domenica 31 marzo 2019

Note sulla Domenica "Laetare"

La IV domenica di Quaresima

Brani liberamente tratti e adattati da: Dom Prosper Gueranger, "L'anno liturgico" e Card. Ildefonso M. Schuster, "Liber Sacramentorum III"

Questa Domenica chiamata Laetare, dalla prima parola dell'Introito della Messa, è una delle più celebri dell'anno. In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione; si fa risentire l'organo, rimasto muto nelle tre Domeniche precedenti; il diacono riveste la dalmatica e il suddiacono la tunicella; è consentito sostituire i paramenti violacei coi paramenti rosa. Gli stessi riti li abbiamo visti praticare durante l'Avvento, nella terza Domenica chiamata Gaudete. Manifestando oggi la Chiesa la sua allegrezza nella Liturgia, vuole felicitarsi dello zelo dei suoi figli; avendo essi già percorso la metà della santa quaresima, vuole stimolare il loro ardore a proseguire fino alla fine.


La Stazione è, a Roma, nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme, una delle sette principali chiese della città eterna.


Ad imitazione delle Chiese bizantine che la III domenica di quaresima celebrano una festa in onore del santo Legno della Croce, la liturgia romana dedica questa domenica, denominata già in vigesima, a celebrare le glorie del Vessillo trionfale della redenzione. Una parte considerevole del Legno della Santa Croce si custodisce sin dai tempi di sant'Elena nella basilica in aedibus sessoriis: di qui il motivo dell'odierna stazione. Questo venerando tempio coi suoi santuari ante Crucem e post Crucem vuole essere in Roma una libera riproduzione del Martyrion Gerosolimitano. Con questo proposito, ella vi fece trasportare una grande quantità di terra prelevata sul Monte Calvario, e depositò in questo tempio, insieme ad altri cimeli della Passione, l'iscrizione sovrapposta sulla testa del Salvatore mentre spirava sulla Croce; tale scritta ivi ancora si venera sotto il nome del Titolo della Croce. Il suo titolo primitivo era Basilica Heleniana, ovvero comunemente Sancta Hierusalem, donde le frequenti allusioni a Gerusalemme nella messa d'oggi. Il nome di Gerusalemme legato a questa Basilica ravviva tutte le speranze del cristiano. perché gli ricorda la patria celeste, la vera Gerusalemme dalla quale siamo ancora esiliati.

Nel Medio Evo, almeno a partire dal Pontificato di Papa Leone IX (+1054, ancorché il Moroni la faccia risalire a tempi ancora più antichi), fino al trasferimento dei Papi ad Avignone, il Sommo Pontefice andava alla stazione a Santa Croce in Gerusalemme tenendo in mano una rosa d'oro, di cui poi spiegava al popolo il mistico significato. Nel ritorno, ne faceva un presente al prefetto di Roma, donde è nato l'uso ancor oggi vigente, che la rosa d'oro benedetta dal Pontefice venga inviata in dono a qualche principe cattolico. È difficile di rintracciare l'origine di questa solennità, che circonda a Roma d'un carattere speciale la IV domenica di quaresima. Può essere che derivi dalla festa bizantina di mezza-quaresima, ma non è da rigettarsi affatto l'ipotesi che nell'odierna solennità, sotto il nome di Dominica in vigesima riconosca l'antico caput jejunii romano, tre settimane prima di Pasqua.

Rosa d'oro offerta da Papa Pio VII
all'imperatrice Carolina Augusta
d'Austria
La benedizione della Rosa è dunque ancora oggi uno dei particolari riti della quarta Domenica di Quaresima, per la quale ragione viene anche chiamata la Domenica della Rosa. I graziosi pensieri che ispira questo fiore sono in armonia coi sentimenti che oggi la Chiesa vuole infondere nei suoi figli, ai quali la gioiosa Pasqua presto aprirà una primavera spirituale, in confronto della quale la primavera della natura non è che una pallida idea. Anche questa istituzione risale ai secoli più lontani. La fondò san Leone IX, nel 1049, nell'abbazia di S. Croce di Woffenheim; e ci resta un sermone sulla Rosa d'oro, che Innocenzo III pronunciò quel giorno nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme (PL 217, 393). Nel Medio Evo, quando il Papa risiedeva ancora al Laterano, dopo aver benedetta la Rosa, seguiva in corteo tutto il sacro Collegio, verso .a chiesa della Stazione, portando in testa la mitra e in mano questo fiore simbolico. Giunto nella Basilica, pronunciava un discorso sui misteri rappresentati dalla Rosa per la sua bellezza, il suo colore e il suo profumo. Quindi si celebrava la Messa; terminata la quale, i1 Pontefice ritornava al palazzo Lateranense, attraversando la pianura che separa le due Basiliche, sempre con la Rosa in mano. Arrivato alla soglia del palazzo, se nel corteo era presente un principe, toccava lui reggere la staffa ed aiutare il pontefice a smontare dal cavallo; in ricompensa della sua cortesia riceveva la Rosa, oggetto di tanto onore.

Ai nostri giorni la funzione non è più così imponente; ma ne ha conservati tutti i principali riti. Il Papa benedice la Rosa d'oro nella Sala dei Paramenti, la unge col sacro Crisma e sopra vi spande una polvere profumata, conforme il rito d'un tempo; e quando arriva il momento della Messa solenne, entra nella Cappella del palazzo, tenendo il fiore fra le mani. Durante il santo Sacrificio la rosa viene posta sull'altare e fissata sopra un rosaio d'oro fatto a questo scopo; finalmente, terminata la Messa, la si porta al Pontefice, il quale all'uscire dalla Cappella la tiene sempre fra le mani fino alla Sala dei Paramenti. Molto spesso il Papa suole inviare la Rosa a qualche principe o principessa che intende onorare; altre volte è una città oppure una Chiesa che vien fatta oggetto di una tale distinzione. A chi la riceve in dono vien riconosciuto di portare il buon odore di Cristo con la vita e le opere al servizio della Chiesa. Anche il dono a una chiesa riconduce allo stesso significato: portare Cristo al mondo

Il rito papale della IV domenica di Quaresima

Tratto da: Francesco Cancellieri, "Descrizione delle Cappelle Pontificie e Cardinalizie di tutto l’anno", capo VII

