giovedì 21 novembre 2019

Confronti liturgici - fine novembre

In questi giorni di fine novembre, il Breviario e il Messale tradizionale offrono degl'interessanti spunti di riflessione sui principi della liturgia. Possiamo però, in questi stessi giorni, vedere palesi le tracce della decadenza della liturgia romana precedente il Concilio Vaticano II, di cui la liturgia "di Paolo VI" non è che l'esito più recente di tali ferite alla tradizione liturgica. Si noti, in particolare, il Vangelo della festa di S. Clemente.

Si analizzeranno qui gli ordinamenti liturgici dei giorni 21, 22 e 23 novembre. La base di analisi sono le rubriche del 1911, emanate da Pio X con la bolla Divino Afflatu; si confronteranno le rubriche del 1962, seguite dalla maggior parte dei "tradizionalisti". Chiaramente qui si affrontano le questioni relative specificatamente ai testi dei propri di questi giorni, omettendo le precisazioni relative ai mutamenti dell'ordinario (ad es., il nome di S. Giuseppe nel Canone, la riforma degl'inchini, la duplicazione sistematica delle antifone...)

21 novembre - Presentazione della B.V. Maria al Tempio
Doppio maggiore

Essendo una festa doppia maggiore della Madonna, anche dopo la riforma piana il Breviario Romano mantiene la salmodia festiva a tutte le Ore canoniche.

La festa inizia la sera del 20 novembre, con il Vespero che prevede il canto dei salmi della Madonna (109, 112, 121, 126 e 147) con le antifone duplicate tratte dal Comune; tratti dal Comune sono parimenti il capitolo e l'inno Ave Maris stella, la cui prima strofa si recita in ginocchio. L'antifona al Magnificat, Beata Dei Genetrix è invece propria. Dopo l'orazione propria della festa, si canta la commemorazione della precedente festa di S. Felice di Valois, confessore.

Il Mattutino, di tre notturni, è tratto quasi interamente dal Comune, fatta eccezione per le letture del II Notturno: la prima è tratta dal trattato di S. Giovanni Damasceno De fide Orthodoxa, 13,4; le altre due dal libro di S. Ambrogio di Milano De Virginibus, 2. Le Lodi sono tratte interamente dal Comune della Madonna, fuorché l'orazione.

Dopo Terza, si canta la Messa, interamente tratta dal Comune (Salve Sancta), fuorché ovviamente per la Colletta. Nel Patriarcato di Venezia, dove la festa è peraltro iscritta nel Calendario come doppia di II classe, si aggiunge, sub unica conclusione, l'orazione pro gratiarum actione in scioglimento del voto fatto dalla Città alla Madre di Dio in occasione della pestilenza del 1630-31.

Alla sera del 21 novembre si cantano i secondi Vespri della festa, del tutto identici a quelli della sera prima; dopo l'orazione della festa si canta la commemorazione della seguente festa di S. Cecilia, vergine e martire, con l'antifona propria Est secretum e la propria orazione.

Rispetto ai libri liturgici precedenti non sussistono differenze sostanziali, se non quelle comportate dalla riforma dei salmi festivi (assenza del salmo 66 alle Lodi e della prima parte del salmo 33 a Compieta; riduzione al solo salmo 148 dei tradizionali salmi laudativi 148-149-150 con cui si concludono [e prendono il nome] le Lodi in tutti i riti tradizionali...). Questo valga per tutti i giorni successivi. La festa di S. Felice di Valois, commemorata la sera del 20, è stata introdotta alla fine del XVIII secolo da Innocenzo XI su esplicita pressione politica di Luigi XIV per la glorificazione del di lui casato. Dal 1736 al 1911 (anno della riforma del Calendario Veneziano operata dal Patriarca La Fontaine in accordo alle prescrizioni piane), in tutto il Dominio Veneto la festa della Presentazione era osservata con un'Ottava.

Nelle rubriche del 1962 la festa è iscritta come "di III classe". La sera del 20 novembre si sono cantati i secondi Vespri di S. Felice di Valois, senza nemmeno commemorazione della Madonna. Il Mattutino prevede il canto dei salmi della feria, ed è ridotto a un solo notturno, con le prime due letture del giorno feriale e la terza coincidente con la quarta dell'ordinamento antico (senza esplicita menzione però dell'autore del trattato). Alle Lodi, così come a tutte le Ore, i salmi sono quelli della feria. Al Vespro, detti i salmi della feria, si canta il resto del secondo Vespro della Madonna, ma è omessa la commemorazione di S. Cecilia.

