venerdì 10 aprile 2020

Observationes de veritate horarum

OSSIA RIFLESSIONI SOPRA GLI ORARI E IL SIGNIFICATO DELLE LITURGIE DELLA SETTIMANA SANTA, E SPECIALMENTE DEL SABATO SANTO

Come sappiamo, ormai da tre anni la fu Pontificia Commissione Ecclesia Dei ha concesso ad alcuni istituti "tradizionalisti" la possibilità di celebrare la Settimana Santa secondo il rito antecedente le disastrose riforme del 1955, cosa che era de facto e grazie a Dio già praticata in alcuni luoghi. Tuttavia, non sempre a un lodevolissimo desiderio di celebrare i riti centrali della fede cristiana secondo i libri liturgici antichi, la cui struttura rimonta agli Ordines Romani e dunque alle più antiche fasi dello sviluppo liturgico romano, si accompagna una piena comprensione del significato di questi. Uno dei punti meno compresi, specialmente in Europa, è il significato della liturgia del Sabato Santo e, strettamente legato a questo, l'orario delle celebrazioni (cosa non secondaria, dacché la veritas horarum con la quale abbiamo titolato questo intervento fu uno degli assunti principali coi quali la commissione guidata da Bugnini argomentò la necessità di una riforma dei sacri riti). Scriviamo dunque queste righe proprio al fine di aiutare la comprensione di questo aspetto così sovente frainteso, nella speranza che si possa presto giungere a una completa e corretta comprensione dei riti della Grande Settimana.

Prima di passare alla trattazione specifica del Sabato, vediamo generalmente la struttura oraria della Settimana Santa in genere. Faremo continui riferimenti alla tradizione bizantina per stabilire un parametro: tutti i riti liturgici hanno avuto la loro origine dalla liturgia gerosolimitana, sviluppando poi caratteri propri anche a seconda dell'ethnos in cui sono cresciuti, ma sempre presentando uno sviluppo organico con tratti comuni. In particolare, nella questione degli orari, possiamo notare come quelli che identificheremo come "corretti" sono frutto di una secolare stratificazione che si ritrova identica nel rito romano e nel rito bizantino, e che ha come principale scopo il poter vivere con armonia e pienezza di significato i momenti culminanti dell'anno liturgico.

Anzitutto: per tutta la Quaresima, nel rito romano, i Vespri si sono cantati prima di mezzogiorno. Non mi soffermerò su questo aspetto che trovo in sé discutibile (la rubrica del resto dice ante comestionem, e volendo seguire la prassi più antica l'unico pasto del giorno di digiuno si prende alla sera): tuttavia è importante marcare il principio, che cioè la tradizione della Chiesa ha facoltà di modificare l'orario dei riti liturgici, e che anzi la veritas horarum degli stessi non è data dalle ore del giorno solare, ma da quelle del giorno liturgico. Il giorno liturgico è scandito dalle sue sette lodi quotidiane, e può, ma non necessariamente deve, coincidere con quello solare. Questo stesso costume è poi ritenuto nel rito bizantino almeno durante la Settimana Santa: la liturgia dei Presantificati, celebrata insieme al Vespero, si canta al mattino del Lunedì, Martedì e Mercoledì Santi, mentre alla sera è cantato l'Ufficio dello Sposo, cioè il Mattutino del giorno successivo.

L'anticipazione dei Mattutini è un tratto caratteristico di molte tradizioni liturgiche: nelle chiese slave tuttora, ma anche in molte cattedrali occidentali prima delle riforme, è uso quotidiano. I Mattutini in Occidente nascono dall'unione dei quattro notturni di cui parla San Benedetto nella sua Regola (le cui identificazioni orarie non sono ancora del tutto chiare), ma è evidente che al di fuori di un monastero è un costume difficilmente praticabile radunare il clero e il popolo quattro volte durante la notte per celebrare un ufficio liturgico; e non è nemmeno pensabile, come da prassi invalsa poi nei monasteri, convocarlo anche una sola volta nel cuore della notte, a mezzanotte (uso certosino) o tre ore prima dell'alba (uso benedettino). Dunque è chiaro che nelle Cattedrali, nelle Collegiate e idealmente nelle Parrocchie [1] l'ufficio del Mattutino dev'essere cantato a un'ora che permetta la partecipazione del clero e dei fedeli. Particolarmente, i Mattutini cosiddetti delle Tenebre, quelli del Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, non possono che cantarsi la tarda serata precedente. Ragione dei gesti rituali che si compiono durante il canto di questi uffici è il terminare nella piena oscurità (non occorre ricordarne le ragione simboliche): stante che fuori dai monasteri è impensabile celebrarli in piena notte, ha più senso officiarli nella tarda serata del giorno precedente, quando le tenebre già son calate, oppure alla mattina, come invece la riforma di Pio XII obbliga, vietando il canto anticipato delle Laudi? Pare che in alcuni luoghi ove si segue la liturgia bugniniana le Tenebre vengano cantate alle 9 o alle 10 del mattino; dev'essere molto ridicolo nascondere la quindicesima candela e spegnere quelle dell'altare mentre dalle finestre penetra la piena luce del sole. Anche cantarle alle 7, vista la stagione in cui cade la Pasqua, non consentirebbe comunque di sfruttare il necessario buio.
Nel rito bizantino, i Mattutini del Triduo (il Mattutino del Giovedì, l'adorazione della Croce coi Dodici Vangeli del Venerdì Santo, l'ufficio dell'Epitafio del Sabato) sono celebrati la sera precedente da oltre mille anni e, del resto, se le rubriche del Typikòn prescrivono di portare in processione il Cristo morto nello scuro, accompagnato da molti lumi, il ragionamento è esattamente quello di cui sopra.

Gli orari tradizionali dei Mattutini vengono generalmente compresi e praticati; tuttavia non è capito che questi influenzino direttamente quelli delle altre liturgie. Per esempio, la Messa del Giovedì Santo tradizionalmente si cantava al mattino. Questo ha due ragioni evidenti: la pratica della Chiesa d'Oriente e d'Occidente da moltissimi secoli di non celebrare il Divin Sacrificio dopo mezzodì [2]; il permettere di assistere a tutti gli uffici senza un eccessivo debilitarsi del corpo. Chi non si sfinirebbe del resto a entrare in chiesa alle cinque e mezza del pomeriggio e uscirne alle dieci passate, cantando di seguito Nona, Messa, Vespro, Mandato, Mattutino e Laudi? Senza contare l'alterazione necessaria della legge del digiuno: poiché tutto il clero, e lodevolmente pure i fedeli, deve comunicarsi il Santo Giovedì, secondo tradizione dovrebbe essere digiuno dalla mezzanotte. Ora, se è già complesso restare totalmente digiuni senza bere nemmanco un goccio d'acqua sino al tardo pomeriggio, come è pensabile di cantare tutti quegli uffici in tali condizioni, peraltro non potendo poi nemmeno prender cibo dovendo subito iniziare i Mattutini, e dopo questi il rigorosissimo digiuno del Venerdì? La soluzione a questo fu trovata stralciando la prassi apostolica del digiuno dalla mezzanotte e sostituendola con tre ridicole ore.
Un Giovedì Santo tradizionale, secondo una prassi che ho avuto la grazia di vivere, consiste nel canto del Mattutino il mercoledì sera, la Messa preceduta da Nona e seguita da Vespro e dalla spoliazione degli altari al mattino, un pasto, il Mandato nel pomeriggio, un'ultima piccola refezione, e poi le Tenebre del Venerdì. La giornata in questo modo assume il suo significato interamente in relazione alla liturgia, ma con le necessarie pause intermedie per ristorare il corpo con cibo e sonno.
La veritas horarum, come detto, non è un motivo per turbare quest'ordine: il carattere "vespertino" della liturgia è dato dalla presenza del Vespro unito alla Messa, benché cantati al mattino. La liturgia di S. Basilio che i Greci cantano questo giorno, ancorché infra vesperas, è celebrata di primo mattino in tutte le chiese. Paradossalmente, la liturgia vespertina bugniniana è celebrata alla sera ma da essa è completamente assente il Vespro, che anzi questo giorno viene del tutto omesso, in modo inaudito.

