domenica 30 aprile 2017

Κυριακή τῶν ἁγίων μυροφόρων γυναικῶν καὶ τοῦ Ἰωσήφ δικαίου

di "Catholicam Apostolicam"



La II domenica dopo l'Ottava di Pasqua, che oggi ricorre, presenta due temi distinti nel rito romano e in quello bizantino, a differenza delle precedenti:

  • Nel rito romano è detta Domenica del buon Pastore, a causa della lettura evangelica, tratta da Giovanni X,11-16, appunto la parabola del buon Pastore.
    In realtà, questo 30 aprile, in Italia, in nessuna Chiesa sarà letto questo episodio, giacché la Festa di S. Caterina, essendo la patrona nazionale. ha assoluta prevalenza.
  • Nel rito bizantino è detta invece Domenica delle sante donne Mirofore e di Giuseppe il giusto, e attraverso la rilettura di un Vangelo della Risurrezione (Marco XV,43-XVI,8) vengono onorate queste sante donne, immagine di tante pie donne che nei secoli a venire han dedicato il loro tempo e il loro denaro a onorare l'Onnipotente, e son state degnamente ricompensate.

Considerate le note sottolineate, approfondiremo solo il tema proposto dal rito bizantino, riservandoci nelle prossime ore la pubblicazione di una biografia di Santa Caterina.

L'episodio delle donne mirofore

Nella trattazione evangelica sono chiamate "donne mirofore" le donne che si recarono al sepolcro di Gesù con gli unguenti profumati per rendere l'ultimo omaggio al maestro, nonostante il "timore dei giudei" che in quel momento tratteneva gli apostoli, portandoli a tenersi del tutto nascosti. Le donne infatti, venute  a conoscenza del luogo di sepoltura, decisero di recarvisi con l'intento di ungere con oli preziosi il corpo di Cristo
Sulla loro identificazione, i Vangeli sono discordi:

  • Maria Maddalena e l'altra Maria (secondo Matteo)
  • Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salomia moglie di Zebedeo (secondo Marco)
  • Maria Maddalena, Giovanna, Maria di Giacomo (secondo Luca)
  • La sola Maddalena (secondo Giovanni)

A seguito del terremoto, le donne trovano la pietra spostata dall'entrata nel cubicolo, e all'interno vi scorgono un angelo, che spiega loro che Cristo "è risorto, siccome aveva detto".

Sero autem post sabbatum, cum illucesceret in primam sabbati, venit Maria Magdalene et altera Maria videre sepulcrum. Et ecce terrae motus factus est magnus: angelus enim Domini descendit de caelo et accedens revolvit lapidem et sedebat super eum. Erat autem aspectus eius sicut fulgur, et vestimentum eius candidum sicut nix. Prae timore autem eius exterriti sunt custodes et facti sunt velut mortui. Respondens autem angelus dixit mulieribus: “ Nolite timere vos! Scio enim quod Iesum, qui crucifixus est, quaeritis. Non est hic: surrexit enim, sicut dixit. Venite, videte locum, ubi positus erat. Et cito euntes dicite discipulis eius: “Surrexit a mortuis et ecce praecedit vos in Galilaeam; ibi eum videbitis”.
(Matteo XXVIII)



Maddalena inoltre, rimanendo sempre al sepolcro, credendo che il corpo del maestro fosse stato rubato, rimane a piangere davanti al sepolcro vuoto, quando  Cristo le appare. Confondendolo con il giardiniere, gli chiede dove secondo lui potesse essere messo il corpo del maestro, accorgendosi solo alla chiamata per nome che si tratta di Gesù stesso, che le ordina di annunciare la sua risurrezione,e, probabilmente in seguito ad un trasporto emotivo della donna, le proibisce di toccarlo, usando la famosissima frase "Noli me tangere" (Μή μου ἅπτου), che si trova in Giovanni XX,17

Al pari delle donne mirofore nella seconda settimana dopo la Pasqua sono ricordati Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, il discepolo segreto di Gesù, entrambi onorati membri del Sinedrio: in particolare il primo è onorato dall'apolytikio (il quale già più volte era stato letto durante la Santa Settimana).

Ὁ εὐσχήμων Ἰωσήφ, ἀπό τοῦ ξύλου καθελών, τό ἄχραντόν σου Σῶμα, σινδόνι καθαρᾷ εἱλήσας καί ἀρώμασιν, ἐν μνήματι καινῷ κηδεύσας ἀπέθετο. Ἀλλὰ τριήμερος ἀνέστης, Κύριε, παρέχων τῷ κόσμῳ τὸ μέγα ἔλεος.

Il nobile Giuseppe, tratto dalla Croce il tuo Corpo incorrotto, avvoltolo in una sindone pura tra aromi e presosene cura, lo pose in un sepolcro nuovo. Ma il terzo giorno sei risorto, o Signore, donando al mondo la tua misericordia.

Secondo molti interpreti. la figura delle donne mirofore, oltre ad essere annunziatrici della Risurrezione, è paradigma della Chiesa, che porta piamente le sue doverose offerte a Iddio.

Post scriptum: facciamo gli auguri alla comunità russo-ortodossa di Venezia, dedicata proprio alle Sante Donne Mirofore, nel giorno della sua festa parrocchiale, continuando a pregare perché tutti gli agnelli finalmente si riuniscano sotto l'unico Pastore.

sabato 29 aprile 2017

La Santa Messa - Introduzione

Nota: questo articolo introduce la pubblicazione a puntate di un saggio autografo sulla S. Messa, che procederà di pari passo alla pubblicazione di un saggio analogo sulla Divina Liturgia bizantina.
Il testo può essere anche validamente usato come insegnamento per i neofiti della Messa Tridentina.
In questo primo post, discetteremo di cos'è la S. Messa e ne daremo qualche classificazione.