22 novembre - S. Cecilia, vergine e martire
Doppio

Il carattere urbano del rito romano emerge particolarmente nell'ordinamento della festa odierna e della seguente: osservate sin dall'antichità nell'Urbe, esse mantengono anche dopo l'estensione del rito il carattere assai festivo che localmente era loro concesso, con antifone proprie, scritte in un elegante e solenne latino, ispirate alla Passio dei martiri. Anche la duplicità del rito è antica: prima della decadenza, il rito doppio era realmente riservato alle feste di maggiore importanza, e queste feste prettamente romane lo sono senza dubbio. Per coerenza, alle ore maggiori, che prevedono le dette antifone proprie, si mantengono i salmi festivi, quantunque la riforma piana prevedrebbe i salmi della feria per le feste doppie minori.

Il Mattutino della festa prevede tre notturni: in essi vengono cantati i salmi del Comune delle Vergini, con le suddette antifone proprie, duplicate. Le letture del I Notturno sono tratte dalla prima lettera ai Corinti (7,25-40); quelle del II contengono l'agiografia di Caecilia, virgo Romana; quelle del III Notturno sono il Vangelo secondo Matteo 25,1-13, ovvero l'episodio delle vergini fatue e delle vergini prudenti, e le tre letture omiletiche. Al posto della consueta omelia tratta da S. Gregorio, però, se ne legge una di S. Giovanni Crisostomo. Proprie sono le antifone delle Laudi, accompagnate dai salmi festivi, mentre il capitolo e l'inno Jesu corona virginum sono tratti dal Comune delle Vergini; l'antifona al Benedictus è invece propria, Dum aurora.

Alle ore minori si dicono antifone e salmi della feria.

Dopo Terza, si canta la Messa, che prevede numerose parti proprie. Il Vangelo, il già citato Matteo 25,1-13, oltre a essere quello usuale delle Vergini, appare molto appropriato a questi giorni finali dell'anno, in cui anche l'ordinamento delle domeniche spinge i fedeli a considerare l'Ultimo Giudizio, rappresentato qui dall'arrivare improvviso dello Sposo.

Il Vespro del 22 novembre mostra in modo molto chiaro com'era l'ordinamento dei Vespri, in caso di concorrenza di due feste parigrado, nella tradizione romana (prima che, l'estensione dei salmi feriali alla maggior parte delle feste, annullasse la percezione di questo ordinamento): la prima parte, ovvero la salmodia, è propria della festa precedente (in questo caso, i salmi della Madonna e le antifone proprie duplicate in onore di S. Cecilia); dal capitolo in poi, si celebra la festa seguente di S. Clemente I Papa e martire.

Rispetto ai libri liturgici precedenti la differenza più evidente è nell'omissione dei salmi festivi e delle antifone proprie alle Ore minori (che sono le prime tre e l'ultima delle Lodi, distribuite alle quattro ore minori quotidiane).

Nelle rubriche del 1962 la festa è iscritta come "di III classe". Si mantengono almeno le antifone proprie e persino i salmi festivi in loro accordo (con l'anomalia a questo punto che, ieri, la Madonna ha avuto i salmi della feria, mentre una santa oggi ha i salmi festivi). Il Mattutino però è ridotto a un solo notturno, con le prime due letture tratte dal VII capitolo della lettera ai Corinti e la terza contenente un'agiografia ridotta. Il Vespro è cantato tutto come secondo Vespro di S. Cecilia, senza nemmeno commemorazioni né di S. Clemente né di S. Felicita: come si sarà notato, nel 1962 si è tradita completamente la tradizione, rimontante al mondo giudaico e condivisa da tutti i riti tradizionali cristiani, che le feste abbiano il loro inizio alla sera del giorno prima (i giudei computavano i giorni da tramonto a tramonto), e dunque coi I Vespri. Anzi, autenticamente, i Vespri di una festa sono i primi (tant'è vero che le feste semplici hanno solo il primo Vespro e non il secondo), non i secondi, che sono un'appendice delle sole feste doppie e semidoppie (a ciò si riferisce anche la "duplicazione"), un tempo le più importanti (ma, con la duplicazione selvaggia occorsa dal XVII secolo in poi, diventate quasi "ordinarie"). Il Caeremoniale Episcoporum dice esplicitamente che "i primi Vespri sono più solenni dei secondi". Nel 1962 la quasi bimillenaria tradizione dei primi Vespri (la preghiera vespertina è la più antica della Chiesa) è distrutta per la maggior parte delle feste.

23 novembre - S. Clemente I, Papa e martire
Doppio

Anche nella festa odierna emergono i medesimi caratteri di romanità della festa di S. Cecilia, per cui possono valere le medesime considerazioni, anche se le antifone proprie qui riguardano solo Lodi e Vespri, e non il Mattutino.

La festa inizia al Vespero del 22 novembre, terminata la salmodia: si cantano il capitolo e l'inno Deus tuorum militum dal comune, e l'antifona propria al Magnificat Oremus omnes. Dopo l'orazione di S. Clemente, è cantata la commemorazione della precedente festa di S. Cecilia, con l'antifona propria Virgo gloriosa; quindi, la commemorazione della seguente festa di S. Felicita, martire.

La Compieta è della feria.