La veste rosa secca dei Cardinali
Questa mattina canta Messa un Cardinal Prete. L’Altare è ornato con otto Statue d’argento, se la Cappella si fa alla Sistina, e con tredici, se si fa alla Paolina al Quirinale. Tutto il S. Collegio viene in Sottana, Mozzetta, e Mantelletta di color Rosa secca, come nella terza Domenica dell’Avvento, colle Cappe violacee.
Il Papa ancora viene in Piviale di color rosaceo, consimile al colore del Trono, ed anche il Celebrante co’ sacri Ministri. Il Diacono porta la Dalmatica, e il Suddiacono la Tonicella, e non già le Pianete piegate. Poichè tutta la Messa di questo giorno eccita all’allegrezza, interponendosi dalla Chiesa questo giubilo spirituale, per ristorare i Fedeli dall’afflizione del digiuno.
Il Papa unge col Balsamo del Perù, e col muschio, e benedice la Rosa d’oro nella stanza de’Paramenti, prima di venire in Cappella. Il Vaso col suo coperchio, in cui si contiene il Balsamo, è di argento. L’altro che serve pel muschio, è di avorio con piede, e coperchio simile, guarnito d’argento dorato, con un dente, o lingua serpentina impietrita nella Coppa.
Un picciolo Cucchiarino d’oro con uno Zaffiro in breccia incastrato nel mezzo serve per pigliare il Muschio, ed un altro di argento dorato per prendere il balsamo.
Varj sono stati i disegni, che si sono usati in diversi tempi, de’ vasi, o de’ piedi per questa Rosa. Presentemente ha un piede triangolare col suo balaustro, sopra di cui sorge un ramo spinoso con varie Rose, ed una in cima più grande, in cui v’ha una picciola Crate, o sia Lamina forata, dove il Papa nella benedizione pone il balsamo, e il Muschio. Tanto il piede, nelle cui tre facciate v’è lo stemma del Papa, quanto il Ramo, e le Rose, sono tutte d’oro.
Dopo che la Rosa è stata benedetta vien portata in Cappella da un Chierico di Camera in Cotta, e Rocchetto, che la consegna a mons. Sagrista, il quale la colloca sopra l’Altare sotto la Croce, d’onde la rileva, per farla riportare dal medesimo Chierico di Camera, dopo la Messa, nella stanza de’ Paramenti, in una picciola Mensa fra due Candelieri. Poi si ripone, e si conserva per regalarsi a qualche Personaggio, come ha fatto il Regnante Pontefice all’Arciduchessa di Austria Maria Cristina, ed alla di lei Sorella Arciduchessa Amalia.
L’Introito si canta in contrapunto. Sermoneggia il P. Procurator Generale de’ Carmelitani. Il mottetto Cantemus Domino dopo l’Offertorio, è di Matteo Simonelli, con seconda parte. Il Deo gratias si canta.
Rosa d'oro offerta da Papa
Giovanni XXII a Rodolfo
III di Nidau (1330)
Questa Domenica viene frequentemente chiamata Domenica Laetare, dall’Introito preso dalle parole d’Isaia (LXVI. 10). Dicesi ancora Dominica panum dall’Evangelio, in cui si narra la prodigiosa moltiplicazione de’ pani nel Deserto. Ma più communemente si appella Dominica Rosae, Rosarum, o de Rosa, dalla Rosa d’oro, che per antichissimo uso il Papa suol benedire in questo giorno.
Il P. Calmet (In Probatione Historica Lotharingiae Tom. I, col. 427) è stato il primo a scuoprire la vera origine del Rito, che ha dato questo nome alla presente Domenica. S. Leone IX ereditò fra’ suoi beni patrimoniali il Monastero di S. Croce in Alsazia, e vendicollo in libertà, assoggettandolo immediatamente alla S. Sede. E per eternare la memoria di questa esenzione, gl’impose il tributo annuo di una Rosa d’oro di due oncie, da portarsi in mano da lui, e da’ suoi successori nella quarta Domenica di Quaresima, celebrando nella Basilica di S. Croce di Gerusalemme. E così sotto il nome di Tributo, o Censo pagato da un Monastero posto in libertà, venivasi a simboleggiare la misteriosa allegrezza del Popolo d’Israello, liberato dalla schiavitù Babilonica, a cui si allude nel lieto uffizio di questo giorno.
Nel breve corso di un mezzo Secolo, queto semplice Tributo di un Monastero esente divenne regalo degno de’ Principi. Poichè si legge presso Dachery (T.X. Spicilegii p. 396), e Luca Olstenio (Colleg. Rom. P. 11. P. 222), che questo Fiore fu regalato nel 1096 da Urbano II, dopo la celebrazione del Concilio di Tours, a Fulcone Conte d’Angers, il quale grato di quest’onore fissò, che dovesse esser portato da sè, e da’ suoi successori nel giorno delle Palme.

Nel 1230 s’introdusse il costume di aggiungere a questa Rosa le qualità esterne del suo Fiore, tingendo l’oro di rosso, e spargendola di muschio; e di spiegarsi il mistero del colore, e dell’odore della Rosa naturale, dallo stesso Pontefice con un Sermone, per l’istruzione del Popolo, come ci attestano il Canonico Benedetto (In Ord. XI. num. 36), il Diploma di Alessandro III, che la regalò a Ludovico VII Re di Francia (T.X. Concil. p. 1360. E in T. IV. Hist. Francor. a pg. 768) e il Durando (Rational. lib. cap. 53 num. 10). Ma sopra tutto ce ne convince il Sermone d’Innocenzo III su questo argomento.
Sappiamo poi da Cencio Camerario (Ord. XII. num. 17), che nello stesso Secolo XII s’ incominciò ad aggiungere al muschio anche il balsamo. Sembra, che si cessasse di colorir l’oro, quando s’introdusse l’uso di collocare un Rubino in mezzo alla Rosa, per renderla più preziosa, senza alterarne le qualità, come poi si è sempre praticato, anche quando si è ridotta la semplice Rosa ad un Ramo di Rose vago, e fiorito, come or lo vediamo. Questa variazione dev’esser seguita prima di Sisto IV, che un anno in vece della Rosa, benedisse una Quercia d’oro, rappresentante il suo Stemma, che mandò in dono alla Cattedrale di Savona sua Patria. Pio II sermoneggiò sopra la Rosa, secondo l’antico costume, che però, come apparisce da Pietro Amelio (Ord. XV. num. 48), era già divenuto arbitrario, e poi andò affatto in disuso.
Ma benchè si variassero le circostanze, che accompagnavano le qualità della Rosa, si conservò l’uso di mandarla in dono a qualche Principe, ovvero di regalarla a qualche nobile Personaggio, che si trovasse in quel dì presente alla Sacra Funzione. Questi per lo più era il Prefetto di Roma (Felix Contelorius de Praefecto Urbis. Romae 1631. 4. Gaet. Cenn del Prefetto di Roma a tempo de’Re, e della Repubblica, a tempo degli Augusti, e Re d’Italia, e sotto i Rom. Pontefici. nel T. I. delle sue Dissert. Postume p. 269), vestito di scarlatto, o di porpora, colle calze di color oro, che accompagnava a piedi il Papa, che cavalcando portava la Rosa in mano fino al Palazzo Lateranense, dove smontava, e ivi baciandogli i piedi, ricevea il dono della Rosa.

