mercoledì 16 settembre 2020

Il rito del faro nella tradizione ambrosiana

L'Arciprete mons. Manganini celebra il rito del faro in Duomo. Il diacono è l'attuale Arcivescovo di Milano, mons. Delpini.
L'Arciprete mons. Manganini
celebra il rito del faro in
Duomo. Curiosamente, il
diacono è l'attuale
Arcivescovo di Milano,
mons. Delpini.

di Luca Farina

Un rito caratteristico della Chiesa ambrosiana è quello del cosiddetto faro, celebrazione assai nota anche a motivo della propria spettacolarità.

Per celebrare il rito, molto semplice, è necessario preparare un pallone di bambagia con anima metallica, se possibile sormontato da una corona e da una palma. Il globo, così composto, viene ancorato al soffitto e posto all’inizio del presbiterio. All’inizio della Messa, la processione introitale si ferma prima delle balaustre e vengono cantati i 12 Kyrie  in groemio Ecclesiae, seguiti dalla sallenda propria, il Gloria Patri e la ripetizione della stessa a mo’ di antifona. Mentre vengono nominate le tre Persone Divine tutti fanno inchino alla croce astile posta in testa alla processione e rivolta al celebrante [1], al Sicut erat tutti fanno inchino al celebrante e riprendono il cammino verso l’altare. A questo punto viene portato al celebrante un bastone sufficientemente lungo (è sufficiente un bastone per i ceri, non è necessario l’arundine) con cui incendiare il pallone di cotone. Avverte il Borgonovo che aggiungere parole come Sic transit gloria mundi è un arbitrio tratto dalla Messa d’incoronazione papale senza alcuna attinenza. Una volta consumato, la Messa ha inizio.

Il rito si svolge in occasione delle feste dei Santi Martiri titolari della chiesa. Il significato è espresso dal fuoco: il pallone si consuma e si distrugge, così come i Martiri che hanno vinto “grazie alla testimonianza del loro martirio;poiché hanno disprezzato la vitafino a morire.” (Ap XII 11). Nelle terre ambrosiane, i Martiri più venerati e famosi sono i Santi Nazaro e Celso, Protasio e Gervasio, Vittore, Nabore e Felice, Stefano, Sebastiano, Tecla, Agnese: ad essi sono intitolate le chiese più antiche dell’arcidiocesi, a partire dalla città di Milano. Non è raro, nelle parrocchie più zelanti, che questo rito sia ancora praticato in occasione delle feste patronali.

Secondo lo studioso Archdale King il rito potrebbe essere nato nelle catacombe illuminando le tombe dei martiri. La prima menzione, però, si ha, secondo le ricerche di Monsignor Navoni, nel VII secolo, in cui un documento cremonese cita “corona et pharum” da incendiarsi per la festa di San Sisinio martire. Le cronache liturgico del quasi sconosciuto chierico Beroldo ci raccontano che, nel XII secolo, la croce astile era sormontata da una candela [2], con la quale, giungendo in prossimità del presbiterio, il chierico dava fuoco ad un pharus, corona di candele che si accendevano l’un l’altra grazie ad un anello di bambagia.

L’entusiasmo popolare per questo rito è descritto nei versi di Padre Carlo da Milano OFM Cap., al secolo Domenico Varischi (1903-1990), assistente spirituale dell’Università Cattolica. Proponiamo un breve estratto da Ricord de foeugh a Milan ambientato nel 1914 e intitolato El balon de la festa:

Serom semper tucc denanz, nun bagaj,
visin la balaustra de l’altar
de la mia gesa de la Trinità
(quella veggia che adess han buttàa giò)
per vedè brusà el balon bianc coi stell.
Tutt i fest pussèe grand, el Prevòst vecc,
Corengia (che’l m’aveva battezzàa)
el rivava in corteo, el se fermava
in mezzo al presbiteri, el ceregòt Vago
(grass e bon como el pan) el ghe dava
la canna col candirin pizzàa in cima,
ma prima anmò de tocall, quel balon
el ciappava foeugh, e una gran fiamma
l’andava sù per aria, e poeu fiammell
vegniven anca giò, e chi diseva:
“L’è come el Spirit Sant a Pentecòst”.
E nun, col nas per aria, a bocca averta,
vedevom domà el fil de fer negher
de l’anima del balon tutt brusàa.

Eravamo sempre tutti davanti, noi ragazzi,
vicino alla balaustra dell'altare
della mia chiesa della Trinità
(quella vecchia che adesso hanno buttato giù)
per vedere bruciare il pallone bianco con le stelle.
A tutte le feste maggiori, il vecchio Prevosto,
Corengia (che mi aveva battezzato),
arrivava in corteo, si fermava
in mezzo al presbiterio, e il chierichettone Vago
(grosso e buono come il pane)
gli dava il bastone con il candelotto acceso in cima,
ma prima ancora di toccarlo quel pallone
prendeva fuoco e una grande fiamma
andava su, in aria, e poi venivano giù
anche le fiammelle e c'era chi diceva
"È come lo Spirito Santo a Pentecoste".
E noi, col naso per aria, a bocca aperta,
vedevamo solamente il filo di ferro nero
dell'anima del pallone tutto bruciato.
L'Arcivescovo e Abate Schuster compie il rito del faro nel civico tempio di S. Sebastiano

Notiamo come l’autore parli al plurale di feste maggiori: in molte parrocchie il rito era compiuto non solo in del patrono martire, ma anche di altri martiri cari alla devozione popolare (per esempio San Sebastiano è assai caro agli agricoltori). Il testo menziona poi l’arrivo del prevosto alle soglie del presbiterio e l’incendio del globo, sebbene il significato del fuoco sia oggetto di altre riflessioni rispetto a quella originale del martirio.