Il Venerdì gli orari si sono stratificati in modo diverso a seconda dei luoghi. Sostanzialmente le liturgie centrali del giorno, anticipate le Tenebre al giovedì sera, sono due: la Messa dei Presantificati e un'esposizione o processione con le reliquie della Passione, o con la statua di Cristo morto, spesso seguenti la devozione della Via Crucis. Nella maggior parte dei luoghi la prima delle due funzioni si faceva al mattino, per facilitare il digiuno naturale del celebrante, e alle tre veniva poi compiuta la seconda. La pietà di molti fedeli induceva a restare in chiesa in preghiera dalle dodici alle quindici, tra i due uffici, nelle cosiddette "tre ore dell'agonia". Non mancavano alcuni luoghi dove, per zelo di taluni celebranti, l'ordine dei due uffici era invertito, con processioni e Via Crucis al mattino (chiaramente non laddove si portava in processione il Cristo Morto) e i Presantificati alle tre. Il Vespro, che in tutte le tradizioni rituali riconduce alla deposizione di Cristo dalla Croce, segue immediatamente i Presantificati, non ne fa parte: porre la liturgia dei Presantificati, che in sé nel momento della scoperta e adorazione della Croce rappresenta il momento della morte, all'ora del Vespro -come fa la liturgia bugniniana- è contrario proprio alla veritas horarum tanto sbandierata. Possono valere poi tutte le altre considerazioni già fatte sopra circa il digiuno e il canto consecutivo di molteplici uffici.

Vigilia di Pasqua con rito tradizionale e orari bugniniani
FSSP Guadalajara, 2019
 Veniamo infine alla nota dolente: il Sabato Santo. Quello che si verifica nella liturgia bugniniana non è solo un cambiamento ingiustificato di orario, come nei giorni precedenti, ma del significato stesso della liturgia vigiliare. Cercherò di spiegare quest'ultimo con chiarezza e sintesi.
Premessa: "veglia" è la variante diacronica volgare del lat. vigilia (caduta della i breve interconsonantica e mutamento della prima vocale), che indica in questo contesto il giorno prima di una festa, che presenta sì dei caratteri penitenziali, ma - specie prima delle grandi feste - anche dei tratti festivi (si pensi ai toni gaudiosi della messa del 24 dicembre, pur cantata in paramenti viola). Dai tempi delle pannychides stazionali, non è più una veglia che dura tutta la notte. Contrariamente a quanto si dice popolarmente, la veglia di Natale non è la messa di mezzanotte (che è la prima messa della festa, celebrata a orario insolito solo in ragione dell'ora della nascita del Salvatore), ma quella del 24 dicembre mattina (dopo Nona). Stesso discorso si può fare per la veglia/vigilia dell'Epifania o dell'Ascensione, nelle quali nessuno si sogna di offrire una messa di mezzanotte.
Ne consegue quindi che la Messa del Sabato Santo NON è una Messa di Pasqua. Sfruttando un termine popolare greco (vide infra), possiamo chiamarla una "Messa della Prima Risurrezione", cioè quella dei progenitori e dei patriarchi liberati dal limbo cui vengono aperte le porte Paradiso. Gesù Cristo secondo la testimonianza apostolica risorge alle sei del mattino [3] dell'ottavo giorno, non a mezzanotte (l'ora in cui invece tradizionalmente nasce il 25 dicembre). Il carattere festivo e allelujatico di questa liturgia è in ragione della liberazione dei padri d'Israele, non della corporale risurrezione di Cristo, che pure si festeggia, ma solo per anticipazione dell'evento ormai prossimo [4]. Al Gloria di tale Messa si scoprono le immagini della chiesa, al suono festante di campane, campanelli e organo: ma questo non è il momento in cui il corpo del Redentore esce dal sepolcro, bensì quello in cui Virgilio, da poco nel Limbo, ci vide venire un possente, con segno di vittoria coronato e trasseci l'ombra del primo parente, d'Abèl suo figlio e quella di Noè, e di Moisè legista ed ubidiente, Abraàm patriarca e Davìd re, Isacco con suo padre e co' suoi nati, e con Rachele per cui tanto fé, ed altri molti: e feceli beati (Inferno, IV, vv. 53-61).

Vigilia di Pasqua con rito tradizionale e orari bugniniani
ICRSS Detroit, 2018
Dunque celebrare questa messa verso mezzanotte, come molti fanno anche con il rito tradizionale, è ingannevole e trasmette un senso erroneo della celebrazione, facendola apparire una messa di Pasqua. Ma l'unica messa di Pasqua è quella della domenica mattina [5]: il momento della Risurrezione è tradizionalmente segnato dal canto del Mattutino Pasquale, che era celebrato con grande solennità, spesso con rito pontificale come i Mattutini di Natale. Prova che detta funzione vigiliare non abbia il suo orario naturale nella tarda notte è data dal fatto che essa termina con il canto del Vespero, del primo Vespro di Pasqua (cioè l'inizio, ma solo DOPO il termine della Messa, della festa pasquale!). Se essa viene malamente intesa come celebrazione notturna che connette un giorno all'altro, che senso avrebbe cantare il Vespro di sabato all'una di notte di domenica? Questo è ben diverso dall'uso, pienamente legittimo e giustificato dall'ordine pratico, di anticipare questa funzione vesperale al mattino. E infatti Bugnini, almeno in modo coerente con la sua idea del tutto innovativa di veglia, sostituì questo Vespro con il canto delle Laudi: tutto logico apparentemente (pare che ci sia qualcuno che celebra la veglia pre-1955 a tarda notte, ma con le Laudi al posto del Vespro). Peccato che uno dei riti più caratteristici della funzione, la benedizione e accensione del cero al canto solenne dell'Exultet, è per unanime consenso di tutti i liturgisti l'unico residuo del lucernale nell'uso di Roma (ben più ampia né è la presenza nell'ambrosiano o nel bizantino), essendo però questo un rito che è eminentemente proprio e caratteristico del Vespro!

Molto spesso, viene supposta una presunta "antichità" del carattere di veglia notturna introdotto dalla riforma del '55, portando ad esempio le veglie notturne che si compiono nel giorno di Pasqua presso i Greci e a Gerusalemme. Questa è una dimostrazione di profonda ignoranza del modo in cui si svolgono le funzioni di questo giorno nella liturgia bizantina! Ricapitolo velocemente: alla sera del Venerdì si è cantato il Mattutino del Sabato Santo, con gli Encomi e la processione con l'Epitafio; alla mattina del Sabato si canta il Vespro con inserita la Liturgia di S. Giovanni Crisostomo. Questo è l'esatto parallelo della vigilia pasquale romana! Anche nel rito greco, seppur con una minor solennità rispetto alla peculiare e unica forma romana, vi è ovviamente il lucernario (con il consueto Φῶς ἱλαρόν), e la liturgia eucaristica è celebrata in paramenti dorati in memoria della liberazione dei padri dagl'inferi, e caratterizzata da riti festivi come l'Ἀνάστα ὁ Θεός e lo spargimento degli allori. Nella notte tra sabato e domenica viene sì celebrata un'ufficiatura notturna, con la proclamazione della risurrezione: ma questa NON è la veglia romana del sabato, bensì il Mattutino Pasquale. Lo stesso che, prima dei fraintendimenti, a Roma era con solennità celebrato la sera tra sabato e domenica per festeggiare finalmente la Risurrezione. La liturgia che segue subito dopo è la liturgia che nell'uso occidentale è celebrata nella mattinata di domenica, anticipata alla notte solo per comodità [6], e comunque in nessun modo collegabile alla messa che segue la vigilia pasquale romana, che invece corrisponde appunto alla liturgia del mattino del sabato. La confusione tra questi concetti è indotta, oltre che dalla sparizione completa del Mattutino Pasquale (che del resto, secondo Bugnini, non dev'essere recitato da quanti assistono alla funzione di veglia: ecco completo il cambio di significato!), anche dall'introduzione di rituali che cercano di imitare il Mattutino pasquale bizantino, per esempio la distribuzione (mai esistita a Roma) di candele al popolo da accendere durante l'ingresso in chiesa. Questa è chiaramente una mistificazione, che inganna tuttavia non pochi.

Vigilia di Pasqua con rito tradizionale a orari tradizionali. ICRSS Oakland, 2018
Si è liberi di preferire una meccanica veritas horarum in ambito liturgico, seppur, come detto, molteplici sono i suoi svantaggi. Nel caso del sabato, tuttavia, chi segue il rito tradizionale dev'essere consapevole che la sua hora vera non è poco prima di mezzanotte, bensì il tardo pomeriggio, l'ora cioè del Vespro. E si ricorda che nell'uso occidentale il Vespro dev'essere concluso ben prima che cali l'oscurità (persino la Compieta è da cantarsi quando ancora gli ultimi bagliori del giorno resistono: Te lucis ante terminum, canta il suo inno). Oppure, meglio ancora, può ritenere il secolare e venerabile costume diffuso in tutto l'orbe cristiano di anticipare la funzione al mattino di sabato, con consapevolezza del suo significato reale, imitando in ciò i santi e i padri. La veritas horarum fu il grimaldello del grimaldello [7], quella da cui i più si fecero ingannare e ancor oggi si fanno ingannare, vedendola come cosa buona e meritoria, non accorgendosi dei pericoli ch'essa comporta alla simbologia liturgica stessa.