Il Mattutino della festa prevede tre notturni: in essi, dopo l'inno e l'invitatorio del Comune, vengono cantati i salmi e le antifone della feria, duplicate. Le letture del I Notturno sono tratte dalla Scrittura del giorno occorrente; quelle del II contengono l'agiografia di Clemens, Romanus; quelle del III Notturno sono il Vangelo secondo Matteo 24,42-47, la rispettiva omelia tratta dal Commentario di S. Ilario, e un sermone di S. Gregorio Magno pro S. Felicitate. Proprie sono le antifone delle Laudi, accompagnate dai salmi festivi, mentre il capitolo e l'inno Invicte Martyr sono tratti dal Comune delle Vergini; l'antifona al Benedictus è invece propria, Cum iter. Dopo l'orazione del santo papa, è commemorata la martire Felicita.

Alle ore minori si dicono antifone e salmi della feria.

Dopo Terza, si canta la Messa, che prevede numerose parti proprie. Il Vangelo, il già citato Matteo 24,42-47, più che all'agiografia del Santo, si lega simbolicamente a questi giorni finali dell'anno, in cui anche l'ordinamento delle domeniche spinge i fedeli a considerare l'Ultimo Giudizio, ben ammonito qui: Vigilate, quia nescitis qua hora Dominus vester venturus sit.

Il Vespro del 23 novembre si conforma all'ordinamento della tradizione romana: la prima parte, ovvero la salmodia, è propria della festa precedente (in questo caso, i salmi festivi 109, 110, 111, 112 e 115, con le antifone proprie); dal capitolo in poi, si celebra la festa seguente di S. Giovanni della Croce, con capitolo e inno Iste confessor tratti dal Comune. Dopo l'orazione del confessore carmelitano, sono cantate le commemorazioni della precedente festa di S. Clemente, con l'antifona propria Dedisti Domine, e del martire aquilejese S. Crisogono.

Rispetto ai libri liturgici precedenti le differenze riguardano le Ore minori e la Compieta (come già detto per ieri), e soprattutto il Mattutino: tradizionalmente si cantavano i salmi e le antifone dal Comune dei Martiri, e le letture proprie del I Notturno. La festa di S. Giovanni della Croce è stata iscritta nel Calendario nel 1738, venendo a oscurare la festa del grande martire S. Crisogono, tradizionalmente celebrata in questo 24 novembre: persino lo Schuster lamenta che questi "santi nuovi", festeggiati anomalamente col rito doppio, finiscono per oscurare le antiche feste dei campioni della Fede, celebrate sin dai primi secoli.

Nelle rubriche del 1962 la festa è iscritta come "di III classe". Si mantengono almeno le antifone proprie e persino i salmi festivi in loro accordo alle Lodi e ai Vespri. Il Mattutino, coi salmi e le antifone della feria, è ridotto a un solo notturno, con le prime due letture dalla Scrittura occorrente e la terza contenente un'agiografia ridotta: nulla si fa dunque in esso di S. Felicita. L'orazione del santo non è più quella propria, di composizione antichissima: è sostituita dalla Gregem tuum, orazione "papista" dal Comune dei Sommi Pontefici, introdotto anomalamente e contro la tradizione da Pio XII (vedasi qui). Questo Comune invade tutta la messa: a parte l'introito proprio Dicit Dominus, tutto è stralciato e sostituito dalle parti di questo Comune. Persino il Vangelo, di cui si è spiegato l'importantissimo e antichissimo senso escatologico, è espropriato e sostituito dal Vangelo del Tu es Petrus, che anticamente mai spettava alle feste dei Papi, liturgicamente considerati come tutti gli altri Vescovi (e questo dovrebbe dirci molto sull'interpretazione tradizionale di quel passo evangelico e del primato romano...). Il Vespro è cantato tutto come secondo Vespro di S. Clemente, per il motivo già discusso ieri: ma l'indomani si celebra comunque la recenziore festa di S. Giovanni della Croce, e solo commemorato è S. Crisogono.

martedì 19 novembre 2019

Qualche strumento orientativo per l'ora presente - Traditio Liturgica

I nostri tempi procellosi non devono trovarci deboli ma motivati e forti. Il dramma, infatti, non è tanto la diffusione della negatività attorno a noi, nella società e nella Chiesa, ma quanto, a causa di ciò, potrebbe succedere in noi.

L'uomo dal cuore retto oggi potrebbe essere tentato di chiudersi in se stesso, abbandonare tutto, visto che il mondo intero pare immerso in una densa indifferenza verso le cose migliori e più alte.

Ebbene, no! Ciò non deve avvenire almeno per amor del proprio interiore benessere, quel benessere promesso da Cristo stesso il quale ha assicurato di donare una pace che il mondo non conosce (Gv 14, 27).

Certo, è necessario pagare il prezzo della fatica, della ricerca, dell'andare contro corrente. Ma uno non lo farebbe se, per caso, il premio fosse un'ingente eredità? E se lo si fa per un'eredità, che comunque non è mai in grado di saziare la propria interiorità, perché non lo si deve fare per quanto ha un più alto e grande valore?

