venerdì 19 novembre 2021

La grazia del battesimo nelle pagine del Boiardo

Originariamente pubblicato su Ecclesia Dei.

 La letteratura italiana, sviluppandosi in un contesto cristiano, presenta delle bellissime pagine in cui, in un modo poetico, sono espresse le verità della nostra fede.

Frontespizio dell'edizione edita per i tipi di Niccolò Zoppino, Venezia, 1521-1526

Il brano che proponiamo oggi è tratto da L’inamoramento de Orlando, il capolavoro del letterato Matteo Maria Boiardo (Scandiano, 1440/1441-Reggio Emilia, 1494), opera che spesso vive nell’ombra del più celebre e celebrato romanzo ariostesco continuatore del tema e di molte storie.

Nel canto XIX del I libro si situa il combattimento tra il protagonista, il nobile paladino Orlando e il re tartaro Agricano. Accade spesso che il miles christianus (che, secondo le leggende francesi, morì vergine e martire a Roncisvalle) si trovi a combattere con i “saraceni”, i “pagani”, cioè l’Islam inteso in senso lato (nella tradizione medievale ed umanistica tutte le popolazioni semitiche, africane ed asiatiche sono di religione musulmana, adorando una trinità composta da Apollo, Maometto e Termagante). Leggiamo le ottave da 12 a 16 come riportate dall’edizione BUR del 2019 curata da Andrea Canova:


Da il destro lato al’anguinaglia stanca

Era tagliato il re cotanto forte:

Perse la vista e ha la faza bianca

Come colui ch’è gionto alla morte;

E benché il spirto e l’anima li manca,

Chiamava Orlando e, con parole scorte,

Sospirando dicea in bassa voce:

“Io credo nel tuo Dio che morì in croce 

Da il destro lato al’anguinaglia stanca

Era tagliato il re cotanto forte:

Perse la vista e ha la faza bianca

Come colui ch’è gionto alla morte;

E benché il spirto e l’anima li manca,

Chiamava Orlando e, con parole scorte,

Sospirando dicea in bassa voce:

“Io credo nel tuo Dio che morì in croce 

Piangea quel re che fo cotanto fiero

E tenìa il viso al ciel sempre voltato.

Poï ad Orlando disse:”Cavaliero,

In questo giorno de ogi hai guadagnato

Al mio parere il più franco destriero

Che mai fosse nel mondo cavalcato:

Questo fo tolto ad un forte barone 

Che del mio campo dimora pregione.


Nonostante Boiardo scriva con una patina padana abbastanza evidente, il testo non è di difficile compresione. Al termine di uno scontro violentissimo, Orlando colpisce a morte Agricane il quale gli affida, poco prima di spirare, il proprio destriero ma soprattutto chiede al cristiano di essere battezzato.

Come è noto, in articulo mortis, chiunque può diventare ministro del Battesimo e può farlo anche con acqua non benedetta, essendo questo sacramento de necessitate salutis. Ad avvisarci circa l’importanza del Battesimo non sono solamente i teologi come l’Aquinate, ma anzitutto il Divin Redentore (cfr. Mc XVI).

In modo sublime, Boiardo mette in scena l’umile richiesta del saraceno: egli, sapendo di trovarsi sul punto di morire, professa la sua fede nel Dio Crocifisso; anche avendo alle spalle una vita trascorsa nella lotta alla cristianità, sa che può affidarsi alla misericordia del Signore. Ecco la grazia del Battesimo! Dio perdona ogni nostro peccato (cfr. Is I) e, fino al nostro ultimo respiro, è pronto a tenderci la mano. 

Con le parole poetiche del Conte di Scandiano ci siamo ricordati di questo grande mistero della nostra salvezza: come afferma Sant’Ambrogio: “Chi viene consepolto con Cristo, con Cristo risorge”.

Il Battesimo ci fa nascere alla vita di grazia: “Ben mi confesso che molto peccai, ma sua misericordia è grande assai!”.

martedì 9 novembre 2021

Alcuino di York e le dedicazioni votive delle ferie

Com'è noto, anticamente il calendario ecclesiastico era molto più scarno, e la maggior parte dei giorni era costituito liturgicamente da ferie. A differenza dell'ufficio bizantino, che ha un ciclo feriale di letture per l'epistola e il Vangelo, il rito romano non possiede un ciclo scritturale proprio per le ferie al di fuori della Quaresima: questo iniziò a costituire un problema quando, all'epoca della riforma carolingia e col proliferare dei monasteri, s'iniziò più diffusamente a celebrare quotidianamente la Messa in molti luoghi che, sotto l'impulso di Carlo Magno, avevano abbandonato i riti gallicani per aderire al rito romano-franco.

Così Alcuino di York, uno dei principali intellettuali e riformatori ecclesiastici alla scuola palatina, in un proprio opuscolo liturgico detto Liber Sacramentorum (ed. di riferimento in PL 101:445-466) contenente i testi di numerose messe votive, che con poche sostanziali modifiche è entrato a pieno titolo nel Messale Romano, al cui interno è sanzionato pure dall'edizione tridentina. Tali messe votive si distinguono in tre tipologie:

  • Messe votive per i singoli giorni della settimana (nn. 1-7)
  • Messe votive ai santi (nn. 8-15), tra cui alcune interessanti messe in onore delle reliquie custodite nella chiesa e dei santi in genere, che non sono presenti nel Messale tridentino
  • Messe votive secondo la circostanza o la necessità (nn. 16-18)
L'ordine delle messe votive per i giorni della settimana, due per ognuno, è il seguente:

Domenica: De Sancta Trinitate; de gratia Spiritus Sancti postulanda
Lunedì: pro peccatis; pro petitione lacrymarum
Martedì: ad postulanda Angelica suffragia; pro tentationibus cogitationum
Mercoledì: de Sancta Sapientia; ad postulandam humilitatem
Giovedì: de charitate; contra temptationes carnis
Venerdì: de Sancta Cruce; de tribulatione et necessitate
Sabato: de Sancta Maria; in commemoratione Sanctae Mariae

Ogni giorno è poi ascritta una Missa sancti Augustini, che contiene solo una serie di colletta, segreta e postcommunio piuttosto discorsivi tratti dalle opere di S. Agostino.

Non si capisce, ad esempio, perché Alcuino pensi a una messa votiva pure per la domenica, cosa insensata, pur essendo certamente un giorno dedicato alla Santissima Trinità: infatti ben presto tale messa votiva verrà spostata al lunedì. Tra le altre variazioni, sparirà presto la messa della Santa Sapienza, concetto teologico che del resto vedrà un oblio e una reinterpretazione piuttosto massiccia nel tardo medioevo latino, distaccandosi talora dal concetto patristico della stessa. Le messe con intenzioni particolari (per richiedere la grazia dello Spirito Santo, per i peccati, per richiedere le lagrime, etc.) finiranno associate alle messe votive secondo la circostanza o la necessità, mentre le messe votive per i giorni della settimana si stabiliranno in questo ordine definitivo:

Lunedì: de SS. Trinitate
Martedì: de Angelis
Mercoledì: de Ss. Petro et Paulo; de omnibus Ss. Apostolis; de Patrono principali oppidi vel civitatis, vel etiam de Titulari ecclesiae propriae
Giovedì: de Spiritu Sancto
Venerdì: de Sancta Cruce; de Passione Domini
Sabato: de Sancta Maria

Nella rubrica del messale tridentino, tali messe loco conventualis de Feria communi in Choro suffici possunt: in altre parole, la messa conventuale in tali ferie può dirsi secondo questi formulari, anziché ripetendo la messa della precedente domenica.

