lunedì 7 ottobre 2019

La "festa della Parola di Dio": sovvertimento della concezione liturgica di "festa"

Notizia recentissima è che il Papa di Roma ha, con motu proprio datato 30 settembre 2019, festa di S. Girolamo (autore della più nota versione della Sacra Scrittura in latino), istituito la "festa della Parola di Dio", fissata alla III domenica del "tempo ordinario" (vale a dire, la III domenica dopo l'Epifania). Ora, dal lungo documento, che cita ampiamente la costituzione Dei Verbum del Vaticano II, non si evince con chiarezza se tale "festa" sia da intendersi come una "giornata" (ovvero un giorno particolarmente dedicato a un concetto, in cui si spiega questo nella predica e si compiono delle attività correlate, es. l'ordinazione dei lettori; ne esistono già tante, dalla giornata dell'evangelizzazione a quella del migrante, alcune delle quali istituite già da Pio XI e Pio XII), oppure di una vera e propria "festa liturgica", con testi proprj. Soprattutto in questo secondo caso, è certo però che la cosa presenta numerosi punti problematici.

La prima problematica è data dalle intenzioni ecumeniche esplicitamente citate nel motu proprio, in quanto tale "festa" aiuterebbe a "rafforzare i legami con gli ebrei" e "per l'unità dei cristiani" (implicitamente, il riferimento è chiaramente al protestantesimo [1]). Il presupposto è erroneo sotto più punti di vista, in modo particolarmente evidente quando parla dei giudei, perché presuppone che la loro religione abbia il medesimo testo sacro. In realtà, tra la Bibbia Cristiana e quella giudaica intercorrono notevoli differenze, non solo (macroscopicamente) a livello esegetico (e va ricordato che il Talmud, la raccolta degli autorevoli commenti interpretativi dei rabbini al testo sacro, è dai Giudei considerata come componente integrante e insolubile del testo stesso), ma anche a livello testuale: il testo giudaico della Bibbia, come si presenta attualmente, è frutto di una violenta revisione effettuata attorno al IX secolo e volta a eliminare gran parte dei riferimenti cristologici dell'Antico Testamento; un errore concettuale molto grave da parte dei compilatori delle nuove edizioni della Bibbia in lingue moderne è rifarsi spesso e volentieri a quei testi, anziché alla versione greca dei Settanta che rappresenta fedelmente il testo usato dai primi Cristiani. Questo, ovviamente, senza considerare il fatto che l'Antico Testamento per il giudeo è un testo univoco, mentre per il Cristiano ha senso solo se letto alla luce del Nuovo Testamento, e particolarmente dei quattro Vangeli, massima espressione della "Parola di Dio". Dunque un'attenta lettura dell'autentica Parola di Dio porta alla luce differenze più che vicinanze con il giudaismo e le altre religioni.
Per quanto riguarda i rapporti con gli altri cristiani, la frase del motu proprio "celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida" parte da presupposti chiaramente ecumenisti, perché tutti (gli ortodossi al pari degli eretici) dovrebbero camminare verso un'unica direzione, guidati dalla Parola. Ma questo è profondamente sbagliato, perché varrebbe a significare che nell'ortodossia non v'è tutta la Verità, ma parte di essa è nell'eresia. E ciò è logicamente impossibile.


Questa prima problematica è stata notata da tutto l'ambiente "tradizionalista", in quanto rispondente ai consueti argomenti della sua polemica, magari aggiungendovi il fatto che "l'aumento d'importanza della Parola potrebbe andare a discredito dell'Eucaristia". Ben pochi hanno però notato la seconda, che è una problematica molto radicata nel costume cattolico, tant'è vero che i tradizionalisti stessi la avallano e la difendono. Essa riguarda la concezione che la tradizione liturgica cristiana ha di "festa".

Nel Cristianesimo, ogni giorno è una "festa" in un certo senso; da un punto di vista strettamente liturgico la "festa" indica invece la celebrazione del transito (cioè della nascita al cielo) di un santo, oppure di importanti misteri della vita del Signore, o della Sua Genitrice. In questi termini tradizionali, la domenica non è una "festa" propriamente detta, ma è un "giorno", sicuramente il caput di tutta la settimana. Questo concetto, lampante nella disposizione liturgica tradizionale delle domeniche, è ampiamente frainteso già dagli anni '50 del secolo scorso, quando nei vari riordini del Messale Romano la domenica inizia ad essere etichettata come "festa del Signore", con una serie di conseguenze pratiche nell'atto liturgico che, sotto il pretesto di "salvaguardare le domeniche", finivano per sminuirle e farne sparire del tutto un numero considerevole [2].