Qui le persone si fermano perché percepiscono Dio e i beni celesti come qualcosa di irraggiungibile, di ideale o appartenente al mondo degli ideali. Non essendo qualcosa che, di fatto, li tocca finiscono, al più, nell'offrir loro un ossequio formale ma la loro esistenza è davvero lontana da tutto ciò.

Si ha un bel parlare di secolarismo che invade la Chiesa, che permea la società, della ricerca del piacere immediato alla quale oramai sono sottomessi i chierici stessi. Parlarne e accusare questo fenomeno non serve a ridimensionarlo e tanto meno a guarirlo.

A livello intuitivo qualcuno comprende che esiste un meccanismo che, nel cuore della Chiesa stessa, si è inceppato, qualcosa che pian piano nel tempo ha finito per bloccarsi, come se si avesse esposto i delicati meccanismi di un orologio ad una secolare polvere la quale, ispessendosi, ha finito per bloccare e rompere tutto.

L'intuizione sente bene, infatti, ma la ragione non arriva ancora a capire, non sa come porre rimedio al tutto, come far risvegliare la coscienza cristiana.

I tentativi nati in Occidente dalla Riforma luterana ai giorni nostri hanno fondamentalmente fatto leva su due sfere: la ragione e i sensi.

La Rivelazione portata da Cristo e testimoniata dalla Chiesa lungo i secoli è passata attraverso il filtro sempre più raffinato della ragione e la fruizione sensoriale, un bisogno di “vedere” in qualche modo il mistero, di sentirsene toccati fisicamente. Attraverso la ragione si ha “pensato” Dio fino a racchiuderlo nei limiti dei nostri angusti ragionamenti. L'ultima filosofica conseguenza è stata quella di negarne l'esistenza. Attraverso una certa percezione sensoriale si ha modellato una particolare devozione e una singolare mistica sempre più sensuale. La conseguenza ultima è stata quella di aver fatto aderire la propria interiorità a dei semplici bisogni fisici o di aver equivocato l'amore umano con l'amore divino, abbandonando il secondo per nutrirsi solo del primo, ben più accessibile e immediato. La scienza, poi, sulla base della sperimentazione legata alla constatazione fisica, ha negato il soprannaturale.

Si deve dedurre che l'ateismo teorico o pratico e la ricerca dei piaceri non sono, così, un'invenzione della cattiva società ma hanno trovato una loro prima inconscia incubazione nello stesso pensiero teologico delle accademie europee, maturato già da alcuni secoli. Non è difficile trovare letture e autori che ci confortino in tal senso.

Cos'è stato perso? Ecco la domanda fondamentale.

In questo cammino plurisecolare, al di là o assieme alle questioni più squisitamente teologiche, è mutato il concetto stesso di uomo. L'uomo moderno di questi ultimi secoli è un uomo di ragione e sensi e con questi due principi ha costruito tutta la civiltà attorno a sé. Con la ragione ha formato il diritto che regolamenta la società e la Chiesa, con i sensi ha raffinato la sua estetica nelle arti. La stessa religiosità, come dicevamo, si è modellata con questi due principi e quanto non risultava ad essi conforme è stato lentamente messo da parte.

Nella liturgia, le forme simboliche, che non si spiegano necessariamente né con la ragione né con i sensi, sono state le prime ad essere progressivamente abbandonate. Il fenomeno è emerso dapprima nel mondo protestante e poi, coerentemente, nel mondo cattolico attraverso una riforma di inaudita vastità e orgogliose pretese.

In tal modo inevitabilmente quanto ereditato è stato progressivamente livellato, abbassato, adattato per poi essere... svuotato!

Cos'è stato, allora, perso?
Semplice: il concetto di uomo tradizionalmente biblico e patristico.

Per la Bibbia e i padri, ossia i commentatori più autorevoli della Bibbia nei primi secoli, l'uomo è certamente dotato di ragione e di sensi ma, in più, è dotato di un cuore spirituale. La Rivelazione apportata da Cristo è convenientemente abbordabile solo attraverso quest'ultimo perché spesso sfugge alla ragione e, a maggior ragione, ai sensi.

Il cuore spirituale non è una metafora, un modo di dire, ma corrisponde all'interiorità umana più profonda, la sede dell'intuizione, potremo dire. Così, quando Cristo parla di “cuore di pietra” e “cuore di carne”, intende che, all'origine, prima di riceverne la possibilità, tutti hanno un “cuore di pietra”, ossia insensibile alla Rivelazione, incapace di esserne esistenzialmente toccati.

È assurdo pensare che una “migliore” spiegazione razionale potrà attirare le persone al Vangelo, esattamente com'è assurdo credere di far leva sui sentimenti o sui sensi per ottenere il medesimo scopo. La Rivelazione è il Dio che agisce nell'interiorità umana e, pur mantenendo il mistero, fa sentire la sua ineffabile presenza.