I. Del significato della S. Messa

Per "Messa" s'intende la Divina Liturgia Eucaristica celebrata secondo il rito romano, la quale è così detta dal caratteristico congedo che il diacono fa alla fine della celebrazione: Ite, missa est.
Come insegna il Concilio di Trento, secondo l'immutata tradizione della Chiesa, durante la S. Messa si ripresenta a Dio Padre, quale unica oblazione accettabile, il solo, salvifico e glorioso Sacrificio della Croce. Essendo tale dottrina derivata direttamente dalle Scritture (poiché l'olocausto del Cristo sostituisce appieno l'imperfetto sacrificio votivo dell'Antica Legge), addirittura vi è anatema su chiunque neghi la natura sacrificale della S. Messa (come fanno i protestanti). Dunque, durante la S. Messa si offrono nuovamente, come già era avvenuto in quel Santo Venerdì, nel medesimo Sacrificio ma stavolta in modo incruento, il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, prezzo della nostra redenzione, nei quali si trasformano realmente il pane e il vino oblati durante la liturgia (è il dogma della Transustanziazione), siccome Gesù stesso aveva anticipatamente fatto durante la sua Ultima Cena, comandando ai suoi apostoli (e dunque ai sacerdoti, suoi successori, mediante i quali ministri agisce Dio stesso) di perpetrare questo gesto attraverso il quale Iddio aveva istituito per noi un sì mirabile Sacramento.
Risultati immagini per crocifissione bologna
Vitale da Bologna, il Sacrificio della Croce

Quattro sono i fini del Sacrificio della Croce, e quindi di quello della Messa:

  • Latria o adorazione, cioè l’atto di sottomissione alla Santissima Trinità e di riconoscimento e lode della sua assoluta sovranità;
  • Ringraziamento per i benefici ricevuti;
  • Propiziazione, cioè la supplica per ottenere il perdono dei peccati anche quanto alle pene che ne derivano, sia per noi sia per i defunti;
  • Impetrazione, cioè la richiesta di grazie e di aiuti.
In generale, il merito della morte del Signore sulla Croce si applica come grazia soprannaturale durante la S. Messa, anzitutto per la Chiesa tutta (militante, purgante e trionfante), poi per le intenzioni specifiche della Messa, e indi per il suo celebrante e gli eventuali fedeli assistenti. Il Sacrificio è offerto a Dio solo, anche se può essere celebrato in onore dei Santi e richiedendo la loro preziosissima intercessione.

II. Delle parti della S. Messa

La Liturgia Eucaristica nella sua struttura si compone di due parti fondamentali:
  • Dicesi parte essenziale (materia del Sacramento) la Consacrazione, ossia la Transustanziazione per effetto delle parole pronunciate dal Sacerdote, che sono le stesse con cui Cristo in quel Giovedì Santo si donò ai suoi discepoli. Qualora venissero a mancare queste parole, non avverrebbe la Transustanziazione, e dunque non si compirebbe il Sacramento.
    E' opinione comune dei teologi, compreso S. Tommaso d'Aquino, che in essa consiste l'intero Sacrificio della Messa, poiché come Gesù Cristo si oblò sulla Croce separando il suo Corpo Sacratissimo dal suo Sangue Preziosissimo, così le due specie sono consacrate separatamente. San Gregorio Nazianzeno dice infatti che il sacerdote celebra il Sacrificio usando la voce come una spada.
  • Dicesi parte accessoria invece tutto l'insieme delle numerose preghiere e dei numerosi gesti rituali derivanti dalla tradizione ecclesiastica ed apostolica e che compongono tutto il resto del rito della Messa; essa, pur non concorrendo al Sacramento in sé, è fondamentale, poiché è stata istituita dalla Chiesa con due scopi: anzitutto, l'espressione più chiara dei misteri celebrati durante la liturgia, da quello Trinitario (che è lodato negli Inni, nel Credo e nelle orazioni), a quello Eucaristico (che è esplicato in ogni sua parte dall'Offertorio alla Purificazione); in secondo luogo, apporta beneficio spirituale al sacerdote celebrante e ai fedeli assistenti, aumentandone la devozione ed il raccoglimento.
III. Delle tipologie della S. Messa