Convien però avvertire, che non tutti ebbero questa Rosa benedetta, come molti han creduto, quasi che sia tanto antica la Rosa d’oro, quanto la sua benedizione. Questa certamente non può attribuirsi nè a Urbano V, nè ad Innocenzo IV, a cui sia assegna dall’Autore della sua vita, a cui si assegna dall’Autore della sua vita, seguito dal Martene (De Rit. Ant. Diss. XIX num. XVII); ma è posteriore a Niccolò V, giacchè niuna menzione di questa benedizione si fa negli Ordini da noi citati, e la prima volta che si nomina, è nel Cerimoniale di Cristofaro Marcello. Paolo III tolse l’uso, introdotto da Paride de Grassi sotto Giulio II, Leone X, e Clemente VII, di ungerla col Crisma; e il Rito prescritto dal suddetto Cerimoniale di ungerla col balsamo, di sovrapporvi il muschio, di benedirla, ed’ incensarla, è perseverato fino a’ nostri tempi.

Testo della benedizione della rosa

V. Adjutórium nóstrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Orémus.
Deus qui es lætítia et gáudium omnium fidélium, majestátem tuam supplíciter exorámus ut hanc Rosam odore visuque gratíssimam, quam hodiérna die in signum spiritúalis lætítiæ in mánibus gestámus, bene + dícere et sancti + ficáre tua pietáte dignéris, ut plebs tibi dicáta ex jugo Babilónicæ captivitátis edúcta, per Unigéniti Filii tui grátiam cæléstis Jerúsalem gáudium sincéris córdibus repræséntet. Et quia ad honórem nóminis tui Ecclésia tua hoc signo hodie exúltat et gáudet, tu ei, Dómine, verum et perféctum gáudium et grátiam tuam largiáris, ut per fructum boni óperis in odórem illíus floris tránseat qui de radíce Jesse prodúctus, flos campi, lílium convállium mystice prædicátur. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spíritus Sancti Deus per omnia saécula saeculórum. R. Amen.

Postea imponit incensum in thuribulo. Deinde Rosam ungit balsamo imponitque ei muscum: aspergit aqua benedicta et adolet incenso.

Paolo VI compie i riti di benedizione della rosa d'oro (1967)

Destinatarj della Rosa d'oro

La ricevettero tra gli altri Enrico VIII re d'Inghilterra, il conte Amedeo VI di Savoia nel 1364, per aver combattuto i turchi e riconquistato Gallipoli, Federico il Savio elettore di Sassonia, Ludovico III Gonzaga marchese di Mantova per aver ospitato nel 1459 il concilio di Mantova.
Gli ultimi latori della Rosa d'Oro,
Principi Luigi Massimo Lancellotti
e Giuseppe Dalla Torre del Tempio
di Sanguinetto
In origine era destinata a re o regine, ma dopo il 1759 esclusivamente alle regine. Le ultime a riceverlo furono: Isabella del Brasile reggente dell'Impero brasiliano (1888) per l'abolizione della schiavitù in Brasile, Vittoria Eugenia di Battenberg regina di Spagna (1923), Elisabetta di Wittelsbach (1925) ed Elena di Savoia (1937). Nel 1956 fu concessa alla granduchessa Carlotta del Lussemburgo.
Inoltre, la rosa d'oro può essere recata anche a un santuario. La basilica di San Marco a Venezia la ottenne da Papa Gregorio XVI nel 1833. 
Nell'antica corte pontificia esisteva l'incarico di latore della rosa d'oro, affidato ad un cameriere laico, generalmente un principe romano, che s'incaricava di consegnare materialmente una rosa d'oro alle personalità, o ai santuari, a cui era indirizzata dal papa. La carica di latore della Rosa d’Oro venne istituita come carica di corte stabile da papa Leone XIII nel 1893 con personaggi spesso provenienti dal mondo della diplomazia pontificia. Tale carica venne ricoperta dal conte Soderini fino al 1910 quando Pio X decise di abolirla in quanto giudicata non stabile. La carica venne in seguito ripristinata da Pio XII nel 1941 quando essa venne attribuita a due principi romani, Luigi Massimo Lancellotti ed Enrico Barberini  (quest’ultimo morto nel 1958 e sostituito dal conte Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto).

In questa pagina di wikipedia è elencata gran parte dei sovrani cui fu fatto dono della Rosa d'Oro nei secoli.

venerdì 29 marzo 2019

Aneddoti da un monastero (parte 1) - S. Giovanni Climaco

Nel IV grado della sua "Scala del Paradiso", S. Giovanni Climaco tratta la virtù dell'obbedienza. Il capitolo, abbastanza lungo, contiene una serie di aneddoti sulla vita in un monastero i cui monaci hanno raggiunto vette di perfezione spirituale veramente notevoli.


