Dominica Resurrectionis Ἡ Ἁγία Ἀνάστασις Свѣтлое Христово Воскресение Santa Pasqua di Risurrezione
MMXXII
Deus qui hodierna die per Unigenitum tuum aeternitatis nobis aditum, devicta morte, reserasti, da nobis, quaesumus, ut qui resurrectionis dominicae solemnia colimus per innovationem tui Spiritus, a morte animae resurgamus. Per eundem. O Dio, che oggi per mezzo del tuo figlio Unigenito, sconfitta la morte, ci hai riaperto le porte dell'eternità, concedi, te ne preghiamo, che noi che celebriamo solennemente la risurrezione del Signore, rinnovati dal tuo Spirito, risorgiamo dalla morte dell'anima. Per lo stesso Signore nostro. (Colletta di Pasqua nel Sacramentario Gelasiano)
Icona russa della Risurrezione, XVI secolo, Museo Nazionale di Stoccolma
Ah, come l'iniqua sinagoga ha condannato a morte il Re del Creato, non provando vergogna per le sue buone opere, rammentando le quali Ei si rivolse loro dicendo: Popolo mio, che cosa ti ho fatto? Forse che non ho sanato ogni piaga e malattia: perché dunque mi consegnate? Perché siete ingrati con me? Riservandomi piaghe in cambio delle medicine, mettendomi a morte in cambio della vita, appendendo a un legno come un malfattore il benefattore, come un iniquo colui che ha dato la legge, come un condannato il re d'ogni cosa. Signore magnanimo, gloria a Te.
Ténebræ factæ sunt, dum crucifixíssent Jesum Judǽi: et circa horam nonam exclamávit Jesus voce magna: Deus meus, ut quid me dereliquísti? Et inclináto cápite, emísit spíritum.
Exclámans Jesus voce magna, ait: Pater, in manus tuas comméndo spíritum meum. Et inclináto cápite, emísit spíritum.
Si fece buio allorché i Giudei ebbero crocifisso Gesù: e verso le quindici, Gesù con gran voce gridò: Dio mio, perché mi hai abbandonato? E chinato il capo, rese lo spirito. E Gesù, gridando con gran voce, disse: Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio. E chinato il capo, rese lo spirito..
(V Responsorio dell'Ufficio delle Tenebre del Venerdì Santo)
La liturgia
ambrosiana del giovedì santo presenta in modo molto diverso dal corrispettivo
romano i primi episodi della Passione. Anzitutto è diverso l’aspetto
accentuato: l’istituzione dell’Eucarestia non è vista tanto come episodio
gioioso ma sacrificale: da qui l’uso del colore liturgico rosso per la
celebrazione in Coena Domini e, di conseguenza, per tutte le altre
funzioni legate strettamente al Santissimo Sacramento. In questo scritto ci
concentreremo particolarmente su alcuni testi, esprimenti la natura sacrificale
(né gaudiosa né luttuosa) di questi misteri della redenzione.
Giotto, Bacio di Giuda, 1303-1305, particolare
La Messa in
Coena Domini è inserita all’interno della celebrazione vespertina. Il primo
testo che analizziamo è infatti l’inno dei Vespri, Hymnum canamus supplices:
Traduzione: Cantiamo supplici un inno di lode al Dio
che venne a redimere col Suo sangue la nostra umanità colpevole. / Il vespro
aveva lasciato il posto alla notte, cruenta per il delitto; quando venne alla
santa cena di Cristo l’empio traditore. / Gesù annuncia agli Apostoli che
mangiavano il futuro: uno dei commensali consegnerà il Divin Maestro a morte. /
Giuda, senza alcun pudore, bacia Cristo sulla guancia; eppure l’Agnello
innocente non si sottrae al bacio. / Così, il vile bagliore dell’argento [delle
monete] paga la luce del mondo; il tremendo mercante ha venduto il Sole alle
tenebre. / Il prefetto Pilato riconosce Gesù innocente, ma poi lavandosi le
mani lo consegna al furore della folla. / Così la folla scellerata preferisce
la vita di un criminale e condanna il giudice supremo, destinando il Re alla
Croce. / Barabba viene liberato, colui che la sua colpa aveva condannato a
morte: è invece uccisa la Vita del mondo, per la quale i morti risorgono. Sia
gloria al Padre e al Figlio e a Te, Spirito Santo, come fu e come sarà per
sempre nei secoli. Amen.