Di conseguenza san Paolo parla di “uomo spirituale” o interiore e lo contrappone all'uomo secolare o “carnale”. La durezza con cui san Paolo condanna chi si dà alle mollezze e alla dissoluzione morale nasce proprio dalla constatazione che, così facendo, si rende sempre più insensibile la propria interiorità. È tutt'altro che moralismo, dunque!

Quanto si definisce con il termine “ascesi”, ossia la fuga dalla mondanità e la pratica dei comandamenti e della preghiera, ha senso tanto in quanto opera un risveglio di questa interiorità, una sua sensibilizzazione attraverso la quale “fiumi di acqua viva sgorgheranno” nel proprio seno (Gv 7, 38).

Laddove l'ascesi non esiste più, è disprezzata o equivocata c'è da temere di essere in presenza di un concetto di uomo modificato, rispetto a quello biblico, ossia ad una rappresentazione ideologica di uomo, un uomo unicamente “carnale”, come direbbe san Paolo.

In questo caso, la Chiesa ha smesso di essere tale e si è trasformata nel suo contrario, pur mantenendo tradizionali apparenze.

Per ricominciare davvero, è dunque necessario riprendere la pratica cristiana camminando in un giusto equilibrio e nella tradizione più vera e piena ben sapendo che quanto di religioso vediamo attorno a noi non è che in gran parte travisato o avvelenato.


[Fonte]

martedì 12 novembre 2019

Per l'acqua alta eccezionale



Ant. Sub tuum praesidium confugimus,
Sancta Dei Genetrix,
nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus,
sed a periculis cunctis libera nos semper,
Virgo gloriosa et benedicta.

V. Ora pro nobis, Sancta Dei Genetrix.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

Oremus. Oratio.
Defende, quaesumus Domine, beata Maria semper Virgine intercedente, istam ab omni adversitate civitatem; et toto corde tibi prostratam ab hostium propitius tuere clementer insidiis.

***

Ant. Beate Sancte Marce, Evangelista Domini,
subveni supplicanti populo.

V. Ora pro nobis, beate Marce.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

Oremus. Oratio.
Interveniente, Domine, beato Marco Evangelista tuo, Urbem ejus quae corporis praedulce pignus possidet, protege; ut pulsis procellis quas invidus rex Averni provomit, stet firma et secura.

***

Ant. Da pacem, Domine, in diebus nostris,
quia non est alius qui pugnet pro nobis,
nisi Tu, Deus noster.

V. Fiat pax in virtute tua.
R. Et abundantia in turribus tuis.

Oremus. Oratio.
Deus, a quo sancta desidéria, recta consília, et justa sunt ópera: da servis tuis illam, quam mundus dare non potest, pacem; ut et corda nostra mandátis tuis dédita, et hóstium sublata formidine, témpora sint tua protectióne tranquilla. Per Dóminum.


Beata Virgo Dei Genetrix in templo praesentata cuique nuntiavit Gabriel Archangelus, Sancte Marce Evangelista Domini fidelis, Sancte Laurenti Justiniane Protopatriarcha, Sancti Theodore Amaseae ac Theodore Heracleae magni Martyres, Sancti Hermagora et Fortunate Martyres Christi, Sancte Magne Episcope, Sancte Petre Orseole Dux atque Anachorita, Sancte Roche, Sancte Pii Decime, Sancte Hieronyme Aemiliani, Sancte Joseph beatae Virginis sponse, Sancta Anna ejusdem Virginis Mater, Sancte Philippe Neri, Sancte Francisce Assisiensis, Sancte Bernardine Senensis, Sancta Marina Virgo ac Martyr, Sancte Johanni Nepomucene Presbyter ac Martyr, Sancte Antoni de Padua, Sancta Justina Virgo ac Martyr, Sancta Maria Magdalena poenitens, Sancte Michael Archangele, Sancta Lucia Virgo ac Martyr Siracusana, sanctique et beati omnes Venetiarum patroni, intercedite pro nobis et pro civitate saepe vobis pie commissa, ab omnibus eam tuentes insidiis atque calamitatibus. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

domenica 3 novembre 2019

Quei "tradizionalisti" che odiano la liturgia e il prossimo

Ho avuto più volte modo di lamentarmi su queste pagine di quei "tradizionalisti" che, nei loro scritti, nelle loro parole, o nella prassi, dimostrano un odio profondo nei confronti dell'autentica liturgia e del suo spirito: tale odio appare chiaro quando si sostiene che una messa bassa sarebbe più conveniente di una messa solenne, quando si tralascia volutamente l'osservanza delle rubriche, quando si afferma essere la liturgia meno importante della proclamazione della dottrina... Questi tradizionalisti odiatori della liturgia possono essere paragonati agli "infiltrati" di cui parla S. Giuda Taddeo nella sua Epistola, gente che non porterà credito veruno né accrescimento di Fede al mondo tradizionale, ma che anzi lo danneggia e lo allontana dall'insegnamento dei Padri.

