lunedì 9 dicembre 2019

9 dicembre - La Concezione di S. Anna

Il 9 dicembre, secondo il calendario bizantino, ricorre la Concezione di Sant'Anna (Σύλληψις τῆς Ἁγίας Ἄννης), madre della Tuttasanta Madre di Dio.

Secondo il disegno di Dio, che voleva prepararsi una dimora pura per incarnarsi e risiedere tra gli uomini, a Gioacchino ed Anna era stato impedito di avere progenitura. Questa vicenda ci è narrata nei primi capitoli del Protovangelo di Giacomo e nel Libro sull’Infanzia della Beata Vergine attribuito a San Matteo. Arrivati ambedue ad età avanzata e rimasti sterili, come la natura umana piegata e disseccata sotto il potere del peccato e della morte, essi non cessavano comunque di supplicare Dio di liberarli dal loro obbrobrio. quando il tempo della preparazione voluto dal Signore fu compiuto, Egli inviò l'Arcangelo Gabriele da Gioacchino, ritirato su una montagna e da Anna, che piangeva il suo dolore nel giardino, per annunciare che ben presto si sarebbe compiuta attraverso loro la profezia, che una bambina sarebbe nata, destinata a divenire la vera Arca della Nuova Alleanza, la Scala divina, il Roveto non consumato, la Montagna non tagliata, il Tempio vivente, dove avrebbe abitato il Verbo di Dio. In quel giorno, attraverso la concezione di sant'Anna, la sterilità di tutta la natura umana separata da Dio attraverso la morte, aveva fine e, attraverso il concepimento sovrannaturale di colei che era rimasta sterile secondo l'età in cui le donne non potevano più portar frutto, Dio annunciava e confermava il miracolo più grande della concezione senza seme e della nascita immacolata del Cristo nel seno della Tuttasanta Vergine Madre di Dio. Nel casto bacio tra i santi Gioacchino e Anna, l’iconografia tradizionale vede il momento del concepimento della Madre di Dio

La festa è detta della Concezione "di S. Anna" per un motivo logico e ben preciso: poiché nell'azione considerata l'agente è S. Anna, mentre la Madonna è il paziente. Similmente, la festa del 25 marzo è detta Annuntiatio beatæ Mariæ Virginis, in greco Εὐαγγελισμὸς τῆς Θεοτόκου [1]. Questo evita le confusioni che invece sono popolarmente diffuse in ambiente latino, dove la festa dell'8 dicembre è detta Conceptio beatæ Mariæ Virginis e molti per ignoranza la intendono come il concepimento di Cristo da parte di quest'ultima. In questo giorno, inoltre, la Chiesa d'Oriente ricorda la profetessa Anna madre di Samuele, e dunque i tropari dell'ufficio bilanciano molto bene l'evento festeggiato con l'antico modello, e i testi hanno quel sapore particolare, ricco di allegorie, che caratterizzano le feste degli eventi dell'infanzia di Cristo e della lettura Cristiana della storia d'Israele.

Si noterà che la festa è celebrata il 9 dicembre anziché l'8: questo avviene in ragione di un simbolismo tipicamente bizantino. Infatti, tra il 25 marzo e il 25 dicembre ci sono esattamente nove mesi, il tempo ideale di una gestazione: Nostro Signore rappresenta quindi il modello di perfezione dell'umanità. Dopo di lui, i più perfetti al mondo sono stati la Sua Santissima Madre e San Giovanni Battista, però certamente meno perfetti di Cristo: per questo la gestazione della Madonna durò, secondo la tradizione orientale, nove mesi meno un giorno (9 dicembre - 8 settembre), e quella del Battista nove mesi e un giorno (23 settembre - 24 giugno).

Quest'anno, per una singolare coincidenza dovuta all'occorrenza della domenica con l'8 dicembre, tradizionalmente anche il rito romano avrebbe festeggiato la Concezione della Madonna in questo giorno [2], in quanto traslata al primo giorno libero successivo.

Recentemente ho avuto occasione di discutere con dei conoscenti circa i testi liturgici della festa odierna, esprimendo la mia assoluta preferenza (al di là di qualsiasi disquisizione teologica sulla natura del dogma, che non trova qui spazio) per quelli antecedenti alla riforma ordinata da Pio IX e completata nel 1863. Riporto qui alcune considerazioni, accompagnate da un po' di storia della festa nel rito romano.