A seconda della solennità dei suoi riti, del numero di assistenti, ecc., si distinguono cinque tipologie fondamentali di Messa, alla quale si aggiungono numerose sottocategorie.
  • Messa Papale, ossia la Messa celebrata in Roma dal Romano Pontefice, assistito dal Collegio Cardinalizio e dalla Corte Pontificia; essa è il prototipo di tutto il Rito Romano, poiché quando questo fu esteso da Pio V a tutto l'Occidente fu preso a modello proprio il rito celebrato dal Papa. Il Sommo Pontefice è normalmente assistito da un Cardinale diacono, da un Auditore della Sacra Rota come Suddiacono, dal Decano di Ostia come prete assistente, nonché da un Diacono e un Suddiacono di rito greco. 
    Messa solenne a S. Simon Piccolo (Venezia)
  • Messa Solenne, ossia la Messa celebrata in canto da un presbitero, assistito da un diacono, da un suddiacono ed eventualmente da un altro prete assistente; essa è la forma normale con cui dovrebbe essere celebrata una Divina Liturgia Eucaristica, nella pienezza delle sue forme, ed è a questa che si riferiscono le rubriche del Messale Romano. Infatti, tutte le altre forme di Messa non sono che riduzioni o adattamenti di questa forma, alla quale bisogna guardare per avere una piena comprensione delle cerimonie del rito romano.
  • Messa Pontificale, ossia la Messa solenne celebrata da un Vescovo o da altri Prelati superiori,
    Pontificale del rev.mo Card. R. L. Burke
    al Trono o al Faldistorio secondo la dignità del celebrante e il luogo in cui celebra. Essa prende molti riti propri della dignità episcopale dalla Messa Papale, di cui può considerarsi una riduzione (essendo in effetti la Messa Papale un Pontificale celebrato dal principe dei Vescovi).
  • Messa cantata semplice, ossia la Messa celebrata in canto da un presbitero, senza assistenti ordinati, ma con soli ministri inferiori (i cosiddetti chierichetti). E' una riduzione della Messa solenne, nata per scarsità di clero nelle parrocchie più disperse. In essa non sono previste le incensazioni o l'uso dei candelieri, ma ciò è stato concesso per indulto per secoli e, dal 1962, visto che di fatto l'indulto era concesso ad ogni Messa cantata, completamente liberalizzato.
    Messa bassa all'altare della Sala del
    Conclave del monastero di S. Giorgio
    Maggiore (Venezia)
  • Messa letta (detta anche bassa o, meglio, privata), ossia la Messa interamente letta senza canto da un presbitero, assistito da uno o due chierichetti (o, nella forma cosiddetta solitaria, senza chierici). Questa anticamente era la forma con cui i sacerdoti dicevano la propria Messa privata quotidiana, nonché tutte le Messe devozionali agli altari laterali, moltiplicatesi al fine di aumentare le grazie ottenibili, con la semplificazione estrema di tutti i riti e lo svolgimento da parte del sacerdote di tutte le parti. Fino al XVII secolo era cantata in monodia, in seguito iniziò ad essere recitata sottovoce e a diventare la forma comune in cui nelle parrocchie si officia la Messa feriale.
Forme particolari di S. Messa:
  • Messa con l'organo alla francese: Messa letta in cui l'organo suona delle musiche per accrescere il raccoglimento dei fedeli, ma giammai parti dell'Ordinarium Missae.
    Messa prelatizia
    di mons. A. Schneider
  • Messa prelatizia: Messa letta celebrata da un Vescovo o da un alto Prelato, assistitito da due sacerdoti (ed eventualmente altri ministri inferiori), con l'uso delle insegne episcopali (bugia e brocca), generalmente accompagnata da un coro che canta alcuni mottetti (non parti dell'Ordinarium).
  • Messa dialogata: invenzione del XX secolo in nome dell'actuosa partecipatio, cui il popolo che assiste recita insieme al chierico le parti che gli spettano. Inoltre, mentre chi assiste alla Messa letta "normale" sta in silenzio e in ginocchio, chi assiste a quella dialogata, oltre a rispondere, si alza e si siede come a una Messa cantata.
  • Messa capitolare: celebrata quotidianamente in forma solenne nelle chiese cattedrali e collegiate, con coro ecclesiastico; è spesso considerata parte integrante dell'Ufficio Divino.
  • Messa conventuale: la Messa capitolare celebrata nei conventi e nei monasteri, la quale può essere sia cantata che letta, ma dispone sempre di un certo qual grado di solennità, dato dal numero dei servienti e delle candele.
  • Messa di comunità: Messa celebrata pubblicamente nei seminari e nelle congregazioni che non sono tenute alla recita corale dell'Ufficio Divino; non gode dei privilegi della Messa conventuale, ma deve aver prevalenza su tutte le Messe contemporaneamente officiate.
  • Messa gregoriana: la Messa celebrata all'altare di S. Gregorio al Monte Celio a Roma, dotata di numerosi privilegi nella liberazione delle anime del Purgatorio; il nome oggi è principalmente applicato a una devozione che consiste nella recita di 30 Messe consecutive per un defunto.
  • Messa parrocchiale: Messa che ogni parroco è tenuto a celebrare nella propria parrocchia ogni domenica e festa, che gode dei privilegi della Messa di comunità (attenzione: non è necessariamente la più solenne del giorno, ma quella celebrata dal parroco)
  • Messa dei Presantificati: Messa profondamente penitenziale, senza consacrazione, ma con la Comunione alle specie precedentemente consacrate (diffusa nei riti greci, nel Rito Romano si celebra solo al Venerdì Santo)
  • Messa privilegiata: Messa che ha ottenuto, per decreto di Pio VI, particolari privilegi nelle intercessioni che applica per i defunti.
  • Messa secca: Messa celebrata come esercizio devozionale nel Medioevo da chi aveva già celebrato o da chi era fuori orario prescritto, ossia Messa priva di qualsiasi parte attinente al Sacrificio (solo parte didattica); fu vietata dal Concilio di Trento, mantenendo in auge solo una Messa secca di benedizione dei rami la Domenica delle Palme. Antiche Messe secche celebrate per questioni di tempo erano la Missa venatoria (dei cacciatori) e la Missa nautica (dei marinai).
    Il concorso dei fedeli romani ad una
    Basilica Stazionale
  • Messa stazionale: Messa celebrata anticamente dal Papa in una Chiesa della città di Roma (definita Stazione), presso la quale si radunava il popolo per ricevere l'Eucaristia; ad oggi, pur non più celebrando il Papa alle Basiliche Stazionali, essi mantengono almeno durante la Quaresima gli antichi privilegi, garantendo indulgenza plenaria alle solite condizioni al fedele che devotamente le visiti nel giorno prescritto.
Inoltre, secondo la qualità dei testi dell'ufficio, la Messa può essere ordinaria (testi del giorno o del Santo), votiva (testi di un Santo o di un Mistero al di fuori del loro giorno festivo, o per alcune speciali impetrazioni), da requiem (per un defunto, alla morte, negli anniversari o in altre occasioni).



Prossima pubblicazione (inizio maggio): La Santa Messa - I sacri ministri, i paramenti, le sacre suppellettili

Fonti principali:
  • Spiegazione della S. Messa, di d. Mauro Tranquillo FSSPX
  • La Santa Eucaristia, di p. Konrad zu Loewenstein FSSP
  • Enciclopedia Cattolica, ed. 1913

martedì 25 aprile 2017

Festa di San Marco Evangelista

S. Marco, di Emmanuel Tzanes, 1657

Oggi, addì 25 aprile, checché intendano festeggiare partigiani e repubblicani (la sconfitta dell'Italia, ndr), la Chiesa tutta e in particolare quella Veneziana, avendolo eletto a suo speciale patrono, festeggiano con i dovuti onori il martirio dell'Evangelista Marco.

Agiografia di S. Marco


Miracolo di S. Marco, narrato nella Leggenda Aurea, in cui
l'Evangelista salva uno schiavo dal martirio dissolvendo
gli oggetti con cui sarebbe stato torturato.
Opera del Tintoretto.
Il Leone Evangelico nacque secondo alcune fonti in Palestina, secondo altre a Cipro, attorno al 20 d.C., ebreo di stirpe levita, e cugino di S. Barnaba (cfr. Col IV,10). Non si sa se avesse fatto parte del numero dei discepoli di Gesù, ma sicuramente ne aveva sentito parlare, venne presto in contatto con gli Apostoli dopo la Risurrezione e divenne discepolo personale di S. Pietro. Una suggestiva interpretazione vede in Marco il giovinetto che fugge via nudo mentre Gesù vien catturato, citato solo nel di lui Vangelo (cfr. Mc XIV). Scrisse il suo Vangelo quando si trovava a Roma, ove era stato battezzato, e possedeva un'abitazione al Campidoglio, sulle cui spoglie ora sorge la Basilica romana a lui titolata, durante il regno di Claudio Imperatore (cfr. Eusebio di Cesarea,Historia Ecclesiastica), in compagnia proprio di Pietro, il quale, testimone oculare e uditore, è la fonte da cui trae ogni informazione per la stesura, non mancando però di criticare duramente il maestro quando necessario (Gueranger nota come il Vangelo di Marco sia quello che più duramente rimprovera Pietro per il rinnegamento). Il suo scritto fu particolarmente apprezzato dai Cristiani di Roma per la brevità, semplicità, concisione e al contempo completezza e precisione che sono caratteristiche del suo Vangelo, il più breve ma non per questo il meno ricco o importante.
Predicazione di S. Marco ad Alessandria, di Gentile Bellini

