sabato 16 febbraio 2019

Diario della preghiera di Teofane il Recluso - parte 2

Vedasi qui la prima parte, con l'introduzione e la contestualizzazione.

Mi è stato correttamente segnalato che le centurie esprimono in estrema sintesi pensieri spiritualmente molto intensi, e ciascuna di esse meriterebbe un'ampia trattazione analitica per metterne in luce tutti gl'importanti contenuti pneumatici. Si è scelto nondimeno di proporre il testo sine glossa, in modo che il lettore possa affrontare questo "diario della preghiera" proprio nel modo in cui il santo monaco lo scrisse. Alcuni aspetti più importanti potranno poi essere ripresi per delle opportune considerazioni, calandoli nel contesto attuale che ha quasi completamente dimenticato lo spirituale. Segnalo sin d'ora in particolar modo la centuria n. 81, da tenere in gran considerazione.

51) Le opere sono obblighi che non possono essere rimandati. Non si possono tralasciare, sono preziose. Su di esse bisogna, quindi, fondare la salvezza dell'anima. Ma questa non proviene da queste in quanto tali, è opera della grazia di Dio, della grazia che ci salva e della grazia che ci dà la forza di salvarsi.

52) Com'è una casa morta? È deserta, ammuffita, incomoda. Così è l'anima impenitente, che non conosce il timore di Dio.

53) Dio che ha creato il mondo, lo conserva e lo conduce all'ultimo fine. Ogni creatura è come un suo strumento. Le creature senza ragione sono strumenti pacifici, ma le creature libere resistono, rallentano il progresso del mondo verso la line. Ma siccome senza la loro debita collaborazione il fine non può essere raggiunto, allora tutta l'economia della salvezza divina si concentra sullo sforzo di mettere e tenere sul debito cammino le creature ragionevoli. Nel fondamento di questa cura sta l'economia incarnata. È ciò che disse Gesù: il mio Padre opera sempre e anch’io opero.

54) Il nemico fa dell'anima dell'impenitente un fosso di scarico dove egli getta ogni straccio.

55) Hai visto qualche volta un uomo circondato da un branco di cani? Quell'uomo disgraziato cerca di difendere se stesso e ciò che ha tra le mani. Ma soltanto se gli corre in aiuto qualcuno più forte, il branco viene scacciato. Lo stesso accade con quelli che si sono convertiti e camminano sulla retta strada. Il nemico talvolta incita contro di essi un branco di passioni che sono come cani staccati dalla catena e l'una dopo l'altra cominciano a lacerarlo. Allora solo l'aiuto dall'alto scaccia quel branco.

56) Quando osserviamo dentro di noi le tracce delle passioni e, nonostante ciò, non operiamo ciò che ci spingono a fare, non dobbiamo avere una buona opinione di noi stessi. Non realizziamo opere perché, forse, non troviamo l'occasione per eseguirle. Appena si presenta l'occasione, ti manifesterai più eccitabile di un turco, più cattivo di un bascibuzuco [1], più avaro di un ebreo.

57) All'inizio le opere di penitenza, anche se sono grandi, sembrano senza valore; ma più tardi, quando la coscienza si appaga con esse, possono apparire di grande valore. Bisogna arrivare a questa disposizione.

58) Il perdono sacramentale dei peccati avviene subito dopo la confessione, dopo l'assoluzione sacerdotale. Ma il perdono delle conseguenze che i peccati hanno lasciato nella natura avviene solo dopo le fatiche della penitenza. I defunti, che non sono riusciti ad arrivarci in questa vita, lo raggiungeranno nell'al di là, per mezzo delle preghiere della Chiesa.

59) Non è di buon senso lo spirito di un desiderio malinconico e di inquietudine che, dal basso, s'impossessa del cuore e lo tenta. Bisogna liberarsene. Questo desiderio è indeterminato; la buona tristezza ha sempre come oggetto determinato i propri peccati e la propria indegnità.

60) Può accadere che la liturgia sia esteriormente ben ordinata, ma interiormente disordinata. Tale può essere anche lo stato di colui che la celebra: esternamente si comporta come si deve, ma internamente è come diviso.

61) Sembra che sarebbe meglio chiamare la vita spirituale vita interiore. E' più comprensibile, più raggiungibile, più preciso.

62) Non è peccato solo quello che chiamiamo carnale, ma ogni soddisfazione della carne, nel mangiare, nel bere, nel riposo, nella posizione del corpo, quando con questo si interrompe l'attività spirituale o s'indebolisce la forza della sua azione.

63) Non accedere alla preghiera con qualche preoccupazione, altrimenti la tua preghiera non sarà preghiera. Ognuno cerchi, per se stesso, l'arte di liberarsi delle preoccupazioni per mezzo della preghiera. Per mezzo della preoccupazione il nemico getta l'anima di qua e di là come il frumento nel passino.

64) L’anima senza preoccupazione è pronta alla preghiera e per il Signore. Con essa la preghiera non è completa e dopo la preghiera la preoccupazione torna integralmente.

65) Il furto spirituale appare in diversi modi e può essere causa dell'allontanamento della grazia ma è anche educativo. Da ciò proviene sterilità, dimenticanza, oscuramento, perdita dell'energia. Il mezzo che si deve usare contro questo difetto è quello di ricevere tutto come proveniente dalla mano di Dio, con riconoscenza, come dono; e poi offrendo se stessi a Dio, sperando tutto dall'alto.

66) I buoni pensieri che, all'improvviso, vengono a visitare l'anima, vengono dal Signore o dall'angelo custode. Mettono ordine in tutto ciò che abbiamo dentro, illuminano ciò che è dentro e fuori e creano un atteggiamento liturgico. I pensieri provenienti dal nemico, anche se non sono, in se stessi, cattivi, producono turbamento e oscuramento, accompagnati da compiacimento di sé; se poi sono cattivi portano con sé la tempesta degli impulsi passionali, più o meno forti e disturbanti.

67) La vita interiore, sia giusta sia sbagliata, ha le sue regole e le sue leggi, i suoi meriti e le sue punizioni, che non corrispondono a quelle esterne, ma vanno secondo un proprio ordine. L'atteggiamento esteriore è tutt'altra cosa da quello interiore.

68) Dopo la penitenza e la pratica della purificazione l'anima dà tempo al tempo e ricorda tutti i peccati della vita e li giudica. Questo giudizio è diverso dal precedente e dà molta pace. Ma il nemico talvolta si associa nel farci ricordare alcune opere che non sono buone secondo il giudizio umano, opere irragionevoli e superficiali, e non ci fa interessare di quelle con le quali Dio è stato offeso. Il giudizio della coscienza, si può dire, è benefico, vivifica la penitenza e la contrizione unitamente alla speranza, è aperto alla misericordia; il giudizio del nemico, invece, porta con sé un desiderio disperato e pesante.

69) Da che cosa l'anima si sente vuota? Perché ha abbandonato il Consolatore delle anime attraverso qualche sua colpa o anche per qualche indottrinamento. Può trattarsi anche di una certa pausa, l'inattività di tutte le forze, le quali, dato che appartengono alla realtà creata, non posso­no essere continuamente tese senza rilassamento e riposo.

70) Ecco gli stadi dell'allontanamento dall'unico necessario: 1) l'attaccamento a qualche opera, all'imparare qualche cosa, al fare qualche cosa di manuale o artistico, ma con qualche preoccupazione; 2) dopo viene la pigrizia nelle opere per la salvezza, nelle preghiere, nella vigilanza, nel digiuno, eccetera; 3) da ciò deriva un indebolimento dell'attenzione a se stesso e l'interna struttura si scompone; ciò dà al nemico l'accesso per seminare cattivi pensieri e suscitare movimenti passionali; 4) l'inclinazione non è più lontana dalla passione e, alla fine, dal peccato.

71) Bisogna mescolare dentro di noi due sentimenti: quello di sentirsi un uomo perduto e quello di sentirsi uomo salvato.

72) Vi sono due modi per purificare il cuore: la pratica e la contemplazione. Si cominciano a praticare insieme; in colui che cammina rettamente vanno di pari passo ma, al principio, la pratica precede; in seguito viene vivificata dalla contemplazione che, alla fine, la sostituisce del tutto.

73) Nel periodo della purificazione Dio non solo ammette avversità e altre miserie, ma le consente come mezzi adatti alla stessa purificazione. Queste sono molto feconde, perché in seguito viene data all'anima anche una forza speciale per sopportarle. Un inesperto può sbagliare in ogni caso. Presta attenzione a questo!

74) Inizialmente le leggi e la voce della coscienza mostrano ciò che in noi è distorto, più tardi ciò ci viene mostrato dalla pacifica disposizione del cuore e, alla fine, l'occhio di Dio nel cuore.

75) Nell'economia della salvezza è fondamentale immergersi il più possibile nel profondo del cuore; e, alla base di questo vi deve essere qualche sentimento irremovibile: sentirsi cieco, nudo, lebbroso, debole.

76) Dio organizza gli incontri con gli uomini affinché noi comunichiamo l'uno all'altro i beni ricevuti da Lui e ci arricchiamo a vicenda. Il nemico ci spia e in tutti i modi si sforza di realizzare degli incontri inutili e anche nocivi. Capiscilo!