Paolo Uccello, Tebaide, 1460 circa
[...] Imperò che essendo io in uno monasterio, vidici una spaventosa giudiciaria sentenzia d'uno buono giudice e pastore, che vegnendo uno ladrone a quello monasterio per essere monaco, quello abate, ch'era perfetto pastore e medico dell'anima, il fece stare sette dì in tutta quiete solamente a vedere lo stato ed il modo del monasterio, poi segretamente il dimandò se gli piacea di rimanere con loro; e vedendo che veramente era compunto e contento di dimorare con loro, sì 'l dimandò che volea sapere qual cosa disonesta avea fatta ne mondo; e vedendo che chiaramente e prontamente tutti gli suoi difetti gli avea confessati, tentando, disse a lui: "Io voglio che tutti questi difetti tu manifesti a tutti gli frati:" e quegli che veramente avea in odio tutto il suo peccato, disprezzando ogni vergogna, sanza dubitazione gli promise e disse: "Se tu vuogli, io la manifesterò in mezzo della città d'Alessandria". Poi il pastore fece tutti i monaci ragunare nella chiesa, li quali erano dugentotrenta, e compiuto lo capitolo della domenica, poi che fu detto il Vangelio, essendo tutti li monaci schierati dianzi alla porta della  chiesa, l'abate stando nella porta della chiesa, fece quel peccatore sanza peccato in questo modo menare, col capo impolverato, ed altri lo tirava dinanzi colla fune, colla quale era legato, altri lo venia temperatamente battendo di dietro; e per l'aspetto di queste cose tutti li frati incontanente furono commossi a pianto, però che niuno sapea perché si facea questa cosa. Ed appressandosi alla porta della chiesa, quello santo padre e benigno giudice gridò con gran voce a lui, dicendo: "Sta fermo, he non se' degno d'entrare in questo luogo santo"; e quegli essendo sbigottito per quella voce dell'abate (però che com'egli poi affermava con giuramenti, non pensò di avere udita voce umana, ma d'un tuono), cadde incontanente a terra con grande tremore e paura e contrizione; e giacendo in terra così boccone tutto lo spazzo bagnò di lagrime, e permise quello maraviglioso medico, il quale in tutte queste cose procurava la sua salute, e dava forma della salute e della manifesta ed efficace umiltà a tutti gli suoi monaci, che dicesse specificatamente tutti gli suoi peccati dinanzi a tutti gli frati; e quegli con paura ogni cosa confessava, cose orribili ad audire, non solamente di peccati carnali secondo natura e contro natura, con creature ragionevoli e non ragionevoli, ma ogni altra maniera di peccato ed omicidii, e cose che non sono da dire; ed essendo confessato in questo modo, incontanente l'abate il fece vestire, e miselo in fra' monaci. Ed ammirandomi io della sapienzia di quel santo, lo domandai da parte, per qual cosa aveva tenuto questo modo così nuovo; ed egli ch'era verace medico delle anime, disse che per due cose l'avea fatto: la prima che per questa vergogna fu liberato dalla vergogna finale, però che innanzi che si partisse di quello luogo, ricevette la remissione di tutti li suoi peccati; e non ti para forte a credere, però che uno de' frati che vi fu presente, mi disse che quando quegli si confessava, vide stare appresso di lui uno uomo terribile colla carta e colla penna in mano, e com'egli confessava, così colla penna cancellava, secondo la parola del santo profeta, che disse a Dio: Io confesserò la mia iniquità, e tu, Signore, rimetterai la impietà del mio peccato. La seconda cagione è imperò che abbo frati, che ànno peccati non confessati, e per questa confessione tutti sono confortati a confessarsi, sanza la qual confessione niuno riceverà remissione. Vidi in quello monasterio ne' monaci e nell'abate molte cose degne d'ammirazione ed utili a ricordare, delle quali alcune mi studierò di manifestare, però ch'io dimorai con loro non poco tempo per vedere la loro conversazione, maravigliandomi grandemente, come quegli uomini terreni seguitavano stato angelico, però che tra loro era uno legame d'amore e di carità insolubile; e cosa che era ancora più ammirabile, che amandosi così perfettamente, erano liberi di ogni speziale parlare e confidenza ed affetti singulari, e sopra ogni cosa si studiavao di non offendere in niuna cosa la coscienzia de' loro compagni. E quando fosse alcuno veduta avere odio inverso l'altro frate, l'abate lo cacciava fuori dal monasterio, e mandavalo alla carcere; ed una fiata uno frate che disse all'abate male del prossimo suo, inconanente comandò che fosse cacciato fuori del monasterio, e disse che tanto si doveva permettere, che'l diavolo visibile dimorasse nel monastero, quanto l'invisibile.
Vidi a poco a poco in quelli santi cose veramente utili e degne d'essere manifestate, cioè fraternitade secondo Iddio adunata e legata in carità, nelli quali era mirabile operazione, e contemplazione, li quali così avevano cura l'uno dell'altro nelli esercizii e profitti spirituali, che quasi non abbisognavano d'essere sollicitati dal prelato, ma spontaneamente alla vigilia divina erano sollicitati l'uno dall'altro; ed era fra loro alcuni modi ed ordinamenti pensati e fermati da loro medesimi, molto a Dio piacevoli; che cominciato a dire male d'altrui, giudicare, o condannare, o fare parlari oziosi, l'altro frate gli facea segno celato col volto, e facealo cessare da quello difetto, reducendolo alla memoria per quel sgno; e se per quel segno non si risentiva, quel frate che gl'avea fatto quel  segno, andava ed iginocchiavas dinanzi a lui, dicendo sua colpa, e partivasi, acciò che per questo segno s'avvedesse del suo difetto. Ed anco aveano questa usanza, che sempre parlavano di cose utili, e di cose per le quali ricordassono della morte e del giudizio eternale. E non tacer della chiara perfezione del cuoco di quel monasterio, chè io viddi, e facendo egli il servigio che a lui s'appartenea, avea continui pianti e compunzione di cuore; ed io lo pregai che mi dicesse, come questa grazia avesse ricevuta da Dio, ed essendo sforzato da me, rispose così: "Io giammai non pensai di servire a uomini, ma a Dio, e sempre mi sono chiamato e reputato indegno della quiete e del riposo; e questa visione del fuoco sempre mi fa avere memoria della fiamma dello 'nferno".
Veggiamo un'altra perfezione di quelli santi, che sedendo a mensa, non cessavano dall'operazioni mentali ma con certi modi e segni ed atti ammonivano sé medesimi secondo l'anima, riducendosi a memoria la morte; e questo non solamente faceano alla mensa, ma dovunque si scontravano o s'adunavano. Anche più: se alcuno di que' frati avesse fallato in alcuna cosa, alcuni frati lo pregavano che la sollecitudine di satisfare all'abate di quello difetto lasciasse a loro, ed eglino ne voleano ricevere la correzione dall'abate, e così si facea: e però l'abate, sapiendo questo modo de' suoi discepoli, faceva più leggieri reprensioni, sapendo che colui, il quale riprendea, non avea colpa, e non si curava di sapere il principale, che avea commessa l'offesa.
Quando tra loro fosse stato parlare ozioso, o memoria d'alcuna cosa da fare ridere, o che alcuno avesse cominciato a litigare col prossimo, veniva l'altro frate ed intrava tra loro, e inginocchiandosi in terra, dicea sua colpa, ed in questo modo dissipava l'ira e la lite; ma se alcuno v'era, che volesse pur litigare o vindicarsi delle parole ricevute, incontanente si dinunziava a colui ch'era invece in vece dell'abate, ed egli gli facea riconciliare insieme anzi che'l sole tramontasse; e se alcuno si fosse indurato, ricevea questa correzione, che egli non mangiava se prima non era riconciliato, o elli era cacciato dal monasterio; e questo modo non era vano ed inutile, anzi faceva molto frutto appo quelli santi manifestamente. Molti attivi e contemplativi ci furono trovati, e conoscitori dello stato dell'anime ed umili; ed era cosa mirabile e degna d'essere contemplata dagli angeli, vedre uomini canuti e degni d'avere in reverenzia, belli per santità, a modo di parvoli correre a fare l'obedienzia, li quali si riputavano a grande gloria la propria umilitade, cioè di fare li vili servigi.
Vidi in quello monasterio di quelli, ch'erano stati da cinquanta anni nella obedienzia, li quali pregai che mi dicesseno, che consolazioni aveano ricevuti di tante fatiche: de' quali alcuni mi dissono ch'erano entrati nell'abisso della umiltà, per la quale ogni battaglia potentemente discacciavano da sé. Alcuni altri mi dissono ch'erano posti in tanta tranquillità, che non sentivano né pena né dolore di male che a loro fosse ditto, né di contumelia che a loro fatta fosse.
Vidi alcuni di quelli santi, degni d'essere sempre avuti in memoria, che dopo quella conversazione quasi angelica e quella canutezza venerabile, furono condutti a profondissima sapienzia e simplicità ed innocenzia e deliberazione, drittamente a Dio volontaria e non infingarda, i quali non erano coe li vecchi del mondo, i quali sono chiamati ritrosi e scimoniti, che avessono neuno parlamento né costume non ragionevole, né men che savio, né infinito, né pigro; ma tutti di fuori erano mansueti ed allegri, la qual cosa leggiermente non si trova in molti, e dentro nell'anima a Gesù Cristo Iddio loro ed al pastore loro quasi simplici ed innocenti parvoli ragguardanti, e contra alle demonia ed alli vizii aveano l'occhio della mente non confuso, ma fermo e terribile.