Dagli Atti degli Apostoli, sappiamo che Marco seguì dapprima Paolo, da cui poi si separò, per recarsi (attorno al 50 d.C.) a Cipro, insieme al cugino Barnaba. Dopo la morte di Paolo, iniziò la sua predicazione autonoma, che la Tradizione vuole egli abbia effettuato in Egitto, fondando l'episcopato di Alessandria che egli stesso ricoprì, e fornendo ai Cristiani d'Africa, proprio nella terra che era stata tanto fonte d'errori e sventure, una salda fonte di dottrina petrina, dopo Roma ed Antiochia (Alessandria viene definita la "terza cattedra di Pietro").

Contestualmente, attorno al 66 d.C., inizia ad avere i primi contatti con l'Italia ,quando vi si trova in aiuto a Paolo (cfr. II Thim IV, 9-11), e, prima di partire all'evangelizzazione dell'Alessandria,, procede verso l'Italia settentrionale, precisamente ad Aquileia, dove fu inviato probabilmente da Pietro, nominandone il primo vescovo, Ermagora, che lui stesso aveva convertito. Nella città sono facilmente riscontrabili testimonianze del passaggio dell'Evangelista: nella cripta della Basilica di Aquileia, interamente affrescata con i cicli della predicazione dell'apostolo, vi si trova "Vangelo di San Marco", oggetto di ampia venerazione, scritto attribuito direttamente alla mano dell'Evangelista, oggi separato in pezzi e custodito in tre diversi luoghi, tra cui la Biblioteca Marciana.

Partendo verso Alessandria, fu tuttavia sorpreso da una tempesta presso le isole Realtine (nucleo della futura città di Venezia) .Qui, secondo la tradizione, un angelo gli apparve insogno, salutandolo con la famosa formula "Pax tibi Marce, evangelista meus!", diventata poi quasi un motto del Santo, e dando origine al profondo vincolo legante l'apostolo ed evangelista Marco alla città di Venezia.



Secondo gli apocrifi Acta S. Marci, che danno informazioni riscontrabili anche nella Leggenda Aurea, S. Marco subì il martirio nel 68 ad Alessandria d'Egitto, incarcerato ed immolato da degli idolatri durante la festa pagana di Serapide. Secondo questi racconti, egli in carcere fu visitato dallo stesso nostro Signore Gesù Cristo risorto, il quale lo salutò ancora: "Pax tibi Marce, evangelista meus!", suscitando grande commozione nel Santo, che ebbe nella visione del suo Maestro il coronamento di tutta la sua missione e della sua devozione alla causa Cristiana. Il giorno dopo, affrontando terribili tormenti, nacque al Cielo, andando ad occupare il seggio glorioso che gli spettava. ad acquistare la sua veste candidata nel sangue che ha versato, che, da martire immagine del Cristo patente, è il sangue stesso dell'Agnello.

S. Marco e Venezia

La città di Venezia, tradizionalmente dedicata a S. Teodoro di Amasea (le cui reliquie si trovano
La Basilica di S Marco a Venezia
tuttora nel Veneziano, a Eraclea) e al suo doppione S. Teodoro Stratelate, divenne particolare protetta dell'Evangelista Marco nel IX secolo, in seguito ai travagliati ed avventurosi eventi che portarono in città le reliquie del Santo. La storia dell'arrivo delle ultime è più la storia di un furto, derivante dalla proibizione del Papa della continuazione di un effettivo commercio con gli infedeli. Furono due mercanti, Rustico da Torcello e Bono di Malamocco, a riuscire a trafugare nell'828 le spoglie da Alessandria, al tempo occupata dai musulmani, usando un'astuto stratagemma per evitare il controllo del carico: nascondere cioè i resti nelle ceste contenenti carne di maiale, ritenuta impura dai maomettani. L'acquisizione di una reliquia di inusitata importanza e magnificenza spinse i Veneziani all'edificazione di un tempio degno alla sua custodia; l'edificio, sorto sui resti della preesistente cappella dogale, venne iniziato nel 1063, ma vi fu in seguito un gravissimo incendio che portò alla ricostruzione completa della Basilica, nel corso della quale tuttavia si scoprì che la teca contenente il preziosissimo corpo era scomparsa: una perdita particolarmente sentita e sofferta dal popolo veneziano.
Il ritrovamento delle reliquie di S. Marco,
del Tintoretto
Un miracolo destinato agli annali veneziani avvenne il 25 giugno del 1098: durante la celebrazione
della Liturgia un braccio sembro apparire dal cielo ed indicare una colonna dell'ordine sinistro,la quale, forata ed aperta,rivelò di avere all'interno le tanto desiderate e compiante reliquie. Con quale gesto più degno che un miracolo San Marco avrebbe potuto scegliere personalmente di darsi ai Veneziani quale patrono, accettando di diventare il simbolo di una gloriosa Repubblica in Terra e Mare?

Oggi Venezia celebra con particolare solennità la Festa del suo Santo Patrono, onorandolo con numerose tradizioni, tra cui (almeno un tempo) una grande processione cittadina, che nella tradizione patriarchina andava a sostituire del tutto quella prettamente romana delle Litanie Maggiori. Altre importanti celebrazioni dedicate a S. Marco nel calendario proprio della città sono il 31 gennaio (giorno di traslazione delle Reliquie) ed il 25 giugno (data del succitato grande miracolo).

Processione in onore delle reliquie del Santo, del Tintoretto
A tutti i Veneziani e ai devoti a S. Marco, i nostri migliori auguri per la solenne ricorrenza di questo grande Santo, sul cui esempio la Repubblica di Venezia ha ottenuto fama e prestigio, e sul cui esempio anche noi possiamo meritarli nella perseveranza nella fede e nel costume Cristiano.




