martedì 20 giugno 2017

La Santa Messa VI - La Pars Didactica


Scusandoci per il ritardo nella pubblicazione rispetto alla data prevista

Terminati i riti preparatori, la venerazione dell’altare, e innalzati gli inni a Nostro Signore, inizia la vera e propria parte istruttiva, nella quale il sacerdote, in primis dottore e poi santificatore, come fu già Nostro Signore Gesù Cristo stesso di cui egli è perfetta figurazione (“alter Christus”). Essa, facente parte del proprio del giorno, ha tuttavia uno schema pressoché fisso con una ben precisa origine storica che ci proponiamo di sintetizzare qui.


XVIII. L’epistola

Nelle Messe basse e cantate semplici, il sacerdote, dopo aver pregato, si reca al lato dell’epistola per leggere la medesima, la cui esposizione rappresenta, secondo la già più volte citata interpretazione mistica della S. Messa come sacra rappresentazione della Passione, Cristo che risponde a Pilato. Ha inizio dunque la parte didattica vera e propria, che ha comportato per lunghi secoli la fonte principale, assieme alla predicazione che ne era la naturale successione, di istruzione religiosa dei fedeli, completata poi a partire dal Tridentino con il Catechismo parrocchiale. Anticamente, questa parte, proprio perché occorse per istruire i fedeli mediante salutari letture della Sacra Scrittura, poteva essere assistita anche dai catecumeni, i quali traevano gran giovamento, in preparazione del Battesimo, da quest’insegnamenti.
La prima delle letture bibliche proposte è per l’appunto detta “epistola”, giacché è tratta perlopiù dagli scritti apostolici, e specialmente da S. Paolo: pertanto è detta soventemente lectio ex apostolo o, secondo l’uso diffuso presso i Greci, apostolus. Il costume di leggere brani della Sacra Scrittura durante le sacre sinassi, al di là dell’utilità pratica e spirituale succitata, trae origine dalla lettura dei libri di Mosè e dei Profeti, che si usavano leggere durante le officiature sabbatiche dei Giudei.
Ogni Messa domenicale ha una propria epistola, secondo un ben preciso calendario. Le Messe feriali, essendo di più tardiva introduzione, ne sono sprovviste, e utilizzano i formulari della domenica (anche se, tra Messe votive e feste dei Santi, è davvero raro nei calendari tridentino e successivi che si dica la Messa della domenica in una feria della Settimana, secondo un uso introdotto già da Alcuino con la sua raccolta di formulari votivi); le ferie della Quaresima, tuttavia, in virtù del riordino generale subito a Roma tra VII e IX secolo, hanno tutte una lettura e un Vangelo propri. Nei primi secoli ciascun vescovo ordinava il ciclo delle epistole secondo la propria preferenza pastorale, ma attorno al IV secolo furono definitivamente fissate da S. Girolamo, in un ciclo unico annuale che aveva lo scopo di favorire la memorizzazione dei brani. In realtà, fino ai tempi di Pio V vi saranno numerose modifiche, e l’ordine sarà più volte turbato: lo Schuster suggerisce di guardare come i cicli di letture quaresimali vengano bruscamente interrotti nel giovedì delle ultime due settimane (ed effettivamente si ha traccia di una modifica di Gregorio II ai testi letti in queste Messe), nonché cita alcune letture introdotte secondo allusioni storiche, come la lettera da S. Pietro alla festa di S. Apollinare, col monito rivolto ai vescovi non dominantes in cleris, indirizzato ora ai metropoliti ravennati, i quali, “ebbri del favore che godevano presso la corte degli esarchi, sottraevansi all’autorità pontificia e vessavano i propri suffraganei”).

Se per i protestanti la lettura scritturale è una parte autonoma e di massima importanza della liturgia, nella tradizione cattolica viceversa non è  mai effettuata per sé stessa, ma ha sempre un significato che va al di là della pur importante istruzione dei fedeli, come la preparazione degli animi all’Eucaristia. La sacra funzione della lettura è evidente quando, durante la Messa Solenne, l’epistola è letta in plano dal Suddiacono, rivolto verso all’altare, e non verso il popolo come presso i protestanti (identicamente farebbe un lettore ordinato alla Messa Cantata).