Nei secoli il devozionismo altererà questo ciclo di dedicazioni tradizionali, inventando nuove dedicazioni più confacenti alla pietas moderna: per esempio il mercoledì verrà dedicato a S. Giuseppe, al centro di un'attenzione piuttosto gonfiata dal sentimentalismo rinascimentale, il giovedì alla Santissima Eucaristia (sul modello del Corpus Domini), il venerdì al Sacro Cuore, il sabato al cuore immacolato di Maria. Alcune di queste entrano persino nel novero di quelle del messale che possono sostituire la messa conventuale; non bisogna però dimenticarsi che queste devozioni successive nulla hanno a che fare con le originali dedicazioni.

E' interessante notare che pure il rito bizantino possiede delle dedicazioni per i singoli giorni, secondo quest'ordine:

Lunedì: Angeli e Arcangeli
Martedì: S. Giovanni Battista
Mercoledì: S. Croce
Giovedì: Ss. Apostoli; S. Nicola
Venerdì: S. Croce
Sabato: per i defunti

Tali dedicazioni entrano nel rito bizantino in una fase più tardiva, e il modo in cui sono gestite presenta delle differenze tra l'uso greco e l'uso slavo; i primi le utilizzano per tutti i tropari non presenti nel Pentecostario (ottoico feriale) nei giorni (in realtà ben pochi) in cui non c'è un santo con testi propri; i secondi la usano più nella preghiera devozionale (acatisti) e al limite per qualche tropario alle ore minori, eccetto la dedicazione del sabato ai defunti che è l'unica ben riportata nei libri liturgici slavi. La rubrica sul Canone del Mattutino feriale, per esempio, nel tipico greco dice, qualora il santo del giorno non abbia un canone proprio, di dire il Canone della dedicazione del giorno, mentre nel tipico slavo in questo caso si prescrive di cantare il Canone del titolare della chiesa.

domenica 31 ottobre 2021

18 ottobre - In festo Sancti Lucae

 Oggi, 18 ottobre, si celebra la festa del Santo evangelista Luca. Egli non è solo l’autore di uno dei quattro Vangeli, ma anche degli Atti degli Apostoli e, secondo tradizione, pittore di alcune celebri immagini mariane, come l’icona del santuario di Bologna e la Madonna Costantinopolitana nella basilica di S. Giustina a Padova. È proprio a quest’ultimo luogo che giungerà la nostra breve trattazione sulle reliquie del Santo.

Miniatura del X secolo tratta dal manoscritto bizantino Add Ms 28815, f. 76v. 

S. Luca morì a Tebe, in Beozia, all’età di 84 anni. Dopo un breve soggiorno in Acaia, le sue spoglie furono portate, insieme a quelle di S. Andrea, a Costantinopoli, nel vigesimo Constantini anno: dal momento che Costantino I fu proclamato Augusto d’Occidente il 25 luglio 306 dopo la vittoria del generale Croco su Costanzo Cloro [1], l’anno dovrebbe essere il 326. Se accogliamo invece la tesi che viene attribuita (ma senza fonti) a Procopio di Cesarea e S. Girolamo siamo nel 357: in tal caso il riferimento sarebbe a Costanzo II. In ogni caso, siamo certamente nel IV secolo, come confermato da una serie di studi svoltisi nella città di Antenore nel 2000. I due corpi furono posti nella chiesa imperiale dei Ss. Apostoli, dove scamparono all’incendio del VI secolo e furono posti in una tomba più degna da Giustiniano.

In seguito, in un momento non ancora accertato, le reliquie giungono a Padova, nella basilica di S. Giustina, presente già dal V secolo. Secondo alcuni studiosi, giunsero insieme a quelle di S. Mattia durante l’impero di Giuliano l’Apostata (361-363), secondo altri furono traslate nell’VIII secolo per sfuggire alla persecuzione iconoclasta. La datazione del IV secolo non coincide con la presenza delle spoglie dei santi nel VI secolo, quindi pare più credibile la seconda versione. Secondo essa, infatti, la traslazione fu effettuata dal santo sacerdote greco Urio, in servizio presso la chiesa imperiale: insieme all’amico Grusillo, sfuggirono alla politica iconoclasta di Costantino V, portando seco le spoglie e l’icona della Madonna attribuita al Santo evangelista. Costui si diresse a Padova dal momento che lì si trovava una comunità di suoi connazionali. Il suo nome ci è attestato da un’epigrafe composta dal letterato Albertino Mussato per il fratello Gualpertino, nominato da Bonifacio VIII abate di S. Giustina. Pertanto, le spoglie di Urio si trovano ora nello stesso luogo in cui giacciono quelle che lui salvò, la basilica di S. Giustina, officiata dai monaci benedettini.

Verso la fine del IX secolo le reliquie furono nascoste per difenderle dall’invasione degli Ungari. Il nascondiglio fu così efficace che persino i monaci non riuscirono a trovare S. Luca fino al 14 aprile 1117, grazie ad apparizioni e sogni premonitori. Tra il 1165 ed il 1181 [2] fu effettuata una ricognizione ad opera dell’abate benedettino Domenico, del vescovo di Padova Gerardo Offreducci da Marostica e del Papa Alessandro III. Nel 1313, per volontà del già citato abate Gualpertino Mussato la cassa fu posta in un’arca marmorea.

L'arca con le reliquie e l'icona della Madonna Costantinopolitana nella basilica patavina

In seguito, diverse parti del corpo furono separate e portate in luoghi diversi. Tra il 1347 ed il 1378 Carlo IV di Lussemburgo (secondo il conteggio degli imperatori), che era Re di Boemia come Carlo I, portò una parte ingente del cranio nella cattedrale di S. Vito a Praga. Un’altra piccola parte del cranio si trova nel tesoro della Basilica Vaticana, un’altra porzione nella chiesa di S. Luca a Cremona.

Nel 1992, l’allora metropolita di Tebe Girolamo (oggi Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia) si recò in pellegrinaggio alla tomba del Santo. Chiese di poter ottenere una reliquia da porre nel sepolcro vuoto della sua città, la prima tomba dell’Evangelista. Prima di acconsentire alla richiesta, il vescovo di Padova Mons. Antonio Mattiazzo e l’abate benedettino decisero di effettuare una verifica. Il 17 settembre 1998, alla presenza del notaio, l’arca fu aperta: il corpo fu trovato pressoché integro, ma privo di cranio: l’arcivescovo di Praga, card. Miloslav Vlk, inviò la reliquia che si trovava in Boemia dal Trecento. Il cranio corrispondeva perfettamente. Furono condotte indagini di archeologi, storici, anatomopatologi, chimici, che confermarono l’identità dell’illustre corpo. Dalle analisi emerge che S. Luca morì anziano, con una corporatura robusta e un’altezza di 163 cm ma afflitto di artrosi. Nel 2000, una costola fu donata al metropolita Girolamo e solennemente traslata a Tebe. Le indagini si chiusero definitivamente il 6 giugno 2001, dando conferma di quanto la popolazione patavina aveva sempre creduto: lì c’erano le spoglie dell’Evangelista S. Luca.

Il corpo del Santo durante la ricognizione degli anni '90


Note:

1: Epitome de Caesaribus, XLI 3;

2: arco di tempo che otteniamo incrociando l’episcopato di Offreducci e il papato di Rolando Bandinelli;

Bibliografia dei testi maggiori di riferimento:

Girolamo, Liber de scriptoribus ecclesiasticis

Il sepolcro di San Luca evangelista. Atti del convegno, Padova, 2001.


giovedì 28 ottobre 2021

Sinodalità e primato: postille a un fuorviante articolo della FSSPX

 Il 22 ottobre sul sito di notizie in lingua italiana della Fraternità Sacerdotale San Pio X è apparso un articolo dal titolo Sinodalità: imparare dagli “ortodossi”?, nell'ambito delle numerose analisi e notizie che la Fraternità fornisce in questo periodo attorno al "cammino sinodale" recentemente inaugurato dalla chiesa bergogliana. L'articolo, ovviamente, si costituisce anche come una critica dell'ecclesiologia apostolica conservata nella Chiesa Ortodossa e come un'apologia della monarchia papale; peccato che risulti essere alquanto impreciso e fuorviante, sino a scadere in alcuni punti nella completa illogicità.