S. Giovanni Climaco, La Scala del Paradiso, volgarizzazione del testo latino di frate Agnolo de' Minori (inizio XIV secolo). Testo di lingua corretto su antichi codici mms. per Antonio Cerruti (1830-1918) dottore dell'Ambrosiana.

martedì 26 marzo 2019

Cronaca e immagini della messa in Basilica di S. Marco per l'Annunciazione

Lunedì 25 marzo 2019, festa dell'Annunciazione della Beata Vergine Maria, sotto questo titolo Compatrona principale delle Venezie, nonché MDXCVIII anniversario della fondazione della Città, è stata cantata, per le cure del Circolo Traditio Marciana, una S. Messa solenne "in terzo" nella Ducale Basilica di S. Marco, all'altare ove si custodisce l'icona acheropita della Madonna Nikopeja, "operatrice di vittorie", rimontante al IX secolo, già possesso degl'Imperatori Romani, che sempre la recavano in battaglia, quale pegno di vittoria, e in seguito portata da Costantinopoli e intronizzata nella Città Marciana dal doge Enrico Dandolo nel 1204.

Il sacro rito è stato officiato da don Michele Tomasin, del clero dell'Arcidiocesi Metropolitana di Gorizia.
La solennità dell'evento è stata marcata dal canto del prefazio nel fastoso e ornato tono solemniore, mentre le pericopi scritturali sono state proclamate secondo le suggestive modulazioni dei toni detti patriarchini, un tempo caratteristici delle terre venete.

All'organo settecentesco della cappella, il M° Massimo Bisson ha accompagnato la sacra funzione, eseguendo i canti gregoriani dell'Ordinario (Kyriale IX Cum jubilo prescritto per le feste della Madonna) e del Proprio (Vultum tuum), e proponendo splendide pagine di letteratura organistica del Seicento. Si segnalano in particolare:
  • Ingresso: Francois Couperin (1668-1733), Plein jeu, dalla Messe à l'usage de couvents, 1690
  • Offertorio: Johann Jakob Froberger (1616-1667), Capriccio
  • Comunione: Johann Jakob Froberger, Fantasia ut re mi fa sol la
  • Sortita: Johann Pachelbel (1653-1706), Fuga in Fa
Nell'omelia, il celebrante ha sottolineato l'importanza, nel giorno faustissimo in cui ha inizio l'opera della nostra redenzione, con l'annuncio a Maria dell'Incarnazione del Figlio di Dio e dell'avvento del Sole di salvezza, di ritrovarsi dinnanzi all'immagine della Santa Genitrice di Dio per implorare il suo aiuto nella tenebrosa situazione del presente, avendo piena fiducia nella Madonna vincitrice.

Al termine della liturgia, si sono intonate le Litanie della Beata Vergine secondo la consuetudine della Basilica Ducale, invocando la protezione della Madre di Dio sulla città di Venezia e sui Cristiani che la abitano.

Oltre, naturalmente, all'Arciprete della Basilica mons. Orlando Barbaro e al personale di sagrestia per la disponibilità e la cortesia dimostrata, si desidera ringraziare, per la collaborazione nella gestione dei materiali, la sezione pordenonese di Una Voce Italia.

Si propone di seguito un servizio fotografico della celebrazione, realizzato dal Circolo Liturgico Pio VII, dalla Compagnia di S. Antonio e da altri collaboratori.















lunedì 25 marzo 2019

L'antica sequenza della festa dell'Annunciazione

Vanni di Badolo, Annunciazione, XIV secolo,
Perugia, Biblioteca Augusta
Tra i testi liturgici indubbiamente più particolari e poetici in cui accade d'imbattersi studiando gli antichi messali, vi sono sicuramente le sequenze. Elemento non originario della liturgia romana, iniziarono a essere aggiunte in ambiente franco-germanico nel IX secolo, con una funzione inizialmente non dissimile dai tropi del Kyrie, ovverosia quella di aiutare la memorizzazione delle longissimae melodiae che ornavano i melismi allelujatici. Il nome stesso, sequentia, indica letteralmente "le cose che seguono", cioè le note (e le parole associatevi) che seguivano l'alleluja, sicché il Bona le definisce "un'appendice del canto allelujatico".