Dunque abbiamo visto come il sacerdote, dopo aver espresso i voti e i desideri dei fedeli, insegna loro in nome della Chiesa, e si appresta a far loro udire le parole del Signore stesso contenute nel Vangelo; ma per questo è necessario che i cuori dei fedeli siano stati prima ben preparati dalle parole della Legge, dei Profeti e degli Apostoli.

Nei primi secoli, si leggevano anche numerose pericopi dall’Antico Testamento: tracce ne son rimaste nelle Messe delle Tempora, nelle feste più antiche e nelle feste dei Santi. La soppressione della lettura veterotestamentaria che precedeva l’epistola è, secondo Giovanni Diacono, da attribuirsi a S. Gregorio Magno (anche se la forma in due lezioni si trova nelle feste maggiori dei Sacramentari dei secoli VIII-X, e per diversi secoli a venire si usò leggere due epistole nelle domeniche d’Avvento).
 S. Agostino diceva che la Sacra Scrittura è una lettera di Dio Onnipotente ai suoi fedeli. Proprio per questo è doveroso rendere grazie a Iddio per il dono dell’istruzione, mediante la consueta formula Deo gratias, nata assai probabilmente per scopi pratici all’età delle persecuzioni: chiunque infatti non la pronunciasse era subito individuato come infedele e prontamente allontanato dall’ostiario.

XIX. Graduale

Tra una lettura e l’altra è invalso da sempre l’uso di recitare dei Salmi, indicati nei Sacramentari più antichi anche col nome di psallenda (uso mozarabico) e psalmellus (ambrosiano): in particolar modo la forma più antica era quella del cosiddetto “salmo responsoriale”, che nel rito romano è passato con il nome di graduale, dacché il cantore lo eseguiva inginocchiato sui gradini dell’ambone (o, secondo altri, perché veniva cantato mentre il diacono era inginocchiato sui gradini dell’ambone settentrionale per chiedere la benedizione prima del Vangelo). Anticamente, si è detto, all’intonazione di un solista rispondeva il coro: dalle indicazioni del Messale si può ancora percepire l’antica suddivisione, dacché accanto ai versetti che un tempo spettavano al solista si trova la consueta indicazione V/. E’ da dire che nemmeno in tempi antichi si cantava un salmo intero: l’uso di suddividere i salmi in brevi pericopi si ritrova già negli uffici monastici egiziani; la forma attuale della salmodia della Messa, principalmente dai Salmi ma anche da libri sapienziali o storici, fu fissata tra il 450 e il 550, con l’istituzione della Schola Cantorum romana da parte di Celestino I (a quest’epoca, col prevalere del coro specializzato, si fa risalire anche la scomparsa dell’uso responsoriale).
Lo Schuster rimanda l’origine di questo canto agl’inni corali delle sinagoghe, nonché al teatro greco; secondo un’interpretazione spirituale, siccome il graduale generalmente risponde nematicamente alla lettura dell’epistola, secondo l’antico motto “a letture tristi si risponda con cose tristi, a letture liete con cose liete”, può paragonarsi agli affetti devoti che la lettura suscita nel cuore.

Il Guyet ricorda che entrambe le parti del graduale, similmente all’introito, contengono “ora invito ed esortazione alla lode, ora congratulazione, talvolta prosopopea o invettiva”. Altra caratteristica stilistica è l’assenza di dossologia (cosa anomala per i Latini, impensabile per i Greci). Dal punto di vista musicale, il graduale  aveva spesso la melodia gregoriana più ornata di tutta la Messa, che rompeva la rigida monodia della lezione. La sua difficoltà fece sì che sovente fosse affidato al più esperto della schola, anche se in alcuni luoghi erano i fanciulli a intonarlo; a Milano, poi, il sabato santo, era l’arcivescovo in persona (uso condannato da Gregorio Diacono).

In tempo pasquale, giusta la Regula Sancta del IV secolo, il responsorio del popolo era sempre alleluia: quest’uso si è perfettamente conservato, e infatti nella cinquantina di Pasqua il graduale è sostituito dal cosiddetto “grande alleluia”, infarcito da queste ebraicizzanti invocazioni di gioia.