Anzitutto l'articolo, come la maggior parte di quelli pubblicati in detto sito, è una traduzione dell'originale francese, pubblicato il giorno prima sull'omologa piattaforma del distretto francofono; la cosa si può facilmente intuire dal fatto che le didascalie delle fotografie sono lasciate in francese e non tradotte in italiano. Un rapido controllo dell'originale francese mostrerà inoltre che nella versione italiana sono stati virgolettati tutti i "patriarca" riferiti a Bartolomeo di Costantinopoli e a Cirillo di Mosca, che nell'originale invece sono scritti senza virgolette (coerentemente con la teologia cattolica secondo la quale nella Chiesa Ortodossa vi è reale ordine sacerdotale e successione apostolica); queste virgolette sui titoli ecclesiastici dei gerarchi orientali del resto sono un tratto caratteristico dello stile alcune realtà cattoliche tradizionaliste italiche, sovente animate contro l'Ortodossia da un inusitato zelum in despiciendo (per cui la psicologia classica potrebbe fornire interessanti spiegazioni...).

Ad ogni buon conto, l'articolo anzitutto riassume con qualche imprecisione (la cosiddetta autocefalia ucraina è stata concessa sul finire del 2018, non nel 2019; il concilio di novembre è stato rimandato ai primi mesi dell'anno venturo...) la vicenda che sta conducendo allo scisma tra Mosca e Costantinopoli, di cui potete leggere qui un riassunto in italiano più completo e sistematico.

Molto correttamente poi riporta dei legami tra Costantinopoli e i piani politici degli Stati Uniti nell'Europa orientale, a cui nuovo materiale sta aggiungendo la visita di Bartolomeo oltreatlantico in questi giorni.

Dopodiché, citando una frase pronunciata da Bergoglio a una commissione teologica, in cui il papa argentino spiegava che per il "cammino sinodale" in apertura in questo periodo nella Chiesa Romana sarebbe stato opportuno prendere a modello la "sinodalità ortodossa". Potremmo lungamente soffermarci su come tutto ciò sia estremamente propagandistico da parte di Bergoglio, e di come l'organizzazione apostolica della Chiesa Ortodossa sia sovente fraintesa nel mondo cattolico; di come la "sinodalità" di cui parla oggi il Papa sia una triste sinodal'nost' (parola che rimanda a difficile periodo della Chiesa Russa da Pietro il Grande in poi) in cui la sinodalità occorre solo per creare confusione e permettere che s'insinuino i venti delle novità e della rivoluzione grazie al tiranno (in questo caso il Papa medesimo) che da dietro tiene le fila; che tale sinodal'nost' non abbia nulla a che fare con la sobornost', parola che indica la conciliarità ma anche l'apostolicità (собѡрную traduce ἀποστολικὴν nel Credo), cioè la salvaguardia del principio di giurisdizione territoriale e della custodia della Tradizione da parte del πλήρωμα di fronte alla sovversione spesso proveniente dell'autorità, concetti presenti e affermati pure nella Chiesa d'Occidente in antichità; di come la sinodalità bergogliana sia la sinodalità clericalista dei vescovi pasciuti che discutono di castelli di nuvole lontana dal πλήρωμα della Chiesa, che del resto in Occidente ha quasi volontariamente abiurato al suo ruolo di custode della Tradizione. Tuttavia, non essendo questo il tema dell'articolo, proseguiamo.

Sinodo dei vescovi cattolici nel 2014

L'articolista sostiene che la Chiesa Ortodossa, a causa della sua natura sinodale, è costretta a seguire il potere politico. Leggiamo:

A poco varrebbe invocare i canoni dei primi concili, perché città e vescovi onorati da quei canoni sono oggi pressoché inesistenti, e si limitavano a fotografare una precedenza di onore dovuta a una situazione storica.

Questo è assolutamente vero, e tali canoni sono del resto riconosciuti dalla Chiesa Romana (o almeno teoricamente lo sarebbero, seppur vi sia la tesi secondo la quale la pubblicazione del CJC del 1917 come unica fonte del diritto canonico avrebbe conseguentemente abolito ogni forma di diritto consuetudinario, ivi inclusi i canoni dei Concili Ecumenici!); detti canoni affermano chiaramente che un primato d'onore è stato dato a Roma perché capitale dell'impero. E poiché Costantinopoli è stata in seguito dichiarata capitale dell'impero al pari di Roma, essa abbia tutti i suoi privilegi, e quindi il secondo posto nei dittici. Oggi l'impero non esiste più, e se Roma, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme possono vantare l'apostolicità della sede e il fatto di essere riconosciute come sedi principali sin dal primo Concilio Ecumenico, non v'è ragione per cui Costantinopoli, di fondazione e aggregazione post-apostolica, debba essere ancora considerata "Patriarcato Ecumenico" (titolo che è autonomo: infatti la titolatura completa è "Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma e Patriarca Ecumenico", laddove per gli altri sede e patriarcato sono indistinti: "Papa e Patriarca di Alessandria e di tutta l'Africa", "Patriarca di Mosca e di tutta la Rus'", "Patriarca di Antiochia e di tutto l'Oriente"...). Ad ogni modo, non si vede perché lo status onorifico particolare di una sede, che ha una contingenza storica per ammissione degli stessi Padri del IV Concilio Ecumenico, debba inficiare l'intero sistema ecclesiologico.

La Chiesa Romana è invece l’unica ad aver mai preteso e ad essersi sempre visto riconosciuto un primato non per ragioni politiche, ma di diritto divino, per la presenza del Successore di Pietro, cui la Scrittura attribuisce le Chiavi, segno di giurisdizione. Essa sola stabilisce i gerarchi e ne limita le giurisdizioni territoriali, con la pienezza di potere che le viene dal Cristo.

Che sia l'unica ad averlo preteso (fino ai giorni nostri in cui vorrebbe pretenderlo pure Bartolomeo) è assolutamente vero, ed è stata proprio quella la ragione del suo allontanamento dall'ecclesiologia apostolica; decisamente falso storicamente è che l'abbia preteso e che gli sia stato riconosciuto da sempre, così come falso è che nella Chiesa antica fosse dato potere di giurisdizione illimitato a uno dei successori di Pietro (ce n'è almeno un altro ad Antiochia), del povero san Pietro che ha parlato e ricevuto le chiavi a nome di tutti gli Apostoli, di cui tutti i vescovi sono parimenti successori, secondo i Padri della Chiesa. Ma fin qui va bene, si tratta di consueta propaganda apologetica della monarchia papale, è sufficiente qualche dato storico per contrastarla. Prosegue:

La risposta di Mosca e di Costantinopoli diverge su base politica, e non propriamente teologica. Il problema qui non è quale interesse politico (e quindi quale “patriarcato”) sia il migliore, ma di capire che il sistema sinodale si regge unicamente su un calco geopolitico, e di tale calco non può non ricalcare le divisioni.

Probabilmente la conoscenza della disputa si limita a quella degli scarni resoconti pubblicati talora da agenzie di notizie geopolitiche con attenzione all'Europa Orientale, perché se si avesse accesso al grande materiale canonistico e teologico pubblicato da tre anni a questa parte sull'argomento (ma bisognerebbe conoscere come minimo il russo e il greco, e avere gran tempo di spulciare una molteplicità di fonti ortodosse che, immagino, non siano pane quotidiano per il prete francese della FSSPX) non parlerebbero mai di un problema unicamente geopolitico. Certo, la geopolitica c'entra, ma non è il cuore della questione, è semmai una conseguenza.