77) Il nemico, per tentarci, si uniforma al carattere degli uomini: con gli intellettuali agisce in un modo, con gli emotivi in modo diverso. E non suggerisce sempre una cosa cattiva, è contento quando riesce a occupare l'attenzione con delle sciocchezze. Gli importa solo di far distrarre l'attenzione dallo scopo principale, dall'unico necessario, facendo perdere tempo; tutto ciò è vantaggioso per lui.

78) Nel nostro intimo la concentrazione dei pensieri su quello che è lo scopo principale differisce secondo i diversi tempi, ma l'atteggiamento essenziale deve restare inamovibile, cioè: io sono peccatore, degno della condanna e della pena, ma rimango nella speranza della salvezza a causa della morte in croce del Signore Salvatore.

79) Quando hai iniziato la fatica della penitenza e non vedi successo, non scoraggiarti, ma cerca, sperando nelle promesse di Dio. Ti sei allontanato da una riva, e ancora non vedi l'altra per niente. Lavora più fortemente con i remi (con i mezzi della penitenza e dell'ascesi) e la riva apparirà. È già sufficiente accontentarsi con un solo aiuto sicuro - esso viene con l'apparizione della seconda riva. Ivi non avrà più posto la preoccupazione per l'esito della fatica, se non nel caso in cui diventi pigro. Ma chi potrebbe averne colpa, se non tu stesso?

80) Costruisci, presso la porta del tuo cuore, una sbarra e mettici una guardia severa. A chiunque viene - pensiero, sentimento, desiderio - chiedi: sei dei nostri o un estraneo? Scaccia gli estranei senza pietà e sii implacabile.

81) L'uomo psichico fa ciò che è piacevole, utile, necessario; ma l'uomo spirituale pneumatico si concentra su quello che è il suo dovere, sulla virtù, su ciò che piace a Dio. Anche nella vita spirituale vi sono cose piacevoli, utili e necessarie per l'anima, ma in questo caso esse sono sottomesse alle leggi della vita, nello spirito in Cristo Gesù.

82) La giustizia esteriore, senza essere giustificata internamente, sembra guarire le piaghe, ma resta l'infermità, dalla quale le piaghe scaturiscono; è come se la casa rimanesse putrescente, sporca, brutta.

83) Dio Padre, con la sua benevolenza, chiama noi peccatori presso il suo Figlio Unigenito, per mezzo della grazia dello Spirito santo. Il Figlio di Dio lava con il suo sangue e lo Spirito santo colui che ha accettato questa chiamata, lo rigenera, lo veste in Cristo. Allora il Padre lo accetta nella sua vera e viva benevolenza, nel suo abbraccio.

84) La santa Chiesa sulla terra è come una fabbrica di mattoni. Il tempio di Dio, in modo definitivo, si costruisce nel ciclo, ma i mattoni e il resto vengono preparati sulla terra. L'argilla viene impastata, battuta, pestata, ma tace; così diviene mattone, adatto all'edificio. Cerca di applicare questa similitudine alla tua vita spirituale e apparirai adatto per il celeste tempio di Dio.

85) Quando un sacco, pieno d'acqua, viene stretto, l'acqua comincia a spingersi verso l'alto come da una fontana, fino a quando non trova o realizza una apertura. Stringi te stesso nel tempo della preghiera con il timore del giudizio e il tuo grido si alzerà dal cuore verso l'alto, come in una fontana, chiedendo misericordia.

86) Dio realizza la sua opera nel mondo. Tutte le forze celesti sono attente, sii attento anche tu. Tutto è un mezzo, il fine lo sa solo Dio. Tutto passa, solo Dio veramente esiste. Rimani con Lui. Egli è presente ovunque, con la sua sostanza e non soltanto con la sua scienza. Guardati dall'essere dannato come uno che si manifesta malizioso e pigro davanti al volto dell'imperatore.

87) Durante il battesimo dei bambini si fa obbligo ai padrini di fare ciò che i bambini stessi non sono ancora capaci di eseguire. Analogamente per quei morti che sono passati nell'altra vita prima ancora di aver iniziato la vera vita, non conducendola al termine; ciò che essi non hanno potuto eseguire viene svolto, per essi, dalla comunità dei fedeli fino a quando si purificano e diventano maturi. Dopo di ciò essi daranno la ricompensa ai fedeli con la loro preghiera. Questa è la circolazione delle forze in Cristo Gesù, nostro Signore.

88) Nel mondo interiore, dietro il velo, nessuno entra con opere esteriori; solo il Signore Salvatore vi è entrato. Ma vi entrano anche i cristiani, vi entrano con la mente, con il sentimento, con la contemplazione. E' uno stato, non un movimento, è frutto di tutta la struttura. Il velo significa che il Signore è invisibile.

89) Qualcuno ha detto che si può ritenere che nelle grandi festività, cioè nella luminosa risurrezione di Cristo, nella natività di Cristo, nella Pentecoste e nelle altre feste, oltre che nelle domeniche e nei giorni del ricordo per i defunti, a questi ultimi, nel periodo della purificazione [2], è data licenza di essere presenti là dove vivevano prima, specialmente presso coloro che pregano per loro; nel sogno rivelano loro il proprio stato chiedendo le preghiere e la consolazione.


90) Come si può contemplare Dio nel cuore senza diminuire la sua grandezza? Tieni a mente che egli rimane del tutto nascosto e non dare alcuna forma alla sua presenza.

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[1] I bashi-buzuki (lett. in turco "teste matte") erano la soldataglia irregolare dell'esercito ottomano, nota per la sua ferocia.
[2] Questa è una delle molteplici testimonianze che si potranno trovare, tanto nei testi liturgici che in quelli spirituali della tradizione bizantina, della purgazione delle anime defunte prima di giungere in Paradiso, concetto del tutto affine a quello latino di loci purgatorii giusta la definizione dommatica del 1439 (Concilio di Ferrara-Firenze). Contrariamente a quanto comunemente si pensa, infatti, anche la tradizione orientale conosce tale principio, discendente direttamente dalla Chiesa antica (e che del resto giustifica la pratica di preghiere in suffragio per i defunti), seppur lo concepisca in un modo diverso rispetto alla teologia scolastica (purgatorio come terzo regno, distinto e fisico). Questo aspetto meriterebbe ovviamente una trattazione approfondita.

Laicismo&Clericalismo. Gemelli diversi, ma non troppo – di Alessandro Gnocchi

Alcuni lettori mi hanno chiesto di tornare su due temi trattati in passato e strettamente legati tra loro: laicismo e clericalismo. Così strettamente legati che si potrebbe scrivere Laicismo&Clericalismo, gemelli diversi, ma non troppo. Dunque, mi ripeto, ma su gentile richiesta.

Il concetto da cui partire è quello di laicità, invenzione prettamente anticristiana che solo dei cattolici senza midollo possono prendere per buono mettendosi al riparo della tranquillizzante reminiscenza che il termine laico appartiene in origine al linguaggio della Chiesa e indica la persona non consacrata. Ma questa derivazione linguistica è fasulla e non riguarda la sostanza, in quanto il laico inteso come non consacrato appartiene alla cristianità, mentre il laico comparso nell’epoca moderna appartiene alla laicità. Il laico che taglia teste cristiane in nome della libertà non ha ascendenza alcuna nel laico chiamato così per distinguerlo dal consacrato: è colui che pone nella società un ordine diverso da quello voluto da Dio.

L’idea di un laicismo che sarebbe la fase estrema e maligna di un concetto sano come la laicità è una delle tante facce dell’inganno in cui sono caduti i cattolici. Cosicché diventa praticamente impossibile opporre argomentazioni serie ai due cavalli di battaglia che sono stati utilizzati dal mondo laico per aggredire il concetto di Regalità sociale di Nostro Signore. Il primo sta nell’idea che lo stesso Gesù Cristo avrebbe sancito la separazione tra Chiesa e Stato affermando: “Date a Cesare ciò che è di Cesare, date a Dio ciò che è di Dio”. Il secondo sostiene che la laicità e poi il laicismo sarebbero nati per sostenere le ragioni della libertà in contrapposizione al clericalismo.

Rispondere al primo dei due cardini della laicità è molto semplice. Cesare è un uomo e quindi deve a Dio quel che gli devono tutti gli altri uomini. Anzi, deve a Dio più di quanto gli debbano gli altri, perché ha una grande responsabilità sul destino eterno dei cittadini. San Tommaso, nel De regimine principum scrive: “Il fine della vita onesta che qui viviamo è la beatitudine celeste. Perciò rientra nei compiti del re curare la vita onesta della moltitudine, perché concorre al conseguimento della beatitudine celeste, comandando le cose che portano alla beatitudine celeste e proibendo, per quanto è possibile, quelle che le sono contrarie. Quale sia poi la via alla vera beatitudine e quali siano le cose che la ostacolano si conosce dalla Legge divina, il cui insegnamento rientra nel compito dei sacerdoti, secondo quanto dice Malachia”.