La soppressione della quasi totalità delle sequenze durante la riforma piana del XVI secolo, se può spiegarsi con motivi pratici per via della proliferazione enorme di questi testi (alcuni autori ne contano addirittura cinquemila!) che avrebbe reso difficile realizzare quell'uniformità cercata dai riformatori tridentini, creò nondimeno un vuoto notevole nel patrimonio liturgico occidentale. Una cosa che appare subito a chiunque confronti altri riti, come il bizantino, al romano, è la grande scarsità di testi liturgici di carattere agiografico sui santi. Mentre le ufficiature bizantine abbondano di poetiche composizioni patristiche che lodano le virtù specifiche di ogni santo, rimembrandone la vita e i miracoli, patrimonio innodico sviluppatosi nei grandi monasteri dell'Oriente cristiano, nel rito romano la quasi totalità dei testi per gli uffici dei santi sono passi scritturali vagamente attinenti alle qualità condivise dal santo, fatta eccezione per le feste maggiori e le feste romane più antiche (vedansi le antifone delle Laudi delle feste di S. Cecilia o S. Clemente) che posseggono testi propri sul modello orientale. Le sequenze supplivano a questa mancanza, andando a svolgere lo stesso ruolo agiografico degli stichirà bizantini. A ciò si deve aggiungere il fatto che le sequenze costituivano un patrimonio storico e letterario nient'affatto indifferente, testimonianza della versificazione latina medievale, del passaggio dal metro quantitativo a quello accentuativo (per fare un esempio noto, il Dies irae è composto in tetrametri trocaici, in cui però sulla prima sillaba di ogni piede cade l'accento "meccanico" della parola, e non l'ictus da porre sulla vocale lunga), della comparsa della rima come artificio poetico (sconosciuta alla poesia classica). Una riscoperta di questo corpus innodico liturgico è dunque un passo necessario al recupero delle antiche tradizioni del Cristianesimo occidentale.

Mosaici della Basilica di S. Marco, Annunciazione, XI secolo
Numerosissimi usi liturgici medievali, per la festa dell'Annunciazione, e taluni in tutte le messe della Madonna occorrenti dall'Avvento alla Natività, prevedevano il canto della sequenza Mittit ad Virginem. Essa viene tradizionalmente attribuita a Pietro Abelardo (1079-1142), ma non è compresa nella collezione di inni e sequenze ch'egli realizzò per il Convento del Paraclito (monastero benedettino femminile sito a Nogent, nella regione francese di Champagne, da egli stesso fondato insieme a Eloisa nel 1131). Il Cousin, nella sua edizione critica dell'Opera di Abelardo (Parigi, 1849, vol. i, p. 328), trascrive il testo dal Clichtoveus e altri, ma specifica che l'attribuzione è incerta, nonostante lo stile raffinato possa lasciar supporre la sua mano.
L'inno si ritrova in molteplici manoscritti: solo per citarne alcuni, il Mone riproduce un manoscritto del XIII secolo custodito nell'abbazia benedettina di St. Paul in Carinzia, e il Daniel (ii, p. 59) ne riporta uno coevo monacense. E' presente altresì nei messali di Sarum (ms. in Bodleian, c. 1370, Barlow, 5, p. 450), di Hereford (ms. in Bodleian, c. 1370, York (ms. in Bodleian, c. 1390), Magdeburgo (1450), Parigi (1481), e di Aquileja (1517). Il messale aquilejese aggiunge in fine della sequenza un'allocuzione supplice a Nostro Signore, non presente nella maggior parte degli altri manoscritti.

Sequentia: Mittit ad Virginem
dal Messale Aquilejese

Missale Aquileyensis Ecclesie, 1517, fol. 000
Trascrizione e traduzione di N. Ghigi.

1. Mittit ad Virginem non quemvis Angelum:
Sed fortitudinem suam, Archangelum,
Amator hominis.

2. Fortem expediat pro nobis nuncium,
Naturæ faciat ut prejudicium
In partu Virginis.

3. Naturam superet natus Rex gloriæ;
Regnet et imperet ut zyma scoriæ
Tollat de medio.

4. Superbientium terat fastigia;
Colla sublimium calcet vi propria
Potens in prælio.

5. Foras ejiciat mundanum principem;
Sponsamque faciat secum participem
Patris imperii.

6. Exi qui mitteris; hæc dona dissere;
Revela veteris velamen litteræ
Virtute nuntii.

7. Accede, nuntia, dic Ave cominus;
Dic Plena Gratia, dic Tecum Dominus;
Et dic, Ne timeas.

8. Virgo suscipias Dei depositum;
In quo perficias castum propositum,
Et votum teneas.

9. Audit et suscipit puella nuncium;
Credit et concipit, et parit Filium,
Sed Admirabilem.

10. Conciliarium humani generis,
Et Deum fortium et Patrem posteris
In pace stabilem.

11. Qui nobis tribuit peccati veniam:
Reatus diluat: et donet patriam
In arce siderum. Amen.
1. Non mandò alla Vergine un angelo qualsiasi,
bensì la sua fortezza, l’Arcangelo,
Colui che ama gli uomini.

2. Si degni d’inviar per noi il valente messaggero, per sconfiggere la natura
col parto di una Vergine.

3. Il nato Re della gloria sia sovrano al di sopra della natura, regni ed imperi per levar dal mondo
il germe della corruzione.

4. Abbatta la tronfia fronte de’ superbi,
e con la propria potenza schiacci i capi dei dominanti, Colui che è potente in guerra.

5. Cacci lontano il principe di questo mondo,
e renda la sua sposa compartecipe
del regno del Padre.

6. Pàrtiti, tu che fosti mandato, annuncia questi doni; scopri il velo dell’antico testamento
con la potenza del tuo messaggio.

7. Vieni, annunzia, e giuntole vicino dille: Ave.
Dille Piena di grazia, dille Il Signore è teco,
e dille Non temere.

8. O Vergine, ricevi il deposito di Dio,
in cui si compie il casto proposito,
e serba fede alla tua promessa.

9. La ragazza ascoltò e accolse l’annunzio;
credette, e concepì e partorì un Figlio,
un Figlio Ammirabile.

10. Il mediatore del genere umano,
il Dio dei forte e il Padre dei secoli futuri,
il Pacificatore.

11. Colui che ci concede la remissione dei peccati, rimetta le nostre colpe, e ci faccia dono
della patria celeste. Amen.

domenica 24 marzo 2019

Cronaca e immagini della visita pastorale di mons. Moraglia a S. Simon Piccolo

Sabato 23 marzo, infra la II settimana di Quaresima, Sua Ecc. Rev.ma mons. Francesco Moraglia, Patriarca delle Venezie, Primate di Dalmazia, Arcivescovo Metropolita delle Provincie Venete, Abate Commendatario Perpetuo di S. Cipriano di Murano, etc. etc., in occasione della visita pastorale alle parrocchie e comunità della collaborazione pastorale di S. Giacomo - S. Simeon Profeta - S. Cassiano - S. Silvestro, ha brevemente visitato la comunità di fedeli che frequenta il rito romano tradizionale presso la chiesa rettoriale di S. Simon Piccolo.