Un'ulteriore e più grave anomalia tuttavia già da alcuni secoli si verifica con l'introduzione delle "feste di idea o di astrazione" [3], come le denomina, con non troppo velata intenzione critica, il grande liturgista mons. Léon Gromier. Se ne veda ora perché.

Il Cristianesimo, come riconosciuto in modo sottile anche da uno storico non cristiano quale Marc Bloch, ha una dimensione prettamente storica [4]. Bloch ne evidenzia soprattutto la storicità (ben distinta dallo storicismo idealista) a livello metafisico: Cristo, il Verbo di Dio incarnato, è un personaggio storico; l'Incarnazione è un fatto, avviene nella Storia e sconvolge in modo irreversibile la Storia. Di questo avevano già scritto tutti i Padri, e qualsiasi studente liceale ne ha una conoscenza minima attraverso i principi del De Civitate Dei di S. Agostino. Tuttavia, come ben sappiamo, l'aspetto metafisico è immediatamente riflesso (anzi, non essendoci rapporto di subordinazione, potremmo dire che il medesimo contenuto si irradia parallelamente in due canali) nella liturgia. Il temporale, riprendendo ancora una volta le parole del Gromier, è "fondato sui fatti", e così parimenti lo è il santorale antico: il primo rammenta gli eventi della Storia della Salvezza, iniziando dalla Natività del Signore e giungendo fino alla Pentecoste e all'istituzione della Chiesa; il secondo, da una parte completa il temporale con i misteri della vita della Deipara, e dall'altra commemora i Santi, personaggi storici che hanno con la propria vita esemplare testimoniato la possibilità di theosis offerta dalla Divina Redenzione, e li commemora nel giorno del proprio dies natalis al cielo (o al massimo della traslazione o dell'invenzione delle proprie reliquie), cioè il giorno di un fatto storico. A sostegno di ciò, troviamo, tanto nel Calendario Romano quanto nei Calendari di altri riti anche fatti storici di altro genere commemorati come feste liturgiche: la dedicazione di chiese, l'apparizione di S. Michele sul Gargano, il martirio di S. Giovanni a Porta Latina, la Conversione di S. Paolo, le apparizioni della Madre di Dio, la vittoria di Lepanto, le feste delle Cattedre; il miracolo di S. Michele a Colosi, la caduta di Costantinopoli, il miracolo di S. Teodoro, la traslazione o i miracoli compiuti da icone; il miracolo di S. Simeone il Conciatore, e molti altri [5].

Il Santorale inizia tuttavia pian piano a essere ingombrato da queste "feste di idea", che alterano la struttura tradizionale del Calendario. Alcune sono accettabili: feste che possono trovare una loro lettura storica, e che vengono presentate come idee solo per comodità: essempligrazia, la Divina Maternità di Maria ricorda l'evento del Concilio di Efeso; la festa della Ss. Trinità è il completamento dell'Ottava della festa storica della Pentecoste (si confronti anche il modo con cui queste due feste sono celebrate presso i Greci, e come per mezzo dello Spirito Santo si verifichi operativamente l'azione diretta della Trinità nel mondo secondo la patristica antica)... La maggior parte tuttavia no: già nel basso medioevo nascono, e proliferano nei secoli successivi; corrispondono a titoli o pratiche devozionali (Sacra Famiglia, i "titoli" della Madonna, Cristo Re, i Nomi del Signore e di Sua Madre...), anche a Sacramenti, che però presi nella loro astratta oggettività perdono del lor proprio significato (il Corpus Domini, il Preziosissimo Sangue...), o a concetti che sovente nell'interpretazione popolare rischiano di sfiorare l'eresia (i Cuori di Cristo e di Maria). Paradossalmente, queste feste hanno ricevuto nella storia degli ultimi secoli attenzione maggiore (in modo un po' populista, poiché care al devozionismo popolare): risulta estremamente ridicolo vedere elevate a doppie di I classe o addirittura insignite d'Ottava e celebrate con pompa magna feste come il Preziosissimo Sangue o il Sacro Cuore, e viceversa snobbati e dimenticati in una II classe [6] e quasi mai solennemente celebrati eventi fondamentali come la Trasfigurazione o la Natività della Madonna.