L’ingresso della celebrazione della Concezione della Beata Vergine Maria nel rito romano è datata 1476, quando Papa Sisto IV, colui che per altro vietò di definire eretica sia la tesi immacolatista che quella macolatista [3] nelle lunghe dispute particolarmente tra Ordine Francescano e Domenicano in materia, introdusse ufficialmente detta festa nel Calendario Romano, col rito duplex (che al tempo, mancando ancora alcuni secoli all’inflazione di feste doppie nel calendario romano, dava una notevole importanza alla ricorrenza), e un ufficio originale scritto da Leonardo de Nogaroli, notaio vicino all’Ordine Francescano, e dunque immacolatista (anche se, a dire il vero, nell’ufficio da lui composto non si riscontrano troppi panegirici sulla questione, se non nella colletta, in quanto a quel tempo era ancora abbastanza chiaro che il cuore di quella celebrazione fosse la concezione miracolosa da parte di Sant’Anna: anzi, alcuni elementi della messa, soprattutto le antifone, contengono un uso sapiente e poetico di alcune allegorie tradizionali come l'hortus conclusus).

Fatto sta che nel 1570, in seguito alla riforma tridentina del Breviario e del Messale ordinate da Pio V, la festa della Concezione fu definitivamente sanzionata nel rito romano, ora divenuto in un certo senso “universale”, col predetto rito doppio e assolutamente senza la parola “Immacolata” nella dizione, come il Papa Ghisleri, da buon domenicano macolatista, s’era premurato di prescrivere. Tale soluzione prevedeva sostanzialmente di adottare l’ufficio e la messa della Natività della Madonna (8 settembre), adattandoli ovviamente alla circostanza (mutando, per esempio, Nativitas e ortus in Conceptio, e via discorrendo), mentre per l’ufficiatura notturna furono introdotte delle lezioni originali tratte dai discorsi dei Padri della Chiesa per le feste mariane principali.

Tale formula ebbe notevole successo, perché metteva in stretta correlazione i misteri, del resto inseparabili, della Concezione e della Natività della Madre di Dio, legando tra loro le due feste, tant’è che fu mantenuta intatta nei secoli successivi, nonostante la crescente importanza che acquisiva la festa dell’8 dicembre nella devozione popolare (grazie alla predicazione immacolatista dei Francescani e poi dei Gesuiti), che sfiorò financo gli ambienti della curia romana, nonostante per diverso tempo la quasi totalità dei grandi teologi fosse rimasta macolatista. Così l’ufficio piano rimaneva, nonostante l’elevazione prima a duplex majus (Clemente VIII) e poi a duplex II classis (Clemente IX), e l’introduzione di un’ottava, concessa prima per privilegio ai luoghi ove esisteva una devozione per detta festa e che ne facevano richiesta (nel 1665 Alessandro VII la concesse alla Repubblica di Venezia, nel 1667 Clemente IX la istituì per lo Stato Pontificio), che divenne infine universale il 15 maggio 1693 per imperio d’Innocenzo XII. Per i giorni fra l’ottava la scelta delle lezioni fu comunque ispirata all’opera piana, con opere dei Padri d’Oriente e d’Occidente, e comunque, avvegnaché la devozione popolare (testimoniataci ampiamente e al contempo auspicata dagli autori cosiddetti massimalisti mariani come l’Olier e il Monfort) avesse deciso in larga maggioranza per l’immacolatismo, guardandosi bene dall’inserire nei testi liturgici quell’aggettivo che con tanta e sollecita cura il Papa S. Pio V aveva rimosso dai libri sacri. Quindici anni dopo (6 dicembre 1708) Papa Clemente XI rendeva la festa de praecepto.

Durante il Pontificato di Benedetto XIV, che aveva in animo d’intraprendere una “riforma” (nel senso positivo del termine, cioè riportare a una forma originaria purificata) del calendario romano, si discusse a lungo dell’opportunità di detta ottava, che non solo strideva coll’austerità dell’Avvento, ma financo andava a dare un’importanza quasi eccessiva a una festa che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere inferiore alla Natività della Deipara, e che invece andava superandola. La festa stava diventando ingombrante anche perché, a onta di quelle che erano di per sé le indicazioni della tabella delle precedenze, si era assunto il deprecabile costume, nella solenne cappella papale dell’8 dicembre, di preferire la festa mariana alla II domenica d’Avvento qualora occorressero lo stesso giorno (cfr. nota 2). Ad ogni modo, le summenzionate osservazioni, come tutto il progetto di riforma benedettiana del calendario, caddero nel nulla.