Vigilia di Pasqua con rito tradizionale e veritas horarum corretta (le 17)
S. Simon Piccolo, Venezia, 2019
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NOTE

[1] Un elemento di decadenza liturgica che non manchiamo di sottolineare spesso è il disuso della celebrazione delle ore liturgiche nelle parrocchie, e la mancata partecipazione del laicato alle stesse, cosa che invece nel medioevo era la norma. Sicuramente la forma particolare dell'ufficio romano, che è di diretta derivazione monastica senza una mediazione cattedrale e dunque prevede una lunga parte salmodica cantata, può essere pesante per il popolo, ma vivere la liturgia senza la celebrazione almeno delle ore principali (il Vespro quotidiano, il Mattutino con le Lodi almeno la domenica e le feste, Terza prima della Messa) è difficilmente accettabile per una parrocchia, il cui scopo precipuo è quello della celebrazione del culto pubblico a Dio a vantaggio spirituale dei fedeli, culto pubblico che non si espleta nella sola Liturgia Eucaristica, in quanto non può prescindere dell'Ufficio.

[2] Questo avviene per una ragione simbolica molto più forte della veritas horarum: l'insensatezza di consacrare, cioè di far venire sul santo altare il Re della gloria, sole che sorge a illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte, mentre il sole tramonta! Un'antichissima tradizione ecclesiastica, compreso l'orientamento a est della preghiera, viene a cadere con la messa vespertina.

[3] Questa è la ragione cristologica intrinseca all'Ora Prima, che si accosta alla ragione laudativa delle sette lodi quotidiane prescritte dal salmo. L'abolizione dell'Ora Prima significa l'abolizione dell'ora della Risurrezione dall'ufficio liturgico! E tra i liturgisti moderni apologeti di tali riforme qualcuno dice pure che "non aveva legami con la vita di Cristo"... che sia un segno delle diffuse incomprensioni, frase detta da chi crede che il Salvatore sia risorto a mezzanotte?

[4] Non a caso, specialmente nell'Exultet sono moltissimi i riferimenti al Passaggio degl'Israeliti dall'Egitto alla Terra Promessa: è presentata la nuova liberazione dei giusti dell'antico Israele, non più quella terrena dalla schiavitù del Faraone, ma quella spirituale e ultramondana dalla schiavitù della morte e dello sheol.

[5] Come si sa, in realtà, tutte le messe dell'intera Ottava di Pasqua sono messe pasquali pleno sensu, e tuttavia qui si è marcato il "solo" per distinguere nettamente il Sabato e la Domenica.

[6] Peraltro, a Gerusalemme, dove in ragione dell'evocazione simbolica dei suggestivi rituali propri di quella terra la veritas horarum è generalmente rispettata da secoli, la funzione inizia all'alba, proprio perché l'ora della Risurrezione è la prima del giorno.

[7] Parafrasando una definizione che Carlo Braga, stretto collaboratore di Bugnini, diede alle riforme della Settimana Santa, considerandole la "testa d'ariete" della successiva riforma liturgica (cfr. C.BRAGA, “Maxima Redemptionis Nostrae Mysteria” 50 anni dopo (1955-2005) in Ecclesia Orans n. 23 (2006), p. 33.

Il Venerdì Santo nel rito ambrosiano

di Luca Farina et al.

La celebrazione ambrosiana del Venerdì Santo (Feria Sexta in Parasceve) ha caratteristiche del tutto peculiari, che la rendono completamente diversa dal rito romano e da altri riti occidentali. Contiene, viceversa, alcuni elementi che lo avvicinano molto alla prassi bizantina. Sono a risaltare, in particolare, la totale assenza del mistero eucaristico, non essendoci alcun rito di comunione, né del celebrante né dei fedeli (coerentemente con gli altri venerdì di Quaresima) e l’utilizzo del colore liturgico rosso (e non nero) poiché più che l’aspetto luttuoso della Passione e della Morte se ne mette in risalto quello sacrificale. La descrizione dei riti è contenuta nel Messale e descritta dal manuale di liturgia di Padre Borgonovo (1).

Per essere precisi, però, i riti di questo giorno iniziano al pomeriggio del giorno precedente (in Duomo verso le 15.30) con il canto anticipato dei Mattutini, contenenti le tre Passiones (Marco, Luca e Giovanni) che non verranno lette nella funzione solenne del venerdì. L’ufficio delle Tenebrae è completamente sconosciuto nel rito ambrosiano.

Nella mattina del Grande Venerdì si canta invece l'ufficio della parasceve vero e proprio. L’intero rito è assai lungo, essendo composto da ben quattro ore liturgiche nella loro interezza, due catechesi, la Passione e l’adorazione della croce. Pertanto, è usanza ometterne alcune parti (prassi consentita) come Terza all’inizio o i Vespri alla fine. Osserviamo ora i riti più nello specifico.

La celebrazione inizia con il canto di Terza, in cui i ministri possono (ma non è necessario) pararsi in piviale, dalmatica e tunicella. Piviale e tunicella andranno comunque rimossi alla fine di Terza, poiché il rito è officiato in abito corale. Pertanto, chi ha diritto alla cappa magna la deve indossare, portandola sciolta a terra o raccolta sul braccio (mai col caudatario) (2). Le candele sull’altare sono normalmente accese. Si inizia col saluto Dom. vob. da parte del celebrante e subito si canta la Lezione (Is XLIX 21-50) da parte dell’ultimo diacono coi paramenti della Messa (cioè, dove vi fosse clero sufficiente il meno degno) o, in sua assenza, da uno dei chierici. Dopo il salmello (Foderunt manus meas), viene cantata l’orazione, segue la seconda Lezione (Is LIII 1-12), con le stesse modalità della precedente. Indi vi è il responsorio Tenebrae factae sunt, che nella Metropolitana è intonato dall’Arcivescovo. Chi deve cantare il Vangelo (il diacono vero e proprio, uno dei sacerdoti presenti [3], o lo stesso celebrante) si para more diaconali, come sopra e canta, da solo, la Passio (Matth XXVII 1-50) con i soliti segni (incensazioni, lumi…). Nulla differisce da una normale proclamazione del Vangelo.

All’annuncio della Morte (“emisit spiritum”) il canto è interrotto, e i suddiaconi (o, in loro assenza, i chierici che ne fanno le funzioni) provvedono a spogliare l’altare, togliendovi tutto (croce, tovaglie, candelieri, reliquiari…) e, se presente, avvolgendo attorno al tabernacolo il padiglione. Vengono spenti tutti i ceri e tutte le luci della chiesa, suonano le campane (usualmente a morto, sebbene si dica di suonare come per l’Ave Maria). In tono più basso si completa il canto della pericope, dal versetto 51 al 56, i prodigj dopo la Morte e la confessione del centurione.

Tutti coloro che fossero parati, depongono ogni paramento, e rimangono in abito corale. Finita l’eventuale predica, il celebrante canta, al posto del consueto saluto, “Benedictus Dominus, qui vivit, et regnat in secula seculorum”. a cui si risponde Amen e subito dopo si cantano orazione e versetti conclusivi soliti. E’ infatti terminata una parte del rito: la celebrazione prosegue con il canto di Sesta e Nona in coro. Ad ogni salmo, è omesso il Gloria e tutti i saluti sono sostituiti dalla formula succitata. Terminate le due ore consecutive, i ministri ed i chierici si recano in sacrestia, sempre in abito corale. Ivi, dopo una breve preghiera silenziosa avanti alla Croce (la stessa che era precedentemente sull’altare o, preferibilmente, una che contenga reliquie della Santa Croce) e le due orazioni che seguono, ha inizio l’Adorazione della Croce. (4)

Si snoda dunque la processione con la Croce, portata da due ministri in sacris (con solamente camice ed amitto, assunti in sacrestia o, in loro assenza, il celebrante). La processione incede verso l’altare, ma si ferma per tre volte (solitamente in fondo alla chiesa, a metà navata e poco prima delle balaustre). Il celebrante canta ogni volta “Ecce lignum Crucis, in quo salus mundi pependit”, alle parole di risposta “Venite, adoremus” (e non dopo, ma intanto) chi ha in mano la Croce la eleva, e tutti i presenti genuflettono verso di essa.