Il Patriarca, fatto il suo ingresso in chiesa e rivestito dei paramenti sacri secondo le rubriche del rito pontificale, ha tenuto una breve predica sul significato dell'Eucaristia all'interno della liturgia, indi ha benedetto il popolo con il Santissimo Sacramento, ministrato dal cappellano di S. Simon, padre Joseph Kramer FSSP, in qualità di diacono, e dal padre Duilio Peretti SDB in qualità di suddiacono.

L'esposizione eucaristica è stata accompagnata dalla corale polifonica della rettoria, composta da studenti dei Conservatori di Venezia e Castelfranco, che ha eseguito l'Ave Verum di William Byrd, il Pange lingua e il Tantum ergo con strofe alternatim in gregoriano e in polifonia di Tomas Luis de Victoria, l'Adoremus in aeternum in gregoriano e il Sancta Maria succurre miseris di Tomas Luis de Victoria, arricchiti da improvvisazioni organistiche.

Il Circolo Traditio Marciana ha curato l'organizzazione della funzione e del servizio all'altare.
































(Foto e video di M.R., A.D., A.F. [Circolo Pio VII] e don Morris Paisian)

sabato 23 marzo 2019

Domenica della Santa Croce

Vedendo oggi esposta la preziosa Croce di Cristo, noi l’adoriamo e con fede ci rallegriamo, baciandola con amore, e pregando il Signore che volontariamente su di essa è stato crocifisso, di renderci tutti degni di adorare la Croce preziosa, e di giungere alla Risurrezione, liberati tutti dalla condanna.
(Exapostilaria delle Lodi)

La III Domenica di Quaresima, nel rito bizantino, è detta "della Santa Croce" (τῆς Σταυροπροσκυνήσεως): essa infatti segna una svolta nel cammino quaresimale, essendovi situata esattamente a metà, e propone a meditare più attentamente il tema della Passione di Nostro Signore, venerando l'oggetto principe del Sacrificio, ovverosia la gloriosa Croce di Cristo. Per farlo, tuttavia, non viene dimenticato lo strettissimo legame che intercorre tra Passione e Risurrezione: molti tropari della liturgia odierna sono per esempio identici ai corrispettivi della Domenica di Pasqua. Persino il Canone del Mattutino di questa domenica, composto da Teodoro Studita, è una parafrasi di quello pasquale di san Giovanni Damasceno, addirittura cantato sullo stesso tono e condividendo il secondo tropario di ogni ode. In questa domenica dunque non prevalgono né gli aspetti penitenziali finora presenti negli uffici quaresimali, né la tristezza che caratterizzerà gli ultimi giorni che precedono la Passione di Nostro Signore, ma la gloria della Santa Croce e la gioia per ciò che Nostro Signore ci donò morendo su di essa, con costanti caratteri di esaltazione e adorazione del Sacro Legno, paragonabili a quelli della festa del 14 settembre.
Tale impostazione della liturgia di questa domenica è veramente molto antica, ed è attestata già nei manoscritti del IX-X secolo.

Così il monaco Nilo (nome religioso di Niceforo Callisto Xanthopoulos, vissuto nel XIV secolo), nei Sinassari quaresimali da lui composti, che sono generalmente inclusi nei libri liturgici, introduce la speciale commemorazione di questa domenica:

“Oggi celebriamo la festa della venerazione della preziosa e vivificante Croce: poiché durante i quaranta giorni di digiuno noi in qualche modo crocifiggiamo noi stessi, mettendo a morte le passioni che abbiamo in noi, e abbiamo una sensazione di amarezza a causa della nostra negligenza o del nostro scoraggiamento, ecco che viene esposta la vivificante Croce, per rianimarci e sostenerci, per incoraggiarci ricordandoci le Sofferenze del nostro Signore Gesù Cristo. Se il nostro Dio si è lasciato crocifiggere per noi, non dobbiamo forse fare altrettanto per lui? ….. Noi siamo come quelli che, percorrendo un lungo e aspro sentiero, si affaticano, e vedendo un albero frondoso si siedono un momento alla sua ombra e poi, come ringiovaniti, continuano il loro viaggio. Così oggi, in questo tempo di digiuno, di cammino difficile e di sforzo, la Croce vivificante fu piantata in mezzo a noi dai santi Padri per procurarci riposo e ristoro, per renderci leggeri e coraggiosi in vista del compito che resta da fare… Questa settimana si trova nel mezzo della Quaresima, ed è paragonata alle acque di Mara a causa della contrizione, dello scoramento e dell’amarezza prodotte in noi dal digiuno: come quando il divino Mosè gettò il suo bastone in mezzo alla sorgente per addolcirne le acque, o come quando Dio ci ha salvato spiritualmente dal Mar Rosso e dal Faraone, così il legno della preziosa e vivificante Croce addolcisce l’amarezza di un digiuno di quaranta giorni e ci consola per questa nuova traversata del deserto, fino a giungere alla Gerusalemme mistica attraverso la sua risurrezione. E poiché la Croce è per noi l’albero della vita, piantato nel paradiso, i santi Padri l’hanno giustamente piantata nel mezzo della santa Quaresima, ricordandoci ad un tempo l’avidità di Adamo e come questa fu annullata per mezzo del nuovo albero, gustando il quale noi non moriamo più, ma siamo tenuti in vita”. 