Giungiamo alfine alla proclamazione del dogma nel 1854, in seguito al quale, nove anni dopo, il poco tradizionale Pio IX richiese la composizione di un nuovo testo, esigendolo letteralmente “dommatico”, cioè espressione dottrinalmente precisa e strutturata (cosa che non dovrebbe essere di per sé la liturgia, che com’è noto precede la dottrina e ne costituisce anzi la fonte, secondo i Padri e in primis Prospero d’Aquitania, checché ne scriva a riguardo la Mediator Dei…) del nuovo dogma. Il 23 maggio 1863 una commissione appositamente istituita esaminò un testo privatamente composto e dato alle stampe dal padre Luigi Marchesi, della Congregazione della Missione, che fu nondimeno scartato; si diede dunque mandato, con speciale delega papale, a mons. Domenico Bartolini, segretario della Congregazione dei Riti, di comporre un nuovo ufficio, il quale subì numerose modifiche e variazioni, anche da parte di Pio IX stesso, che finalmente l’approvò il 27 agosto dello stesso anno, e lo promulgò il 25 settembre apponendo alla festa il nome di Immacolata Concezione per consacrare il dogma. Nel 1879 Leone XIII completò l’opera di riforma della liturgia della Concezione prescrivendo a tutta la Chiesa la celebrazione della messa della vigilia, ch’era precedentemente privilegio limitato e locale.

Non mi dilungo sull'analisi di tutti i testi della Messa, ma solo su alcuni aspetti per rendere l'idea della riforma effettuata. Una premessa è però necessaria, perché v’è una modifica apparentemente piccola che fu apportata all’intero corpus testuale della festa, e rivela bene la mens del riformatore, cioè l’aderenza perfetta e a ogni costo a un’idea a discapito e danno dell’impalcatura tradizionale che talora potrebbe non essere adatta a certe modifiche. Trattasi dell’inserimento dell’aggettivo Immaculata ogniqualvolta fosse presente la parola Conceptio, per aderire in modo quasi esasperato alla titolazione dommatica, senza curarsi dello stravolgimento, per esempio, della metrica di quei testi ch’erano stati musicati sulla sola parola Conceptio.

Il Vangelo tradizionale della festa della Concezione, così come della Natività della Madonna, era il principio del Vangelo di S. Matteo, cioè la Genealogia di Gesù Cristo. Poiché commemoriamo i primi momenti della vita di Colei ch’ebbe l’immenso privilegio di portare in grembo il Salvatore, il Figlio di Dio, risulta assai pertinente il fare memoria dei progenitori di Cristo, in quanto ci permette d’identificare bene il legame indissolubile, che va da Adamo ad Abramo, da Isacco a Davide, da Salomone fino giungere a Gesù, attraversando tutta la Storia dell’Antica Alleanza tra Dio e il suo popolo, al termine del quale legame vi è la Genitrice di Dio, la più eccelsa tra tutti questi santi, che con inesprimibile rispetto e devozione viene menzionata ed esaltata, incastonata in un simbolico cesello che magnifica il suo insostituibile ruolo, sul finire della pericope. Tale Vangelo fu “recuperato” da Leone XIII venendo assegnato alla vigilia.
Di contro il nuovo Vangelo è una pericope brevissima, che contende al Vangelo della Circoncisione il titolo di più breve dell’intero Messale, contenente unicamente il saluto dell’Arcangelo Gabriele alla Madonna al momento dell’Annunciazione: Ave Maria, gratia plena. Senza discorrere troppo del passo, vorrei lanciare tre provocazioni:
1) Perché prendere un estratto così piccolo, fino ad assumere proporzioni ridicole, del passo evangelico, e non piuttosto far leggere l’intero episodio dell’Annunciazione per esteso, come si fa in molteplici feste della Madonna? Forse che si tratta di un inammissibile accordo alla proverbiale (e deleteria) pigrizia di certo clero?
2) Questo passo presenta la problematica traduzione del greco κεχαριτωμένη, che S. Girolamo rende assai liberamente gratia plena; la Vetus Itala, molto più fedele alla lettera del testo greco, traduce piuttosto gratiata, come apparirebbe più sensato trattandosi di un participio perfetto passivo. Questo però lascia aperte molte interpretazioni, e qui si vada al punto 3.
3) Non appare forse contraddittorio, quasi inspiegabile, il fatto che, nel creare un testo quanto più possibile immacolatista, si scelga per Vangelo l’episodio che invece costituisce il cuore della tesi contraria, quella macolatista, che sostiene che la Santa Vergine fu purificata del peccato originale nel momento in cui, accettando l’annuncio, deve ricevere in grembo il Salvatore?