L’inno è attribuito a S. Ambrogio da alcuni
autori, nonostante il parere contrario dei Maurini che curarono la biografia in
due volumi uscita tra 1686 e 1690[2].
In ogni modo, il testo dell’inno presenta la cena e il tradimento, segnato dal
sacrilego bacio, la condanna di Cristo e la liberazione ingiusta dell’empio
Barabba.
All’inno segue un responsorio in coro:
Omnes vos
scandalum patiemini in me hac nocte, dicit Dominus. Scriptum est enim: V
Percutiam pastorem et dispergentur oves gregis.
Sic? Non
potuistis una hora vigilare, qui exhortabamini mori mecum? Vel Judam videte
quomodo non dormit, sed festinat tradere me Judaeis. Surgite, eamus;
appropinquavit enim hora, sicut scriptum est; V
Percutiam pastorem et dispergentur oves gregis.
Trad.: Questa notte voi tutti sarete scandalizzati a
causa mia, dice il Signore. Infatti sta scritto: ucciderò il pastore e le
pecore del gregge saranno disperse. Così non avete potuto vigilare una sola ora
con me, voi che vi esortavate a morire con me? Ma vedete come non dorme Giuda e
si affretta a consegnarmi ai Giudei. Alzatevi, andiamo; ormai l’ora è giunta,
infatti sta scritto: ucciderò il pastore e le pecore del gregge saranno
disperse.
Il responsorio presenta il rimprovero del
Signore agli Apostoli; coloro che si erano esortati a morire non riescono
neppure a stare svegli un’ora in preghiera, come racconta il Vangelo.
A questo punto viene letto l’intero libro del
profeta Giona, che consta di appena 4 capitoli. Alla lettura segue un salmello,
possibilmente da far cantare ai fanciulli, che riporta di nuovo gli ammonimenti
del Signore nell’orto degli ulivi:
Vigilate, et orate, ne intretis in
tentationem: quia Filius hominis tradetur in manus peccatorum. Surgite, eamus:
ecce appropinquavit qui me traditurus est in manus peccatorum.[3]
Trad.: Vegliate e pregate, per non entrare in
tentazione: perché il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei
peccatori. Alzatevi, andiamo: ecco che è arrivato colui che mi consegnerà nelle
mani dei peccatori.
Mentre si canta il salmello il celebrante
depone il piviale, assume pianeta e manipolo e inizia la Messa, more solito.
Dopo l’epistola (I Cor. XI 20-34) si canta un brano di squisita composizione:
Tamquam ad
latronem venistis cum gladiis comprehendere me: quotidie apud vos eram in
templo docens, et non me tenuistis: et ecce traditis ad crucifigendum. Adhuc eo
loquente, ecce turba: et qui vocabatur Judas, venit, et appropinquavit ad Jesum
ut eum oscularetur. Jesus autem dixit ei: Juda, osculo Filium hominis tradis ad
crucifigendum?
Trad.: Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi
armati di spade: ogni giorno ero nel tempio ad insegnare, in mezzo a voi, e non
mi avete catturato: ed ecco, ora mi consegnate per la crocifissione. Mentre
ancora parlava, ecco la folla: e Giuda arrivò, si avvicinò a Gesù per baciarlo.
Gesù gli disse: Giuda, con un bacio consegni il Figlio dell’uomo alla
crocifissione?
Il brano, la cui prima parte, con qualche
variante testuale, costituisce il IV Responsorio del Mattutino del venerdì santo
romano, mette in luce la cattura del Salvatore. Molto interessante è il gioco di
parole: l’originale etimo del verbo trado, consegnare, diventa la base
dell’esito italiano tradire: è interessante notare che «quell’anima là
su c’ha maggior pena» (IF XXIV 61) riesce a far modificare, suo malgrado
(contro una certa retorica giustificazionista[4]),
il senso di un verbo. Al lungo brano della Passione (Matth. XXVI 17-75),
proclamato dal solo diacono senza “drammatizzazione”, segue una dolce antifona
dopo il Vangelo:
Coenae tuae mirabili hodie Filius Dei socium
me accipis. Non enim inimicis tuis hoc mysterium dicam, non tibi dabo osculum sicuti
et Iudas: sed sicut latro confitendo te: memento mei Domine in regno tuo.
Trad.: Oggi, Figlio di Dio, come amico alla tua
mistica cena mi accogli. Non consegnerò ai tuoi nemici questo mistero, né ti
bacerò come Giuda, ma confido in Te come il ladro: ricordati di me, Signore,
nel Tuo regno.