Tuttavia, nel momento in cui quest'odio (è quasi buffo parlarne mentre il parlamento italiano ha approvato l'istituzione di un'inconsueta commissione parlamentare contro l'odio e le discriminazioni, intese in senso chiaramente parziale e politico) ha travalicato i confini dell'umano rispetto, manifestandosi nella prassi ormai tristemente consueta dell'attacco anonimo online, è opportuno parlare: propter justitiam non tacebo, per parafrasare il profeta.

Recentemente, nell'ambito del pellegrinaggio romano del Populus Summorum Pontificum, presso la parrocchia urbana della Trinità dei Pellegrini (del cui clero e del cui servizio conservo stima immutata), in occasione della festa di Cristo Re, è stato celebrato un solenne Pontificale al faldistorio da parte del vescovo di Frejus e Tolone mons. Domenico Rey. Orbene, nel corso delle cerimonie, sono stati commesse due omissioni (di queste almeno ho avuto contezza, non avendovi preso parte): l'ingresso del vescovo è avvenuto con l'abito piano (c.d. filettata) e non in abito corale [1], e non sono stati impiegati i sandali e i calzari [2]. Tali errori possono essere stati commessi per ragioni indipendenti dalla volontà e dalla possibilità degli organizzatori: non si vuole certo incolpare alcuno di loro se il vescovo si è presentato alla porta con l'abito piano anziché con quello pavonazzo. Tuttavia, una buona regola insegna che quando si commette un errore (una semplice indagine statistica dimostrerà che è impossibile che, specialmente in una funzione complessa, non ci sia una dimenticanza, uno svarione...), e massime quando l'errore non dipende dagli organizzatori, di questo non si devono pubblicare immagini. Infatti, quando si pubblicano delle foto contenenti degli errori, significa che questi non vengono considerati errori, ma tutt'al più dettagli di secondaria importanza (questa idea è molto diffusa purtroppo tra i tradizionalisti, non essendo inconsueti nel mondo "tradizionale" i pontificali senza sandali e calzari: ma si vedano le note 1 e 2), e si può tranquillamente dire ai quattro venti di averli commessi con leggerezza: non si tratta più di commettere un errore, sibbene di avallare un errore e perseverare nell'errore. Ma errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Nella fattispecie, una immagine che rendeva patente uno dei due errori (segnatamente l'assenza di abito corale) è stata pubblicata dal blog Messa in Latino nel proprio servizio fotografico del Pontificale (vedasi qui, la decima immagine, ove dal tipo di mozzetta, di fascia, e di croce pettorale facilmente ciò s'intuisce). Invito a leggere però i commenti sottostanti, perché da questi emergeranno proprio i tipi di "tradizionalisti", rigorosamente anonimi, odiatori del prossimo e della liturgia.

Un caro amico e socio del nostro Circolo, difatti, che ama firmarsi come Liturgista, titolo più che spettantegli data la vastità delle sue conoscenze in materia, difatti, ha commentato, con l'intento non troppo velato di suggerire agli organizzatori di levare la foto incriminata, che potrebbe accusarli (a sproposito?) d'avallare lo sbaglio:

Dalla decima foto appare chiaramente che S.E. mons. Rey non ha fatto l'ingresso in abito corale come prescritto dal Cerimoniale, bensì in abito piano, c.d. filettata (si intuisce dal tipo di mozzetta, di fascia, e di croce pettorale). Chiaramente questo errore può non essere dovuto agli organizzatori della funzione, ma al vescovo che -come la quasi totalità dei vescovi odierni- non ha ben chiaro cosa sia e perché esista l'abito di coro. Però, quando si commettono errori (specialmente se non per colpa propria), bisognerebbe evitare di metterne foto.

La buona intenzione del nostro collega è testimoniata da due suoi altri commenti ad esso apposti:

Gli errori capitano sempre e spesso indipendentemente dalla propria volontà (come in questo caso). Non è un dramma. Però è buona norma non mostrarli in foto, altrimenti si potrebbe pensare che gli organizzatori li avallino.