Se il primo argomento utilizzato dai laici è falso sul piano dottrinale, il secondo è falso sul piano storico. Si dice che la laicità e poi il laicismo sarebbero nati in contrapposizione al clericalismo per difendere le ragioni della libertà. In realtà, è vero il contrario. Dalla fine del XIII secolo, nella storia europea è iniziato un singolare fenomeno. I laici, questa volta nel senso di non consacrati appartenenti alla cristianità, hanno progressivamente demandato al clero il dovere di essere religioso anche per conto loro. Poco alla volta, i principi e poi la gente comune si sono allontanati dalla necessità di improntare alla fede ogni istante della loro vita pubblica e privata. Ma, demandando a un ceto preposto il dovere di essere religioso per proprio conto, si sancisce il fatto di essere completamente laici, non più nel senso di non consacrati. Si è passata la linea oltre la quale il termine laico muta radicalmente natura e indica un concetto opposto a quello precedente. Il laico non è più il non consacrato che vive secondo religione, ma diviene colui che non ha più niente a che fare con la dimensione religiosa e ripudia la fede come criterio fondante della sua vita, dapprima solo pubblica e poi, inesorabilmente, anche privata: è nata la laicità.

A sua volta, il clero che assume imprudentemente il compito assegnatogli dall’uomo laicizzato, diventa, perdoni il gioco di parole, un clero clericale. Inizialmente applica arbitrari atti di imperio nel campo religioso, ma poi finisce per farlo anche nel campo civile. Questa è effettivamente ingerenza. Ma non è l’ingerenza della Chiesa, non è l’ingerenza della religione: è l’ingerenza di un clero clericalizzato inventato dalla laicità. Questo è tanto vero che il laico è ben contento di avere davanti a sé un clericale, invece che un cattolico. Perché quest’ultimo tornerà sempre all’unica regola del suo agire in campo civile: la Regalità sociale di Nostro Signore, cioè il dovere di fare in modo che Cristo regni sempre e il più possibile su questa terra. Se il cattolico rinuncia senza problemi ai suoi interessi economici e politici per salvare i principj, il clericale rinuncia senza problemi ai principj per salvare gli interessi economici e politici. Un partitino che usurpa il simbolo della Croce e l’otto per mille, valgono bene una Messa.

Romano Amerio, nel suo Iota Unum, parlando del Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica, firmato nel 1984, riporta l’articolo 1 del protocollo addizionale: “Si considera non più in vigore il principio originariamente richiamato nei Patti Lateranensi della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”. E poi commenta così: “Questo dispositivo del nuovo patto implica l’abbandono del principio cattolico secondo il quale l’obbligazione religiosa dell’uomo oltrepassa l’ambito individuale e investe la comunità civile. Questa deve come tale avere un riguardo positivo verso la destinazione ultima dell’umana convivenza a uno stato di vita trascendente. Il riconoscimento del nume è un dovere non puramente individuale, ma sociale. Oggi la Chiesa chiama laicità quello che ieri chiamava laicismo”.

Mi pare che non si possa fotografare in modo più impietoso il dramma in atto. Oppure si pensi, per esempio, a un mondo cattolico che, dopo aver combattuto contro la legge sull’aborto, oggi la difende sostenendo che è la migliore del mondo, ma, purtroppo, non viene applicata integralmente. Una metamorfosi prodottasi in soli trent’anni.

Altro esempio veramente clamoroso è stata la cosiddetta vittoria al referendum sulla fecondazione assistita. Il fatto che nella consultazione popolare non sia stato raggiunto il quorum è stato salutato come un successo del mondo cattolico e del genio del cardinale Ruini. Ma nessuno ha avuto il coraggio e l’onestà di dire che quel referendum non passò semplicemente perché nessuno è andato a votare e la maggior parte degli astenuti era composta da gente più interessata al weekend che alla difesa della legge naturale. Senza contare che si fece passare truffaldinamente per cattolica una normativa che alla prova dei principj e dei fatti non lo è.

Il problema di fondo non è una questione di strategia, di impegno o di attivismo: è la fiacchezza della fede. Sempre e solo grazie al vigore della fede i cristiani hanno avuto intelligenza e coraggio per ridurre alla ragione gli avversari di Cristo. Penso sempre con ammirazione e devozione all’esempio di Sant’Antonio Abate, che, come racconta Sant’Atanasio, tenne testa ai ragionamenti dei filosofi greci opponendo la fede in Cristo: “I filosofi greci si giravano da una parte all’altra imbarazzati. Allora, Antonio sorrise e disse di nuovo tramite l’interprete: ‘Si vede a prima vista che tali dottrine hanno in se stesse la loro condanna, ma poiché voi vi fondate soprattutto su dei ragionamenti e siete esperti in quest’arte e volete che anche noi non adoriamo Dio prima di aver dimostrato con discorsi la nostra fede, diteci anzitutto: in che modo avviene la conoscenza della realtà e in particolare quella di Dio, mediante dimostrazioni verbali o mediante l’operare della fede? E che cosa è più antico, la fede operante o la dimostrazione per argomenti?’.

Quelli risposero che era più antica la fede operante e che in essa consisteva la vera conoscenza; Antonio allora disse: ‘Avete detto bene, perché la fede nasce da una disposizione dell’anima, la dialettica, invece, dall’arte di chi l’ha composta. Per quelli che possiedono la fede operante, dunque, non è necessaria ed è forse superflua la dimostrazione per argomenti. Quello che noi comprendiamo per fede, voi cercate di dimostrarlo a parole e spesso non riuscite nemmeno a esprimere quello che noi comprendiamo. E così è migliore e più sicura la fede operante che non i vostri ragionamenti sofistici. Noi cristiani non abbiamo ricevuto il mistero tramite la sapienza dei discorsi greci, ma nella potenza della fede che ci viene data da Dio in Gesù Cristo. Ed ecco la prova della verità di quel che diciamo: noi non abbiamo appreso le lettere, eppure crediamo in Dio e riconosciamo per mezzo delle sue opere la Provvidenza universale. La nostra fede è efficace e ne è la prova il fatto che noi facciamo assegnamento sulla fede in Cristo, voi, invece, su discussioni filosofiche sofistiche. L’illusione dei vostri idoli crolla, la nostra fede invece si diffonde ovunque.  Con i vostri ragionamenti e i vostri sofismi non convincete nessun cristiano a passare dal cristianesimo al paganesimo, mentre noi, insegnando la fede in Cristo, indeboliamo la vostra superstizione perché tutti riconoscono che Cristo è Dio e figlio di Dio. Voi con la vostra eloquenza non riuscite a ostacolare l’insegnamento del Cristo; noi, invocando il nome di Cristo crocifisso, mettiamo in fuga tutti i demoni che voi temete come dei. E là dove si fa il segno della croce la magia perde ogni forza e i sortilegi non hanno più efficacia”.

Un integralista? Un massimalista? Un pazzo? Cos’altro potrebbe dire un cristianuccio di oggi di un gigante simile? Eppure sono questi integralisti, questi massimalisti, questi pazzi che fanno bene al mondo. Non quelli che ci vanno a letto insieme, financo nelle stanze di Santa Marta.

[fonte]

mercoledì 13 febbraio 2019

Diario della preghiera di Teofane il Recluso - parte 1

Teofane il Recluso, al secolo Georgij Vasilievič Govorov (1815-1894), fu un insigne monaco ed esicasta russo: nel 1866, dopo un'intensa attività di docente di teologia e ambasciatore, si ritirò nella vita solitaria in una cella nel monastero di Vjša, dalla quale non uscì mai dal 1872 fino alla morte. Autore di numerose opere spirituali, molte delle quali volte all'educazione dei giovani alla fede, si ricorda la sua traduzione in russo moderno della versione slavonica della Filocalia. 

Il testo che segue fa parte delle "Lettere" del santo monaco, essendo uno scritto inviato a un figlio spirituale per dargli un esempio di come dovrebbe scrivere il suo diario della vita spirituale. L'autore è Teofane stesso anche se usa la figura retorica di "un uomo". Sotto forma di annotazioni di diario della preghiera, Teofane imitando lo stile delle Centurie dei Padri della Filocalia offre un efficace compendio di teologia mistica. In 162 piccoli paragrafi, ripercorre le tematiche principali della vita spirituale: esortazione al combattimento spirituale, alla purificazione, al ricordo costante di Dio, indicazioni per il discernimento degli spiriti, eccetera. Le immagini sono particolarmente significative: il cuore come una spugna, le passioni come l'umidità sulla legna che le impedisce di accendersi all'amore di Dio.

Vi ho Scritto parecchie volte di annotare su un quaderno speciale i pensieri che vi vengono durante la preghiera o anche al di fuori di essa; tali pensieri sono brevi, vengono ma non se ne allontanano presto, occupano la mente e il cuore e con la loro immagine fanno bene all'anima. Per Stimolarvi a questa diligente occupazione e per darvi un esempio, vi invio un quaderno nel quale, a suo tempo, un uomo scriveva simili pensieri. Guardate come si fa e fate altrettanto!


Vi ho Scritto parecchie volte di annotare su un quaderno speciale i pensieri che vi vengono durante la preghiera o anche al di fuori di essa; tali pensieri sono brevi, vengono ma non se ne allontanano presto, occupano la mente e il cuore e con la loro immagine fanno bene all'anima. Per Stimolarvi a questa diligente occupazione e per darvi un esempio, vi invio un quaderno nel quale, a suo tempo, un uomo scriveva simili pensieri. Guardate come si fa e fate altrettanto!

1) Il cuore è come una spugna, piena di diversi liquidi. Spremiamola, e il liquido uscirà. Stiamo attenti al cuore; le stimolanti impressioni e le situazioni della vita corrente che escono dal cuore sono buone o cattive: dipende da ciò che conserva quella parte del cuore alla quale prestiamo attenzione. Osservalo. Questo può condurre alla buona conoscenza di te stesso.