Nella traduzione italiana inimicis tuis
è stato reso con indegni: è vero che in realtà nessuno di noi è degno di
accostarsi alla Sacra Mensa (ripetiamo infatti «Domine non sum dignus»
prima di comunicarci), ma probabilmente si voleva evitare l’utilizzo di un
termine ritenuto troppo forte in nome dell’imperante buonismo. È interessante
notare che lo stesso testo costituisce il tropario bizantino per lo stesso
giorno. Riportiamo solamente il testo greco, dal momento che la traduzione è
esattamente la stessa:
L’ultimo brano che analizziamo è il
Confrattorio, eseguito allo spezzare del pane, che la liturgia ambrosiana
prevede dopo la fine del Canone (particolarmente ricco per questa celebrazione)
e prima del Pater Noster. Così recita il testo:
Hoc Corpus quod pro vobis tradetur: hic
Calix novi testamenti est in meo Sanguine, dicit Dominus. Hoc facite,
quoetiescumque sumetis, in meam commemorationem.
Trad.: Questo è il Corpo che è dato per voi; questo è
il Calice della nuova alleanza nel mio Sangue, dice il Signore. Ogni volta che
lo assumete fate questo in memoria di me.
Ancora una volta riecheggiano le parole con
cui il Signore istituisce il gran Sacramento.
In seguito, terminata la celebrazione, il
Santissimo viene traslato all’altare di reposizione (popolarmente noto come scurolo),
dove rimarrà fino all’inizio della Messa della Vigilia pasquale. Si terminano i
Vespri in modo consueto.
[1]
Questo testo e quelli del Vespro sono tratti da Breviarium Ambrosianum, typis
Joannis Daverio, Mediolani 1957, pp. 570-571.
[2]Sancti Ambrosii Mediolanensis Opera, Coignard, Paris 1686. Per quanto
concerne il dibattito sull’attribuzione si veda Ufficio della Settimana
Santa in ispecie secondo il rito ambrosiano, per Vincenzo Ferrario, Milano
1821, pp.153-154.
[3]
Questo testo e gli altri della Messa sono tratti da Missale Ambrosianum,
ex typographia Pontificali Archiepiscopali Sancti Joseph, Mediolani 1936, pp. 176-185;
XVIII [Ho indicato in cifre romane le pagine del Repertorium in
appendice, che sul Messale sono però indicate con le cifre arabe, generando
potenziale confusione nel lettore].
[4]
Sia concessa una piccola nota teologica: c’è ormai da alcuni anni una corrente
eretica che mira a giustificare l’operato di Giuda; non si arriva certo ad una
sua glorificazione come facevano gli gnostici cainiti, ma testi come l’omelia Nostro
fratello Giuda di Don Primo Mazzolari vanno in questa linea. L’orazione sul
popolodi questa Messa ci dice invece con estrema chiarezza: «a quo et Judas
reatus sui poenam».
Conviene dunque con fretta il sinedrio dei Giudei, per consegnare a Pilato il Creatore e Fattor d'ogni cosa; ah, empi! ah, miscredenti! che mandano a giudizio colui che viene a giudicare i vivi e i morti, e preparano per la passione quegli che guarisce le passioni. Signore magnanimo, grande è la tua misericordia, gloria a te.
(Stichira del Vespro della Mistica Cena)
Mistica Cena, XIV sec., Chiesa della Panagia Perivleptos (Mistrà, Peloponneso)
Amicus meus ósculi me trádidit signo: Quem osculátus fúero, ipse est, tenéte eum: hoc malum fecit signum, qui per ósculum adimplévit homicídium. Infélix prætermísit prétium sánguinis, et in fine láqueo se suspéndit. Bonum erat ei, si natus non fuísset homo ille.
Il mio amico mi ha tradito col segnale d'un bacio: Colui che bacerò, è lui, catturatelo; ha dato tale perfido segnale, colui che ha compiuto un omicidio per mezzo di un bacio. Infelice, non badò al prezzo del sangue, e alla fine s'impiccò. Meglio sarebbe stato per lui se quell'uomo non fosse mai nato.
(IV Responsorio dell'Officio delle Tenebre del Giovedì Santo)
Un tratto caratteristico della Settimana Santa latina sono indubbiamente le Passiones, lo scenografico canto dei racconti evangelici della passione e morte di Nostro Signore, inscenate a mo' di dramma sacro da tre diaconi che interpretano, rispettivamente, le parti del cronista, di Cristo e della sinagoga, alternandosi nel canto delle peculiari melodie. Spesso ad alcune parti della sinagoga si univa in canto tutto il popolo, o questi produceva strepiti e rumori, con raganelle e percussioni, all'Ave rabbi, come ci riporta Durando.