Veniamo alle letture del Mattutino. Le tre lezioni scritturali, legate all’Epistola della messa e all’ampiamente diffusa identificazione, presente in abbondanza nelle liturgie orientali e occidentali, tra la Sapienza degli scritti veterotestamentari e la Madre di Dio, vengono completamente soppresse. Al loro posto è inserita la lettura dalla Genesi dell’episodio del peccato originale, in una suddivisione direttamente tolta da una feria della settimana di Settuagesima. La questione della prevaricazione dei primi parenti è sicuramente strettamente connessa, anzi all’origine della questione immacolatista, ma tale testo (che comunque, avendo qui uno scopo precipuamente dottrinale, non fa strettamente parte di un corpus liturgico), inserito in modo alquanto decontestualizzato, non chiarisce affatto la vexata quaestio, perdendo financo l’utilità strettamente dommatica.
Le letture patristiche vengono cambiate, senza una ragione apparentemente chiara: visto che i Padri della Chiesa non parlano del dogma, non è possibile trovare un loro testo dommatico in tal senso. E infatti, per ovviare a questo “inconveniente”, nei giorni fra l’ottava al II notturno viene assegnata la lettura nientemeno che di estratti ex Bulla dogmatica Pii Papæ IX, con uno sfoggio di autoreferenzialità quanto mai antitradizionale, e non senza problematiche. Essendo cambiato il Vangelo, ovviamente si dovettero cambiare anche le letture dei III notturni di tutta l’Ottava, rimpiazzate dalle omelie già lette in altre feste col Vangelo dell’Annunciazione, con risultati talora poco armonici, in quanto le omelie menzionano passi dell’episodio evangelico che non ci sono nella stringatissima pericope dell’8 dicembre.

A guisa di conclusione di questo breve saggio, sarebbe mia intenzione far riflettere su un aspetto di questa riforma, particolarmente preoccupante. Secondo San Vincenzo di Lerino, il dogma è quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est, e come si è sempre insegnato, per non andare contro questo assioma che è alla base del concetto stesso di Tradizione dommatica, tutti i dogmi, compresi quelli moderni, non sono nuove verità inventate dal Pontefice regnante, ma la sistematizzazione (più o meno) precisa di una verità da sempre creduta dalla Chiesa. E dunque, quale modo migliore per esprimere la continuità tra la Tradizione precedente e questa nuova proclamazione dommatica, che mantenere in auge la vecchia liturgia, che essendo espressione della “vecchia Chiesa” necessariamente conteneva già questa verità di fede? Auspicare un nuovo testo dogmatico, come a sostenere che gli antichi (cioè la Tradizione apostolica!) non vi credessero, fu atto perniciosissimo, che trova la sua più eminente e triste espressione nel prescrivere come testi liturgici (paragonati a quelli patristici) degli scritti personali, manifestando non solo un protagonismo che ha poco di Cristiano (notare che tale pratica sarà seguita da Pio XI e Pio XII), ma financo rischiando di suggerire l’esistenza una cesura tra detto scritto e la Tradizione precedente, come se essa valesse nulla anzi a questo. Non è forse lo stesso che fecero i modernisti col Concilio Vaticano II?

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NOTE

[1] Nella riforma del 1969, il nome di questa festa è stato mutato in "Annunciazione del Signore", conformandosi all'uso già invalso per l'8 dicembre, ma ingannatore, di indicare il paziente e non l'agente.
[2] Della storia della precedenza della domenica ovvero della festa in questa circostanza si discute QUI, in corpo di testo e particolarmente alla nota 2.
[3] Della storia di queste dispute abbiamo già discusso. Giovi solo il ricordare che entrambe queste posizioni si sviluppano all'interno della teologia occidentale di stampo agostiniano, e in massima parte dopo lo Scisma, e non, come si potrebbe pensare, in una contrapposizione cattolico-ortodossa. I domenicani, e con loro S. Bernardo che definì eretica la tesi dell'Immacolata Concezione, da parte macolatista; i francescani e i gesuiti da parte immacolatista. L'intera disputa appare ridicola agli occhi dei Padri ortodossi, perché la concezione stessa del peccato originale come macchia comune a tutta la discendenza di Adamo (e non già come condizione di caos in cui è immersa l'umanità in seguito alla trasgressione dei progenitori) è una particolarità del solo S. Agostino, ripresa in parte dal traducianesimo tertullianeo condannato dal Sinodo di Roma nel 498.

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