 2) A volte accade che qualcuno, dove capita, venga allontanato da tutti. Ciò è immagine della coscienza colpevole; quando essa si rivolge a Dio scopre che egli avverte il suo volto; va allora dagli Angeli e dai santi, ma anch'essi non vogliono vederlo; si rivolge agli uomini con i quali vive e anche questi sembrano comportarsi con dispetto verso di lui; si rivolge a se stesso e non trova niente che possa consolarlo. Accade già così come accadrà, poi, nell’al di là? Tienilo spesso presente nella mente.

 3) Hai esaminato il caso di una speranza fallita? Guai, come è desolante! L'hanno sperimentato le vergini stolte. Speravano di incontrare lo sposo e non vi sono riuscite. Questo, in sé, non sarebbe così pesante. potrebbero consolarsi con la speranza di vederlo in qualche modo. Ma il guaio sta nel fatto che lo stesso Sposo le ha ripudiate per sempre. Queste vergini non erano peccaminose ma mancava loro qualche cosa di molto necessario. Che cosa? Dobbiamo pensarci ora, quando c'è ancora tempo per rimettere in ordine ciò che manca, per non avere noi stessi una tale esperienza.

 4) Accade, a volte, che a scuola, durante gli esami, si suppone che qualcuno conosca bene una certa materia, ma quando viene interrogato non pronuncia neppure una parola, si realizza il "nulla" del vuoto. Sta attento a che non ti succeda una cosa simile quando ti chiameranno a quell'esame che non può essere ripetuto. Qui la cosa è ancora riparabile, ma là non sarà più possibile la riparazione.

 5) Incombe la miseria della dannazione? Sì, perché anche Satana è dannato. Quindi neanche tu puoi supporre di avere il privilegio della non  dannazione se ti sei caricato con il peso dei peccati. Allora che cosa c'è da fare? Bisogna correggersi, chiedere misericordia senza posa, similmente alla vedova davanti al giudice.

 6)  Guardando i peccati, senti la testa bruciare, il corpo gonfio, livido, pieno di cattivo odore e, intorno a te, tenebre profondissime.

 7) Il Signore è sulla croce. Mettiti davanti a lui e, riflettendo, pensa con quale sguardo si rivolgerebbe a te il Signore dalla croce. Rimani il più a lungo possibile in questa posizione e la tua coscienza ti dirà ciò che devi capire.

 8) Fu detto dell'antico Israele: È divenuto pingue, largo, "ma ha dimenticato il Signore".  Lo stesso vale anche per i figli del nuovo Israele, quando essi, contenti di ciò che possiedono, vivono nell'incuria e nella negligenza nel soddisfare il Signore; sono sazi e riposano.

9) Dio si trova, per te, a seconda di dove tu riponi la tua speranza. e allora Se sono le ricchezze, allora le ricchezze sono il tuo Dio. Se desideri il potere, allora il potere è tuo Dio.  Se speri in un'altra cosa, questa è per te Dio. Se il vero Dio vuole convertire qualcuno a se stesso, distrugge prima i falsi dèi, facendo in modo che si capisca che non si può sperare in essi. Allora convertiti presto e sinceramente a Dio!

10) Nella vita naturale accade così: il servitore ritenuto colpevole dopo essere stato scacciato, viene accolto di nuovo a condizione che confessi  la sua colpa e prometta di comportarsi bene. Lo accettano anche la seconda volta, commossi dalle sue preghiere e dalle promesse. Lo accettano anche per la terza e quarta volta e, in seguito, fin quando non si esaurisce la pazienza e la benevolenza. Ma se lui ricade sempre nelle stesse colpe, essi alla fine gli diranno: Va' via e non darti arie, non possiamo più crederti! Non potrebbe accadere lo stesso con un peccatore, che cade molte volte negli stessi peccati, ma non smette di ricaderci? Rifletti su tale figura di uomo che è colpevole di tante ricadute!

 11) Accade che a qualcuno viene affidata l'amministrazione dei beni. Egli si sente superiore, progetta diversi piani, li scambia l'uno con l'altro, non cura gli interessi della proprietà, ma agisce secondo la propria fantasia; fatica molto, ma non si può parlare con lui e i beni sono presto dissipati. Lo stesso succede nella vita morale quando uno soffre di fantasticherie mentali; egli non è povero, fa delle opere, ma non si può ragionare con lui; tutto ciò che fa non è finalizzato, è come pula nel vento.

12) Dove arrivò colui che non aveva la veste nuziale? Già si era seduto a tavola, ma come è finito? Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre. Su questo riflettano spesso quelli che credono di essere importanti.

13) Qualche opera, fatta bene manualmente, viene lodata da tutti. Ma un buon conoscitore vi getta lo sguardo e subito scopre che è falsa, per colpa dell'errore o dell'ignoranza o anche fatto appositamente. Lo stesso succede nella vita morale: alcune azioni appaiono molto buone e lodevoli, altre vengono stimate persino sante. Ma un buon conoscitore subito analizza l'opera e da poche sue parole riconosce la persona.

14) Ricordati da dove sei caduto! È un avvertimento che si sente nella coscienza di chi ha cominciato l'opera della sua salvezza ma è progredito poco; si è lasciato distrarre ed è ritornato a ciò che faceva in precedenza o, ancora, a cose peggiori. Quanto è amaro questo!

15) Qualcuno che ritorna sul cammino della penitenza, comincia a soffrire in se stesso: gli sembra che tutto cada dalle sue mani perché le sue forze sono indebolite e viene ostacolato dalle precedenti abitudini. Allora spontaneamente sospira: «Tu che tieni la bilancia del giudizio, Signore, salvami! »

16) Che cosa è lo spirito, se viene posto sotto il dominio dell'anima e del corpo? E cosa sono l'anima e il corpo se si trovano sotto il dominio dello spirito? Lo può giudicare ognuno dalla propria esperienza. Il passaggio dalla sfera della carne a quella dello spirito ci viene mostrato da santa Pelagia, santa Maria Egiziaca, santa Taisia, san Mosè Mauro, san Davide, e da tanti altri. [1]

17) Sotto l'influsso dell'economia dell'incarnazione del Signore Gesù Cristo stiamo realizzando un'opera di estrema importanza nel mondo, nell'umanità e in ogni uomo particolare. Per partecipare a questa disposizione siamo condotti anche noi dalla onnipotente mano di Dio. Perciò non è lecito prendere alla leggera non soltanto la vita stessa, ma neanche ogni singola azione, quando ricordiamo dove questa deve tendere. Del tempo non dobbiamo perdere invano neppure un solo minuto. Come nelle piante, così nel corpo animale non passa neppure un momento che non si verifichi ciò che è necessario per la vita in generale e per ognuna delle sue parti. In loro succede senza conoscenza e senza libera volontà, ma la creatura razionale deve fare lo stesso nell'ordine morale e religioso in modo indipendente, consapevole e libero.

18) L'uomo che lavora con l'anima, sia come esperto in qualche materia sia come artista, spesso sacrifica per le sue opere tutto ciò che è divino, in particolare la preghiera, il pensiero a Dio, le opere di devozione. Tu, al contrario, colloca allora la speranza nell'opera del Signore e nelle tue forze.

19) Dato che ogni peccato viene giudicato, il peccatore dovrebbe sentirsi come si sente un condannato, come uno contro il quale è stato pronunciato il verdetto di morte e gli rimangono solo pochi minuti prima dell'esecuzione, prima che si aprano le porte ed entrino i giustizieri.

20) L'azione della grazia dello Spirito santo precede il perdono dei peccati e la purificazione del cuore dalle passioni. Il perdono e la purificazione precedono l'odio per tutto ciò che è peccaminoso e questo odio è preceduto dal sentimento di condanna del rigetto da Dio. Quest'ultimo si manifesta quando si sveglia la coscienza e, sotto l'influsso del timore di Dio, l'uomo comincia a riflettere su tutte le sue iniquità e le irregolarità della sua vita. La cosa principale è il risveglio del timore di Dio. Tali sono gli elementi del progresso nello spirito. Essi sono vivificati dall'influsso della grazia.

21) Il patriarca Giacobbe lavorò sette anni per ottenere Lia e sette anni per Rachele.  Lia è immagine della vita pratica, Rachele della vita contemplativa. L'una e l'altra si raggiungono con fatica.

22) L'uomo al quale viene mostrata mancanza di rispetto e freddezza diviene scontento e irritato. E Dio? Rimane presente dovunque, anche se da parte nostra non possiamo gloriarci di una continua attenzione verso di lui e di una calda relazione con lui da parte del nostro cuore.

23) A chi si trova al proprio posto, la vita si presenta come stabile ed egli è contento. Ma se accade che perde il suo posto, si trova completamente nei guai. Esiste il proprio posto anche nella vita spirituale. Chi vi rimane è contento interiormente, ma chi lo abbandona comincia a sentire subito delle sofferenze interiori, più terribili e dannose di qualsiasi disgrazia esterna.

24) Chi si comporta come deve, colui che si sforza e non si risparmia, è attento a se stesso e alimenta nel cuore sentimenti religiosi. Appena comincia a risparmiarsi dalle fatiche della vita devota viene come conseguenza un turbamento nei pensieri e una freddezza del cuore. Se non arresta il cammino su questa strada, cadrà presto nell'iniquità e nell'incuria, nell'insensibilità e nella dissipazione. Lo stato di paralisi di un'anima è un avviamento alla morte della stessa.