Durante il canto della Grande Dossologia che conclude il Mattutino, il Sacerdote, rivestito di tutti i suoi ornamenti, incensa la croce facendo tre volte il giro dell’altare; durante l’ultimo trisagio, che viene cantato lento e solenne, esce dal santuario portando la croce deposta su un vassoio ornato di fiori sopra la sua testa, preceduto da candele e incenso. Mentre il coro canta il tropario della Croce, il sacerdote depone il vassoio con la Croce su un tavolo posto al centro della navata, incensa di nuovo la croce tre volte girandole intorno, poi inizia la venerazione della Croce con la tripla grande prostrazione, dove ciascuno si prostra per tre volte con la fronte a terra prima di chinarsi sulla croce e baciarla, mentre, tra gli altri, vengono cantati questi inni, opera di Leone il Saggio (+ 911): 

Δεῦτε πιστοὶ τὸ ζωοποιὸν Ξύλον προσκυνήσωμεν, ἐν ᾧ Χριστὸς ὁ Βασιλεὺς τῆς δόξης ἑκουσίως χεῖρας ἐκτείνας ὕψωσεν ἡμᾶς εἰς τὴν ἀρχαίαν μακαριότητα, οὓς πρίν ὁ ἐχθρός, δι’ ἡδονῆς συλήσας ἐξορίστους Θεοῦ πεποίηκε΄ Δεῦτε πιστοὶ Ξύλον προσκυνήσωμεν, δι’ οὗ ἠξιώθημεν, τῶν ἀοράτων ἐχθρῶν συντρίβειν τὰς κάρας. Δεῦτε πᾶσαι αἱ πατριαὶ τῶν ἐθνῶν τὸν Σταυρὸν τοῦ Κυρίου ὕμνοις τιμήσωμεν. Χαίροις Σταυρὲ τοῦ πεσόντος Ἀδὰμ ἡ τελεία λύτρωσις, ἐν σοὶ οἱ πιστότατοι Βασιλεῖς ἡμῶν καυχῶνται ὡς τῇ σῇ δυνάμει, Ἰσμαηλίτην λαόν, κραταιῶς ὑποτάττοντες. Σὲ νῦν μετὰ φόβου, Χριστιανοὶ ἀσπαζόμεθα, καὶ τὸν ἐν σοὶ προσπαγέντα Θεὸν δοξάζομεν λέγοντες, Κύριε ὁ ἐν αὐτῷ προσπαγείς, ἐλέησον ἡμᾶς ὡς ἀγαθὸς καὶ φιλάνθρωπος.

Venite fedeli, prostriamoci davanti al legno vivificante sul quale Cristo, il re della gloria, stese liberamente le sue mani per elevarci fino alla nostra antica felicità, della quale eravamo stati privati dal nemico, per una amara voluttà che ci aveva esiliato da Dio. Venite, fedeli, prostriamoci davanti al legno che ci permette di calpestare le testa del nemico invisibile. Venite, famiglie delle genti tutte, veneriamo con inni la Croce del Signore. Rallegratevi, perfetta redenzione della colpa di Adamo, in Voi i nostri sovrani fedeli si gloriano, come della Vostra potenza, assoggettando con forza il popolo degl'Ismaeliti; rallegratevi, Croce venerabile; pieni di timore, Vi abbracciamo glorificando il nostro Dio e dicendogli: Signore, Voi che foste inchiodato sulla croce, abbiate pietà di noi nella Vostra bontà e nel Vostro amore per gli uomini”.



Magnifichiamo dunque veramente la Santa Croce, il Sacro Legno da cui ci venne la salute, il nuovo albero che redime la colpa consumata sull'albero dell'Eden, colei che cancellò la tristezza delle lacrime e strappò i lacci della morte, respinse le falangi dei demoni e annientò la corruzione, fonte zampillante e luce sempre viva!
Per entrare più a fondo nel tema della venerazione della Santa Croce e del suo significato ascetico, proponiamo una breve meditazione di Alexander Schmeman circa il modo in cui i fedeli dovrebbero vivere questa domenica di Quaresima. Dobbiamo infatti ricordare che, anche se la spada non impedisce l’accesso al paradiso, non solo non siamo ancora entrati, ma non sappiamo nemmeno se ne saremo degni. Il tempo della storia del mondo e l’economia della chiesa non sono terminati, si devono compiere, e a noi non resta che la vita nella comunità ecclesiale, che sfocerà nella Gerusalemme celeste (cfr. il kondakion, infra).

"È da notare che il tema della croce, che predomina nell’innologia di questa domenica, è sviluppato in termini non di sofferenza, bensì di vittoria e di gioia. Inoltre i temi musicali (hirmoi) del Canone della domenica sono tratti dall’ufficio pasquale – “Giorno della Resurrezione” – e il Canone è una parafrasi di quello di Pasqua. Il significato di tutto questo è chiaro: siamo ametà Quaresima. Da un lato, lo sforzo fisico e spirituale, se è stato serio e sostenuto, comincia a farsi sentire, il suo peso si fa più gravoso, la nostra fatica più evidente. Abbiamo bisogno di aiuto e d’incoraggiamento. E d’altro lato, dopo aver sostenuto questa fatica e scalato la montana fino a questo punto, cominciamo a intravedere la fine del nostro pellegrinaggio, e i bagliori della Pasqua si fanno più intensi. La Quaresima è la nostra auto-crocifissione, la nostra esperienza per quanto limitata, del comandamento di Cristo che abbiamo ascoltato nella lettura evangelica di questa domenica: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Marco 8, 34). Ma non possiamo prendere la nostra croce e seguire Cristo se non abbiamo la sua croce, quella di cui egli si è caricato per salvarci. È la sua croce, e non la nostra, che ci salva. È la sua croce che, non soltanto dà un senso alle altre croci, ma dà loro anche forza".
(Alexander Schmeman, The Great Lent)

Apolytìkion

Σῶσον Κύριε τὸν λαόν σου καὶ εὐλόγησον τὴν κληρονομίαν σου, νίκας τοῖς Βασιλεῦσι κατὰ βαρβάρων δωρούμενος καὶ τὸ σὸν φυλάττων διὰ τοῦ Σταυροῦ σου πολίτευμα.

Salvate, o Signore, il Vostro popolo e benedite la Vostra eredità, concedete ai regnanti vittoria sui barbari e custodite con la Vostra Croce il Vostro regno.


Κontakion


Οὐκέτι φλογίνη ῥομφαία φυλάττει τὴν πύλην τῆς Ἐδέμ· αὐτῇ γὰρ ἐπῆλθε παράδοξος σβέσις τὸ ξύλον τοῦ Σταυροῦ, θανάτου τὸ κέντρον, καὶ ᾍδου τὸ νῖκος ἐλήλαται, ἐπέστης δὲ Σωτήρ μου βοῶν τοῖς ἐν ᾍδῃ· Εἰσάγεσθε πάλιν εἰς τὸν Παράδεισον.

La spada di fuoco non sorveglia più le porte dell’Eden perché il legno della croce le impedisce di ardere; il pungiglione della morte è stato spezzato e Voi appariste o mio Salvatore per dire ai prigionieri degli inferi: Entrate di nuovo nel Paradiso.