L'autore, abituato alla mentalità verticistica della Chiesa Romana, vuole a tutti i costi individuare un vertice ("il migliore"); dicendo però che non c'è una pretesa di diritto divino nel richiederlo, allora questo diventa soggetto alla mutabilità delle condizione politiche. Il problema, invece, sta proprio nel cercare il vertice, quando la parità sacramentale di tutti i vescovi e la reciproca indipendenza giurisdizionale (anche all'interno di quadri pattizi quali sono le arcidiocesi, le metropolie e i patriarcati, la giurisdizione resta propria di ogni singolo vescovo sulla sua diocesi, e l'arcivescovo non possiede una giurisdizione effettiva sulle sue suffraganee ma solo una responsabilità coordinativa, di diritto ecclesiastico e non divino) è un dato fondamentale della Chiesa Ortodossa. Peraltro, anche il trovare un vertice non aiuta a stornar da sé questioni geopolitiche, a meno che non si voglia sostenere che il Papato non abbia avuto un ruolo geopolitico determinante (che ne ha influenzato pure scelte ecclesiastiche) negli ultimi 1000 anni almeno.

L'articolo prosegue affermando che per la dottrina cattolica Dio ha concesso alla Chiesa un potere super gentes et super regna; con termini meno giuridici, ciò è vero pure per la Chiesa Ortodossa, poiché la libertà della Chiesa non può essere conculcata da alcun potere statale (diversamente si ricadrebbe nell'eresia del sergianismo, di cui l'attuale Patriarca Cirillo è forse il nemico più feroce tra tutti i gerarchi succedutesi sul trono moscovita dal 1917 a oggi). Poi:

Nel sistema sinodale ortodosso, mancando un principio unitario di autorità fondato sulla Rivelazione [ripeteremmo l'ovvio qui a dire che la Rivelazione non ha mai parlato del Papa di Roma, a meno di non considerare la "Rivelazione" arbitrariamente estesa fino all'XI secolo avanzato, ndr], il ricalcare gli interessi geopolitici nei rapporti ecclesiali è necessità inevitabile, è connaturale al sistema, e ne svela l’origine puramente umana: senza la Pietra [che però per i Padri della Chiesa è la confessione della fede autentica, e non la persona di Pietro né tantomeno quella di un suo successore, ndr] , non può esserci governo unico, come non può esistere un bene comune della Chiesa universale, preferibile a qualsiasi interesse politico. In due parole: attualmente nella Chiesa cattolica il bene comune generale ha sempre un’autorità unitaria che dovrebbe perseguirlo, ma che colpevolmente non lo fa; nel sistema ortodosso, tale bene comune generale non può esistere perché non c’è un’autorità competente a determinarlo e perseguirlo.

Temo che il redattore dell'articolo abbia letto un po' troppo de Maistre, e voglia riproporre nella Chiesa il modello autoritario dello Stato moderno, in cui un'autorità puramente umana è depositaria di una sovranità monarchica assoluta in grado di stabilire il "bene comune". Se avesse una concezione più tradizionale e giusnaturalista saprebbe che il "bene comune" è già stabilito eternamente dalla Legge naturale, e da Cristo stesso che ha fondato e guida la Chiesa, e a ogni uomo è dato il compito di perseguirlo secondo la sua libertà e in accordo con la Legge naturale. Postulare la necessità dell'autorità sovrana e assoluta (sia essa una monarchia individuale, come in questo caso, o una monarchia collegiale, come nel caso della "sinodalità senza popolo" bergogliana) per la regolamentazione della società umana, o tanto più di una società divino-umana come la chiesa, è quanto di più moderno ci possa essere. D'altro canto non mi stupisce questo afflato giuspositivista, visto che è lo stesso che ha portato il moralista della FSSPX don Seligny a scrivere molteplici articoli in difesa non solo della liceità ma della quasi obbligatorietà morale della "vaccinazione" anti-Covid (l'ultimo qui), e finanche a chiedere il green pass per l'accesso al "Convegno della Tradizione di Rimini" (poi annullato all'ultimo minuto a fronte del grande scandalo che la cosa aveva prodotto, con un frettoloso comunicato in cui il buon giuspositivista obbediente al Leviatano non solo non contempla la resistenza alla legge ingiusta che è un principio fondamentale della morale cristiana, ma nemmeno i molteplici metodi pienamente legali per cui ogni giorno, con semplici accortezze, si tengono in tutta Italia convegni senza che sia richiesto alcun lasciapassare).

Se si dovesse supporre la legittimità del sistema ortodosso, i difetti del sistema ecclesiale andrebbero riportati al modo in cui Gesù Cristo ha fondato la Chiesa e non a colpe umane. Ognuno vede come la sinodalità ortodossa, vantata dal Papa come modello, sfoci nella blasfemia.

Sarebbe difficile individuare un esempio più manualistico di non sequitur. Siccome non c'è l'autorità umana la colpa dei difetti degli uomini è di Gesù Cristo? Forse l'articolista dovrebbe ripassare i fondamentali del ragionamento logico, e nemmeno quelli aristotelici ma molto banalmente quelli della scuola primaria. A meno che egli non pensi che se il vescovo X professa eresia ed è cattolico la colpa dell'eresia sia del Papa, e allora se il vescovo Y professa eresia ed è ortodosso la colpa dell'eresia è di Cristo (Iddio ci perdoni perché il solo scriver di una colpa di Cristo, ancorché sia un'ipotesi dell'assurdo ragionamento dell'articolista, è indegno)? Sembra però che chi pensi così non abbia mai sentito nominare alcuni concetti fondamentali della teologia quali "peccato originale", "libera volontà dell'uomo" e "colpa individuale", e sia piuttosto affascinato dall'individuare dei "capri espiatori" di giudaica memoria.

Del resto non è la prima volta che qualche "tradizionalista" si lancia in ragionamenti sconclusionati nel tentativo di giustificare oltre il possibile la monarchia papale e demonizzare l'ecclesiologia antica. C'è chi ci prova falsificando le citazioni dei Padri della Chiesa (vedi qui), chi con magistrali non sequitur. L'importante è che i lettori, come confidiamo, sebbene benevoli non siano ingenui.

lunedì 25 ottobre 2021

12 ottobre - In festo Ss. Sergii et Bacchi

 xij. octobris
Ss. Sergii et Bacchi, martyrum
(dies assignata e vij. hujus mensis)

Passi sunt cir. ann. 303. Primi antiquitus titulares ecclesiae cathedralis patriarchalis primatialis ac metropolitanae S. Petri de Castello. Eorum exuviae, seu potiores corporum partes, in eadem Basilica Castellana venerantur, quae ab Oriente primum, deinde circa initium saeculi IX ex Heracliensi civitate in Venetijs Aestuarijs jam extante, sunt translatae Angelo Partecipatio duce.

Duplex.


Contristato Sergio nece Bacchi, beatus Bacchus dixit: Et si carne recessi a te, et amoris vinculo tecum sum. Hortor tamen ut festines cursum consummare fidei: mecum tibi reposita corona est.

Poiché Sergio era rattristato dalla morte di Bacco, il beato Bacco disse: Sebbene mi sia allontanato da te nella carne, sono con te nel vincolo dell'amore. Ti esorto pertanto ad affrettarti a completare il cammino della fede: è preparata per te una corona insieme a me.