Dopo le tre soste, la Croce viene collocata sui gradini dell’altare, generalmente su dei cuscini, per ricevere l’adorazione del celebrante, dei ministri e dei chierici. Prima di accostarsi al bacio, a coppie, si effettuano tre genuflessioni. Non è previsto che il popolo compia alcun gesto in questo momento. (5). Mentre, a piedi scalzi, i ministri e i chierici baciano la Croce, il coro esegue il salmo Beati immaculati in via, alternandosi con tre antifone. Non esistono quindi gli Improperia.

Dopodiché la Croce viene collocata sull’altare. Dopo l’Orazione e i versetti finali, termina un’altra parte del rito. Soprattutto nelle chiese più piccole, la celebrazione si chiude così e al termine della funzione, la Croce nuovamente tolta dall’altare e collocata su un tavolo ricoperto da drappi rossi per essere offerta al bacio del popolo per il resto della giornata. In tal caso è incaricato della traslazione lo stesso celebrante, in abito corale. Naturalmente, è proibito, tenere esposti due crocifissi, uno sull’altare ed uno in navata.

Alla sera sarà possibile radunare il popolo per un altro momento di preghiera (non liturgico) come la Via Crucis, o una predicazione, purché non si impartiscano benedizioni. E’ preferibile, invece, cantare i Vespri, che contengono le Orazioni speciali. Afferma perentorio il Borgonovo che cantarle a parte come rito a sé è un arbitrio e non un rito liturgico.

Il rito nella sua interezza, invece, prosegue là dove eravamo rimasti. Con il saluto Benedictus Dominus ha inizio un’altra catechesi. L’ultimo chierico canta il brano biblico di Dan III 1-24. Terminato, un solista intona il cantico Tunc hi tres, il cantico dei tre fanciulli nella fornace, a cui si risponde Amen dopo ogni versetto. Dopo l’ultimo verso, il penultimo chierico prosegue la lettura profetica, dal verso 91 al 100. In parallelo con la prima catechesi (ultimo per dignità, penultimo e primo), la seconda catechesi, dopo il cantico Supra dorsum meum prevede il canto, da parte del diacono più degno (vale quanto detto sopra), del brano della deposizione e sepoltura (Matth XXVII 57-61). Non si usano né lumi né incenso e non ci sono saluti o risposte.

Si cantano i Vespri e, dopo l’ultimo responsorio, si cantano le Orazioni speciali o solenni. Lo schema per ogni orazione (esclusa quella per gli ebrei) è Flectamus genua (tutti genuflettono tranne il sacerdote che canterà l’orazione), introduzione all’orazione, levate (tutti si alzano) e orazione vera e propria. Le orazioni sono, in quest’ordine, per questi soggetti: Chiesa, Papa, clero e popolo, imperatore (6), catecumeni, bisognosi, eretici e scismatici, ebrei, pagani.

Dopo un’ultima orazione, seguono i versetti finali col Pater Noster in segreto, e il rito si chiude con il Sancta Trinitas nos semper salvet et benedicat. Amen.

Terminato tutto il rito, si rientra in sacrestia e può ora essere esposta ai fedeli la Croce, secondo le modalità adottate sopra per la forma più breve.

Dicevamo che l'ufficio presenta delle similarità con il rito bizantino, segnatamente con l'ufficio delle Ore regali, celebrate al mattino del Venerdì, non foss'altro che per l'uso di disporre i riti di parasceve all'interno delle ore quotidiane e non di una liturgia dei presantificati come negli altri riti latini; anche il fatto di cantare tre passioni al Mattutino di questo giorno, anticipato alla sera del Giovedì, trova eloquenti paralleli nel lunghissimo ufficio dei Dodici Vangeli, cioè il mattutino bizantino del Grande Venerdì. Le Ore Regali, ufficio che si celebra in tutti i giorni penitenziali che hanno comunque un carattere solenne (per esempio, la Vigilia di Natale o quella dell'Epifania), consistono nella celebrazione consecutiva dell'Ora Prima, Terza, Sesta e Nona, le quali sono arricchite -rispetto alla normale forma che prevede semplicemente salmodia, tropari del giorno e orazione finale- da un'incensazione (effettuata non con il turibolo ma con un piccolo incensiere manuale "domestico"), da una lettura profetica da Geremia o Isaia (che può paragonarsi alle "catechesi" ambrosiane), da una lettura apostolica e da un Vangelo della Passione, talché -seppur in forma abbreviata- tutte le quattro Passioni vengono oggi rilette. A Nona, prima delle lezioni, si compie l'ostensione e l'adorazione della Croce, al canto del lento e solenne tropario Σήμερον κρεμᾶται ἐπὶ ξύλου. Subito dopo le ore viene cantato il vespro "della deposizione", durante il quale, oltre a poetiche stichirà piene di dolore sulla Santa Croce e in memoria di Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, si cantano una lunga lettura dall'Esodo, un apostolo, e il racconto della deposizione in una lunghissima pericope evangelica fatta dalla collazione delle quattro testimonianze circa il medesimo episodio. Dopo l'apolisi il corpo viene rimosso dalla grande croce che si è venerata all'ora Nona, e viene deposto l'epitafio nel suo luogo, per il canto del Mattutino del Grande Sabato, che avverrà in serata, sul Cristo Morto. Come si vede, dunque, non poche sono le similitudini nel disporre le cerimonie. Tra l'altro, il salmo 118, che nel rito ambrosiano è cantato al cospetto del Cristo in Croce, nel rito bizantino è cantato al Mattutino del Sabato, al cospetto del Cristo nel sepolcro, intervallato con il meraviglioso poema Ἡ ζωὴ ἐν τάφῳ.

Di seguito, alcune foto della liturgia ambrosiana del Venerdì Santo celebrata presso la chiesa di S. Maria della Consolazione in Milano nel 2018. Si possono vedere il canto della Passione dal diacono parato con lumi e incenso, l'ingresso processionale della Croce e l'adorazione della stessa.





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NOTE

1: per la sua autorevolezza, può essere considerato una fonte rubricale e non un semplice manuale di commento. Non così invece altri -seppur insigni- come il Dozio od il Germani. Padre Giustino Borgonovo O.SS.C.A. ricevette un’approvazione totale e pubblici elogj da parte degli arcivescovi di Milano Tosi e Schuster, nonché di Pio XI.

3: se vi fossero solo due sacerdoti (o un sacerdote e un diacono) e mancasse chi potesse ministrare come suddiacono, è possibile comunque svolgere la funzione che, in modo assai singolare, avrà solo due ministri sacri.

2: in Arcidiocesi di Milano ne hanno diritto in modo speciale i prevosti, di colore nero di 1 metro di lunghezza. Il motivo dell’uso della cappa lasciata strisciare in questo giorno potrebbe significare che di fronte alla Morte di Cristo tutti gli onori, anche ecclesiastici, sono un nulla.

4: questa particolarità ci porta ad una considerazione, cioè a quella della sacrestia come spazio celebrativo sui generis, ma comunque da tenere con ordine e decoro, cosa che non sempre, invece, non accade.

5: fanno eccezione i rappresentanti delle Confraternite (purché in numero ridotto e vestiti del proprio abito); in Duomo sono ammessi invece i vecchioni di Sant’Ambrogio, incaricati del servizio e dell’ordine nella cattedrale. Pur essendo di ambo i sessi, solo gli uomini erano ammessi a varcare le soglie del presbiterio.

6: quest’orazione ha una storia particolare: secondo alcuni l’orazione fu omessa già dal 1806 quando Francesco II d’Asburgo-Lorena proclamò lo scioglimento formale del Sacro Romano Impero; secondo altri bisogna aspettare il 1866, con l’annessione della Lombardia al nascente Regno d’Italia. L’orazione venne però stampata sempre sui Messali, e forse utilizzata da alcuni sacerdoti “nostalgici” fino alla deposizione di Carlo I d’Austria. Con certezza, invece, si racconta da alcuni anziani che l’orazione veniva regolarmente utilizzata tra il 1936 ed il 1941 in quanto Vittorio Emanuele III si fregiava del titolo di Imperatore d’Etiopia.