25) Esistono anche pene spirituali provenienti da Dio: vengono tolti i sentimenti spirituali. Ciò accade quando il cuore prova gusto per qualche passione, pur avendo la possibilità di evitarla. Allora diviene incapace di ricevere sentimenti spirituali; rimane così fino a quando non corregge ogni attaccamento al suo desiderio passionale.

26) È un sentimento che si chiama "possesso del mondo": l'uomo dimentica se stesso, comincia a spostare tutto nel mondo e a riorganizzare, secondo la propria opinione, le cose, le persone, le situazioni. Il nemico lo mette sul trono e lo trasfigura nella scimmia del governatore del mondo. Si può immaginare una cosa più ridicola di questa follia?

27) Nel tempo della preghiera il nemico suggerisce alla nostra mente alcune opere come se fossero estremamente necessarie, ma, in seguito, ci convince a lasciare anche queste e ad andare chissà dove. Bisogna, quindi, avere una stabile convinzione del cuore nella risoluzione di dare la precedenza a Dio, o almeno alla preghiera, davanti a tutte le altre cose. A lui deve appartenere ogni tempo, ma bisogna consacrargli totalmente almeno il breve tempo della preghiera. E anche questo è poco. Cerchiamo di arrivare a camminare costantemente davanti a Dio, con timore e con devozione. Egli infatti è dovunque nella sua grandezza.

28) L'unzione delle porte con il sangue dell'agnello pasquale è un simbolo anche per noi. Che cosa significa? Significa la sacramentale unzione delle nostre anime con il sangue del Signore Salvatore nel santo battesimo. Bisogna pregare, affinché quel sangue penetri ovunque in noi e con esso sia segnato tutto nello spirito, nell'anima, nel corpo. Ci proteggerà davanti al giudizio che dovrà decidere sulla nostra vita o morte eterna.

29) La preghiera può essere mentale, ossia intellettuale, o del cuore, preghiera del sentimento. La prima non riesce mai a essere pura e indisturbata. Soltanto il sentimento può procurare alla preghiera queste proprietà, e ciò accade quando il cuore è pienamente compenetrato con qualche sentimento religioso. Si tratta di un dono di Dio, ma anche noi dobbiamo preoccuparci di introdurre nel cuore tali sentimenti, specialmente prima di pregare. La preghiera, poi, riscalderà questo sentimento consentendo, così, di procedere giustamente.

30) Per progredire nella penitenza si comincia con il doloroso pentimento di aver offeso Dio con i nostri peccati. Segue la decisione di non peccare per il futuro; ciò è più importante del semplice pentirsi del fatto che ci distruggiamo con i peccati; anche questo sentimento ha il suo posto durante la penitenza e la conversione.

31)     Chi non sperimenta l'azione dello Spirito santo nel cuore vede messa in discussione la propria salvezza. Tale situazione può anche dipendere dal fatto che nell'anima non vi è nulla. Ma di solito lo Spirito santo non manifesta apertamente le azioni della sua grazia fino a quando c'è il pericolo che l'uomo possa considerare questo bene come procurato da se stesso.

32)     Vi sono due specie di assoluzione dai peccati: quello misterioso e quello ontologico, come se fosse fisico. Nel primo caso si assolve la coscienza e l'uomo si sente gioiosamente assolto da ogni condanna per i peccati. Nel secondo caso si assolve la natura da tutte le passioni che la legano. A questo secondo conducono le pratiche ascetiche della mortificazione, le opere di beneficenza e la preghiera. Ciò può essere definito epitimia divina fisica, anche se il sacerdote non impone quella ecclesiale; ma se la impone, per mezzo di essa l'epitimia  divina viene ad abbreviarsi. A ottenere questa assoluzione per i defunti provvedono le preghiere della Chiesa e le opere di beneficenza, fatte per essi.

33) "Vacate" e vedete che io sono Dio."Vacare" significa scacciare dall'anima tutto ciò che potrebbe velare il volto di Dio contemplato con la mente insieme con i sentimenti corrispondenti, scacciare tutto ciò che devia l'attenzione e il sentimento da Dio. Ma come si può vacare in questo modo durante le opere? Eseguirle con le disposizioni che ti vengono imposte da Dio e non con quelle che provengono dalla propria iniziativa o da qualche stimolo proveniente dal di fuori.

34) Il nemico opera senza posa presso di noi. La sua prima opera è di tenerci occupati con qualche cosa di secondario, anche se non cattivo, sottraendoci da quelle principali, dall'unica necessaria. Quando ha successo in questo, comincia a suggerirci anche le sciocchezze; passo per passo le introduce nei nostri pensieri e nei nostri sentimenti.

35) Immagina lo zar e la sala dove riceve. Vi sono entrate molte persone di vario genere con lo scopo di chiedergli qualche cosa. Ma invece di rivolgere le domande allo zar, alcuni guardano dalla finestra, altri raccolgono cose inutili, altri godono della bellezza della sala, altri disputano. Vi è molta confusione, ma quasi nessuno guarda lo zar. Di questo tipo sono spesso le nostre riunioni in chiesa e le preghiere a casa. Eppure tutti si lamentano che le loro preghiere non vengono esaudite!

36)  Dio costruisce il suo castello spirituale nel cielo. Il materiale viene preparato qui, sulla terra, nella Chiesa di Dio, dalle anime umane. La loro idoneità si manifesta dopo la morte. Ciò che è idoneo si colloca nell'edificio al proprio posto e ciò che non è idoneo viene rigettato anch’esso nel proprio posto.

37)  Come immaginarsi Dio? Nel cielo, dentro di noi o in un altro modo? In nessun modo. Bisogna acquisire l'abitudine di essere consapevoli che Dio è dovunque, conseguentemente anche dentro di te; vede tutto, allora anche i tuoi segreti; rimani in questa convinzione devotamente davanti al Dio invisibile, senza alcuna immaginazione. Ma prega affinché Dio stesso te lo insegni.

38) Dio è creatore dell'uomo interiore. Ma Dio comincia ad agire dentro quando l'uomo riconosce che non è niente in tutte le sue parti e quando si affida totalmente nelle mani di Dio, dell'onnipotenza divina.

39) Siamo tutti nel nostro Salvatore. Egli ci rende misericordioso il Padre e ci manda lo Spirito santo. Quando ebbe condotto al termine l'economia della salvezza, divenne il nostro governatore e noi siamo diventati i suoi servi, acquistati con il suo sangue. Lo senti?

40) Quando senti che qualcuno parla molto del fatto che uno divenne sazio, si mise a giacere e a russare, non dimenticare che questa è l'immagine della tua incuria e della contentezza di sé.

41) La preghiera, in via abituale, deve essere intesa così come si dice generalmente: si è attaccato e non lo distrarrai tirandogli le orecchie. Ma può essere anche così: tiralo anche con la corda, non lo attirerai.

42) Di qualcuno si dice che si è smarrito. Guarda se non direbbero lo stesso di te gli angeli di Dio, giudicando come ti comporti rispetto a Lui nella preghiera. Non sei arrivato a comportarti con troppa disinvoltura? Lo zar terreno, anche quando è molto misericordioso e benevolo, non può sopportare la disinvoltura e non permette l'accesso a sé da parte di uno svagato. E pensi che lo Zar celeste ne gioirà?

43) La soddisfazione della carne distrugge ogni bene acquisito con fatica. Ciò rassomiglia al caso del proprietario che, con le proprie mani, rompe il bell’albero che è cresciuto con molta cura.

44) Cuore - caverna dei serpenti. I serpenti sono le passioni e il loro abisso senza fondo sono: la condiscendenza alla carne, mangiare e bere a sazietà; il non far niente, la pigrizia; l'amore dei beni, delle cose; l'avarizia, il desiderio di guadagno; l'egoismo, la vanagloria, il desiderio di piacere agli uomini, darsi le arie; l'ira, l'odio, l'invidia, la malizia; l'eccessiva preoccupazione, la dissipazione, eccetera. Cosa dobbiamo fare? Appena appare una di queste, battila sulla testa. Con quale martello? Si chiama: il non aver compassione per sé.

 45) Uno degli startsi scrisse: Sono simile a un cavallo che pascola senza padrone, chi vuole mi cavalca; appena quel primo mi ha cavalcato abbastanza e mi lascia, subito si mette sopra di me un altro e fa lo stesso, eccetera. Con ciò vuol esprimere il vagabondare qua e là dei nostri pensieri e, per mezzo di essi, il nemico che cavalca su di noi. Bisogna aggiungere che fa lo stesso anche per mezzo delle molteplici attività e delle molteplici preoccupazioni che portano a un incontrollabile smarrimento.

46) Chi fa penitenza vede, all'inizio, soltanto i suoi peccati. Ma quando la disposizione interiore si consolida, comincia a vedere che sotto i peccati vi sono le passioni che opprimono l'anima. All'inizio sospirava: Signore, abbi pietà di me peccatore; ma, in seguito, vi aggiunge: Signore, purifica me peccatore, ossia: Signore, guarisci la mia anima.

47) Al mistero dell'annunciazione e dell'incarnazione corrisponde, dentro di noi, l'inizio della ricerca della salvezza e l'accettazione della grazia che viene dentro di noi dal seme della nuova vita. Alla natività (del Signore) corrisponde la formazione del nuovo uomo interiore.