Purtroppo, molto spesso, il movimento tradizionalista non si rende conto della sovversione profonda che questo tipo di feste ha apportato al sistema del Calendario, e anzi spinge, sull'onda devozionista, per l'introduzione di nuove feste, di nuovi titoli della Madonna, alcuni dei quali di dubbia ortodossia (come il recentemente istituto, come festa liturgica nel rito riformato, "Madre della Chiesa", oppure "Corredentrice", o "Mediatrice di tutte le grazie"). Non sono mancati nemmeno gli sponsores dell'introduzione di una "festa di Dio Padre", sulla scorta di presunte rivelazioni di una dubbia mistica del secolo scorso, i quali propugnavano l'importanza di questa festa sostenendo il Padre essere l'unica persona della SS. Trinità priva di festa liturgica (tra l'altro, credendo la Pentecoste una "festa dello Spirito", e non un evento quale è! Verrebbe da chiedersi, poi, quale tra la miriade di eventi che Lo riguardano sia la "festa del Figlio")...

La verità è che non esistono feste in onore delle persone della SS. Trinità in quanto tali poiché tutta la liturgia è una lode incessante al Dio Trino e Uno, e ogni atto liturgico si compie in nomine Sanctae, Consubstantialis et Indivisae Trinitatis, Patris et Filii et Spiritus Sancti. Così come allo stesso modo la Parola di Dio è onorata quotidianamente in tutta la Liturgia: è cantata nell'Ufficio (salmi e cantici) e nella Messa, e la sua parte più importante, ovvero il Vangelo, è riverita con lumi e incenso, e in molti riti orientali pure "intronizzata" sull'altare (anche nel rito romano classico, in realtà, dacché il diacono depone il libro al centro della sacra mensa prima di pregare Munda cor meum...)
Purtroppo, se anche questi concetti paiono obliati dalle menti dei cattolici, financo i più "esperti" di liturgia, tristi appaiono le sorti della Chiesa Romana...

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NOTE

1) Nella vulgata comune, il protestantesimo è rappresentato come la forma di cristianesimo che ha mantenuto maggior rispetto per il testo sacro, dandogli maggior importanza nei suoi sacri servizj, nella formazione religiosa, etc. In realtà questa visione è prettamente parziale e ideologica, in quanto il protestantesimo presenta una forte alterazione del testo sacro, che arriva addirittura a sminuirlo. Tale alterazione è insita nella distorsione del rapporto tra πλήρωμα (la pienezza [della Chiesa]) e ἄτομον (l'individuo) alla base dell'eresia protestante: già nel luteranesimo, e maggiormente nella seconda riforma, ogni singolo ἄτομον diventa πλήρωμα a sé stante, non necessariamente unito e concorde con i suoi correligionari: ogni individuo è chiesa a sé, questa è la conseguenza più pesante del forte e inquieto personalismo individualista della dottrina luterana, di cui i cinque sola sono solo un'espressione esemplificativa. Nella Sacra Scrittura, questo si verifica nella misura in cui oltre alla libera e doverosa lettura del testo (cosa comune alla Chiesa antica, mai venuta meno nell'Ortodossia, ed eclissatasi nella pratica cattolica controriformista solo in opposizione al protestantesimo), si accompagna la libera interpretazione individuale dello stesso, al massimo guidata da un pastore che in questo modo assume un grande potere (clericalista) d'influenza sul popolo: non c'è nessun legame nell'interpretazione individuale con la Tradizione e i Padri della Chiesa, che nella visione ortodossa costituiscono il necessario complemento al testo sacro, di cui ricavano ed esplicitano il contenuto dommatico. Lutero stesso, con un atto di vero spregio al testo sacro, fu il primo ad applicare questa libertà interpretativa nel rigettare in primis l'Epistola di Giacomo, da lui considerata -senza alcun fondamento nemmeno filologico, per altro- una "lettera di paglia" perché palesemente negante la dottrina della sola fides, nonché altri testi canonici dell'Antico Testamento. E' rispettoso forse del testo sacro stralciarne arbitrariamente le parti non conformi alla nostra visione personale, cioè alla nostra "chiesa" individuale? No, è irrispettoso e chiaramente eterodosso!
L'importanza nei sacri servizj è data molto semplicemente dal fatto che, eliminata o estremamente ridotta la parte sacrificale della liturgia, è rimasta in posizione preminente (ma quantitativamente non superiore rispetto a quanto praticata nel Cristianesimo tradizionale) la "parte istruttiva", ovvero la lettura biblica.