Inoltre, domando: mons. Rey aveva i sandali e i calzari? So per certo che li aveva al Pontificale in S. Pietro (e questa è già ottima cosa perchè in passato spesso non si sono usati); se anche qui li ha indossati (come presumo visto il servizio generalmente attento della Trinità, nonostante qualche scelta discutibile come le balaustre francesizzate), i miei complimenti. [3]

Se un amministratore del blog, tal Roberto, ha con garbo segnalato che a suo parere questo problema (come probabilmente quello dei calzari se si fosse qui sollevato) era una banalità che non inficiava in alcun modo il Pontificale (ancora vedansi le note 1 e 2), soggiungendo che mons. Rey sarebbe pure stato da lodare per aver indossato la filettata, dacché la maggior parte dei vescovi francesi vestirebbe "in clergyman se non addirittura in abiti "laici", e questo anche durante le conferenze episcopali francesi" [4]; molto più accesa è stata l'accusa, in due tempi, di un sedicente anonimo:

Ma dove vivete? Nella Francia di Luigi XVI?
Fuori stanno affondando la Chiesa e pensate ai pizzi, merletti e filettati? Uscite dai pizzi e merletti e preparate le armi! Robe da pazzi...
[...]
Sto dicendo che nei tempi oscuri che stiamo vivendo, tra apostasia generale e bestemmie contro Dio, leggere certi commenti basati sul NULLA mi fanno NAUSEARE e avvallano (sic) chi dice che i tradizionalisti pensano solo ai "pizzi e merletti" piuttosto che combattere la nefasta battaglia progressista e conciliare!
Quelli dei salotti della sagrestia degli Istituti Ecclesia Dei che collezionano abiti prezioso e fanno battutacce sul Papa, ipocrisia e vanagloria!

E benché la risposta del nostro amico fosse improntata alla maggior cortesia, nonostante qualche doverosa correzione formale:

Anonimo delle 11.05, cui le mie osservazioni disgustano perchè avallerebbero (con una v) le posizioni dei critici della liturgia tradizionale e non combatterebbero la nefasta (setta? schiera? Battaglia ha poco senso messa qui): dei pizzi e dei merletti mi importa francamente poco; m'importa che le rubriche siano correttamente seguite. Ma a chi preferisce una messa bassa purchè ci sia la predica infuocata contro i conciliari queste cose non entrano in testa. Per sua informazione io non colleziono abiti (paramenti?) preziosi e non faccio battute sul Papa (di cui m'importa francamente poco); peraltro non son membro di Istituti ED, e lavoro in università, senza frequentar salotti.

Questa la molto meno cortese replica dell'anonimo:

I suoi commenti che leggo ogni volta riguardano sempre e soltanto pizzi e merletti su ogni celebrazione. Mai un'opinione sul nefasto conciliabolo o sull'attuale occupante della sede petrina molto piú intelligente e interessante. Evidentemente la fede per lei si riduce soltanto a Lady Oscar e Maria Antonietta assieme al cardinale Richielieu (sic)...

Ora, al di là del fatto che "pizzi e merletti" venga usata come astratta categoria comprendente ogni sorta di sensato giudizio sulla liturgia (che va alla sostanza, non all'apparenza!), anche quando non si parla affatto di pizzi e merletti (e bisognerebbe parlarne, peraltro in modo un po' anticonvenzionale, nella misura in cui per esempio il camice con un pizzo che non sia un piccolo orlo rappresenta un'incongruenza storica e simbolica con la veste sacrificale ch'esso rappresenta), e al di là dell'illogico accostamento di un personaggio di fantasia, una real donna del tardo secolo XVIII e un uomo di Chiesa vissuto centocinquant'anni prima, qui si è in presenza di due gravi prese di posizione: 1) ritenere del tutto secondaria se non inutile la precisione liturgica, preferendovi dichiaratamente un'opinione (presumibilmente polemica) sul "nefasto conciliabolo e l'attuale occupante della sede petrina" [5], che spesso si riduce al trito e ritrito, se non all'insulto; 2) insultare pesantemente e temerariamente la fede altrui, di persona che non si conosce: tale atteggiamento non appare essere molto cristiano...

Il nostro collega, sappiamo di sua voce, aveva poi scritto un commento in risposta alle accuse di questo anonimo; un commento fin troppo garbato, dacché si limitava a spiegare d'essere personalmente esperto di liturgia e di voler offrire il suo aiuto in questo campo, ma d'essere parimenti pronto a discettare sulla disputa palamita o sul monachesimo, qualora si volesse una prova della "rotondità" della sua Fede. Tale commento non è stato pubblicato [6], ma è stata pubblicata (peraltro duplicato) la postilla di un ulteriore sedicente anonimo:

Che rottura ... leggere gli inopportuni interventi di un alineato (sic) che si firma Liturgista.
Qualche volta la redazioni operi un salutare taglio degli interventi per NON leggere quelli vomitevoli che danno disdusto (sic) come quello di Liturgista ( un fake ??? un provocatore modernista ??? )

Non sappiamo se il suddetto anonimo intendesse dare dell' allineato (a chi? a che cosa?) o dell' alienato al nostro amico, consocio, stimato liturgista e apprezzato studioso nel proprio Ateneo, che quindi testiamo non essere un fake, bensì persona nient'affatto provocatrice e tanto meno modernista, che fu frequentatore assiduo della liturgia tradizionale e apologeta della stessa avanti alle riforme liturgiche. Oggi, per inciso, frequenta la liturgia bizantina, proprio per l'ambiente ostile e insensibile alla liturgia che egli dice di aver trovato nella quasi totalità dei circoli tradizionalisti.