(Antifona al Magnificat)

Ed. Luca Ricossa

Τριάδος τῆς Ἁγίας ὀπλίται τροπαιοῦχοι, ἡ λαμπρὰ δυὰς τῶν Μαρτύρων, ὠράθητε ἐν ἄθλοις, Σέργιος ὁ θεῖος ἀριστεύς, καὶ Βάκχος ὁ γενναῖος ἀθλητής, διὰ τοῦτο δοξασθέντες περιφανῶς, προΐστασθε τῶν βοώντων· Δόξα τῷ ἐνισχύσαντι ὑμᾶς, δόξα τῷ στεφανώσαντι, δόξα τῷ ἐνεργούντι δι' ὑμῶν, πάσιν ἰάματα.

Quali soldati trionfali della Santa Trinità, l'insigne coppia dei Martiri fu mirata nei travagli: Sergio il divino condottiero, e Bacco il nobile atleta; perciò, voi che siete stati illustremente glorificati, proteggete quanti gridano: Gloria a Colui che vi ha dato forza, gloria a Colui che vi ha coronati, Gloria a colui che per mezzo di voi ha operato a tutti guarigioni.

(Apolytikio della tradizione greca)


ᲂу҆добрѣ́нїе Хрїсто́выхъ страстотѣ́рпецъ, и҆ ѻ҆́чи Хрїсто́вы Це́рквѣ, ѻ҆́чи просвѣтн́те дꙋ́шъ на́ших, Се́ргїе многострада́льне и҆ Ва́кше пресла́вне: молн́тесѧ ко Гдⷭ҇ꙋ, ꙗ҆́кѡ да ᲂу҆бежн́мъ тьмы̀ грѣхо́вныѧ и҆ свѣ́та ꙗ҆вн́мсѧ ѡ҆́бщницы невече́рнѧгѡ молн́твами ва́шими, свѧті́и.

Fruttuosi portatori di passione di Cristo, e occhi della Chiesa di Cristo, illuminate gli occhi delle nostre anime, o Sergio che molto ha sofferto e Bacco glorioso: intercedete presso il Signore, acciocché sia allontanata da noi l'oscurità del peccato, e risplendiamo con voi di luce intramontabile, per le vostre preghiere, o santi.

(Apolytikio della tradizione slava)


mercoledì 20 ottobre 2021

7 ottobre - In festo Sanctae Justinae

Bartolomeo Montagna, S. Giustina da Padova, fine XV secolo, Metropolitan Museum of Art, Nuova York

Padova, 7 ottobre 304 – 7 ottobre 2021: 1717 anni di S. Giustina

Lepanto, 7 ottobre 1571 – 7 ottobre 2021: 450 anni di vittoria

 

La Chiesa veneziana celebra oggi due importanti ricorrenze: la festa liturgica della Santa vergine e martire patavina Giustina, che rese l'anima a Dio il 7 ottobre 304, sotto l'imperatore Diocleziano e la vittoria conseguita il 7 ottobre 1571 a Lepanto sulla flotta turca.

Insieme alla Beatissima Vergine Maria, S. Giustina fu invocata dai veneziani per la grande battaglia sul crudo barbaro. A seguito della vittoria, ogni anno, il clero e le autorità si ritrovano per cantare solennemente il Te Deum di ringraziamento.

Te Deum laudamus: te Dominum confitemur […] Te martyrum candidatus laudat exercitus.

Sancta Justina, ora pro nobis!

 

Debellato sic barbaro Trace, triumphatrix sit maris Regina. Et placata sic ira divina Adria vivat, et regnet in pace.

(coro finale dell’oratorio Juditha Triumphans di Vivaldi)


mercoledì 13 ottobre 2021

Curiosità liturgiche sulla festa della Protezione della Madre di Dio

 La festa della Protezione della Madre di Dio, che ricorre oggi 1° (14) ottobre, è una delle più amate nel mondo slavo, tanto da essere informalmente considerata una delle Dodici Feste maggiori (che così diventerebbero tredici). Tuttavia, ci sono alcuni elementi liturgici che possono darci informazioni sul fatto che anticamente il grado di questa festa fosse inferiore.

La festa commemora l'apparizione della Madre di Dio alle Blacherne a Costantinopoli una domenica 1° ottobre del X secolo, alle 4 del mattino, allorché S. Andrea il Folle in Cristo vide la cupola della chiesa aprirsi e da lì entrare la Vergine Maria, circondata da angeli e da santi; ella ivi s'inginocchio e piangendo pregò per tutti i Cristiani, chiedendo al Suo figlio di accogliere le preghiere di quanti si rivolgono a Lui e cercano la di lei protezione. Dopodiché, sparse il suo manto su tutti i fedeli presenti in chiesa, segno della propria protezione. Questa immagine è quella raffigurata nell'iconografia della festa. Secondo San Nestore il Cronista, l'episodio s'inserisce all'interno di una richiesta fatta dagli abitanti della Città alla Madre di Dio di proteggerla da un attacco di slavi pagani, poi effettivamente sventato con una grande vittoria navale. La festa è anche detta "dell'Intercessione della Madre di Dio".

Si ignora il motivo per cui presso i popoli slavi la festa sia tenuta in così grande considerazione: alcuni sostengono che la ragione sia l'origine slava di S. Andrea, ma questo è poco significativo. Certo è che dal XVI secolo a questa festa è dedicata la più variopinta e famosa chiesa moscovita che troneggia la Piazza Rossa, meglio (ma impropriamente) conosciuta come Cattedrale di S. Basilio dal nome di S. Basilio il Benedetto, folle in Cristo, le cui spoglie ivi riposano, e così una quantità innumerevole di chiese in tutta la Rus'.

Veniamo alle questioni liturgiche. Sia presso i Greci, dove la festa sarebbe meno sentita, se non fosse che nella Repubblica Ellenica da circa 70 anni una funzione votiva alla Protezione della Madre di Dio è ri-celebrata il 28 ottobre in occasione della festa nazionale (Giorno del No), sia presso gli Slavi la festa è pressoché equiparata alle Dodici Grandi Feste, pur non rientrando formalmente nel ciclo. Da esse, in realtà, si distingue nettamente perché non ha una vigilia (προεορτία, предпраздство), né un'ottava (ἀπόδοσις, ѿданїе). E' sovente celebrata con il grado di "festa con veglia" (бдѣннаѧ слꙋжба), ma originariamente il suo grado doveva essere molto più basso. Proviamo a considerare alcuni punti.

Il mineo slavonico, all'apertura del mese di ottobre, scrive: "se è il titolo della chiesa, oppure lo vuole il rettore, si fa la veglia di tutta la notte, come segue", e riporta tutto l'ordine di una funzione con veglia, con paremie, litia, polieleo... Questa rubrica ci lascia intendere che la festa è con veglia ad libitum (un po' come i due semiduplex ad libitum presenti nel Breviario Romano), ma non ci dice con che grado si dovrebbe celebrare la funzione qualora il rettore non volesse fare la veglia. Viene in aiuto il Typikon, nella misura in cui lascia intendere (fornendo due istruzioni diverse) che se non si celebra la funzione della Protezione, si deve celebrare la funzione di S. Anania e di S. Romano il Melode, le cui feste lo stesso giorno, e hanno grado semplice. D'altro canto, l'ordo (Богослужебные указания) del Patriarcato di Mosca sub A dice chiaramente che "si celebra la funzione con veglia della festa della Protezione", considerando quindi imperativo quello che i libri liturgici testimoniano fosse un tempo facoltativo. Anche il rapporto con le citate feste di S. Anania e di S. Romano il Melode non è chiaro. Nell'Apostolo slavonico sono riportati due prochimeni (graduali) e due epistole, i primi per la Protezione e i secondi per S. Anania, secondo la combinazione ordinaria, indicando quindi che la commemorazione dovrebbe avvenire alla liturgia; il già citato Ordo però sub A dice di celebrare la funzione della Protezione senza commemorazioni, come se fosse una delle Dodici Feste; sub B dà le indicazioni per celebrare la funzione con la commemorazione (che nel rito bizantino di fatto è una "unione" di più funzioni) di S. Anania, ma essendo sub B si riferisce solo alle chiese e ai luoghi di cui il santo è patrono o in cui gode di particolare venerazione.

