lunedì 15 giugno 2020

Il culto di san Vito martire a Venezia

Anonimo tedesco, Martirio dei Ss. Vito,
Modesto e Crescenza
, 1450 circa
Il martire lucano San Vito, ricordato dalla Chiesa il 15 giugno insieme ai suoi compagni nel martirio Modesto e Crescenza, gode di culto in tutto l'orbe, essendo venerato come uno dei quattordici santi ausiliatori; è però sicuramente particolare quello che gli viene tributato dalla Città di Venezia.

La devozione di Venezia per san Vito origina da un fatto storico: il 15 giugno 1310 è infatti ricordato come il giorno in cui fu sventata la congiura di Bajamonte Tiepolo contro la Repubblica. Gioverà qui rinnovellare brevemente la vicenda: la storiografia veneta tramanda che detta congiura fu ordita dai nobili Bajamonte Tiepolo, Marco Querini e Badoero Badoer per instaurare una nuova forma di governo, di tipo dinastico-signorile come nelle altre città italiane, sopprimendo così l'ordinamento repubblicano. In realtà i fatti sono più complessi, perché queste tre nobili famiglie si trovavano alleate al ceto borghese che aspirava a una maggior partecipazione alla gestione della cosa pubblica, che gli era stata interdetta nel 1297 dal doge Perazzo Gradenigo con la famosa "Serrata del Maggior Consiglio", che vietò l'ascesa di homines novi al più importante collegio magistratuale veneziano. A questo si aggiungeva una contesa personale tra la famiglia dogale e i Querini, essendo stato Marco accusato dal doge della sconfitta patita da Venezia nella guerra di Ferrara. Nel corso del 1309 ci furono vari scontri armati tra le fazioni che allora, tra rivalità familiari e diversi modelli di Stato proposti, si contendevano il dominio della vita politica della Repubblica. Marco Querini pensò allora che l'unica soluzione per instaurare una nuova forma di governo sarebbe stata un colpo di stato. Richiamato dall'esilio volontario il suocero Bajamonte Tiepolo, iniziò a ordirsi la congiura. Al termine delle riunioni in casa Querini, i congiurati fecero il punto:
Havudo che havè Baiamonte l'aviso del socero se ne venne a Venetia, et subito poi redutto in casa del Querini tutti li amisi et parenti et partesani, se comenzò un'altra volta a trattar dei molti desordeni et del tristo governo della città; et dette e proposte molte cose, fu concluso che vivendo il dose non se podeva far operation alcuna che fosse bona et che podesse proseguir l'effetto che volevano, ma troncado et tolto via quel capo, facile cosa saria introdur nova forma di governo che fosse più gratta et più accetta all'universal, anzi reintrodur e tornar un'altra volta la vechia con la qual s'haveva governado la città dal suo principio fin ai tempi presenti.  (Daniele Barbaro, Cronache, 25)
Gabriel Bella, La congiura del Tiepolo, seconda metà del XVIII sec.

All'alba di domenica 14 giugno 1310, i congiurati agirono. Il piano prevedeva di occupare rapidamente le zone di Rialto e San Marco, espugnare il Palazzo Ducale e uccidere il doge Gradenigo: nel frattempo Badoero Badoer sarebbe giunto dalla terraferma con rinforzi. La giornata tempestosa non aiutò le schiere dei congiurati, soprattutto bloccando i rinforzi da terra che non giunsero mai; tradizionalmente, tuttavia, la vittoria è attribuita alla rotta dei rivoltosi in seguito alla morte accidentale del vessillifero Bajamonte. La cosiddetta vecia del morter, un'anziana donna di nome Giustina (o Lucia) Rossi che viveva alle Mercerie (non distante dalla Torre dell'Orologio di S. Marco), attirata dal trambusto alla finestra, si sarebbe affacciata, lasciando però così cadere il suo mortaio proprio sulla testa del Tiepolo, uccidendolo e facendogli perdere il vessillo con la scritta Libertas. L'episodio è quasi sicuramente leggendario, ma fu utilizzato dalla propaganda veneziana per dimostrare la fedeltà del popolo alla Repubblica: proprio per esortare a detta fedeltà nei confronti della Repubblica, in seguito alla congiura del Tiepolo si diffuse l'uso delle "bocche del Leone", in cui i cittadini potevano infilare segretamente (ma non anonimamente) accuse contro qualunque crimine, da sottoporre ai magistrati. Come che sia, la congiura fallì [1], e, per celebrare la conservazione della pubblica libertà, il giorno di S. Vito fu solennemente dichiarato di festa ob rempublicam conservatam.

Sopra l'arcata della casa che fu della vecia del morter è apposta questa lapide a bassorilievo in memoria dell'eroico gesto della signora. A lei e ai suoi discendenti fu garantito un affitto calmierato a 15 ducati annui in perpetuo per la casa (che apparteneva ai Procuratori di S. Marco), e il permesso di esporre il gonfalone ogni anno il 15 giugno. Un simile privilegio fu concesso anche alla Scuola della Carità, attiva nel respingere il tentativo di colpo di stato, sul pennone eretto per l'occasione in Campo S. Luca, teatro principale dello scontro. La rivolta del Tiepolo ha profondamente influenzato la storia di Venezia, e ne resta traccia visibile nella sua toponomastica e nei suoi monumenti.