Venerdì Santo 2020

Feria VI in Parasceve
Ἁγία καὶ Mεγάλη Παρασκευὴ
MMXVIII


Σὲ τὸν ἀναβαλλόμενον, τὸ φῶς ὥσπερ Ἱμάτιον, καθελῶν Ἰωσὴφ ἀπὸ τοῦ ξύλου, σὺν Νικοδήμω, καὶ θεωρήσας νεκρὸν γυμνὸν ἄταφον, εὐσυμπάθητον θρῆνον ἀναλαβῶν, ὀδυρόμενος ἔλεγεν. Οἴμοι, γλυκύτατε Ἰησοῦ! ὃν πρὸ μικροῦ ὁ ἥλιος ἐν Σταυρῷ κρεμάμενον θεασάμενος, ζόφον περιεβάλλετο, καὶ ἡ γῆ τῶ φόβω ἐκυμαίνετο, καὶ διερρήγνυτο ναοῦ τὸ καταπέτασμα, ἀλλ' ἰδοὺ νὺν βλέπω σε, δι' ἐμὲ ἑκουσίως ὑπελθόντα θάνατον, πῶς σὲ κηδεύσω Θεέ μου; ἢ πῶς σινδόσιν εἰλήσω; ποίαις χερσὶ δὲ προσψαύσω, τὸ σὸν ἀκήρατον σῶμα; ἢ ποία ἄσματα μέλψω, τὴ σὴ ἐξόδω Οἰκτίρμον; Μεγαλύνω τὰ Πάθη σου, ὑμνολογῶ καὶ τὴν Ταφήν σου, σὺν τὴ Ἀναστάσει, κραυγάζων. Κύριε δόξα σοι.

Giuseppe insieme a Nicodemo depose dal legno te, che ti avvolgi di luce come di un manto e contemplandoti morto, nudo, insepolto, iniziò il lamento pieno di compassione e dolente diceva: Ahimè, Gesù dolcissimo! Poco prima il sole, vedendoti pender dalla croce, si ammantava di tenebra; la terra si agitava per il timore, si lacerava il velo del tempio; ma ecco, io ora ti vedo per me volontariamente disceso nella morte. Come potrò seppellirti, Dio mio? Come ti avvolgerò in un lenzuolo? Con quali mani toccherò il tuo corpo immacolato? O quali canti potrò mai intonare per il tuo esodo, o misericordioso? Magnifico i tuoi patimenti, inneggio alla tua sepoltura insieme alla tua risurrezione, acclamando: Signore, gloria a te.

(IV Apostico idiomelo del Vespro della Deposizione, secondo il rito bizantino)

Rembrandt van Rijn, Crocifissione, XVII secolo

Próprio Fílio suo non pepércit Deus, sed pro nobis ómnibus trádidit illum. Anxiátus est super me spíritus meus, in me turbátum est cor meum. Ait latro ad latrónem: Nos quidem digna factis recípimus, hic autem quid fecit? Meménto mei, Dómine, dum véneris in regnum tuum. Cum conturbáta fúerit ánima mea, Dómine, misericórdiæ memor eris.


Iddio non risparmiò il suo proprio Figlio, ma per noi tutti lo consegnò. Abbattuto in me è il mio spirito, il mio cuore in me è turbato. Disse un ladrone all'altro: Noi giustamente abbiamo ricevuto la degna pena per le nostre azioni, ma questi che ha fatto? Ricordati di me, o Signore, quando giungerai nel tuo regno. Quando sarà scossa la mia anima, o Signore, ricordati della tua misericordia.

(Antifone 1-4 delle Laudi del Venerdì Santo, secondo il rito romano)

giovedì 9 aprile 2020

Giovedì Santo 2020

Feria V in Coena Domini
Ἁγία καὶ Mεγάλη Πέμπτη
MMXVIII

Lavanda dei Piedi, 1310-20, Chiesa di S. Nicola Orfano, Tessalonica

Τόν ἄρτον λαβών εἰς χεῖρας ὁ προδότης, κρυφίως αὐτάς ἐκτείνει καί λαμβάνει τήν τιμήν τοῦ πλάσαντος ταῖς οἰκείαις χερσί τόν ἄνθρωπον· καί ἀδιόρθωτος ἔμεινεν Ἰούδας ὁ δοῦλος καί δόλιος.

Dopo ch'ebbe preso tra le mani il pane, il traditore le tese e ricevette il prezzo per Colui che colle sue mani ha plasmato l'uomo: e non si è convertito Giuda, il servo e l'ingannatore.

(Kontakion del Grande e Santo Giovedì, secondo il rito bizantino)

Cosimo Rosselli e aiuti, Ultima Cena, 1481-82, Cappella Sistina, Roma

Dóminus Jesus, postquam cœnávit cum discípulis suis, lavit pedes eórum, et ait illis: Scitis, quid fécerim vobis ego, Dóminus et Magíster? Exémplum dedi vobis, ut et vos ita faciátis.
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

Il Signore Gesù, dopo che ebbe cenato con i suoi discepoli, lavò i loro piedi, e disse loro: Avete capito cosa io, Signore e Maestro, ho fatto per voi? Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate così. Hai benedetto, o Signore, la tua terra: hai stornato la prigionia di Giacobbe.

(III Antifona del rito del Mandatum, secondo il rito romano)

mercoledì 8 aprile 2020

La liturgia del Giovedì Santo nella Basilica Cattedrale di Aquileia

Missale Aquileyensis Ecclesie, fol. 55v.
Ed. anastatica a cura di G. Peressotti, Udine,
LEV - Istituto Pio Paschini, 2007.
Com'è noto, anticamente in Roma in questo giorno venivano celebrate tre messe, una per la riconciliazione dei penitenti, una per la consacrazione del sacro crisma, e una per la commemorazione della Cena del Signore. Questo giorno triliturgico subì presto un'evoluzione organica che lo portò a stabilizzarsi dall'età altomedievale, con una sola grande liturgia al mattino (unita al Vespero), che nella sua versione pontificale comprende il rito della consacrazione degli oli santi durante il Canone, mentre la riconciliazione dei pubblici penitenti, espulsi dalle chiese il mercoledì delle ceneri, avviene nel rito pontificale senza la messa, di primo mattino. Sulla costituzione di quest'ordine liturgico abbiamo già scritto, e molti lo han fatto anche meglio di noi.

In queste pagine intendiamo invece spiegare lo svolgimento dei riti odierni nella Basilica Cattedrale di Aquileia, traendo le rubriche dal Missale Aquileyensis Ecclesiae del 1517 (Venetiis, in officina Petri Liechtenstein), foll. 55v-56, e confrontandole ovviamente con la prassi romana.

Questa lunga rubrica è posta all'inizio del rito del Santo Giovedì:

In cena domini finitis horis dominus po(n)tifex vadat ad sacrarium cum ministris et induatur orname(n)tis nigris stricta dalmatica cappa ejusdem coloris ibidem cum convenientibus clericis ordinetur processio cum cruce candelabris et thur{r}ibulo precedentibus ceterisque more solito subsequentibus usque in porticum basilice ante valvas principales cum silentio et illic statione facta atque penitentibus prostratis dominus pontifex incipiat officium penitentium quo incepto et ordine libri pontificalis imposito circa orationes et mysteria inibi facienda intrent basilicam ubi in medio navis ante altare sancte crucis prosternant se circu(m)quaque penitentes et facta a pontifice super eis benedictione et absolutione cum disciplina et cerimoniis s(e)c(un)d(u)m ritum pontificalis revertantur ad chorum et tunc dominus po(n)tifex cu(m) ministris induantur preparame(n)tis albis et solemnibus et missa inchoetur.