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NOTE
 
[1] Precisazione necessaria perché spesso, erroneamente, si afferma che la croce astile sia portata, in rito ambrosiano, “all’indietro”. In realtà essa è sempre rivolta al celebrante e, pertanto, sarà rivolta all’indietro durante la processione ma, nel momento in cui essa si ferma guardando il celebrante, sarà rivolta ad esso.
[2] Da cui, forse, l’uso di porre, alla Messa pontificale, il settimo cero sopra la croce d’altare.

Bibliografia:

G. BORGONOVO, Manuale di Liturgia Ambrosiana, Varese, Tipografia Arcivescovile dell’Addolorata, 1953;
A. A. KING, Liturgies of the primatial sees, Milwaukee, Bruce Pub. Co, 1957;
M. NAVONI, Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996;
C VARISCHI, Ricord de foeugh a Milan, Milano, Università Cattolica, 2019.


il faro acceso a Corneno, frazione di Eupilio, (CO) per la festa di San Giorgio

festa del titolare nella parrocchia di Santo Stefano Ticino (MI)

festa di Santa Tecla, titolare della parrocchia del Duomo di Milano

10 commenti:

  1. Il rito mi pare molto simile a quello della stoppa praticato nella Cattedrale di Lucca in occasione delle feste della Croce.
    Qui maggiori informazioni:
    http://www.archiviovoltosanto.org/it/content/incendio-della-stoppa

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  2. Molto interessante. Sembra di capire che la riforma liturgica con il Rito Ambrosiano sia stata meno spietata nello smantellare riti venerandi. Non so se mi sbaglio.

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    1. Trattandosi di un rito locale c'è stata molta meno ideologia nel riformarlo e, benché comunque si siano compiute molte discutibili riforme, alcune cose in più si sono conservate che nel "mainstream" rito romano.

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    2. Noto che comunque non si e' pensato nemmeno nel rito milanese di conservare l' altare nell' assetto tradizionale introducendo pure qui la celebrazione "verso il popolo" diventata ormai una sorta di parola d' ordine. Cosa che invece non sembra toccare almeno ufficialmente, il rito ispano-mozarabico. Mi e' capitato di vedere in rete una messa dalla Cattedrale di Toledo celebrata con tale rito (che se non erro anche esso e' stato recentemente riformato), dove si e' celebrato rivolti verso "oriente" con delle sensibili particolarità rituali. Forse pure questo un rito meno colpito da troppa ideologia riformista?

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    3. Sono stato una volta nella cappella della cattedrale di Toledo dove si celebra la s.messa in rito "mozarabico". Da quanto ricordo (era il 2009, una vita fa) l'altare era rivolto al popolo, e, se non sbaglio, l'Oriente era a sinistra di me ( destra del celebrante). Ricordo un rito affascinante, in latino. Purtroppo i testi dell'ordinario non si potevano portare via.
      Da quanto so, a parte l'altare la riforma è consistita nel creare un rito biennale (non triennale come il novus ordo), semplicemente perché esistono due diversi lezionari (uno tollerano e l'altro di un monastero della Vecchia Castiglia, se non ricordo male), e in questa maniera riescono a celebrarli tutti e due.

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    4. Dicevo verso "oriente" nel senso di posizione tradizionale con il celebrante davanti all' altare. Non mi piace usare la frase "spalle al popolo". La celebrazione che ho visto su YouTube era per la festa del Corpus Domini. Poi non so se sia sempre fatta così. Comunque l' altare e' posizionato tra il retablo di fondo della cappella e la cancellata all' ingresso della stessa. Probabilmente essendo staccato dalla parete si fara' pure la messaggero il popolo. Pensiero mio.

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    5. Nell'antichità gli altari non erano necessariamente uniti al muro, quella è estetica tridentina (rimando alla nostra ultima discussione). Difatti in molte basiliche romane (vedasi s. Clemente ad esempio) il ciborio è centrato rispetto all'abside, sotto il quale, casomai, staziona il trono episcopale fisso. E' molto probabile che quell'altare che avete visto in Spagna sia antico.

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    6. è sopravvissuto non perchè è parte di un rito locale, ma perchè è un rito in un certo senso 'collaterale', che colpisce molto l'immaginazione popolare e a cui probabilmente i fedeli sono affezionati
      già nei filmati ivi riportati sembra che la cerimonia sia abbastanza diversa da quella descritta nell'articolo, però rimane il gesto
      succede spesso che dei 'riti collaterali' molto sentiti per vari motivi sopravvivano al 'rito principale': un esempio facile da vedere sono le croci di legno che si benedicavano alle rogazioni

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  3. Mi scuso: preciso che la cappella mozarabe è rivolta a Nord, e quindi l'Oriente era alla mia destra, non alla sinistra...

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  4. Mi scuso pure io col sig. Unam Sanctam per aver ancora distratto i commenti dal tema dell' articolo. Appare assodato che l' altare nelle antiche basiliche fosse al centro dell' abside e fosse coperto da un ciborio che era munito almeno pertutto il primo millennio di cortine che lo celavano alla vista. Cosa che ha un notevole peso nella percezione della Liturgia ivi celebrata. Se non mi sbaglio, ancora il rito Ambrosiano conservo' a lungo traccia di tale bendaggio, non so se ancora esiste oggi. Ce' un quadro che rappresenta San Carlo che presiede il Sinodo Milanese, dove il Santo siede in presbiterio davanti all' altare della Metropolitana il quale e' coperto da un grande velario. Dovrei controllare ma mi sembra che l' autopsia il Cerano e il quadro sia proprio in Duomo.

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