Leggendo il typikòn greco, pare proprio che la festa non esista propriamente, se non indicata nel calendario al 1° ottobre. Le istruzioni infatti riportano di celebrare la funzione di S. Anania con grado semplice. Al 28 ottobre, in ragione della già citata festa nazionale, spiegano come celebrare la funzione votiva "secondo il Mineo della chiesa di Grecia", ma segnalano che normalmente in quel giorno si dovrebbe celebrare la funzione della feria. Andiamo pertanto a vedere il Mineo della Chiesa di Grecia, che al 1° ottobre riporta l'ufficiatura semplice di S. Anania e Romano il Melode, e al 28 l'ufficiatura feriale dei Ss. Terenzio e Neonilla martiri. Prima della funzione di S. Anania, è riportata un'officiatura a parte colla dizione Τῇ Α' τοῦ αὐτοῦ μηνὸς, ἀνάµνησιν ἐπιτελοῦµεν τῆς ἁγίας Σκέπης τῆς Ὑπεραγίας Δεσποίνης ἡµῶν Θεοτόκου καὶ Ἀειπαρθένου Μαρίας. E' interessante notare che sia chiamata ἀνάµνησις ("commemorazione"), e non μνήμη ("memoria") come ordinariamente son chiamate tutte le feste del mineo. Si tratta di un'ufficiatura completamente diversa da quella slavonica (salva qualche stichira), che fa parecchie menzioni del miracolo delle Blacherne (laddove quella slava parla in generale dell'intercessione della Madre di Dio), e ha dopo il Polieleo una particolarissima ἐκλογή ("spiegazione"), un poemetto in versi che inizia "Ἐν πόλει τοῦ Θεοῦ ἡμῶν, Ἀλληλούια - Nella città del nostro Dio, alleluia" e racconta l'episodio dell'apparizione, cosa che non trova paragoni in nessun'altra festa.



Le conclusioni che possiamo trarre sono che questa festa originariamente non aveva una propria celebrazione liturgica, tantomeno di grado alto, ed è stata introdotta come funzione votiva, con testi e modi che si sono sviluppati separatamente nella Rus' e nel mondo ellenofono. Benché amatissima dai fedeli e celebrata universalmente con grandissima solennità, resta nei libri liturgici una funzione votiva che un sacerdote, senza infrangere alcuna norma ma anzi seguendo i libri, potrebbe legittimamente tralasciare.

A tutti buona festa della Protezione!

Icona ucraina di tardo XVII / inizio XVIII secolo
Sotto il manto della Madonna, in secondo piano a destra, si riconosce il cosacco Bogdan Khmelnytskij

domenica 3 ottobre 2021

Considerazioni liturgiche sparse - parte 2

Riprende, dopo molto tempo, questa rubrica: si tratta di considerazioni sparse, sorte dopo discussioni ed esperienze dirette. Esse sono state qui raccolte volutamente in modo disorganico, senza cercare di dare al testo una struttura logica consequenziale, impresa che sarebbe stata per verità non facile data la totale disomogeneità dei contenuti.

1. Circa il servizio alla Messa cantata

Nei libri liturgici il modello di celebrazione base è quello della Messa solenne, dove il sacerdote è regolarmente assistito da diacono e suddiacono. Nondimeno, in molte realtà legate alla liturgia tradizionale ciò non si verifica quasi mai, se non in rarissime occasioni come le feste patronali, dove l’accorrere di sacerdoti permette la celebrazione in terzo. 

Almeno nelle domeniche e nelle feste doppie, però, dovrebbe essere celebrata la Messa cosiddetta cantata, vale a dire una riduzione della forma solenne non esplicitamente normata dai libri liturgici, dove i ruoli spettanti a diacono e suddiacono vengono spartiti tra il sacerdote ed i chierici di servizio.

I compiti legati al ministero ordinato (il canto del Vangelo, dell’Ite, missa est…) spettano al celebrante, ma quelli che non lo richiedono possono e, anzi, debbono essere svolti dai chierici, tonsurati o laici che siano.

Per esempio, ai chierici è richiesto di cantare l’Epistola (Ritus servandus in celebratione Missae, n.7; si tratta dell'unica rubrica di tutto il Messale che parla della messa cantata senza sacri ministri; ivi si specifica che l'unica differenza tra il canto dell'epistola fatto dal suddiacono e quello dal chierico è che quest'ultimo non chiede la benedizione e non bacia la mano del celebrante dopo la lettura, per ragioni ignote) e si potrebbe obiettare che il ministro, se in tenera età, non è capace di cantare in latino; si risponde che il servizio dovrebbe essere svolto se non soltanto almeno nella maggior parte da uomini ben preparati. Il chierico, all’offertorio, porta il calice dall’altare alla credenza e, dove è consuetudine, lo svela dopo che il celebrante gli ha dato mandato toccando il velo. Dopo la purificazione toccherà di nuovo a lui riportarlo, liberando il celebrante da quest’incombenza.

Nel rito ambrosiano, inoltre, spetta al chierico, quando manca il diacono, la turificazione del retro dell’altare e il bacio del lato settentrionale durante l’incensazione d’offertorio.

Non ha alcun senso vedere Messe cantate dove il celebrante porta il calice all’ingresso e lo riporta all’uscita e canta l’Epistola: il rispetto per l’ordine sacro non deve divenire clericalismo, dove la liturgia diventa il momento di protagonismo del sacerdote (cosa ancor più evidente, poi, nella liturgia riformata).

Il celebrante, letta privatamente la lezione, siede e ne ascolta il canto da parte del chierico (Chiesa di S. Maria della Consolazione, Milano, foto di NLM)


2. Circa l'abito dei servienti

Sempre rimanendo in tema di servizio liturgico, parliamo ora dell’abito dei chierici servienti la ierurgia. Coloro che accedono all’altare è come se divenissero, temporaneamente, dei chierici; perciò dovrebbero vestire l'abito di coro, salvo che oggettive ed eccezionali ragioni (come la mancanza materiale e irrimediabile di abiti adatti) lo impediscano.

In età medievale e in alcuni riti monastici si diffuse l’uso di servire con il camice, prima che esso fosse inteso come l’abito del sacrificio (è utilizzato, infatti, solo per la Messa); nei monasteri e nei conventi il servizio è svolto dai novizi, che fanno uso del loro regolare abito religioso. Nella prassi secolare, invece, il servizio è svolto, secondo tradizione, in abito talare e cotta. 

L’abito talare va portato completo di colletto: il CJC del 1917, al canone 683, parla di habitus clericalis, senza menzionare alcuna riduzione da operare; sull’uso della fascia v’è discussione tra gli autori, poiché non è chiaro neppure se essa possa essere indossata da tutti i semplici sacerdoti. Una buona regola è quella di uniformarsi all’uso locale del clero. Alla veste si sovrappone la cotta (non il rocchetto!), il cui pizzo non può mai eccedere ed essere maggiore della stoffa stessa. La sobrietà della liturgia romana contrasta con l’uso di croci pettorali, zucchetti, mozzette, berrette: lo sciogliersi di fronte a fotografie di stuoli di chierichetti con mozzetta e berretta nella Spagna franchista o in talarina azzurra e cotta con i paramani foderati nelle Americhe non è amore per la Tradizione ma edonismo.