La facciata della Basilica di Aquileia
con il Portico di Massenzio
La rubrica dice finitis horis, dunque dopo Nona, e quindi subito prima di celebrare la messa che, come detto, è celebrata insieme al Vespro, come del resto in pressoché ogni tradizione rituale questo giorno. I paramenti indossati sono neri, in segno di penitenza e macerazione della carne: l'attribuzione di questo significato al colore nero è tipico dei riti germanici, si pensi all'ambrosiano, laddove a Roma esso ebbe piuttosto un carattere di lutto. Indossa la cappa (= il piviale) con la dalmatica (e dunque si presume la tonacella). Si compie una processione penitenziale, sul modello dunque di quelle rogative, in silenzio, che termina presso il portico antistante l'edificio sacro, fatto edificare dal Patriarca Massenzio nel IX secolo, davanti alle porte della cattedrale. Ivi attendevano prostrati i penitenti. Rispetto alle cerimonie descritte dal Pontificale Romano, dunque, non v'è il canto dei salmi penitenziali e delle litanie, né l'invio dei suddiaconi e dei diaconi con i lumi accesi, né l'invito dell'Arcidiacono.
Il Patriarca inizia poi l'officium penitentium secondo l'ordine del liber pontificalis: poiché non ci è pervenuto il Pontificale Aquileiese, dobbiamo fare riferimento al Pontificale Romano, che comunque è un Pontificale romano-germanico, e dunque è possibile supporre realisticamente che il suo contenuto non sia troppo difforme da quello aquileiese. Dunque a questo punto si collocano il salmo 33 con l'antifona Venite, venite, venite, le invocazioni dell'arciprete e il prefazio. Il clero entra poi in basilica, dopo l'ammissione della degnità dei penitenti d'essere riaccolti, e la prostrazione dei penitenti per il canto delle orazioni, della benedizione e dell'assoluzione, secondo le cerimonie del predetto rito pontificale, nelle quali probabilmente dunque devono annoverarsi anche i salmi 55 e 56 e i versetti loro sussequenti. Queste cerimonie avvengono in medio navis, davanti all'altare della Croce. Quindi, il Patriarca ritorna all'altare del coro e ivi assume i paramenti "bianchi e solenni" per la messa.

Tra le cose più notevoli nel proprio della messa, rispetto a quella romana, è il Gloria Patri all'introito: la dossologia infatti non è omessa nel tempo di Passione, secondo l'uso aquileiese. Il Gloria in excelsis è cantato, come nell'uso di Roma, e la colletta è la medesima, eccezion fatta per l'aggettivo proditor aggiunto accanto a Judas. Identiche sono le letture, mentre l'offertorio non è il verso del salmo 117 prescritto dal messale romano, ma un'antifona di composizione ecclesiastica: Protege domine plebem tuam per signum sancte crucis ab omnibus insidijs inimicorum omnium ut tibi gratam exhibemus servitutem et acceptabile tibi fiat sacrificium nostrum.

Durante il Canone, s'inserisce la consacrazione degli oli santi. La rubrica dà le indicazioni per la processione degli stessi dalla sagrestia, rimandando al pontificale per l'ordine della loro consacrazione. Il codice, parlando dell'inno di Venanzio Fortunato che accompagna la processione degli oli (O redemptor sume carmen), lo identifica con altro titolo, ametrico: O redemptor summe carmine, ch'era una versione medievale in uso in molti luoghi.

All'Agnus Dei, la terza volta, anziché dona nobis pacem è cantato nuovamente miserere nobis, coerentemente con l'omissione del bacio di pace in obbedienza al precetto di non imitare il bacio di Giuda. Alla messa romana il bacio di pace è omesso, ma l'Agnus Dei si canta come di consueto.

Dopo il Communio, che è lo stesso del messale romano, è riportata questa rubrica:

Fractis a pontifice oblatis co(m)munice(n)t primo clerici: deinde laici: postea sumat sacerdos de ipsis oblatis duas integras ad conservandum usque in parasceven. Et finita co(m)munione diaconus tene(n)s calicem iuxta altare incipiat an(tiphonam) super ps(almos) ad Vesperas. 

Missale Aquileyensis Ecclesie, fol. 56r.
In obbedienza alla legge di Papa Sotero si ordina dunque la comunione del clero, e poi anche del laicato. Dalle oblate, poi, il Patriarca trae due particole, e non una sola, da conservarsi per il Venerdì Santo. Subito dopo, il diacono, tenendo il calice presso l'altare, dà inizio al canto del Vespero dalla prima antifona. Nel messale romano tridentino il Vespro è cantato tra la processione di reposizione e la denudazione degli altari; in questo è erede del Missale secundum morem Ecclesiae Romanae del XV secolo [1], il quale non menziona la reposizione (soltanto dice, prima del Communio: hodie reservat sacerdos in loco honesto et co(n)venie(n)ti una(m) hostia(m) c(on)secrata(m) p(ro) sequente [sic] die: in quo non conficit(ur)) e nemmeno il Vespro, anche se dà per scontato che questo venga cantato quando dice che la spoliazione degli altari si compie post refectionem, e questa in tempo di digiuno non può prendersi prima del canto del Vespro per legge ecclesiastica.
Invece, nell'uso di Aquileia molto spesso delle ore liturgiche si inseriscono all'interno della Liturgia Eucaristica, segnatamente tra la Comunione e il Postcommunio, in modo simile a quanto avviene a Roma limitatamente al Sabato Santo; un altro esempio tratto dai libri liturgici patriarchini sono per esempio le Laudi di Natale, cantate infra la messa di mezzanotte ("in gallicantu"), e non subito dopo come a Roma.
Il Vespro aquileiese è qui identico a quello romano, compresa l'omissione di capitolo, inno e verso; non si dice però Christus factus est, né il Miserere in fine. Il postcommunio della messa tiene il posto dell'orazione del Vespro.

La messa termina con Benedicamus Domino anziché con Ite missa est, quest'ultima formula ritenuta nell'uso di Roma. Giova ricordare che invece nell'uso di Aquileia non esiste l'Ultimo Vangelo.

 Quibus finitis dominus pontifex ferat duas de dictis oblatis ad sacrarium sub camerorum custodia qui honorifice deponant in loco mu(n)do.

Con queste parole si descrive la reposizione dei presantificati per la Parasceve. Il messale, a differenza di quello romano, non fa cenno né alla spoliazione degli altari, né al rito del Mandatum, cioè la lavanda dei piedi.

Per completezza, del rito del Venerdì Santo, che analizzeremo in un'altra occasione e il cui ordine è da ricostruirsi collazionando le rubriche contenute nel Messale e quelle contenute nell'Agenda, riportiamo solo la parte della Comunione, in modo da chiarire la ragione delle due ostie consacrate in questo Santo Giovedì.

Una oblata viene consumata come da rituale dei Presantificati; l'altra viene processionalmente portata, avvolta da un lenzuolo (syndone) e legata al petto della Croce, al canto del responsorio Ecce quomodo moritur justus a bassa voce. La Croce viene riposta nel sepolcro, e il Vescovo la copre (revolvat lapidem ad ostium monumenti), e mette due camerari a guardia del sepolcro sino al giorno della risurrezione. Quindi il clero ritorna all'altare al canto del responsorio Sepultus Dominus, per subito incominciare il canto del Vespro. Questo suggestivo rituale, che assume i contorni di dramma sacro nell'esatta ripetizione dei fatti evangelici, si può di fatto denominare come Vespro della Reposizione, trovando così eloquenti paralleli negli altri riti di ambito germanico (si pensi semplicemente all'ambrosiano) e pure in quelli orientali, anche se particolarmente aquileiese è il costume di riporre un'ostia nel Sepolcro, a significare che pur nella morte dell'umanità di Cristo, la Sua divinità, rappresentata dal pane vivo disceso dal cielo, non muore, ma vive, e prepara la risurrezione del Corpo che avverrà nel giro di tre giorni, quando quest'ostia sarà gloriosamente ricondotta all'altar maggiore.

[1] Edizione di riferimento per la trascrizione delle rubriche: Missale secundum morem Sancte Romane Ecclesie, s.l., 1493

Mercoledì Santo 2020

Feria IV Majoris Hebdomadæ
Ἁγία καὶ Mεγάλη Τετάρτη
MMXX


Ὑπὲρ τὴν Πόρνην Ἀγαθὲ ἀνομήσας, δακρύων ὄμβρους οὐδαμῶς σοι προσῆξα, ἀλλὰ σιγῇ δεόμενος προσπίπτω σοι, πόθῳ ἀσπαζόμενος, τοὺς ἀχράντους σου πόδας, ὅπως μοι τὴν ἄφεσιν, ὡς Δεσπότης παράσχῃς, τῶν ὀφλημάτων κράζοντι Σωτήρ. Ἐκ τοῦ βορβόρου τῶν ἔργων μου ῥῦσαί με.

Più della meretrice, o Buono, io ho peccato, né affatto ti ho offerto piogge di lacrime; ma pregandoti in silenzio mi prostro a te, abbracciando con amore i tuoi piedi immacolati, acciocché tu conceda, come Sovrano, la remissione dei peccati a me, che ti invoco, o Salvatore. Salvami dal fango delle mie opere.