Dal punto di vista cerimoniale, non ci sono troppi rimarchi da fare: mentre si canta il Tratto, i tre diaconi indossano l'amitto, il camice, il cingolo, il manipolo e la stola viola, e si recano al luogo, nel lato settentrionale della navata o all'ambone settentrionale se è abbastanza grande, ove canteranno la Passio, subito principiandola dal titolo Passio Domini nostri Jesu Christi secundum N. annunziato dal cronista. La notazione speciale della Passione è oggi spesso contenuta in tre libri distinti, uno per ciascuno dei diaconi, posti su appositi leggii, ma anticamente era contenuto in un solo libro, e i cerimoniali antichi specificavano che un accolito doveva reggerlo, spostandosi da un diacono all'altro a seconda della parte da cantare, cosa indubbiamente poco agevole. Al momento della morte di Cristo, si fa una lunga pausa, e tutti genuflettono per questo intervallo.
Tre diaconi cantano la Passione secondo S. Giovanni a un Venerdì Santo.
L'unico appunto qui fattibile è sull'interesse del muro ad ascoltare la Passione: il rivolgersi verso settentrione ben specificato dalle rubriche presuppone un pulpito settentrionale o quantomeno lo stare nella navata (l'extra presbyterium di cui nel Caeremoniale Episcoporum del 1600), non già il volger la faccia al muro.
Si deve notare che la Passio non tiene luogo del Vangelo, ma è un rito distinto: d'altro canto i diaconi che la cantano non domandano la benedizione né dicono la preghiera Munda cor meum prima di leggere, e indossano la sola stola e non lo stolone (cioè la poenula traversa normalmente indossata dal diacono sopra la stola per il canto del Vangelo nei tempi penitenziali). Infatti, l'ultima parte - il racconto della sepoltura - è cantata separatamente dal diacono che ministra il celebrante alla messa (che, si noti, non è normalmente ricompreso tra i tre diaconi che cantano la Passione: idealmente dovrebbero esserci quattro diaconi quindi), il quale indossa la poenula traversa, dice il Munda cor meum inginocchiato all'altare, domanda la benedizione del celebrante e incensa il libro prima di cantarla (l'incenso si omette solo al Venerdì Santo per il peculiare clima luttuoso; i lumi sono invece spenti sempre al Vangelo dopo la Passione, in ragione del Cristo morto). La canta in tono Evangelii, seppur nell'ultimo secolo delle suggestive melodie speciali siano state composte per questi brani, perché questo è effettivamente il Vangelo delle Messe che prevedono la Passio.
Nelle piccole chiese, dove non si possono avere quattro diaconi, il celebrante - levatosi la pianeta - può cantare la parte del Cristo all'altare, mentre dal piano o dall'ambone il diacono - in stola e senza stolone -svolge il ruolo del cronista e il suddiacono - solo col manipolo, quindi restando senza la pianeta piegata - quello della sinagoga. Se un sacerdote officia senza sacri ministri, dovrebbe cantare egli stesso tutte le parti; tuttavia a parere dell'autore non è abusivo che dei chierici, tonsurati o meno, cantino le parti del cronista e della sinagoga, la quale ultima può essere pure cantata dal coro intiero rimanendo nella cantoria (ciò è particolarmente adatto quando si cantino parti polifoniche per la turba, come quelle notissime di De Victoria). Il noto decreto della Sacra Congregazione dei Riti del XVII secolo, che prescrive tassativamente che chi canta la Passio deve essere ordinato almeno diacono, è secondo me ingiustamente ed eccessivamente restrittivo, considerando che - come ben spiegato - non si tratta del Vangelo della messa (che è officio proprio del diacono), ma di una lezione il cui testo è tratto dall'Evangelo, priva delle cerimonie proprie del Vangelo (in ciò, simile alla lezione evangelica presente ai Mattutini, che quando celebrati in choro senza officiante in sacris è semplicemente cantata dal più degno dei presenti).
Trascorsi questi dettagli cerimoniali, andiamo a vedere quando si dovrebbero cantare le Passiones. Nella forma tridentina del rito romano, più conosciuta alla maggioranza dei nostri lettori, tutte le quattro Passioni si cantano alla Messa, quella dei Presantificati nel caso del Venerdì Santo.