XX. L’Alleluia, il Tratto e la Sequenza

Il Santo Evangelo, la parola stessa di Nostro Signore, merita d’essere degnamente onorata da un canto di lode, il cosiddetto “carme alleluiatico”, intercalato dalla tipica invocazione ebraica (variamente tradotta con Gloria tibi Domine o Laudate Deum, tra cui, sulla base degli usi Orientali, dissociandomi dallo Schuster, preferisco la prima), la quale “risuonava continuamente nella bocca do Gesù e degli apostoli, intervallata da salmi di lode”. L’introduzione di quest’uso giudaico nella liturgia cristiana è prima orientale, importato a Roma solo da Papa Damaso. L’antico uso dell’Urbe, secondo Sozomeno, era di cantare tale inno solo a Pasqua; per influsso greco, giunsero gli alleluia quaresimali e per i defunti (contestati da S. Girolamo, dacché a Roma tale invocazione aveva assunto un ruolo prettamente gioioso, al di là del suo letteral significato, che rendeva contraddittorio per i Latini l’uso orientalizzante adottato anche dai Benedettini di intonar l’Alleluia negli uffici vigiliari, e ometterlo invece nella cinquantina pasquale). Sappiamo peraltro che questo canto non ebbe diffusione universale, ma fu ignorato dagli anacoreti egiziani e da altre chiese orientali; inoltre, in Spagna e in altre tradizioni anche occidentali il suo posto non è prima del Vangelo. Sull’origine del versetto intercalare vi sono molte supposizioni, tutte però, al di fuori di quella mitizzante che lo rimanda all’uso giudaico, poco convincenti.
Già a partire dalla metà del IV secolo, si è detto, iniziò a contestarsi l’uso di cantare in Quaresima tali gioiosi melismi, cosa che fu sanzionata da S. Gregorio, il quale ordinò anche di cantarli però in tutte le altre domeniche e feste. Con l’introduzione della Settuagesima, anche dalle tre settimane preparatorie fu escluso il canto alleluiatico, cosa che diede origine a suggestivi uffici di commiato dal gioioso carme, officiati in alcuni usi gallicani il martedì grasso.

Se nell’ufficio divino l’Alleluia è sostituito dalla pressoché omologa (ma meno inflazionata dal sapore pasquale) invocazione Laus tibi Domine [Rex aeternae gloriae], durante la Messa al suo posto si canta invece, nell’uso romano, il Tractus, la più antica forma di salmodia diretta, “tutta d’un tratto” (quanto lungamente si sono interrogati i liturgisti medievali sul significato di tal termine, ignorando l’esistenza di un psalmus indirectus nell’antico costume delle due lezioni scritturali!). Trattasi di un salmo intero o quasi intero, cantato assai sobriamente sopra il II o l’VIII tono, ma al contempo decisamente prolisso e prettamente penitenziale (si pensi al salmo XC, della I Domenica di Quaresima).

Accenniamo qui brevemente alla Sequenza, aggiunta al canto della Messa verso i secolo IX, come un testo che, adattandosi alle note su cui si doveva cantare l’Alleluia, serviva da promemoria per i cantori, e che venne poi sanzionato all’interno dei Sacramentari (ma i loro testi, come si può ben notare, non hanno nulla in comune coi modelli innografici tradizionali, e ricordano invece molto la prosa, rimata ma aritmica, dell’epoca). Il Bona la definisce una “sequela e appendice del cantico alleluiatico”. Molte sequenze, amate dal popolo, furono introdotte negli uffici solenni, e durante di esse si sonavan l’organo e le campane, per dar maggior risalto allo jubilus (al nome di sequentia infatti, derivato dal fatto che accanto al melisma dell’alleluia soleva indicarsi “et sequentia”, fu lungamente affiancato quello di jubilatio): pressoché ogni domenica arrivò ad averne una. Considerata l’enorme proliferazione di tali testi (arrivarono ad essere più di 5000), spesso di autori anonimi, e la loro non originarietà nel rito romano (furono infatti ricondotti agli ambienti monastici di S. Gallo), S. Pio V li soppresse tutti, tranne cinque, di provata ortodossia, meravigliosa armonia compositiva, sublime stile e pregnante significato:
  •  Victimae paschali laudes, attribuita a Wipone, per la festa e l’ottava di Pasqua
  • Veni Sancte Spiritus, d’Innocenzo III, per la festa e l’ottava di Pentecoste
  • Stabat Mater, di Jacopone da Todi, per le due feste dei sette dolori della B.V. Maria
  • Dies Irae, di Tommaso da Celano, per le Messe da morto
Lo jubè (tecnicamente "pontile-tramezzo") della Cattedrale francese di Albi (in alto).
L'iconostasi della Basilica veneziana di S. Maria Gloriosa dei Frari (in basso)
Con funzione di oscuramento del Santuario simile a quella iconostasi orientali, come si può notare,
su di essa sono presenti due amboni, quello di destra per l'Epistola e quello di sinistra per il Vangelo.
Lo stesso nome di jubè è una corruzione dello Jube che il Diacono, inginocchiato sui gradini dell'ambone
sinistro, pronunciava per richiedere la benedizione