(Kontakion del Canone del Mattutino, secondo il rito bizantino)

Fratelli Limbourg, Cristo condotto davanti a Pilato, 1412-16,
dalle Tres Riches Heurs du Duc de Berry, fol. 143

 Tu autem, Domine, scis omne consilium eorum adversum me in morte. Omnes inimici mei audierunt malum meum: Domine, laetati sunt, quoniam tu fecisti. Fac, Domine, judicium injuriam patientibus: et vias peccatorum disperde.

Ma tu, o Signore, conosci ogni loro pensiero contro di me, volto ad uccidermi. Tutti i miei nemici hanno udito della mia disgrazia: Signore, si sono rallegrati, poiché tu l'hai permesso. Rendi giustizia, o Signore, a coloro che subiscono l'ingiustizia: e confondi le vie dei peccatori.

(Antifone ai salmi delle Laudi, secondo il rito romano)

martedì 7 aprile 2020

Martedì Santo 2020

Feria III Majoris Hebdomadæ
Ἁγία καὶ μεγάλη Τρίτη
MMXX

Tradimento di Cristo, 1335-50,
Monastero di Visoki Dečani (Kosovo)

Ὁ Ἰούδας τῇ γνώμῃ φιλαργυρεῖ, κατὰ τοῦ Διδασκάλου ὁ δυσμενής, κινεῖται βουλεύεται, μελετᾷ τὴν παράδοσιν, τοῦ φωτὸς ἐκπίπτει, τὸ σκότος δεχόμενος, συμφωνεῖ τὴν πρᾶσιν, πωλεῖ τὸν ἀτίμητον· ὅθεν καὶ ἀγχόνην, ἀμοιβὴν ὧν περ ἔδρα, εὑρίσκει ὁ ἄθλιος, καὶ ἐπώδυνον θάνατον. Τῆς αὐτοῦ ἡμᾶς λύτρωσαι, μερίδος Χριστὲ ὁ Θεός, τῶν πταισμάτων ἄφεσιν δωρούμενος, τοῖς ἑορτάζουσι πόθω, τὸ ἄχραντον Πάθος σου.

Giuda ama il denaro nel suo cuore, e malevolo contro il Maestro si muove, tiene consiglio, studia il tradimento, decade dalla luce, avendo accolto la tenebra, concorda la vendita, vende l'Inestimabile; laonde lo scellerato trova il capestro come rimunerazione per quanto ha compiuto, e una morte dolorosa. Preservaci, o Cristo Dio, dalla sua sorte, concedendo la remissione dei peccati a quanti celebrano con amore la tua immacolata Passione.

(III Kathisma del Mattutino "dello Sposo", secondo il rito bizantino)

Maestro della Cattura, Cattura di Cristo, ultimo quarto del XIII secolo,
Assisi, Basilica Superiore di S. Francesco

Contumélias et terróres passus sum ab eis, qui erant pacífici mei, et custodiéntes latus meum, dicéntes: Decipiámus eum, et prævaleámus illi: sed tu, Dómine, mecum es tamquam bellátor fortis. Cadant in oppróbrium sempitérnum, ut vídeam vindíctam in eis, quia tibi revelávi causam meam. Júdica, Dómine, causam ánimæ meæ, defénsor vitæ meæ.

Ho sofferto offese e paure da parte loro, che erano miei sodali, e stavano alla mia destra, dicendo: Inganniamolo, e prevaliamo su di lui: ma tu, o Signore, sei con me come forte guerriero. Cadano nell'eterna rovina, accioché io veda la vendetta su di loro, poiché ha te ho affidato la mia causa. Rendi giustizia, o Signore, alla causa dell'anima mia, o difensore della mia vita.

(I Responsorio del Mattutino, secondo il rito romano)

lunedì 6 aprile 2020

Lunedì Santo

Feria II Majoris Hebdomadæ
Ἁγία καὶ μεγάλη Δεύτερα
MMXX

Theodoros Poulakis, Giacobbe lamenta la morte del figlio Giuseppe, XVII secolo

Τῇ ἁγίᾳ καὶ μεγάλῃ Δεύτερᾳ μνήμην ποιούμεθα τοῦ μακαρίου Ἰωσὴφ τοῦ παγκάλου.
Ὁ Ἰακὼβ ὠδύρετο, τοῦ Ἰωσὴφ τὴν στέρησιν, καὶ ὁ γενναῖος ἐκάθητο ἅρματι, ὡς βασιλεὺς τιμώμενος· τῆς Αἰγυπτίας γὰρ τότε ταῖς ἡδοναῖς μὴ δουλεύσας, ἀντεδοξάζετο παρὰ τοῦ βλέποντος τὰς τῶν ἀνθρώπων καρδίας, καὶ νέμοντος στέφος ἄφθαρτον.

Il Grande e Santo Lunedì facciamo memoria del beato e ottimo Giuseppe.
Giacobbe piangeva la perdita di Giuseppe, ma il forte sedeva su un cocchio, onorato come re; non essendosi reso schiavo delle brame dell'Egiziana, era stato in cambio glorificato da Colui che scruta i cuori degli uomini e attribuisce l'incorruttibile corona.

(Kontakion del Grande Lunedì secondo il rito bizantino)

Antonio del Castillo, Giuseppe venduto dai suoi fratelli, XVII secolo

Insurrexerunt in me viri iniqui absque misericordia, quaesierunt me interficere: et non pepercerunt in faciem meam spuere, et lanceis suis vulneraverunt me: et concussa sunt omnia ossa mea. Ego autem existimabam me tamquam mortuum super terram. Effuderunt furorem suum in me: fremuerunt contra me dentibus suis.

Contro di me si rivoltarono uomini iniqui senza misericordia, e mi vollero uccidere: e non risparmiarono di sputarmi in faccia, e mi ferirono con le loro lance: e furono divelte tutte le mie ossa. Io perciò mi ritenevo come morto sulla terra. Sparsero la loro furia su di me: digrignarono contro di me i loro denti.

(terzo responsorio del Mattutino del Santo Lunedì secondo il rito romano)

domenica 5 aprile 2020

Domenica delle Palme 2020

Dominica in palmis
Κυριακὴ τῶν βαΐων
MMXX

Pietro Lorenzetti, Ingresso in Gerusalemme,
Storie della Passione di Cristo nel transetto sinistro
della basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, 1310-19

Ἐξέλθετε ἔθνη, ἐξέλθετε καὶ λαοί, καὶ θεάσασθε σήμερον, τὸν Βασιλέα τῶν οὐρανῶν, ὡς ἐπὶ θρόνου ὑψηλοῦ, ἐπὶ πώλου εὐτελοῦς, τὴν Ἱερουσαλὴμ προσεπιβαίνοντα, γενεὰ Ἰουδαίων, ἄπιστε καὶ μοιχαλίς, δεῦρο, θέασαι, ὃν εἶδεν Ἡσαΐας ἐν σαρκὶ δι' ἡμᾶς παραγενόμενον, πῶς νυμφεύεται ὡς σώφρονα, τὴν νέαν Σιών, καὶ ἀποβάλλεται τὴν κατάκριτον συναγωγήν· ὡς ἐν ἀφθάρτῳ δὲ γάμῳ καὶ ἀμιάντῳ, ἀμίαντοι συνέδραμον εὐφημοῦντες, οἱ ἀπειρόκακοι Παῖδες μεθ' ὧν ὑμνοῦντες βοήσωμεν ὕμνον τόν Ἀγγελικόν. Ὡσαννὰ ἐν τοῖς ὑψίστοις, τῷ ἔχοντι τὸ μέγα ἔλεος.

Uscite o genti, uscite o popoli, contemplate oggi il Re dei cieli che si avvicina a Gerusalemme su un povero asinello, come su trono eccelso; generazione adultera e incredula dei giudei, vieni e contempla colui che vide Isaia, venuto per noi nella carne; vedi come egli sposa la nuova Sion quale sposa casta e respinge la sinagoga riprovata; come a nozze senza macchia né corruzione, accorrono acclamanti i fanciulli senza macchia e ignari del male; con loro anche noi acclamiamo, cantando l’inno angelico: Osanna negli eccelsi a colui che ha grande misericordia.

(Stichiròn idiòmelon delle Lodi della Domenica delle Palme secondo il rito bizantino)

Icona russa del XV secolo dell'Ingresso in Gerusalemme

Occúrrunt turbæ cum flóribus et palmis Redemptóri óbviam: et victóri triumphánti digna dant obséquia: Fílium Dei ore gentes prædicant: et in laudem Christi voces tonant per núbila: Hosánna in excélsis. Cum Angelis et púeris fidéles inveniántur, triumphatóri mortis damántes: Hosánna in excélsis. Turba multa, quæ convénerat ad diem festum, clamábat Dómino: Benedíctus, qui venit in nómine Dómini.

