; 1 Tessalonicesi 4:15; Giovanni 5:28). Secondo San Tommaso (Supplemento 86: 2) vi è riferimento in questi passaggi o alla voce o all'apparizione di Cristo, che causerà la risurrezione dei morti.

"Il segno del Figlio dell'Uomo che appare nei cieli"

In Matteo 24:30, questo è indicato come il segno che precede immediatamente l'apparizione di Cristo per giudicare il mondo. Con questo segno i Padri della Chiesa generalmente comprendono l'apparizione nel cielo della Croce su cui è morto il Salvatore o di una meravigliosa croce di luce.

Circostanze che accompagnano il Giudizio generale

Tempo

Come detto sopra, i segni che precedono il giudizio non forniscono un'indicazione accurata del momento in cui avverrà (Marco 13:32). Quando i discepoli chiesero al Salvatore: "Signore, vuoi che in questo momento ristabilisca il regno in Israele?" Rispose: "Non è per te che tu sappia i tempi o i momenti che il Padre ha messo in suo potere" (Atti 1: 6-7). L'incertezza del giorno del giudizio è continuamente sollecitata da Cristo e dagli Apostoli come incentivo alla vigilanza. Il giorno del Signore verrà "come un ladro" (Matteo 24: 42-43), come un lampo che appare all'improvviso (Matteo 24:27), come una trappola (Luca 21:34), come il Diluvio (Matteo 24:37).

Luogo del giudizio

Tutti i testi in cui si fa menzione della Parusia, o Seconda Venuta, sembrano implicare abbastanza chiaramente che il giudizio generale avrà luogo sulla terra. Alcuni commentatori deducono da 1 Tessalonicesi 4:16 che il giudizio si terrà nell'aria, il nuovo essere portato nelle nuvole per incontrare Cristo; secondo altri la profezia di Gioele (3: 1 ss.) pone l'ultimo giudizio nella Valle di Giosafat.

Il Giudice

Che questo giudizio sia attribuito a Cristo, non solo come Dio, ma anche come Uomo, è espressamente dichiarato nella Scrittura; poiché sebbene il potere di giudicare sia comune a tutte le Persone della Trinità, tuttavia è attribuito specialmente al Figlio, perché a Lui anche in modo speciale è ascritta la saggezza. Ma che Cristo come uomo giudicherà il mondo è confermato da Cristo stesso (Giovanni 5: 26-28). Alla seconda venuta Cristo apparirà nei cieli, seduto su una nuvola e circondato dalle schiere angeliche (Matteo 16:27, 24:30, 25:31). Gli angeli serviranno il giudice (Matteo 24:31). Gli eletti aiuteranno Cristo in una capacità giudiziaria (1 Corinzi 6: 2). La vita dei giusti sarà di per sé una condanna dei malvagi (Matteo 21:41), la cui punizione sarà approvata pubblicamente. Ma gli Apostoli saranno giudici del mondo poiché la promessa di sedere su dodici troni per giudicare le dodici tribù di Israele (Matteo 19:28) sembra implicare una reale partecipazione all'autorità giudiziaria. Secondo un'opinione molto probabile, questa prerogativa è estesa a tutti coloro che hanno adempiuto fedelmente i consigli del Vangelo (Matteo 19: 27-28). Non si sa nulla del modo in cui verrà esercitata questa autorità delegata. San Tommaso congettura che i più grandi santi faranno conoscere la frase di Cristo agli altri (Supplemento 88: 2).

Chi sarà giudicato

Tutti gli uomini, sia buoni che cattivi, secondo il Simbolo Atanasiano, appariranno nel giudizio per rendere conto delle loro azioni. Gli angeli e i demoni non saranno giudicati direttamente, poiché il loro destino eterno è già stato fissato.

Oggetto del Giudizio

Secondo i teologi il giudizio abbraccerà tutte le opere, buone o cattive, perdonate come pure i peccati imperdonati, ogni parola oziosa (Matteo 12:36), ogni pensiero segreto (1 Corinzi 4: 5). Con l'eccezione di Pietro Lombardo, i teologi insegnano che anche i peccati segreti dei giusti saranno resi manifesti, affinché il giudizio possa essere completo e che la giustizia e la misericordia di Dio possano essere glorificati. Ciò non farà soffrire o imbarazzare i santi, ma aggiungerà alla loro gloria, proprio come il pentimento di San Pietro e Santa Maria Maddalena è per questi santi una fonte di gioia e onore.

Forma del Giudizio

La procedura del giudizio è descritta in Matteo 25: 31-46 e nell'Apocalisse 20:12. I commentatori vedono in quei passaggi descrizioni allegoriche intese a trasmettere in modo vivido il fatto che nel giudizio finale la condotta e i deserti di ciascun individuo saranno resi evidenti non solo alla propria coscienza, ma alla conoscenza del mondo riunito. È probabile che non si pronuncino parole nel giudizio, ma che in un istante, attraverso un'illuminazione divina, ciascuna creatura comprenderà completamente la propria condizione morale e quella di ogni altra creatura (Romani 2:15). Molti credono, tuttavia, che le parole della frase: "Vieni, benedetto", ecc. E "Allontanati da me", ecc. Saranno veramente indirizzate da Cristo alla moltitudine dei salvati e dei perduti.

Risultati del Giudizio generale

Con l'adempimento della sentenza pronunciata nel giudizio finale, i rapporti e le relazioni del Creatore con la creatura trovano il loro culmine, sono spiegati e giustificati. Essendo compiuto lo scopo Divino, la razza umana raggiungerà, come conseguenza, il suo destino finale. Il regno di Cristo sull'umanità sarà il seguito del Giudizio Generale.