48) Davvero siamo seduti nelle tenebre e questo non soltanto quando viviamo male, ma anche quando cominciamo a riflettere sulla salvezza. La vita ci dà occasione di osservarlo e sentirlo, ma speculando non lo risolveremo.

49) Senti che dicono di qualcuno: dove si è bloccato? E' un'espressione adatta rispetto ai momenti in cui i pensieri di un'alta opinione di sé s'impossessano di noi.

50) I sentimenti di penitenza si manifestano, inizialmente, dall'istinto di conservazione di noi stessi: "sono perduto"; più tardi mutano nella tristezza di aver offeso Dio. Bisogna supporre di rimanere così per tutta la vita.




[1] Santa Pelagia di Antiochia (II-III secolo) fu una ricca mima e meretrice siriana, che, convertita dal vescovo Nonno, ottenne il Battesimo, e si recò pellegrina a Gerusalemme, ove morì da eremita (cfr. Vita Sanctæ Pelagiæ meretricis, PL 73).
Santa Maria Egiziaca (IV-V) fu una giovane e dissoluta prostituta di Alessandria, che, giunta per svago a Gerusalemme, fu chiamata alla penitenza dalla Madre di Dio: purificatasi nel fiume Giordano e comunicatasi, si recò nel deserto ove visse per quarantasette anni, nutrendosi solo di erbe selvatiche. Ivi incontrò il santo monaco Zosimo, intento un pellegrinaggio quaresimale, che la comunicò nuovamente e le promise di tornare a visitarla l’anno successivo, quando la trovò santamente morta.
Altra prostituta alessandrina fu Santa Taisia (o Taide, IV secolo), convertita da san Pafnuzio, e quindi ritiratasi in un convento, ove visse murata viva per tre anni per espiare le proprie colpe.
San Mosè Mauro (III secolo) fu uno schiavo etiope, che fuggì dal proprio padrone dopo averlo derubato e si mise a capo di una masnada di briganti. Pentito, scelse la vita ascetica presso San Macario il Grande nel deserto di Scete; ordinato successivamente sacerdote, visse da eremita tra il deserto di Petra e quello di Scete.
San Davide (X secolo a.C.) è il re d’Israele di cui ci narrano i Libri dei Re e i Libri delle Cronache. Qui è richiamato l’episodio in cui il sovrano concupì Betsabea, moglie di Uria l’Ittita, soldato dell’esercito israelitico, facendo mandare a morte quest’ultimo. Dopo il duro rimprovero da parte del profeta Natan, Davide si pentì delle sue azioni, e le scontò con la morte del primo figlio avuto da Betsabea. Il salmo 50 (Miserere) sarebbe stato composto da Davide per chiedere perdono a Iddio dopo questo suo peccato di lussuria.

martedì 12 febbraio 2019

Sante Fosca e Maura, martiri

die 13. februarij
IN SANCTA PATRIARCHALI PRIMATIALI METROPOLITANA
ECCLESIA VENETIARUM

Ss. Fuscæ virg. et Mauræ, martyrum
Duplex
Par. rubra – missa propria “Da nobis” – Gloria – Praef. communis


La vergine Fosca, nata da nobile famiglia a Ravenna, il cui padre Siroo venerava gl'idoli, all'età di quindici anni fu iniziata ai precetti della fede Cristiana dal sacerdote Ermolao, uomo di grande santità, insieme alla nutrice Maura, e fu purificata nel lavacro del Battesimo. Venuto a conoscenza di ciò, il padre, dopo aver tentato in vari modi di allontanare la figlia dalla fede in Cristo, sempre tuttavia senza sortire alcun effetto, gettatala in carcere la fece tenere ivi segregata per tre giorni senza cibo, facendovi entrare pure alcune nobili matrone e altre giovini parenti, perché potessero in qualche modo riportarla al vano culto degl'idoli. Poiché ella non si fece affatto convincere da questo, e rimaneva salda nel proposito della religione cui s'era convertita, Siroo s'infuriò a tal punto che, se la madre non avesse interceduto per lei, fattala uscire dal carcere, sarebbe stato sul punto di trafiggerla con una spada.

In quel tempo il preside Quinziano, colui che in Sicilia fece trucidare sant'Agata, aveva fatto il suo ingresso a Ravenna, e ordinò di portare a sé in catene Fosca e Maura. Ma i subalterni, avendo visto persino un Angelo splendidamente rifulgente che pregava vicino alla ragazza, furono terrorizzati a tal punto che non osarono far nulla, e ritornarono da Quinziano a mani vuote; nonpertanto, non molto tempo dopo Fosca e Maura si presentarono a lui di propria iniziativa, e pubblicamente professarono la loro fede cristiana. Adirato, il preside ordinò di percuoterle entrambe con verghe, poi le fece rinchiudere in un orrido carcere, e dopo avervi passato amaramente qualche giorno, Fosca, portata fuori dalla città, essendole stato trafitto il fianco con una spada, poi che una voce dal cielo l'ebbe esortata ad andare incontro alla morte con coraggio, venne uccisa.

Con una morte simile, pure la nutrice Maura ricevette santamente il martirio; mentre infatti piangeva il cadavere, che non smetteva di abbracciare, avendo chiesto al carnefice di ammazzarla per lo stesso motivo, ella pure fu messa a morte. I loro corpi, portati via di notte da alcuni marinai cristiani e trasferiti a Sabrata, nella Tripolitania, da lì, in seguito alla distruzione della città, furono poi traslati da un marinaio di nome Vitale a Torcello, un isola delle Venezia, ove vengono tutt'oggi venerate in una chiesa situata non lontano dall'antica Cattedrale.

(dal Proprium Officiorum pro Venetiarum Patriarchatu, 1916)

mercoledì 6 febbraio 2019

Postille ad alcune riflessioni su FSSPX e FSSP - parte 2

Vedasi qui la prima parte.



Scrive il prof. Kwasniewski:

Il celeste patrono della Fraternità Sacerdotale di San Pietro ci mostra anch'egli due facce in contraddizione tra loro: il Pietro che professò Cristo quale Figlio di Dio e ricevette le chiavi del regno dei cieli; e il pietro che provò a lamentarsi della follia di Cristo e ricevette il suo rimbrotto: "Va' dietro di me, Satana". Nel Nuovo Testamento vediamo il Pietro che predicò la prima omelia nella prima Pentecoste e guadagnò migliaia di anime alla Chiesa; vediamo pure il Pietro che, per umano rispetto, rinnegò il suo Maestro durante la Passione, e successivamente rifiutò di associarsi ai Giudei convertiti, per la qual cosa egli si meritò il duro rimprovero del suo compagno, l'apostolo Paolo. Come ha mostrato Joseph Ratzinger nel suo libro "Chiamati alla Comunione", il lungo corso della storia della Chiesa ha mostrato ambedue le facce di Pietro, quando i suoi successori hanno agito quale stabile roccia dell'ortodossia dottrinale e sicura guida, oppure come uomini che agiscono con le loro fallibili iniziative, ambiziose, mondane, dissolute e compromettenti.

Lasciando da parte questa dualità, possiamo affermare che il patronato di S. Pietro equivale a prendere una delle due forme della Chiesa Cattolica, del periodo Tridentino e specialmente del post-Vaticano I. Questo santo può simbolizzare sia l'aderenza all'autentica tradizione apostolica, che lo porrà contro il Protestantesimo e i suoi frutti in materia di dottrina, etica e culto; oppure può simbolizzare lo spirito dell'ultramontanismo, una falsa esaltazione del papa, un culto della personalità del papa, che taluni hanno chiamato iperpapismo o papolatria.

Giungendo a parlare della FSSP, l'autore non può esimersi dal far notare l'atteggiamento papista che caratterizza questo istituto: certamente esso ha una storia particolare e nasce come sezione accordista del mondo tradizionale, che vuole restare unita anche a livello ufficiale con la Sede Romana, ma questo non giustifica in alcun modo un atteggiamento che Kwasniewski assai saggiamente paragona agli eccessi ultramontani della fine del XIX secolo. Questo atteggiamento contamina anche altri istituti "in piena comunione": penso all'Istituto di Cristo Re, i cui chierici (in fondo replicando un'aberrazione diffusa nelle diocesi prima della riforma liturgica) sono tenuti a dire in perpetuum l'orazione imperata pro Papa. Nondimeno, la San Pietro resta la più "scandalosa" in questo campo. Sono del resto difficilmente giustificabili affermazioni come la recente dichiarazione del nuovo superiore della FSSP, padre Andrzej Komorowski: "Non c’è possibilità di andare in Paradiso senza essere uniti al Papa". Bisognerebbe dirlo a un bel po' di santi della Chiesa, che in Paradiso ci sono, e a quanto pare senza esser stati uniti al Papa (o almeno a quello "giusto")...

La papolatria, la trasformazione del primato giurisdizionale del Vescovo di Roma nella venerazione di una figura come emissario particolare di Dio, dotato di chissà quali virtù soprannaturali, trova indubbiamente le sue origini teoriche in una lettura del Concilio Vaticano I; da Pio IX in poi l'ufficio papale tenderà a essere esaltato a dismisura, fino appunto a giungere all'aberrazione odierna per cui ogni parola che esce dalla bocca del Papa viene accolta come legge divina quasi superiore al Vangelo. Il Comune dei Sommi Pontefici, la trasmissione via radio (e poi via TV) delle Benedizioni prima e degli Angelus poi, le udienze pubbliche, la moltiplicazione delle messe pubbliche, i viaggi intercontinentali... tutto concorre alla creazione di una figura che non è più il Vescovo di Roma e il custode dell'ortodossia, sibbene un vero e proprio rex sacrorum, padrone di fare quello che gli pare del patrimonio di Fede che gli è affidato in semplice custodia (se n'è parlato a proposito delle riforme liturgiche del Novecento).