2) Prima del 1955, la domenica impedita da una festa era commemorata sia alla Messa che all'Ufficio, e il suo Vangelo era letto come IX lezione del Mattutino e come Ultimo Vangelo della Messa. Con la riforma di Pio XII, non solo spariscono Ultimo Vangelo e IX lezione proprie, ma pure la commemorazione in caso di coincidenza con una festa del Signore (giusto per citare un caso lampante, Cristo Re; ma anche Corpus Domini e Sacro Cuore quando celebrati "esternamente" nella domenica più vicina...)

3) L. GROMIER, La simplification des rubriques du missel et du bréviaire, in Revue de Droit Canonique 5, 1955, p. 176.

4) cfr. M. BLOCH, Apologie pour l'histoire ou Métier d'historien, 1993, Armand Colin Editeur, Paris, c. I, p. 26-27

5) Ironia della sorte, nelle riforme degli anni '60 dal Calendario Romano sono state espunte due delle feste citate (Apparizione di S. Michele e Martirio di S. Giovanni); già dal Settecento, sulla scorta della devozione diffusa, la festa della "Madonna della Vittoria", istituita da Pio V per commemorare la vittoria a Lepanto, fu mutata in "Madonna del Rosario", con un conseguente mutamento in senso astratto dei suoi testi liturgici.
Le feste delle Cattedre (nel Calendario Romano, 18 gennaio quella Romana e 22 febbraio quella Antiochena; altri calendari locali avevano le proprie, per esempio quella Veneziana il 5 settembre) potrebbero parere "feste di idea", ma in realtà commemorano eventi storici, cioè l'istituzione di sedi episcopali di notevole importanza.

6) Le feste più antiche risentono della graduazione antica, che riservava il rito doppio, e ancor più la I e la II classe, solo alle feste maggiori; quando poi pian piano, in modo anomalo, il doppio inizia a diventare il grado comune delle feste dei santi, vengono elevate sistematicamente tutte le feste care al popolo, ma vengono scordate feste che rimanevano doppie di II classe (o anche solo doppie maggiori, come l'Esaltazione della S. Croce) per antica tradizione, creando così dei visibili scompensi.

7 commenti:

  1. Se mi si permettesse aggiungere qualcosa alla sua, come al solito, acuta analisi, direi che alcune di queste feste astratte si caratterizzano inoltre per essere stata istituite a conseguenza di rivelazioni private trasmesse -ci si dice- in apparizioni. Il caso paradigmatico è quello dei “Sacri Cuori”, ma pure l’istituzione del Corpus subì già una tale influenza. Quindi “rivelazioni” a cui mai c’è l’obbligo (teoreticamente) di credere influiscono la lex orandi della Chiesa.
    D’altronde, l’istituzione degli offici votivi giornalieri sotto Leone XIII (se non sbaglio), che potevano sostituire l’ufficio del giorno, potrebbe forse far parte dello stesso fenomeno. Ma, come Lei dice, i cosiddetti tradizionalisti non se ne accorgono, poiché rimangono attaccati ad una posizione tutto sommato ideologica, nonché all’ignoranza liturgica.

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    1. Vero, l'influsso delle rivelazioni private è notevole, e pericoloso. Scrissi tempo addietro alcune cose a riguardo.

      Per quanto concerne gli uffici votivi di Leone XIII, lì i problemi sono anche altri e più profondi, secondo me: una totale incomprensione della natura dell'Ufficio Divino (e particolarmente dell'ufficio romano-lateranense, che -erede in molte parti del tipico benedettino- ha la recita settimanale dei 150 salmi tra ufficio mattinale e serale come proprio cardine) e un'ingiustificata soppressione forzosa di Santorale e Temporale.

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    2. ... ma non è il contrario? San Benedetto adatta l'uffico romano (non sempre felicmente) alle esigenze monastiche.