Chierichetti parati come dei piccoli canonici...
Tradizione o gioco?
(Foto di Ceremonia y Rubrica)





L.F.

mercoledì 29 settembre 2021

Digiuno e astinenza: un vademecum

Questo scritto non vuole essere la spiegazione del senso cristiano dell’astinenza e del digiuno, ma, più sinteticamente, costituire una guida, un vademecum, per i nostri lettori che volessero adeguarsi alla prassi occidentale tradizionale. Per compilare le regole seguenti, infatti, abbiamo pensato di tornare alla prassi più antica, risalente addirittura ai Padri della Chiesa per alcuni aspetti, eliminando quindi le concessioni e gli allargamenti che, soprattutto nel mondo latino, sono stati via via introdotti non tanto per le necessità della vita moderna ma per assecondare la pigrizia spirituale. Chiaramente, noi non siamo nessuno per poter dire cosa scegliere nella vita spirituale: vogliamo però fare una proposta, dove sia possibile fare esperienza della più autentica Tradizione anche in questa materia.

Tanto per cominciare, ribadiamo l’importanza di avere un padre spirituale con cui confrontarsi: sarà lui a concedere, se necessario, dispense o piccoli adattamenti della regola, agendo con acribia o economia.

Si ricorda inoltre che sono dispensati dal digiuno (e, in alcuni casi, dall’astinenza) coloro che svolgono lavori pesanti (e.g. muratori, minatori…), impieghi in cui è necessaria l’attenzione (e.g. chirurghi, studenti sotto esame, autisti di mezzi pubblici…) o persone malate e donne gravide.

Su tutto, deve prevalere il buon senso: non avrebbe alcun significato (se non di rispetto puramente formale della regola), per esempio, non mangiare neppure una fetta di carne in un giorno di astinenza ma gustare costose ostriche o satollarsi in un sushi all you can eat.

Nei giorni di astinenza sono proibiti gli alimenti di origine animale (carne, brodo, sugna, salumi, insaccati, uova, latticini), il vino e i superalcolici. Sul pesce i canonisti antichi sono molto divisi, anche complice l'ambigua classificazione aristotelica di questa specie; secondo la prassi a nostro avviso più coerente è ammesso il sabato e la domenica e nelle feste doppie di I classe feriate che cadano in Quaresima o in altri periodi di astinenza stretta. L'uso romano non considera l'astinenza dall'olio d'oliva. La tradizione monastica prevede anche la xirofagia, cioè l’astensione dai cibi cotti. Sono giorni di astinenza:

  • tutti i mercoledì e venerdì, eccettuati quelli in cui cade una festa doppia di I classe con precetto (festa feriata [1]), dal Natale alla vigilia dell’Epifania (esclusa), la settimana che precede la Settuagesima e l’Ottava di Pentecoste; se in essi occorre una festa doppia o semidoppia si può consumare il vino;
  • tutti i giorni nel tempo di Avvento (in senso largo, maggiore del tempo liturgico propriamente detto): dall’11 novembre (festa di S. Martino) alla vigilia di Natale, esclusi i mercoledì ed i venerdì (che sono di digiuno);
  • le settimane di Sessagesima e i tre giorni di Quinquagesima (sono escluse le carni, ma non i derivati animali);
  • le domeniche di Quaresima;
  • il giovedì santo (l’ultimo pasto va consumato prima delle Tenebrae, con cui inizia il venerdì);
  • il sabato santo (dopo la celebrazione vigiliare è concesso il vino);
  • tutti i giorni in preparazione alla festa dei Ss. Pietro e Paolo, dal lunedì successivo alla festa della SS. Trinità al 27 giugno compreso (in questo periodo il vino è generalmente concesso);
  • tutti i giorni in preparazione alla festa dell’Assunzione della BVM, dall’1 al 13 agosto;
  • le vigilie delle feste dei Ss. Apostoli (20 dicembre per S. Tommaso, 23 febbraio per S. Mattia, 24 luglio per S. Giacomo, 23 agosto per S. Bartolomeo, 20 settembre per S. Matteo, 27 ottobre per i Ss. Simone e Giuda, 29 novembre per S. Andrea).

Il digiuno, comprendendo anche l’astinenza (poiché la legge più stringente comprende sempre quella minore [2]), prevede che si consumi un solo pasto al giorno dopo il Vespro [3]. Le colazioni (“refezioncelle”) sono introduzioni più tarde, eventualmente da concordare con il padre spirituale.

Sono giorni di digiuno:

  • tutti i mercoledì e venerdì compresi tra l’11 novembre ed il 24 dicembre;
  • il mercoledì, il venerdì ed il sabato delle Tempora d’inverno (dopo la III domenica di Avvento);
  • la vigilia di Natale (24 dicembre), che però è un jejunium gaudiosum in quanto all'unico pasto si possono consumare grandi quantità di cibo incluso il pesce
  • tutti i giorni di Quaresima, tranne le domeniche, fino al mercoledì santo incluso;
  • il mercoledì, il venerdì ed il sabato delle Tempora di primavera (dopo la I domenica di Quaresima);
  • la vigilia dei Ss. Pietro e Paolo (28 giugno);
  • la vigilia dell’Assunzione della BVM (14 agosto);
  • il mercoledì, il venerdì e il sabato delle Tempora d’autunno (dopo la festa dell’Esaltazione della S. Croce, 14 settembre);
  • La vigilia di Tutti Santi (31 ottobre);

Vi sono poi due giorni di "digiuno nero", ovverosia il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo, in cui secondo tradizione non è permesso mangiare né bere alcunché. 

La birra, nei giorni di digiuno ordinario, è sempre consentita: ottenendosi dal malto d’orzo, essa è considerata una sorta di pane liquido [4].

Il vino si può consumare nelle feste grandi che occorrono in Quaresima (e.g. Annunciazione) e nei mercoledì e venerdì in cui occorre una festa che abbia almeno il grado semidoppio.

Nel tempo di Pasqua è sempre consentito il vino e non vi sono mai periodi di digiuno.

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NOTE

1: nella concezione antica, non esisteva il precetto: le feste più importanti in settimana si riconoscevano dal fatto che in esse non si amministrava la giustizia ed erano sospesi i commerci.

2: per esempio, il divieto di fermata per strada comprende anche il divieto di sosta, come è chiaro che sia. Non si vede quindi per quali motivi la legge del digiuno non debba comprendere quella dell’astinenza. E' perciò poco sensato che esistano dei giorni di digiuno senza astinenza, come invece previsto dalla riforma della legge del digiuno col codice piano-benedettino del 1917.

3: per questo motivi taluni sono soliti, in Quaresima, cantare il Vespro prima di mezzogiorno.

4: Questo spiega perché molti monasteri, soprattutto in Belgio e in Germania, si sono fatti produttori di ottima birra, capace di nutrire senza violare la regola dell’astinenza.


domenica 19 settembre 2021

6 settembre - In festo Sanctorum Patronorum terrae Sueciae

Nell’immaginario collettivo, la Svezia non è certamente associata alla Vera Fede: si pensa piuttosto alla chiesa nazionale riformata (religione di stato fino al 2000, praticata dalla famiglia reale e cui aderiscono, nominalmente, il 56,4% dei sudditi) o all’ateismo totale, dove il protestantesimo liberale si è ormai trasformato in aperta rinuncia di qualunque tipo di dogma.

Tuttavia, anche in queste fredde terre è brillata la luce della santità: tali figure, però, rischiavano di essere obliate dalla riforma luterana. È necessario comprendere bene: talora, in modo un po’ semplicistico (sovente nella prassi scolastica), si afferma che i protestanti rifiutano i Santi; in realtà, Lutero (non così Zwingli e Calvino) accetta la loro presenza come semplici testimoni da ricordare, a cui magari intitolare anche le chiese (e.g. S. Maria a Berlino, S. Tommaso a Lipsia…), ma se ne rifiuta la capacità di intercedere (principio del solus Christus).