Immagine dell'ultramontanismo: dipinto di Batoni in cui Benedetto XIV
scrive una bolla sotto l'ispirazione dello Spirito Santo e dei Santi Pietro e Paolo

Le manifestazioni dell'ultramontanismo contemporaneo possono essere evidenti o nascoste. Per manifestazioni evidenti dobbiamo solo guardare alla cerchia di sicofanti che applaudono a ogni singola parola o gesto del papa. Per una manifestazione nascosta, si consideri l'assordante silenzio da parte di molti tradizionalisti circa le più terribili azioni e dichiarazioni del papa; la volontà di proiettare un'immagine di "tutto va bene" in pubblico, facendo il contrario in privato. Si capisce che, in tempo di persecuzioni, i membri delle comunità religiose tradizionali vogliano tenersi al sicuro, per paura delle rappresaglie; ma si penserebbe che, per rispetto di se stessi, i membri di dette comunità non dovrebbero permettersi di parlare contro i Cattolici che alzano la loro voce per protestare contro le deviazioni dalla tradizione dominica, apostolica ed ecclesiastica.

L'autore conclude riassumendo le contraddizioni presenti nei due istituti e invocando una maggior umiltà dalle due parti, per una proficua collaborazione nel nome della Tradizione. Purtroppo, sebbene siano stati evidenziati con dovizia di particolari i difetti maggiori delle due comunità, non tutti i problemi sono stati presentati. La domanda di fondo che bisogna porsi è: si può pensare che questi istituti possano salvare la chiesa dalla deriva attuale? La risposta a parer mio è no, in quanto la discesa verso l'abisso procede a una velocità tale che sarà difficile fermarla in qualche modo, senza un intervento divino. A questo punto, gl'istituti dovrebbero essere almeno dei "porti sicuri" per la liturgia e la spiritualità. Lo sono? Ancorché a molti potrebbe parere così, mi permetto di dissentire.
I problemi liturgici, che abbiamo menzionato nel post precedente, sono estremamente perniciosi, e discendono direttamente da una formazione liturgica scarsissima, praticamente assente; nei seminari non vengono insegnati i principi della liturgia, ma tutt'al più viene impartita qualche insegnamento che cerca di riprodurre la pessima ars celebrandi (e la conseguente mentalità) degli anni '50 del secolo scorso, quelle stesse ars e mentalità che crearono terreno fertile per le scellerate riforme. Raramente ho visto sacerdoti di istituti tradizionali celebrare in modo veramente preciso: nei più si può ravvisare la mancanza di preparazione sin da come tirano i colpi di turibolo durante l'incensazione. I liturgisti veri non hanno vita facile negl'istituti, si pensi al santo prete che fu don Franck Quoex.
Anche la formazione teologica (e questo non lo dico io, ma gente che in quei seminari ci ha studiato e, ricevuta l'ordinazione, ha avuto l'umiltà e l'intelligenza di mettersi a studiare per bene le cose) lascia sovente a desiderare; per non parlare del senso pratico della gestione di una parrocchia, completamente assente nella quasi totalità dei chierici usciti dagl'istituti, che sembrano vivere sulle nuvole. La formazione mistica sembra non pervenuta.
Pietismo ottocentesco, possibilmente da dimostrare in modo palese: a questo si riduce la formazione di molti chierici degl'istituti tradizionali, in cui non si troverà altro che quel clero pericolante della chiesa latina degli ultimi due secoli, il clero che gettò le basi agli stravolgimenti dell'ultimo mezzo secolo. E per di più, con una certa mondanità diffusa: fino agli anni '60, a Roma, erano sospesi a divinis i preti che si recavano nei bar o a teatro. Conosco più di un sacerdote di istituto tradizionalista che nei bar o nei club ci va spesso e volentieri, a notte fonda e in compagnie equivocabili.
Purtroppo, non è certo questa la soluzione per chi vuole ricercare lo spirito apostolico, il ritorno alla purezza della Chiesa antica.
Sembra che un buon numero di chierici crei problemi, più che risolverli. Tutto questo, bisogna dirlo, affonda le sue radici nella generale e comune miseria della condizione umana, sviluppata dal fatto di sentirsi parte di una élite alla quale va dato ascolto e reverenza "a priori" e indipendentemente da tutto: un atteggiamento settario e clericalista, per cui il prete ha ragione perché è prete, ontologicamente superiore ai laici. Per esempio, ricordo un prete cui mi trovai a dover servire la messa, che mi rimproverò ad alta voce durante la liturgia sull'altare per un gesto che avevo fatto, quasi curandosi che tutto il popolo udisse il suo rimbrotto; quando poi, dopo la messa, feci sommessamente notare che quanto avevo fatto era perfettamente previsto e richiesto dalle rubriche, laddove le sue pretese apparivano espressione pura di quel pietismo antiliturgico di cui sopra, per tutta risposta egli mi gridò che lui era prete e dunque doveva avere ragione. Quasi che il fine della vita cristiana non sia l'acquisizione dello Spirito Santo (come diceva san Serafino di Sarov) ma diventare preti, privilegio concesso solo ad alcuni.

martedì 5 febbraio 2019

Postille ad alcune riflessioni su FSSPX e FSSP - parte 1


Recentemente sul sito statunitense New Liturgical Movement (qui) è apparso uno scritto del prof. Peter Kwasniewski, assai interessante, nel quale egli invocava a gran voce la necessità di umiltà da parte della FSSP e dalla FSSPX, che rappresentano idealmente due posizioni antitetiche del mondo tradizionale, cioè quella accordista e quella disobbediente rispetto al Vaticano, finalizzata a un mutuo supporto tra le parti, a vantaggio indiscusso della Tradizione e alla maggior gloria di Dio. L'articolo, d'indubbio valore, evidenzia i difetti delle due parti (la FSSP, per sua natura, sarebbe assai indulgente verso gli atti vaticani sconsiderati, tendendo a un certo "neo-ultramontanismo", mentre la FSSPX di contro avrebbe poca cura per alcuni questioni liturgiche), segnalando come una collaborazione tra i due istituti potrebbe portare al "completamento" degli stessi, colmandosi da una parte i difetti dell'altra e viceversa. Dell'interessante articolo traduco qui alcuni pezzi, ai quali però appongo dei miei commenti, perché la situazione appare talora ancor più grigia di quanto già non segnali il prof. Kwaniewski.

[...] Noi possiamo difatti rovesciare le carte, notando che sono le "cosiddette comunità Ecclesia Dei" che stanno custodendo le antiche tradizioni liturgiche, come la Settimana Santa pre-1955 e altri aspetti delle pratiche tradizionali più antiche del Rito Romano (e.g., ottave, collette addizionali, letture doppiate, pianete piegate, ultimo Vangelo proprio), mentre la FSSPX, per quanto ne so, porta avanti le soppressioni e le distorsioni di Pio XII e Giovanni XXIII. A onta delle sue altre magnifiche qualità, l'Arcivescovo Lefebvre aveva un che di naif circa l'estensione dei danni che erano già stati fatti alla liturgia prima del 1962. Se egli decise di attenersi a questo "ultimo messale" per allontanare lo spettro dell'incipiente sedevacantismo, mi sembra alquanto un diverso modo di "rompere l'unità della Tradizione al fine di negoziare un accordo puramente pratico".

Le ultime parole che il prof. Kwasniewski cita in questo spezzone sono tratte dalla nota della Casa Generalizia della FSSPX in seguito alla soppressione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, nella quale l'istituto sottolinea ancora una volta l'inconsistenza e la contraddittorietà di comunità che celebrano coll'antico messale, ma accettano in toto un Concilio che andrebbe a contraddire in certuni punti la teologia sottesa da detto messale. Posto che questi ragionamenti, come rileva brevemente lo stesso Kwasniewski, dipendono strettamente dalla falsa considerazione del rapporto liturgia-dottrina introdotta da Papa Pacelli nella Mediator Dei (vedasi qui), e che veri sono i rilievi sull'altrettanta incoerenza che v'è nell'accettare in toto il messale riformato del 1962, dobbiamo chiederci se ciò che si dice sulla volontà degl'Istituti Ecclesia Dei di tornare alle forme rituali precedenti il 1955 sia vero: se lo fosse, sarebbe da rallegrarsene immensamente!
Orbene, dalla mia personale esperienza posso riferire che, seppur vi sia indubbiamente un minor formalismo (inteso come l'aderenza rigida e acritica alle scellerate rubriche del '62) negl'istituti come FSSP o ICRSS, non si avverte assolutamente un interesse autentico, salvo rari e isolati casi, per il ritorno alle forme pure del rito romano. Certo, si usa qualche pianeta plicata, si compiono alcuni gesti cerimoniali della Settimana Santa antica, ma quanto questo è fatto per una reale comprensione delle problematiche delle riforme degli anni '50, o quanto piuttosto per mero estetismo? Dovremmo chiederci quanti domenica scorsa hanno cantato la 2a orazione di S. Biagio e la 3a A cunctis, o quanti domenica 13 gennaio hanno celebrato l'Ottava dell'Epifania anziché la Sacra Famiglia. Temo ben pochi. L'integrale attenzione nel seguire le rubriche antiche, che quindi comporta l'essere animati da zelo liturgico e non da apprezzamenti esteriori, è cosa veramente rara: Kwasniewski cita ottave, collette addizionali, ultimo Vangelo proprio; forse negli USA la situazione è più rosea, ma in Europa (dove del resto molte case della FSSP hanno continuato a celebrare la settimana santa riformata) queste cose sono letteralmente ignorate, laddove talora si hanno sbandamenti in direzione del '65 (soprattutto in Francia, dove le letture in vernacolare sono prassi consolidata...), mentre nelle chiese più "conservatrici" ci si bea di celebrare il mercoledì delle ceneri con pianete piegate e stolone, ma tralasciando coscientemente e consapevolmente le orazioni del tempo.