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    3. Il punto è che fino al 1568 non esiste l' "ufficio romano". C'era il Breviario ad uso della Curia Romana (romano-lateranense), che è la base del Breviario Tridentino, ma in S. Pietro era usato un altro ufficio, a S. Maria Maggiore un altro ancora, e così via... taluni erano notevolmente diversi (vedendo alcuni riti occidentali, per esempio il mozarabico, se una corrispondenza di massima si può trovare per la messa, talora non se ne vede alcuna per l'ufficio).
      E' molto difficile ricostruire la storia più antica dell'Ufficio. Alcuni dati li abbiamo per certo: gl'Inni nascono in ambiente benedettino, e vengono solo poi assunti dal Romano; la Compieta nasce in ambiente monastico... per il resto, la storia delle contaminazioni è abbastanza difficile da ricostruire. Due elementi però dell'Ufficio Romano (lateranense e tridentino) sono di chiara provenienza monastica: recita dell'intero salterio in una settimana e conseguente prevalenza della parte salmica-scritturale su quella di composizione ecclesiastica (nessun rito prettamente urbano, o "cattedrale", ha una salmodia così preponderante come quello romano).

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  2. Inoltre ad essere pericolose per un possibile (e probabile) inganno diabolico, rappresentano un pericolo per la pietà: a niente serve dire che esse "non sono da credere obbligatoriamente" se poi vengono trattate de facto come un sorgente di Rivelazion al pari di Scrittura e Tradizione.

    Qualche tempo fa leggevo un commento assai critico col concetto stesso di Messa (e Ufficio) votiva, poiché mai è lecito interrompere il ciclo liturgico dell'Incarnazione (di cui sia Temporale che Santorale fanno testimonianza). Me pare che Leone XIII gli dava senza volerlo ragione. Poi l'incomprensione cui Lei acenna viene accompagnata da una concezione del Divin Ufficio come un onus che il prete deve sopportare sotto pericolo di peccare gravemente, piuttosto che come continuazione della celebrazione liturgica. A questo rispondono le tentative di "alleggerire" il Salterio, già ai tempi di Pio IX, e che dopo ebbero dei funesti risultati.

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  3. Insistere sulla "Parola di Dio" intesa come libro del quale si vuole indire una festa, non solo non è necessario ma porta direttamente ad un'idea quasi eretica della Sacra Scrittura, poiché nel Cristianesimo, a differenza dell'Islam, la Sacra Scrittura è opera divina (essendo libro rivelato) ma pure umana (essendo libro composto da vari agiografi i quali ci mettono anche il loro contributo). Nell'Islam, al contrario, il libro è tutto sacro e Allah scriverebbe pure in arabo. Qui si confonde e mescola il piano increato con il piano creato, e già questo dovrebbe porre mille dubbi sulla verità di quella "rivelazione". La Sacra Scrittura, invece, è parola divino-umana e la vera "Parola di Dio" non è la Sacra Scrittura in sé ma il Verbo, ossia Cristo. La Sacra Scrittura non è che la testimonianza rivelata di questo Verbo aspettato e profetizzato nell'Antico e manifestato nel Nuovo Testamento. Fare la festa della "Parola di Dio", se non la si intende come Cristo (e non pare questo il caso), significa assumere la Bibbia a livello increato quando, al contrario, ci sono fior di biblisti che la ritengono pura opera creata. Così perso il giusto equilibrio, o si afferma il libro increato (come nell'Islam) o lo si afferma totalmente creato, come nell'esegesi razionalistica. In ogni caso la "festa" della "Parola di Dio" non aiuta né i fedeli né tutti gli altri ad avere una corretta visione della Bibbia, almeno come la tradizione cristiana e liturgica l'ha sempre vista; e non è un caso che in tutte le liturgie antiche al termine delle proclamazioni bibliche non si sia mai esclamato "Parola di Dio", come si fa attualmente.

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  4. ADDENDUM: Il 7 ottobre, con decreto del prefetto della congregazione del Culto Divin, card. Roberto Sarah, viene istituita la "festa della Madonna di Loreto" in luogo della precedentemente esistente "festa della Traslazione della Santa Casa di Loreto". Ancora una volta, un fatto prettamente storico viene sostituito da un titolo astratto.

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