XXI. Il Vangelo

Vangelo a Messa cantata semplice;
sotto, tre momenti del canto del Vangelo
durante una Messa solenne
Viene a questo punto cantata la più importante delle letture, la parola stessa di Nostro Signore Gesù Cristo, solennemente cantata dal Diacono, al lato sinistro del Santuario (o talvolta fuori dal Santuario), con i lumi e l’incenso. L’uso di cantare il Vangelo al corno sinistro (che mantiene anche il Sacerdote nelle Messe lette e cantate, dopo il trasporto del Messale da parte del ministro, in cui si figura Cristo portato da Erode a Pilato) non è originale: anticamente, esso veniva letto in modo da avere il prete a sinistra e i fedeli a destra, rivolgendosi così a entrambi; tuttavia, il Diacono si rivolgeva così, assai sconvenientemente alle donne. S’introdusse allora la nuova posizione, ricca di significati simbolici: essendo il Nord il lato delle tenebre, il Vangelo è la luce che illumina qui in tenebris et in umbra mortis sedent; alcuni aggiunsero che la parola del Vangelo era anche la forza di Dio che vinceva gl’invasori che venivano dal Nord (i Longobardi, nel caso di Roma); in questa posizione, inoltre, si è alla destra del Crocifisso, e dunque al suo lato più degno.
 Dopo che il sacerdote ha benedetto l’incenso, il Diacono, inginocchiato sui gradini dell’altare (dell’ambone, un tempo), supplica il Signore di purificarlo (alludendo alla purificazione ricevuta da Isaia profeta e narrata al capitolo VI della sua profezia) e chiede al celebrante la benedizione, per poter degnamente ripetere le parole di Gesù (nelle Messe senza Diacono, il sacerdote dice il Munda cor meum e chiede direttamente a Iddio la benedizione).
Poi, riceve dal celebrante l’Evangeliario, baciandogli la mano (come aveva fatto il suddiacono chiedendogli la benedizione dopo aver letto l’Epistola), e si reca processionalmente al luogo ove leggerà il Vangelo, accompagnato dal suddiacono che gli reggerà il libro, dagli accoliti con i ceri accesi e dal turiferario con il turibolo fumigante, con il quale incenso si onoreranno le parole di vita eterna.
Ivi, pronunciata la salutazione Dominus vobiscum, che suggestivamente il Gueranger amplia “Il Signore sia con voi perché udiate il Verbo di Dio, che v’illumini e vi alimenti colla sua Parola”, inizia la pericope evangelica è introdotta dalle parole Sequentia Sancti Evangelii secundum N. (sequentia sta per “parole che si trovano in seguito”: se fossero le prime parole del Vangelo, egli direbbe Initium), e accompagnata da un segno di croce sul libro, a significare “questo è il Vangelo del Crocifisso”, e tre segni di croce su fronte, labbra e petto, per testimoniare apertamente la Croce di Cristo, raccontarla colla bocca, credervi coll’intelletto e abbracciarla con tutto il cuore. Il diacono legge il Vangelo a mani giunte, non permettendosi la familiarità di tenere le palme sul libro, come farebbe il sacerdote. Al termine della lettura, risposto Laus tibi Christe sul modello del Δόξα σοι orientale, il Vangelo è portato al celebrante perché ne baci l’inizio in segno di venerazione, pronunciando la formula di benedizione Per evangelica dicta deleantur nostra delicta (una delle benedizioni del Mattutino, di origine medievale, come tradisce la rima), e poi quest’ultimo è incensato: l’incenso, santificato ulteriormente dal contatto con le parole di Gesù, santifica il sacerdote e ne conferma la missione di dottore divino nel mondo.