Esisteva in città, nel sestiere di Dorsoduro, nei pressi della zona ora detta dell'Accademia, una chiesa parrocchiale dedicata ai santi Vito e Modesto, vulgo di S. Vio, sita nell'omonimo campo e fondata secondo tradizione nel 912 dalla famiglia Vido [2]; per l'occasione, il sacro edificio, che versava in pessimo stato, fu restaurato, ampliato e dotato di una torre campanaria: lo si adornò con i marmi della casa di Bajamonte Tiepolo a Sant'Agostin, che fu infatti distrutta, e sulle cui rovine fu eretta una colonna infame [3]. Anche il campo fu ampliato, in modo da poter ospitare una solenne processione, e talché il doge potesse giungervi in veste rossa ed ermellino col Bucintoro, al termine di una sontuosa regata. Alla processione prendevano parte il clero della Ducale Basilica, le Scuole Grandi, le nove Congregazioni del Clero, e il capitolo dei canonici di S. Pietro di Castello. Dopo la solenne liturgia in chiesa, un grande banchetto era offerto in campo a tutti coloro che avessero preso parte alla pubblica celebrazione (particolarmente celebre fu quello offerto dal doge Andrea Gritti nel 1532) [4].

La chiesa di S. Vio nella storica mappa del de' Barbari (1500). La chiesa è posta trasversalmente all'isola di S. Vio, tra il rio omonimo e il rio delle Torreselle. L'abside appare inglobato nel nucleo di abitazioni circostanti. Il campanile, edificato nel 1315, ha forma quadrangolare e piuttosto tozza. Il Canal Grande è alla destra di chi guarda la mappa, e si vede bene la porzione di campo costruita (distruggendo alcuni edifici) per offrire un maggior plateatico allo stesso in tale direzione.
Con la fine della Repubblica, terminò la processione e scemò il culto al santo per la cui intercessione questa era stata preservata dagli attacchi contro il suo ordine: la chiesa, che oltre a reliquie dei santi Titolari si vantava del corpo della beata Contessa Tagliapietra (ora a S. Maurizio), fu purtroppo chiusa nel 1808 per effetto delle soppressioni napoleoniche, venduta a pezzi e infine distrutta cinque anni dopo. Nel 1864 la pietà di tal Gaspare Biondetti Crovato volle far edificare una più piccola cappella, sempre dedicata al martire di Marzara, nel medesimo luogo, reimpiegando - come ci spiega il Tassini - i materiali della chiesa originale. Anche la cappella fu tuttavia chiusa durante il secolo scorso, ed ora è malauguratamente utilizzata come abitazione privata.

Lo sconsacrato oratorio di S. Vito edificato nel 1864, ancora visibile in Campo. E' orientato a 90° rispetto alla chiesa precedente, e non ne condivide il terreno di fondazione (a sinistra della Calle della Chiesa, a sua volta a sinistra del palazzo bianco che si vede in questa foto), che è invece occupato dalla St. George Church degli anglicani, costruita nel 1926.

Ai santi Vito e compagni martiri era dedicata una chiesa anche nell'isola di Burano, divenuta sede di un monastero nel corso del secolo XVI, quando ivi si trasferirono le monache benedettine di Noale, minacciate dalle guerre che la Serenissima doveva affrontare contro i nemici nel suo dominio da tera [5]. La chiesa fu chiusa nel medesimo anno della parrocchia urbana ai medesimi santi titolata, e di lì a poco distrutta.

Disegno a penna ottocentesco della scomparsa chiesa di S. Vito a Burano, custodito negli archivi del Museo Correr.

La festa di S. Vito e compagni martiri era celebrata nella Città e nel Patriarcato con rito doppio, e tale è ancora nell'ultimo proprio patriarcale precedente alla riforma piana, quello pubblicato del Card. Patriarca Trevisanato del 1872. Le lezioni agiografiche del II Notturno sono le medesime che nel Breviario Romano (la terza, chiaramente mancando nel romano, è dall'omelia 47 de Sanctis di S. Agostino, dal Comune di più martiri). Propria è invece l'omelia sul Vangelo (S. Luca X) letta nel III Notturno, che è tratta dagli scritti di S. Beda il Venerabile (Lib. III in Lucam, cap. 42). La memoria di questa festa che tanto importante fu per la Repubblica sembra però consumarsi ulteriormente nel tempo: nel proprio redatto dal card. Patriarca La Fontaine nel 1913 in conformità alle nuove norme stabilite dalla bolla Divino Afflatu non è prevista alcuna particolarità per detta festa, che dunque viene celebrata con rito semplice come nel resto dell'orbe.
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NOTE

[1] Ed ebbe notevoli conseguenze sulla vita della Repubblica, basti pensare che in conseguenza d'essa fu istituito nientemeno che il Consiglio dei Dieci. Ma questo ora non attiene la nostra trattazione: per approfondimenti si segnalano S. ROMANIN, Storia documentata di Venezia, tomo III, Venezia, Naratovich, 1835, pp. 5-24 e soprattutto 25-49 sulla congiura; pp. 52-79 sul Consiglio dei Dieci; A. DA MOSTO, I dogi di Venezia, Venezia, 1939, pp. 95-130.

[2] Così riportano il Sanudo e altri cronachisti. Il Sansovino però ne attribuisce il patrocinio alla famiglia Magno, citata anche dal Sanudo; alcuni cronachisti menzionano pure la famiglia Balbi. Cfr. F. CORNER, Notizie storiche delle chiese e dei monasteri di Venezia e Torcello, Padova, Stamperia del Seminario, 1735, pp. 428-432.

[3] Le famiglie dei congiurati furono sottoposte a una vera e propria damnatio memoriae: i palazzi dei capi della rivolta furono distrutti, e in tutta la città furono erasi gli stemmi delle famiglie Querini e Tiepolo, che dovettero mutare da allora le proprie insegne araldiche.

[4] cfr. G. TASSINI, Curiosità veneziane ovvero origini delle denominazioni stradali di Venezia, Venezia, Grimaldo, 1872, pp. 776-778.

[5] cfr. F. CORNER, op. cit., pp. 603-605

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