Così, quando nel XVI secolo il protestantesimo giunse in Svezia, molte reliquie furono distrutte (ciò accadde anche nei Paesi Bassi, nella Francia ugonotta e in Norvegia, dove non vennero risparmiate neppure le spoglie del santo re Olaf II) con l’intento di sradicare il culto dei Santi. Per fare sì che tali figure non venissero dimenticate, si pensò che l’idea migliore fosse quella di istituire una festa liturgica in loro onore: entra qui in scena Sigismondo III Vasa.

Il sovrano, figlio di Giovanni III di Svezia e della cattolica Caterina Jagellona, fu eletto Re di Polonia nel 1587 e detenne il trono fino alla morte (1632). Affezionato ai Santi della sua terra, inviò a Papa Sisto V la richiesta di introdurre, in alcune diocesi polacche, la festa dei Santi Patroni della Svezia. Il pontefice, che già aveva favorito Sigismondo contro Massimiliano d’Austria nella successione al trono polacco, concesse la festa; le feste dei singoli santi svedesi furono parimenti adottate nei calendari locali delle diocesi della Pomerania e del nord della Polonia, regioni in stretto contatto con i paesi scandinavi.

Secondo la tradizione, questi erano i Santi patroni della terra svedese:

Sant’Ansgario: nacque nell’801 ad Amiens, fu monaco benedettino in Francia ed in Germania prima di essere inviato, nell’826, a evangelizzare anzitutto la Danimarca, poi la Norvegia e la Svezia. Nell’834 Papa Gregorio IV lo nominò primo Arcivescovo di Amburgo, nonché legato pontificio per la Svezia e la Danimarca. Nell’848 divenne anche Vescovo di Brema, dove morì nell’865. Le spoglie dell’Apostolo della Scandinavia si trovano ad Amburgo, in parte nella cattedrale e in parte in una parrocchia.

. Bornemann, S. Ansgario, 1454, chiesa di S. Pietro (Amburgo)

San Sigfrido di Växjö: nacque nel X secolo in Inghilterra, dove divenne monaco benedettino. Nonostante nel IX secolo Sant’Ansgario avesse portato il cristianesimo, le terre erano ricadute nel paganesimo. Fu pertanto inviato presso il Re di Norvegia Olaf I per poter iniziare la sua missione. In seguito giunse in Danimarca e in Svezia, dove fondò una chiesa coi suoi tre nipoti chierici (un sacerdote, un diacono e un suddiacono). Nel 1008 ebbe l’onore di battezzare, presso il lago Vänern, il re di Svezia Olof III. Fu Vescovo di Skara e anche di Växjö, dove fece costruire la prima cattedrale e dove morì nel 1045. Le sue reliquie furono poste proprio in quella cattedrale. La maggior parte di esse furono distrutte nel 1600 dal vescovo riformato Petrus Jonae Angermannus; porzioni minori si trovano a Copenaghen e Roskilde, rispettivamente capitale ed ex capitale della Danimarca.

Anonimo, S. Sigfrido, 1250 c., chiesa Överselö (Södermanland, Svezia)

Santi Eschilo e Davide: i due nacquero nell’XI secolo in luogo indefinito. Di origine anglosassone, furono inviati entrambi da S. Sigfrido nel Södermanland e nel Västmanland. S. Davide fu anche il primo vescovo di Munkathorp. Pur desideroso di morire martire, morì di vecchiaia nel 1082. Quando giunse il luteranesimo in Svezia, il suo sarcofago fu distrutto.

Anonimo, S. Davide, 1250 c., chiesa Överselö (Södermanland, Svezia)

S. Eschilo fu invece il primo vescovo della diocesi delle terre del lago Mälaren, oggi Strängnäs. La maggior parte delle sue reliquie si trovavano nel monastero di Eskilstuna, oggi perdute; altri frammenti minori si trovano sparsi tra la Svezia e la Danimarca.

Anonimo, S. Eschilo , 1250 c., chiesa Överselö (Södermanland, Svezia)

S. Botvido: nacque nell’XI secolo in Svezia. Secondo la tradizione, conobbe il cristianesimo in Inghilterra, si convertì e tornò in patria con dei monaci per evangelizzarla. Fu molto attivo nella predicazione, pur rimanendo semplice laico. Fu anche intenzionato a portare la fede in Finlandia, ma la sua guida, uno schiavo che il santo aveva riscattato, lo uccise nel Södermanland nel 1120. Fu sepolto nella chiesa di Botkyrka, che a lui fu intitolata.

Anonimo, S. Botvido, 1500 c., chiesa Ytterselö (Södermanland, Svezia)

S. Erik IX: nacque in Svezia, probabilmente nel 1120. Nel 1150 fu eletto re dell’Uppland, mentre era ancora in carica, sul trono nazionale, Sverker I. Quando costui venne assassinato, nel 1156, Erik poté divenire ufficialmente Re di Svezia. Durante il suo regno portò a completamento la cattedrale di Uppsala vecchia e incentivò la cristianizzazione della Finlandia, combattendo contro i pagani del luogo. Sposatosi con la nobile danese Cristina Bjørnsdatter, ebbe cinque figli. Secondo la leggenda, vide il sole trasformarsi in croce nel cielo limpido: da questo nacque l’immagine della bandiera svedese. Il giorno dell’Ascensione del 1160 o 1161 fu assassinato fuori dalla cattedrale, da lui completata in cui fu sepolto. Nel 1273 le reliquie furono traslate nella nuova cattedrale di Uppsala.

Anonimo, S. Eric di Svezia, XIII s. (?), cfr. Kulturhistoriskt lexikon för nordisk medeltid, band 4, 1959.

S. Elena di Skövde: nacque a Skövde, forse nel 1101. Era una donna aristocratica, si sposò ma rimase presto vedova. Quando il genero fu assassinato, i parenti l’accusarono di essere coinvolta nell’omicidio. Elena andò per quattro anni in Terra Santa, dove visse di elemosine e in grande orazione. Mentre si reca a Götene fu assalita e uccisa nel 1160; fu poi sepolta nella chiesa di Skövde. Nel luogo in cui venne sorpresa a tradimento sgorgò una fonte d’acqua miracolosa, fatta interrare nel 1569 dal vescovo luterano Abraham Andersson.

A. Traube, S. Elena di Skövde, 1950, chiesa di S. Elena a Skövde

S. Irene di Kiev: nacque in Svezia nel 1001 da Re Olof III e da Estrid degli Obotriti. Il suo nome originario era Ingigerd. Inizialmente fu fatta fidanzare con Olaf II di Norvegia, ma poi, nel 1019, fu unita in nozze a Jaroslav I di Kiev. Giunta nel principato, cambiò il proprio nome in Irene e fu coinvolta nella vita politica e militare dal marito. Gestì le relazioni tra i paesi scandinavi e i territori russi. Mise al mondo nove figli e gestì un monastero femminile a Kiev intitolato a S. Irene. Grazie a lei furono avviati i lavori per la costruzione della cattedrale di S. Sofia a Novgorod, dove fu sepolta. Secondo una tradizione morì nel 1050, secondo un’altra spirò nel 1056 dopo essere divenuta vedova ed essere entrata in monastero.

A.I. Trankovskij, Jaroslav il Saggio e la principessa svedese Ingigerd, fine XIX - inizio XX sec., collezione privata

Ant. ad Magn.: Recordare, Domine, gloriosae Matris tuae Mariae, et dilectorum servorum tuorum Joannis Baptistae, Laurentii, Ansgarii, Sigfridi, Aeschili, Davidis, Henrici, Erici, Botvidi, Helenae, Irenis et aliorum sanctorum Patronorum terrae Sueciae, et ne auferas misericordiam tuam a nobis.

Oratio. Infirmitatem nostram, quaesumus, Domine, propitius respice: et mala omnia, quae pro peccatis nostris juste meremur, sanctorum tuorum terrae Sueciae Patronorum intercessione clementer averte. Per Dominum.