Sacerdos in medio altaris exspectat donec subdiaconus missale in latere Evangelii collocaverit et diaconus librum Evangeliorum in medio altaris deposuerit; deinde incensum imponit et benedicit more solito. Postea diaconus, genuflexus in supremo gradu inclinatus dicit:
D - Munda cor meum, ac lábia mea, omnípotens Deus, qui lábia Isaiae prophétae cálculo mundásti igníto; ita me tua grata miseratióne dignáre mundáre, ut sanctum Evangélium tuum digne váleam nuntiáre. Per Christum Dóminum nostrum. Amen.

Diaconus, accipiens librum Evangeliorum de altari, petit benedictionem a sacerdos similiter genuflexus in superiori gradu altaris
D - Jube, Dómne, benedícere.

Sacerdos dicit:
S - Dóminus sit in corde tuo et in lábiis tuis: ut dígne et competénter annúnties Evangélium suum: in nómine Patris, et Fílii, + et Spíritus Sancti. Amen.
Il Sacerdote aspetta in mezzo all’altare sinché il suddiacono non abbia collocato il Messale al lato del Vangelo, e il diacono abbia deposto il libro dei Vangeli in mezzo all’altare; indi, impone l’incenso e lo benedice al modo consueto. Poi, il diacono, genuflesso sul primo gradino, prostrato dice:
D – Purifica il mio cuore e le mie labbra, o Dio onnipotente, che purificasti le labbra d’Isaia profeta col carbone ardente; così degnati di purificarmi con la tua benigna pietà, affinché io possa degnamente proclamare il tuo Santo Evangelo. Per Cristo Signore nostro. Amen.

Il Diacono, prendendo il libro dei Vangeli dall’altare, chiede la benedizione al sacerdote, genuflesso sempre sul primo gradino dell’altare
D – Comanda, o signore, la benedizione.

Il sacerdote dice:
S – Il Signore sia nel tuo cuore e nelle tue labbra, acciocché tu proclami chiaramente e degnamente il suo Vangelo: nel nome del Padre e del Figlio + e dello Spirito Santo. Amen.

Predica dal pulpito
Predica dalla balaustra
Al termine delle letture, obbligatoriamente nelle domeniche e nelle feste di Precetto (Concilio Tridentino), il celebrante o un predicatore può tenere un sermone (detto anche omelia, dal greco), il quale può vertere sulla Scrittura appena proclamata, sulle vite dei Santi, su alcuni esempi di virtù, sul Catechismo, su articoli di fede o morale; questa pratica, antichissima come ci attestano le raccolte di omiletica dei Padri della Chiesa, ha origine dalla predicazione apostolica, ed è assai importante, specialmente nelle Parrocchie, per garantire ai fedeli un’adeguata istruzione in materia religiosa. L'omelia si tiene tradizionalmente dal pulpito, posto sopra la Navata, oppure alla balaustra dal lato del Vangelo; il sacerdote che predica indossa la berretta e, se era celebrante o ministro superiore, depone sul Messale il Manipolo, il quale non dev’essere tenuto per nulla al di fuori della Messa.
Secondo le parole di S. Agostino, "dopo il Sermone si fa la dimissione dei catecumeni, degli energumeni, degl'indegni e degl'infedeli", pressoché scomparsa nel rito romano, ma di cui parleremo nella prossima uscita.

Fonti: si vedano le pubblicazioni precedenti
Prossima pubblicazione (fine giugno): dalla dimissione dei catecumeni all’Offertorio


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