D'altro canto, membri della FSSP non esitano a sparare dopo anni ai genitori da cui si sono allontanati. Uno dei suoi fondatori dichiarò abbastanza veementemente: "Io prego assai perché i miei vecchi, buoni amici [nella FSSPX] si uniscano alla Chiesa (!) e vi entrino senza condizioni, ma accettino l'autorità del magistero vivente". [...]
I laici, quanto alla mia esperienza, hanno un maggior senso dell'importanza di essere flessibili e "tradumenici", in questa fase cancerosa del disastro postconciliare.
Possiamo pensare a un'ironia divina nei nomi stessi delle Fraternità, che ci suggeriscono due facce, come quelle dell'antico dio romano Giano.



Anzitutto, la Fraternità Sacerdotale che prende nome da S. Pio X. Ogni Cattolico ammira Pio X per la sua autoritaria condanna del Modernismo, che è "sintesi di tutte le eresie", e i suoi vigorosi (ancorché purtroppo privi di successo) sforzi per la soppressione dei Modernisti; per la sua inequivocabile condanna del principio di separazione tra Chiesa e Stato nella sua enciclica "Vehementer Nos"; per la sua promozione del canto Gregoriano in "Tra le Sollecitudini" e la sua condanna dell'uso di pianoforti in chiesa, che è ancora in vigore, quantunque sia spesso ignorata; per aver incoraggiato la ricezione della Prima Comunione a un'età più bassa, e per la pratica della Comunione frequente per chi è in possesso delle disposizioni adatte.

Ad ogni modo, vi è una macchia nella sua carriera papale: la violenza ch'egli commise nei confronti del Breviario Romano, con la sua riforma radicale del 1911. Molti Papi hanno aggiunto questo o quel dettaglio alla liturgia - una nuova festa, un nuovo prefazio, una nuova ottava... molti hanno modificato le rubriche; assai raramente hanno sfoltito elementi ch'erano cresciuti a dismisura, come la rimozione da parte di San Pio V di certi santi ovviamente leggendari dal calendario del messale romano del 1570. Ma mai un Papa aveva osato alterare in modo così radicale e completo alcuno degli antichi uffici liturgici della Chiesa Latina. Quando Pio X fece smantellare il Breviario Romano e ricostruirlo agl'inizj del XX secolo, non stava semplicemente riordinando qualcosa ch'era stato costruito nel XVI secolo, come si può trovare che asseriscano alcuni liturgisti; egli invece stava alterando una regola di preghiera  così antica da non poterne individuare chiaramente le origini Difatti, vi sono forti argomenti per pensare che la recitazione quotidiana dei salmi Laudate (148-149-150), dal quale l'ora canonica stessa delle Lodi prende nome, è riconducibile ai Giudei del tempo di Cristo e pertanto, assai probabilmente, fu praticata da Nostro Signore stesso nella Sua preghiera sulla terra. C'erano dei problemi col Breviario al volgere del XX secolo [per esempio la proliferazione anomala di feste doppie, di cui abbiamo parlato qui, ndt]; nessuno discute su questo punto. Ma la soluzione di S. Pio X non fu di mantenere l'ufficio così com'era, modificando le sue rubriche in modo tale che (per esempio) il ciclo settimanale dei 150 salmi avesse la priorità sui salmi festivi, o forse che alcune ore, come il Mattutino, diventassero opzionali per il clero secolare, per conservare l'armonia e l'integrità del Breviario nella sua interezza. Invece, Pio X divenne il primo Papa nella storia della Chiesa Latina che, impiegando una buona dose di ultramontanismo, impiegò tutto il peso del suo ufficio [e anche più di quanto realmente ne avesse, ndt] sulla costruzione di un nuovo Ufficio Divino. [NOTA dell'autore: con l'espressione "costruttivismo papale" indico l'atteggiamento cartesiano della Techne in cui il Papa vede se stesso come il "padrone e signore" dei riti liturgici, perdendo l'atteggiamento di profonda pietà verso tale eredità]. In questo modo egli gettò le premesse del costruttivismo papale che offrì a Pio XII il precedente per rinnovare la Settimana Santa in modo simile tra il 1948 e il 1955, e a Paolo VI per trasmutare ogni cosa dal 1963 alla metà degli anni '70. Paradossalmente, il papa che lottò con forza contro il modernismo dottrinale fu un esempio di modernismo liturgico, rompendo il principio di inviolabilità della tradizione antica, in nome di meri oneri pastorali. Questo suona abbastanza familiare, se può dirsi.

Così, il santo stesso cui la FSSPX è dedicata ci mostra due opposti in tensione: lo zelante promotore del dogma Cattolico, e il pontefice che trattò parte della liturgia come un meccanismo da ricostruire piuttosto che un organismo vivente da nutrire o un'eredità dei santi da custodire.

Siamo nella parte più interessante dello scritto. L'analisi dell'incoerenza della FSSPX sul piano liturgico è notevolmente precisa, e molte delle considerazioni fatte sulle riforme del Breviario di S. Pio X abbiamo già avuto modo di esprimerle noi stessi. Ai riferimenti a Pio XII e Paolo VI si possono aggiungere quelli alle riforme (meno ingenti, ma non meno problematiche) di Pio XI: non deve stupire né scandalizzare la durezza dei toni critici: è bene che si conosca la verità dei fatti, ancorché scomoda, piuttosto che averne un "santino" ideologicamente adattato e del tutto fuorviante. Forse però, per lo stesso principio, trattandosi anch'esse di riforme che alteravano uno stato di cose consolidato ormai da molti secoli e confortato dall'opinione di santi e teologi, sarebbero da considerare negative anche le azioni nei confronti della ricezione della Santa Comunione, che invece Kwasniewski annovera tra le positive (qui una mia opinione in merito). Anche sul plauso all'azione decurtatrice delle feste di S. Pio V sarebbe da discutere...

Una nota interessante può essere fatta sulla questione dell'onere dell'Ufficio Divino: tra i motivi che spinsero S. Pio X (ma già Pio IX e Leone XIII ne avevano fatto menzione, senza però osare andare a picconare il Breviario Romano...), e che poi saranno addotti a pretesto anche da Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, a riformare l'Ufficio Divino, era la sua lunghezza che lo rendeva un peso notevole per i sacerdoti. Accanto alla soluzione ipotizzata dall'articolista, mi permetto di far notare quanto già il Gromier ebbe a scrivere: con il Codice di Diritto Canonico del 1917 si rendono obbligatori (cosa assolutamente inedita) per tutti i chierici il Rosario e la visita al SS. Sacramento quotidiani; ci si lamenta dunque della lunghezza degli obblighi di preghiera liturgica e ci si attiva con spirito distruttore per ridurla, e al contempo si introducono dei non leggeri obblighi di preghiera non liturgica... anche questo può essere un segno del lento sopravanzare della devozione sulla liturgia?

Sarà utile postilla che anche il sacerdote liturgicamente più dotto e preparato che mai mi capitò di trovare nella FSSPX, pur contestando le riforme degli anni '60, era strenuo difensore delle riforme piane e in generale di tutte le riforme pre-62, comprese alcune di quelle del '55 (la Settimana Santa la criticava, ma nondimeno accettò di celebrarla); tale tesi mi parve alquanto incoerente, e priva di qualsiasi fondamento logico. Però, se è comprensibile sostenere che, nelle condizioni attuali, sia poco prudente o poco utile andare a riprendere gli usi pre-piani (io stesso recito l'ufficio da un Breviario del 1925 e nella chiesa ove sono cerimoniere faccio seguire le rubriche del 1939), altro discorso, assai meno comprensibile, è sostenere che gli usi piani siano in sé accettabili, anzi migliori di quelli precedenti. Si ricade nell'argomento dei 62isti, che poi ricade a sua volta nell'argomento dei sostenitori del rito di Paolo VI che vogliono impedire la liturgia antica; ancora una volta la coerenza sembra essere assente, e l'intero impianto di contestazione delle riforme postconciliari ne risulta danneggiato...

Concludo questa prima parte, che ha avuto carattere più marcatamente liturgico; tradurrò presto la seconda parte, che contenendo la critica alla FSSP si muove sul piano dell'accordo con la Santa Sede. Non mancherò d'inserire però una terza riflessione, mancante nello scritto di Kwasniewski: quella sul clericalismo e alcune altre piaghe che infestano purtroppo entrambi gl'Istituti...