Sancte Marce, ora pro nobis!

domenica 23 aprile 2017

Dominica "in Albis"


Molti sono i nomi della I Domenica dopo Pasqua, con la quale si conclude il grande periodo di festa dell'Ottava Pasquale, con un ufficio già privo dell'esultanza di quelli dei giorni precedenti:

  • Dominica in Albis: è questo il nome tradizionale di questa Domenica nel calendario romano, giacché dopo il Vespro di ieri (Sabato in Albis) i catecumeni, che avevano ricevuto il Battesimo durante la Veglia Pasquale, deponevano, giusta l'antica tradizione romana, la veste bianca che avevano ricevuto, "lavata nel sangue dell'Agnello", simbolo del loro rinnovamento interiore. Essi avevano continuato ad indossare questo simbolo di purità per questi otto giorni, che di fatto sono la prosecuzione ininterrotta della Festa, evidenziata da elementi quale la soppressione dei digiuni e di gran parte delle genuflessioni (tutte nel rito bizantino, solo all'Ufficio Divino nel rito romano). La deposizione del segno tangibile della gioia pasquale, dovuta all'allontanarsi del gran giorno, non deve però farci smettere di celebrare gioiosamente la Risurrezione di Nostro Signore, festeggiando d'ora innanzi ogni domenica come una Pasqua (per dirla con dom Gueranger), né deve farci abbandonare quella purezza che abbiamo ricevuta nel Battesimo e rinnovata nelle celebrazioni pasquali, come ci ammonisce S. Agostino nel suo Sermone in Octava Paschae, che si legge nel II Notturno del Mattutino odierno, rivestendoci in ogni aspetto della nostra vita della luce gioiosa di Cristo. Questa domenica, dunque, nella tradizione romana, chiude il periodo immediatamente contiguo alla Festa delle Feste (la Messa Stazionale di oggi veniva celebrata nella Basilica di un Santo Martire, lontano dal centro della città, caso pressoché unico), ma apre al contempo un lungo periodo di gioia, che è il Tempo Pasquale, il quale si protrarrà fino alla gran festa dell'Ascensione, il quale ci deve far trascorrere ogni giorno come una Pasqua, al canto dei lieti Alleluia, come del resto già afferma S. Ambrogio, sostenendo che come gli Ebrei ogni sette anni prolungano il sabato per un intero anno, tanto più è doveroso per i Cristiani prolungare per 50 giorni le gioie del Risorto.
  • Domenica di Quasimodo: questo è il tradizionale nome derivato dalle prime parole dell'introito
    , Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja (I Pet II, 2), bell'invito ai neofiti (cui era anticamente dedicata la liturgia odierna, e a noi tutti per estensione) a gustare le gioie spirituali dei primordi della vita cristiana.
  • Domenica di S. Tommaso: quest'altro nome, maggiormente diffuso in Oriente, deriva invece dall'episodio evangelico letto in questo giorno, ossia la mirabile Teofania scaturita dall'incredulità dell'apostolo Tommaso, il quale non crede al Risorto sino a che non lo ha toccato. Dall'omelia di S. Gregorio Magno su questo Vangelo (XXVI), possiamo trarre il seguente insegnamento: Gesù appare ai discepoli riuniti, dopo essere entrato a porte chiuse (così come egli era entrato, nascituro, nell'utero ancora chiuso della Vergine Maria), e pur essendo incorrotto, essendo egli Risuscitato, è al contempo palpabile: con quali segni incomprensibili il Signore si manifesta, ut rebus mirabilibus fidem praebeant facta mirabiliora! 
  • Domenica della Divina Misericordia: questo è invece il nome più recente, assegnato ufficialmente solo nel 2000, ma su indicazione della Santa Faustina Kowalska, la quale scrive nel suo Diario la rivelazione che Gesù gli fece, chiedendogli di dedicare questo giorno alla divina bontà con cui Egli ci ha redenti e continua a redimerci dalla nostra povera condizione: Desidero che la Festa della Misericordia sia di riparo e di rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine.
    In questo giorno, a chi devotamente si confessa e si comunica, aggiungendo la recita recita della Coroncina della Divina Misericordia (serie di invocazioni a questo attributo della Divinità), è concessa l'Indulgenza Plenaria.
  • Domenica bassa: questo nome è diffuso solo nei paesi di lingua inglese ("Low Sunday"), in opposizione alla "High Sunday" che è stata ovviamente la Domenica di Pasqua

Sagrestia di S. Simeon Piccolo dopo la S. Messa solenne - 23 aprile 2017
Da destra: Marcus Williams (suddiacono), don Jean Cyrille Sow (sacerdote celebrante), Aaron Liebert (diacono)
(Foto di: Alessandro Franzoni)
Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione, la bella omelia pronunciata dal rev. p. Jean Cyrille Sow, FSSP, durante la S. Messa Solenne celebrata stamattina in S. Simeon Piccolo, allegando contestualmente foto e video della cerimonia.

Vangelo: Joannes 20, 19-31
In illo tempore: Cum sero esset die illo, una sabbatorum, et fores essent clausae, ubi erant discipuli congregati propter metum Judaeorum: venit Jesus, et stetit in medio, et dixit eis: Pax vobis. Et reliqua.


+ Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

Carissimi fratelli,
Oggi, in questa domenica in Albis, quando nella chiesa antica i catecumeni battezzati a Pasqua depositano le loro bianche vesti, in questa domenica, chiamata anche "Quasi modo" perché sono le prime parole dell'introito latino, denominata anche domenica della misericordia su volontà di Santa Faustina;
Oggi dunque, il Vangelo parla del dubbio con il ben noto episodio di S. Tommaso. Possiamo avere l'impressione che questo Vangelo corrisponda particolarmente al nostro tempo.
Abbiamo perso oggi la cultura cristiana antica che un tempo ha favorito una fede forte e comune. Siamo circondati da tante voci diverse e contraddittorie, dimodoché è difficile avere una fede certa. Siamo nel tempo del apostasia, un’apostasia immensa e senza una forte convinzione, vaga.
L'Incredulità di S. Tommaso, del Caravaggio
S. Tommaso sembra corrispondere molto bene a questa mentalità moderna. Per alcuni, è anche diventato il loro patrono. Ma, il dubbio di Tommaso non è quello dei nostri tempi. Tommaso non è vago: dubita, ma sa esattamente di che cosa dubita. Piuttosto, non dubita affatto; lui nega, nega che il Cristo sia risorto dai morti. È perché egli sa ciò che crede; Egli crede che il Cristo sia morto, è morto per sempre. Ed è una ragionevole certezza, perché tutti sanno che è impossibile resuscitare i morti. Tommaso non vuole pertanto credere alla testimonianza di altri discepoli che affermano di aver visto il Cristo vivo. Egli non risponde loro: «Sì, forse è possibile, ma ne dubito». Dice: «se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi... non credo».