Domenica delle Palme: S. Matteo
Martedì Santo: S. Marco
Mercoledì Santo: S. Luca
Venerdì Santo: S. Giovanni
Quest'ordine, tuttavia, non era quello originario, ma una modifica portata dai franchi e diffusasi a Roma nel basso Medioevo; infatti apprendiamo dal Missale vetus lateranense, p. 87, che al Martedì Santo nel rito romano alla Messa si legge un brano del Vangelo di S. Giovanni 13, uno degli ultimi discorsi del Maestro ai suoi discepoli prima dell'Ultima Cena, e non già la Passione. Una nota spiega, citando molti autori e manoscritti, che anticamente la Passione si leggeva solo la Domenica delle Palme e il Mercoledì Santo (oltreché al Venerdì Santo ai Presantificati): la Passione di S. Marco era invece letta, secondo il costume lateranense, al Mattutino della Domenica delle Palme come IX lezione. Se nel Breviario di Pio V infatti, dopo Geremia 2 al primo notturno e il sermone sulla Passione di S. Leone nel secondo, al terzo notturno è proposto il Vangelo dell'Ingresso a Gerusalemme secondo Matteo con omelia di S. Ambrogio, nell'antico Breviario Romano si leggevano come settima e ottava lezione l'Epistola ai Filippesi, e come nona lezione la Passione secondo S. Marco. Certo questo costume - che c'informa il De Azevedo essere stato comune anche alla liturgia gallicana - allunga notevolmente la già lunghissima funzione del giorno delle Palme (che include la Passione di S. Matteo alla messa e il lungo officio di benedizione dei rami dopo Terza), ma - con l'accortezza di anticipare il Mattutino alla sera - è stato preservato sino al secolo scorso dalla Chiesa Lionese. Il Cardinal Tomasio fa notare che questo costume è stato assunto a Roma a partire dal sesto o settimo secolo, su influsso gallicano, mentre ai tempi di S. Leone Magno la lettura della Passione di S. Marco faceva parte dell'ufficio di Nona del Sabato Santo, forse non una collocazione ideale, né per simbologia né per agevolezza (vista la lunghezza della funzione vesperale del Sabato). Lo spostamento della Passione di S. Marco al Martedì Santo, con conseguente soppressione di Gv 13 quel giorno e il riarrangiamento del Mattutino delle Palme è di origine certamente franca e post-carolingia, e si afferma nell'Urbe a partire dal XII secolo, soppiantando definitivamente il rito basilicale romano entro il secolo successivo (Rodolfo da Rivo nota nel suo Liber de canonum observantia che papa Niccolò III, asceso al soglio nel 1271, fece buttare via gli antifonari, i graduali e i messali antichi che si usavano in Roma, e prescrisse l'uso dei libri liturgici francescani, che contenevano l'ufficio romano-franco: è la morte del rito romano tradizionale e la nascita del rito "della curia romana", che sarà poi la base del Messale Tridentino).
O Signore, la Donna che era caduta in molti peccati, avvertita la tua Divinità, prendendo il ruolo di mirofora e spargendo miro su di te, ti unge prima della tua sepoltura. "Ahimè! - dice - Poiché la notte è per me stimolo di dissolutezza, oscura e senza luna, è amore pel peccato. Accetta le sorgenti delle mie lacrime, tu che con le nuvole conduci l'acqua del mare: piegati ai gemiti del mio cuore, tu che piegasti i cieli con la tua ineffabile incarnazione: bacerò i tuoi piedi immacolati, nuovamente li asciugherò coi capelli del mio capo, quei piedi il cui calpestio sentendo con le sue orecchie, Eva nel Paradiso si nascose per la paura. Chi può esaminare la moltitudine dei miei peccati e gli abissi dei tuoi giudizi, o salvatore delle anime, mio Salvatore? Non sdegnare me la tua serva, tu che possiedi misericordia incommensurabile.
(Poema della Monaca Cassiana per gli Apostichi delle Lodi del Mattutino dello Sposo del Grande e Santo Mercoledì)
Pietro Lorenzetti, Flagellazione di Cristo, 1311-19
Affreschi della Basilica Superiore di S. Francesco ad Assisi
Contumélias et terróres passus sum ab eis: et Dóminus mecum est tamquam bellátor fortis.
Ho patito da loro terrori e contumelie: ma il Signore è con me come forte guerriero.