Le folle vengono incontro al Redentore con fiori e palme: e al vincitore trionfante rendono i doverosi ossequi: annunziano le genti con la parola il Figlio di Dio, e le loro voci risuonano per le nuvole in lode di Cristo: Osanna negli eccelsi! Possiamo noi essere annoverati insieme agli Angeli e ai fanciulli, cantando a colui che ha vinto la morte: Osanna negli eccelsi. Una gran folla, che s'era adunata per il giorno di festa, gridava al Signore: Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

(Antifone processionali della Domenica delle Palme nel rito romano)

sabato 4 aprile 2020

La "Missa sicca" della Domenica delle Palme

A testimonianza della veneranda antichità dei riti della Settimana Santa, rimontanti ai primi secoli della storia della Chiesa, la Domenica delle Palme continua a officiarsi una cerimonia assai diffusa nel Medioevo e scomparsa dopo il Concilio Tridentino, detta Missa sicca, ossia una celebrazione che ricalca il modello della Messa, ma è priva della parte sacrificale. Essa veniva officiata in occasione di benedizioni, o per i matrimoni in alcune particolari circostanze; rimane oggi unicamente per il rito di benedizione dei rami d'ulivo con cui i Cristiani inneggeranno a Cristo entrante in Gerusalemme, siccome inneggiarono i fanciulli giudei a quel suo solenne ingresso duemila anni fa.

Dopo Terza, avuta luogo more solito l'aspersione domenicale, il Sacerdote rivestito di stola e piviale violacei accede all'altare, lo venera col bacio, e va al lato dell'epistola, mentre il coro canta la solenne antifona Hosanna filio David. 'Hosanna', come ben spiega il Card. Schuster, indica un uso rituale tipicamente ebraico, svolto in occasione delle grandi feste come la dedicazione del tempio, ovverosia il portare rami d'alberi qua e là in occasione d'onori. Il fatto che a Nostro Signore sia stato tribuito un siffatto ingresso nella Città Santa, infatti, prefigura direttamente la sua divina regalità, poiché tale onore spettava generalmente alle feste in onore di Dio, e non a uomini, per quanto importanti.

 Il Sacerdote intanto prosegue le cerimonie come alla Messa: canta l'orazione, con cui apre il cammino della Settimana Santa, richiedendo a Dio di moltiplicare le grazie pel suo popolo e di farlo giungere alfine alla gloriosa Risurrezione.
Dipoi, il suddiacono canta la Lezione, che è tratta dai capitoli XV e XVI dell'Esodo: in tale brano, infatti, oltre a mentovarsi settanta palme all'inizio del brano, viene preannunciata la missione salvifica del Cristo, poiché Iddio, sotto figura di manna, promise di dare il suo Divin Figliuolo. Soggiungesi poi un responsorio, a mo' di graduale, che può scegliersi tra un brano di San Giovanni e uno di San Matteo, ambedue riferentesi alla condanna a morte del Redentore, dacché è attraverso di essa che a noi è elargito dal cielo ogni beneficio.
Intanto, viene benedetto l'incenso e il diacono domanda al Sacerdote la benedizione, apprestandosi a cantare il Vangelo, con le consuete cerimonie della Messa solenne. La pericope evangelica è proprio l'Ingresso in Gerusalemme, secondo San Matteo (capitolo XXI).

Tra i rituali della Messa secca s'inseriscono ora le preci di benedizione dei rami. La Chiesa benedice
e distribuisce i rami perché già vede perfetto il trionfo di Cristo. Inoltre, essendo Egli il trionfatore e dovendo per Lui trionfare gli eletti in Cielo, convenientemente la benedizione e distribuzione vien fatta dal Sacerdote, che rappresenta Cristo.
Dopo aver cantato una orazione, il Sacerdote intona un prefazio in cui si esalta la regalità suprema di Nostro Signore, al termine del quale viene cantato il Sanctus, dimodoché insieme procedano la lode delle schiere celesti e quella delle turbe terrene. Si noti ancora una volta la perfetta identità di questo rituale con le cerimonie della Messa; soltanto, ora, anziché procedere alla Consacrazione, seguirà piuttosto la già preannunziata benedizione dei rami.
E dunque ciò avviene con cinque solenni orazioni, le quali mostrano quale sia il mistero ed il significato dei rami di olivo e di palma, e come gli uomini, in virtù della ricezione di tali sacramentali, vengano da essi aiutati per mezzo della divina grazia. La benedizione viene conclusa dall'aspersione e dall'incensazione dei rami.

Cantata un'ulteriore orazione in cui si chiede a Iddio di accoglierci, mondati dal peccato, nel numero di quanti lo esaltano festanti coi rami di palma, il Sacerdote distribuisce gli stessi al clero e poi al popolo, mentre il coro canta il responsorio Púeri Hebræórum. Lavatosi le mani ai piedi dell'altare e cantata un'altra orazione dal lato dell'epistola, ha inizio la solenne processione, coll'invito del diacono: Procedamus in pace, cui il coro risponde: In nomine Christi. Amen.
Avanti a tutti va il turibolo fumigante, segue la croce processionale, velata e con un ramo di palma legato ad essa da un nastro violaceo, portata dal suddiacono e accompagnata dagli accoliti coi ceri accesi, indi il clero, e per ultimo il Sacerdote accompagnato dal diacono e dal cerimoniere, tutti reggenti in mano i rami d'ulivo. Durante il tragitto, il coro canta numerose antifone, ora tratte da brani evangelici, ora di composizione ecclesiastica, che richiamano l'esultanza dei fanciulli ebrei in onore di Gesù Cristo.


Quando la processione ha termine, tutti si fermano anzi alla porta della chiesa: quattro cantori entrano nel tempio e chiudono le porte, indi iniziano il canto del poema di Teodolfo d'Orleans, rimontante al IX secolo, che inizia Gloria, laus et honor tibi sit. Esso viene cantato da quelli dentro la chiesa, ai quali rispondono tutti coloro che stanno fuori con il ritornello. Il fatto che alcuni stiano dentro la chiesa cantando ed altri fuori rispondendo, significa che gli Angeli, prima della Risurrezione e il trionfo di Cristo, stavano nel Cielo chiuso agli uomini e, lodando Dio, lo pregavano di restaurare il genere umano. A questi, i buoni mortali affidati alla speranza divina, rispondevano cantando e pregando per esser a quelli congiunti.
Quinci, il suddiacono percuote tre volte la porta con la Croce astile, sinché questa non viene aperta, e la processione rientra solennemente in chiesa cantandosi il responsorio Ingrediente Domino. Ora quelli di fuori si uniscono con quelli di dentro fino a formare un corpo solo, per significare che l’ingresso fatto oggi da Cristo in Gerusalemme prefigurava la sua entrata nella città del Paradiso dove i giusti dovevano unirsi con gli Angeli ed avere, trionfanti, i segni e le palme della vittoria gloriosa. E, siccome tale ingresso avvenne mediante la morte espiatoria di Cristo, e la sua Croce aprì dunque ai giusti le porte del Paradiso, così è la Croce che simbolicamente apre le porte della chiesa per farvi entrare i fedeli.

Con questa commovente cerimonia ricca di significato, si chiude l'ufficiatura della "Missa sicca" e della relativa processione, e il Sacerdote, svestito il piviale e indossati pianeta e manipolo di colore violaceo, inizia la vera e propria Messa con le preghiere ai piedi dell'altare.

Omnípotens sempitérne Deus, qui Dóminum nostrum Iesum Christum super pullum ásinæ sedére fecísti, et turbas populórum vestiménta vel ramos arbórum in via stérnere et Hosánna decantáre in laudem ipsíus docuísti: da, quæsumus; ut illórum innocéntiam imitári possímus, et eórum méritum cónsequi mereámur. Per eúndem Christum, Dóminum nostrum.

Onnipotente sempiterno Iddio, che faceste sedere nostro Signore Gesù Cristo su di un asinello, e ordinaste alle turbe dei popoli di stendere per la via le vesti e i rami degli alberi, e a cantare "Osanna" in di Lui onore: concedete, ve ne preghiamo, che noi possiamo imitare l'innocenza di quei fanciulli, e meritiamo di conseguire al fine il loro merito. Per lo stesso Cristo Signor nostro.