Cristo risorto si mostra allora a tutti i discepoli quando anche Tommaso è presente. Egli non approva il dubbio di Tommaso; Gli dice: «non essere incredulo, credi». Per Gesù, il dubbio non è una virtù. Tommaso vede Gesù, e crede. Egli non nega la resurrezione. Il suo dubbio scompare; o meglio, la sua certezza negativa è sostituita da certezza di fede; Dice: «Mio Signore e mio Dio». Per Gesù, non è solo Tommaso a poter credere così, ma anche tutte le successive generazioni: «Beati coloro che credono senza vedere.» ed è così che si conclude il Vangelo di Giovanni, con questo invito a tutti noi credenti.
Fratelli, come Tommaso, accettiamo la mano di Gesù, accettiamo la sua presenza! Poi noi possiamo ascoltare con fiducia queste parole di Gesù a Santa Faustina: «Le anime che hanno una fiducia senza limiti mi danno una grande gioia, poiché io verso in loro l'intero tesoro delle mie grazie.»
Sia lodato Gesù Cristo

Foto e video della Messa Solenne (da M. Yastrebova)
vi saranno presto aggiornamenti!

Preparazione alla S. Comunione

Confiteor solenne

Ultimo Vangelo


venerdì 21 aprile 2017

MMDCCLXX abhinc annis


Duemilasettecentosettant'anni fa esatti, addì 21 aprile (giorno che oltre quattordici secoli dopo sarebbe stato dedicato dalla Chiesa alla memoria del pio asceta, teologo e polemista Atanasio Sinaita, autore del noto trattato Ὁδηγός, "La Via" contro il monofisismo e di numerosi, purtroppo perduti, trattati apologetici contro eretici, pagani, nestoriani e giudei) dell'anno 753 avanti la nascita del Signore Nostro Gesù Cristo, ebbe i suoi natali la città di Roma, l'Urbe Immortale.

Questa festa, spesso sfruttata da movimenti anticristiani (specialmente in età risorgimentale e durante il periodo dell'autoproclamatasi abusivamente nel 1849 libera Repubblica Romana) come festività celebrante la gloria laica di Roma, in opposizione a quella Cristiana. Niente di più fuorviante, poiché anche dalla grandezza che ebbe nel passato, nel tempo degli dei falsi e bugiardi, Roma ha cavato molte delle basi e dei privilegi che la portarono ad essere eletta "capitale" del Cristianesimo Occidentale. E' dunque opportuno che il buon Cattolico festeggi il Natale della propria città capitale, guardando sempre al profondo significato mistico che questa città, immagine di Gerusalemme, città redenta dalla Madre di Dio (cfr. il kontakion dell'Inno Akathistos).

Approfittiamo di questa ricorrenza per fare qualche brevissima considerazione sul ruolo fondamentale che questa città ha per il Cristiano, essendo stata scelta dal Principe degli Apostoli come sua sede episcopale, e da lì avendo i suoi vescovi ricevuto il compito in perpetuo di guidare la Chiesa nel suo transito terreno. La città di Roma è sinonimo di gloria, di onore, è la capitale della fede, nonché della cultura latina cui molto deve la società occidentale, debitamente cristianizzata dai Santi Padri. La città di Roma è il cuore e il fulcro dell'Occidente Cristiano: benché essa al momento si trovi all'interno della Repubblica Italiana e non del legittimo suo proprietario, lo Stato Pontificio, cui fu bellicosamente sottratta il 20 settembre 1870, essa continua ad essere un punto di riferimento morale ed ideologico per tutti. Essa è sempre stata il baluardo della fede: a Roma bisogna guardare, poiché ivi è stato istituito il Pastore che conferma i fratelli nella fede.

Ma le profezie che riguardano Roma hanno anche un lato negativo, terribile: Roma è destinata a perdere la fede, a diventare sede della Grande Apostasia che precederà l'avvento di Nostro Signore qual giudice. Innumerevoli sono le visioni, gli scritti, le apparizioni che confermano questa triste sorte: il sogno di Leone XIII (per cui poi egli deciderà di scrivere la preghiera a S. Michele da recitarsi in fine d'ogni Messa), San Nicola di Flue che annuncia un decadimento nella fede della città di Pietro, il beato Gioacchino da Fiore che vide l'Anticristo sedere a Roma, alcuni antichi Padri (Ippolito, Atanasio di Roma ...) e finanche Nostra Signore, che apparsa a La Salette nel 1846, ricordò che è destino che Roma perda la fede. Del resto, anche le Sacre Scritture parlano in più passi di fatti del genere.
Questa triste profezia, che mai vorremmo si avverasse, essendo noi tanto cari all'immagine della nostra Città gloriosa e splendente di divina grazia, trionfatrice sul mondo e regina della terra, è purtroppo destinata ad avverarsi. Ripetiamo, è destinata, poiché molti eretici ad oggi la ritengono già avvenuta: essi sono i sedevacantisti, i quali hanno rotto ogni comunione con la Sede Romana, dalla quale tuttavia dipende completamente il Cattolicesimo Romano, e sono venuti a mancare alle verità della fede, che ci assicurano che giammai Dio abbandonerà la sua Chiesa. La Grande Apostasia infatti, che sicuramente avverrà, non dovrà alienare mai i veri Cattolici da Roma, perché nelle gerarchie ecclesiastiche vi saranno sempre dei Santi che manterranno viva, ancorché piccola e perseguitata come nei primi secoli in mezzo alla grande devastazione, la Chiesa Cattolica, alla quale Nostro Signore medesimo ha garantito l'indefettibilità.
Può forse dirsi che la Grande Apostasia è vicina: già recentemente sono sorti non pochi contrasti tra i vertici della Chiesa, tra Francesco I e alcuni Principi della Chiesa, che potrebbero portare in futuro a situazioni di scisma. Sintantoché però nulla è avvenuto, non lice a noi di prendere posizioni in materia, rischiando anzi con troppe elucubrazioni di scivolare in eresia sedevacantista ed alienarsi dalla salutare comunione con la Chiesa Cattolica. Del resto, già nel Settecento alcuni dicevano che Roma aveva perso la fede, e semplicemente perché nella Città si soleva dar la Comunione al popolo ad ogni Messa, cosa poco frequente nel resto della Cattolicità di quel secolo. Esortiamo dunque ad essere ben cauti a pronunciare qualsiasi giudizio su questo tema.
Potrebbe infatti anche darsi che la perdita di fede di Roma non sia legata necessariamente al Papato, bensì alla città intesa nella sua parte urbana e civile: in tal caso, Roma avrebbe perso la fede nel momento in cui l'Italia l'ha perduta, avendo approvato e continuando ad approvare leggi inique ed empie (aborto, divorzio, unione tra sodomiti ...), sostenute a gran voce dalla Massoneria. Proprio oggi, peraltro, risale l'anniversario della pubblicazione della enciclica di Leone XIII (pur portando essa la data di 20 aprile 1884) Humanum genus, condanna ferma e forte del relativismo filosofico, morale e religioso dell'empia setta dei Frammassoni, della loro violenta guerra contro il Papa e la Chiesa, da cui origina l'Apostasia generale che ha colpito l'Europa negli ultimi due secoli, la quale sta abbandonandosi ai demoni del protestantesimo e dell'ateismo, e che probabilmente ha colpito anche Roma.