Indugiando nella pigrizia della mia anima, non ho acquistato, o Cristo Sposo, una lampada accesa dalle virtù, e assomiglio alle vergini stolte, aggirandomi incerto nell'ora dell'opera; non chiudermi, o Signore, le viscere delle tue misericordia, ma, scuotendo da me il sonno di morte, fammi risvegliare, e ponimi nel novero delle vergini sagge, che festeggiano il tuo Sposo con voce pura e gridando incessantemente: Signore, gloria a te.
(Stichira delle Lodi del Mattutino dello Sposo del Santo Martedì)
Dieric Bouts, La cena in casa di Simone, 1440 circa
Ego autem, dum mihi molésti essent, induébam me cilício, et humiliábam in jejúnio ánimam meam: et orátio mea in sinu meo convertétur. Júdica, Dómine, nocéntes me, expúgna impugnántes me: apprehénde arma et scutum, et exsúrge in adjutórium mihi.
Io invece, mentre mi molestavano, mi rivestivo del cilizio, e mi umiliavo nel digiuno l'anima mia: e la mia preghiera si riversava nel mio petto. Fa' giustizia, o Signore, dei miei oppositori, dispergi coloro che mi combattono: prendi l'armi e lo scudo, e sorgi ad aiutarmi.
Il Grande e Santo Lunedì facciamo memoria del beato e ottimo Giuseppe. Di Giuseppe la sapienza imitiamo o fedeli, conosciamo colui che ha onorato l'essenza razionale degli uomini, subendo ogni prigionia con autentica virtù.
La mancanza di buone opere assomiglia al fico: non cadiamo in questa, non secchiamoci come quello fece un tempo, prefigurando la sinagoga oscurata da foglie.
Figurando quale immagine del Signore, Giuseppe fu posto in una fossa, fu scacciato dai fratelli, tutto ha sopportato, a veritiera immagine di Cristo
(Canone della Compieta del Grande e Santo Lunedì)
Antonio del Castillo, Giuseppe venduto dai suoi fratelli, XVII secolo
Viri ímpii dixérunt: Opprimámus virum justum injúste, et deglutiámus eum tamquam inférnus vivum: auferámus memóriam illíus de terra: et de spóliis ejus sortem mittámus inter nos: ipsi enim homicídæ thesaurizavérunt sibi mala. Insipiéntes et malígni odérunt sapiéntiam: et rei facti sunt in cogitatiónibus suis. Hæc cogitavérunt, et erravérunt: et excæcávit illos malítia eórum. Insipiéntes et malígni odérunt sapiéntiam: et rei facti sunt in cogitatiónibus suis.
Uomini empi dissero: Opprimiamo ingiustamente l'uomo giusto, e ingoiamolo vivo come fa l'inferno: leviamo il suo ricordo dalla terra, e giochiamoci tra di noi a sorte le sue spoglie. Così questi omicidi si sono accumulati dei mali. Gli stolti e i maligni odiano la sapienza: e si fanno rei dei loro pensieri. Queste cose han pensato, e hanno errato: e la loro malizia li ha accecati. Gli stolti e i maligni odiano la sapienza: e si fanno rei dei loro pensieri.
Su un trono nel cielo, su un asino sulla terra, sei portato o Cristo Iddio, accogli la lode degli Angeli e il canto dei Fanciulli che a te gridano: Benedetto sei tu che vieni a richiamare indietro Adamo.
Poiché hai legato l'Ade, o Immortale, e ucciso la morte, e risollevato il Cosmo, i fanciulli ti inneggiano con palme, o Cristo, e oggi gridano a te vincitore: Osanna al Figlio di Davide: non più infatti - dicono - saranno uccisi fanciulli per il fanciullo di Maria, ma per tutti, giovani e vecchi, egli solo sarà crocifisso, e non più contro di noi agirà la spada: il tuo fianco infatti sarà squarciato con una lancia; perciò rallegrandoci diciamo: Benedetto sei tu che vieni a richiamare indietro Adamo.
(Ikos e Condacio delle Canone della Domenica delle Palme)
Ingresso in Gerusalemme, mosaici greci della
Cappella Palatina di Palermo (XII secolo)
Cum Angelis et púeris fidéles inveniántur, triumphatóri mortis damántes: Hosánna in excélsis. Turba multa, quæ convénerat ad diem festum, clamábat Dómino: Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis.
Uniamoci, fedeli, alla voce degli Angeli e dei fanciulli; cantiamo al vincitor della morte: Osanna nel più alto dei cieli. Gran turba, convenuta al giorno festivo, gridava al Signore: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei cieli!