Poi ci stupiamo se taluni, dopo aver veduti ingiustamente bollati i propri contributi come vomitevoli disgustosi (purtroppo, non è la prima volta, anche se la violenza qui espressa è inaudita), si convincono che il "tradizionalismo" cattolico sia rappresentato da un gruppuscolo di polemisti violenti e odiatori, e non da difensori dell'autentica Tradizione cristiana, e pertanto decidono di ricevere il Battesimo nella Fede Ortodossa sulla Santa Montagna... Che dire, sembra che certi "tradizionalisti" facciano di tutto per convincere della bontà di questa scelta...

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NOTE

[1] L'abito cosiddetto piano (volgarmente "filettata" per via del filetto di seta di colore differente) è stato introdotto da Pio IX contestualmente all'obbligo di indossare sempre la talare per i preti, peraltro con grande resistenza da parte del clero, come abito "da esterno" per i prelati. Quest'imposizione può pensarsi in termini di contrapposizione col potere laico, nell'ottica ultramontana dell'epoca; in precedenza, il clero vestiva il cosiddetto abito corto (habitus curtis, abito di corte), composto di giacca, gilet e culottes, e non la veste corale che invece era obbligatorio indossare in chiesa e per assolvere alle funzioni del proprio stato religioso. Come tale, l'unico abito che storicamente e liturgicamente parlando ha una funzione è l'abito di coro, in cui ogni dettaglio (dalla mantelletta alla berretta, dalla fascia alla croce pettorale, dal rocchetto alla cappa magna se indossata) ha un significato simbolico preciso. Prima di Pio IX l'abito da coro non era uniforme come oggi lo abbiamo presente: i vescovi facenti parte di congregazioni religiose indossavano la veste del colore del proprio abito religioso, però coi segni distintivi episcopali. In ogni caso, l'abito di coro post-Pio IX (la cosiddetta paonazza) mantiene tutte le caratteristiche che lo rendono una veste liturgica. L'abito piano invece è una veste civile: da un punto di vista strettamente liturgico, presentarsi in abito piano, in clergyman o in abito laicale è indifferente, perché non sono vesti liturgiche e quindi dimostrano un disprezzo per la liturgia.
[2] Secondo l'insigne liturgista del XIV secolo Guglielmo Durando (cfr. G. DURANDO, Rationale divinorum officiorum III, 8), i sandali e i calzari rappresentano l'osservanza da parte del Vescovo, successore degli Apostoli, del mandato di Cristo ai Dodici: Euntes docete omnes gentes; infatti, S. Paolo agli Efesini spiega che essi dovranno predicare il Vangelo calceati pedes calceamentis virtutum. Questo è ricordato anche dalla preghiera che il vescovo recita mentre un suo famiglio glieli calza (in praeparationem Evangelii). Simbolicamente, dunque, rifiutare di indossare i sandali e i calzari significa rifiutare il mandato divino della predicazione della verità cristiana. Potrebbe sembrare (a una mente modernista) una ridicola esagerazione: ma questo giudizio è palesemente inficiato di razionalismo, poiché invece per una mentalità simbolica come quella antica e medievale il collegamento tra l'omissione del simbolo e il rifiuto del significato è immediato e palese!
Potrebbe sembrare un dettaglio di secondaria importanza: ma inviterei dunque i tradizionalisti che fanno ben volentieri Pontificali senza sandali ("non si poteva far saltare il Pontificale perché non si avevano i sandali" mi fu detto in un'altra discussione su un Pontificale col Card. Sarah), a provare a fare un Pontificale senza mitria. Tutti si scandalizzerebbero, ma sarebbe un'omissione di identica entità di quella dei sandali; o forse l'assenza della mitria fa saltare il Pontificale ma quella dei calzari no? Il fatto che la mitria si veda e i sandali no, non costituisce affatto un buon motivo: omettete la stola allora, tanto non si vede...
[3] Come detto, in realtà non sono stati usati al Pontificale a Trinità.
[4] Verrebbe da chiedersi cosa ciò azzecchi col discorso liturgico: come ben spiegato alla nota 1, la veste liturgica e la veste quotidiana sono cose assolutamente distinte, e il fatto che siano entrambe sottane non le rende interscambiabili. Che un vescovo vada alle conferenze episcopali in giacca e cravatta, in camicia, in clergyman o in filettata, per quanto alcune scelte possano essere più opportune di altre, non attiene in nessun modo alla liturgia di cui qui si parla!
[5] Si noti il cripto-sedevacantismo, nemmeno troppo occultato.
[6] Tale era la situazione alla data di compilazione del presente articolo (1° novembre). Apprendiamo essere stato in seguito pubblicato; tuttavia si noti che, quantunque scritto dal nostro in data 31 ottobre, risulta esser stato pubblicato alquanto dopo il commento seguente, scritto in data 1° novembre.