Veduta del Tevere e Castel S. Angelo, di Antonio Joli (1700-1777)

Ma è nostro dovere stare tranquilli e pregare con fede Iddio per la città di Roma, per il Papa, per l'Orbe Cattolico e per tutti, poiché ci è stato garantito che portae Inferi non praevalebunt, e alfine il Cuore Immacolato della nostra Madre Maria trionferà.

Una lieta e santa celebrazione del Natale della Grande e Santa Città Apostolica di Roma a tutti i lettori,

Laudetur Jesus Christus!

venerdì 7 aprile 2017

La forza di un simbolo

Molto spesso noi Cristiani, forse per assuefazione, non poniamo la dovuta attenzione al simbolo fondamentale della nostra Fede, che è la Croce: attraverso di essa si è compiuto il sacrificio del Figlio, che ha aperto alla sua Risurrezione e all’instaurazione del suo Regno, motivo stesso per cui noi siamo Cristiani. Quanti cristiani però si fanno distrattamente il Segno di Croce, dimenticano di onorare i Crocifissi con le dovute riverenze, o peggio si rifiutano di difendere sempre o comunque il segno inequivocabile della Retta Fede (basti pensare alle inutili polemiche di recente risollevate sul Crocifisso nelle aule scolastiche)?

In questo Tempo di Passione noi siamo particolarmente invitati a riflettere sul mistero della Croce, che accompagna praticamente ogni azione liturgica. In questo articolo in particolare ci occuperemo dei seguenti argomenti: dei testi del tempo di Passione che parlano della Croce e del suo significato profondo; delle festività liturgiche dedicate alla Santa Croce; della venerazione dovuta alla Croce.

Il Crocifisso ligneo venerato in S. Simeon Piccolo


Croce e Tempo di Passione

Già durante la Grande Quaresima, ogni venerdì, molti Cattolici hanno rinnovato settimanalmente la pia pratica della Via Crucis, e hanno meditato la sofferenza di Nostro Signore seguendo il vessillo della sua Croce attraverso le 14 stazioni della sua dolorosa Passione. Questo santo cammino spirituale, che si ripete ancora oggi (venerdì di Passione, con particolare memoria dei Sette Dolori della Beata Vergine Maria ai piedi del Figlio Crocifisso), e sarà ripetuto con ancora maggior lutto e partecipazione emotiva il Grande e Santo Venerdì della Passione, al pio cristiano lascia impresse delle sensazioni molto profonde.  S. Faustina Kowalska, S. Francesco, S. Giovanni della Croce, soprattutto S. Leonardo da Porto Maurizio, e numerosissimi altri santi hanno sempre tenuto in grande onore questo esercizio e ne hanno diffuso la pratica, poiché si erano accorti che era praticamente impossibile soffermarsi un’ora a seguire la salita di nostro Signore al Calvario e restare impassibili di fronte a ciò. Chiunque, prestando la sua mente alla meditazione di questo esercizio, era in grado di unirsi spiritualmente a Cristo nelle sofferenze della sua carne, producendo in sé una contrizione e una compassione (nel senso originale della parola, “condivisione di sofferenza, di sentimento”) pressoché uniche.

In questo Tempo di Passione è nostro preciso compito meditare sovente questi misteri, per sentirci uniti in ogni momento a Nostro Signore e alla sua economia tanto salvifica per gli uomini quanto dolorosa per il suo corpo. Tutti i testi liturgici cercano di rammentarci questo grande mistero che è la Croce di Cristo, unico nostro vanto (cfr. Gal 6), il legno cui fu appeso il Salvatore del Mondo, il legno ove morì il Cristo da Dio, e il legno attraverso il quale Gesù diede al mondo la vita. Proprio queste sono le parole chiare e pregne di significato del Prefazio che si legge a ogni Messa di questa settimana:

[…] Dómine, sancte Pater, omnípotens aetérne Deus: Qui salútem humáni géneris in ligno Crucis constituísti: ut, unde mors oriebátur, inde vita resúrgeret: et, qui in ligno vincébat, in ligno quoque vincerétur: per Christum Dóminum nostrum.

[…] Signore, padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, che nel legno della Croce hai preparato la salvezza per il genere umano, affinché, da dove sorgeva la morte, da lì risorgesse la vita, e colui che in quel legno vinceva (la morte, il demonio), in quel legno avesse anche la sua sconfitta, per mezzo di Cristo nostro Signore.

Anche gl’inni del Breviario ci invitano all’adorazione della Croce, attraverso alcune figure veramente commoventi:

Crux fidelis, inter omnes / arbor una nobilis; / nulla talem silva profert, / flore, fronde, germine. / Dulce ferrum, dulce lignum, / dulce pondus sustinens!
                                               (Pange Lingua, di Venanzio Fortunato, VI sec., parte II, ad Laudes)

O Croce fedele, unico albero nobile tra tutti, nessuna foresta produce un albero simile per fiore, per fronde, per frutto. O arma dolce, o dolce legno, che porti un sì dolce peso!

Vexilla Regis prodeunt / fulget Crucis mysterium / ut vita mortem pertulit, / et morte vitam protulit.                                          (Vexilla Regis, di Venanzio Fortunato, VI sec., ad Vesperas)

Avanzano i vessilli del Re; risplende il mistero della Croce: dove in vita Egli patì la morte e con la sua morte ha prodotto la vita.

Senza togliere niente alle altre strofe di questi due meravigliosi inni, tra i maggiori capolavori della poesia tardo latina, da questi due estratti si capisce perfettamente quale dev’essere il significato della Croce per il fedele: il peso necessario da portare per poter imitare degnamente il Cristo, segno della morte del Signore ma al contempo vessillo glorioso della sua Risurrezione, cuore e centro di tutta l’economia salvifica, di tutta la nostra fede.

Una Via Crucis a S. Simeon Piccolo


Festività liturgiche della Croce

La Croce è un oggetto di Passione talmente fondamentale nella Religione Cristiana da essere insignita da speciali forme di devozione, onore e commemorazione, non solo durante la Settimana Santa, ma durante tutto l’anno, abbracciando essa ogni aspetto della nostra fede.
Nella tradizione latina due sono le festività dedicate alla S. Croce: una minore si teneva il 3 maggio, sotto il nome di Inventio Sanctae Crucis, e commemorava il recupero delle Reliquie della Vera Croce, salvate dalle mani dei Persiani dall’imperatore bizantino Eraclio nel 628, dopo che il sovrano barbaro Cosroe II l’aveva sottratta quattordici anni prima durante la conquista di Gerusalemme. Tale festività tuttavia, essendo a livello di testi liturgici un mero doppione, fu abolita da Giovanni XXIII nelle più recenti riforme del Messale Tradizionale, convogliando tutta la pompa dedicata alla Croce nel giorno del 14 settembre, il Triumphus seu Exaltatio Sanctae Crucis, nella data in cui, secondo la tradizione, la madre dell’Imperatore Costantino, S. Elena, trovò la Vera Croce nel 320, e lo stesso giorno, tredici anni dopo, l’Imperatore consacrò la Basilica sul Golgota. Questa festa nei primi secoli della sua celebrazione assunse quasi il carattere di una Pasqua autunnale, tale era la devozione popolare per la Croce, il vessillo glorioso attraverso il quale il Figlio dell’Uomo è innalzato, il simbolo salvifico e portatore di vittoria, l’immagine del Trionfo del Cristo sulla morte.

Nel rito bizantino invece una venerazione particolare della S. Croce è situata all’interno della III domenica di Quaresima, che segna di fatto quasi la metà del cammino quaresimale, e costituisce un invito ai fedeli a considerare quello strumento di morte, con cui però Cristo ha aperto il Paradiso e distrutto le porte degli Inferi, risollevando le sorti dei figli d’Adamo, e a prendere a sua volta la propria Croce e seguire l’esempio del Maestro, disposti a perdere anche la propria vita al fine di salvarla (cfr. Vangelo). Essa viene portata in chiesa in processione al Mattutino, e indi onorata con fiori e adorata con incensazioni e prostrazioni. Altre feste dedicate alla S. Croce nella tradizione orientale sono ancora il 14 settembre (tradizione greca), il 7 maggio (tradizione gerosolimitana, a memoria dell’Apparizione miracolosa della Croce sulla Città Santa, avvenuta nel 351) e il 1 agosto (tradizione costantinopolitana, che prevedeva una solenne processione per le vie della Città, allo scopo di invocare la protezione di Cristo su di essa).



Venerazione dovuta alla Croce

Abbiamo cercato anche di far capire (o meglio, di rammentare) perché la Croce sia un simbolo tanto importante per i Cristiani, non gli adoratori di un pezzo di legno (come suggerivano malignamente i pagani autori della propaganda anticristiana dei primi due secoli), bensì gli adoratori del Dio vivo e vero che, nonostante la Maestà della sua Divinità, si è fatto mettere a morte per i nostri peccati su quel pezzo di legno, per dare salvezza all’umanità intera e spalancarci le porte del Paradiso.
Per questo motivo non dovremmo mai passare davanti a una Croce senza porgerle il doveroso e riverente saluto, di norma un profondo inchino: quando poi la Croce è esposta alla pubblica venerazione (all’ingresso di una Chiesa per esempio) o per qualche motivo dobbiamo toccarla, è doveroso per noi baciare i piedi del Cristo Salvatore che soffre su di essa non per sua colpa, bensì per la nostra misera condizione. Infine, è raccomandato ai Cristiani di soffermarsi sovente a contemplare la Croce e a pregarla in ogni momento, invocandone il sostegno indefettibile e prezioso. Particolarmente bella è una preghiera che tradizionalmente si lega all’indulgenza (parziale ogni giorno, plenaria i venerdì di Quaresima e Passione) concessa al fedele che, devotamente inginocchiato a un Crocifisso, la recita dopo la Santa Comunione, ma che noi consigliamo di ripetere di frequente ogniqualvolta abbiamo occasione di adorare il Vessillo Glorioso di Cristo:

En ego, o bone et dulcissime Iesu, ante conspectum tuum genibus me provolvo, ac maximo animi ardore te oro atque obtestor, ut meum in cor vividos fidei, spei et caritatis sensus, atque veram peccatorum meorum paenitentiam, eaque emendandi firmissimam voluntatem velis imprimere; dum magno animi affectu et dolore tua quinque vulnera mecum ipse considero ac mente contemplor, illud prae oculis habens, quod iam in ore ponebat tuo David propheta de te, o bone Iesu: Foderunt manus meas et pedes meos: dinumeraverunt omnia ossa mea. Amen.


Eccomi, o buono e dolcissimo Gesù, alla tua presenza mi prostro, e col più grande ardore dell’animo ti prego e supplico di voler imprimere nel mio cuore dei vividi sentimenti di fede, speranza e carità, e una sincera penitenza dei miei peccati e un saldissimo proposito di correggerli; mentre io con grande compassione e dolore penso alle tue cinque piaghe e le contemplo nella mia mente, ricordando ciò che già poneva nella tua bocca il Profeta Davide riguardo te, o buon Gesù: han trapassato le mie mani e i miei piedi, han contato tutte le mie ossa. Amen.